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domenica 7 gennaio 2018

L'edera del Pri tornerà sulle schede sull'Ala di Verdini?

La partita delle esenzioni non sembra avere fine. Perché, al di là del caso di +Europa, che non dovrà raccogliere le firme grazie al soccorso simbolico del Centro democratico Bruno Tabacci, lo stesso fenomeno potrebbe presto riguardare altre due formazioni: una dalla storia importante ma da tempo lontana dal Parlamento (fatta eccezione per qualche apparizione fugace e per meri scopi tecnici), l'alta piuttosto nuova, determinante in certi momenti per le sorti degli ultimi due governi, quasi sempre assente dalle elezioni sul territorio, ma con la fortuna di avere un gruppo parlamentare e, dunque, di essere esente dalla raccolta firme. E, soprattutto, di poter esentare qualcun altro.
L'ultimo soggetto, quello presente in Parlamento, è Ala - Alleanza liberalpopolare Autonomie: a Napoli, quando la lista di quel gruppo politico aveva provato a sostenere Valeria Valente, era arrivato giusto un 1,42%, meglio di altri (Udc e Psi compresi) ma discretamente peggio rispetto ad altre forze. Dopo vari articoli di stampa che davano sostanzialmente per certa una non ricandidatura di Denis Verdini, erano stati in molti a pensare che il simbolo di Ala sarebbe magari apparso nelle bacheche del Viminale, ma non avrebbe poi presentato liste, anche se avrebbe potuto farlo in tutta l'Italia proprio in virtù dell'esenzione accordata.
La sorpresa, però, è arrivata ieri e da un soggetto politico che da tempo non è sotto i riflettori: il Partito repubblicano italiano. Se ne avevano poche notizie dopo i tempi di Giorgio La Malfa e dopo la collaborazione tra Berlusconi e l'allora segretario Francesco Nucara, deputato eletto nel 2006 in Forza Italia e nel 2008 nel Pdl (e mancato costitutore di un gruppo di "responsabili" volto a salvare il governo Berlusconi dopo la fuoriuscita dei finiani), ma ha continuato a operare su scala ridotta, celebrando il suo 48° congresso nazionale dall'8 al 10 dicembre a Roma ed eleggendo Corrado De Rinaldis Saponaro alla segreteria. Nella mozione conclusiva approvata, si è deciso che, "Visto il rigetto da parte della pubblica opinione del sistema elettorale maggioritario che ha imperato senza autentici successi di stabilità e di governo per più di vent'anni", era "indispensabile presentare fin dalle prossime elezioni il simbolo dell'edera" e "collocarlo in un’area liberal democratica capace di dialogare per il bene dell’Italia con le forze europeiste e di progresso e che questa esigenza sia prioritaria rispetto agli schieramenti e all'assegnazione dei collegi come primo passo per la ricostruzione e la riaggregazione del mondo repubblicano".
Lodevole pensare alle liste prima ancora che alla collocazione, ma il problema erano e restavano le firme da raccogliere: qualcuna nel 2013 era saltata fuori, quando il partito aveva indicato come capo della forza politica Franco Torchia, ma il Pri si era presentato in poche circoscrizioni, sfiorando i 7mila voti nazionali, pari allo 0,02% (0,21% in Emilia Romagna, 0,1% in Sicilia 2). Eppure giusto ieri mattina, alla direzione nazionale del partito, il segretario è stato autorizzato "a realizzare un accordo politico-programmatico coni gruppi parlamentari di Ala che, essendo esentati dalla legge alla (sic!) raccolta delle firme, consentiranno di presentare il simbolo del Pri". Non si sa se l'accordo sia cosa fatta, ma è difficile che su un documento ufficiale di un partito si parli di "autorizzazione a realizzare un accordo" (e non di "cercare" o "valutare") se non ci sono elementi concreti che rendono questa soluzione almeno minimamente fondata.
Almeno parte della base non sembra aver preso bene l'idea (non a caso, la foto postata qui è tratta da un profilo Facebook che parla di "una vera e propria schifezza politica", altri scrivono tra il sarcastico e l'amaro "Eja Eja ALAlà"; c'è chi, invece, implora i repubblicani perché non litighino e non perdano un'occasione per entrare in Parlamento o almeno concorrere ad armi pari in tutta l'Italia. In ogni caso, i due simboli dovranno "convivere" in qualche modo, come "bicicletta" o trasformando Ala in una "pulce" accanto all'edera. Toccherà agli elettori scegliere se dare il voto a quelli che qualcuno ha già battezzato "repubblicani di Verdini" (e dedicare a Denis "Siam qui tra le tue braccia ancor / avvinti come l'edera" sarebbe fin troppo facile) o guardare altrove, in cerca di diverse proposte liberal democratiche. 

giovedì 4 agosto 2016

Pirati, popolari e liberi: nuove componenti in arrivo alla Camera?

Non sono entrati in Parlamento, ma paradossalmente - per il solo fatto di avere partecipato alle ultime elezioni politiche con il loro simbolo - possono aiutare qualcuno a rimanerci con un minimo di organizzazione e con un complice insospettabile: il regolamento della Camera. Ciò che è avvenuto a Montecitorio all'inizio di giugno, con la nascita della componente del gruppo misto (di soli tre deputati) Ppa - Moderati grazie alla presenza elettorale del primo nel 2013 merita di essere valutato con maggiore attenzione. 


Le origini

Per inquadrare meglio la questione, è il caso di sfogliare il regolamento della Camera, leggendo articoli qua e là. Le componenti del gruppo misto esistono ufficialmente dal 27 settembre 1997: a proporne l'istituzione fu la Giunta per il regolamento allora insediata, presieduta da Luciano Violante e con membri dei vari gruppi. 
In effetti, a livello informale queste articolazioni esistevano già, ma non avevano alcuna rilevanza giuridica. Il fatto è che, nel 1994 - dopo le prime elezioni con il Mattarellum - partiti anche di una certa consistenza (come Alleanza democratica e Psi) non vennero autorizzati dall'Ufficio di presidenza a costituire un gruppo parlamentare in deroga, avendo solo sfiorato la soglia dei venti deputati: tutti i loro eletti dovettero aderire al gruppo misto, che così divenne visibilmente disomogeneo, con compagini nutrite in disaccordo tra loro; tra ribaltoni e scissioni successive, la situazione nella breve XII legislatura non migliorò. Dopo le elezioni del 1996 quelle dinamiche si ripresentarono e la confusione nel gruppo crebbe: si corse ai ripari, con nuove regole che consentissero alle componenti "di esplicare pienamente l'attività politica parlamentare - così si legge nella relazione alle modifiche - nella forma più ampia e attraverso la più larga disponibilità di strumenti compatibile con l’ordinato ed efficace svolgimento dei lavori della Camera".


Le regole

Al Senato la Giunta per il regolamento nel 2004 ha deliberato che "il Regolamento del Senato [...] non conosce la figura delle componenti politiche del Gruppo misto"; non le cita nemmeno il regolamento dello stesso misto. Nella pratica, le componenti esistono, formate anche da un solo senatore, ma - appunto - non hanno quasi nessun valore, se non quello di segnalare la propria appartenenza, per dare visibilità al soggetto politico di cui si fa parte. 
Alla Camera, invece, le regole ci sono. Per l'art. 24, il tempo per gli interventi nel calendario dei lavori attribuito al gruppo misto "è ripartito tra le componenti politiche in esso costituite, avendo riguardo alla loro consistenza numerica". Nella discussione sulle linee generali di un progetto di legge ha la parola un deputato per ciascuna componente (art. 83), così come può intervenire un membro per ogni componente, tra l'altro, su articoli, emendamenti e subemendamenti (art. 85, comma 7) e sulla questione di fiducia posta dal governo (art. 116, comma 3); le componenti possono poi essere invitate alle conferenze dei capigruppo convocate per questioni di straordinaria importanza, ma solo se hanno più di dieci membri
Il discrimine è importante. Di norma per costituire una componente servono dieci deputati, ma l'art. 14, comma 5 consente che gli eletti siano solo tre, purché rappresentino minoranze linguistiche tutelate dalla Costituzione (e siano legati a liste espressione di quelle minoranze), oppure purché "rappresentino un partito o movimento politico la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci e abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali". Il testo si riferisce alla legge elettorale allora vigente, ma si applica anche al solo collegio uninominale rimasto, quello della Valle d'Aosta.
Per i proponenti, i membri dell'aspirante componente dovevano "dimostrare la sussistenza di un movimento organizzato e diffuso nel Paese" con una consistenza parlamentare minima (tre eletti), segni "certi e inequivoci" dell'esistenza del soggetto politico (per la Giunta per il regolamento potevano essere "un simbolo, una denominazione, un’attestazione documentaria o, comunque, una qualche forma di notorietà") e la partecipazione al voto. La norma in deroga era stata pensata nella XIII legislatura per dare visibilità, spazio e agio nell'azione ai partiti che, dopo le elezioni, avevano una presenza significativa alla Camera, ma non avevano deputati sufficienti per costituire un gruppo o una componente. 


La mutazione

Dalla XIV legislatura, però, l'istituto iniziò a cambiare forma: le componenti in deroga a volte sorsero a una certa distanza dalle elezioni (capitò all'Udeur, inizialmente compresa nella Margherita ma poi tornata autonoma), magari in periodi più vicini al nuovo voto (fu il caso, per esempio, del Movimento dei Repubblicani europei, che aveva corso alle politiche). Era un modo per avere tempo in aula e visibilità, ma probabilmente interessava pure un altro aspetto: "le dotazioni e i contributi assegnati al Gruppo misto - precisa l'art. 15, comma 3 del regolamento - sono determinati avendo riguardo al numero e alla consistenza delle componenti politiche in esso costituite, in modo tale da poter essere ripartite fra le stesse in ragione delle esigenze di base comuni e della consistenza numerica di ciascuna componente". Alle componenti, cioè, sono garantiti più fondi per l'attività e i collaboratori da assumere, più personale e più spazi rispetto a quelli per i senatori non iscritti a componenti.
Nel 2005 si fece un passo in più: Gianfranco Rotondi e altri due deputati ex Udc vollero creare la componente del partito nato nel 2004, la Democrazia cristiana (poi Democrazia cristiana per le autonomie). Non avendo corso alle elezioni, ci voleva un altro partito che avesse presentato candidature nel 2001 e desse la copertura chiesta dal regolamento: provvidero i Verdi-Verdi, nati in Piemonte nel 1990, in rapporti col centrodestra e presentatori di liste. Il nome, però, poteva dare problemi: da anni la Federazione dei Verdi, in Parlamento dal 1987, lamentava un uso confusorio della parola "Verdi" e nel 2004 il Consiglio di Stato aveva messo in luce un rischio di confondibilità. La componente nacque comunque (grazie, come disse Rotondi a Sebastiano Messina per Repubblica, "alla santità democristiana di Casini", presidente della Camera) con la deroga fornita dai Verdi-Verdi, ma il nome scelto fu "Ecologisti democratici", lo stesso usato poi dai Verdi-Verdi nel 2006 alle elezioni politiche, dopo la bocciatura del simbolo originario. 
Si capì, dunque, che pure un partito che non aveva partecipato direttamente alle elezioni (perché non aveva presentato liste o era nato dopo) poteva creare la sua componente nel gruppo misto, purché si appoggiasse a un partito che le candidature le aveva presentate, magari affiancando il proprio nome a quello del "derogante".


Evoluzioni recenti

In seguito, il meccanismo è stato ripetuto più volte. Nella XV legislatura (la prima dell'era Porcellum), il 16 marzo 2007 alla Camera sorse la componente "Repubblicani, liberali, riformatori", creata da Giorgio La Malfa, Francesco Nucara e Giovanni Ricevuto: tutti e tre erano stati eletti in Forza Italia, il terzo in quota Nuovo Psi (ma aveva lasciato il gruppo), i primi due come repubblicani (ma si erano iscritti subito al gruppo misto). Siccome il Nuovo Psi aveva costituito un gruppo con la Dca di Rotondi e il Pri non aveva presentato liste, la componente fu fondata con l'appoggio del Partito liberale italiano di Stefano De Luca, che aveva raccolto le firme per partecipare alle elezioni, pur senza avere eletti
Nella scorsa legislatura la Lega Sud Ausonia fece nascere la componente di Noi Sud (poi Autonomia Sud) di Arturo Iannaccone; il Partito pensiero e azione di Antonio Piarulli fece altrettanto con Grande Sud di Gianfranco Miccichè; di nuovo il Pli ha via via accolto sotto il suo nome vari parlamentari che hanno abbandonato il Pdl e così via.
Nell'attuale legislatura, prima del ritorno in Parlamento del Ppa, si era già assistito a due episodi significativi. Fare!, gruppo legato a Flavio Tosi, è riuscito a costituirsi in componente grazie al Pri, mentre il Psi, che aveva candidato i suoi esponenti all'interno del Pd, si è dovuto rivolgere al Pli (ancora loro!): entrambe le formazioni hanno partecipato alle elezioni, anche se nessuna delle due è arrivata allo 0,1% nazionale (anche perché avevano presentato liste solo in poche circoscrizioni). Di fronte a ciò, i casi dei partiti Maie e Usei, che hanno eletto i loro deputati all'estero e hanno ampliato i nomi delle loro componenti dopo aver accolto gli aderenti rispettivamente ad Ala di Verdini e a Idea di Quagliariello, sembrano ordinaria amministrazione. 


Ipotesi per il futuro

Se le cose stanno così, essendo probabile che nei prossimi mesi si verifichino altre scissioni e uscite dai gruppi maggiori, è possibile che altre formazioni presenti alle ultime elezioni e rimaste fuori dal Parlamento vengano contattate da coloro che vogliono creare la componente alla Camera, per godere dei vantaggi di quello status (compresa, magari, la possibilità di essere esentati dalla raccolta firme alle elezioni politiche, in caso di normativa favorevole come quella del 2008). Per inciso, quale sia il vantaggio per il partito escluso dalla Camera che si presta a tali operazioni non è chiaro: c'è chi, come Piarulli del Ppa, precisa di non avere chiesto e avuto un euro, accontentandosi di vedere il nome del suo soggetto politico sugli schermi delle dirette parlamentari e sui resoconti o di collaborare all'attività politica; in altri casi, da più parti si sono rincorse le voci che la deroga sia stata pagata con moneta sonante o con altri benefici (cosa che negli anni si è detta pure per alcuni accordi tecnici che consentivano a certe liste di non raccogliere le firme alle elezioni).
Dopo uno sguardo sommario, si scopre che sono 34 le formazioni che hanno presentato liste almeno in una circoscrizione e non sono entrate alla Camera (avendo già tolto Pri, Pli e Ppa); a queste bisognerebbe aggiungere le 3 che hanno corso per aggiudicarsi il collegio uninominale della Valle d'Aosta. Significa dunque che potrebbero formarsi altre 37 componenti? Ovviamente no, per varie ragioni.
Si dovrebbero escludere, innanzitutto, le formazioni strettamente legate a un territorio, che difficilmente potrebbero accettare di favorire partiti che non condividano gli stessi ideali: vale per le formazioni valdostane (Union Valdôtaine Progressiste, Autonomie Liberté Démocratie, Nation Val D'Outa), ma anche per quelle radicate in altri territori (Die Freiheitlichen, Indipendenza veneta, Partito sardo d'azione, Liga Veneta Repubblica, Veneto Stato, Indipendenza per la Sardegna, Meris), a meno che ovviamente gli interessati a costituire la componente non si sentano legati alle stesse cause politiche. Analogamente, le liste legate a campagne decisamente settoriali, come il Movimento italiano disabili e Staminali d'Italia, difficilmente sarebbero le prime a essere contattate per un accordo di rappresentanza parlamentare. 
Sarebbero fuori gioco, poi, anche i partiti e gruppi troppo connotati politicamente, come La Destra, Partito comunista dei lavoratori, Forza nuova, Casapound Italia, Fiamma tricolore, Partito di alternativa comunista, Rifondazione missina italiana (cioè il Movimento idea sociale), Progetto nazionale e Democrazia Atea: potrebbero non essere disposti loro all'alleanza tecnica, così come coloro che volessero fondare la componente potrebbero non essere interessati dall'inizio. Lo stesso discorso varrebbe per formazioni forse non più esistenti, probabilmente non in buona salute: si possono considerare qui Futuro e libertà, Rivoluzione civile e Fare per fermare il declino. 
Chi resterebbe disponibile dunque? Una dozzina di sigle e simboli, dal nome sufficientemente generico da poter essere utilizzato senza troppi problemi. Tra le liste che erano parte del centrodestra, potrebbero esserci Grande Sud - Mpa, i Moderati in Rivoluzione di Samorì, il Partito pensionati (settoriale come ambito, ma molto noto a livello nazionale), Intesa popolare (movimento creato da Giampiero Catone, ora legato a Rivoluzione cristiana di Rotondi) e Liberi per una Italia Equa (progetto politico di Angelo Pisani). Al di fuori dei poli, c'è Io amo l'Italia di Magdi Cristiano Allam (connotato politicamente, ma dal nome universale), ci sono i Riformisti italiani di Stefania Craxi, gruppi meno noti come Popolari uniti, Unione popolare e Tutti insieme per l'Italia. Nessuno però batterebbe il record dell'inconfondibile formazione dei Pirati, non quelli del Partito pirata ufficiale ma quelli arrembanti col jolly roger di Marco Marsili (che prima del voto del 2013 contribuirono a movimentare il clima al Viminale) e del Voto di protesta dell'impagabile Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction (già noto per aver creato le liste Preservativi gratis e Impotenti esistenziali). 
Dobbiamo aspettarci, nella seconda metà della legislatura, ben dodici microcomponenti nuove alla Camera? Ovviamente no: potrebbe non nascerne nessuna, ma dovesse nascerne una nuova, con meno di dieci deputati, è quasi certo che pescherà da questo elenchino. Con nuovi soldi da stanziare e nuovi uffici da assegnare, ammesso che lo spazio ci sia ancora e non tocchi trovarlo in altri palazzi.

mercoledì 16 dicembre 2015

Il Partito della Ragione, di Renzi? No, di La Malfa (e Spadolini)

"C’è tanta gente che guarda al Pd: parlano del partito della nazione. Ma semplicemente perché c’è tra tanti cittadini un partito della ragione, perché ci vedono alternativi al nichilismo e al disfattismo". Ha detto anche questo Matteo Renzi nel suo discorso che ha chiuso l'ultima (per ora) edizione della Leopolda e più di un giornale ha utilizzato la frase come spunto per il titolo. L'impressione, in effetti (e salvo smentite), è che la dicitura "Partito della nazione" non piaccia granché a Renzi, forse anche perché almeno in parte ha giù subito una certa usura: l'espressione, infatti, è in uso almeno dal 2010, da quando l'Udc aveva pensato di voltare pagina e di costruire un soggetto politico nuovo, dichiaratamente moderato. Un partito, per intendersi, che non è mai nato, né nel 2011 né in seguito. 
Se però finora quell'etichetta non è stata molto fortunata, il discorso non sembra diverso per il "Partito della ragione", anche se forse occorre un po' di memoria in più. Correva l'anno 2004 e si preparavano le elezioni europee, in pieno governo Berlusconi; contro Forza Italia, Alleanza nazionale, Lega Nord e Udc che si presentavano per conto proprio, il centrosinistra tentava la carta comune di Uniti nell'Ulivo, tenendo sotto lo stesso simbolo molto prodiano Ds, Margherita, i socialisti dello Sdi e il Movimento dei repubblicani europei di Luciana Sbarbati. E gli altri repubblicani, quelli di Giorgio La Malfa e Francesco Nucara? Nel 2001 si erano schierati con Berlusconi e il centrodestra, ma visto che alle europee non c'erano coalizioni, fecero una lista autonoma e la condivisero con la formazione messa in campo da Vittorio Sgarbi, I Liberal.
I media, naturalmente, non avrebbero potuto trascurare "la strana coppia", nata peraltro grazie all'intervento dell'autoproclamato uomo-medicina della politica italiana, Francesco Cossiga (lo raccontò lo stesso La Malfa a Giancarlo Perna per Il Giornale) e non lo fecero: diedero immancabilmente più attenzione a Sgarbi e alle sue uscite, ma anche La Malfa jr riuscì a ritagliarsi alcuni spazi. E se per il critico d'arte c'era drammaticamente bisogno di "creare in Italia, in ragione della straordinaria concentrazione di beni storici, artistici e ambientali che ne costituisce la peculiarità, 'Il Partito della Bellezza'", per l'allora presidente dei repubblicani era tempo di riprendere un antico slogan di Giovanni Spadolini, che qualificava "il Pri come Partito della Ragione". Sgarbi e La Malfa scrissero un libro a testa (il primo Per un partito della bellezza, il secondo Per un partito della ragione) che circolò anche in versione double face, quasi a sottolineare che le anime dei ben culturali e del liberalismo erano le due facce della stessa formazione politica. 
Il contrassegno composito dei due gruppi non riportava riferimenti alle denominazioni coniate dai leader, ma nei comunicati si cercò di denominare la lista come "Partito della Bellezza e della Ragione", con ciascuno dei due fondatori che metteva per primo il termine cui teneva di più. Il risultato quasi inevitabile, per l'alto tasso di bomberismo (© Livio Ricciardelli) vulcanico di Sgarbi, fu che quasi sempre si parlò molto più del Partito della bellezza che di quello della ragione, anche se la lista era una sola; lo spazio dato dai media, tuttavia, non riuscì a portare oltre lo 0,72% "la strana coppia", che rimase a bocca asciutta per un soffio (alla Fiamma tricolore, per eleggere al Parlamento europeo Luca Romagnoli, basto lo 0,73%, con una differenza di meno di 4mila voti). Di Partito della bellezza non si parlò più, di Partito della ragione neppure. Ora la denominazione rispunta con Renzi: forse non ricorda il precedente poco felice di undici anni fa, o semplicemente non gli interessa. Di sicuro, non rischia di restare sotto l'1%

mercoledì 30 gennaio 2013

Avvinta (alle bacheche) come l'edera

A volerla sparare un po' grossa, è l'Highlander della simbologia politica italiana. Non c'è nulla di più inoffensivo, calmo, quasi aggraziato di una foglia, verde peraltro. Eppure, una foglia d'edera, quasi come quella della canzone cantata da Nilla Pizzi, è rimasta avvinta alle schede (o, per lo meno, alle bacheche del Ministero dell'interno) per oltre sessant'anni di Repubblica italiana: l'edera in questione, ovviamente, è quella del Partito repubblicano italiano. Qualcuno aveva pensato di non vederla quest'anno, visto che fino alle ultime ore negli uffici del Viminale non era arrivato nessuno a portarla; si sbagliava ovviamente, visto che col numero 211 (al quartultimo posto) un funzionario del partito si è diligentemente presentato e ha fatto collocare il simbolo al posto che ha sempre avuto, ad ogni elezione di rilievo nazionale, dunque in bacheca insieme agli altri.
A guardare bene l'emblema, non si può proprio negare che l'edera repubblicana si sia conservata quasi per intero: anche le venature, in fondo, sono cambiate pochissimo rispetto alla prima raffigurazione della foglia che era riprodotta già sulle schede stampate per eleggere l'Assemblea Costituente (la versione ora in uso è stata introdotta nel 1972, ovviamente in bianco e nero). Da allora il simbolo è sopravvissuto a tutto: usura del tempo, cambi di iscritti e dirigenti (da Pacciardi a Nucara, passando per i La Malfa e Bogi), fine della prima Repubblica, accuse di tangenti, scissioni, ricomposizioni. Il Pri è l'unico soggetto politico a non avere mai cambiato nome e simbolo in tutta la storia della Repubblica italiana: un sopravvissuto ad ogni effetto, che ha cambiato nettamente diffusione e dimensioni ma non è scomparso in nessuna fase.
Negli ultimi anni, a dire il vero, qualche cambiamento era stato proposto: nella loro vita politica "ordinaria", i repubblicani usano un simbolo più moderno, con nome e sigla su fondo verde e rosso e con una foglia d'edera vera, altro che disegno a mano e a china degli inizi. Quando è il momento delle elezioni, tuttavia, rispunta sempre l'antico disegno, basato solo sul verde: "Non ce la sentiamo di cambiare, anche solo per la nostra 'nuova' foglia - spiegano dalla direzione del partito - perché è proprio quel disegno sempre uguale che ci permette ogni volta di dire che quel simbolo è solo nostro e nessuno può copiarlo". Non cade foglia che Dio non voglia; l'edera, a quanto pare, è destinata a non cadere mai.

lunedì 24 dicembre 2012

"Fermare il declino", per Giannino è tempo di "Fare"


Tanto se n’è parlato, che alla fine il partito è arrivato. Oscar Fulvio Giannino, sempre più simile – comunque vesta – al primo vero personaggio da quiz della tv italiana, Gianluigi Marianini di Lascia o raddoppia – ha trasformato ufficialmente in soggetto politico strutturato il suo movimento “Fermare il declino”, nato in estate. Giannino punta a presentarsi alle elezioni politiche e a quelle regionali con la sua squadra di persone, possibilmente in tutta l’Italia: ci sono i 45mila firmatari del manifesto (anche se non parteciperanno di certo tutti all’impresa politica), ci sono docenti di livello come Luigi Zingales e Michele Boldrin, politici di altre epoche (persino Carlo Scognamiglio ha firmato il manifesto, ma c’è anche Giancarlo Pagliarini) e c’è il tentativo di candidare Pietro Ichino, pur avendo egli immaginato una sua disponibilità per una lista Monti in Lombardia (mentre il Monti delle tasse a Giannino non piace proprio). 
Le idee sono le stesse dieci proposte messe in campo finora: ridurre il debito pubblico, la spesa pubblica (almeno 6 punti di PIL in 5 anni) e la pressione fiscale (almeno 5 punti in 5 anni); completare in fretta le liberalizzazioni, preferire il sostegno al reddito di chi perde il lavoro alla tutela dei posti esistenti; regolare i conflitti d'interesse; far funzionare la giustizia; liberare le potenzialità di crescita, lavoro e creatività dei giovani e delle donne; rendere di nuovo l’istruzione strumento di emancipazione socio-economica delle nuove generazioni; approdare a un «vero federalismo» che preveda ruoli chiari e coerenti per i vari livelli di governo.
Per Giannino – che peraltro vanta militanze politiche precedenti, dai repubblicani ad Alleanza democratica di Bordon, fino ai Riformatori liberali di Della Vedova e di nuovo al Pri – il movimento crede in una politica «fattiva, pragmatica, con poche chiacchiere e molti fatti. Siamo quelli del Fare, perché è il momento di agire con concretezza per fermare il declino». Non a caso, «Fare» è la parola che campeggia nel contrassegno scelto dalla formazione per le elezioni di febbraio: su fondo rosso, sono particolarmente evidenti la scritta e la frecciona bianca, naturalmente puntata verso l’alto (e verso destra, anche se loro direbbero piuttosto «in avanti»), quasi a pensare alla risalita dopo il declino. La freccia, a dire il vero, è uno dei simboli meno utilizzati nell’iconografica partitica: se ne ricordano obiettivamente poche, almeno tra i partiti di un certo peso, eccetto – si fa per dire – la prima versione dei Moderati italiani in rivoluzione di Samorì. Riuscirà la «piccola pattuglia di rompicoglioni di professione» (© di Giannino) ad approdare in Parlamento, a dispetto di ogni clausola di sbarramento e della mancanza di grandi finanziatori alle spalle?