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lunedì 4 marzo 2013

Quando il Verde non è rosso


Un orsetto, tanto pacifico e sorridente all'apparenza, si era trasformato in una vera spina nel fianco. A ogni elezione che si svolgesse anche in Piemonte, Maurizio Lupi si presentava con il suo simbolo dei Verdi Verdi e prendeva voti. "Sottraendoli con l'inganno alla Federazione dei Verdi", secondo gli attivisti del Sole che ride. Nel 2003 la partita rischiò di farsi davvero insidiosa. Ai Verdi Verdi, infatti, si erano riavvicinati Roberto De Santis e parte di coloro che avevano dato vita all'esperienza dei Verdi liberaldemocratici: c'erano le basi per un percorso politico comune che, sulla carta, poteva portare grossi cambiamenti sul fronte ambientalista.
Non era un "matrimonio d'amore", quello tra Lupi e De Santis: lo racconta proprio quest'ultimo, nel suo libro Da una "grigia" a una "verde" politica. "Lupi non aveva una precisa identità culturale ma solo fini personalistici. Questo ci permetteva, garantendogli quello spazio elettorale di cui aveva bisogno, di avere mani libere nel costruire un percorso politico dotandolo di uno specifico programma e dunque di un’anima. Il contenitore dei Verdi Verdi, almeno formalmente poiché da sempre storicamente presenti, poteva dare maggiore credibilità al progetto". De Santis ci avrebbe messo le idee e l'elaborazione teorica del programma, Lupi il simbolo storico e la notorietà: potenzialmente ne avrebbero guadagnato entrambi. Non devono aver avuto una vita facile, i Verdi Verdi anche in versione "allargata": con il Sole che ride da anni schierato con la sinistra, la lista dell'orsetto continuava a salutare ma spesso lo faceva da un'alleanza di centrodestra o, comunque, in quel modo erano considerati dai simpatizzanti della Federazione dei Verdi. "Non esisteva ancora culturalmente e sotto il profilo programmatico, un approccio alle questioni ambientali con un taglio e profilo in netta antitesi al pensiero ideologico dominante - riconosce De Santis - eppoi in questo paese c'è sempre il bisogno di confinarti in una categoria: se non sei di destra, sei di sinistra e viceversa. Ma non avevamo altri mezzi, pertanto eravamo senza via d’uscita". Lo capì bene proprio Roberto De Santis, quando - da segretario nazionale dei Verdi Verdi - si candidò alle elezioni provinciali di Roma: come slogan della sua campagna elettorale scelse due affermazioni quasi in antitesi, da una parte "L'ambiente non ha colore", dall'altra "Il Verde non è rosso". 
Quella volta i Verdi Verdi dovettero accontentarsi di 5418 voti, lo 0,56% dei consensi totali; De Santis come candidato presidente superò le 6mila preferenze, ma la percentuale si fermò allo 0.51%. Roma e Piemonte a parte, il partito avrebbe voluto estendersi territorialmente per acquistare più spazio: per essere sicuri di partecipare alle elezioni, però, occorrevano le firme. Operazione brigosa e che rischia di non pagare, se alla fine non si elegge nessuno (soprattutto perché nessuno ti aiuta, se pensa di non vedere risultati). Eppure nel 2004 il salto di qualità era quasi a portata di mano: c'era il turno più nutrito delle elezioni amministrative e, soprattutto, si votava per rinnovare il Parlamento europeo. I Verdi Verdi sarebbero stati della partita, ma la storia merita di essere raccontata a parte.

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