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sabato 2 marzo 2013

Se il Parlamento fosse vietato ai partiti

Esercizio di fantademocrazia: si immagini di essere, chessò, nel 2035, con i cittadini che esercitano il loro diritto di voto in ogni comune della Repubblica. Niente di nuovo a prima vista, ma la novità arriverebbe in seguito: a votare, infatti, gli Italiani tornerebbero soltanto dopo cinque anni, senza nessun appuntamento intermedio. In quell’unico turno, infatti, sarebbero eletti tutti coloro che attualmente occupano ogni livello elettivo, dal consiglio di circoscrizione al Parlamento europeo. Non si tratta di un testo dell’assurdo: è casomai la traduzione in concreto della teoria della democrazia solipsista, elaborata nei primi anni ’90 da Lamberto Roberti. Proprio lui, in occasione delle ultime elezioni politiche, si era messo pazientemente in fila per depositare il proprio contrassegno. Un emblema destinato a non passare inosservato, al punto che Stefania Craxi e Carlo Taormina sarebbero rimasti incuriositi ad ammirarlo, arrivando persino a sostenere che fosse il più bello di tutti: non sapevano, probabilmente, che le bacheche del Viminale l’avevano già ospitato due volte. «Il simbolo l’ho inventato nel 2000, prima ad acquerelli poi ne ho proposto alcune varianti – racconta ora Roberti –. È stato frutto di un crescendo di alcuni mesi, col tempo l’ho ripreso più volte in mano, anche incollando dei particolari a mano; bozza dopo bozza, le differenze si avvertivano».
Ha studiato tutto con attenzione Roberti, fin dall’aspetto cromatico: «L’arcobaleno – precisa – comprende tutti i colori e dà come somma il bianco, il che è come dire che non si fa alcuna scelta di parte o, peggio, di partito». La parte centrale, invece, gronda Europa in ogni punto, con il «blu Europa» e le stelle – 12, anche se allora i paesi compresi nell’Unione europea erano già 15 – il tutto in piena coerenza con il sentirsi «cittadino europeo» sempre avvertito da Roberti. Anche se ora, indubbiamente, per lui qualcosa non va: «A distanza di anni, considerando che l’Europa ha preso una piega solo economica, sono un po’ dispiaciuto – ammette – ma il simbolo lo mantengo: spero che in futuro si torni ad avere un’Europa anche politica».
A colpire, tuttavia, è anche quella scritta quasi centrale, «Parlamentare indipendente», quasi un ossimoro per chi si candida. Lo è molto meno se si ha ben presente il motto che lo stesso Lamberto Roberti ha elaborato e fatto proprio: «Uomini in Parlamento, non partiti». È questo lo spirito che dovrebbe animare, sempre secondo Roberti, un nuovo corso profondamente rinnovato, quello della «democrazia solipsista» appunto. Quella basata sull’individuo e che in esso trova compimento. «È una costruzione filosofica che ho inventato nel 1993 – ricorda lui – Sono partito dalla Costituzione e ne ho concluso che la democrazia è tutta della persona, il suo principio è proprio l’individuo: non a caso tutti gli articoli della Carta che si occupano di elezioni sono incentrati proprio sul cittadino».
Non ce la faceva più Roberti a sentirsi dire che, in fondo, non esiste un modo per applicare la democrazia in modo compiuto: così, nel 1992, da chimico biologo che era si è trasferito armi e bagagli sulle montagne al confine con l’Umbria, vivendo a 750 metri in mezzo ai boschi («Del resto io vengo comunque dalla terra» tiene a precisare). Dal suo “ritiro” in quota ha elaborato una filosofia politica particolare: è piuttosto complessa, ma merita attenzione.
«Il disegno della mia teoria comprende l’eliminazione dei partiti e delle varie tornate elettorali oggi previste per riempire gli organi rappresentativi dei vari livelli di governo». Non si tratta di buttare all’aria tutto, casomai solo di calibrare (molto) diversamente ciò che già c’è. E votando solo una volta, magari ogni cinque anni, nel più piccolo consesso possibile, cioè il municipio o la circoscrizione: «Si tratterebbe di eleggere, in quell’unica occasione, un numero di individui che poi, nell’arco di alcuni anni, verrebbero spalmati su tutti i gradi di governo». Come funzionerebbe? «Si tratterebbe di fare la somma di tutti gli eletti ora presenti tra circoscrizioni, comuni, province, regioni, Parlamento italiano e Parlamento europeo e distribuire proporzionalmente quel numero su tutta la popolazione, in modo da sapere in ogni circoscrizione quante persone devono essere elette. Dopo le elezioni, quelle persone operano tutte a livello circoscrizionale finché, dopo sei mesi o un anno, resta a quel livello solo il numero di eletti necessario ad assicurare il funzionamento dell’ente, mentre gli altri vanno tutti nel livello superiore».
In pratica, nel comune si ritroverebbero persone provenienti da varie circoscrizioni, nella provincia eletti in vari comuni e così via. «Si darebbe il tempo a questi individui di conoscersi meglio e lavorare tra loro – continua Roberti – poi dopo un anno si riproporrebbe il passaggio all’ente superiore di coloro che non sono essenziali per la guida dell’ente e così fino al Parlamento europeo». Per andare a regime con un sistema simile occorrerebbe qualche decina di mesi, sostituendo via via, in modo non traumatico, gli attuali livelli di governo con quelli della democrazia solipsista. Nessuno degli eletti, soprattutto, avrebbe alcuna appartenenza di partito, trattandosi esclusivamente di candidature individuali: «A chi ritenesse illiberale questo punto – precisa Roberti – vale la pena ricordare che nessun partito oggi ha un ordinamento democratico, come richiesto dall’articolo 49 della Costituzione, al punto che manca perfino una legge che regoli la democrazia interna ai partiti». E come dargli torto…  
Nel tentativo di far conoscere meglio queste sue idee, Lamberto Roberti si è candidato al Senato nel 2001, alle europee nel 2009 e – come visto – alle ultime elezioni politiche. Gli elettori, però, non hanno potuto votare per i Parlamentari indipendenti e la cosa ancora lo disturba: «Avevo lanciato anche via Facebook un appello per trovare candidati – chiarisce – ma in varie regioni i capilista, spesso provenienti dal Popolo Viola, si sono ritirati negli ultimi giorni utili, molto probabilmente su pressioni dei partiti di riferimento, così mi hanno lasciato sguarnito».
Sarebbe dunque questa la ragione principale che ha impedito a uno degli ultimi simboli creati a mano della storia italiana («Non è nato su Photoshop», precisa il suo autore con orgoglio) di finire sulle schede. Roberti ha comunque avuto a disposizione un po’ più tempo rispetto al 2009, l’anno delle elezioni europee: «Ricordo che arrivai trafelato a Roma per depositare l’emblema – racconta –ma non avevo ricevuto dai ragazzi della tipografia le copie necessarie del simbolo: ho dovuto portare per forza con me il simbolo che il Ministero mi aveva restituito dopo le elezioni del 2001». Un simbolo già ammesso dunque, ma che portava addosso qualche cicatrice: «Il foglio dell’emblema era rimasto a lungo piegato nella busta gialla con cui ho riottenuto la mia copia del contrassegno: sulla piega centrale il colore è venuto meno e, in bacheca, alla fine si vedeva». Anche stavolta, a dire il vero, il simbolo è stato riutilizzato, ma Roberti si è armato di pennarelli e ha cercato di porre rimedio al danno. A giudicare dal risultato finale, lo scopo sembra raggiunto: più facile sistemare quello, in fondo, che inaugurare la democrazia solipsista.

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