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mercoledì 22 gennaio 2020

Partito del popolo italiano, casa dei democratici cristiani del 2020?

Riuscire in un'impresa in un anniversario che più tondo non si può per qualcuno è motivo di soddisfazione; se non è più tondo, può essere sempre una buona occasione per provarci. Dev'essere questo lo spirito con cui sabato mattina, al complesso di Santo Spirito in Sassia a Roma, decine di persone si sono ritrovate nel 101° anniversario dell'appello "ai liberi e ai forti" della commissione provvisoria del Partito popolare italiano fondato da don Luigi Sturzo, per partecipare all'evento Popolari 101, un nuovo inizio? Non una semplice festa di ricorrenza, per gli organizzatori - vale a dire la Federazione popolare dei democratici cristiani e la Fondazione Democrazia cristiana - ma il punto di partenza per far tornare sulla scena un partito di matrice cristiana e popolare, alternativo al populismo-sovranismo di destra e leghista e alle sinistre. E se l'obiettivo si potesse raggiungere rimettendo in pista - senza altre grane legali - nome e simbolo della Democrazia cristiana, per alcuni sarebbe la cosa migliore, oltre che il coronamento di anni, decenni di sforzi. 
Moderato dal giornalista Mediaset Enrico Laurelli ("Nel manifesto di don Sturzo c'erano tutti gli elementi che ritroviamo nella nostra Costituzione: il disegno di un'Italia diversa, punto d'unione tra l'impegno dei cattolici in politica, fino ad allora non possibile, e la volontà di dare vita a un movimento che raccogliesse le anime e le energie migliori del nostro Paese. Ma ho visto anche un riferimento al sistema proporzionale come garanzia della vera rappresentanza delle componenti democratiche del Paese"), l'evento si è aperto col filmato - tanto ironico quanto in apparenza fuori contesto - di uno degli ultimi interventi di Mino Martinazzoli: volendo è già una notizia che in apertura di un possibile iter di ricostruzione di un partito di democratici cristiani, promosso da chi negli anni ha fatto di tutto per far tornare la Dc, si siano messe le parole dell'ultimo segretario democristiano che aveva voluto la trasformazione in Partito popolare italiano, sempre il 18 gennaio, ma del 1994. 

Le fondamenta

Il primo intervento di peso è arrivato con Giuseppe Gargani, coordinatore della Federazione popolare, a partire dalla valutazione del politologo Mauro Calise: "nei giorni scorsi ha sintetizzato sul Mattino la tragedia degli ultimi anni in Italia: le forze estreme da vari anni hanno i voti ma non sono in grado di governare, mentre il centro moderato che potrebbe governare è debole o quasi inesistente". Per Gargani, però, non è solo questione di numeri: "Dopo la fine del sistema proporzionale e l'avvento dell Mattarellum, la nostra area ha perso l'identità, anche gran parte della politica è diventata un indistinto e senza identità non c'è democrazia". Emergerebbero solo, in realtà, identità legate a "una destra razzista e xenofoba, che è emersa da un paio d'anni e prima non c' era, neanche il Msi era così pericoloso: ci sono focolai in Italia e in Europa e c'è chi li alimenta invece che spegnerli": i popolari per Gargani sono alternativi a queste forze, come a quelle di sinistra, che peraltro sono "in crisi e anche senza identità". Toccherebbe dunque al centro, moderato e popolare, di cattolici e laici, "organizzare la vita civile del nostro Paese e dargli una direzione", attraverso un nuovo soggetto politico: "L'Italia ne ha bisogno, il popolarismo ormai è l'unico pensiero ancora in grado di interpretare l'Italia". Per questo è nata la Federazione popolare dei democratici cristiani, guidata appunto da Gargani: "Abbiamo aggregato associazioni cattoliche e partiti di derivazione democristiana per cercare di creare questo nuovo soggetto politico che aggreghi di nuovo il centro e gli dia un'identità". 
Naturalmente è forte la tentazione di dire - anche solo per scriverlo per l'ennesima volta nel titolo - che torna la Democrazia cristiana o si prova a rifarla, magari con simbolo e/o nome originali, ma Gargani ha subito precisato: "Oggi possiamo dire senza trionfalismo che è finita la diaspora della Dc degli anni Novanta, ma niente nostalgie: non è un ritorno alla Democrazia cristiana, ma al popolarismo". Ora, sulla fine della diaspora è lecito avere dubbi: partecipano alla federazione vari soggetti politici, culturali e sociali (ufficialmente sono Democrazia cristiana guidata da Renato Grassi; Popolari per l'Europa; Laboratorio per la Libertà; Futura [di certo non quella legata a Laura Boldrini]; Istituto Emmanuel Mounier; Udc; Etica & Democrazia; Associazione liberi e forti - Alef; Volontariato ospedaliero; Movimento popolare italiano - Parigi; Società e famiglia; Associazione Democratici cristiani; Centri studi Aldo Moro; Rinascita popolare; Nuovo Cdu; Movimento cristiano Porta Popolare; Unione cristiana; Civiltà dell'amore; Partito valore umano; Iniziativa cristiana; Recta Civitas; Unione cristiana; Csu; Centro studi Leone XIII; Circoli insieme veneti; Impresa cristiana; Scai; Alleanza per Verona; Movimento federativo femminile europeo - EuDonna), ma - si vedrà - non mancano distinguo rilevanti in area Dc. Gargani è riuscito comunque a essere ottimista, perché secondo lui in certe situazioni il Paese ha reagito (se n'è accorto presiedendo uno dei comitati del No alla riforma del 2016) e ci sono movimenti che portano istanze di libertà: "Le stesse sardine vogliono una partecipazione che ora non c'è, perché oggi c'è un monologo da parte di alcuni personaggi".
Anche coloro che provengono dalla Dc vogliono partecipare di nuovo e il proporzionale di cui si parla in queste settimane potrebbe essere un'occasione (sbarramento permettendo, viene da aggiungere); per poter "curare l'anima della politica e rivoluzionare la società con il popolarismo", però, secondo Gargani i moderati di centro devono "riscrivere e riabilitare davvero la storia dei grandi personaggi all'ombra dello scudo crociato e, con loro, tutta una storia democratica che è stata vilipesa e strumentalizzata in tutti questi anni". E, in questo senso, non è stato affatto casuale che a ritracciare e celebrare la figura di don Strurzo sia stato chiamato Calogero Mannino ("Lillo", per tutti loro) che "sulla sua carne ha sperimentato questa storia democratica vilipesa, rinnegata". Così l'ex ministro - dopo le varie assoluzioni ottenute - al microfono ha rievocato il contesto storico in cui Luigi Sturzo ha iniziato a operare e ha elaborato il suo pensiero: "una posizione diversa da quelle dei socialisti e dei liberali-borghesi. Lui volle far nascere un partito non classista, ma popolare, volto a una ricomposizione sociale e politica dell'Italia. Una soluzione al di là delle classi e dei ceti, con il contributo essenziale di cattolici, guardando alla concezione dell'uomo e della società introdotta dal cristianesimo nella storia degli uomini e dell'Europa". 
Se però il tentativo di Sturzo, pur ripagato dal suffragio maschile e dal sistema proporzionale, non riuscì per il sostegno non totale del Vaticano e la difficoltà di costruire una maggioranza in Parlamento (coi socialisti o coi liberali), per Mannino Alcide De Gasperi e la Democrazia cristiana furono in grado di dare all'Italia un assetto unitario definitivo, di nuovo democratico e libero in un contesto occidentale: un Paese vicino agli Stati Uniti ma proiettato in una logica europea, che avrebbe riavvicinato Francia e Germania (guidate da due democratici cristiani, Adenauer e Schuman). "Così - ha continuato l'ex ministro - l'Italia è diventata alla fine degli anni Sessanta una grande potenza industriale e la Dc è stata centrale almeno fino alla fine degli anni Ottanta; poi è caduto il Muro di Berlino ed è arrivato il ciclone di Tangentopoli: forse la Dc ha pagato l'essere apparsa come 'partito del compromesso', per essere scesa a patti in varie occasioni, anche per gli esiti delle elezioni. Sta di fatto che nel 1994 si è rotto l'equilibrio geo-politico, la forma-partito della Dc si è dissolta e la risposta degli italiani al Pds è stata Berlusconi, ma si è trattato del primo rifugio nel populismo personalistico: dopo il 1992 la vita politica italiana ha perso il punto di riferimento ideologico ed è iniziata la pratica massiccia del trasformismo parlamentare".
Tornando alle vicende democristiane, per Calogero Mannino la Dc si è politicamente dissolta per le vedute differenti sui comunisti e sui post-comunisti: "Soprattutto dopo le elezioni del 1983 il problema del rapporto col Pci è diventato il problema strumentale della contrapposizione al Partito socialista: lo sentivamo eguale e contrario a noi, quindi concorrente e antagonista. Non abbiamo trovato la via d'equilibrio degasperiana che avrebbe permesso di affrontare il problema nell'ottica che la caduta del Muro ha reso evidente: era più giusto che le forze nate nell'alveo del pensiero marxista si ricollegassero a una loro linea interna, quella socialdemocratica. Alcuni di noi hanno invece creduto che la funzione dei cristiani in politica fosse integrare l'esperienza del Pci che non era più tale, così è venuta meno la ragione dell'unità della Dc, come unità di progetto". Quanto ai cattolici che vorrebbero rianimare "una linea di popolarismo" nel Pd, Mannino giudica il popolarismo "incompatibile con la premessa e la storia del partito comunista, delle sue derivazioni e dei suoi ammodernamenti", perfino un sostanziale approdo al liberismo; per l'ex ministro, però, più che inquietarsi per l'impraticabilità di un progetto unitario dei cattolici, si dovrebbe "cercare di capire se c'è ancora uno spazio e una possibilità per un'iniziativa diversa e distinta" da quella di quelli che vogliono restare nel Pd come popolare, pur mantenendo il dialogo con loro. "Dobbiamo rimetterci in discussione per fare insieme un lavoro fedele alla nostra ispirazione originaria e non mancare una grande occasione: siamo stati nella Dc non per bottega o perché era il partito di maggioranza, ma per convinzioni ideali, morali e di etica pubblica, perché esserlo era la risposta giusta ai problemi della storia". 

Come fare il centro?

Dopo il saluto di Herman Teusch, rappresentante dei cristiano sociali bavaresi della Csu, è intervenuta Maria Fida Moro, figlia di Aldo, individuata da alcuni - soprattutto da Pellegrino Leo - come figura rilevante per riannodare i fili della politica democratico-cristiana. "Prima del 1992 - ha detto riferendosi a Mannino - c'è stato un 1978 in cui un certo Aldo Moro è stato ucciso non a caso, ma per il suo progetto politico dell'Europa, un progetto mazziniano, antico, fatto di contenuti e non solo di tappeti rossi e di fiori. Con la morte di Moro si fa il conto sempre, fino a quando il nostro Paese non si assume la responsabilità etica di questa morte. Lo dico perché voglio aiutare questa o altre entità che siano disponibili a fare centro: significa appartenere a un ideale di qualsiasi genere che si sceglie e fare sforzi personali per rendere questa cosa possibile, vuol dire non parlare quando parla un altro, perché ha diritto al rispetto dovuto a ogni persona". 
Per Maria Fida Moro si può partire da suo padre per "fare centro": "ha insegnato tantissimo anche sul metodo, ascoltava i ragazzi e i giovani, dava loro voce; non diceva loro cosa dovevano fare, cercava di suscitarne lo spirito critico. Possiamo ancora farlo". Non è mancata una considerazione molto dura sulla classe politica: "Ci fosse stato anche un solo moroteo, che avesse voluto davvero bene a Moro, lui sarebbe comunque morto di morte violenta perché era il suo destino, ma non sarebbe morto solo. Mentre la legge che attribuisce il reddito di cittadinanza si applica anche ai brigatisti, la legge 206 del 2004 che prevede benefici per le vittime del terrorismo è inapplicabile ad Aldo Moro: ripartite da qui e fate sì che le leggi non valgano solo per il divieto di sosta. A me è stato insegnato da un certo Aldo Moro il valore altissimo e la bellezza della politica: fate il centro, io vi voglio aiutare".
Il programma ha previsto pure l'intervento di Paola Binetti, attualmente senatrice Udc appartenente al gruppo di Forza Italia e individuata da alcuni come possibile tramite con il mondo cattolico perché il nuovo partito possa avere il sostegno della Chiesa. Dopo aver evidenziato che l'idea di mettere in pista un nuovo partito di matrice popolare "è una impresa molto difficile e tutti devono esserne consapevoli", Binetti ha rimarcato la necessità di coniugare nel nuovo soggetto politico le battaglie su temi sociali ed etici, come quelle sulla famiglia, al forte impegno sul fronte economico, intercettando "le esigenze reali di un Paese". Dovrebbe essere questa, secondo la senatrice, l'aspirazione di un nuovo partito che, pur non avendo nella propria etichetta il riferimento all'essere cristiani, si ricolleghi alle battaglie valoriali, culturali, politiche ed economiche "che di fanno hanno costruito il miracolo italiano". Proprio sul piano valoriale e culturale si è soffermato Antonino Giannone, presidente del comitato scientifico della Fondazione Democrazia cristiana: "questa si occuperà della formazione e della cultura prepolitica, lasciando al partito lo sviluppo di queste basi in terreno politico. Per ridare anima alla politica occorre costruire un pensiero forte basato su cinque pilastri: umanesimo cristiano, dottrina sociale della Chiesa, grandi protagonisti del popolarismo italiano, Costituzione e diritti umani. Lo faremo organizzando convegni e think-tank, discutendo su proposte di legge e formando il personale politico".

Il nuovo partito, la storia, il nome (e il simbolo)

Uno degli interventi più attesi era quello di Gianfranco Rotondi, nelle sue varie vesti di presidente della Fondazione Democrazia cristiana (già Fondazione Fiorentino Sullo) ed ex legale rappresentante della "sua" Democrazia cristiana (che aveva ottenuto di utilizzare la denominazione storica) e tesoriere del disciolto Cdu. Soprattutto in quest'ultimo ruolo, Rotondi ha seguito gran parte del percorso della "diaspora" diccì in questi anni e non poteva non farne cenno: "Questi ventisei anni dal 18 gennaio 1994, giorno in cui Mino Martinazzoli ci disse che non ci chiamavamo più Democrazia cristiana ma Partito popolare italiano, non sono una storia che si può mettere tra parentesi: noi democristiani in quest'arco di tempo abbiamo fatto tante scelte, ognuno ha speso i suoi talenti come ha creduto, saputo e potuto. Non siamo qui a fare processi a chi ha fatto le sue scelte, uguali o opposte alle nostre: sarebbe un errore pensare che un'intesa tra noi possa riscrivere una storia consumatasi in ventisei anni". La storia comprende pure la scelta fatta nel 1995 da Rocco Buttiglione: "Quando spaccò il Ppi non fu un segretario disattento, ma un intellettuale che scorgeva in quel momento un diverso modo di organizzare l'universo elettorale che sosteneva la Dc: irrompeva un nuovo protagonista, Silvio Berlusconi, che aveva preso il nostro elettorato e lo sforzo del Partito popolare fu di colorare quella presenza con qualcosa che avesse il carattere dei nostri valori; altri, compreso il presidente Mattarella, fecero una scelta opposta, ritenendo che i colori popolari potessero riaccendersi in un'intesa che si opponesse a una modalità politica che non condividevano", cioè quella del Ppi alleato del centrodestra, linea poi seguita dal Cdu di Buttiglione.
Rotondi, in ogni caso, ha fatto propria una massima di Clive Staples Lewis"Non puoi tornare indietro e cambiare l’inizio, ma puoi iniziare da dove ti trovi e cambiare la fine". Per cambiare quella fine, per l'attuale deputato di Forza Italia (ma pur sempre democristiano) era importante passare dall'appuntamento di sabato "per un nuovo inizio, per entrare in un'altra stagione". Una stagione certamente alternativa ai populismi: "Se fossero rimasti i sistemi elettorali 'in rima baciata latina' io non avrei proposto un'alleanza con la Lega, ma un'alleanza opposta. Viaggiamo però verso un sistema proporzionale, che non è il sogno dei vecchi democristiani, ma la scelta politica che la maggioranza del Parlamento sta per varare e proprio il proporzionale restituirà alla politica l'obbligo di coniugare la cultura con la rappresentanza politica: sono convinto che sopravviveranno solo le forze politiche che hanno una cultura. E, a ben guardare, nella seconda Repubblica si è inventato tutto tranne che nuove ideologie, mentre si sono moltiplicati e avvicendati i contenitori: in questi ventisei anni noi democristiani abbiamo cambiato i marchi, non l' ideologia o l'identità". Per il presidente della Fondazione Dc, l'unica novità di quella stagione fu Berlusconi ("All'inizio, il mio gruppo e quello di Mattarella eravamo uniti solo dall'idea che quella berlusconiana fosse una stagione provvisoria: ma quella provvisorietà è durata ventisei anni e a questo signore di 83 anni non posso che rinnovare l'ennesimo complimento per la longevità e per la passione politica"), ma dopo lo sconquasso del 1992-1994 "sono tornati via via i partiti di prima: la Lega divenuta nazionale, la destra rappresentata ora da Fratelli d'Italia, l'area ex Pds di cui hanno raccolto il testimone il Pd per la versione sociale e il MoVimento 5 Stelle per quella giustizialista. All'appello mancano solo i popolari, i democristiani".
E se il simbolo fosse questo?
Come far tornare quest'area in politica in modo rilevante? Ecco la proposta di Rotondi: "Lasciamo pure in vita le nostre trentasei sigle, del resto la Democrazia cristiana fu un partito federale di correnti: non c'è bisogno di sciogliere nulla, ma creiamo una cosa nuova e usciamo da qui annunciando che oggi nasce un partito, che sia il terzo tempo dopo la Dc e gli anni della diaspora". Creare un partito pone la questione del nome e molti avevano ventilato l'idea di riutilizzare l'etichetta della Democrazia cristiana (grazie al preuso legittimo vantato da Rotondi), eppure proprio l'ex tesoriere del Cdu ha subito precisato, come Gargani, che la denominazione sarà diversa: "Il nome della Dc vive nella cultura, replicarla sarebbe un insulto alla nostra storia". E se "i nomi nella Seconda Repubblica sono stati consumati tutti", sempre per Rotondi occorre "tornare a ciò che con falsa partenza Mino Martinazzoli non riuscì a fare: recupererei pienamente la sua proposta di modificare il nome in Partito popolare italiano". Anche quel nome, però, è stato utilizzato tra il 1994 e il 2002 e qualcuno avrebbe potuto immaginare un nuovo fronte di battaglie legali: per questo, Rotondi è stato fulmineo nell'aggiungere che "poiché abbiamo rispetto di questi ventisei anni e sappiamo che quel nome è stato storia di autorevoli amici come Pierluigi Castagnetti, Gerardo Bianco e Franco Marini, non vogliamo creare confusione. Propongo di mantenere lo scudo crociato e di chiamarci come il Partito popolare europeo: dobbiamo fondare il Partito del popolo italiano, dobbiamo essere i popolari del 2020". Chi ha buona memoria, peraltro, ricorda che nel 2014 Pierluigi Castagnetti fece depositare al Viminale l'ultimo simbolo del Ppi per tutelarsi contro i Popolari per l'Italia di Mario Mauro, e diffidò lo stesso Mauro affinché cambiasse nome proprio perché l'acronimo era Ppi.
Sempre Gianfranco Rotondi, nel suo intervento - il più ricco di particolari concreti e strutturali di tutto l'incontro - ha delineato i caratteri fondamentali del nuovo soggetto politico da costruire, che vivrà accanto alle associazioni e ai soggetti che convergono per fondarlo, "ma con le regole di un partito, per cui se le leggi elettorali in qualunque luogo ci imporranno alleanze, democraticamente i soci decideranno a maggioranza se non all'unanimità quale sarà l'alleanza giusta; se i soci della minoranza non condivideranno quella scelta, non usciranno per formare un nuovo partito ma resteranno e quelli della maggioranza dovranno scegliere i candidati facendosi carico innanzitutto di quelli che la pensano in maniera opposta rispetto alla loro". Già fare questo sarebbe "una rivoluzione che ribalta la storia della Seconda Repubblica, fondata sull'abilità di creare partiti personali da cui si caccia regolarmente chi la pensa in maniera diversa". E visto che è difficile costruire qualcosa di nuovo partendo da zero, per il presidente della Fondazione Dc occorre partire dal contenitore già in campo: "Visto che lo scudo crociato è utilizzato dall'Udc, partiamo da lì e consentiamo a Lorenzo Cesa di individuare le soluzioni giuridiche politiche che ci permettano nel più breve tempo possibile di partire tutti con all'occhiello la sigla del nuovo partito unitario dei cattolici italiani". E sul bisogno di rinnovamento della classe politica e della guida del progetto, invocato da più parti, Rotondi ha risolto con una battuta: "Questo bisogno c'è, ma la leadershìp è come la ragazza più bella del liceo: quando lei entra alla festa si fa silenzio e quando lei si siede si siedono tutti accanto a lei. Ma se noi aspettiamo che si manifesti la ragazza più bella del liceo, questo partito non lo faremo mai, quindi con umiltà e affettuosa stima chiedo a Lorenzo Cesa di guidare questo processo".

Quali ambizioni?

Un processo, questo, che si pone ambizioni elevate, anche se a qualcuno potrà sembrare mosso da interessi più concreti ("Lasciate pure che gli altri credano che stiamo preparando una nicchia per salvarci la pelle e ottenere qualche poltrona - ha detto in chiusura Rotondi -. Se la pensano così non ci spareranno addosso, ma noi vogliamo arrivare al 10% e da lì puntare al governo del Paese"); nel frattempo, per Mario Tassone (Nuovo Cdu) è fondamentale capire "se abbiamo la forza, la volontà di recuperare la nostra dignità per un impegno politico rispetto ai grandi valori cui noi ci richiamiamo. La situazione dell'Italia è tormentata e grave perché c'è una pochezza incredibile, occorre una rifondazione sul piano culturale e io ritengo che possiamo farla soltanto noi. Abbiamo fatto uno sforzo in questo periodo per andare avanti, ci siamo ritrovati tra vecchi democratici cristiani che hanno fatto scelte diverse, più o meno coerenti, ma senza rivendicare primogeniture abbiamo voluto ritrovare la passione, l'entusiasmo, l'antica fede in un Paese in cui ormai non c'è più fede". Il percorso che ha in mente Tassone non guarda al centrodestra ("ormai è diventato destradestra") ma nemmeno dall'altra parte: "Nel 1995 ero capo della segreteria politica del Ppi e con Buttiglione facemmo una scissione, con luci e ombre, ma volevamo mandare un messaggio forte: per noi la storia dello scudo crociato e del popolarismo cristiano doveva continuare rispetto alla svendita a sinistra di alcuni esponenti, un percorso da cui poi alla lunga sarebbe nato il Pd". Al centro, insomma, non ci sarebbe alternativa. 
Anche per il segretario dell'Udc Lorenzo Cesa (che ha ringraziato "questo sant'uomo" di Giuseppe Gargani che "si è messo a parlare con la gente e con ago e filo ha ricucito tutti noi per farci trovare insieme oggi") l'incontro di sabato ha rappresentato "l'inizio di un'avventura comune", all'insegna della "moderazione e solidarietà come metodo e stile di vita, anche nella vita quotidiana", seguendo la lezione di Sturzo. Se, nel declino del paese, "c'è bisogno come il pane di un partito di centro, moderato", per Cesa si può ripartire dallo scudo crociato "che per noi significa tanto: rimanda alla difesa dei valori e dell'identità cristiana del paese, significa al rimettere al centro della politica la persona e la famiglia, con politiche di sostegno. L'Udc è presente, dobbiamo metterci tutti insieme senza primogeniture, rimettere al centro il servizio del Paese e impegnarci a replicare in ogni regione d'Italia gli sforzi fatti sin qui, con il contributo di tutti i gruppi coinvolti, arrivando magari ad aprile o a maggio a un congresso aperto democratico che dia vita a un partito popolare, ancorato al Partito popolare europeo".
Non è mancato sabato un breve intervento di Renato Grassieletto nel 2018 segretario della Democrazia cristiana che nel 2016 ritiene di avere ripreso il proprio cammino (pur se contestato da chi ritiene la sua elezione illegittima): in realtà, nei pochi minuti a sua disposizione, si è limitato a ricordare che l'idea di mettere in piedi un impegno partitico comune era già stata ventilata prima delle elezioni europee del 2019, "ma non ci sono state né le condizioni e forse neanche in quel momento le disponibilità dei possibili contraenti di questo patto federativo che noi proponevamo, mentre oggi probabilmente lo scenario politico è cambiato e si può pensare di riprendere il cammino", partendo dai contenuti e dai territori. Si tratta di amalgamare "storie, identità e presenze territoriali diverse, grazie al collante della nostra comune provenienza da una cultura popolare, sturziana e degasperiana e dal riferimento valoriale alla dottrina sociale cattolica. Il tutto per mettere in piedi un progetto politico che consenta ai cattolici democratici di non essere marginali o irrilevanti nella vita politica italiana". Un progetto che non dovrà essere "un'operazione d'assemblaggio", ma dovrà costruire programmi, contenuti e una classe dirigente, avendo come orizzonte e riferimento politico l'Europa e, di nuovo, "senza rivendicare primogeniture, senza proporre patti leonini, nella convinzione che ognuno dà il suo apporto di idee, personale e consensi". E, secondo Grassi, non ci si può nemmeno rinchiudere nel recinto dei partiti e dei movimenti della diaspora democristiana: "dobbiamo guardare oltre, soprattutto ai grandi spazi che oggi una nuova sensibilità che emerge dal mondo cattolico offre, nell'associazionismo, nell'imprenditoria, nel sociale e nella cultura. Tutti mondi che oggi sono sensibili all'impegno politico e cercano un'interlocuzione in un campo democratico alternativo a destra e a sinistra".

Problemi irrisolti

Alla fine il "ricucitore" Gargani si è detto soddisfatto: "Dal 1994 sognavo un'assemblea come questa, credo che sia il simbolo della volontà di aggregarci e di superare la diaspora. In periferia dovete dire che la diaspora che ci ha allontanato e ci ha fatto sparpagliare in questi anni è finita. Questo compito di coordinatore continuerò a farlo, con l'entusiasmo che mi caratterizza, per quelli che sono più giovani". Nelle prossime settimane, dunque, probabilmente si conosceranno gli sviluppi di questo progetto di nuovo partito che - non lo si dice, ma è verosimile - vuole avere il tempo di formarsi e consolidarsi per arrivare pronto al nuovo appuntamento elettorale politico, in qualunque momento questo arrivi.
Tutto bene dunque? Più o meno. Giusto oggi, per dire, è stato emesso un comunicato dalla Democrazia cristiana, anzi, dal "Partito storico Democrazia cristiana", firmato dal segretario politico Franco De Simoni, da quello amministrativo Raffaele Cerenza e dal coordinatore nazionale Antonio Ciccarelli, a contestare tutti i vari tentativi diversi dal loro di riattivare e rappresentare la Dc o di utilizzarne i segni di identificazione. "Il 12 ottobre 2019 - si legge - si è riunita in Roma, in Via Quattro Cantoni n 53, a seguito di autoconvocazione, l’Assemblea costituente degli iscritti del 1993 alla Democrazia cristiana. L’Assemblea di tutti gli iscritti 1993 [...] ha avuto in sintesi per oggetto la ristrutturazione a tutti i livelli del partito. La riattivazione della Democrazia Cristiana ad opera degli iscritti del 1993 è fondata sul giudicato costituito dalla sentenze della Corte di Appello di Roma n. 1305 del 2009, resa definitiva dalla Corte di Cassazione a sezione riunite-civile n. 25999 del 2010. Detta sentenza della Corte di Appello ha definitivamente stabilito che la Democrazia cristiana non si è mai estinta; che è sopravvissuta negli iscritti e con gli iscritti del 1993 (ultimo tesseramento valido), dal che deriva che soltanto questi sono i soli aventi diritto a riattivare la Dc; che nessuna delle attuali Associazioni politiche che affermano di essere la Dc può ritenersi tale". La diffida è rivolta alla Dc guidata da Angelo Sandri, all'Udc, a partiti ormai estinti (Ccd e Cdu), al Ppi, al Nuovo Cdu, alla Dca di Rotondi, come pure alla Dc prima guidata da Gianni Fontana e ora da Renato Grassi. "Il Partito del Popolo Italiano che si dice nato sabato 18 gennaio 2020 è la solita fuffa messa in piedi dai 'soliti' che si inventano continuamente sigle e 'alleanze' in previsione delle diverse elezioni. Vi hanno aderito i soliti 'generali' senza esercito e senza programma tenuti insieme solo dal desiderio di essere eletti. Nulla hanno a che fare con la Democrazia Cristiana storica o con il Partito popolare italiano storico. I veri democristiani non si fanno ingannare". Il comunicato termina con la diffida a tutti i soggetti politici indicati perché non usino nome e simbolo della Dc, chiedendo che lo stesso uso sia inibito nelle varie sedi dalle prefetture e dalle questure.
Qui ovviamente il problema non sarebbe tanto sul nome (sempre che il Ppi non si opponga  - e potrebbe farlo, con qualche possibilità di successo - a un nome diverso, ma oggettivamente molto simile), ma sullo scudo crociato, ancora una volta. L'uso consolidato del fregio nelle aule parlamentari fatto dall'Udc potrebbe facilitarne l'impiego per il nuovo soggetto politico; questo naturalmente non eviterà nuove contestazioni, ma renderà più agevole immaginarne l'esito. Altro, ovviamente, è il discorso sul destino politico del progetto; qui però i simboli c'entrano poco.

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