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Ci metti la firma? Idee e proposte per un accesso più equo alle elezioni

lunedì 15 maggio 2017

Meno firme, più digitali: una proposta per tutelare la democrazia (e i simboli)

La proposta di testo base per le modifiche alla legge elettorale, curata dal presidente della I commissione di Montecitorio Andrea Mazziotti, non ha mancato di suscitare un certo dibattito in questi giorni. Lo ha fatto essenzialmente per quanto prevede a proposito della formula elettorale (con l'estensione al Senato di ciò che resta dell'Italicum, introducendo in entrambe le Camere l'elezione nel collegio con la minor cifra elettorale di lista in caso di capilista multieletti), ma si sarebbe dovuto parlare a fondo anche di un'altra importante innovazione, circa la raccolta delle sottoscrizioni a sostegno delle candidature: da una parte il testo propone di ridurre decisamente il numero di firme di elettori necessarie, dall'altra consentirebbe la raccolta digitale delle stesse, senza bisogno che le sottoscrizioni così ottenute siano autenticate.  
In questo sito mi è capitato spesso di parlare di striscio, come argomento connesso a quello dei simboli, di questioni legate alla raccolta delle sottoscrizioni per le candidature. Il tema, però, non è affatto secondario, per chi si occupa delle elezioni e di chi vi partecipa. Capire la ragione è facile: più è severa la selezione all'ingresso (più sono gravosi, dunque, i requisiti in tema di firme), più il numero dei contrassegni potenzialmente presenti sulla scheda elettorale si riduce.

Mortalità simbolica: esistere e non poter essere votati

Si pensi alle elezioni politiche (e, in misura minore, a quelle europee), che prevedono prima la presentazione dei contrassegni e due settimane dopo il deposito delle candidature, coi relativi documenti: nelle bacheche del Ministero dell'Interno finiscono molti emblemi, ma solo una parte riesce ad arrivare alla valutazione degli elettori. Per rappresentare il fenomeno, quattro anni fa avevo elaborato un parametro ad hoc (utilizzato in un contributo pubblicato dalla rivista Nomos del prof. Fulco Lanchester e in un intervento al seminario 2013 della Società italiana di studi elettorali): con "indice di mortalità simbolica" mi riferii alla percentuale dei simboli depositati, ma non utilizzati per contrassegnare candidature. Il destino accomuna i pochi emblemi depositati per precauzione (senza la volontà di utilizzarli, ma per evitare che altri se ne approprino) ai molti che, invece, si vorrebbero sottoporre agli elettori, ma non godono del numero di sottoscrittori richiesto per legge: si può dire, con un po' di approssimazione, che più la percentuale è alta, più nella società esistono istanze e proposte su cui gli elettori non possono esprimersi, perché non sono sottoposte loro.
Qualche numero illustra le dimensioni del fenomeno: nel 2013 il 57,1% dei contrassegni ammessi non è finito sulle schede: quasi 3 su 5. Non è stato il dato peggiore, ma neanche il più confortante: nel 1987 e nel 1992, ultimi anni di vigenza del sistema proporzionale, il tasso di mortalità simbolica toccò il 38% e (all'apice della crisi del sistema) il 57%; nel 1994, con l'introduzione del Mattarellum, l'indice scese al 48,7%, nei due appuntamenti successivi (2001 e 1996) risalì al 68,9%; l'adozione del Porcellum nel 2006 fece calare la mortalità al 56,9%, ma nel 2008 si toccò l'apice, a oggi imbattuto, del 73,4%. Leggendo questi dati (raramente inferiori al 50%), emerge come l'istituto della raccolta delle firme abbia effettivamente reso ardua la partecipazione alle elezioni alle forze politiche minori, specie a quelle di nuova costituzione. 

Semplificare il quadro o creare figli e figliastri? 

E' vero che le sottoscrizioni (all'inizio unico sistema previsto per identificare chi era legittimato a presentare candidature) dopo la diffusione dei partiti sono servite a dimostrare che la singola forza politica aveva un seguito minimo in un certo territorio, per cui i suoi candidati avevano un certo grado di serietà; è altrettanto vero, però, che negli anni la raccolta firme ha subito una mutazione genetica, da strumento di semplificazione ragionevole a mezzo di esclusione irragionevole.
Se, infatti, già negli anni '60 importanti studiosi come Giuseppe Ferrari facevano notare che il numero di sottoscrizioni richiesto per le elezioni politiche sembrava troppo basso per poter garantire davvero la serietà di tutti i concorrenti, a partire dalla metà degli anni '70 i partiti presenti in Parlamento hanno fatto proprio l'opposto. Considerando quelle operazioni elettorali preparatorie come una fatica da evitare, hanno introdotto le prime ipotesi di esenzione dalla raccolta firme, essenzialmente per agevolare il ritorno alle Camere dei gruppi maggiori rispetto alle formazioni minori o nate da poco; quando poi, specie a partire dalla fine degli anni '90, i partiti hanno preso atto della loro sempre minore presenza ed organizzazione territoriale, hanno previsto sconti generalizzati sul numero di sottoscrizioni, allargando però di molto (in certi periodi) il numero dei soggetti esentati, includendovi anche partiti di dubbia consistenza. Le percentuali di mortalità simbolica (e di non rappresentanza delle istanze) viste prima, in altre parole, avrebbero potuto essere ancora più alte se partiti e partitini non si fossero in parte semplificati la vita.

Miracolati e disgraziati di oggi

La disciplina attualmente in vigore per la Camera dei deputati prevede che in ciascun collegio per presentare una lista si debbano raccogliere tra le 1500 e le 2000 firme di cittadini iscritti alle liste elettorali di quello stesso territorio (il numero si dimezzerebbe se le Camere venissero sciolte con oltre 120 giorni di anticipo rispetto la scadenza naturale); sono sollevati dall'onere della raccolta delle sottoscrizioni, tuttavia, i partiti costituiti in gruppo parlamentare in entrambe le Camere all'inizio della legislatura e quelli che rappresentino minoranze linguistiche che alle ultime elezioni abbiano avuto almeno un seggio, nonché - solo per le prime elezioni dopo l'entrata in vigore dell'Italicum - i partiti costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 1° gennaio 2014. 
Al momento, dunque, l'esenzione riguarderebbe certamente il Pd, il MoVimento 5 Stelle, la Lega Nord, i partiti delle minoranze linguistiche Svp, Union valdotaine, Patt e Stella alpina, nonché soggetti politicamente non più esistenti come Scelta civica (l'esenzione potrebbe trasmettersi a Cittadini per l'Italia o è stato fondato come nuovo partito?) e il Popolo della libertà; a questi partiti vanno aggiunti, solo per questa legislatura, anche Forza Italia, Sel (che però è soggetto diverso da Sinistra Italiana), Nuovo centrodestra (esenzione probabilmente girabile ad Alternativa popolare, ove si sia trattato di semplice cambio di nome) e Fratelli d'Italia. Vista la storia recente del Parlamento e le precedenti interpretazioni di norme simili, tuttavia, è possibile che cerchino di ottenere la deroga anche il Psi (essendo parte del nome di un gruppo più ampio al Senato, per il quale altri componenti non avrebbero interesse ad avere la deroga) e Democrazia Solidale (come sostanziale continuatore del gruppo Per l'Italia, alla fine del 2013 presente in entrambe le Camere), mentre sarebbe pressoché impossibile rivendicare un'esenzione attraverso il gruppo Gal del Senato. 
Basta questo, a ben guardare, per capire che l'istituto della raccolta firme, così come nel tempo si è evoluto (o, meglio, involuto), non appare più equo. Perché i fondatori di Articolo 1 - Mdp, partito appena costituito e presente come gruppo in entrambi i rami del Parlamento, dovrebbero dannarsi a raccogliere 1500 firme in ogni collegio alla Camera, quando invece qualcuno potrebbe presentarsi alle elezioni senza firme spolverando i vecchi emblemi di Scelta civica o del Pdl (al limite presentandoli come miniature nei loro contrassegni, visto che lo stratagemma della "pulce" era stato creato da Roberto Gremmo quando ancora non erano state dettate norme sui "contrassegni compositi")? Anche Possibile, Civici e innovatori, Ala e i Centristi per l'Europa potrebbero sentirsi non a torto sfavoriti (per ragioni diverse) rispetto ad altri soggetti, perché loro dovrebbero raccogliere le firme.

Una proposta di buon senso, anche se non basta

Stando così le cose, sarebbe da salutare con favore la proposta fatta da Mazziotti attraverso il testo base e maturata anche grazie ai suoi colloqui con Riccardo Magi (Radicali Italiani). Rendere più accessibile la candidatura a un numero maggiore di soggetti permetterebbe a un sistema di base proporzionale di fotografare in modo più fedele il quadro delle istanze diffuse tra il popolo, senza privilegiare coloro che sono entrati in Parlamento nel 2013 o senza penalizzare coloro che hanno esercitato il loro legittimo diritto di recedere dal partito con cui sono stati eletti. Allo stesso tempo, consentire la sottoscrizione in forma digitale permetterebbe di eliminare una buona parte dei problemi legati alle firme false (contro cui, per dire, i radicali si sono sempre battuti) e ci costringerebbe a colmare il ritardo disastroso con cui l'Italia da spazio a tecnologie altrove acquisite da tempo.
Certo - come ho sottolineato a Magi ancora prima che parlasse con Mazziotti - queste proposte sarebbero soltanto una prima parte dei passi da compiere per rendere la fase delle candidature realmente equa. Per prima cosa sarebbe necessario superare definitivamente il sistema delle deroghe: tutti i partiti - a prescindere dalla loro presenza in Parlamento - dovrebbero raccogliere (anche digitalmente, ovvio) un numero contenuto di firme, purché siano tutte regolari e si perseguano con durezza i falsi; questo dovrebbe accompagnarsi, però, a un maggior controllo sulle autenticazioni, evitando che a queste possano provvedere ancora i semplici consiglieri comunali (vera fonte, negli anni, di un numero imprecisato di episodi tra l'illecito, l'oscuro e l'imbarazzante).
Vero è che queste innovazioni (quelle proposte da Mazziotti e quelle suggerite da me) potrebbero non piacere ai partiti maggiori di oggi, non proprio entusiasti all'idea di allargare troppo la competizione ad altri concorrenti potenzialmente in grado di arrivare al 3% o, comunque, di sottrarre voti. Personalmente, però, resto convinto che la strada suggerita da Mazziotti e da Radicali italiani sia quella giusta: perché la democrazia sia genuina, occorre aprire le porte, non socchiuderle. Del resto, finire sulla scheda elettorale non è un lasciapassare per i seggi di Montecitorio o Palazzo Madama: i partiti e i cartelli elettorali rimasti fuori dalle Camere nel 2008 e nel 2013 hanno imparato a loro spese che gli elettori, all'occorrenza, sanno chi buttare fuori dal gioco. Ma se qualcuno non lo si fa nemmeno partecipare, come si fa a decidere di non votarlo? 

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