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venerdì 12 maggio 2017

Tutti gli scudi di Darida, democristiano mai pentito

La scomparsa, giusto ieri, di Clelio Darida ha profondamente addolorato buona parte di coloro che per tanti anni hanno militato nella Democrazia cristiana - soprattutto a Roma - e hanno avuto a che fare con lui nei vari ruoli da questi ricoperti (sindaco della Capitale, parlamentare, ministro); c'è chi ne sta ricordando l'ingiusta detenzione subita al tempo dell'inchiesta "Mani Pulite", risarcita decisamente in ritardo. In pochi, tuttavia, hanno pensato di fare un bilancio dell'attività di Darida seguita alla sua riabilitazione: lui, che era sempre stato democristiano (e al massimo aveva cambiato corrente), dopo la diaspora politica del suo partito ha avuto un ruolo in vari tentativi di ridare vita alla Dc o, per lo meno, a qualcosa che le somigliava.
Ragionando quasi certamente per difetto - nel senso che, nel ginepraio fitto della politica italiana post 1992, potrebbe facilmente essere sfuggito qualcosa - la prima volta in cui si ritrova il nome di Clelio Darida nella storia di chi ha fatto di tutto per restare democristiano è datata 16 marzo 2002. In quel giorno, all'Ergife di Roma, si ritrovarono - così qualcuno raccontava - circa 800 persone (diccì più, diccì meno), riunite come assemblea dei soci Dc convenuti per riprendere l'attività politica del partito: a dicembre del 2001, infatti, Alessandro Duce, anche su istanza di un gruppo di iscritti che si erano rivolti al tribunale di Roma, si era convinto di essere rimasto fino a quel momento il segretario amministrativo del partito (e, come tale, l'unico suo legale rappresentante) e aveva chiesto al giudice di poter procedere alla ricognizione dei soci della Dc e alla loro riconvocazione. A presidere quella riunione, all'unanimità dei presenti, fu chiamato proprio Darida, già allora visto - dati i suoi quasi 75 anni - come padre nobile (e riabilitato) della Democrazia cristiana, mai compromesso con coloro che avevano posto fine alla storia del partito.
Quel tentativo iniziato nel 2002 si incagliò presto nelle aule di tribunale e, tra l'altro, fu il presupposto di vari altri tentativi di risveglio del partito, legati a questo o a quel personaggio. Qualcuno, nel frattempo, si accontentava di mettere in piedi qualcosa che ricordasse la Dc, senza pretendere di esserlo per davvero: quando alla fine del 2004 Anna Nenna D'Antonio volle risvegliare il Partito democratico cristiano che Flaminio Piccoli aveva creato nel 2000 (dopo che il tentativo di rifare la Dc gli aveva procurato solo grane), e che Alfredo Vito aveva traghettato in Forza Italia, alla presidenza chiamò di nuovo lui, Darida. Pochi mesi dopo alla segreteria sarebbe arrivato l'ex ministro Gianni Prandini e il partito avrebbe resistito ancora a lungo all'interno della sede storica di Piazza del Gesù - Palazzo Cenci-Bolognetti - anche dopo che gli altri gruppi che si contendevano il titolo di Dc risvegliata avevano dovuto lasciarla o ne erano stati sfrattati.
Nel frattempo, tuttavia, Darida era diventato presidente del consiglio nazionale di Rifondazione democristiana, partito nato il 1° ottobre 2006 soprattutto per iniziativa di Publio Fiori, un altro che fin dall'inizio aveva espresso molti dubbi (e avrebbe continuato a esprimerli anche dopo il 2010) sulla correttezza formale del modo in cui la Dc era stata archiviata. Se il rinnovato Pdc aveva tenuto solo un piccolo scudo tricolore (più calcistico-militare che politico), il partito di Darida e Fiori aveva sullo sfondo un vero e proprio scudo crociato, anche se tutti i colori erano stemperati nell'azzurro che di solito tingeva tutto meno che lo scudo. Il gruppo si sarebbe poi chiamato - a ottobre del 2011 - Rinascita popolare, ma nel frattempo un'altra grande sfida stava impegnando Darida.
Alla fine del 2010, infatti, la Corte di cassazione aveva messo la parola fine a una vicenda processuale complessa, nella quale si era accertato - con effetti giuridici non pacifici - che nel 1994 il passaggio dalla Dc al Ppi non era stato regolare: non si era tenuto un congresso dunque non si sarebbe potuto né sciogliere la Dc (cosa che nessuno voleva fare), né cambiarne il nome. Qualcuno, tra i vecchi iscritti, pensò che fosse venuto il tempo di rianimare quella Dc mai sciolta, ma solo addormentata: una cinquantina dei vecchi consiglieri nazionali chiese a Rosa Jervolino Russo di convocare il consiglio nazionale del partito (di cui era stata l'ultima presidente), visto che era stato quell'organo l'ultimo a decidere il cambio di nome. Primo firmatario della richiesta, convinto da Silvio Legaera stato di nuovo Clelio Darida, in qualità "consigliere anziano" (o, come si definiva lui citando papa Paolo VI, "ingravescente"). Jervolino non rispose, quindi Darida procedette all'autoconvocazione: il 30 marzo 2012 la riunione si tenne a Roma all'istituto Villa Maria, Darida aprì i lavori davanti alle bandiere con lo scudo crociato - che, inspiegabilmente, aveva la foggia di quello usato negli ultimi anni da Giuseppe Pizza - e divenne presidente onorario, mentre i presenti elessero segretario Gianni Fontana. Questi fu riconfermato da un congresso qualche mese dopo, ma tra il 2013 e il 2015 il tribunale di Roma dichiarò nulla quella riunione del 2012 e il successivo congresso, quindi tutto si risolse in un nulla di fatto.
Tempo dopo, a dicembre del 2013, Darida sarebbe riapparso di nuovo come presidente onorario, ma questa volta del XXII congresso della Dc che si riconosceva e si riconosce nella segreteria politica di Angelo Sandri, ritenendosi comunque legittimata in base alla sentenza della Casazione del 2010 senza condividere i percorsi seguiti da altri soggetti. Non si è visto invece l'ex ministro il 26 febbraio di quest'anno, sempre all'Ergife, quando si è tentato di nuovo di rianimare la Democrazia cristiana dopo un nuovo percorso giudiziario: sarebbe stata l'occasione, per Darida, di ritornare là dove quell'avventura per lui era iniziata, ma probabilmente non gli è stato possibile. La sua assenza in quel giorno, in ogni caso, non gli toglie di certo la patente di democristiano mai pentito e, al pari di altri, desideroso di vedere di nuovo vivo e vegeto l'unico partito della sua carriera politica.

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