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giovedì 23 agosto 2018

Se il Pd pensa di cambiare nome (e simbolo)

"Come si cambia per non morire": viene quasi spontaneo citare uno dei successi più noti di Fiorella Mannoia, nel tentativo di tirare le fila su una delle ultime dispute politiche dell'estate (ma dura ormai da alcune settimane), prima della riapertura delle aule parlamentari: la possibilità che il Partito democratico cambi il proprio nome, per non affondare del tutto. Tra sguardi attenti, analisi spietate, critiche feroci e ironie più o meno pesanti (come quella di Andrea Scanzi che sul Fatto Quotidiano ha proposto come nuovo acronimo Frip, nel senso di "Facciamo ridere i polli"), la questione rischia di non spegnersi nel giro di pochi giorni, ma di tenere banco ancora a lungo.
Tutto sarebbe iniziato da una domanda semplice e diretta posta l'11 luglio sui suoi canali social dalla deputata dem Alessia Morani: "Cosa ne pensate di un 'Movimento democratico europeo'?" Da lì il dibattito, mai sopito del tutto in passato, si è fatto via via più fitto, attorno al nome evocato dalla parlamentare come pure su altre possibili etichette per un nuovo partito, ma soprattutto sull'opportunità di un cambiamento vero del Pd, che non si riduca a una mera operazione di rebranding, cioè il tentativo di proporre lo stesso pacchetto di idee, atteggiamenti, programmi e persone semplicemente con un marchio diverso o con cambiamenti interni marginali. Un camuffamento, insomma, per cercare di non farsi riconoscere dagli elettori (fosse facile...) ed evitare i loro attacchi. Un passaggio che, se fosse gestito così, sarebbe punito dagli stessi elettori, al punto che Gianni Cuperlo al Fatto Quotidiano ha detto con chiarezza, pochi giorni dopo l'uscita di Morani, che il Pd deve soprattutto "cambiare impianto, classe dirigente e concezione del potere", mentre per lui "non dobbiamo chiamarci in un altro modo, abbiamo passato 20 anni a sciogliere e rifondare partiti". Per qualcun altro, invece, anche il nome è da buttare assieme alle rovine: "La casa brucia - dichiarava una anonimo dirigente alla Stampa, in un articolo di Carlo Bertini di cinque giorni fa - bisogna accelerare sul congresso e magari pensare a un cambio di nome" o, possibilmente, a una casa tutta nuova, visto che quella in fiamme rischia di essere definitivamente inagibile.
Tra coloro che invece invocano un cambio nella denominazione (e non solo), una delle voci più autorevoli, per la posizione riconosciuta nel mondo della ricerca e per l'incarico politico oggi rivestito, è quella di Elisabetta Gualmini, vicepresidente della Regione Emilia Romagna, ma prima di tutto politologa legata al Mulino di Bologna. Intervistata, anzi incalzata da Luca Telese il 13 agosto per La Verità ("Come fa a sapere che ho detto che il Pd deve cambiare nome? Ne ho parlato solo in Svizzera..."), ammette di essere convinta che "il Pd debba cambiare pelle e volto al più presto, fin dalle prossime elezioni regionali. Oppure rassegnarsi al rischio di scomparire" e questo per il misto di "rabbia, incomprensione, delusione e scontento" che si sono accumulati nella base nel corso degli anni. Una situazione dalla quale non ci si può salvare con "un semplice lifting": in un contesto generale di crisi delle socialdemocrazie e con i benefici di riforme e ripresa economica che tardano a farsi apprezzare, quasi qualunque dirigente dem (e non solo Renzi, che pure Gualmini aveva sostenuto a lungo) avrebbe operato e comunicato in modo non produttivo, ma il Pd avrebbe scelto - dopo la sconfitta del 4 marzo - la strada peggiore, cioè ritirarsi su un nuovo Aventino "perché nessuno dei dirigenti della prima linea si facesse male", quando invece "non bisognava attendere un solo minuto". 
La fretta di cambiamento di Gualmini riguarda certamente l'atteggiamento, le idee, i riferimenti e le persone (forse la parte più difficile, in un partito che è apparato oltre che base), ma riguarda anche il nome perché "bisogna dare l'immagine di un cambiamento forte, e radicale", passando attraverso "una nuova Bolognina": se il Pd "non viene percepito come un grande partito riformista che sta dalla parte dei più deboli", occorre piuttosto "tornare ad ancorare questa nuova identità a sinistra", magari inserendo nel nome "un moderno riferimento all'idea del socialismo" (ma senza fornire idee più puntuali per nome e simbolo perché "dev'essere un percorso condiviso. E fin lì non sono ancora arrivata").
Ancora prima, già a fine giugno Elisa Calessi per Libero aveva dato conto di varie tentazioni di "restyling del marchio" all'interno del gruppo tuttora vicino a Matteo Renzi: sul quotidiano si evocava il precedente del New Labour ("brand inventato da Peter Mandelson, consigliere numero uno di Tony Blair", con cui i laburisti si lasciarono alle spalle un lungo periodo di sconfitte e tornarono al governo). Un restyling che dovrebbe riguardare non solo l'emblema, ma anche "modello organizzativo, struttura, idee", visto che, secondo Giovanni Diamanti di Quorum-Youtrend, "il Pd è un brand pressoché morto, che non funziona più", per cui può essere utile un cambio del marchio, anche solo parziale, purché si accompagni a "un cambio di idee, di leadership, di classe dirigente".

Quando il due mangia il tre

Ora, posto che trapiantare la "soluzione Blair" in Italia non avrebbe senso e comunque non funzionerebbe (chi voterebbe, seriamente, per un "Nuovo Pd"?), è inevitabile che la scelta di un eventuale nuovo nome avrebbe conseguenze anche sul simbolo del partito, dovendosi dunque confrontare con regole grafiche e non solo. Da questo punto di vista, per esempio, l'ipotesi Movimento democratico europeo apparirebbe già anomala e in svantaggio, per varie ragioni. Innanzitutto, vorrebbe sfuggire alla regola del due che mangia il tre, che domina ormai da anni, ma merita di essere spiegata. 
Per decenni la maggior parte dei nomi dei partiti più grandi si è fondata su tre parole, ma l'ultima era spesso "italiano", per cui questa tendeva a sparire nella comunicazione orale: si parlava dunque di "Partito comunista", "Partito socialista", "Partito liberale", "Movimento sociale", affiancandosi dunque a quei soggetti che di parole ne avevano sempre avute due, come la Democrazia cristiana e il Partito radicale, o chi ne aveva scelte solo due, come la Lega lombarda, la Liga Veneta e la Lega Nord (intanto i Verdi si erano ridotti ancora di più, anche se le tre parole del "sole che ride" compensavano quell'unica parola "Verdi"). Negli ultimi anni della Prima repubblica iniziarono a farsi strada i nomi ternari, a partire dal Partito democratico della sinistra (sì, le parole erano quattro, ma "della" non contava), poi in seguito sarebbero fioccati altri esempi, come il Ccd, il Cdu, lo Sdi, l'Idv, l'Udc, il Pdl, Mpa, Sel, Fli (per non parlare di chi esagerava, come l'Udeur); non mancarono però le eccezioni binarie, da Forza Italia ad Alleanza nazionale, dal Patto Segni a Rinnovamento italiano, fino all'Ulivo, ai Democratici e all'Unione, arrivando - appunto - al Partito democratico. 
Negli ultimi anni, si sembra tornati di nuovo a una fase binaria, in cui la scena appare dominata da partiti a due parole, con il Pd, il ritorno di Fi e la forza rinnovata della Lega Nord, nonché nuovi tentativi come Centro democratico, +Europa; la regola del due si è via via imposta, con Scelta civica (che dimenticava di chiamarsi anche Per l'Italia), il tentativo di far evolvere Sel in Sinistra italiana, il Nuovo centro destra in Area/Alternativa popolare (ma sarebbe comunque durata poco), Mdp in Articolo 1 (anche per evitare grane legali), per non parlare di chi di parole ne ha scelta una sola (come Possibile o come la stessa Lega che ha lasciato il Nord). Le eccezioni resistono, ma sono sui generis: Fratelli d'Italia ha tre parole ma la preposizione apostrofata quasi non si fa sentire; il MoVimento 5 Stelle in realtà sul simbolo ha una parola sola e si identifica - a torto o a ragione - soprattutto con quella; altri partiti e gruppi formati da tre parole hanno almeno una sigla pronunciabile e facile da ricordare (Leu, prima ancora Ala, la cui sigla era davvero improponibile).
Movimento democratico europeo non solo sarebbe formato da tre parole, per giunta non brevi, ma non avrebbe nemmeno una sigla facile da pronunciare (Mde? Anche Med non è il massimo, rimanda al Mediterraneo o alla medicina), nemmeno in forma allargata: Mode è rischioso (le mode passano...), Modeu è improbabile, senza contare che parlare in modo palese di Europa in questa fase è tanto coraggioso quanto rischioso sul piano dei risultati. Insomma, il nuovo possibile nome non parte proprio benissimo: a qualcuno potrebbe anche venire il sospetto che chi in queste settimane sta spingendo per quell'etichetta voglia in realtà "bruciarla", come chi fa una proposta, per poi dire di fronte al disgusto generale "vero che fa schifo?". Andrà a finire così?

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