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mercoledì 21 settembre 2016

Se l'archivio segreto Dc vale meno di uno scudo (crociato)

Il colpaccio "simbolico", anche questa volta, l'ha fatto Il Tempo. Il quotidiano romano, da sempre attentissimo alle vicende interne alla destra (e soprattutto a Fratelli d'Italia), aveva già in passato fatto alcuni scoop importanti legati alla storia della Prima Repubblica, specie quando questa aveva strascichi - anche giudiziari - nella politica attuale. In questo, non poteva non rientrare anche la vicenda della Democrazia cristiana. 
Del partito che fu di De Gasperi il giornale si era già occupato a metà febbraio, dando per primo la notizia dell'esposto giudiziario presentato da un gruppo di persone per tentare di "restituire" alla Dc una parte del suo patrimonio immobiliare. Il bottino era già interessante, ma ora Il Tempo l'ha incrementato di un carico dal valore incalcolabile: da ieri, infatti, il giornale ha iniziato a svelare parte di quello che a ragione è stato chiamato "L'archivio segreto della Dc". Di che si tratta? "Migliaia di faldoni impolverati - ha scritto ieri l'autore del servizio, Daniele Di Mario - [...] conti correnti, movimenti bancari per 30 miliardi di lire solo nel '92, lettere di raccomandazione, report dei servizi segreti, litigi tra vecchi segretari, rapporti su società immobiliari, contabilità in nero, finanziamenti a giornali, associazioni, sindacati".  
Il colpo giornalistico è stato reso possibile dalla collaborazione di Gianfranco Rotondi, che di fatto ha continuato a custodire fino a ora quel materiale: a convincerlo a renderlo almeno in parte noto è stato il direttore del Tempo Gian Marco Chiocci, che negli anni ha conosciuto bene la vicenda giuridico-patrimoniale legata alla diaspora democristiana (l'aveva raccontata soprattutto per Il Giornale). I cultori di scandali e dietrologie dovranno mettersi almeno in parte l'anima in pace: le carte svelate da Rotondi arrivano solo fino al 1993, prima dunque che il patrimonio si disperdesse in mille rivoli più o meno chiari.
A dispetto di ciò, il materiale è ugualmente interessante: "nei faldoni di cui oggi comincia la pubblicazione - ha spiegato ieri Rotondi - non c'è la storia gloriosa delle grandi scelte di progresso con cui la Dc ci ha reso la settima potenza del mondo: qui c'è la storia minima dei conti e delle fatture, la miseria e la nobiltà delle questioni di cassa. La storia meno nobile diciamo. Ecco, è proprio questa tonnellata di carte a rianimare l'orgoglio democristiano: qui si dà conto di entrate in chiaro e in scuro, di contributi e rimborsi. Ma si dà conto con precisione, alla lira. I partiti che oggi invocano rottamazione, onestà, rivoluzione liberale sono in grado di fare altrettanto?"

Il curioso e il drogato di politica, a questo punto, si chiedono inevitabilmente come mai tutte quelle carte siano state finora nella disponibilità di Rotondi. Lui, con una battuta, all'inizio del suo articolo a corredo del servizio lo spiega così: "Quando dico che sono l'ultimo democristiano, non invento nulla". Casomai esagera un tantino (come quando, mesi fa, diceva di essere ancora il titolare del vecchio simbolo, mentre leggendo montagna di documenti e carte bollate che lui ben conosce non pare esattamente così), ma non inventa: alle elezioni politiche del 1994, alla Camera su 468 collegi uninominali solo 4 furono conquistati da ex diccì (sotto le insegne del Patto per l'Italia) e, tra questi, c'era proprio lui. La Dc politicamente non esisteva più, tra il 18 e il 29 gennaio aveva scelto di chiamarsi Partito popolare italiano - una quindicina di anni dopo i giudici decisero che lo aveva fatto nel modo sbagliato, ma questa è un'altra storia... - ma lo scudo crociato era rimasto sul simbolo; qualcuno se n'era già andato (soprattutto nel Ccd di Casini e D'Onofrio), ma nel 1995 sarebbe iniziata una diaspora infinita, col paradosso per Rotondi "della Dc finita in mille pezzi e dei democristiani più numerosi di prima nelle istituzioni". 
Ma dunque, perché l'archivio ce l'ha lui? La vicenda, nell'articolo, la spiega così:
Alla fine delle scissioni tutto era stato diviso: nome e simbolo al professor Buttiglione e a me, patrimonio e annessi debiti al Partito Popolare. Dell’archivio non importava niente a nessuno, e lo lasciammo per anni a piazza del Gesù, a palazzo Cenci Bolognetti, in un lungo cunicolo che per la leggenda serviva a Beatrice Cenci per far accedere l’amante nella stanza in cui era stata segregata con l'accusa di aver ucciso il padre. Quando abbandonammo i fasti di palazzo Cenci, ecco il dilemma: dove mandiamo le carte? Ad Avellino, fu la soluzione. E perché mai? Semplice: a prezzi equi fittai una grossa casa in cui le carte potevano invecchiare indisturbate, e nell'occasione facemmo anche l’opera buona di destinare due stanze a una ottuagenaria che ne divenne la custode. Forse anche grazie all’ospitalità democristiana, la signora ha superato la novantina. Alla sua morte si pose di nuovo il problema, e questa volta decidemmo di lasciare l'archivio presso la fondazione Fiorentino Sullo, presieduta in modo bipartisan da me e Gerardo Bianco. 
I dettagli della questione, tuttavia, li ha spiegati meglio Di Mario in uno dei suoi pezzi di ieri, senza tralasciare alcuni dettagli gustosi, in senso letterale: 
La signora Iole si è spenta il 3 giugno del 2014, dopo aver custodito, senza saperlo l’archivio della Democrazia Cristiana. Migliaia di faldoni, documenti, appunti, ricevute, note spese messi in salvo da Gianfranco Rotondi e da Rocco Buttiglione, grazie a un furgoncino rimediato mentre in piazza del Gesù si consumava l’abbandono della storica sede della Balena Bianca ormai sciolta e il prezioso archivio rischiava di andare perduto per sempre. [...] Migliaia di faldoni, documenti, appunti, ricevute che coprono un arco temporale dal 1946 al 1993 presero la via di Avellino, dove vennero conservate in tre stanze di un appartamento il cui canone di locazione e utenze venivano pagate dagli eredi della Balena Bianca. In quella casa viveva la signora Iole, che conservò per vent’anni un archivio tenuto rigorosamente sotto chiave e che rappresenta un pezzo di storia della nostra Repubblica. La gente passava davanti a quella casa - racconta divertito Rotondi - e sentiva l’odore della divina pasta e fagioli o del fantastico ragù che la signora Iole sapeva cucinare e non immaginava che lì dentro ci fosse un archivio tanto importante. L’accordo era che quei documenti non potessero essere resi pubblici per vent’anni, dal 1993 al 2013. Un embargo finito pochi mesi prima della scomparsa della novantenne irpina. 

In effetti le date tornano fino a un certo punto: l'accordo di cui si parla è datato 1993, quando in realtà la Dc c'era ancora e la sede di Piazza del Gesù pure (il Cdu ci sarebbe rimasto fino all'inizio degli anni 2000), quindi non si capisce perché l'accordo dovrebbe essere stato fatto allora, ma non vale la pena ora di addentrarsi in questi dettagli (che magari non sono semplicemente entrati nel reportage, ma sono ben presenti ai suoi protagonisti). 
Molto più interessante - soprattutto ai fini di questo sito - è l'ultima parte del racconto che fa Di Mario: a lui, infatti, Rotondi spiega che, morta la fedele e ignara custode dell'archivio, aveva proposto di trasferire tutto il materiale all’istituto Sturzo, punto di riferimento - in via delle Coppelle - dei vari ex democristiani pure dispersi in diversi partiti. L'atto sarebbe stato meritorio (e non sarebbe stato isolato: negli anni si sono susseguite le donazioni di materiale, compresi i fascicoli delle tante cause della diaspora), ma non era senza contropartita: in cambio dell'archivio, l'ex tesoriere del Cdu aveva chiesto che anche il simbolo fosse in qualche modo trasmesso all'istituto Sturzo, sottraendolo così alla contesa elettorale. L'idea, va detto, non era nuova: l'avevano già proposta, con un appello accorato e ricco di pietà (per lo stato in cui l'ex Balena bianca era ridotta) tre campioni diccì come Francesco Cossiga, Giulio Andreotti e Oscar Luigi Scalfaro, ma erano tutti passati a miglior vita tra il 2010 e il 2013, così Rotondi poté rilanciare il proposito. Lo scudo è sempre rimasto sull'emblema dell'Udc, che evidentemente non deve aver accettato la proposta di Rotondi; l'archivio dunque è rimasto ad Avellino e, fino all'altro ieri, nessuno che non fosse un "iniziato" ne conosceva l'esistenza. 
Al di là dell'orgoglio democristiano, Rotondi spiega di aver svelato l'esistenza di quei documenti "per legittima difesa", nella speranza di porre fine a una sequenza di "minacce, citofonate, furti nelle mie case senza che nulla venga rubato" (motivo per cui, tra l'altro, anche l'originale del documento che nel 2004 aveva consentito a Rotondi di utilizzare per il suo nuovo partito il nome "Democrazia cristiana" aveva preso la via dell'estero); quegli episodi negli ultimi tempi si sarebbero intensificati "con esplicito riferimento ai presunti segreti democristiani", mentre invece nell'archivio "non c'è niente che non possa essere letto e pubblicato" (anche perché, come è ovvio, eventuali illeciti che dovessero emergere sarebbero ampiamente prescritti). Di sicuro, l'ultimo capitolo della storia sembra aver dimostrato che quelle carte, preziosissime dal punto di vista storico, per qualcuno valevano meno dello scudo, che doveva restare al suo posto. 

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