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mercoledì 24 dicembre 2014

Simboli fantastici (2): "Tanta luce" con il salvagente di Proloche

Una delle poche certezze della politica italiana, almeno secondo gli esperti tradizionali, dovrebbe riassumersi in una frase: se c'è un candidato alle elezioni, avrà anche un simbolo con cui presentarsi. L'idea era buona, anzi ottima anche e soprattutto nel 1994, quando la nuova legge elettorale - il Mattarellum - per la quota di seggi affidata al sistema maggioritario favorì come non mai la proliferazione di contrassegni e si arrivò al record assoluto di emblemi depositati, sfondando non di poco quota 300.
Durante quella campagna elettorale, l'acutissima banda di Avanzi - con a capo la futura sempreverde Serena Dandini, già ben rodata con la Tv delle ragazze - aveva messo in piedi la nuova trasmissione satirica di Raitre, Tunnel, schierando in video larga parte degli attori che avevano già animato le tre stagioni del programma precedente. Tra loro, non poteva mancare Pier Francesco Loche, che in Avanzi aveva vestito i panni di un fino mezzobusto, infaticabile annunciatore di notizie ufficiose e mormorate. Quella volta era tempo di osare di più, addirittura con una candidatura, proprio come a voler partecipare alle elezioni politiche, previste per fine marzo. 
C'era innanzitutto da inventare un partito: ecco allora Proloche, pronto a supportare degnamente la campagna elettore di un candidato unico, l'autodefinitosi "Uomo Venuto dal Mare", trattandosi di uomo sardo. E se ogni città che toccava con i suoi improbabili comizi - pronunciati a bordo del suo camion-palco a fianco di un inespressivo assistente - era invariabilmente "il paese che io amo!", il motto imprescindibile della sua campagna era ed è rimasto "SALVALITALIA", ovviamente tutto attaccato e proclamato tutto d'un fiato, nella foga di trarre in salvo il Paese e cercare consenso. 
Anche Proloche, però, non poteva sfuggire alla logica emblematica: per affrontare quei "putribondi figuri" degli avversari, occorreva un simbolo. E, se c'era l'Italia da salvare, quale immagine migliore di un salvagente tricolore per comunicare il concetto; il verde, il bianco e il rosso, accompagnati all'altrettanto italianissimo (e protoberlusconiano, in quelle settimane) azzurro dello sfondo, erano poi un'anticipazione dell'epidemia di colori nazionali che stava già infestando buona parte delle multidecine di simboli depositati al Viminale e si sarebbe propagata negli anni fino alla pandemia odierna. 

Ovviamente nessuno usò il simbolo per le elezioni vere, ma l'emblema risultò talmente credibile (e talmente simile, in qualche modo, a quelli veri) da essere inserito in Partiti!, il libro-catalogo che i creativi e studiosi della comunicazione Carlo Branzaglia e Gianni Sinni pubblicarono alla vigilia delle elezioni politiche del 1994, giudicandolo persino più efficace di altri segni effettivamente finiti sulle schede, ma non certo da esposizione artistica. Vale la pena di riprendere le righe dedicate a Proloche, collocate accanto al simbolo partorito da Andrea Pistacchi:
Una ciambella di salvataggio per la grafica politica. Rigore formale, calembour e ironia: micidiale miscela esplosiva quando unita, come in questo caso, ad una ferrea preparazione ideologica del candidato unico. Una vita votata (in senso letterale) alla salvezza della nazione, un programma di chiarezza, un contatto diretto con il pubblico (pardon, con gli elettori). Idiosincrasie del perfetto candidato comunicatore: ma la realtà ha superato l'immaginazione.
Come puntualmente ricorda Wikipedia alla voce Tunnel, "dopo la campagna elettorale, Loche non venne eletto ma in quel momento lui sostenne di vedere la Luce e da quel momento divenne il profeta di una nuova religione, il cui slogan era 'Ora Proloche vuol dire tanta luce, tanta luce, ma tanta, tanta, tanta luce'". Chissà quanta luce passava dal buco di quel salvagente, che non ammetteva sondaggi diversi dai propri (ma quello, se è per questo, lo hanno fatto e lo fanno tanti altri...).

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