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mercoledì 14 marzo 2018

Lega, vietato pensionare Alberto da Giussano

Il partito più votato alle ultime elezioni è stato sicuramente il MoVimento 5 Stelle, che rispetto al 2013 ha conservato l'intera struttura del simbolo, cambiando solo la dicitura nella parte inferiore del cerchio (da Beppegrillo.it a Ilblogdellestelle.it, passando per Movimento5stelle.it, finito solo sulle schede delle elezioni comunali e mai su quelle nazionali). Quel partito è uscito certamente vincitore, ma probabilmente deve condividere il titolo con la Lega, orfana del Nord ma sempre ben riconoscibile. 
L'emblema attuale leghista, se si fa partire la sua storia dal 2000-2001, è certamente frutto di sottrazioni e sostituzioni: la sparizione del Nord è solo l'evento più recente. 
Il primo elemento ad andarsene, volendo, è stato la scritta "Padania", inizialmente ospitata nel segmento blu posto nella parte inferiore del cerchio simbolico, introdotto nel 1999 (per contenere, in occasione delle elezioni europee, il concetto di Libertà): nel 2006 fu rimpicciolita e sfrattata, prima per fare posto al Movimento per l'Autonomia di Raffaele Lombardo (con cui il Carroccio era alleato alle politiche di quell'anno), poi per lasciare spazio al cognome di Umberto Bossi nel 2008, quando la febbre del leader aveva contagiato un po' tutti (nessuno degli altri quattro partiti maggiori rappresentati in Parlamento dopo quelle elezioni - Pdl, Pd, Italia dei valori e Udc - aveva evitato di inserire il nome del proprio segretario o presidente all'interno dell'emblema).
Il nome di Bossi rimase al suo posto per gran parte della XVI legislatura, almeno fino a quando non finì al centro di uno scandalo a base di trote e cerchi magici. Alle elezioni del 2013 si arrivò con un simbolo dalla struttura simile - al di là dell'inserimento della "pulce" del movimento 3L di Giulio Tremonti - ma con il nome di Roberto Maroni (nuovo segretario federale dal 1° luglio 2012) al posto di quello di Bossi: per qualche tempo, nell'interregno dei reggenti Maroni - Calderoli - Dal Lago, si era provvisoriamente rimessa la Padania dove stava all'inizio, ma il richiamo elettorale del leader finì per prevalere. La Padania c'era ancora, verde sotto al Sole delle Alpi, ma entrambi si erano rimpiccioliti da tempo. 
Alle elezioni europee del 2014, la Padania sparì del tutto (forse perché, come ha scritto ieri sul Giornale Maria Teresa Santaguida, "la Padania è rimasta sempre e solo un miraggio") e fu sostituita dal riferimento alle "Autonomie"; lo stesso antico segno padano-camonico divenne del tutto ancillare, ridotto a contrappeso della "pulce" del partito Die Freiheitlichen, in quell'occasione ospitato nelle liste della Lega Nord. Al timone del Carroccio c'era già, con una certa saldezza, Matteo Salvini, ma nessun nome di leader apparve in quel contrassegno elettorale: si preferì piazzare lo slogan "Basta €uro", da mostrare con orgoglio in una competizione che puntava a Bruxelles e Strasburgo. 
Per vedere il nome del nuovo segretario federale sul simbolo, si dovette aspettare il 2015: lo statuto approvato al congresso di quell'anno continuava a citare il riferimento alla Padania, ma dopo vari esperimenti alle regionali (a partire, in realtà, da quelle emiliano-romagnole dell'anno precedente), nella parte inferiore dell'emblema fu piazzato sempre più spesso il nome di Salvini, proprio là dove Bossi e Maroni avevano sostituito la Padania (senza però cancellarla, almeno allora). Il Sole delle Alpi si era reingrandito, vista la sparizione di altri elementi grafici, ma la rediviva gloria sarebbe stata breve: giusto qualche manciata di mesi, destinati a concludersi con l'avvicinarsi delle elezioni. 
Alla fine del 2017, infatti, alla presentazione del nuovo simbolo leghista, colpirono inevitabilmente la sparizione del Nord ("lo strappo più doloroso", ha notato ieri Santaguida, perché "il Nord 'è e non può non essere', ma soprattutto è stato la ragione politica del partito") e dello stesso Sole verde (anzi, con quello sparì ogni traccia del colore legato tanto alla rosa camuna lombarda, quanto alle camicie di bossiana memoria). L'unica cosa che non era cambiata in tutti quegli anni, oltre al concetto di Lega, era l'elemento grafico centrale, ossia la statua di Alberto da Giussano a spadone sguainato.
Il guerriero medievale ha resistito a tutti i cambiamenti grafici, agli avvicendamenti alla segreteria e - soprattutto - all'estensione del progetto leghista all'intera penisola. A quanto pare, sembra aver resistito anche alle tentazioni di chi lo avrebbe ritenuto "pensionabile" dopo le elezioni. Ipotesi, però, seccamente smentita da più parti: dallo stesso Salvini (che due giorni fa, alla fine del consiglio federale, avrebbe risposto "Chi l'ha detto? No assolutamente. Leggo cose bizzarre, non ho capito perché avrei dovuto toglierlo", così come riportato sempre da Santaguida sul Giornale), ma anche dai millennials leghisti di tutta l'Italia. Per loro, come riporta l'articolo, la statua sul simbolo non è "un simbolo del Nord, ma di tutto il Paese" e in fondo per loro porta fortuna, visto che "era nel marchio elettorale che ha permesso alla Lega di Salvini di prendere il 18%". Chissà se quei giovani sanno com'era il simbolo all'inizio della storia del Carroccio, quando nacque la Lega lombarda: questa, però, è un'altra storia, che merita di essere raccontata a parte...

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