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martedì 28 febbraio 2017

Vuoti, generici e scelti (quasi a caso): cosa c'è in un nome e in un simbolo?

What's in a name? Che cosa c'è in un nome? Non ci sarebbe forse bisogno di scomodare Shakespeare e di fare tanto le persone serie, non fosse che la politica e i suoi attori si prendono drammaticamente sul serio, e proprio sulla questione dei nomi. Perché i simboli sono importanti, ma in fondo il primo simbolo di un partito dovrebbe essere proprio il nome: a chi sta dentro e a chi sta fuori dovrebbe dire chi c'è in quel soggetto politico, cosa vuole e  cos'ha in mente per il paese, o almeno cercare di darne un'idea in poche parole. 
E invece, così come i simboli - intesi come elementi grafici chiari e molto evocativi - sono pressoché spariti da tempo, i nomi sembrano essersi svuotati, dicendo poco o nulla (se non concetti assolutamente generici) e, soprattutto, la loro scelta sembra governata da una certa dose di casualità. In questo fenomeno conviene farci guidare da un articolo - dal titolo d'impatto di Alberi, ossimori e un tocco d’italianità. Quando il partito scivola sul nome - pubblicato ieri dalla Stampa a firma di Mattia Feltri, giornalista che già in passato sulle stesse pagine aveva piazzato divertissement tanto amari quanto ben scritti sulla decadenza e decomposizione delle sigle politiche (per tutti, si legga Il triste cimitero dei partiti della Seconda Repubblica, uscito quasi tre anni fa).
Per Feltri, al di là della scelta bizzarra di "chiamare un nuovo partito Dp, in semplice inversione delle lettere del partito da cui ci si è scissi" e, per giunta, "chiamarlo come Democrazia proletaria", a colpire della creatura politica di Speranza e compagni è proprio il nome che è stato scelto. Perché "Democratici e progressisti" denuncerebbe "la stanchezza e la vaghezza delle idee diffuse nella politica italiana", così come sarebbero stanche e già ampiamente sfruttate viste le "fonti battesimali" da cui molti partiti (e, di conseguenza, molti dei loro simboli) hanno preso origine. Così ha scritto ieri Feltri: 
c’è stato il tempo dei vegetali (querce, margherite, ulivi), il tempo ancora attuale del centro orfano della Dc (Centro cristiano democratico, Unione di centro, Centro democratico), e il tempo che non finisce mai in cui ci si vergogna di usare il termine «partito», come se definirsi altro fosse di per sé una garanzia di estraneità alla palude. E così i Democratici e progressisti non sono un partito ma un Movimento, come i Cinque stelle ma anche come il Movimento italiani all'estero e il Movimento la Puglia in più, tutti così presi dalla folgorazione movimentista da dimenticarsi il progenitore toponomastico: il Movimento sociale italiano, erede del fascismo. 
Ha ragione Feltri, ci sono stati tutti quei tempi, anche se a ben guardare non sembrano del tutto finiti. Passi per l'era vegetale, con la quercia (dei Ds) che si è seccata, la Margherita che è appassita e l'Ulivo che ancora si ostina a fare capolino dal simbolo Pd, benché il creatore dell'antico vessillo prodiano, Andrea Rauch, abbia chiesto da tempo di rimuovere quel lacerto, senza ricevere il minimo ascolto. Ma poi, ad esempio, si è vissuta anche un'era animale, che ci ha consegnato un bestiario di asinelli, elefantini, gabbiani, leoni (monarchici, valdostani e venetisti), orsetti, aquile, api, tartarughe e via zoologando: per quasi tutti loro è arrivata l'estinzione - per fine o mininaturizzazione del partito - e si sarebbe detta conclusa anche quest'epoca, almeno fino alla comparsa prima dell'Ala verdiniana, poi del leone fittiano, che Direzione Italia ha mutuato dai Conservatori e riformisti (ma su questi si dovrà tornare tra poco).
E se il tentativo di risvegliare la Dc andato in scena domenica è la dimostrazione di come l'era dello scudo (crociato) al centro è ben lungi dall'essere archiviata, di certo il tempo in cui ci si vergogna di chiamarsi partito non può dirsi alle spalle, dopo aver percorso praticamente tutta la Seconda Repubblica: ci si può forse dimenticare che Forza Italia, proprio come nel 1994, si qualifica come "Movimento politico"? Ma se chiamarsi "partito" è vergognoso e paludante, mettere la parola "movimento" in vista sembra che trasmetta un'immagine poco rassicurante: non tutti, infatti, la riportano nell'emblema, a partire dalla Puglia in Più di Dario Stefàno.   
La tassonomia di Feltri continua così:    
Altra moda è la doppietta: Democratici e progressisti, come Civici e innovatori (dalla frantumazione di Scelta civica), come Libertà e diritti (partito arcano del Gruppo misto), e soprattutto Conservatori e riformisti (dalla scissione di Raffaele Fitto da Forza Italia), che più di altri portano l’evidenza dell’ossimoro: conservare e riformare. E se non c’è ossimoro, sembra esserci la necessità di ampliare la proprie ambizioni, in realtà smisurate, per darsi un tono.  
Già, la doppietta: mettere due parole in fila, rigorosamente congiunte dalla "e", per farne una formula unitaria. Anche qui, in effetti, il fenomeno è molto meno recente di quanto si creda, visto che prima, molto prima degli esempi citati veniva Pensioni & Lavoro: l'emblema, coniato nel 1996, è uno dei tanti sfornati da Ugo Sarao nella sua lunghissima - e non ancora terminata - carriera di candidato e demiurgo di liste. A distanza di oltre vent'anni dalla nascita della sua creatura politica più longeva (sorta per contrastare il Partito pensionati, che Sarao aveva abbandonato in polemica), l'ex cancelliere ne è profondamente convinto: "Pensioni & Lavoro è stato il precursore di tutti i partiti che poi hanno usato la E di congiunzione". E, in questo caso, addirittura la "e" commerciale, per non passare inosservati. 
Tornando alle doppiette più recenti, nota Feltri che Libertà e diritti "non vuole dire assolutamente niente di quello che si è e si vuole propugnare: la libertà e i diritti stanno a cuore a chiunque; sarebbe stato già più interessante un partito - pardòn, movimento - che si fosse chiamato Libertà e doveri". Ed è curioso, tra l'altro, che l'impaginatore abbia inserito a commento dell'articolo la grafica tonda di Led, verosimilmente mai finita sulle schede: all'atto dell'uscita da Sel, del resto, fu Titti Di Salvo a precisare che "l'associazione non è un partito né ha l'obiettivo di diventarlo, è solo un progetto che intende alimentare la cultura del centrosinistra". I suoi aderenti, infatti, avrebbero presto aderito al Pd.
E se "Libertà e diritti" non è un'indicazione di programma, non lo era nemmeno "Diritti e libertà", che pure aveva attraversato per qualche giorno il panorama politico italiano alla fine del 2012 grazie a Massimo Donadi e ad altri fuoriusciti dall'Italia dei valori, come il gabbiano stilizzato voleva ricordare. Uccello che, peraltro, rimase in volo pochissimo, fino a quando scivolò - guarda caso - sulla buccia di banana del nome, che era già stato adottato da un'associazione che chiese di non creare confusione. Il nome in effetti rimase, ma fu inserito nell'emblema di Centro democratico di Bruno Tabacci e, così rimpicciolito, sembrò non dare più fastidio a nessuno. 
Alla base di tutto c'è un problema ben noto ai drogati di politica e a coloro che la seguono per professione:
È che nascono formazioni una settimana sì e una settimana no, figlie di divisioni incomprensibili (per fortuna, perché quando le si comprende è peggio), che si buttano nell’anagrafe partitica prendendo una parola qui e una là, sempre le stesse: Area popolare, Azione popolare, Alleanza liberalpopolare, Alleanza nazionale, Alleanza per l’Italia, di modo che è diventato impossibile per chiunque, persino per topacci di palazzo, ricordare chi appartenga a un gruppo e in che si distingua dagli altri. 
Feltri nota che "ultimamente va molto forte la dichiarazione di italianità, che per un partito italiano dovrebbe darsi per acquisita", mentre fino al 1994 - se pure l'aggettivo "italiano" era parte di quasi tutti i nomi dei partiti maggiori - il tricolore era mostrato solo da missini, liberali e - sotto la bandiera rossa con falce, martello e stella - comunisti. Il concetto di "sinistra" è stato poi declinato in chissà quanti modi, ciascuno - vai a capire perché - sempre un po' diverso dall'altro. E anche a sinistra, tra l'altro, per un certo periodo ha spopolato il concetto di "libertà", che pure tra poli, case e popoli era stato connotato in senso fortemente berlusconiano: l'anno dopo il Pdl, in effetti, spuntò Sinistra e libertà, cartello elettorale per le europee 2009 nato male e finito peggio, prima di diventare l'ascendente politico di Sel.
La ricetta finale, secondo Feltri, è comunque a portata di mano: 
Insomma, oggi se si fonda un partito e si cerca di passare inosservati, è necessario prendere un paio dei seguenti termini - sinistra, Italia o italiano, democrazia, libertà, popolo o polare, progressisti o riformisti - associarli più o meno a caso - Popolo riformista, Democrazia e libertà, Italia progressista, Progresso popolare - e sperare che il copyright non sia già stato depositato. È proprio questo il punto: se non sai chi sei non riesci a definirti, e se sei nato a caso ti definisci a caso.
E sembra proprio di dovergli dare ragione: ci hanno provato un po' tutti a chiamarsi popolari (da Berlusconi ad Alemanno, da Mario Mauro ad Alfano, fino alle innumerevoli formazioni più o meno cattolicheggianti nate a livello locale, specie al centrosud) e, magari, ad adottare il nome "Italia popolare", dovendo ogni volta fare i conti con chi lo usa e occupa da anni. E chissà a quanti - nelle parole o nei fatti - piace dirsi dirsi democratici e praticare la libertà. 
Ovvio che tanti nomi, prima o poi, siano già stati utilizzati, anche quando la memoria viene meno. Così, se Feltri cita "Democrazia e libertà", molti potrebbero non ricordarsi che basta aggiungere l'accento sulla congiunzione per indicare il vero nome della Margherita rutelliana (all'inizio il fiore era solo disegnato, senza essere richiamato verbalmente). Quasi nessuno, tuttavia, si ricorderà che Democrazia e libertà, già dalla metà degli anni '90, era stato un nome e un simbolo legato a doppio filo a Ciriaco De Mita: fu eletto nel 1996 con quell'emblema, che ufficialmente portava il nome di "Centro di cultura e di iniziativa politica Leonardo da Vinci". Istituzione realmente esistente, con sede - guarda caso - ad Avellino. Anche allora, in fondo, era giusto chiedersi: "What's in a name?"

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