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martedì 1 settembre 2026

Lega Nord, tra richieste di congresso e il simbolo registrato all'estero

Mentre riprende la discussione sulla legge elettorale, con vari emendamenti rilevanti sul tavolo, in grado di modificare profondamente l'impianto della legge (dalla proposta reintroduzione del ballottaggio per l'attribuzione del premio, con la modifica della soglia per farlo scattare al primo turno, al superamento dell'emendamento "tagliacespugli" - proposto alla Camera da Paolo Emilio Russo e approvato dall'assemblea - che aveva escluso dal computo dei voti delle coalizioni quelli attribuiti alle liste coalizzate al di sotto del 3%, salvando solo i consensi della migliore "sotto soglia" per ogni coalizione sopra al 10%), un riflettore si accende più o meno improvvisamente sulla Lega. Ma non tanto - se non di riflesso - sulla Lega per Salvini premier, quanto piuttosto sulla Lega Nord
In mattinata, infatti, Sky Tg24 aveva dato notizia del sorgere di un Comitato volto a chiedere al commissario della Lega Nord per l'indipendenza della Padania, Igor Iezzi, la convocazione del congresso federale, la cui ultima convocazione risale al 21 dicembre 2019: fu in quell'occasione, tra l'altro, che fu modificato in varie parti lo statuto del partito, prevedendo tra l'altro che "Il Consiglio Federale può concedere, anche ai fini elettorali, l’utilizzo del simbolo, in tutto o in parte, alle nazioni regolarmente costituite ai sensi del presente Statuto, nonché ad altri Movimenti politici le cui affinità con gli obiettivi di Lega Nord sono rimesse alla valutazione del Consiglio Federale. La concessione del simbolo può essere revocata dal Consiglio Federale". Lo scopo, per nulla nostalgico, sarebbe disporre di un partito politico già esistente, con una sua storia politica ed elettorale e potenzialmente riattivabile (sia pure con una grave incognita economica, quella dei famigerati 49 milioni di euro da restituire gradualmente). 
Tra le figure che si stanno muovendo per la riattivazione attraverso la convocazione congressuale c'è l'ex deputato forlivese Gianluca Pini, un nome che a chi segue questo sito dovrebbe essere già noto, risalendo al 2020 le prime iniziative sue (e di Gianni Fava) per rendere di nuovo utilizzabile elettoralmente il simbolo della Lega Nord. Pini, intervistato da Adnkronos, ha dichiarato che la richiesta di convocazione del congresso federale sarebbe volta essenzialmente a rinnovare le cariche del partito (e, in quel contesto, "cambiare chiaramente un commissario che fa melina da sei anni, con giustificazioni assurde, per non convocare [il congresso], solo ed esclusivamente per tenere ostaggio i militanti del movimento della Lega Nord"), rendere di nuovo disponibile il simbolo e "ridare dignità a un movimento che ha ancora tanto da dare, che potrebbe essere un contenitore interessante per il proseguo della politica italiana". La costituzione del comitato pro-congresso ("in una maniera molto semplice come si costituiscono tutti i comitati che hanno un unico scopo"), risale al 28 agosto - fondatori sono Pini, "promotore fondatore e presidente", e altri due soci ordinari militanti - poi il passaparola tra chi era stato militante avrebbe fatto aumentare le adesioni. 
Bisognerebbe ricordare, per completezza, che a giugno del 2022 Pini aveva già tentato di riottenere la convocazione del congresso della Lega Nord attraverso un ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile presso il tribunale di Milano. Il consiglio federale era stato convocato per il 20 settembre, anche per discutere del congresso federale, ma l'assise non è stata mai convocata anche perché a luglio il giudice cui il processo cautelare era stato affidato aveva dichiarato inammissibile il ricorso, essenzialmente per ragioni formali o quasi: da un lato non si sarebbe dovuto utilizzare il ricorso ex art. 700 c.p.c. per far valere un'azione di volontaria giurisdizione, basata sull'art. 20, comma 2 del codice civile (quello che permette a un decimo dei soci di convocare l'assemblea dell'associazione e, qualora gli amministratori non vi provvedano, consente di chiedere al presidente del tribunale di convocare l'assemblea stessa, in pratica un'autoconvocazione); dall'altro, Pini non avrebbe rappresentato il 10% dei soci, perché la platea dei soci ordinari militanti non sarebbe stata pari ai sette reiscritti, ma sarebbe stata coincidente con chi aveva già la tessera della Lega, rinnovata gratuitamente.
L'esito negativo di quell'azione giudiziaria, tuttavia, potrebbe essere diverso se il comitato di Pini si allargasse al punto da raggiungere potenzialmente il 10% degli iscritti alla Lega Nord: un'operazione per nulla semplice, se solo si considera che per conteggiare la quota minima di soci ordinari militanti da raggiungere si dovrebbe avere a disposizone l'elenco degli iscritti. Certo, se la richiesta di convocazione fosse avanzata (in modo formale) al commissario federale Igor Iezzi e, in mancanza di una sua risposta, partisse la richiesta ex art. 20 c.c. al presidente del tribunale di Milano (o di altra sede ritenuta idonea, ma la Lega Nord ha sede a Milano), il giudice potrebbe disporre la convocazione dell'assemblea che, in teoria potrebbe nominare un nuovo consiglio federale e quest'ultimo potrebbe poi a sua volta revocare l'uso del simbolo alla Lega per Salvini premier (non certo il nome "Lega", essendo questo stato ritenuto più volte un nome generico e non "privatizzabile"). Appare altrettanto chiaro che un risultato simile verrebbe quasi certamente osteggiato sul piano giuridico dagli attuali vertici della Lega Nord, che potrebbero anche solo limitarsi a dimostrare che non è stato raggiunto il 10% degli aventi diritto.
La situazione, ovviamente, si presenta come molto delicata per l'originalità della dinamica di un simbolo messo a disposizione di una forza politica operante da un partito giuridicamente esistente, ma politicamente inattivo. Resta naturalmente, come si accennava prima, un grosso dubbio sulla sostenibilità del tentativo. Al di là del fatto che al momento non risultano coinvolte nel comitato figure di primo piano (incluse quelle che - da Attilio Fontana a Massimiliano Romeo, senza tralasciare Luca Zaia, Massimiliano Fedriga e Riccardo Molinari - nell'ultimo periodo hanno manifestato riserve pesanti sull'attuale attività della Lega per Salvini premier), rimane da considerare la pesante questione del debito con l'erario che la Lega Nord ha tuttora e il cui pagamento via via continua (guardando l'ultimo rendiconto, quello del 2025, rimarrebbero da saldare - se ben si legge - circa 18 milioni di euro). "Coloro che hanno rischiato di uccidere la Lega - dichiarano ad Adnkronos persone 'dell'entourage di Salvini' - ora si rifanno vivi in cerca di una poltrona. Chi ha patteggiato per corruzione è disposto anche a farsi interamente carico dei 49 milioni di debiti che la Lega per Salvini Premier ha trovato in eredità e che sta tuttora pagando?". Non spetta ovviamente a chi scrive rispondere a questa domanda, ma il problema del debito è serio e potenzialmente in grado di paralizzare ogni attività politica e soprattutto elettorale.
L'ultimo simbolo della Lega Nord, quello con il "Sole delle Alpi" vicino ad Alberto da Giussano e il riferimento alla Padania nella parte inferiore, ha anche un'altra storia da raccontare. Proprio oggi, infatti, Antonio Atte di Adnkronos ha scovato la registrazione come marchio di quel simbolo presso il Benelux Office for Intellectual Property, l'equivalente del nostro Ufficio italiano brevetti e marchi. Nella sua banca dati, infatti, emerge una domanda di marchio presentata in francese per il Benelux in data 22 dicembre 2019 e pubblicata il 3 gennaio 2020, a nome di Marco Ambrosetti: la registrazione risale al 18 marzo 2020 e il titolo scadrà il 22 dicembre 2029. Va segnalato che la domanda, oltre a essere valida per il sistema Benelux, dunque in un ambito territoriale non confliggente con l'Italia, riguarda classi di servizi legate al collocamento del personale, quindi un ambito piuttosto diverso da quello strettamente politico.
Non può non colpire come in alcuni stati europei diversi dall'Italia sia stato depositato e registrato un simbolo di partito italiano; la cosa colpisce anche di più se solo si ricorda che nel frattempo, cioè a metà giugno del 2018, in Italia Matteo Salvini aveva depositato tre domande di marchio relative al simbolo elettorale della Lega per Salvini premier, ad Alberto da Giussano sotto la parola "Lega" e al solo guerriero nella circonferenza blu, immagine che ovviamente è il "nucleo" del marchio registrato in Benelux. Quelle domande sono state accolte all'inizio del 2025, dopo un percorso davvero molto lungo; non dovrebbero esserci conflitti tra il marchio registrato in Benelux e quelli registrati in Italia, ma un caso come questo mostra e dimostra una volta di più come l'idea di tutelare i simboli politici e soprattutto di partito attraverso la loro registrazione come marchi è del tutto impropria, perché possono crearsi conflitti di ogni tipo. Al di là dei titolari diversi in Paesi diversi, i veri conflitti sono tra la disciplina dei marchi (segni distintivi di natura commerciale) e quella del "diritto al nome" di un soggetto politico collettivo (che, come tale, non è commerciabile ed è riferibile a chi appartiene a quel soggetto), ma soprattutto tra la disciplina del marchio e quella elettorale, che rispondono a criteri e scopi completamente diversi. Per questo servirebbe una disciplina molto più netta, ma soprattutto occorrerebbe non ammettere la registrazione come marchi di simboli di partiti o contrassegni elettorali e, a monte, avere il buon senso di non depositarli. Nella consapevolezza che il valore e lo scopo del simbolo politico - si tratti di un'immagine consolidata come Alberto da Giussano, di un altro fregio storico (come lo scudo crociato, la falce col martello, la fiamma tricolore, la foglia d'edera, il garofano, la rosa, il sole) o di un logo di più recente creazione - va ben oltre l'eventuale produzione di gadget con la stessa foggia.