Una settimanella. Tanto è trascorso da quando Il Foglio, per opera di Carmelo Caruso, ha fatto sapere - il 4 agosto - che tra le mani di Attilio Fontana, presidente della giunta regionale della Lombardia, era passata la bozza di uno statuto di associazione politica, denominata Partito liberale federalista italiano, "elaborata da un giurista, che lo stesso Fontana ha visionato e che ha girato in una vecchia chat della Lega", informando contestualmente che secondo lo stesso Fontana "Un nuovo partito non è all'ordine del giorno ma è necessario avere più confronto dentro e fuori la Lega; è il segno del malessere". Il giorno dopo - il 5 agosto quindi - lo stesso Caruso è tornato sulla "storia più bella di un partito mai nato (forse)", anche per la gaffe quasi imperdonabile di avere inoltrato la bozza di statuto in "una vecchia chat con presenti Salvini e il suo braccio destro, Andrea Paganella".
In fondo non c'è nulla di cui ci si dovrebbe stupire: la compattezza non è una caratteristica scontata dei partiti, men che meno nel tempo che si vive. Pensare che all'interno di un partito certo non piccolo tutti siano perfettamente d'accordo con il leader - per carismatico che sia stato, sia e possa essere - senza che ci sia qualcuno che pensi di dare vita a qualcosa di diverso, di alternativo, all'interno del partito o anche al di fuori, è puramente utopico. Certo, meno facile è che qualcuno si metta anche a scrivere uno statuto - come si legge nell'articolo del 5 agosto - di 22 articoli (aperto da un preambolo di matrice salveminiana: "Il federalismo è un
modello istituzionale in grado di favorire l’avvicinamento dei
cittadini allo Stato, e pertanto, di garantire persino ai ceti
popolari una maggiore partecipazione alla vita sociale"), indicando i valori del potenziale partito (liberalismo
democratico, federalismo competitivo, libera concorrenza), esplicitando il favore per il sorgere di "di tre grandi aree federali dotate di
autonomia fiscale e legislativa" senza per questo disconoscere la dimensione europea (in particolare la Carta dei diritti e la Convenzione europea dei diritti umani) e immaginando già l'organizzazione del partito (prevedento assemblea nazionale,
presidente e segretario nazionale).
Difficile dire se alla fine per mano di Fontana (e di altre figure come potrebbe essere l'assessore regionale lombardo Massimo Sertori, presentato da Caruso come "il leghista di preferenze, della Valtellina") nascerà davvero il "partito dei governatori" - si spera di no, se non altro perché in Italia non esistono governatori, se non a capo della Banca d'Italia e in altre istituzioni, non certo nelle Regioni - o "un'altra Lega con Zaia, Fedriga e Fugatti", come risposta al "malessere della Lega" il cui nucleo sarebbe in Lombardia (nel suo capoluogo e non solo), ma probabilmente anche in Veneto, ponendo sempre mente a Luca Zaia, presidente della giunta regionale per quindici anni e ora presidente del consiglio regionale dopo avere fatto lo strapieno di preferenze l'anno scorso (203101, un record assoluto). Di certo da alcune delle figure più vicine a Matteo Salvini non arriva sostegno all'iniziativa: il nome del potenziale partito "è impronunciabile" per il coordinatore federale del Movimento Giovanile, la Lega Giovani, Luca Toccalini ("un'onomatopea", per altri leghisti, quasi a ricordare il topolinesco o paperinesco "Pfui": Partito federalista dell'Unione italiana?). Ieri, senza commentare direttamente l'idea attribuita a Fontana e altri, Andrea Paganella, senatore e membro del consiglio federale (oltre che, come si diceva, persona vicinissima a Matteo Salvini) sui suoi canali social ha voluto evidenziare un paio di concetti chiave: "Primo. Per dettare la linea della Lega bisogna avere i numeri e vincere un regolare congresso. Secondo. In politica la riconoscenza non è mai stata di moda, si sa, ma a Matteo Salvini come a Umberto Bossi va detto prima di tutto GRAZIE. Perché senza Umberto la Lega non sarebbe mai nata, senza Matteo sarebbe scomparsa 13 anni fa"; oltre che alla gratitudine, Paganella ha lanciato un appello alla coesione ("Per tutti noi leghisti: non ho mai visto un partito che litiga sui giornali prendere voti, solo uniti si vince").
Se il giudizio sul ruolo determinante di Salvini per la sussistenza del partito - anche se in una forma diversa, essendo la Lega per Salvini premier un soggetto politicamente e giuridicamente distinto dalla Lega Nord - può essere condiviso anche da chi leghista non è (e magari avrebbe preferito vedere quello stesso partito assai ridimensionato o addirittura sparito), è altrettanto vero che in politica gli inviti alla coesione, come quelli alla gratitudine (o alla generosità), sono quasi sempre indice di problemi e malesseri reali, non facili da ridimensionare. Tuttavia, il compito di chi dovesse mettere in piedi un progetto alternativo non è semplice: chi abbandona un marchio storico all'interno del quale ha avuto seguito non sempre riesce a mantenerlo (ovviamente ci sono eccezioni rilevanti); l'impresa sembra anche più ardua se non si riesce a trovare un nome e un simbolo che facciano presa.
Ovviamente non esiste una ricetta per azzeccare il segno distintivo "giusto", anzi: è molto più facile tratteggiare ciò che è sbagliato o non produttivo. Così può essere utile, almeno, capire se qualcuno ha già registrato o depositato quei segni o ne ha registrati di affini. Si dia uno sguardo, tanto per dire, nel catalogo dell'Ufficio italiano brevetti e marchi per vedere quanti potenziali emblemi politici sono stati presentati negli ultimi anni contenenti la parola "federale" o "federalista": esce di tutto, ma davvero di tutto, con il tricolore che appare essere l'elemento più ricorrente. Si incontra dal "Polo federale" al "polo federalista" (e i simboli, tricolore a parte, non si somigliano), alla "Lega federalista" (ora del Lazio, con le spighe, ora della Calabria, progetti che a guardarli non appaiono minimamente parenti), da un leone stante di San Marco di "Civica federalista" al Mezzogiorno di "Popolari Europei Sud Federale", fino a "Unione federalista per l'Italia" (con cinque stelle), così come non mancano la "Lega italia federale" e la "Lega Italia federalista" (a forma di gagliardetto).
A proposito, qualcuno ha detto "Lega Italia federale" o "Lega italia federalista"? No, perché come si fa a dimenticare che all'inizio degli anni '90 si era già fatto un primo tentativo di estendere a tutto il territorio italiano l'esperienza della Lega Nord, creando appunto la Lega Italia federale (sempre con Alberto da Giussano al centro), che ebbe il suo primo momento di gloria partecipando al voto amministrativo di Roma del 1993 (il primo nella capitale a tenersi con l'elezione diretta del sindaco), per poi ricomparire essenzialmente alle regionali del 1995; curioso, a pensarci ora, che fondatore della Lega Centro e coordinatore della Lega Italia federale sia stato Cesare Crosta, fondatore del Partito monarchico nazionale e rifondatore del Fronte dell'Uomo qualunque... Un nome molto simile, Lega italiana federalista, ricorda invece la prima stagione di grande crisi della Lega Nord, quella successiva alla scelta di Umberto Bossi di togliere l'appoggio al primo governo di Silvio Berlusconi: il primo partito degli "scontenti", fondato il 13 febbraio 1995 da Luigi Negri, Enrico Hüllweck, Giorgio Vido, Sergio Cappelli e altri ex leghisti, fu proprio la Lif, che scelse di distinguersi con un diamante all'interno del simbolo. Già prima, a dire il vero, si erano mossi Gianfranco Miglio e Umberto Giovine, che alla fine di ottobre del 1994 (evidentemente dopo l'insoddisfazione per il trattamento che Bossi aveva riservato al costituzionalista e studioso di scienze dell'amministrazione) avevano costituito l'Unione federalista; un annetto più tardi quell'esperienza con un'evoluzione nel partito federalista, che - come la Lif - fece una fugacissima comparsa dalle elezioni politiche del 1996.
Quelle stesse elezioni partecipò anche, finendo su non troppe schede elettorali, un simbolo che faceva chiaramente il verso al mondo dei conservatori americani, declinati però in versione italiana: i Federalisti liberali, evoluzione partitica del gruppo parlamentare Federalisti e liberaldemocratici (che nel frattempo aveva perso parecchi pezzi), riuscirono ad avere qualche eletto nei collegi uninominali'interno del centrodestra (come le altre sigle già viste, tutte alternative alla Lega Nord che si presentava da sola), poi nel giro di qualche tempo scomparvero come la Lif e il Pf. Il loro elefantino tricolore stellato, in compenso, era forse uno degli emblemi più efficaci di quel periodo: si dubita, però, che possa andare bene per il Plfi, a dispetto del nome piuttosto somigliante (anche nella potenziale collocazione politica).



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