mercoledì 13 febbraio 2019

Puglia Popolare, una disputa politica che è anche giuridica

Il simbolo, in sé, è piuttosto semplice e appare perfino inoffensivo: giusto due parole bianche, maiuscole, su fondo blu. Basta guardare l'emblema di Puglia popolare per capire che questo deriva direttamente dall'esperienza di Alternativa popolare, il partito di Angelino Alfano evoluzione del Nuovo centrodestra originario: non c'è il cuore inaugurato con Area popolare, ma la font utilizzata per il nome è la stessa. A fondare Puglia popolare a luglio del 2017, infatti, è stato Massimo Cassano, all'epoca senatore aderente ad Alternativa popolare e sottosegretario al lavoro, che con l'occasione da coordinatore di Ap divenne fondatore di un nuovo gruppo politico regionale collocato nettamente nel centrodestra (a differenza del partito di Alfano).
Insomma, l'origine politica è la stessa, ma si tratta di due soggetti diversi, per quanto simili. E nel diritto, che puntualmente incrocia le strade della politica e delle elezioni, questo fa la differenza. Si inquadra così la querelle nata in quel di Corato, in provincia di Bari. Alcuni giorni fa i media locali avevano annunciato la nascita di una coalizione denominata "Polo di centro", cui avrebbero partecipato Udc, Sud al Centro, Democrazia Cristiana Europea, Corato nel Cuore, Obiettivo Comune e - appunto - Puglia Popolare, che sarebbe stata rappresentata da Luigi De Robertis. Tutto bene? Non proprio. "Ma le deleghe che questi Signori rappresentano i Movimenti ci sono? Pubblicatele...": così scriveva sul suo profilo Facebook Cataldo Strippoli, che ha poi avvertito gli stessi media - con tanto di comunicazioni via Pec - di essere la sola persona titolata a utilizzare a livello locale il simbolo Puglia Popolare (e, dunque, a rappresentare quella forza politica), mostrando di essere stato delegato all'uso proprio da Massimo Cassano e dal consigliere regionale Giovanni Stea e minacciando di adire le vie legali per tutelare la sua immagine.
A sua volta, De Robertis in una lettera rappresenta di essere stato autorizzato ad agire a nome di Puglia Popolare "dal Coordinatore Provinciale Dott. Giuseppe Cramarossa" (il quale non sarebbe stato a conoscenza della delega conferita a Strippoli) e di aver rappresentato il partito a Corato già dal 2016 dallo stesso Cramarossa e da Cassano. "Appare chiaro ed evidente - si legge - che qualcuno al vertice del partito abbia commesso un errore di valutazione, o magari, ha ritenuto conveniente delegare il Rag. Strippoli a rappresentare Puglia Popolare a Corato senza che sia io che il Coordinatore Provinciale ne venissimo a conoscenza". 
De Robertis precisa che continuerà il suo impegno elettorale ma senza quelle insegne, per non alimentare "una sterile polemica. Per cosa? Un simbolo?" (eh, se sapesse quanti lottano per averne almeno un pezzettino, di scudo crociato soprattutto...) e lancia una stoccata a Strippoli, che nei loro incontri non avrebbe fatto parola della delega. Non poteva mancare un'ulteriore replica a favore di Strippoli, stavolta vergata da certo Vincenzo Mazzilli: la si riporta se non altro perché chiarisce un punto che, forse involontariamente, lo stesso De Robertis aveva finito per mettere in luce. La delega ricevuta da quest'ultimo nel 2016, in particolare, sarebbe stata conferita da Alternativa Popolare (a lui e allo stesso Mazzilli). "Peccato - si legge nella replica - che De Robertis non si è accorto che nel frattempo Cassano e Cramarossa hanno abbandonato Alternativa Popolare per costituire Puglia Popolare. Altra cosa che De Robertis ignora (e diventano tante le cose che ignora prima di andare a firmare un accordo politico) è che Alternativa Popolare nel frattempo ha avuto un nuovo coordinatore Regionale (Giannicola De Leonardis), che ha nominato altri delegati territoriali, per cui la sua delega ad Alternativa Popolare non ha alcuna valenza in questa diatriba". 
In effetti da quel testo non si capisce esattamente se Mazzilli appartenga a Puglia Popolare o, più probabile, a Civica popolare nel quale Alternativa popolare è confluito. Una cosa però è chiara: Alternativa popolare è una cosa, Puglia Popolare un'altra. Il quadro è inevitabilmente complicato dal fatto che proprio nel 2016 il partito di Alfano, nel presentare liste alle elezioni amministrative, non usava quasi mai il suo nome ma abbinava l'aggettivo "popolare" al nome del comune al voto: "Milano popolare", "Roma popolare" e quindi, volendo, anche "Puglia Popolare" si sarebbe originata nello stesso modo, ma come declinazione di Alternativa popolare. Qui, invece, ci sarebbe un nuovo soggetto politico (con atto costitutivo?), incidentalmente con un nome che rimanda a una declinazione locale di un'esperienza già esistente, ma che rivendica a sua volta il proprio diritto a non essere confuso (e, inevitabilmente, a essere conosciuto).
Non è chiaro se alla fine di aprile verrà presentata una candidatura con il nome "Puglia Popolare" o "Corato Popolare"; di certo i #drogatidipolitica non rimangono senza materia prima nemmeno a livello locale... 

martedì 12 febbraio 2019

Socialismo XXI, verso una nuova casa socialista (col garofano di Panseca)

Inutile negarlo: quando da qualche parte, in Rete, su un manifesto, su una brochure spunta un simbolo tondo dalle sembianze anche vagamente politiche e che ha qualcosa di nuovo o di non completamente già visto, viene spontaneo chiedersi se sia nato un nuovo partito, se sia lì lì per sorgere o se qualcuno, più semplicemente, ha appoggiato in vista quell'emblema tanto per vedere di nascosto l'effetto che fa. Così, se sotto gli occhi capita un cerchio rosso, con un pugno che stringe un garofano (e non uno qualunque, come si vedrà), sormontato dalla scritta Socialismo XXI, è facile farsi prendere dal pensiero che il gruppo che se ne fregia abbia una gran voglia di presentarsi agli elettori o, almeno, a chi non ha smesso di sentirsi socialista e potrebbe aver voglia di votare un simbolo che ricorda fasti gloriosi, lontani trent'anni o poco più.
Parlare di partito è esagerato, ma pur sempre di un movimento si tratta. Per la precisione, del Movimento Sempre Avanti verso il Socialismo per il XXI secolo, nato all'indomani di un evento "dell'orgoglio socialista", tenutosi a Livorno meno di un anno fa (24 marzo 2018), in base alla convinzione che "l'involuzione neoliberista, il ritorno di fenomeni fascisti, le migrazioni epocali, lo sfaldarsi delle altre culture politiche storiche della sinistra italiana, europea e mondiale" richiedessero l'immediata ricostruzione "di una forza Socialista nel e per il ventunesimo secolo", frutto della riunione di chi tuttora si riconosce nel socialismo democratico e nell'azionismo di Giustizia e Libertà, nel tentativo - non proprio semplice - di "porre termine ad una diaspora infinita di un popolo che voce non ha" (quello socialista, ovviamente). 
Nell'alveo di quell'esperienza - e in realtà persino prima - si è sviluppato "Socialismo italiano 1892", un progetto online (ma attivo anche offline, nel senso che funziona pure fuori dalla Rete) volto a far conoscere la storia del socialismo italiano (non solo) e dei suoi protagonisti alle nuove generazioni. "Facciamo comunicazione politica e storica - si legge nel sito - ci piace molto il web e sappiamo come fare emergere un fatto, una storia, nel grande mare della rete". Così, senza annullare la nostalgia per la carta ma puntando soprattutto sulle possibilità di maggior diffusione (e a minori costi) date dalla rete, i fautori del progetto vogliono rendere concreto uno dei motti di Pietro Nenni, "non restare e far restare mai indietro nessuno", sempre nel nome della comune passione chiamata "Socialismo".
In ogni caso, si diceva di Livorno. Da quell'assemblea è uscito nominato un Comitato di garanti, coordinato da Aldo Potenza (tra coloro che contestarono la validità del congresso del Psi del 2016; tra i promotori dell'iniziativa figura anche un altro ricorrente di allora, Angelo Sollazzo) e il desiderio di incontrarsi per mettere a punto un progetto più strutturato di ricostruzione socialista. Questo sarebbe dovuto passare per una conferenza programmatica "sullo stile di Governare il cambiamento", il primo evento di quel tipo che si svolse nel 1982 a Rimini, voluto da Bettino Craxi. E non è un caso che proprio a Rimini circa 200 persone si siano ritrovate tra l'8 e il 10 febbraio, con l'idea di mettere le basi per costruire un nuovo spazio socialista che possa unire tutte le realtà di base oggi esistenti: "Più che a fondare un partito - si leggeva nel comunicato di annuncio - la Conferenza di Rimini punta a mettere assieme un corpo di idee che, senza dimenticare le radici, consenta oggi di conquistare lo spazio che le macerie della sinistra hanno lasciato completamente vuoto. Attraverso un percorso inclusivo, senza pretendere adesioni preventive; e alla condizione di continuare a credere fermamente che la distinzione tra destra e sinistra, anche dopo l’estinzione del comunismo, è reale e attuale". 
Il documento votato domenica, partendo dalla constatazione della precarizzazione del lavoro, della povertà e del reddito mal distribuito, oltre che delle crisi (economiche, ambientali, sanitarie) sempre più frequenti, rileva l'inadeguatezza delle azioni messe in campo finora dalla sinistra per affrontare questa situazione e l'assoluta necessità di contenere e ostacolare "l'azione aggressiva del neoliberismo" attraverso "l'alleanza tra i meriti ed i bisogni" perseguita da "un grande partito di orientamento socialista e democratico". "Non siamo e non saremo - mettono in guardia i firmatari - l’ennesima celebrazione di un passato che non ritorna, ma il gruppo si rivolge comunque ai "socialisti insoddisfatti degli orientamenti assunti da chi oggi utilizza un simbolo senza far seguire azioni politiche conseguenti alla storia che vorrebbe rappresentare" (riferimento nemmeno troppo velato al Psi a guida Nencini), perché contribuiscano "a costruire una comunità nazionale di orientamento socialista capace di offrire un orizzonte politico a tutti gli italiani ed in particolare alle donne e alle nuove generazioni". L'obiettivo, dichiarato, è ricostruire, "entro il 39° anniversario della morte di Nenni, ed il 20° della morte di Craxi", "una casa per tutti coloro che sono e saranno interessati a dare una nuova e salda prospettiva politica di orientamento socialista all’Italia", facendo appello "ai Circoli, alle Associazioni di coloro che si sentono socialisti, alle Fondazioni di area socialista ed al Partito socialista italiano", attraverso una "campagna politica per la Epinay del Socialismo Italiano", rievocando il congresso che portò François Mitterand alla guida dei socialisti francesi e segnò una rinascita fondamentale per quell'area politica.
Alla fine della conferenza è stata ufficialmente costituita l'associazione Socialismo XXI: la parola "secolo" si è dissolta, ma è stata elaborata l'immagine inizialmente scelta, quella del garofano stretto nel pugno. Alla base, quasi certamente, c'era il manifesto creato nel 1973 da Ettore Vitale per un 1° Maggio, nato con l'intento di unire due simboli tradizionali della sinistra e del socialismo. Nel 1976 il pugno finì sul simbolo del Partito radicale, ma in quell'occasione stringeva la rosa direttamente generata da quella disegnata da Marc Bonnet per i socialisti francesi (adottata proprio al citato congresso di Epinay nel 1971); un garofano sarebbe tornato in Italia, sempre per mano di Ettore Vitale, quando Craxi scelse il nuovo simbolo per il Psi nel 1978. Se però la prima versione del logo dell'associazione (ancora con la parola "secolo") era molto in stile "manifesto retrò", a fondo bianco), l'ultima grafica che adotta il fondo rosso, oltre a stilizzare il pugno, identifica un garofano preciso: quello disegnato nel 1987 da Filippo Panseca e che più si identifica con l'epoca craxiana, avendone caratterizzato gli ultimi cinque anni (anche se la stagione di Craxi a capo del governo era finita). Quello era il simbolo di un partito, questo non nasce per esserlo (e il nome stesso non aiuta a considerarlo tale), ma un certo fascino su chi ha condiviso quella storia e non vuole consegnarla al passato lo esercita indubbiamente. Dove porterà il cammino intrapreso a Livorno e passato - un'altra volta - da Rimini? 

domenica 10 febbraio 2019

Svolta europea, il progetto per una nazione continentale

Non è dato sapere se, tra i contrassegni che ad aprile saranno depositati al Ministero dell'interno in vista delle elezioni europee, ci sarà anche questo (in fondo, presentarlo non comporta il doverlo utilizzare, soprattutto considerando che di mezzo c'è l'ostacolo della raccolta delle sottoscrizioni). Di certo, però, Svolta europea come progetto politico sembra nato apposta per concorrere a una competizione elettorale di questo livello. 
Il simbolo, in qualche modo, rappresenta graficamente ciò che il nome intende: ci sono le stelle d'Europa nella corona che delimita il contrassegno, ma l'elemento più visibile è un'enorme freccia blu, che cambia il verso del movimento, con l'idea di andare avanti e non (più) indietro. Avendo come destinazione la Nazione europea, come il "sottotitolo" del progetto politico - Partito italiano della nazione europea - suggerisce. 
Alla base di quest'idea, che ha mosso i primi passi nell'estate del 2016 per opera di Franco Puglia, ci sono - come si legge nel sito www.svoltaeuropea.comelementi metodologici (per evitare l'alterazione del progetto) e politici (per dare un orientamento politico riconoscibile e condivisibile), attorno ai quali possano aggregarsi vari gruppi, per far nascere una proposta politica nuova di dimensione nazionale. Tra i primi, spicca nettamente la separazione degli incarichi, per cui "chi rivestirà incarichi elettivi all'interno del Movimento politico non potrà candidarsi ad incarichi elettivi pubblici nelle istituzioni, e viceversa"; in più, l'intenzione di candidarsi dovrà essere sempre manifestata "con largo anticipo sulla scadenza elettorale interessata", così da rendere trasparenti le intenzioni e possibili procedure elettorali interne. Quanto agli incarichi interni, invece, saranno elettivi (al di là di quelli spontanei, legati a gruppi tematici) e ci si potrà liberamente candidare, ma serviranno solo a "fornire figure rappresentative del Movimento, facilitare la comunicazione interna tra gli iscritti, controllare il rispetto delle regole, stimolare la partecipazione crescente degli elettori potenziali, stimolare e contribuire all'organizzazione di manifestazioni e incontri"; non potranno invece mutare la linea politica del progetto politico, "espressa nei suoi documenti fondativi" e soprattutto "immutabile, salvo diversa decisione dell'Assemblea degli iscritti".
Ma quali sono i cardini politici di questo progetto? I fondatori si riconoscono in "una visione del mondo di ispirazione liberale, fondata quindi sui principi universali della libertà degli individui, ma consapevole dei limiti imposti a questa libertà da quella altrui e dalle esigenze della vita sociale". Su questioni eticamente sensibili, tutto si basa sulle scelte responsabili del singolo (che, come tali, vanno rispettate), mentre in ambito economico-sociale ci si regge sui "valori del libero mercato in condizioni non distorte di concorrenza", sullo sviluppo di una ricchezza diffusa e di opportunità diffuse e crescenti di lavoro, su una spesa pubblica ridotta all'essenziale e su una progressiva defiscalizzazione di ogni settore della vita nazionale; la funzione pubblica, invece, in un'ottica di "stato utile", dovrà occuparsi solo dei compiti che i privati non possono svolgere (perché sono di interesse collettivo o non contemplano stimoli economici privatistici), assegnare il massimo delle competenze possibili (e dell'autonomia di spesa e imposizione fiscale) ai territori e separare nettamente assistenza e previdenza (con particolare riguardo a quest'ultima, "separando la comunità dei cittadini che contribuiscono concretamente in base ad un reddito da attività privata rispetto a quanti, essendo dipendenti pubblici, contribuiscono soltanto formalmente, essendo pagati dalla fiscalità locale o statale").
Quanto alla politica internazionale, quella più rilevante per l'appuntamento elettorale in arrivo, Svolta europea "si dichiara apertamente europeista, volendo con questo indicare una visione geopolitica che colloca i popoli europei nel loro contesto storico e geografico, riconoscendo in questo una identità distinta da altri popoli del pianeta, e guardando ad una progressiva integrazione politica ed economica degli europei". Senza schiacciare le sovranità locali, si dovrebbe puntare all'arricchimento e all'opportunità di sfruttare meglio le risorse collettive senza ledere gli interessi fondamentali delle popolazioni. Una visione federalista, in pratica, "che guarda ai popoli e non agli stati nazionali, che rifugge dalla burocrazia e guarda ad una crescente partecipazione democratica e popolare": un nuovo progetto che punta agli Stati Uniti d'Europa, senza però usare quest'espressione. 
Per Puglia conta soprattutto la costruzione di "un sentimento di identità nazionale europea" da sovrapporre alle identità nazionali (contro "ogni forma di antieuropeismo comunque motivata"); allo stesso tempo, per lui occorre "impedire con tutte le nostre forze che i flussi migratori continuino incessantemente a scaricarsi sul nostro paese", portando avanti la "difesa dei confini europei", proponendo un "Nazionalismo europeo, in cui sfumano le differenze linguistiche e culturali dei popoli del continente, differenziandosi invece rispetto a quelle degli altri continenti". Questo, nelle intenzioni dell'ideatore del progetto, dovrebbe svuotare di significato "i vari movimenti nazional-populistici locali (stile Salvini/Le Pen) con le loro spinte isolazionistiche, stile Brexit, istanze regressive rispetto allo sviluppo globalizzato del mondo". Riuscirà tutto questo a tradursi in un'iniziativa politica in vista delle europee, con tanto di raccolta firme?

martedì 29 gennaio 2019

Nuova Democrazia cristiana ligure, autonomisti e federalisti per non mollare

Oggi, un quarto di secolo fa, nelle intenzioni dei dirigenti della Democrazia cristiana il nome storico varato nel 1943 sarebbe dovuto finire in soffitta, per sottrarlo a nuovi schizzi di fango. Il 29 gennaio 1994, infatti, si riunì - presso il Centro studi Alcide De Gasperi alla Camilluccia - il consiglio nazionale della Dc, presieduto da Rosa Jervolino Russo: l'ultimo, che avrebbe dovuto eseguire il deliberato dell'assemblea del Partito popolare italiano, svoltasi il 18 gennaio (e sostituire il segretario amministrativo dimissionario, Emilio Rubbi, con Alessandro Duce). Nell'ordine del giorno approvato all'unanimità dei presenti, c'era pure il cambio di denominazione in Partito popolare italiano, nonché la previsione di un nuovo congresso per il mese di maggio: si sarebbe svolto a luglio, ma non si votò mai il cambio di nome in un'assise congressuale, con tutte le conseguenze che ne sarebbero derivate.
Nel corso degli anni, ormai è cosa nota, ci avrebbero provato in tanti a tenere viva la fiamma della Dc, possibilmente nel tentativo di presentare candidature, anche solo a livello locale: si sono succeduti i nomi di Andreino Carrara, Angelo Larussa, Flaminio Piccoli, Clelio Darida, Pellegrino Leo, Alessandro Duce, Carlo Senaldi, Angelo Sandri, Giuseppe Pizza, Raffaele Lisi, Gianni Fontana, Raffaele Cerenza, Renato Grassi e molti altri, ma non tutte le storie hanno avuto lo stesso rilievo. Una delle più singolari e meno raccontate è legata al nome di Graziano Crepaldi, classe 1934, nato in provincia di Reggio Calabria ma da tempo radicato in Liguria: proprio lì lui, "agente d'affari e pubblicista", volle far nascere un pezzo di Democrazia cristiana.
Il 23 agosto 2000, infatti, presso il notaio Valentino Elpidio di Alassio, Crepaldi e altre tredici persone costituirono il partito Nuova Democrazia cristiana ligure, con sede a Genova. Una formazione politica che aveva la sua ragion d'essere regionale all'interno del nome: nello statuto il partito si definiva "democratico, autonomista e federalista" e definiva come suo obiettivo principale "la tutela del territorio Ligure, del suo Popolo, della sua cultura, della sua lingua e delle sue antiche tradizioni"; in quel territorio, il partito aveva "piena totale autonomia" e toccava agli iscritti ogni decisione su eventuali alleanze e convergenze politico-elettorali. Nonostante questo, il partito aveva velleità nazionali: sempre lo statuto precisava che l'iscrizione era aperta a "tutti i cittadini italiani", pagando 30mila lire; a livello più generale, il partito voleva operare "di comune accordo con tutte le forze federaliste ed autonomiste europee nel rispetto della diversità e delle specifiche esigenze di ciascun popolo" (magari con un patto federativo tra partiti federalisti europei) per l'affermazione dell'Europa dei popoli, andando oltre l'unione monetaria.
Nello statuto c'era un'altra indicazione di rilievo: tra le "finalità", all'articolo 10, si legge che il partito "è parte integrante, a tutti gli effetti, del Partito democratico cristiano", vale a dire il soggetto politico - con sede in piazza del Gesù, proprio a Palazzo Cenci Bolognetti - fondato all'inizio del 2000 da Flaminio Piccoli (che però nel frattempo era morto, l'11 aprile, oltre quattro mesi prima della costituzione della Nuova Dc Ligure) per essere in condizione di agire politicamente, senza rischiare nuovi attacchi da Ppi e Cdu per l'uso del nome e del simbolo della Dc. Il partito, nel frattempo, era passato nelle mani di Alfredo Vito, che nel 2001 sarebbe stato eletto alla Camera sotto il simbolo di Forza Italia.
Il legame con il partito fondato da Piccoli emergeva anche dalla costruzione grafica del simbolo: il nome scritto con la font Twentieth Century, con le iniziali D e C più grandi ed evidenziate in rosso (che caso...) e il motto "Difendi la tua libertà" erano mutuati dall'emblema del Pdc, come pure le stelle d'Europa, che nel simbolo di Crepaldi invece erano disposte ad arco su una corona blu; lo scudo, a differenza del simbolo di Piccoli, conteneva la croce rossa. 
Il simbolo del partito era l'elemento più visibile, anche per ragioni concrete: "Noi ci riteniamo parte integrante della Democrazia cristiana originale, quella del 1943, mai sciolta - ricorda ora Crepaldi - per cui a ogni elezione locale cui ci siamo presentati abbiamo sempre depositato per primo il simbolo storico con lo scudo crociato. Quasi sempre però quell'emblema ci veniva inibito, magari su istanza del Cdu prima e dell'Udc poi: a quel punto, avendo solo qualche manciata di ore per sostituire il contrassegno, tiravo fuori quello del partito che avevo fondato e a quel punto non c'erano più problemi". Per stare più tranquillo, nell'eventualità che per le commissioni elettorali anche il suo simbolo fosse stato troppo confondibile con quello del Cdu o dell'Udc per a causa dello scudo, Crepaldi aveva fatto preparare anche un simbolo sostitutivo, anch'esso allegato allo statuto: su tutto, spiccava la diversa forma dello scudo, tipica degli stemmi comunali.
Il partito presieduto da Crepaldi non è mai stato sciolto, dunque è ancora in grado di presentare il proprio simbolo alle elezioni, a livello locale ("stiamo valutando se partecipare alle elezioni di Sanremo") ma volendo anche nazionale, magari sostituendo la parola "ligure" con "autonomista federalista". Nelle varie campagne elettorali cui ha partecipato, Crepaldi ha cercato di contribuire alle forze di centrodestra, magari con una lista all'interno della coalizione. A livello nazionale, tuttavia, il suo gruppo partecipa al progetto di riattivazione della Democrazia cristiana attualmente guidato da Renato Grassi: il 26 febbraio 2017, all'Ergife di Roma, tra le persone presenti all'assemblea disposta dal Tribunale di Roma (che aveva eletto come presidente Gianni Fontana) c'era anche Crepaldi, fiero di mostrare il suo simbolo a chi non lo conosceva, come segno di una battaglia combattuta con convinzione, senza stancarsi.

domenica 27 gennaio 2019

Lega Rieti, una provincia che fa molto Umbria

In questo sito ci si è occupati raramente delle elezioni provinciali, per lo meno da quando si tratta di mere votazioni di secondo grado, in cui possono votare solo gli eletti all'interno dei consigli comunali: si tratta infatti, spesso, di elezioni divenute di scarso interesse anche sul piano simbolico, visto che di solito gli emblemi depositati denotano poca fantasia e ancor meno impegno nella realizzazione, considerata la platea ridottissima di persone che li vedranno. A volte però possono succedere fatti che non possono sfuggire all'attenzione dei #drogatidipolitica: è il caso del voto per rinnovare il consiglio della provincia di Rieti, che si terrà il 3 febbraio.
Le liste in corsa sono 4, Rieti provincia, Territorio e partecipazione, Lega Rieti e Forza Italia. Ma l'occhio di chi ha visto il manifesto delle candidature è caduto immediatamente sull'emblema della lista Lega Rieti. E non solo - o non tanto - perché un profilo montuoso a tre cime copre l'immagine di Alberto da Giussano (quindi il simbolo è del tutto privo del guerriero a spadone sguainato) o perché sul manifesto l'emblema appare schiacciato in altezza (qui si è scelto di riportarlo in forma circolare); né c'entra l'inserimento della parola "Rieti", in una font Arial Bold poco in linea con l'identità grafica leghista. Il problema, casomai, è dato dalla silhouette posta sotto al nome della provincia: difficile negare che quella sagoma sia quella dell'Umbria (la parte superiore è inconfondibile), quando Rieti è una provincia del Lazio.
Era inevitabile che si scatenassero contestazioni e ironie su quella grafica, con il fuoco aperto dal consigliere regionale umbro Pd Andrea Smacchi ("Non sapevamo che nel contratto di governo e nel programma della Lega ci fosse nel breve periodo l’annessione della Regione Umbria alla Provincia di Rieti: è chiaro che se la cosa non fosse tragicomica, a dimostrare quanto gli appartenenti a quel partito siano inadeguati e incapaci, si tratterebbe di una umiliazione rispetto alla storia e alla nostra identità"), ma a quel punto era difficile per chiunque fosse stato tra i promotori di quella lista dire qualcosa a giustificazione dell'accaduto senza rischiare una gragnuola di contumelie. 
Ci ha provato Umberto Fusco, coordinatore leghista in Lazio, intervistato dal Corriere della Sera: "Sul simbolo – ribadisce – non compare la scritta Noi con Salvini premier. Da quanto mi è stato riferito, non è la cartina dell’Umbria, ma una porzione del territorio di Rieti rimpicciolita per esigenze tipografiche. Ho chiesto allo stampatore di inviarmi le immagini di entrambi i territori, per dimostrare che sono simili ma non uguali. Poi, certo, ognuno può vederci quello che vuole... Io mi ritengo una persona seria... È una figura che non so definire, in ogni caso non l’abbiamo commissionata noi ma una lista civica che riunisce una dozzina di persone".
Non si capisce bene, in effetti, cosa c'entri "Noi con Salvini premier", un emblema che nemmeno esiste (esiste Noi con Salvini, esiste la Lega - Salvini premier); quando alla raffigurazione di parte del territorio provinciale, è difficile capire sulla base di cosa possa essere stato delimitato lo spazio, con la parte nord sorprendentemente simile a quella dell'Umbria. Vero è che, probabilmente, la Lega del Lazio ("nazionale"?) c'entra poco, perché mancando il riferimento grafico ad Alberto da Giussano potrebbe non esserci nemmeno stato bisogno della concessione del simbolo da parte del competente organo del partito (anche se la font Optima di "Lega" è la stessa, ma non hanno sempre detto i giudici che la parola "Lega" di per sé è un nome comune su cui nessuno può avere l'esclusiva?). La figuraccia, in ogni caso, resta e la spiegazione che si è cercato di dare, con le migliori intenzioni, appare una toppa a colori. Si deve poi escludere che il simbolo sia stato frutto di un errore di chi ha composto i manifesti (e magari le schede con cui si voterà il 3 febbraio): in quel caso ci sarebbe stato margine per rifare tutto con il simbolo giusto. In passato è successo più di una volta, ma qui non sembra esserci spazio: l'emblema consegnato dai presentatori della lista sarebbe proprio quello più umbro che reatino... 

sabato 26 gennaio 2019

L'onda, simbolo delle "madamin" pronto per le regionali?

Ci risiamo, i primi a trattare i simboli politici (di partito o no) come marchi, prima ancora che come immagini in grado di portare messaggi, sono proprio coloro che pensano di adottarli. Una manciata di settimane fa un ex M5S ha depositato la domanda di marchio per il simbolo "Gilet gialli" (con tanto di giubbino d'emergenza in primo piano); ora si scopre che tra gli ultimi marchi depositati, di cui si è chiesta la registrazione, c'è L'onda. Il nome in sé è mosso, come la grafica stessa - semplice ma accurata e abbastanza efficace - che "taglia" il nome  in carattere "black" bastoni con una morbida forma di onda, piuttosto tranquilla senza essere tempestosa. A rendere interessante il deposito, però, è il nome della richiedente la registrazione: Patrizia Ghiazza. Non una persona qualunque, ma "una delle sette promotrici di 'Sì, Torino va avanti', la comunità pro-Tav scesa in piazza per chiedere il completamento dei lavori dell'alta velocità Torino-Lione", come scrive per AdnKronos Antonio Atte, che ha dato per primo la notizia.
L'11 gennaio, infatti, proprio lei ha depositato la domanda di marchio, descritta come "un cerchio arancione al cui interno è riprodotta la denominazione l'onda, quest'ultima riprodotta con caratteri che, nella parte bassa, riproducono la forma di un'onda". Il colore arancione, tra l'altro, è esattamente lo stesso che era sullo sfondo del logo circolare di "Sì, Torino va avanti", visto il 10 novembre scorso e anche il 12 gennaio sempre a Torino. Quanto ai "confini" della domanda di marchio in base alla classificazione di Nizza, essa è stata presentata per le classi 16 (che comprende tra l'altro "carta e cartone; stampati", foto e adesivi, nonché tutti i classici gadget di cancelleria), 24 (Tessuti, coperte da letto e copri tavoli, ma vi rientrano anche i "tessuti adesivi incollabili a caldo" e soprattutto le bandiere), 38 (telecomunicazioni), 41 (servizi di educazione, formazione, divertimento, attività sportive e culturali) e l'immancabile classe 45 ("Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali", in cui si fanno rientrare i servizi di "fornitura di informazioni in ambito politico" e vari "servizi di lobbying").
Che qualcosa si abbia in mente di fare appare certo, anche se nessuno vuole sbilanciarsi su "cosa" fare: ad Atte che le chiedeva se stesse per nascere un partito, Ghiazza, "visibilmente spiazzata dalla domanda", ha risposto solo "Chi lo sa... ora non posso dare delle risposte [...] Non mi sento di aggiungere o togliere nulla a quanto lei sta dicendo...". Certo, si potrebbe trattare di un atto che prepara un'operazione di merchandising per una nuova manifestazione, per tutelare la produzione di prodotti "ufficiali" (appunto dagli adesivi alle bandiere); non è detto però che l'orizzonte sia questo. 
Non si deve dimenticare che - se ne ricorda anche Atte - quest'anno si vota anche per le regionali del Piemonte. Ed era molto simile all'arancione anche il color mattone del profilo del Monviso, contenuto nella lista Chiamparino per il Piemonte (con il Pd guarda caso a favore della Tav). Ma inutile chiedere a Ghiazza se, invece che un partito, sia in preparazione una lista: "Non posso dirlo ora", ribadisce, mentre tiene piuttosto a rimarcare la necessità di arrivare alla Tav, condivisa a quanto pare da gran parte degli italiani. Nel frattempo, però, lei e le altre promotrici della manifestazione sono diventate sorvegliate speciali: se davvero si vuole fare un partito, una lista o anche solo una manifestazione e si pensa di proteggere il proprio emblema chiedendo di registrarlo come marchio, il risultato sperato non è garantito (per la già ricordata tendenza a negare la registrazione a simboli politici di primo utilizzo), ma ci si espone a un rischio certo: che qualcuno scopra l'emblema depositato, formuli ipotesi e lasci spiazzati. Ne vale davvero la pena?

giovedì 24 gennaio 2019

Cristiani insieme per l'Europa, la via di Soliarietà per le europee

Da alcune settimane, in rete è apparso un simbolo nuovo, che punta direttamente alle prossime elezioni europee, Cristiani insieme per l'Europa: l'etichetta, volendo, è già un programma in breve, ma non dice molto su chi siano i promotori del progetto politico. Anche il nome del principale estensore, Piero Pirovano - tra i fondatori del Movimento per la vita, a lungo giornalista per Avvenire e ora "beatamente in pensione per potermi dedicare alla politica" - non è probabilmente noto ai più, ma risulta tra i fondatori di uno dei soggetti politici più assidui alla presentazione dei contrassegni elettorali al Ministero dell'interno dell'ultimo decennio abbondante: il partito Solidarietà - Libertà giustizia pace. Una storia singolare e nota a pochi, per cui merita di essere conosciuta meglio.
"Io - spiega Pirovano, che di Solidarietà è il presidente - sono stato iscritto alla Democrazia cristiana sin da quando avevo ventun'anni, cioè dal primo momento in cui era possibile essere iscritti. Venuta meno l'esperienza della Dc, però, io e le altre persone che avrebbero costituito il partito ci siamo sentiti orfani: non accettavamo e non accetteremo mai lo schema obbligato del bipolarismo, che costringeva a stare o di qui o di là, senza possibilità alternative e intermedie, una situazione che non si addice alla realtà italiana, soprattutto a livello locale, ma non solo. Per questo abbiamo pensato di offrire una casa ai cristiani che non ne avevano più una, perché potessero sentirsi a loro agio da qualunque parte provenissero". 
Con queste premesse, era una questione tutt'altro che secondaria la scelta del nome del nuovo soggetto politico, costituito con atto notarile il 12 novembre 2002: giusto qualche mese prima, l'ultimo congresso del Partito popolare italiano aveva deciso di sospendere l'attività del partito (e Pirovano, che nel frattempo era rimasto nel Ppi anche dopo il cambio di nome, era stato tra i pochi a votare contro la sospensione) "Sono sempre stato contrario - chiarisce - ai soggetti politici personali, che negli ultimi anni hanno affollato la vita politica italiana: un partito o un movimento deve poter andare oltre e continuare ad avere senso e a operare anche se il suo fondatore o leader viene meno. Nel nome, dunque, non ci dev'essere nessun riferimento a una persona, ma a dei valori: per questo noi avevamo scelto come nome principale del partito Solidarietà". 
Nel simbolo del partito, peraltro, c'è il riferimento anche ad altri tre valori, cioè libertà, giustizia e pace: "queste, messe insieme, sono la via della vita umana, dal concepimento fino alla morte naturale. Un partito, però, credo non debba essere così complesso, quindi abbiamo cercato una parola, un concetto riassuntivo, appunto quello di Solidarietà, come Solidarnosc in Polonia. Il nome del partito, poi, secondo me dovrebbe essere di per sé un programma: questi quattro valori insieme sono appunto un programma condensato in quattro parole". Queste riflessioni si sono riversate anche sulla grafica del simbolo: "In un periodo in cui concentrarsi sulla botanica era l'opzione preferita, dalla quercia all'ulivo alla margherita, noi abbiamo fatto una scelta diversa: nell'emblema si vede un disegno che noi abbiamo interpretato come una strada, una via da percorrere fatta appunta di libertà, giustizia e pace; volendo si può leggere anche una vela, che permette a una barca di andare avanti, dunque c'è sempre un percorso da fare". 
Dopo la costituzione, il partito ha presentato per la prima volta il suo simbolo alla vigilia delle elezioni europee del 2004, ma solo nel 2006 ha scelto di impegnarsi a presentare le liste: "Ci riunimmo a Rimini a fine gennaio - ricorda Pirovano - e volemmo tentare quella strada: facemmo le liste per tutti i collegi di Camera e Senato, ma incontrammo difficoltà a raccogliere le firme necessarie, così riuscimmo a presentare le liste solo in Veneto, Campania e, solo per la Camera, anche in Puglia".
Negli appuntamenti elettorali successivi, il simbolo non è mai mancato nelle bacheche del Viminale ed è stato pubblicato anche sulla Gazzetta Ufficiale il 28 ottobre 2014: Solidarietà, infatti, è stato tra le prime formazioni politiche a ottenere l'iscrizione - dopo alcune modifiche statutarie - nell'apposito Registro dei partiti politici, istituito dal decreto-legge n. 149/2013. In occasione delle ultime elezioni politiche, invece, il simbolo è tornato, sì, ma è stato "gravato" di altri messaggi, a partire da "Cambia modello di sviluppo", per andare incontro alle sensibilità di alcuni degli aderenti al partito; Pirovano ammette però che le cose sono state fatte "molto in fretta" e non c'è stato modo di curare adeguatamente la grafica ("Si poteva fare meglio: in un simbolo ci devono essere pochissime parole, dev'essere di facile lettura e un anno fa non era successo"). Quel deposito, in ogni caso, fu un'operazione di mera testimonianza: si decise di non raccogliere le firme, anche perché non c'era il tempo di farlo ("Del resto i tempi di convocazione lasciano poco tempo, si potrebbero raccogliere le firme fino a 180 giorni prima del voto, ma sui moduli dev'esserci già la data del voto, per cui non si riescono a raccogliere le firme anche quando la legge lo consente").  
In occasione di queste elezioni europee, invece, il gruppo di Solidarietà ha fatto una scelta diversa: "Avremmo potuto presentare semplicemente il nostro simbolo, ma alcuni di noi volevano richiamare più precisamente l'essere cristiani, anche se credo che lo si possa essere senza scriverlo. Per mantenere unito il gruppo, ci è venuta l'idea di Cristiani insieme per l'Europa, che noi di Solidarietà proponiamo a tutti come una zattera di salvataggio". La grafica è decisamente europea, come testimonia il cerchio di dodici stelle su fondo blu, all'interno del quale è contenuto il nome della lista; può lasciare forse perplessi la scelta della font fumettistica Comic Sans Serif ("l'abbiamo pensata apposta, per proporci in modo giovane"), ma di certo il simbolo non passerà inosservato. Si sarebbero anzi già fatti avanti alcuni gruppi locali che hanno chiesto di poter usare lo stesso simbolo alle elezioni comunali: il nome sarebbe modificato in "Cristiani insieme per …" con il nome del singolo paese, mantenendo però la stessa grafica, per comunicare convintamente il legame di ogni gruppo di candidati con l'Europa, senza bisogno di ricordarlo nel nome (per essere europeisti, dunque, senza scriverlo). 
Anche se il progetto di Solidarietà rimane, in questo momento si preferisce puntare sull'unità europea dei cristiani (e in Italia hanno partecipato ai lavori della "cabina di regia" della lista anche rappresentanti dei Popolari per l'Italia, di Costruire insieme, di altre associazioni (come Giustizia e civiltà solidale, Stato moderno e solidale) e comunità di base: "Siamo per l'unità dei cristiani - precisa Pirovano - ma chiunque può condividere il nostro progetto: anche persone di altre fedi possono unirsi a noi, è sufficiente che condividano il nostro eurodecalogo". Un decalogo che comprende il superamento del Trattato di Lisbona che guardi agli Stati Uniti Europei in chiave federale, l'inserimento di riferimenti al diritto alla vita e alla tradizione culturale giudaico-cristiana nella Costituzione italiana, la proposta di un nuovo modello di sviluppo socio-economico e ambientale, la rimozione di ogni discriminazione economica, politica e sociale nei confronti delle donne, nonché il massimo sostegno alla famiglia come struttura sociale elementare, il ripensamento della scuola come "informata a un reale rispetto della famiglia e della persona", il pieno sviluppo di politiche del lavoro che coniughino progresso e diritti, l'accoglienza e l'integrazione degli immigrati. Un progetto tutt'altro che semplice, in fondo, ma che Solidarietà e gli altri compagni di strada vogliono proporre agli elettori (raccogliendo le firme necessarie, s'intende).