mercoledì 31 dicembre 2025

Il 2025 finisce, la gratitudine no!

Il 2025 sta per vedere la parola "fine"
, sospeso tra valutazioni incerte, volendolo guardare dal punto di vista elettorale. Si sapeva dall'inizio che - salvo sorprese, che non ci sono state, durante l'anno non si sarebbero celebrate elezioni politiche o europee, dunque sarebbe mancato l'appuntamento con il Viminale. Si sapeva già, tuttavia, che quest'anno si sarebbero svolte varie elezioni regionali d'importanza non secondaria: si sarebbe votato, in particolare, in Valle D'Aosta, nelle Marche, in Toscana, in Veneto (con le particolarità legate alla lista Resistere Veneto e alla "lista Alde", ma soprattutto ai veti del centrodestra alla presenza di una "lista Zaia") in Puglia e in Campania;  a queste, peraltro, si è aggiunta la Calabria, dopo le dimissioni del presidente della giunta Roberto Occhiuto, poi ricandidatosi (e risultato vincitore). 
Se sul piano delle regionali l'anno è stato più consistente del previsto, non può dirsi così per le elezioni comunali, soprattutto in seguito alla circolare n. 83/2024 del Ministero dell'interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali (Direzione centrale per i servizi elettorali): questa, rilevando che i "decreti elezioni" del 2020 e del 2021 non avevano disposto niente su eventuali modifiche dei termini per le elezioni successive al mandato iniziato in autunno (a causa del rinvio delle elezioni per Covid-19), concluse che nei comuni chiamati al voto in quegli anni si sarebbe votato di nuovo nella primavera del 2026 e del 2027. Prima conseguenza pratica di questo ragionamento è la riduzione drastica nel numero di comuni chiamati al voto nella primavera del 2025: a parte capoluoghi come Pordenone, Trento, BolzanoAosta e Nuoro (situati in Regioni a statuto speciale), sono stati interessati dal voto solo comuni in cui si è votato per ragioni diverse dalla scadenza naturale del mandato, tra cui capoluoghi di provincia come Genova (unico capoluogo di Regione tornato alle urne), Ravenna, Taranto e Matera
Il fatto che si sia votato in un numero di comuni assai più basso ha coinvolto inevitabilmente anche quelli "sotto i mille", che questo sito ha sempre seguito con attenzione grazie allo sguardo consapevole di Massimo Bosso. Nonostante ciò, tra i pochi microcomuni chiamati al voto, non sono mancati anche quest'anno casi da record, con improvvisi affollamenti di liste, fino al caso limite di Bisegna, con 25 simboli sulla scheda, 22 dei quali rimasti completamente a secco di voti. Pure questa volta, dunque, si è potuto fare il solito viaggio nella microItalia che vota, favorito dal fatto che il disegno di legge Pirovano (ex Augussori) volto tra l'altro a reintrodurre un minimo di firme da raccogliere anche nelle località più piccole è ancora fermo alla Camera e questo ha permesso a chi era più interessato a presentare liste per nulla impegnative in localita quasi sconosciute di attivarsi anche nel 2025 (ma questa volta quelle sortite hanno avuto una pubblicità non programmata...). In altri comuni piccoli, questa volta in Valle d'Aosta, sono accadute vicende singolari che, finite davanti ai giudici amministrativi, hanno dato l'occasione per riflettere sugli adempimenti del procedimento preparatorio. Si è anche analizzato il "decreto elezioni 2025", raccontando le possibili modifiche in arrivo sulle procedure di presentazione dei contrassegni al Viminale, mentre si è discusso col costituzionalista Salvatore Curreri circa l'eventualità di non consentire più il "voto disgiunto".
Al di là delle vicende elettorali, è stato interessante seguire questioni di "diritto dei partiti", come quelle sullo scontro relativo al Partito liberale italiano (che ha generato tra l'altro il progetto di Unione liberale, come pure altri di cui converrà parlare in seguito) o di Fortza Paris, oppure appuntamnenti interni ai partiti, come il 4° congresso di +Europa (che peraltro sembra aver avuto, a giudicare dagli avvenimenti delle ultime settimane, una coda assai problematica che potrebbe avere nuovi sbocchi in tribunale) o il congresso della Lega per Salvini premier che ha modificato il suo statuto (mentre Matteo Salvini è riuscito a completare la procedura di registrazione come marchio del fregio elettorale della sua "nuova" Lega e di Alberto da Giussano).
Si sono poi visti contrassegni nuovi, destinati soprattutto all'uso elettorale (come Avanti lanciato dal Psi - sul quale è stato sentito il segretario Enzo Maraio - e Casa riformista lanciato da Italia viva), ma non sono mancati simboli nuovi per progetti politici rinnovati e non solo elettorali (quello del Partito Liberal Democratico, quello di Democrazia sovrana popolare, di cui ci ha parlato direttamente Marco Rizzo, e quello di Più Uno, creatura di Ernesto Maria Ruffini che richiama subito l'Ulivo prodiano).
Non sono poi mancati aggiornamenti relativi alla vicenda giuridico-simbolica della Democrazia cristiana (con l'ennesima decisione del Tribunale di Romaulteriori movimenti in prossimita delle elezioni regionali con tanto di baruffe tra le varie Dc e l'appello di una serie di ex notabili - a partire da Paolo Cirino Pomicino - a lasciar riposare lo scudo crociato e il nome della Dc) e un'occasione per riflettere sul destino giuridico del MoVimento 5 Stelle (quello fondato nel 2012 e guidato da Grillo e quello tuttora operante sulla scena politica). A quest'ultimo proposito, è stato stimolante anche poter intervistare Maurizio Benzi, creatore del simbolo che precedette quello del M5S, vale a dire quello delle Liste CiViche a 5 Stelle.
Durante l'anno si è ritenuto opportuno ricordare la scomparsa di alcune figure "simbolicamente rilevanti" come Pellegrino Capaldo (Movimento per l'Europa popolare), Mimmo Lucà (Cristiano Sociali), Carlo Senaldi (Rinascita Dc), Giancarlo Cito (Lega d'Azione meridionale) e Giorgio Forattini. C'è stata per fortuna anche l'occasione di parlare di alcuni libri interessanti per chi frequenta questo sito, come quelli di Andrea Vezzaro sulla "caduta" della Dc e di Mauro Suttora sui verdi e sugli ecologisti; si è poi voluta creare l'occasione per parlare a fondo di Edmondo Berselli, sfruttando la riedizione di uno dei suoi libri più significativi (Venerati maestri), in attesa di poter parlare di un'altra opera cui concorse e che non è meno rilevante per i #drogatidipolitica.
Anche quest'anno - soprattutto a causa del lavoro quotidiano - non è stato facile trovare il tempo di parlare di tutti gli argomenti che meriterebbero di finire su queste pagine; non è stato possibile evitare lunghi periodi in cui il sito è rimasto fermo o non è stato possibile tradurre in articoli i suggerimenti o i materiali forniti. Lo sforzo di rimanere al passo con gli avvenimenti, però, non viene meno e la gratitudine verso chi ha concorso a mantenere aggiornato il sito si conserva: per questo si compie anche quest'anno il rito dei ringraziamenti, per non dimenticare chi ha permesso a I simboli della discordia di camminare sin qui, sperando che la via possa essere ancora lunga. Grazie e buon anno nuovo...
 
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Grazie a Martino Abbracciavento, Paolo Abete, Ignazio Abrignani, Leonardo Accardi, Giovanni Acquarulo, Mario Adinolfi, Stefano Aggravi, Guglielmo Agolino, Tiziana Aicardi, Luca Al Sabbagh, Tiziana Albasi, Mauro Alboresi, Alberto Alessi, Francesca Alibrandi, Alfonso Alfano, David Allegranti, Angela Allegria, Antonio Amico, Marzia Amico, Antonio Angeli, Daniele Arghittu, Massimo Arlechino, Leoluca Armigero, Nicola Aronne, Antonio Atte, Luigi Augussori, Mauro Aurigi, Imma Baccelliere, Luca Bagatin, Olivrer Balch, Cristina Baldassini, Laura Banti, Marcello Baraghini, Daniele Barale, Lucio Barani, Amedeo Barbagallo, Paolo Barbi, Mario Bargi, Enzo Barnabà, Giovanni Barranco, Alessandro M. Baroni, Chiara Maria Bascapè, Maruzza Battaglia, Americo Bazzoffia, Giovanni Bellanti, Fabio Belli, Pierpaolo Bellucci, Marco Beltrandi, Francesco Benaglia, Giulia Benaglia, Donato Bendicenti, Valentina Bendicenti, Matteo Benetton, Maurizio Benzi, Pierangelo Berlinguer, Roberto Bernardelli, Rita Bernardini, Luca Bertazzoni, Enrico Bertelli, Giuseppe Berto, Niccolò Bertorelle, Alberto Bevilacqua, Diego "Zoro" Bianchi, Leonardo Bianchi, Giuliano Bianucci, Laura Bignami, Davide Bionaz, Raffaella Bisceglia, Mauro Biuzzi, Luca Bizzarri, Fabio Blasigh, Paolo Bonacchi, Enzo Bonaiuto, Ettore Bonalberti, Paola Bonesu, Andrea Boni, Mauro Bondì, Fabio Bordignon, Salvatore Borghese, Michele Borghi, Lorenzo Borré, Renzo Bortolot, Massimo Bosso, Francesco Bragagni, Carlo Branzaglia, Antonio Bravetti, Giancarlo Brioschi, Franco Bruno, Andrea Bucci, Giampiero Buonomo, Antonio Burton Cerrato, Mario Cabeddu, Massimiliano Cacciotti, Giovanni Cadioli, Luca Calcagno, Giuseppe Calderisi, Mauro Caldini, Stefano Caldoro, Stefano Camatarri, Antonio Campaniello, Francesco Campopiano, Elisabetta Campus, Aurelio Candido, Maria Antonietta Cannizzaro, Matteo Cantamessa, Augusto Cantelmi, Roberto Capizzi, Monica Cappelletti, Luca Capriello, Giovanni Capuano, Jacopo Capurri, Giuseppe Carboni, Vito Cardaci, Francesco Cardinali, Mauro Carmagnola, Nicola Carnovale, Damiano Cosimo Cartellino, Elena Cartotto, Francesco Casciano, Elena Caroselli, Robert Carrara, Cosimo Damiano Cartelli, Roberto Casciotta, Michele Casolaro, Pierluigi Castagnetti, Marco Castaldo, Vincenzo Castellano, Luciano Castro, Stefano Ceccanti, Filippo Ceccarelli, Luigi Ceccarini, Mirella Cece, Anna Celeste, Luciano Chiappa, Vincenzo Chiusolo, Angelo Ciardullo, Valentina Cinelli, Mauro Cinquetti, Giuseppe Cirillo, Massimo Cirri, Giulia Civiletti, Roman Henry Clarke, Daniele Coduti, Paolo Colantoni, Luigi Colapietro, Antonia Colasante, Emanuele Colazzo, Manlio Collino, Emiliano Colomasi, Ettore Maria Colombo, Fabrizio Comencini, Daniele Vittorio Comero, Francesco Condorelli Caff, Marco Confalonieri, Nicola Consiglio, Andrea Consonni, Carmelo Conte, Antonio Conti, Pietro Conti, Francesco Corradini, Carlo Correr, Antonio Corvasce, Silvia Costa, Cristina Costantini, Andrea Covotta, Graziano Crepaldi, Vito Crimi, Luca Cristini, Francesco Crocensi, Stefano Croletto, Mattia Crucioli, Natale Cuccurese, Emilio Cugliari, Francesco Cundari, Johnathan Curci, Salvatore Curreri, Francesco Curridori, Domenico Cutrona, Sara D'Agnillo, Francesco D'Agostino, Nicola D'Amelio, Gabriele D'Amico, Michele D'Andrea, Jacopo D'Andreamatteo, Roberto D'Angeli, Dario D'Angelo, Renato D'Emmanuele, Serafino D'Onofrio, Ferdinando D'Uva Cifelli, Alessandro Da Rold, Pierluca Dal Canto, Roberto Dal Pan, Paolo Dallasta, Marco "Makkox" Dambrosio, Lorenzo De Cinque, Fabrizio De Feo, Gianluca De Filio, Filippo De Jorio, Francesco De Leo, Pietro De Leo, Davide Maria De Luca, Nicola De Luca, Stefano De Luca, Pino De Michele, Carlo De Micheli, Antonio De Petro, Mario De Pizzo, Giancarlo De Salvo, Roberto De Santis, Donato De Sena, Franco De Simoni, Mauro Del Bue, David Del Bufalo, Alessandro Del Monaco, Paola Dell'Aira, Maurizio Dell'Unto, Benedetto Della Vedova, Riccardo DeLussu, Matteo Di Cocco, Alfio Di Costa, Dario Di Francesco, Roberto Di Giovan Paolo, Matteo Di Grande, Simone Di Gregorio, Alberto Di Majo, Luca Di Majo, Alfio Di Marco, Luigi Di Martino, Marco Di Nunzio, Simone Di Stefano, Alessandro Di Tizio, Antonino Di Trapani, Giovanni Diamanti, Ilvo Diamanti,  Antonino Distefano, Raffaele Dobellini, Federico Dolce, Alessandro Duce, Filippo Duretto, Daniele Errera, Sabatino Esposito, Tullia Fabiani, Andrea Fabozzi, Filippo Facci, Leonardo Facco, Piercamillo Falasca, Giuseppe Alberto Falci, Alessio Falconio, Arturo Famiglietti, Annalisa Fantilli, Marco Fars, Luigi Fasce, Gianni Fava, Giovanni Favia, Francesca Federici, Stefano Feltri, Paolo Ferrara, Michele Ferrari, Jacopo Maria Ferri, Emilia Ferrò, Antonio Fierro, Giulia Fioravanti, Roberto Fiore, Daniele FIori, Francesca Fiorletta, Luciano Fissore, Antonio Floridia, Antonio Folchetti, Gianni Fontana, Cinzia Forgione, Gianluca Forieri, Ciro Formicola, Riccardo Forni, Sara Franchino, Gabriella Frezet, Iztok Furlanič, Massimo Galdi, Vincenzo Galizia, Vincino Gallo, Elisa Gambardella, Alessandro Gamberi, Riccardo Gandini, Federico Gandolfi, Uberto Gandolfi, Luciano Garatti, Carlo Gariglio, Paolo Garofalo, Francesco Gasbarri, Francesco Gasbarro, Marcello Gelardini, Chiara Geloni, Alessandro Genovesi, Tommaso Gentili, Luciano Ghelfi, Mattia Giacometti, Alessio "Pinuccio" Giannone, Alessandro Gigliotti, Marco Giordani, Michele Giovine, Andrea Gisoldi, Carlo Gustavo Giuliana, Tommaso Michea Giuntella, Adriano Gizzi, Bruno Goi, Federico Gonzato, Renato Grassi, Roberto Gremmo, Lorenzo Grossi, Antonio Guidetti, Massimo Gusso, Giovanni Guzzetta, Vincenzo Iacovino, Vincenzo Iacovissi, Emanuele Iacusso, Orlando Iannotti, Antonino Ingrosso, Mauro Incerti, Paolo Inno, Matteo Iotti, Tobias Jones, Roberto Jonghi Lavarini, Luca Josi, Tommaso Labate, Piero Lamberti, Orione Lambri, Giacomo Landolfi, Piero Lanera, Calogero Laneri, Alessandro Lanni, Lisa Lanzone, Angelo Larussa, Michele Lembo, Marco Lensi, Davide Leo, Pellegrino Leo, Raffaella Leonardi, Luca Leone, Ferdinando Leonzio, Raffaele Lisi, Giovanni Litt, Antonio Marzio Liuzzi, Maria Rosaria Lo Muzio, Valentina Lo Valvo, Max Loda, Pippo LombardoVincenzo Lorè, Dario Lucano, Andrea Lucatello, Nino Luciani, Maurizio Lupi (il Verde-Verde), Bruno Luverà, Chiara Macina, Angela Maenza, Cesare Maffi (chiunque sia), Paolo Maggioni, Mimmo Magistro, Paolo Oronzo Magli, Francesco Magnani, Alex Magni, Francesco Magni, Bruno Magno, Marco E. Malaguti, Lucio Malan, Francesco Maltoni, Marcello Mamini, Enzo Mancini, Pietro Manduca, Renato Mannheimer, Silvja Manzi, Andrea Maori, Gian Paolo Mara, Enzo Maraio, Roberto Marchi, Federico Marenco, Gherardo Marenghi, Marco Margrita, Luca Mariani, Giulia Marrazzo, Marco Marsili, Carlo Marsilli, Leonardo Martinelli, Dario Martini, Antonio Massoni, Riccardo Mastrolillo, Mataran (tutta la banda), Angela Mauro, Angelo Mauro, Federico Mauro, Andrea Mazziotti Di Celso, Paola Meinardi, Angelo Orlando Meloni, Elisa Meloni, Marcello Menni, Stefano Mentana, Giovanni Merante, Filippo Merli, Giorgio Merlo, Amalia Micali, Vincenzo Miggiano, Luca Misculin, Antonio Modaffari, Marco Monni, Marco Montecchi, Rosanna Montecchi, Nicolò Monti, Roberto Morandi, Raffaello Morelli, Matteo Moretto, Fabio Morgano, Francesco Morganti, Mara Morini, Francesco Mortellaro, Claretta Muci, Martina Mugnaini, Paolo Mulas, Pietro Murgia, Paola Murru, Alessandro Murtas, Tomaso Murzi, Antonio Murzio, Cristiana Muscardini, Alessandro Mustillo, Paolo Naccarato, Giorgio Nadalini, Francesco Napoli, Gabriele Nappi, Donato Natuzzi, Ippolito Negri, Claudio Negrini, Fabio Massimo Nicosia, Davide Nitrosi, Gianluca Noccetti, Edoardo Novelli, Marzia Novellini, Angelo Novellino, Vincenzo Carmine Noviello, Riccardo Olago, Enrico Olivieri, Matteo Olivieri, Federica Olivo, Oradistelle, Fabrizio Orano, Claudio Ossani, Nino Pace, Laura Pacelli, Mario Pacelli, Gabriele Paci, Alessandro Pacifico, Libera Ester Padova, Andrea Paganella, Roberto Pagano, Giancarlo Pagliarini, Pierluigi Pagliughi, Enea Paladino, Lanfranco Palazzolo, Paolo Palleschi, Carmelo Palma, Giovanni Ciro Palmieri, Enzo Palumbo, Massimiliano Panarari, Tiziana Panella, Max Panero, Filippo Panseca, Giulia Pantaleo, Margherita Paoletti, Federico Paolone, Giovanni Pappalardo, Fabio Pariani, Massimo Parecchini, Dario Parrini, Gustavo Pasquali, Ottavio Pasqualucci, Gianluca Passarelli, Oreste Pastorelli, Alan Patarga, Ivan Pavesi, Lorenzo Pavoncello, Angela Pederiva, Elena Pepponi, Marco Peretti, Stefano Perini, Andrea Perillo, Massimo Percossi, Marco Perduca, Paola Pescarolo, Giacomo Peterlana, Rinaldo Pezzoli, Antonio Piarulli, Elisa Piazza, Tomaso Picchioni, Marco Piccinelli, Daniele Piccinin, Flavia Piccoli Nardelli, Fabrizio Pignalberi, Francesco Pilieci, Gianluca Pini, Marco Pini, Marco Piraino, Stefania Piras, Enrico Pirondini, Piero Pirovano, Andrea Maria Pirro, Irma Liliana Pittau, Candida Pittoritto, Elisa Pizzi, Matteo Pizzonia, Marina Placidi, Vladimiro Poggi, Paolo Poggio, Carlandrea Poli, Elena G. Polidori, Vittorio Polieri, Alfredo Politano, Francesco Polizzotti, Mauro Polli, Mariacristina Ponti, Nicola Porfido, Giacomo Portas, Aldo Potenza, Giuseppe Potenza, Lorenzo Pregliasco, Cesare Priori, Salvatore Prisco, Giulio Prosperetti, Carlo Prosperi, Matteo Pucciarelli, Franco Puglia, Simona Pulvirenti, Riccardo Quadrano, Renzo Rabellino, Andrea Rauch, Rocco Gerardo Rauseo, Michele Redigonda, Pierluigi Regoli, Andrea Renzi, Maurizio Ribechini, Angelo Riccardi, Livio Ricciardelli, Brando Ricci, Egle Riganti, Pietro Paolo Rimonti, Matteo Riva, Francesco Rizzati, Giuseppe Rizzi, Marco Rizzo, Lamberto Roberti, Donato Robilotta, Edoardo Romagnoli, Luca Romagnoli, Giuliano Giuseppe Romani, Giorgia Rombolà, Angelo Rossi, Federico Rossi, Giovanni Rossi, Giuseppe Rossodivita, Gianfranco Rotondi, Daniele Rotondo, Sergio Rovasio, Salvatore Rubbino, Massimo Rubechi, Simonetta Rubinato, Pietro Ruggi, Roberto Ruocco, Mariagrazia Russo, Paolo Emilio Russo, Antonio Sabella, Pierantonio Sabini, Giampaolo Sablich, Luca Sablone, Francesco Saita, Fabio Salamida, Stefano Salmè, Elio Salvai, Gennaro Salzano, Angelo Sandri, Maurizio Sansone, Giovanni Santaniello, Aldo Santilli, Maria Linda Santilli, Egidio Santin, Giuliano Santoro, Ugo Sarao, Anna Sartoris, Alessandro Savorelli, Jan Sawicki, Tonino Scala, Gian Franco Schietroma, Alessio Schiesari, Alexander Schuster, Nicolò Scibelli, Francesco Sciotto, Giacomo Scotton, Renato Segatori, Alessandra Senatore, Elisa Serafini, Roberto Serio, Oscar Serra, Diana Severati, Raffaele Sibilio, Jacopo Simonetti, Gianni Sinni, Edoardo Sirignano, Claudia Soffritti, Carlo Antonio Solimene, Catia Sonetti, Roberto Sorcinelli, Gigi Sordi, Simone Sormani, Samuele Sottoriva, Stefano Spina, Valdo Spini, Alice Sponton, Ugo Sposetti, Mario Staderini, Gregorio Staglianò, Anna Starita, Luigina Staunovo Polacco, Roberto Stefanazzi, Franco Stefanoni, Lorenzo Stella, Leo Stilo, Francesco Storace, Nicola Storto, Mauro Suttora, Ivan Tagliaferri, Tiziano Tanari, Mario Tassone, Barbara Tedaldi, Roland Tedesco, Edoardo Telatin, Luca Tentoni, Adriano Teso, Antonio Tolone, Marco Tonus, Mauro Torresi, Luigi Torriani, Alvaro Tortoioli, Giuseppe Toscano, Massimiliano Toti, David Tozzo, Roberto Traversa, Marco Trevisan, Ciro Trotta, Lara Trucco, Fabio Tucci, Andrea Turco, Maria Turco, Maurizio Turco, Massimo Turella, Sauro Turroni, Davide Uccella, Mauro Vaiani, Manfredi Valeriani, Silvia Vallisneri, Marco Valtriani, Lorenzo Vanni, Milhouse Van Houten, Max Vassura, Margherita Vattaneo, Gianluca Giuseppe Veneziano, Alessio Vernetti, Enrico Veronese, Sergio Veronese, Fiodor Verzola, Andrea Vezzaro, Angelo Vezzosi, Laurent Vierin, Michele Viganò, Lucia Visca, Canzio Visentin, Ettore Vitale, Sara Zambotti, Pierantonio Zanettin, Marco Zanleone, Camllla Zanola, Maria Carmen Zito, Mirella Zoppi, Roberto Zuffellato, Federico Zuliani, Piotr Zygulski. 

In chiusura, un ringraziamento vanche a chi ha creato il simbolo della lista civica Insieme per Sant'Angelo a Cupolo, base per il simbolo-logo di quest'anno.

martedì 30 dicembre 2025

L'avventura e i simboli della politica "verde" raccontati da Suttora

Nel 1987 una formazione politica dichiaratamente ambientalista ed ecologista entrò per la prima volta nel Parlamento italiano, ma i primi eletti erano già arrivati nel 1985 nei consigli regionali e ancora prima in province e regioni; da allora la storia politica dei "verdi" in Italia è proseguita tra alti e bassi, tra successi e difficoltà (sorte anchre durante le loro permanenze in maggioranza o addirittura al governo). Ripercorre quella storia, con molti dati alla mano e inserendola in una cornice giustamente più ampia, un libro pubblicato poche settimane fa dall'editore Neri Pozza, intitolato ovviamente Green (256 pagine, 20 euro): l'autore, il giornalista Mauro Suttora (che questo sito intervistò nel 2016, all'uscita del suo libro su Marco Pannella), ha scelto di raccontare la "storia avventurosa degli ecologisti", con un occhio di riguardo per l'Italia ma ovviamente prestando attenzione alle vicende di rilievo a livello europeo e mondiale per aiutare chi legge a inquadrare correttamente il fenomeno verde, anche nella sua dimensione sociale, oltre che politica (in senso ampio, oltre che legata alle partecipazioni elettorali).
Per i #drogatidipolitica con l'occhio attento alla musica e alla società, non è assolutamente indifferente che il libro - guardando all'Italia - faccia iniziare la storia dall'anno d'incerta grazia 1966, tra Sanremo e Roma. Alla fine di gennaio sul palco del Salone delle Feste Adriano Celentano, che aveva rifiutato Nessuno mi può giudicare (ritenendola inadatta a sé e - a quanto si sa - a Teo Teocoli. ignorando che avrebbe invece sfiorato la vittoria), cantò Il ragazzo della via Gluck: "la prima canzone ecologista d'Italia" venne esclusa dalla finale, in buona compagnia con i brani proposti (tra gli altri) da Lucio Dalla, Gino Paoli ed Equipe 84, in compenso divenne nel giro di poco tempo un evergreen - è il caso di dirlo, visto il tema di cui si parla - a livello nazionale, cantato "per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò", ma perfino su scala internazionale (basta ricordare la versione in francese di Françoise Hardy). E se a giugno di quello stesso anno si assistette a un simpatico dissing ante litteram (con Giorgio Gaber che incise La risposta al ragazzo della Via Gluckmentre Celentano nel 1969 avrebbe scritto il seguito "bucolico" con La storia di Serafino), più o meno nello stesso periodo Fulco Pratesi lanciò - insieme ad altri membri di Italia nostra - l'appello che di fatto portò alla nascita del Wwf Italia, rilevante per le battaglie condotte (anche, ma non solo, a livello mediatico) e per i legami che l'associazione ha avuto con il mondo politico-elettorale (si pensi anche solo alle figure di Grazia Francescato e Donatella Bianchi).
La nascita di forze politiche ecologiste più strutturate e diffuse in Italia, peraltro, forse non si sarebbe avuta senza l'azione del Club di Roma (associazione non governativa nata nel 1968 per mano di imprenditori, scienziati, politici e intellettuali, oggi con sede in Svizzera), che sotto la guida di Aurelio Peccei nel 1972 - lo stesso anno dell'uscita di Un albero di trenta piani, altro brano del verbo celentaniano, stavolta molto più "nero" - diffuse il rapporto I limiti allo sviluppo (commissionato al Mit), svelando come improvvisamente urgente il tema della non sostenibilità di una crescita senza limiti; le iniziative di alcuni pretori - incluso Adriano Sansa, sindaco di Genova tra il 1993 e il 1997, non confermato nella sua seconda corsa sostenuto da una lista civica - avevano preparato la strada, i primi disastri ambientali (come quello della diossina a Seveso) la confermarono, aiutarono le prime mobilitazioni contro i programmati insediamenti nucleari e rafforzarono l'impegno di varie persone in forze politiche esistenti, soprattutto il Partito radicale e Democrazia proletaria.
Suttora - che durante tutto il libro ripropone suoi articoli d'inchiesta scritti per l'Europeo su politica ed ecologia - ricostruisce l'evoluzione del mondo verde associativo e politico (incluse le accuse e i sospetti di greenwashing, già sorti tra la fine degli anni '80 e il decennio successivo), dalla lotta ai combustibili fossili fino alle iniziative più recenti dei "Fridays for Future" e a quelle promosse soprattutto da Greta Thunberg e Ultima generazione, senza trascurare la storia dei collegamenti (e delle loro crisi) tra ecologismo e pacifismo, nonché i dissidi sulle energie rinnovabili (per qualcuno salvifiche, per altri in contrasto con la tutela del territorio e fonte di possibili "conflitti d'interesse"). Il volume censisce un numero rilevante di associazioni e organizzazioni ecologiste e animaliste italiane, straniere e sovranazionali, raccontandone in breve la storia e dando spesso numeri circa la loro attività - anche di marketing - e i loro risvolti economici (inclusi i contributi del 5 per mille incassati, il numero e il costo dei dipendenti o collaboratori, dati rilevanti e spesso non valorizzati); le pagine si soffermano soprattutto sul Wwf Italia e su Legambiente, anche per la sua storia singolare (nata nell'ambito dell'Arci, fondata da Chicco Testa, allora comunista poi divenuto presidente di Acea ed Enel e lobbista a favore del nucleare, e Maurizio Sacconi, socialista poi divenuto berlusconiano; anche Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Roberto Della Seta e Rossella Muroni hanno avuto una lunga permanenza nell'associazione), nonché su Greenpeace.

Varie pagine del libro di Mauro Suttora sono dedicate alla storia politico-elettorale degli ambientalisti-animalisti in Italia, che è anche - come si è già avuto modo di raccontare in passato in questo sito - una storia di simboli. Tra la fine degli anni '70 e il 1980 erano comparse le prime liste a livello locale, anche con il sole che ride, interpretato graficamente in vari modi (come quello con l'occhiolino visto a Forlì).
In origine il sole che ride era il simbolo del Wise (World information service on energy), associazione antinucleare fondata nel 1978 ad Amsterdam e l'emblema - "uno dei maggiori successi nella storia dei marchi", sottolinea Suttora - era stato concepito dall'ecologista danese Anne Lund; in Italia i diritti sul fregio erano stati acquisiti dal Partito radicale attraverso Marco Pannella, poi l'uso era stato concesso agli Amici della Terra (sezione italiana dell'associazione sovranazionale). 
Non aveva il sole (né sorridente, né con altra forma), ma una grafica del tutto diversa, molto più schematica, la Neue Linke - Nuova sinistra di Alex(ander) Langer, che nel 1978 era riuscita a ottenere seggi alle elezioni regionali del Trentino - Alto Adige; proprio alla figura di Langer, qualificato da Suttora come "profeta verde" e "mente più fine dell'ecologismo italiano", sono dedicate parecchie pagine del libro Green per ricordarne il percorso - inclusa la scelta di suicidarsi, debitamente contestualizzata - e il lascito politico (ma anche il vuoto lasciato in quell'area politica).
Le liste ambientaliste si sono diffuse sempre di più sul territorio, fino al primo sorgere della Federazione nazionale delle liste verdi, prima "di fatto" alle regionali e alle amministrative del 1985, con il sole che ride concesso dai radicali abbinato all'espressione "Lista verde" (sole bianco su fondo nero o a colori ribaltati), poi ufficialmente il 16 novembre 1986 a Finale Ligure, con lo sbarco in Parlamento l'anno successivo a certificare l'esistenza di uno spazio presso gli elettori delle istanze dichiaratamente ecologiste (come aveva mostrato il referendum sul nucleare sempre del 1987, il cui esito era stato chiaramente influenzato dall'incidente di Černobyl'). 
Alle elezioni europee del 1989 le liste a livello nazionale erano due: il sole che ride della Federazione - con la lista ridenominata in Europa Verde - e i Verdi arcobaleno, derivata soprattutto da Democrazia proletaria e radicali. Questi ultimi, peraltro, erano presenti anche nella lista Pri-Pli, tra i socialdemocratici e gli antiproibizionisti sulla droga: una disseminazione mai più vista e che forse, pur essendo stata coraggiosa, non ottenne i risultati sperati e portò a qualche eletto in meno. Anche la divisione in due liste dei verdi, in fondo, forse incise almeno in parte sul numero di eletti che quell'area avrebbe potuto ottenere. 
Le strade delle due liste ambientaliste si sono unite a dicembre del 1990 nel congresso di Castrocaro: anche il simbolo della Federazione dei Verdi rifletteva quella crasi, con il sole che ride abbinato alla parola "Verdi" in primo piano. L'unione, tuttavia, non diede forse i risultati sperati e il raccolto alle elezioni politiche del 1992 dimostrò, in qualche modo, che in politica due più due non arriva quasi mai a fare quattro. Non si può evitare di segnalare, in questa sede, che poco prima del voto del 1992 si era compiuta una scissione all'interno del mondo ecologista, che ha portato a scelte diverse gli ecologisti che volevano essere semplicemente "verdi" senza essere considerati "rossi", portando per esempio alla nascita della Federazione dei Verdi-Verdi in Piemonte (quelli dell'orsetto che ride) e a quella dei Verdi federalisti al Centro (quelli del girotondo di bambini). Di questa vicenda di "Verdi contro Verdi" a livello elettorale, proseguita di fatto fino ai primi anni Dieci, purtroppo nel libro non c'è traccia, così come non si parla espressamente di quelle formazioni politiche, come Fronte Verde - Più Eco, fondate da persone con una storia personale di destra e con sensibilità ecologista (c'è solo un riferimento alla polemica sorta nel 2019 quando Pippo Civati aveva "neutralizzato" la sua candidatura in Europa Verde per la presenza di due candidate iscritte a Fronte Verde e ritenute di estrema destra): questa è forse l'unica vera carenza che un appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica può avvertire (ma, se si considera una platea più ampia di destinatari, occorre riconoscere che questo filone era prescindibile).
Nel giro di qualche anno i Verdi avrebbero ottenuto comunque esiti rilevanti, con Rutelli eletto sindaco di Roma nel 1993 (confermato nel 1997) e l'approdo al governo con Prodi nel 1996 e nel 2006, ma non sempre i risultati - pur essendo arrivati - sono stati ritenuti soddisfacenti e ancor meno hanno pagato nelle scelte alle urne, specie nella lotta con le soglie di sbarramento: lo si è visto alle elezioni politiche del 2001 (maluccio il Girasole creato con lo Sdi) e a quelle del 2008 (male la lista La Sinistra - l'arcobaleno, ma sarebbe andata malissimo la più ampia Rivoluzione civile nel 2013 - estesa anche all'Italia dei valori, che pure nel 2008 era andata piuttosto bene - o la lista Insieme del 2018). 
Bruciano ancora di più le sconfitte alle elezioni europee del 2009 (con Sinistra e libertà, in cui l'esenzione dalla raccolta firme apportata dai Verdi alla lista preparata con Sdi e altri settori della sinistra non bastò per superare la neointrodotta soglia del 4% - a dispetto del risultato decisamente migliore dei verdi francesi - e spaccò il soggetto ecologista, col sole che ride che riprese una via autonoma mentre il gruppo di Loredana De Petris avrebbe contribuito a dare vita a Sel) e soprattutto del 2014 (di quell'anno il risultato più rilevante è stato l'aver visto riconosciuto l'esonero dalla sottoscrizione delle liste dei Verdi europei - Green Italia grazie al collegamento con il Partito verde europeo) e del 2019 (con Europa Verde, che ebbe un esito ben diverso rispetto a quelli riportati dalle liste verdi in Germania, Francia e Regno Unito). 
Per Suttora un passaggio rilevante è rappresentato dal passaggio dalla Federazione dei Verdi a Europa Verde nel 2021: "Gli ecologisti italiani - scrive - non esistono più come soggetto autonomo. Entrano a far parte del partito Europa verde, con sede a Bruxelles, del quale sono la sezione italiana. È una novità importante: il primo esempio di unificazione continentale di un partito. Nessun'altra formazione politica è tanto europeista da avere quasi annullato i partiti nazionali. La principale conseguenza è che le liste elettorali vengono decise da Europa verde, e non dagli organi nazionali dei singoli partiti, che pure continuano a esistere. Insomma, candidati ed eletti devono avere l’imprimatur di Bruxelles". Come che sia, tra il 2021 e il 2022 Europa Verde si fa di nuovo strada, prima nelle assemblee locali, poi in Parlamento, riuscendo a ottenere eletti insieme a Sinistra italiana con la lista comune - con contrassegno composito - Alleanza Verdi e Sinistra; il risultato viene bissato alle europee del 2024, anche se nel frattempo la navigazione non è sempre agevole (si veda l'addio polemico dell'ex co-portavoce Eleonora Evi, proveniente dal M5S).
A proposito di MoVimento 5 Stelle, anche le stelle di quel simbolo possono essere ricondotte, secondo Suttora, "tutte all'ecologia": "acqua, ambiente, sviluppo sostenibile, energia rinnovabile e trasporti decarbonizzati" (anche se Grillo in origine aveva identificato nell'energia, nella connettività, nell'acqua, nella raccolta rifiuti e nei servizi sociali, comunque di ceto non disconnessi dalle questioni ecologiche, il che vale anche per la seconda versione delle stelle, cioè acqua, ambiente, energia, trasporti e sviluppo).
Al di là dell'Italia, il libro Green riserva giustamente uno sguardo rilevante anche ad altri paesi in cui le associazioni e le forze politiche ecologiste hanno avuto e hanno un peso significativo. Varie pagine sono dedicate alla Francia (con una particolare attenzione alla figura di Daniel Cohn-Bendit) e alla Germania (con un ampio spazio dedicato a Petra Kelly); non mancano approfondimenti sugli Stati Uniti e su altri paesi (Croazia, Finlandia, Kenya). Attenzione è prestata anche all'evoluzione del percorso dei Verdi al Parlamento europeo: quelle vicende, così come quelle relative a Francia e Germania, dimostrano tra l'altro come la previsione o il venir meno di soglie di sbarramento possano determinare in modo consistente il destino di una forza politica, al di là dei suoi risultati precedenti, e questo spiega anche le differenze tra Paesi diversi (dotati potenzialmente di sistemi elettorali diversi).
Il libro di Mauro Suttora rappresenta, nel complesso, un'utile mappa per addentrarsi nella storia - e, in un certo senso, nella geografia e nella geologia - dell'arcipelago verde-ecologista, guardando soprattutto alle sue manifestazioni in ambito sociale e politico. Ovviamente non c'è la pretesa di dare conto di tutte le realtà esistenti, soprattutto tra i partiti e le associazioni politiche, ma si può trovare molto di ciò che interessa. In più, gli appassionati di simboli potranno guardare con grande interesse le righe dedicate alla nascita di uno degli emblemi più noti tra le associazioni ecologiste, cioè il Panda del Wwf: "Peter Scott [uno dei fondatori del Wwf] formula tre richieste a un pubblicitario: che riguardi una specie a rischio di estinzione, che sia piacevole da guardare, e che venga bene anche stampato in bianco e nero. Incredibilmente, quello che si è rivelato uno dei marchi di maggior successo nella storia, il panda, viene realizzato in venti minuti. Oggi ci vorrebbero sei mesi". Va quindi riconosciuto che Gerald Watterson, il naturalista-creativo che interpretò le richieste di Scott, centrò perfettamente l'obiettivo: quanti creatori di simboli di partiti avrebbero saputo fare altrettanto? 

lunedì 1 dicembre 2025

Elezioni comunali, voto disgiunto e simboli: intervista a Salvatore Curreri

In questo periodo, in cui formalmente mancano meno di due anni alla fine della legislatura e - a voler prendere sul serio il Codice di buona condotta in materia elettorale della Commissione di Venezia - resterebbe meno di un anno per poter mettere mano alle regole per eleggere il Parlamento in modo che gli elettori e tutte le forze politiche possano valutarne i possibili effetti, si riparla inevitabilmente di possibili modifiche alla legge elettorale politica: lo fa soprattutto chi - anche tentando di proiettare su scala nazionale i dati usciti dalle elezioni regionali "spacchettate" del 2025 - teme un risultato di potenziale pareggio nel 2027 e propone di modificare le regole del gioco (ovviamentetenendo conto della situazione della propria forza politica di riferimento, per cercare di massimizzare i risultati o ridurre i disagi). Questo, al di là di ogni giudizio personale sulle varie soluzioni proposte, non può che essere accolto con favore da chiunque appartenga alla categoria dei #drogatidipolitica, per i quali - com'è noto - un dibattito o anche una semplice discussione sulla elettorale può iniziare a qualsiasi ora, senza alcuna certezza su quando possa terminare.
Gli stessi #drogatidipolitica, però, non possono distogliere lo sguardo dalle altre leggi elettorali, a partire da quella per eleggere il sindaco e i consigli comunali, che già nei mesi scorsi è stata oggetto di polemiche e confronti accesi, anche quando in effetti fino a poco prima si stava discutendo di altro. Ci si riferisce, in particolare, al disegno di legge "Modifiche agli articoli 72 e 73 del testo unico delle leggi sull'ordinamento degli enti locali, in materia di elezione del sindaco al primo turno nei comuni con popolazione superiore a 15.000 abitanti" (atto Senato n. 1451), firmato dai quattro capigruppo di maggioranza, cioè Lucio Malan (Fratelli d'Italia), Massimiliano Romeo (Lega), Maurizio Gasparri (Forza Italia) e Michaela Biancofiore (Civici d'Italia-Udc-Noi Moderati-Maie-Centro Popolare): si tratta del progetto di legge presentato - come chi legge questo sito ricorderà - l'8 aprile scorso, dopo la decisione della maggioranza di ritirare l'emendamento al "decreto elezioni 2025" con cui si era tentato - per la terza volta, dopo il ritiro in occasione della conversione del "decreto elezioni 2024" e della discussione in Senato del "ddl Augussori-Pirovano" relativo alle elezioni nei piccoli comuni - di introdurre l'elezione del sindaco nei comuni superiori con il 40% dei voti già al primo turno. Quel disegno di legge è ancora in discussione in Commissione - se n'è trattato in sede referente per l'ultima volta alla fine di ottobre - ed è nota la volontà della maggioranza di ottenere l'approvazione finale entro la legislatura.
 
 
Il 29 ottobre il quotidiano Avvenire ha ospitato a pagina 16 una lettera/intervento di Salvatore Curreri, professore ordinario di diritto costituzionale e pubblio all'Università degli Studi di Enna "Kore", presso la quale coordina il corso di laurea in Giurisprudenza. In quella lettera, Curreri fa riferimento al citato disegno di legge n. 1451 del centrodestra. per il quale è stato informalmente ascoltato il 29 maggio scorso dalla commissione Affari costituzionali del Senato (nella seconda giornata del ciclo di audizioni di costituzionalisti disposto dalla Commissione: il testo dell'audizione si può leggere qui). Nel suo intervento pubblicato dal quotidiano, peraltro, il costituzionalista si concentra su un punto preciso, ovvero la disposizione relativa al "voto disgiunto": in origine non trattata dal disegno di legge presentato dal centrodestra, dal 30 luglio ne fa parte dopo l'approvazione di due emendamenti identici (dopo la riformulazione richiesta dal governo attraverso la sottosegretaria Wanda Ferro), uno proposto dal presidente della Commissione, Baldoni, e uno proposto dalla Lega con l'aggiunta di altre firme (proprio quest'emendamento aveva proposto il superamento del "voto disgiunto"). Il testo approvato rende nulla una scheda nella quale si voti per un candidato sindaco e contestualmente per una lista a questi non collegata; si prevede pure che, in presenza di un unico segno a favore di un aspirante sindaco, il voto si trasmetta automaticamente anche all'unica lista collegata o alle liste coalizzate (in quest'ultimo caso, in proporzione ai voti raccolti da ciascuna lista).
Vale la pena sottolineare che, se nel dibattito in Commissione del 30 luglio la Lega - attraverso il senatore Paolo Tosato - si era espressa a favore dell'abolizione del "voto disgiunto" (per evitare di creare "gravi problemi nell'amministrazione dei comuni, a seguito della disomogeneità di orientamento politico tra il sindaco e la maggioranza consiliare" e, a monte, di disorientare gli elettori circa il voto esprimibile, col rischio di produrre varie schede nulle), una netta contrarietà è stata espressa dal MoVimento 5 Stelle (tramite il senatore Roberto Cataldi) e dal Partito democratico (attraverso il senatore Dario Parrini), che hanno visto in quella scelta una compressione degli spazi di libertà per gli elettori, anche per il venir meno della possibilità di votare solo per il candidato sindaco (cosa che non ha convinto nemmeno Dafne Musolino di Italia viva, favorevole invece al "voto congiunto"); ulteriori emendamenti presentati dalle opposizioni in senso contrario sono stati comunque respinti. Durante le audizioni (in sede di replica), in controtendenza rispetto ad altri costituzionalisti auditi, Curreri ha espresso un giudizio molto negativo sulla possibilità che il "voto disgiunto" fosse conservato e nel suo intervento su Avvenire ha accolto con favore l'approvazione dell'emendamento che prevede la nullità della scheda in caso di voto per un aspirante sindaco e per una lista che non lo sostiene (conservando, peraltro, un giudizio non favorevole all'elezione al primo turno con il 40%). 
Dal momento che il "voto disgiunto" è tra i fenomeni su cui i #drogatidipolitica si concentrano di più prima e dopo i vari appuntamenti elettorali, ma finora si è parlato poco di questa modifica potenzialmente in arrivo per le elezioni amministrative nei comuni "superiori", I simboli della discordia ha ritenuto opportuno approfondire il tema proprio con il professor Curreri, che ha accettato di fare una chiacchierata sul punto (e, più in generale, sulla modifica alle norme che regolano le elezioni amministrative).
 
* * *
 
Salvatore, nella tua lettera ad Avvenire hai esposto tre ragioni per il tuo favore verso il superamento della possibilità di "voto disgiunto" alle elezioni amministrative nei comuni sopra i 15000 abitanti. Come primo argomento hai segnalato come il voto disgiunto non sia "una scelta costituzionalmente obbligata": si può però dire che si tratta di una soluzione costituzionalmente legittima?
Siamo in una materia in cui, secondo me, tanto l'opzione che non consente il voto disgiunto quanto quella che lo permette sono visti come conformi a Costituzione. In tutta franchezza, ti dico che la questione appare almeno in parte controversa: l'argomento forte che si invoca contro il divieto di "voto disgiunto" è la libertà di voto, che verrebbe coartata perché l'elettore in quel modo non potrebbe fare scelte "di campo" diverse per la carica monocratica, che in questo caso è il sindaco (ma lo stesso discorso vale per il presidente della regione, visto che ci sono Regioni che hanno mantenuto il voto "disgiunto" e altre che lo hanno escluso) e per l'organo assembleare, cioè il consiglio. Questo argomento, però, sinceramente mi sembra eccessivo: il problema è capire se il "voto disgiunto" è conforme alla ratio che ispira il voto per il rinnovo dell'amministrazione comunale. Per me è facile individuare questo fine nella necessità che la persona eletta come vertice della giunta abbia una maggioranza in consiglio: se così è, il "voto disgiunto" non mi pare conforme alla ratio di questo tipo di elezione.
In questo senso parlavi del "voto disgiunto" come "espressione di schizofrenia politica"?
Quella in realtà per me è una considerazione più generale, che è il secondo argomento a favore del superamento del "voto disgiunto". Per me votare un candidato di una parte politica e votare diversamente per la lista ha qualcosa di "schizofrenico": non  voglio essere in alcun modo offensivo verso chi sceglie di agire così, ma per me si tratta di scelte politiche sostanzialmente diverse tra loro e inconciliabili. Dire che se si sceglie il sindaco (o il presidente della giunta regionale) si sta votando per la persona e non è contraddittorio rispetto a una scelta di lista di altro tipo non mi convince particolarmente, soprattutto per una valutazione di altro genere, che è poi il terzo argomento che mi porta a preferire l'esclusione del "voto disgiunto".
Di che si tratta?
Se si dice "Io voto per la persona" e non si vota per l'idea, per il partito, per il soggetto politico, significa che alla fine la decisione è ispirata a ragioni personali, non politiche: questo per me è un ulteriore motivo di criticità, perché evidentemente, soprattutto a livello locale, le persone si sentono - e in un certo senso sono - legittimate sulla base di un consenso personale, potendo scegliere di orientare i propri voti e le proprie decisioni in base a valutazioni altrettanto, se non esclusivamente personali. Ritengo che questo sia uno dei motivi per cui la dialettica politica, a livello locale come a livello regionale, è notevolmente degraata: le persone decidono indipendentemente dai contenitori politici nei quali si candidano e questo si connette anche al fenomeno di "desertificazione" dei partiti politici a livello locale. Come vedi ho esposto tre argomenti distinti, che però appaiono collegati tra loro.
A proposito di collegamenti, ho rivisto la relazione alla futura legge n. 81/1993, redatta alla Camera da Adriano Ciaffi (Dc) e presentata il 20 novembre 1992: allora, tra l'altro, si prevedeva ancora - come "soluzione faticosa" di compromesso tra tesi "estreme e contrapposte" - che il collegamento tra aspiranti sindaci e liste fosse facoltativo, "potendosi prevedere una candidatura a sindaco priva di lista collegata". Bene, per la relazione "spetta all'elettore giudicare e scegliere, anche bocciando i 'collegamenti' proposti", disgiungendo il voto doppio, esercitato però su un'unica scheda, per evitare il moltiplicarsi di queste. Il "voto disgiunto", dunque, era stato esplicitamente visto, per le elezioni nei comuni "superiori", come ulteriore possibilità di articolazione del voto, con un giudizio che in qualche modo avrebbe coinvolto anche le singole persone candidate. Quest'impostazione non ti convince dall'inizio o ha finito per non convincerti per le sue applicazioni pratiche?
Non mi convince dall'inizio. Per formazione scientifica sono sempre stato convinto del ruolo fondamentale dei partiti politici, come perno, sintesi politica e canale di mediazione tra elettori ed eletti: secondo me il "voto disgiunto" è un modo per incrinare questo rapporto, perché con la dissociazione del voto è evidente che non vale più l'elemento politico-partitico, ma quello personale. Io, insomma, ti voto non perché sei espressione di un partito o di un movimento o ti candidi in una lista o sostenuto da quella lista, ma perché sei tu: questo si traduce, in pratica, in una delega "in bianco". Quando dicevo che, sostanzialmente, il "voto disgiunto" può essere una delle cause di quel fenomeno che a livello nazionale definiamo come "transfughismo", cioè l'abbandono di un partito o di un gruppo da parte di un eletto per aderire ad altri soggetti...
... fenomeno di cui tu ti sei particolarmente occupato in varie pubblicazioni e anche sul sito laCostituzione.info (con la tua Banca dati sulla mobilità parlamentare)...
... già! [sorride] ... stavo dicendo che il "voto disgiunto" tutto sommato legittima i passaggi degli eletti, anche dei consiglieri comunali o regionali, che possono dire: "Signori miei, ho ottenuto voti e sono stato eletto perché ho ricevuto preferenze individuali, dirette a me, non grazie alla mia candidatura in quel partito o in quella lista, quindi la mia legittimazione è personale e decido io come 'spenderla'".
Eppure per i consiglieri non vale mai il "voto disgiunto": anche nei comuni "superiori" o nelle Regioni che lo prevedono ancora, nessuno può votare una lista e un consigliere candidato sotto un altro simbolo...
Questo è vero, ma è chiaro che in questa maniera abbiamo una differenza tra i voti ricevuti dalla persona eletta come sindaco o presidente e quelli raccolti dalle liste che l'hanno sostenuta: i consensi per queste ultime possono essere superiori o inferiori a quelli del candidato appoggiato e questo per me ha un peso inevitabile nei rapporti tra carica monocratica e consiglio. A mio parere, se si volesse perseguire in maniera coerente il principio ritenuto alla base del "voto disgiunto", cioè la libertà di voto, all'elettore si dovrebbero dare due schede, una per votare il sindaco o il presidente, l'altra per il voto di lista.
Perdonami, solo per chiarezza: secondo te si dovrebbero distribuire due schede diverse o basterebbe individuare due sezioni ben distinte - più di quanto non avvenga oggi - sulla stessa scheda, con i candidati alla carica monocratica tutti da una parte e le liste tutte dall'altra? Nel diritto elettorale, soprattutto per i #drogatidipolitica, anche il disegno delle schede conta, e parecchio...
No, no, assolutamente si dovrebbero distribuire due schede distinte, che per me sarebbe un modo per rimarcare che si è di fronte a due organi che hanno legittimazioni diverse e rispondono a logiche istituzionali diverse. Già il fatto di unire il voto per il sindaco/presidente e per le liste concorrenti per il consiglio nella stessa scheda, non voglio dire che coarti la volontà di chi vota, ma secondo me fa intendere che le due elezioni vanno e devono andare "a braccetto", essere in "sintonia". Anche per questo ritengo che permettere il "voto disgiunto", con una scheda così composta, sia in contraddizione con la ratio della legge elettorale comunale o regionale, evidentemente identificabile con la volontà di evitare le cosiddette "anatre zoppe", quelle situazioni cioè in cui un sindaco o un presidente eletto non ha all'interno dell'assemblea una maggioranza a proprio favore. Si può contestare quest'impostazione, la si può rivedere, ma per me è incontestabile che il "voto disgiunto" sia contrario al fine che ho appena indicato, perché è proprio permettendo di dare il voto a un aspirante sindaco/presidente e a una lista che non lo sostiene che si pongono le basi per creare una maggioranza consiliare non armonica. 
Già, magari non facendo scattare il prenio di maggioranza per la lista/coalizione legata al vincitore al primo/unico turno se il "voto disgiunto" è stato consistente e la metà più uno dei voti è stata invece ottenuta da una lista o una coalizione non collegata al vincitore. Nella tua impostazione ideale, però, sarebbe comunque possibile votare solo per il sindaco/presidente, senza esprimere consensi per alcuna lista, o il voto dato all'aspirante alla carica monocratica si trasferirebbe automaticamente anche alla lista o - in modo proporzionale ai voti diretti - alle liste della coalizione?
No, secondo me l'elettore dovrebbe assolutamente poter decidere di votare solo per un candidato sindaco/presidente: qui forse potremmo davvero parlare di coercizione se si costringesse a votare anche per forza per una lista. Nella logica che ho esposto prima, sarebbe come se l'elettore prendesse e votasse soltanto la scheda per il candidato sindaco/presidente, senza ritirare l'altra scheda o lasciandola bianca: questo non lo trovo affatto incoerente, mentre trovo per lo meno contraddittorio voler votare, sulla stessa scheda, per un candidato sindaco/presidente e per una lista che non lo sostiene, con tutti gli effetti anti-sistemici che questa scelta può avere.
Posto che ogni scelta sull'ammissibilità del "voto disgiunto" (come ogni altro possibile intervento sulle norme elettorali) è una vera political question, con effetti che non sono indifferenti per questo o per quel partito, la discussione sul punto si inserisce in quella relativa al disegno di legge che mira a modificare le norme per le elezioni nei comuni sopra i 15000 abitanti, prevedendo l'elezione al primo turno del candidato sindaco che superi il 40% dei voti. Posso conoscere la tua posizione su questo?
Intanto ricorderei che la questione del "voto disgiunto", sollevata a proposito della legge elettorale comunale, era sorta come potenziale "correttivo" a situazioni problematiche che io e altri costituzionalisti auditi dalla commissione Affari costituzionali del Senato abbiamo messo in luce. Abbassare al 50% al 40% la soglia da raggiungere per l'elezione al primo turno di un sindaco, evitando così il ballottaggio, avrebbe fatto comunque scattare il premio di maggioranza a favore della lista o coalizione a sostegno del vincitore, senza la previsione di una percentuale minima che questa compagine avrebbe dovuto raggiungere: questo avrebbe creato una situazione simile a quella che la Corte costituzionale, nella sua giurisprudenza, ha considerato costituzionalmente illegittima.
La Corte ha detto questo nelle sentenze n. 1/2014 e n. 35/2017 relative alle leggi elettorali politiche, non a quelle relative ai comuni o alle Regioni.
Diciamo che la Corte ha speso un argomento forte, parlando di lesione del principio di rappresentanza democratica nel momento in cui il premio di maggioranza viene attribuito senza la previsione di una soglia minima e può crearsi un effetto esageratamente disporporzionale e distorsivo. Io credo che quell'argomento, vista la sua forza, non sia limitato a quelle leggi elettorali, ma sia un argomento "di sistema", tranquillamente riproducibile anche a livello comunale. Ricordo che, di fronte al problema sollevato, il presidente Balboni era parso piuttosto preoccupato. Il centrodestra, a quel punto, ha cercato di ridurre le situazioni in cui, eletto un sindaco al primo turno con poco più del 40%, potrebbe scattare il premio di maggioranza al primo turno a favore di una lista/coalizione rimasta molto al di sotto di quella percentuale e lo ha fatto escludendo la possibilità del "voto disgiunto" (e trasmettendo automaticamente alla lista o alle liste collegate il voto espresso a favore del solo aspirante sindaco). 
Questa scelta contraria al "voto disgiunto", dunque, sembra essere stata fatta soprattutto per eliminare il rischio di effetti che potrebbero essere ritenuti incostituzionali. Ciò detto, io resto contrario all'elezione del sindaco con il 40% al primo turno nei comuni "superiori": ridurre il quorum in quel modo, peraltro in un'epoca di crescente astensionismo, rende realmente possibile l'elezione di un sindaco espressione della "maggiore minoranza". Le percentuali sempre più basse di elettorato che partecipano alle elezioni amministrative sono oggettivamente preoccupanti: permettere al 40% della quota sempre minore di elettori che si reca ai seggi di scegliere il sindaco, in qualche modo, finisce per legittimare l'astensionismo e sicuramente non lo contrasta.
Prima ricordavi come il ruolo e il valore dei partiti politici sia, secondo te, incrinato o eroso dal "voto disgiunto". Pensi che basti non consentire più questo per restituire ai partiti il loro ruolo e, magari, per convincerli a presentare liste a loro direttamente riconducibili?
Ovviamente no: il problema della crisi dei partiti politici è certamente molto più serio e ha cause più profonde. Tuttavia è evidente un fatto: i partiti sono scomparsi a livello locale, nel senso che per effettiva mancata presenza sul territorio o per convenienza, magari nel tentativo di avere un'immagine migliore con più appeal, molte forze politiche finiscono puntualmente per presentare candidature all'interno di liste civiche. Questa sostanziale scomparsa, per me che penso alla costruzione della rappresentanza politica a partire dal basso attraverso soggetti politici radicati, è un problema, che si collega ad altre riflessioni che non abbiamo il tempo di affrontare qui, come quella legata alle risorse economiche e al finanziamento che consenta di svolgere attività politica a livello locale. Credo che una delle tante ragioni alla base dell'astensionismo crescente sia proprio la scomparsa territoriale dei partiti e il fatto che si pensi di surrogare questa presenza e il confronto con l'elettorato attraverso l'attività sui social network o altre forme di comunicazione dall'alto verso il basso. Chi ha la mia età ricorda che i partiti avevano le sezioni sul territorio e chi aveva un problema andava presso la sezione del proprio partito di riferimento e lo faceva presente al segretario: oggi tutto questo si è perso, a volte non si prende più nemmeno un consigliere comunale come riferimento, ma direttamente il sindaco; questo, tra l'altro, ha a che fare anche con il ruolo ormai marginale e a volte servente che hanno i consigli comunali o perfino regionali, che patiscono oltre il dovuto il protagonismo, in parte giustificato dall'elezione diretta, della carica monocratica al vertice della giunta comunale o regionale. Quando si era fatta la riforma prima degli enti locali, poi delle Regioni, si era evitato di scegliere una formula "presidenziale", preferendo quella "neoparlamentare" che avrebbe dovuto mantenere una dialettica virtuosa tra la carica monocratica e le forze politiche a sostegno, ma il progressivo indebolimento dei partiti ha fatto sì che il vero dominus della politica su scala locale sia il sindaco o il presidente della Regione.
Da ultimo, pensi che escludere il "voto disgiunto" possa avere effetti sull'offerta elettorale, in particolare sul piano dei simboli presentati e su quello della raccolta delle firme?
Penso che qualche effetto possa esserci, certo senza poter immaginare poteri taumaturgici di quest'innovazione. Si limiterebbe in qualche modo il fenomeno dell'individualismo elettorale, per cui si fa campagna più per sé che per le forze politiche, così come si irrobustirebbero partiti e coalizioni e l'effetto si vedrebbe anche sulla raccolta firme, perché le candidature verrebbero sostenute perché inserite necessariamente nell'ambito di un programma politico a supporto del sindaco.
Stai immaginando una presentazione di meno "liste del sindaco"?
Beh, questo non credo che sarebbe automatico: lì c'è un problema di frammentazione politica davvero rilevante. Non mi sento ovviamente di parlare di "eccesso di democrazia", ma se un candidato sindaco o presidente di Regione è sostenuto da 12 o 15 liste, alcune delle quali espressamente ispirate al candidato stesso, è chiaro che l'effetto personalistico che si cerca almeno in parte di contrastare abolendo il "voto disgiunto" si ripresenta sotto altre forme. Se i partiti devono rappresentare una sintesi politica, una scheda elettorale "lenzuolo" con 10-15 liste a sostegno dei principali candidati in sostanza finisce per legittimare il ruolo di candidati consiglieri "portatori d'acqua", senza possibilità di essere eletti, ma che potrebbero un giorno chiedere di essere compensati per il sostegno fornito in campagna elettorale. In questo senso potrebbe essere opportuno intervenire sulla legge elettorale, prevedendo che le liste rimaste al di sotto di una certa percentuale non concorrono ai fini del calcolo della quota per l'attribuzione della vittoria al candidato collegato: in questo modo, tra l'altro, si eviterebbe la proliferazione di simboli "rastrellavoti", che tu ben conosci avendoli visti in azione in varie parti d'Italia. Questo non è serio: non sono fenomeni di partecipazione democratica, somigliano piuttosto a un clientelismo di bassa lega.
Però, in questo modo, senza "voto disgiunto" e senza simboli strani, noi #drogatidipolitica che studiamo questi fenomeni ci divertiamo molto meno...
Eh, vabbè, d'accordo [ride], touché!

sabato 29 novembre 2025

Scudo infranto: "La caduta" della Dc nel racconto di Vezzaro

Appare sempre più lontana - e non solo temporalmente - l'epoca in cui "gli indirizzi della politica", ancora più che i suoi palazzi, parlavano. Parlava soprattutto Piazza del Gesù, in particolare l'imponente edificio collocato al numero 46, cioè Palazzo Cenci Bolognetti, che dal 1944 al 1994 ha ospitato la dirigenza della Democrazia cristiana: il palazzo non era di proprietà del partito (nel primo periodo era appartenuto a donna Beatrice Fiorenza dei principi di Vicovaro; dal 1955 fa parte del patrimonio della Fondazione Cenci Bolognetti - Istituto Pasteur, dell'Università di Roma "La Sapienza"), ma lo ha rappresentato a livello nazionale più di ogni altra sede "ufficiale" (come Palazzo Sturzo, affacciato sulla piazza omonima all'Eur, sede degli uffici della Direzione nazionale) o "semiufficiale" (come il Centro Studi Alcide De Gasperi in via della Camilluccia).
Come spesso capita, gli anni più interessanti sono quelli della decadenza, del disfacimento: in questo caso non dell'edificio, bensì del partito che vi si identificava: in tal senso interessa soprattutto il periodo tra il 1993 e il 1995, cioè dall'anno in cui - dopo l'esito schiacciante e anti-status quo dei referendum di aprile, specie di quello sulla legge elettorale del Senato - nella Dc maturò l'esigenza di voltare pagina anche attraverso il ritorno al nome storico "Partito popolare italiano", fino all'anno in cui - dopo la sonora batosta elettorale del 1994 mentre la maggior parte della politica si era avviata con fatica verso il bipolarismo - gli ex democristiani rimasti idealmente a palazzo Cenci Bolognetti prima vissero un'incredibile e inaudita lotta fratricida e poi iniziarono un'eretica e forzata convivenza nello stesso edificio, dividendosi segni distintivi e testate del maggior partito italiano. Proprio a quel periodo è dedicato La caduta, libro pubblicato da poche settimane dall'editore vicentino Ronzani e centrato sulle "cronache della diaspora democristiana": l'autore è Andrea Vezzaro, classe 1987, docente di materie letterarie in una scuola secondaria di secondo grado, per dieci anni consigliere comunale a Villaverla, membro del direttivo dell'Istituto storico della resistenza e dell'età contemporanea della provincia di Vicenza.
Prima di analizzare il periodo più rilevante e considerato nel dettaglio, il libro offre correttamente un'introduzione valida come premessa, collocando il sorgere della "questione democristiana" già con le sconfitte referendarie del 1974 e del 1981 (in materia di divorzio e di aborto), con il trauma del sacrificio di Aldo Moro collocato praticamente a metà tra quei due eventi; nel frattempo, il rapporto via via meno stretto tra Chiesa e Dc e la crisi che si era fatta sempre più consistente nelle istituzioni e in generale nei partiti avevano finito per indebolire la Democrazia cristiana, al pari della fine della guerra fredda (e dell'affievolirsi del timore del "pericolo comunista") e del crescere del consenso per i movimenti autonomisti soprattutto in Lombardia e Veneto. A dispetto degli 11,6 milioni di voti ottenuti (comunque due in meno rispetto al 1987) e del 30% sfiorato alle elezioni politiche del 1992, il tempo della Caduta per il partito "architrave" di quasi cinquant'anni di politica italiana era sempre più vicino: si avvicinò ulteriormente grazie al referendum elettorale celebrato nel 1991 (che assestò un primo colpo mortale al sistema elettorale che aveva caratterizzato l'esperienza repubblicana fino a quel momento e ai partiti come la Dc che in quella cornice si erano consolidati) e all'esplosione delle inchieste sulla corruzione e sul finanziamento illecito alla politica (con numerosi esponenti democristiani coinvolti a vario titolo). Se la prima scissione di rilievo - ma non certo la prima in ambito democristiano: il libro ricorda, per esempio, la breve esperienza del Movimento politico dei lavoratori - era arrivata già all'inizio del 1991 con la nascita della Rete - Movimento per la democrazia promossa dal sindaco di Palermo Leoluca Orlando, lotte intestine al partito furono causa del "pasticcio Quirinale" del 1992 e riuscirono solo in parte i tentativi di autoriformare la Dc, dalla conferenza di Assago di fine 1991 al progetto avviato dal neosegretario Mino Martinazzoli l'anno successivo.
L'analisi del periodo su cui il libro si concentra prende le forme, come il sottotitolo suggerisce, della cronaca passo a passo (fluida ma dettagliata) sostenuta dalla lettura di molte fonti, soprattutto i quotidiani dell'epoca: quelli nazionali, ovviamente, ma anche e soprattutto Il Popolo, come organo ufficiale della Democrazia cristiana, imprescindibile per chi cerca di ricostruire le tappe degli ultimi anni di quella Dc e dei primi mesi del nuovo corso; non mancano, incidentalmente, varie citazioni estratte direttamente da eventi politici registrati da Radio Radicale e disponibili attraverso il suo ricchissimo e preziosissimo archivio online. Il racconto del 1993 parte necessariamente dalla marcia di avvicinamento ai referendum di aprile voluti soprattutto dal gruppo legato a Mariotto Segni (ancora democristiano quando li aveva proposti, ma già attivo da mesi coi suoi Popolari per la riforma e uscito dalla Dc a marzo) e dall'area radicale, in particolare a quello volto a modificare in senso maggioritario la legge elettorale del Senato, e il tentativo difficile di Martinazzoli - pur se benedetto dal cancelliere tedesco Helmut Kohl - di rinnovare politicamente e moralmente il partito. La vittoria schiacciante dei "sì" (cui la Dc aveva concorso) e le successive dimissioni del governo di Giuliano Amato accelerarono i tempi della transizione: il partito avrebbe sostenuto il primo esecutivo a guida tecnica, presieduto da Carlo Azeglio Ciampi (incappando peraltro nel voto contrario all'autorizzazione a procedere per Bettino Craxi), ma la crisi si approfondì dopo l'esclusione della Dc - in tarda primavera - dai primi ballottaggi delle elezioni amministrative celebrate con la scelta diretta del sindaco, una formula che privilegiava le coalizioni e che il partito guidato da Martinazzoli sembrava poco propenso ad accogliere. Così, mentre era iniziata la caccia alla Balena Bianca (o, meglio, ai suoi voti) che le altre forze politiche avrebbero voluto arpionare, si apriva definitivamente la strada all'assemblea programmatica Costituente del 23-26 luglio (anch'essa ascoltabile attraverso Radio Radicale; parte degli interventi più significativi è stata inserita nella seconda puntata del podcast Scudo (in)crociato), un passaggio che avrebbe dovuto produrre "una grande riconciliazione con la società" (parole di Martinazzoli), ma che fece emergere tutte le resistenze di chi, dall'interno, si opponeva a scelte che non fossero una chiara alternativa alle sinistre. Da quei quattro giorni al Palacongressi di Roma - analizzati con buon dettaglio da Vezzaro - uscì la scelta di rinnovare il partito anche grazie al ritorno al nome di Sturzo (scelta formalizzata all'inizio dell'anno successivo), ma anche lo sprint finale verso l'approvazione della nuova legge elettorale politica: il libro ne ripercorre la genesi dal punto di vista della Dc, che accettò - e in qualche modo guidò il percorso "obbligato" verso il sistema misto, grazie al relatore Sergio Mattarella - il sistema misto, ma non il doppio turno nei collegio uninominali ("dicemmo di no - spiegò poi Martinazzoli, in un'intervista ripresa nel volume - non in base a una valutazione razionale, quanto a una istintiva legittima difesa. Infatti, in quei mesi si succedevano in tante città italiane le elezioni amministrative con la nuova legge [...]. Naturalmente c’era il doppio turno, con la possibilità di allearsi, ma siccome noi eravamo ritenuti gli appestati e i lebbrosi, nessuno voleva allearsi con noi"). Il 1993 si avviava così alla conclusione, tra addii (i Cristiano sociali di Ermanno Gorrieri, Pierre Carniti e - allora - Dario Franceschini, nonché la preparata scissione dei centristi del futuro Ccd, concretizzata a gennaio), riavvicinamenti pre-elettorali (il gruppo di Segni, in vista del polo alternativo alle sinistre e a ciò che sarebbe nato nel campo conservatore), nuove sconfitte (con la Dc ancora fuori da molti ballottaggi e senza l'elezione di alcun sindaco alle amministrative d'autunno) e l'incalzare del nuovo, soprattutto delle nuove, necessarie scelte di campo. Che il tempo della Caduta fosse ormai arrivato lo mostrava anche uno degli ultimi fotogrammi del 1993: quello dell'interrogatorio di Arnaldo Forlani, segretario precedente della DC, da parte di Antonio Di Pietro al processo Enimont, avvenuto il 17 dicembre 1993 a Milano e rimbalzato un numero infinito di volte in televisione. Dodici giorni dopo, invece, sarebbe fallito un incontro tra Martinazzoli e Silvio Berlusconi, ormai ben convinto a mettere insieme un'alternativa all'ampia coalizione guidata dal Pds, ma non in grado di convincere l'ultimo segretario democristiano (in procinto di tornare popolare) a costruire la compagine con il pallottoliere.
Se il 1993 si era concluso con una sostanziale sconfitta elettorale, un interrogatorio senza sconti e il gran rifiuto (senza viltade, ma ragionato) a Berlusconi, il 1994 si aprì con il lancio del Patto per l'Italia, con Segni e Martinazzoli come principali figure promotrici della coalizione di centro, alternativa ai nascenti Progressisti e al gruppo includente la Lega, e con una scissione annunciata, quella guidata da Pierferdinando Casini e Clemente Mastella, che il giorno stesso del caro del ritorno al Ppi fecero muovere i primi passi al Centro cristiano democratico, gonfiandone la vela disegnata da Giugiaro. Pochi giorni dopo Berlusconi annunciò ufficialmente la sua discesa in campo, saltò una pur debole alleanza siglata tra Segni, Rocco Buttiglione e Roberto Maroni (merito di Vezzaro ricordare questo passaggio spesso dimenticato, peraltro mai digerito da ampi settori del Ppi) e ne venne siglata un'altra, tra Forza Italia, Lega Nord (al Sud sostituita da Alleanza nazionale), Unione di centro (nome allora adottato dai liberali conservatori di Raffaele Costa) e dal Ccd, con Casini che non perse l'occasione di bollare l'operazione di Segni, "l'uomo che ha fatto e ha contribuito con i referendum a immetterci in un nuovo sistema istituzionale", come una sorta di "furberia" di chi cerca di stare "in una posizione da ago della bilancia", cioè "l'esatto contrario di quello a cui i referendum hanno obbligato il paese". Il libro ricorda anche le "primarie" last minute organizzate poco prima della scadenza dei termini per depositare le candidature nell'intera Irpinia, che non riuscirono tuttavia a salvare la candidatura di Ciriaco De Mita con il Patto per l'Italia (destino condiviso dalla maggior parte dei parlamentari storici democristiani). 
Schiacciato, anzi, "stritolato" tra il centrodestra dei Poli a geometria variabile e la sinistra dei Progressisti (soprattutto nella rappresentazione data dai media), il Patto per l'Italia andò malissimo nei collegi uninominali - ne vinse solo quattro alla Camera e tre al Senato, tutti in Campania e Sardegna - e il Ppi, col suo 11%, fece meglio del Patto Segni ma vide assottigliarsi di molto la sua squadra di eletti. E se giustamente Vezzaro dedica - come pure nelle pagine precedenti - una certa attenzione al suo Veneto, non può non colpire questa citazione di Gerardo Bianco, ripresa nel libro: "Nei contatti con ambienti popolari, contadini in particolare, ho incontrato uomini e donne costernati dall’assenza nei manifesti e nelle schede del simbolo della Democrazia cristiana, di cui avevano lucida memoria di partito che si era impegnato con successo per la loro elevazione sociale. Ricordo ancora con commozione lo sconcerto di un contadino analfabeta del mio paese che uscì dalla cabina elettorale senza aver votato perché non aveva trovato lo scudo crociato. Un sentimento e una consapevolezza che invece, per diverse ragioni, erano venuti meno in tanti appartenenti al ceto medio" (e pensare che lo scudo c'era, almeno alla Camera sulla scheda del proporzionale, sia pure con un altro nome...). Il risultato pesante e di certo insoddisfacente del Ppi (specie se messo a confronto con gli esiti precedenti, sotto il profilo organizzativo), con le dimissioni via fax di Martinazzoli e la reggenza affidata a Rosa Iervolino, ebbe inevitabilmente effetti sul seguito, in particolare sul comportamento di alcuni parlamentari eletti col Patto per l'Italia (che alla Camera sostennero la nascita del governo Berlusconi o, uscendo dall'aula al Senato, ne consentirono il sorgere), sull'ulteriore calo alle europee e soprattutto sull'esito del primo congresso del Partito popolare italiano: il libro di Vezzaro ripercorre con puntualità le tappe di quell'assise celebrata all'Hotel Ergife di Roma, riassumendo gli interventi principali e dando conto della vittoria di Rocco Buttiglione (e del suo progetto "non tanto [di] scegliere una collocazione politica, quanto [di] parlare con la destra e la sinistra cercando di influenzarne il processo di trasformazione") su Nicola Mancino, celebrata con tifo da stadio dai sostenitori del filosofo. In quella fase Buttiglione agiva ancora animato dall'idea che i Popolari dovessero "parlare a sinistra, dialogare a destra con la consapevolezza di poter essere determinanti visti i venti di crisi interni al Polo a causa degli atteggiamenti ostili della Lega", incontrando Berlusconi e Bossi come D'Alema: particolare attenzione viene data al convegno organizzato all'inizio dell'autunno del 1994 dal periodico rotondesco e ex antiDeMitiano "Proposta '80", per il valore che avrebbe assunto guardato col senno del poi. Che il seguito della storia avrebbe riservato pagine tanto concitate quanto impagabili, però, fu dimostrato - oltre che dai fatti che condussero alla fine del governo Berlusconi mentre l'anno stava per chiudersi - dall'episodio del "fuori onda" di Buttiglione con il forzista Antonio Tajani in occasione del primo turno delle amministrative d'autunno (più fortunate per il Ppi, spesso alleato con la sinistra), ultimo fotogramma post-democristiano indelebile di quel 1994 (insieme a quello - ma emerse più tardi - dell'incontro tra Bossi, Buttiglione e D'Alema - a base di sardine, pan carrè, lattine e mozioni di sfiducia da preparare).
Inevitabilmente, però, l'attenzione maggiore corre al capitolo successivo, dedicato al 1995: l'anno dell'esplosione del Ppi in vista delle prime elezioni regionali con coalizioni a confronto e l'indicazione quasi diretta del presidente della giunta (una riforma sostenuta anche dal Ppi, soprattutto grazie all'apporto di Leopoldo Elia). Se l'anno era iniziato con i Popolari compatti nel sostegno al governo tecnico di Lamberto Dini, la trasformazione del Movimento sociale italiano in Alleanza nazionale (segno, secondo Buttiglione, della nascita di una destra democratica con cui sarebbe stato possibile dialogare) aveva innovato almeno in parte il panorama politico; mentre a Sanremo vinceva Come saprei cantata da Giorgia e l'esecutivo tentava di salvare i conti con ben due manovre correttive, le prime elezioni suppletive dell'anno e soprattutto la sparizione del sistema proporzionale dalle regionali imponevano una scelta sulle alleanze, possibilmente omogenea. 
Vezzaro nel libro dà conto di ogni passo della "tempesta perfetta", consumatasi soprattutto a marzo ma durata mesi. Prima l'accordo per le regionali stretto da Buttiglione con tutto il centrodestra (8 marzo), nonostante la direzione nazionale pochi giorni prima avesse escluso alleanze con An; poi il consiglio nazionale convocato d'urgenza all'Ergife (11 marzo), in cui la linea di Buttiglione - anche grazie al sostegno determinante di Emilio Colombo, Giuseppe Gargani e Franco Marini - fu sconfitta in un voto di fiducia 102 voti a 99; la scelta di Buttiglione di non dimettersi (15 marzo) a seguito della decisione dei probiviri (il giorno prima, contestata dalla nuova maggioranza) di annullare il deliberato del consiglio; un nuovo consiglio nazionale (16 marzo) in cui gli avversari di Buttiglione di eleggere come nuovo segretario Gerardo Bianco, ma si ritrovarono espulsi da Buttiglione il giorno dopo. L'ordinanza del giudice Luigi Macioce del tribunale civile di Roma, pronunciata il 23 marzo a seguito del ricorso del presidente del consiglio nazionale Giovanni Bianchi, avrebbe dovuto fare chiarezza, ma finì per certificare la situazione paradossale di un segretario che rimaneva tale anche se regolarmente sfiduciato (e, non essendo obbligato a dimettersi, manteneva i suoi poteri, anche di delega del simbolo,  a nulla valendo l'elezione di Bianco), ma non avrebbe potuto attuare la sua linea politica. Dopo la decisione del tribunale il conflitto divampò di nuovo: Buttiglione convocò la direzione generale senza coloro che gli avevano votato contro, il consiglio il 25 marzo si riunì di nuovo per rieleggere Bianco, che il 3 aprile fu oggetto di un esposto penale da parte di Buttiglione. 
Nel frattempo, la parte fedele a Buttiglione aveva presentato le candidature alle regionali nelle liste con Forza Italia usando il nome "il Polo popolare", mentre quella che si riconosceva in Bianco formò liste proprie quasi sempre nell'ambito del centrosinistra, utilizzando lo scudo senza croce inserito in un gonfalone (il libro, in proposito, cita l'intervista a Giuliano Bianucci in cui si racconta la genesi del simbolo).  Colpisce leggere le parole pronunciate subito dopo l'ordinanza Macioce dallo storico Gabriele De Rosa - già parlamentare, tra i promotori della scolta del 1994 - per il quale "questo conflitto intorno al simbolo è anacronistico. […] Certo, sarebbe stato meglio che rimanesse al partito di Bianco. […] Mai io avrei trascinato questa questione davanti al giudice. […] Anche i simboli hanno una nascita, un declino e una fine. […] Invece si è caricata la questione del simbolo di valenze eccessive, è stato un aggrapparsi alla memoria più che alla capacità di presa sull'elettorato. Io dico che per i giovani non sarà questione di vita o di morte: un partito, del resto, deve vivere sui programmi e sugli ideali". Fu sicuramente, e a lungo, questione di carte bollate la vicenda della titolarità del partito e della sua amministrazione: una prima ordinanza il 3 giugno diede formalmente confermò Buttiglione segretario (senza rimuovere la sfiducia), la seconda - emessa il 24 luglio e avente Macioce come giudice relatore - si inventò la formula della cogestione obbligatoria del patrimonio da parte dei due tesorieri, immaginando che quella situazione imposta durasse poco (sarebbe durata 7 anni). Questa seconda ordinanza nel libro non c'è, ma ovviamente c'è traccia dell'accordo stipulato il 24 giugno in un hotel nei pressi di Cannes tra Buttiglione e Bianco, per concludere in qualche modo lo scontro tra le due anime, prefigurando la celebrazione di un doppio congresso, l'assegnazione del nome del Ppi alla parte legata a Bianco e lo scudo crociato a quella riferita a Buttiglione. Col senno di poi, non possono lasciare indifferenti le parole di Bianco - peraltro pronunciate in occasione della presentazione, tra l'altro, del libro Per un pugno di simboli - su quelle settimane così concitate e dilanianti: "Io mi sono trovato, nel 1995, sotto le pressioni della Curia romana, degli ambienti più elevati del mondo cattolico, e sotto la pressione dello stesso Kohl perché si chiudesse una vicenda giudiziaria molto infelice che era stata aperta da una impensabile e incomprensibile sentenza di un magistrato romano che aveva deciso che il segretario politico, in minoranza, continuava a essere il titolare del simbolo. Ecco, forse avrei resistito di più e non avrei accettato quell’incontro di Cannes che ha portato poi alla conclusione di questa vicenda triste. […] Vedendo questo simbolo sento il dramma di quello che è accaduto: è un simbolo che è stato profanato, nelle liti giudiziarie, è stato manomesso ed è andato, peraltro, in una direzione esattamente opposta rispetto a quella della storia e l’intuizione politica dei cattolici democratici".
Il libro La caduta si conclude analizzando il tempo successivo degli "(ex) democratici cristiani senza la Dc", con il seguito della storia del Ppi, guidato da Bianco, Marini e Pierluigi Castagnetti (passando per la stagione del centrosinistra fino alla nuova vittoria berlusconiana del 2001, preceduta dalla scissione di Democrazia europea) fino all'accantonamento in favore della Margherita, la nascita del Cdu buttiglioniano (e il suo percorso a ostacoli con il Ccd), la meteora dell'Udr cossighiana (che spaccò Ccd e Cdu) e il proliferare di nuove sigle, per poi tentare una ricomposizione dopo le elezioni del 2001, con la "fusione a freddo" dell'Udc. Il volume non manca di considerare anche i destini di Rinnovamento italiano, dei Democratici legati a Prodi e di varie altre formazioni (inclusi gli ex Dc in Forza Italia, partito che aderì al Ppe nel 1999). 
Andrea Vezzaro nel suo volume non tenta di offrire - o peggio imporre - un'analisi ex post complessiva: si impegna soprattutto a ricordare e ben contestualizzare le puntate precedenti, nella consapevolezza che chi non c'era potrebbe non conoscerne qualcuna e chi c'era potrebbe averne dimenticate o "perse" altre. Senza tutti (o quasi) quei passaggi, può risultare oggettivamente difficile capire come si sia arrivati alla diaspora/frammentazione dei democratici cristiani, così come forse non si spiegherebbe perché di quando in quando qualcuno senta il bisogno di dare credito a chi - in anni ben successivi al 1995 - rivendica una continuità anche giuridica con la Democrazia cristiana che ha operato fino all'inizio del 1994 (a prescindere dalla fondatezza dei vari tentativi di riattivazione del partito) e ripropone il messaggio "Torna la Dc, torna anche tu". In questo senso, ora che Palazzo Cenci Bolognetti non ha ormai nessuna presenza democristiana, il lavoro di riproposizione delle cronache della dissoluzione democristiana è senz'altro meritorio.
Non meno interessante - e solo apparentemente minore - sarebbe poi scoprire come la periferia, cioè le articolazioni locali della Democrazia cristiana (e le loro evoluzioni), ha vissuto quel periodo di profonda trasformazione. Una storia che va senz'altro ricostruita sul territorio, ma letteralmente, percorrendo le strade del Paese per raggiungere le sedi archivistiche di volta in volta ritenute d'interesse. Racconta infatti nella prefazione al libro di Vezzaro Flavia Piccoli Nardelli (figlia di Flaminio, deputata Pd per due legislature, dal 2013 al 2022) che l'Istituto Luigi Sturzo - di cui è stata per oltre vent'anni segretaria generale - aveva recuperato circa metà dei settanta archivi provinciali della Dc esistenti agli inizi degli '90, ma "per decisione di un comitato scientifico costituito ad hoc, questi archivi non vennero depositati a Roma, a Palazzo Baldassini, nella sede dell’Istituto [...], come accadde per tutto il materiale relativo agli organi centrali del partito. Dichiarati proprietà dell’Istituto, furono affidati con convenzioni di deposito di volta in volta agli Archivi di Stato, agli archivi diocesani o ad archivi di fondazioni che garantissero massima sicurezza nella gestione". Quel progetto, denominato "Gli archivi in rete", secondo Piccoli Nardelli ha garantito "un buon rapporto con il territorio che era rappresentato da uno storico locale scelto di volta in volta, ma anche facilità di consultazione e rapido riordino con la garanzia di una fruizione allargata". Scrivere la storia della "caduta diffusa" della Democrazia cristiana e delle vicende accadute in seguito, dunque, richiederà un certo sforzo e buona volontà (a macinare i chilometri necessari, oltre che a consultare gli inventari già presenti e disponibili), ma sarà di sicura soddisfazione, utile a completare il racconto agile e interessante offerto da Andrea Vezzaro ai suoi futuri lettori.