domenica 11 gennaio 2026

Alternativa popolare e Dimensione Bandecchi: vite parallele, e i simboli?

Il panorama politico italiano, come quello di molti altri paesi, non può mai intendersi come un corpo fermo e stabile, ma piuttosto come un'entità magmatica, in continua evoluzione. Vale per i cambiamenti "maggiori", cioè i più visibili, cui la maggior parte degli osservatori guarda, ma anche - se non soprattutto e innanzitutto - per i cambiamenti "minori", o tali ritenuti da qualcuno: per chi sente di appartenere ai #drogatidipolitica, infatti, sono proprio le microdinamiche che rischiano di sfuggire ad altri occhi a meritare più considerazione. Si può leggere in questo modo, dunque, il comunicato congiunto - diffuso ieri - di Paolo Alli e Stefano Bandecchi, che figurano tuttora rispettivamente quali presidente e segretario di Alternativa popolare, mentre il secondo in vista delle elezioni regionali dello scorso autunno (in particolare quelle della Campania) aveva concorso a fondare il partito Dimensione Bandecchi (Alli invece è anche segretario generale della Fondazione De Gasperi). Di seguito si riporta il testo integrale.
A seguito della creazione del nuovo partito "Dimensione", guidato da Stefano Bandecchi, si è valutata l’opportunità di separare il percorso politico del nuovo soggetto da quello di Alternativa Popolare, al fine di allargare l’ambito della proposta politica per gli elettori italiani, rivolgendosi a target differenziati.

È infatti evidente come vi sia una ampia fascia di elettorato deluso dalla politica che, attraverso una pluralità di proposte, è possibile riconquistare e riportare alle urne e alla partecipazione attiva all’impegno sociale e politico.

Con il 2026 inizia, perciò, un percorso parallelo delle due formazioni politiche, Dimensione e Alternativa Popolare.

È questo l’esito di oltre tre anni di storia che hanno visto dapprima Stefano Bandecchi alla guida politica di AP, partito al quale la sua presenza e la sua azione hanno consentito di rilanciarsi con la vittoria alle elezioni comunali di Terni e la successiva partecipazione alle elezioni europee del 2024 e, recentemente, la consapevolezza della necessità di costituire un nuovo laboratorio politico del quale lo scenario nazionale ha bisogno, per non restare fossilizzato sulle proposte oggi esistenti, per cui è nato Dimensione.

Sotto questo profilo, Alternativa Popolare continuerà a muoversi nel solco del popolarismo europeo, a partire dalla propria appartenenza al Partito Popolare Europeo, mentre Dimensione caratterizzerà la propria azione sulla base del principio e del valore della italianità.
La scelta di percorrere due strade parallele sembra rafforzata dalla decisione, datata 8 gennaio, di Stefano Bandecchi, "in vista delle elezioni politiche del 2027", di "affidare la segreteria nazionale del partito a Gianluca Di Liberti, imprenditore con una solida esperienza politica": Di Liberti, sui suoi canali social, peraltro risulta ancora essere, oltre che segretario di Dimensione Bandecchi, (anche) responsabile nazionale di Alternativa popolare "per i rapporti con le comunità LGBTQIA+l". La stessa nota diffusa da Bandecchi sul sito del partito da lui fondato cita anche l'avvocato Riccardo Corridore, che lo ha "coadiuvato nella fase di lancio del partito" e proseguirà il suo impegno come vicesindaco del comune di Terni (dunque come vicario dello stesso Bandecchi).
Della notizia diffusa - che riporta un tentativo interessante di "segmentare" il potenziale elettorato di riferimento, immaginando nuove presenze elettorali in coalizione - non possono sfuggire due dettagli non proprio irrilevanti sul piano "simbolico". Innanzitutto il sito di Alternativa popolare continua a riportare in testata la versione del simbolo contenente il riferimento a Bandecchi, ma la nota congiunta è stata abbinata al contrassegno impiegato nel 2024 per le elezioni europee, contenente nella parte inferiore il simbolo ufficiale del Partito popolare europeo cui Ap appartiene (cosa che, com'è noto, ha consentito al partito di presentare proprie liste senza sottostare al pesante onere della raccolta delle firme, sia pure a seguito della riammissione - in quattro circoscrizioni su cinque, tolta la circoscrizione Sud in cui la lista era stata ammessa già in prima battuta - da parte dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione). Il cognome di Bandecchi, dunque, in quel caso non si vede più (così come non ha mai fatto parte del simbolo ufficiale del partito, così come modificato dopo la scelta - dell'assemblea nazionale del 18 marzo 2017 - di abbandonare definitivamente il nome Nuovo centrodestra: la descrizione dello statuto contiene solo il nome del partito attraversato dal cuore giallo senza scritte, non anche il fregio ufficiale del Ppe).
Secondariamente, lo stesso comunicato cita per ben quattro volte il nuovo partito fondato da Stefano Bandecchi come Dimensione, senza citare il cognome del fondatore. Difficile dire, al momento, se questo preluda alla sparizione del cognome dal simbolo del partito, anche perché questo, tanto nello statuto quanto nell'atto costitutivo - uno dei pochi casi in cui è possibile disporre del documento fondativo di un soggetto politico-giuridico: l'atto è datato 22 settembre 2025 e Bandecchi è tra i fondatori, insieme a Corridore e Pierpaolo Palanti - figura tanto nella denominazione del partito ("Dimensione Bandecchi"), quanto nella descrizione ufficiale del simbolo ("cerchio con il bordo esterno di colore rosso. Il fondo interno del cerchio è di colore blu. Nella metà superiore del cerchio è presente la scritta DIMENSIONE in stampatello maiuscolo di colore bianco e sotto ad essa la scritta BANDECCHI, di dimensioni maggiori, in stampatello maiuscolo e di colore giallo. Dal margine inferiore del cerchio si estendono da sinistra verso destra tre frecce stilizzate, la prima da sinistra è di colore verde, la seconda di colore bianco e la terza di colore rosso. La coda della freccia rossa copre la parte inferiore del cerchio").
Da qui alle prossime elezioni - che si tengano nel 2027 come previsto o che, a dar retta ad alcuni articoli usciti anche oggi su qualche giornale - di certo ci saranno evoluzioni, nella guida di quegli stessi partiti e nei loro simboli: nessuno, al momento, è in grado di prevedere cosa finirà nelle bacheche del Viminale, ammesso che quelle fisiche in metallo e plexiglass esistano ancora... 

giovedì 8 gennaio 2026

Le nuove vicende del Partito liberale italiano (e il "diritto dei partiti")

Non sono ancora trascorsi dieci giorni del nuovo anno e già si profilano nuove questioni rilevanti di "diritto dei partiti". Una di queste, con tutta probabilità, riguarderà il Partito liberale italiano. Nella giornata di oggi, infatti, è stato diffuso un comunicato stampa relativo alla ripresa delle attività del gruppo che il 4 luglio aveva programmato di celebrare il XXXIII congresso a Roma, alla Sala Capranichetta dell'Hotel nazionale, salvo poi scegliere di non tenere l'assise prevista dopo un pronunciamento del Tribunale di Roma (di cui si era parlato nei mesi scorsi). Di seguito si riporta per intero il testo diffuso e ricevuto, per poi offrire dopo altri elementi e qualche riflessione, soprattutto di natura giuridica.
Sabato 13 dicembre 2025 si è tenuto a Napoli, nella sede della Fondazione Aillaud, il Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano, organo promotore e organizzatore dell'azione politica del Partito. 
Il detto Consiglio Nazionale concludeva il percorso intrapreso con il XXXIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano, tenutosi in data 04.10.2025, in seguito alla sua riconvocazione, disposta dopo che l’appuntamento originariamente fissato per il 04.07.2025, veniva rinviato per "gravi motivi" (come previsto dallo Statuto), alla luce delle ultime vicende giudiziarie che hanno riguardato il partito. 
Il Consiglio Nazionale ha provveduto al rinnovo di tutte le cariche rappresentative del partito; ha eletto la Direzione Nazionale e gli altri organi monocratici. I napoletani Piero Cafasso e Marco D’Amico sono rispettivamente il nuovo Segretario e il nuovo Presidente nazionali, Diego Di Pierro di Voghera è il Coordinatore Nazionale organizzativo e il comasco Davide Belli il Presidente del Consiglio Nazionale. 
Il neo eletto Segretario Nazionale Cafasso, ha illustrato le linee programmatiche che informeranno l'azione politica del PLI: la riforma sanitaria in primis, per combattere la lottizzazione politica nella gestione del nostro servizio sanitario nazionale, una riforma fiscale per semplificare un fisco oppressivo e burocratico, l’abolizione della riforma del Titolo V della Costituzione con una graduale soppressione dell'Ente Regione, la regolamentazione della prostituzione e la salvaguardia delle libertà dei cittadini messe a dura prova dagli sprechi nella gestione della cosa pubblica e dall’iper regolamentazione dilagante.
In particolare, a norma dell'art. 17, comma 8 dello statuto del Pli, "Il Congresso Nazionale, una volta convocato, può essere rinviato per non più di tre mesi solo per gravi motivi, in tal caso non sarà necessario rinnovare le procedure per l’elezione dei delegati". A quanto si apprende, al rinvio avrebbe provveduto il presidente del consiglio nazionale uscente (nonché presidente dell'assemblea congressuale) Diego Di Pierro: egli avrebbe poi cercato di contattare Stefano De Luca (quale presidente da ritenere ancora in carica sulla base delle ordinanze del Tribunale di Roma emesse tra il 2023 e il 2024) per sollecitare la (ri)convocazione del congresso, auspicando l'individuazione di una data condivisa. In mancanza di riscontro, lo stesso Di Pierro avrebbe provveduto a riconvocare i delegati già convenuti il 4 luglio a Roma per il 4 ottobre dello scorso anno - volendo rispettare il termine di tre mesi indicato dalla citata disposizione statutaria - scegliendo però di tenerlo non in presenza, ma con una riunione in forma telematica.
L'evento congressuale così convocato si sarebbe tenuto, come si evince dal comunicato (e, a quanto si apprende, con la commissione di verifica dei poteri e l'ufficio di presidenza nella stessa composizione prevista per l'evento di luglio), e si sarebbe concluso con l'elezione del consiglio nazionale, dalla consistenza di 57 membri. Durante la prima riunione dell'organo - quella svoltasi a Napoli il 13 dicembre scorso, come riportato dal comunicato diffuso - si sarebbe provveduto all'elezione delle cariche indicate dall'art. 18 dello statuto. Pie(t)ro Cafasso, indicato come nuovo segretario nazionale, aveva già operato come segretario regionale in Campania durante il periodo in cui Roberto Sorcinelli aveva agito come segretario nazionale del Pli.
I passaggi compiuti tra ottobre e dicembre avrebbero concluso, secondo il comunicato, il percorso che si era interrotto lo scorso luglio. Non è difficile immaginare, tuttavia, che quegli stessi fatti saranno al centro di un nuovo contenzioso giuridico con il citato Stefano De Luca e Grazio Trufolo che agiscono nelle qualità di presidente e segretario del Pli a seguito del XXXIII congresso celebrato il 27-28 giugno dello scorso anno e ritengono di fondare la propria attività sulla base delle pronunce del Tribunale di Roma emesse fin qui e che possono considerarsi efficaci; nuove contese sulla rappresentanza del partito - e, di fatto, sulla spendibilità del simbolo - sembrano dunque profilarsi, potenzialmente avviabili da entrambe le compagini interessate dalla vicenda in questione.
Questo sito, ovviamente, per ora si limita a dare notizia di ciò che accade e ad attendere gli sviluppi che con ogni probabilità ci saranno e di cui, qualora fossero disponibili documenti utili, si darà adeguatamente conto: pur senza esprimere valutazioni nel merito, si può rilevare che le questioni legate alla "democrazia nei partiti" (cioè al rispetto delle regole statutarie/interne e delle norme applicabili alle associazioni non riconosciute) continuano ad avere un rilievo tutto meno che trascurabile, tanto in formazioni che si richiamano a lunghe e consolidate storie politiche (ed è il caso del Pli, ricostituito nel 1997 ma con radici ben più profonde), quanto in soggetti politico-giuridici di più recente costituzione. E, per questa ragione, occorre prestare l'attenzione che tali questioni meritano.

martedì 6 gennaio 2026

Fiamma tricolore, tra origini ufficiali e (possibili) ascendenti

Nemmeno a farlo apposta, come ideale seguito del post di tre giorni fa, in cui si diceva che all'inizio del nuovo anno non mancano questioni simboliche da affrontare, si è riaccesa - è il caso di dirlo - la discordia sulla fiamma tricolore. La scintilla, se si vuole, è stata la scoperta tardiva di un post di Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport. in cui una raffigurazione di quella fiamma era accompagnata alla didascalia "26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano". Il post - che ora è visibile solo grazie agli screenshot fatti in precedenza, visto che il profilo di Instagram del giornalista è stato reso privato - ha fatto divampare varie polemiche politiche. Di queste è giusto che si occupino i media; in questo spazio, semmai, è interessante cercare di analizzare l'immagine diffusa e contestualizzarla, per quanto possibile.
Innanzitutto, di che fiamma si parla? Quella del Movimento sociale italiano, ovviamente, ma quale esattamente? Chi avesse potuto visitare nel 2017 la mostra Nostalgia dell'avvenire (promossa dalla Fondazione Alleanza nazionale) o si fosse limitato anche solo a scorrere alcuni dei manifesti o dei materiali di propaganda prodotti dal Msi nel corso degli anni, infatti, avrebbe notato con facilità che il simbolo in questione ha avuto varie raffigurazioni, anche piuttosto diverse tra loro, dunque non è inutile cercare di capire a quando risalga la grafica diffusa. A guardare bene l'immagine, in particolare la traccia di un timbro rosso alla destra della fiamma, la si indentifica esattamente nel manifesto conservato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e visibile in rete. La base trapezoidale da cui parte la fiamma, di colore rosso, contiene la traccia (bianca) di un altro trapezio e la sigla "MSI" senza punti.
Non è difficile notare qualche differenza rispetto al contrassegno elettorale impiegato alle elezioni politiche del 1948: al di là della riproduzione in bianco e nero, com'era rigorosamente prevista allora, la forma della fiamma era più "stretta" e dritta, anche se i "denti" delle parti verde, bianca e rossa erano praticamente uguali; la differenza più marcata riguardava la sigla, proposta con un tratto bianco molto sottile e con il punto dopo le prime due lettere. Quello stesso emblema era finito sulle schede elettorali delle amministrative celebratesi nel 1947 a Caserta (21 settembre), Roma (12 ottobre) e Campobasso (30 novembre).
Il fregio, tuttavia, al tempo della nascita del Movimento sociale italiano - il 3 o il 26 dicembre, a seconda che si scelga il primo momento informale o quello della formalizzazione - non esisteva. Lo raccontava, tra l'altro. lo stesso Giorgio Almirante, nella sua Autobiografia di un "fucilatore" (Edizioni del Borghese, 1973):
Faccio un balzo indietro di molti anni e rivedo la mia gente come la riconobbi all'indomani della guerra civile e della latitanza: la gente che salì le scale di corso Vittorio numero 24, a Roma, per la prima riunione indetta dal Movimento Sociale Italiano. Era il gennaio 1947, il MSI era appena stato fondato, nessuno lo conosceva. Si può dire senza ironia che neppure noi lo conoscevamo, noi i fondatori e primi dirigenti. [...] Io non so chi fossero i sessanta o settanta partecipanti alla prima riunione indetta dal neonato MSI e dal sottoscritto quale segretario del neonato MSI, in corso Vittorio numero 24. So che avevamo affisso un piccolo avviso dinanzi al portone; so che erano stati pubblicati, qualche giorno prima, gli orientamenti programmatici che fino al 1948, campagna elettorale politica e poi primo congresso del partito, a Napoli, costituirono tutto il nostro programma; so che l’ingresso era libero; so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico [...]. Non c'erano persone importanti. Il partito aveva soltanto un nome, non aveva ancora un simbolo, tanto meno aveva una tessera. Ricordo che, nella mia piramidale ingenuità e nella mia totale incompetenza in fatto di partiti, ero a quell’epoca contrario all'adozione di una tessera. Era ancor fresco, o piuttosto era bruciante il ricordo delle tessere strappate e dei distintivi celati dopo il 25 luglio e l'8 settembre. Ignoro, pertanto, se da quel primo gruppetto di ascoltatori siano più in là emersi altrettanti iscritti al nostro partito. Probabilmente no. Ma si trattava, senza alcun dubbio, della mia gente; non perché condividesse un pensiero politico che largamente era ancora inespresso, ma perché sentiva la necessità spirituale di un incontro: di un incontro diverso da quello che già in quei primissimi anni la rinata democrazia aveva saputo offrire.
Proprio la sede di Corso Vittorio a Roma, peraltro, sarebbe stata teatro - in qualche modo - della nascita del simbolo del partito, proprio in vista delle elezioni amministrative del 1947 ricordate sopra. Così Adalberto Baldoni racconta, nel suo libro Destra senza veli (Fergen, 2018), la nascita del simbolo del Movimento sociale italiano (il testo è riportato col consenso dell'editore, Federico Gennaccari): 
Il simbolo del nuovo partito viene ideato nel settembre 1947, prima delle elezioni comunali di Caserta e di Roma, in modo casuale e singolare. Un giorno, scendendo le scale della sede centrale di Corso Vittorio, Giorgio Almirante incontra un mutilato di guerra che gli dice: "Segretario, ce l'hai il simbolo? Scegli la fiamma tricolore che è il simbolo dei combattenti". Almirante rimane perplesso. Risale le scale, entra nel suo studio e traccia su un foglio la bozza di una fiamma. Pochi giorni dopo la fiamma tricolore appare per la prima volta sui muri della capitale. 

Antonio Mazzone ricorda che, per il simbolo, [Giovanni] Roberti coinvolse un suo amico, il pittore Emilio Maria Avitabile (poi autore anche del simbolo della Cisnal), chiedendogli di immaginarne uno. L'artista preparò un bozzetto, raffigurante una fiamma e una persona, che venne inviato al direttorio chiamato a scegliere il simbolo. "Il direttorio scelse la fiamma. Allora [Giovanni] Tonelli inviò una lettera a Roberti per comunicargli che avevano scelto la fiamma come simbolo del partito. Roberti diede la lettera al pittore. Quando poi uscì fuori la versione di Almirante, scrissi al segretario del partito e mia moglie, figlia di Avitabile, diede la lettera di Roberti ad Almirante che avrebbe dovuto correggere la sua iniziale versione. Purtroppo non ne fece una copia ed Almirante non solo non corresse la versione ma non restituì nemmeno la lettera".
In Rete si trovano varie immagini di una cartolina che si fa risalire ai primi anni '50 e che riproduce un manifesto realizzato da Emilio Maria Avitabile: non è dato sapere se questa sia esattamente l'immagine di cui parla Baldoni, chiesta da Roberti (tra i promotori del partito) al pittore nato a Catania nel 1910 e morto a Napoli nel 1989 ma di certo questa occupa un posto rilevante nell'iconografia del Msi; di più, l'episodio richiamato da Baldoni nel suo libro conferma che, con riguardo alle origini dei simboli storici delle forze politiche italiane, non c'è mai piena concordanza o certezza sulla loro esatta genesi.
La fiamma tricolore, com'è noto, si è conservata anche dopo la svolta del 1994, prima ridotta all'interno del simbolo di Alleanza nazionale (ma sempre con la base trapezoidale con la sigla Msi, anche perché senza "quella sembrerà la fiamma del Pibigas. Si ricorda, le bombole Pibigas? Ma per carità!", come disse Raffaela Stramandinoli, nota come "donna Assunta Almirante" a Sebastiano Messina della Repubblica - nell'edizione del 27 settembre 1994 -  preoccupata che il residuo del fregio diventasse "uno specchietto per le allodole"), poi reinserita nel simbolo di Fratelli d'Italia (prima microscopica all'interno della "pulce" di An, poi privata della base nell'attuale versione del fregio).
Se le origini della fiamma del Msi si famno risalire al riferimento ai combattenti (e non di rado ci si riferisce agli Arditi, anche se le loro "fiamme" - sia intese come mostrine, sia pensando al fregio del X Reggimento arditi - avevano tutt'altra forma, non è inutile ricordare che il concetto di fiamma tricolore era già presente in precedenza, peraltro non solo in Italia. Si prenda, per esempio, l'immagine del Rassemblement National Populaire, partito francese del 1941 dell'area "collaborazionista" (che avrebbe concorso al governo di Vichy: al centro della sua iconografia c'era una tripla fiaccola, con le fiamme rispettivamente tinte di blu, di bianco e di rosso. Si tratta ovviamente di un'immagine diversa rispetto alla fiamma tricolore che il Front National di Jean-Marie Le Pen avrebbe fondato nel 1972, impiegando una fiamma pressoché identica a quella del Msi (il cui uso - con il blu al posto del verde - "era stato evidentemente concordato con Almirante", come ha ricordato lo scorso anno Marco Tarchi, nel suo libro scritto con Antonio Carioti Le tre età della Fiamma, pubblicato nel 2024 da Solferino). Il significante-significato della fiamma e il tricolore nazionale erano comunque stati accostati.
Tornando all'Italia, merita di essere considerata l'immagine del manifesto pubblicitario - conservato sempre dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e indicatomi, come il precedente, da Roberto D'Angeli, autore di un importante studio sul Partito fascista repubblicano e osservatore attento di questo sito - che caratterizzò, nel 1939, la prima mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni, realizzata a Milano al Palazzo dell’Arte (quello della Triennale): l'illustrazione, realizzata (almeno) l'anno precedente da Giorgio Muggiani, morto nel 1938, era dominata dalla figura di un uomo che stringeva in mano una fiaccola protesa in avanti, mentre la fiamma - piegata all'indietro - si tingeva dei colori della bandiera (il verde più vicino alla fiaccola, il bianco al centro e il rosso nella parte frastagliata). L'idea della fiaccola con il tricolore nel fuoco, com'è noto, sarebbe stata ripresa dal fregio che ha caratterizzato per anni il Fronte della Gioventù (il soggetto, come ricorda sempre D'Angeli, era già stato usato nel 1947 dal Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, organo del Msi, poi confluito con la Giovane Italia nel FdG), per poi essere reinterpretata dalla Destra - il partito di Francesco Storace - sia pure in una diversa lettura grafica.
Si può, volendo, risalire ancora più indietro. Chi scrive, infatti, ha ricevuto in questi giorni da Maurizio Mengana un disegno - da lui acquistato di recente - datato 1936 e attribuito all'artista Bruno Tano (Padova 1913 - Macerata 1942): vari elementi sono da Mengana ricondotti alla Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934 e ripetuta nel 1937 e al centro spicca un braciere - quasi olimpico, visto che il 1936 era l'anno dei giochi a Berlino - con una fiamma, rappresentata proprio come tricolore.
Naturalmente con ciò non si sostiene affatto che la fiamma, e in particolare la fiamma tricolore sia un segno chiaramente e inequivocabilmente fascista. Si pensi alla fiamma a varie cuspidi contenuta nel simbolo di Giustizia e libertà, come alla fiaccola accesa - con fiamma che si sviluppa in orizzontale - del Partito repubblicano italiano, visibile su alcune tessere antecedenti e successive alla seconda guerra mondiale (1923 e 1946, per fare qualche esempio). Le immagini viste, al pari di altre che si possono individuare, mostrano però che quel tema grafico era utilizzato anche in quell'ambito (assieme ad altri), come pure in altri contesti nazionali, e ha probabilmente lasciato un segno tale da farsi presente a chi è stato chiamato a creare il simbolo del Msi, in vista delle prime elezioni.

domenica 4 gennaio 2026

Riflessioni d'inizio anno sul (valore del) simbolo del MoVimento 5 Stelle

Inizia un nuovo anno e, lo si voglia o no, questioni simboliche emergono o si fanno presenti, pur restando sotto traccia. Non solo perché si voterà in vari comuni, alcuni dei quali importanti (come Venezia e i capoluoghi di provincia Macerata, Arezzo o Reggio Calabria) e per le suppletive nel collegio della Camera Veneto 2 - P01 -  U01 (quello di Rovigo) lasciato libero da Alberto Stefani dopo l'elezione a presidente della giunta regionale veneta (oltre che per il referendum costituzionale in materia di giustizia, senza voler in questo momento immaginare rischi di ritorni anticipati alle urne anche per il Parlamento, sebbene sui quotidiani in edicola oggi siano stati paventati). Ma anche perché all'interno di alcune forze politiche e del loro mondo ed elettorato di riferimento sembra non spegnersi mai una certa inquietudine di fondo, che porta a tenere accesa l'attenzione su alcuni temi, che a volte riguardano pure i segni distintivi in cui le rispettive comunità politico-elettorali si riconoscono.
Cosi non è passato inosservato il post con cui Beppe Grillo ha marcato il passaggio al 2026, lamentando davanti a sé "un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi", all'interno di "un Paese che si è abituato a tutto, all'ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio". Una situazione che ha portato Grillo, dopo molte parole pronunciate, urlate e miste a risa, a scegliere di rimanere "in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore", sentendosi "in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite". Alla fine di "un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato" e "ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare", Grillo nota - parlando di giustizia, con tutta probabilità con riferimento alla propria esperienza - "esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto". Il tutto mentre - e qui l'attenzione si concentra ancora di più - "la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi".
Mentre Grillo inizia il nuovo anno rimanendo "a guardare e a pensare… In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza" e a ricordare, "perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori", è quasi inevitabile chiedersi se, mentre altri simboli cambiano (quelli di altri partiti), nel 2026 ci si debba attendere qualcosa su quello del MoVimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni e, più in generale, delle evoluzioni del quadro politico italiano. La premessa è che - salvo che non sia sfuggito qualcosa - nulla si sa delle evoluzioni dell'eventuale azione legale di cui si era parlato a giugno, quando i media (in particolare il Corriere della Sera con un articolo di Emanuele Buzzi) avevano fatto sapere che Grillo si sarebbe rivolto al costituzionalista Giulio Enea Vigevani, professore presso l'Università di Milano Bicocca e al processualcivilista (e docente a contratto presso lo stesso ateneo) Matteo Gozzi. Sulla questione non si è espresso Grillo (che nel suo messaggio ha sentenziato "Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo"), ma ieri ben due quotidiani hanno ospitato un'intervista a Danilo Toninelli, deputato dal 2013 al 2022, tra le figure più note della prima stagione del MoVimento 5 Stelle, anche per le sue proposte in materia elettorale (si pensi alla possibilità di introdurre le "preferenze negative"). Fa tuttora parte del collegio dei probiviri del M5S guidato da Giuseppe Conte, ma "non sono più probiviro nei fatti dall’assemblea costituente di Conte", ha precisato al Foglio, intervistato da Gianluca De Rosa. Oggi si occupa di tutt'altro, in particolare di salute mentale: "Da una mia idea, insieme alla competenza clinica di Anna Sari e al lavoro di Emanuele Falzarano - ha spiegato a Buzzi per il Corriere - è nato Bastapensieri: una piattaforma che mette al centro il silenzio, l’ascolto di sé e la mindfulness psicosomatica. È proprio fermandosi e guardando dentro che si possono sciogliere blocchi interiori e ritrovare equilibrio".
In qualche modo le scelte di Toninelli e Grillo sono state accomunate: la scelta di stare in disparte in silenzio per l'ex parlamentare M5S è "oggi il primo passo per cambiare questa società, la più inconsapevole della storia dell'homo sapiens sapiens. Oggi senza una comunità politica straordinaria come quella del vecchio M5S francescano, l'unica via per cambiare le cose è una rivoluzione interiore. In futuro chissà, magari qualche persona elevata spiritualmente, come furono Beppe e Gianroberto Casaleggio, aggregherà di nuovo delle persone. Purtroppo, per ora, all'orizzonte non si vede nulla" (dal Foglio). Per Toninelli, a poco meno di vent'anni dalle prime vicende che avrebbero portato all'impegno politico di Grillo, "il Movimento esiste solo sulla carta. Era una comunità di persone unite da alcuni valori: l'essere post-ideologici e il limite dei due mandati. Oggi non c'è più nulla di questo" (dal Corriere), anzi, il M5S sarebbe "un partito come un altro che utilizza quel vecchio e glorioso simbolo come una foglia di Fico" (dal Foglio): il riferimento all'esito delle elezioni campane e alla giunta regionale appena formata da Roberto Fico (non meno noto di Toninelli già nella XVII legislatura), insieme al giudizio negativo su questa, è molto chiaro.
Si diceva però del simbolo: tanto Buzzi quanto De Rosa hanno chiesto a Toninelli se Grillo avrebbe fatto bene ad avviare una causa per accertare e rivendicare la titolarità del simbolo del MoVimento 5 Stelle. Al Corriere ha detto che rivolgersi ai tribunali per questo "ora non ha più senso. L'avrei fatt[o] dopo l'assemblea costituente. Oggi si sta ricreando un vuoto in politica e sono contento, perché quel vuoto prima o poi verrà colmato. Il Movimento è un finto pieno e i finti pieni si esauriscono e basta". Al Foglio Toninelli ha confermato che rivendicare il fregio in tribunale "non serve più", ma in effetti "fa rabbia vederlo usare a questi indegni epigoni. Conte avrebbe dovuto fare il suo partito e lasciarci seppellire il simbolo del MoVimento in pace, ma va bene lo stesso. Il MoVimento esiste ormai solo come un disegnino scritto su un foglio, chi amava i valori che incarnava si è già allontanato a prescindere e non si reca più alle urne come me".
Alla fine di novembre del 2024 l'ex parlamentare, in effetti, aveva invitato Grillo a fare causa, ritenendo che il simbolo fosse suo. Dalle interviste di ieri non trapelano novità sulla causa, al punto che non è dato sapere se sia effettivamente stata avviata. Le parole di Danilo Toninelli, però, sono ugualmente rilevanti: in un Paese litigioso come l'Italia, in cui - al di là delle azioni legali che in passato hanno riguardato proprio il M5S - ci si è fatti spesso causa per la rappresentanza di vari partiti o per la titolarità di vari fregi politici (e questo sito spesso ha documentato tali vicende), segnalano e ricordano che il valore di un simbolo non è uguale per tutti e soprattutto non è intangibile, anche dopo che ha raccolto milioni di voti. E, per quanto ci si sia identificati con quell'emblema per anni, può arrivare il tempo di lasciarlo andare senza lottare più - con o senza carte bollate - per rivendicarlo o anche solo per toglierne la disponibilità a chi si ritiene che lo usi in modo inopportuno. Torna in mente, come in passato, la "biodegradabilità dei simboli" (e dei soggetti politici) teorizzata e praticata - a costo di non farsi riconoscere dagli elettori - in ambito radicale: qui però non c'è l'idea che, dopo il voto, la lista elettorale che ha portato avanti determinate battaglie debba dissolversi mentre la lotta su quei temi continua (in vista di nuove urgenze politiche da affrontare), ma piuttosto il pensiero che, in determinate condizioni, sia più opportuno cercare altri modi per agire e, magari, altre dimensioni, in cui - per dirla con Pasquale Panella - "oltre il disfare e il fare / si delineano cose / appena, appena verosimili". In attesa che qualche visionario le traduca in un simbolo e le muti in vere.

mercoledì 31 dicembre 2025

Il 2025 finisce, la gratitudine no!

Il 2025 sta per vedere la parola "fine"
, sospeso tra valutazioni incerte, volendolo guardare dal punto di vista elettorale. Si sapeva dall'inizio che - salvo sorprese, che non ci sono state, durante l'anno non si sarebbero celebrate elezioni politiche o europee, dunque sarebbe mancato l'appuntamento con il Viminale. Si sapeva già, tuttavia, che quest'anno si sarebbero svolte varie elezioni regionali d'importanza non secondaria: si sarebbe votato, in particolare, in Valle D'Aosta, nelle Marche, in Toscana, in Veneto (con le particolarità legate alla lista Resistere Veneto e alla "lista Alde", ma soprattutto ai veti del centrodestra alla presenza di una "lista Zaia") in Puglia e in Campania;  a queste, peraltro, si è aggiunta la Calabria, dopo le dimissioni del presidente della giunta Roberto Occhiuto, poi ricandidatosi (e risultato vincitore). 
Se sul piano delle regionali l'anno è stato più consistente del previsto, non può dirsi così per le elezioni comunali, soprattutto in seguito alla circolare n. 83/2024 del Ministero dell'interno - Dipartimento per gli affari interni e territoriali (Direzione centrale per i servizi elettorali): questa, rilevando che i "decreti elezioni" del 2020 e del 2021 non avevano disposto niente su eventuali modifiche dei termini per le elezioni successive al mandato iniziato in autunno (a causa del rinvio delle elezioni per Covid-19), concluse che nei comuni chiamati al voto in quegli anni si sarebbe votato di nuovo nella primavera del 2026 e del 2027. Prima conseguenza pratica di questo ragionamento è la riduzione drastica nel numero di comuni chiamati al voto nella primavera del 2025: a parte capoluoghi come Pordenone, Trento, BolzanoAosta e Nuoro (situati in Regioni a statuto speciale), sono stati interessati dal voto solo comuni in cui si è votato per ragioni diverse dalla scadenza naturale del mandato, tra cui capoluoghi di provincia come Genova (unico capoluogo di Regione tornato alle urne), Ravenna, Taranto e Matera
Il fatto che si sia votato in un numero di comuni assai più basso ha coinvolto inevitabilmente anche quelli "sotto i mille", che questo sito ha sempre seguito con attenzione grazie allo sguardo consapevole di Massimo Bosso. Nonostante ciò, tra i pochi microcomuni chiamati al voto, non sono mancati anche quest'anno casi da record, con improvvisi affollamenti di liste, fino al caso limite di Bisegna, con 25 simboli sulla scheda, 22 dei quali rimasti completamente a secco di voti. Pure questa volta, dunque, si è potuto fare il solito viaggio nella microItalia che vota, favorito dal fatto che il disegno di legge Pirovano (ex Augussori) volto tra l'altro a reintrodurre un minimo di firme da raccogliere anche nelle località più piccole è ancora fermo alla Camera e questo ha permesso a chi era più interessato a presentare liste per nulla impegnative in localita quasi sconosciute di attivarsi anche nel 2025 (ma questa volta quelle sortite hanno avuto una pubblicità non programmata...). In altri comuni piccoli, questa volta in Valle d'Aosta, sono accadute vicende singolari che, finite davanti ai giudici amministrativi, hanno dato l'occasione per riflettere sugli adempimenti del procedimento preparatorio. Si è anche analizzato il "decreto elezioni 2025", raccontando le possibili modifiche in arrivo sulle procedure di presentazione dei contrassegni al Viminale, mentre si è discusso col costituzionalista Salvatore Curreri circa l'eventualità di non consentire più il "voto disgiunto".
Al di là delle vicende elettorali, è stato interessante seguire questioni di "diritto dei partiti", come quelle sullo scontro relativo al Partito liberale italiano (che ha generato tra l'altro il progetto di Unione liberale, come pure altri di cui converrà parlare in seguito) o di Fortza Paris, oppure appuntamnenti interni ai partiti, come il 4° congresso di +Europa (che peraltro sembra aver avuto, a giudicare dagli avvenimenti delle ultime settimane, una coda assai problematica che potrebbe avere nuovi sbocchi in tribunale) o il congresso della Lega per Salvini premier che ha modificato il suo statuto (mentre Matteo Salvini è riuscito a completare la procedura di registrazione come marchio del fregio elettorale della sua "nuova" Lega e di Alberto da Giussano).
Si sono poi visti contrassegni nuovi, destinati soprattutto all'uso elettorale (come Avanti lanciato dal Psi - sul quale è stato sentito il segretario Enzo Maraio - e Casa riformista lanciato da Italia viva), ma non sono mancati simboli nuovi per progetti politici rinnovati e non solo elettorali (quello del Partito Liberal Democratico, quello di Democrazia sovrana popolare, di cui ci ha parlato direttamente Marco Rizzo, e quello di Più Uno, creatura di Ernesto Maria Ruffini che richiama subito l'Ulivo prodiano).
Non sono poi mancati aggiornamenti relativi alla vicenda giuridico-simbolica della Democrazia cristiana (con l'ennesima decisione del Tribunale di Romaulteriori movimenti in prossimita delle elezioni regionali con tanto di baruffe tra le varie Dc e l'appello di una serie di ex notabili - a partire da Paolo Cirino Pomicino - a lasciar riposare lo scudo crociato e il nome della Dc) e un'occasione per riflettere sul destino giuridico del MoVimento 5 Stelle (quello fondato nel 2012 e guidato da Grillo e quello tuttora operante sulla scena politica). A quest'ultimo proposito, è stato stimolante anche poter intervistare Maurizio Benzi, creatore del simbolo che precedette quello del M5S, vale a dire quello delle Liste CiViche a 5 Stelle.
Durante l'anno si è ritenuto opportuno ricordare la scomparsa di alcune figure "simbolicamente rilevanti" come Pellegrino Capaldo (Movimento per l'Europa popolare), Mimmo Lucà (Cristiano Sociali), Carlo Senaldi (Rinascita Dc), Giancarlo Cito (Lega d'Azione meridionale) e Giorgio Forattini. C'è stata per fortuna anche l'occasione di parlare di alcuni libri interessanti per chi frequenta questo sito, come quelli di Andrea Vezzaro sulla "caduta" della Dc e di Mauro Suttora sui verdi e sugli ecologisti; si è poi voluta creare l'occasione per parlare a fondo di Edmondo Berselli, sfruttando la riedizione di uno dei suoi libri più significativi (Venerati maestri), in attesa di poter parlare di un'altra opera cui concorse e che non è meno rilevante per i #drogatidipolitica.
Anche quest'anno - soprattutto a causa del lavoro quotidiano - non è stato facile trovare il tempo di parlare di tutti gli argomenti che meriterebbero di finire su queste pagine; non è stato possibile evitare lunghi periodi in cui il sito è rimasto fermo o non è stato possibile tradurre in articoli i suggerimenti o i materiali forniti. Lo sforzo di rimanere al passo con gli avvenimenti, però, non viene meno e la gratitudine verso chi ha concorso a mantenere aggiornato il sito si conserva: per questo si compie anche quest'anno il rito dei ringraziamenti, per non dimenticare chi ha permesso a I simboli della discordia di camminare sin qui, sperando che la via possa essere ancora lunga. Grazie e buon anno nuovo...
 
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Grazie a Martino Abbracciavento, Paolo Abete, Ignazio Abrignani, Leonardo Accardi, Giovanni Acquarulo, Mario Adinolfi, Stefano Aggravi, Guglielmo Agolino, Tiziana Aicardi, Luca Al Sabbagh, Tiziana Albasi, Mauro Alboresi, Alberto Alessi, Francesca Alibrandi, Alfonso Alfano, David Allegranti, Angela Allegria, Antonio Amico, Marzia Amico, Antonio Angeli, Daniele Arghittu, Massimo Arlechino, Leoluca Armigero, Nicola Aronne, Antonio Atte, Luigi Augussori, Mauro Aurigi, Imma Baccelliere, Luca Bagatin, Olivrer Balch, Cristina Baldassini, Laura Banti, Marcello Baraghini, Daniele Barale, Lucio Barani, Amedeo Barbagallo, Paolo Barbi, Mario Bargi, Enzo Barnabà, Giovanni Barranco, Alessandro M. Baroni, Chiara Maria Bascapè, Maruzza Battaglia, Americo Bazzoffia, Giovanni Bellanti, Fabio Belli, Pierpaolo Bellucci, Marco Beltrandi, Francesco Benaglia, Giulia Benaglia, Donato Bendicenti, Valentina Bendicenti, Matteo Benetton, Maurizio Benzi, Pierangelo Berlinguer, Roberto Bernardelli, Rita Bernardini, Luca Bertazzoni, Enrico Bertelli, Giuseppe Berto, Niccolò Bertorelle, Alberto Bevilacqua, Diego "Zoro" Bianchi, Leonardo Bianchi, Giuliano Bianucci, Laura Bignami, Davide Bionaz, Raffaella Bisceglia, Mauro Biuzzi, Luca Bizzarri, Fabio Blasigh, Paolo Bonacchi, Enzo Bonaiuto, Ettore Bonalberti, Paola Bonesu, Andrea Boni, Mauro Bondì, Fabio Bordignon, Salvatore Borghese, Michele Borghi, Lorenzo Borré, Renzo Bortolot, Massimo Bosso, Francesco Bragagni, Carlo Branzaglia, Antonio Bravetti, Giancarlo Brioschi, Franco Bruno, Andrea Bucci, Giampiero Buonomo, Antonio Burton Cerrato, Mario Cabeddu, Massimiliano Cacciotti, Giovanni Cadioli, Luca Calcagno, Giuseppe Calderisi, Mauro Caldini, Stefano Caldoro, Stefano Camatarri, Antonio Campaniello, Francesco Campopiano, Elisabetta Campus, Aurelio Candido, Maria Antonietta Cannizzaro, Matteo Cantamessa, Augusto Cantelmi, Roberto Capizzi, Monica Cappelletti, Luca Capriello, Giovanni Capuano, Jacopo Capurri, Giuseppe Carboni, Vito Cardaci, Francesco Cardinali, Mauro Carmagnola, Nicola Carnovale, Damiano Cosimo Cartellino, Elena Cartotto, Francesco Casciano, Elena Caroselli, Robert Carrara, Cosimo Damiano Cartelli, Roberto Casciotta, Michele Casolaro, Pierluigi Castagnetti, Marco Castaldo, Vincenzo Castellano, Luciano Castro, Stefano Ceccanti, Filippo Ceccarelli, Luigi Ceccarini, Mirella Cece, Anna Celeste, Luciano Chiappa, Vincenzo Chiusolo, Angelo Ciardullo, Valentina Cinelli, Stefano Cipolla, Mauro Cinquetti, Giuseppe Cirillo, Massimo Cirri, Giulia Civiletti, Roman Henry Clarke, Daniele Coduti, Paolo Colantoni, Luigi Colapietro, Antonia Colasante, Emanuele Colazzo, Manlio Collino, Emiliano Colomasi, Ettore Maria Colombo, Fabrizio Comencini, Daniele Vittorio Comero, Francesco Condorelli Caff, Marco Confalonieri, Nicola Consiglio, Andrea Consonni, Carmelo Conte, Antonio Conti, Pietro Conti, Francesco Corradini, Carlo Correr, Antonio Corvasce, Silvia Costa, Cristina Costantini, Andrea Covotta, Graziano Crepaldi, Vito Crimi, Luca Cristini, Francesco Crocensi, Stefano Croletto, Mattia Crucioli, Natale Cuccurese, Emilio Cugliari, Francesco Cundari, Johnathan Curci, Salvatore Curreri, Francesco Curridori, Domenico Cutrona, Sara D'Agnillo, Francesco D'Agostino, Nicola D'Amelio, Gabriele D'Amico, Michele D'Andrea, Jacopo D'Andreamatteo, Roberto D'Angeli, Dario D'Angelo, Renato D'Emmanuele, Serafino D'Onofrio, Ferdinando D'Uva Cifelli, Alessandro Da Rold, Pierluca Dal Canto, Roberto Dal Pan, Paolo Dallasta, Marco "Makkox" Dambrosio, Lorenzo De Cinque, Fabrizio De Feo, Gianluca De Filio, Filippo De Jorio, Francesco De Leo, Pietro De Leo, Davide Maria De Luca, Nicola De Luca, Stefano De Luca, Pino De Michele, Carlo De Micheli, Antonio De Petro, Mario De Pizzo, Giancarlo De Salvo, Roberto De Santis, Donato De Sena, Franco De Simoni, Mauro Del Bue, David Del Bufalo, Alessandro Del Monaco, Paola Dell'Aira, Maurizio Dell'Unto, Benedetto Della Vedova, Riccardo DeLussu, Matteo Di Cocco, Alfio Di Costa, Dario Di Francesco, Roberto Di Giovan Paolo, Matteo Di Grande, Simone Di Gregorio, Alberto Di Majo, Luca Di Majo, Alfio Di Marco, Luigi Di Martino, Marco Di Nunzio, Simone Di Stefano, Alessandro Di Tizio, Antonino Di Trapani, Giovanni Diamanti, Ilvo Diamanti,  Antonino Distefano, Raffaele Dobellini, Federico Dolce, Alessandro Duce, Filippo Duretto, Daniele Errera, Sabatino Esposito, Tullia Fabiani, Andrea Fabozzi, Filippo Facci, Leonardo Facco, Piercamillo Falasca, Giuseppe Alberto Falci, Alessio Falconio, Arturo Famiglietti, Annalisa Fantilli, Marco Fars, Luigi Fasce, Gianni Fava, Giovanni Favia, Francesca Federici, Stefano Feltri, Paolo Ferrara, Michele Ferrari, Jacopo Maria Ferri, Emilia Ferrò, Antonio Fierro, Giulia Fioravanti, Roberto Fiore, Daniele FIori, Francesca Fiorletta, Luciano Fissore, Antonio Floridia, Antonio Folchetti, Gianni Fontana, Cinzia Forgione, Gianluca Forieri, Ciro Formicola, Riccardo Forni, Sara Franchino, Gabriella Frezet, Iztok Furlanič, Massimo Galdi, Vincenzo Galizia, Vincino Gallo, Elisa Gambardella, Alessandro Gamberi, Riccardo Gandini, Federico Gandolfi, Uberto Gandolfi, Luciano Garatti, Carlo Gariglio, Paolo Garofalo, Francesco Gasbarri, Francesco Gasbarro, Marcello Gelardini, Chiara Geloni, Alessandro Genovesi, Tommaso Gentili, Luciano Ghelfi, Mattia Giacometti, Alessio "Pinuccio" Giannone, Alessandro Gigliotti, Marco Giordani, Michele Giovine, Andrea Gisoldi, Carlo Gustavo Giuliana, Tommaso Michea Giuntella, Adriano Gizzi, Bruno Goi, Federico Gonzato, Renato Grassi, Roberto Gremmo, Lorenzo Grossi, Antonio Guidetti, Massimo Gusso, Giovanni Guzzetta, Vincenzo Iacovino, Vincenzo Iacovissi, Emanuele Iacusso, Orlando Iannotti, Antonino Ingrosso, Mauro Incerti, Paolo Inno, Matteo Iotti, Tobias Jones, Roberto Jonghi Lavarini, Luca Josi, Tommaso Labate, Piero Lamberti, Orione Lambri, Giacomo Landolfi, Piero Lanera, Calogero Laneri, Alessandro Lanni, Lisa Lanzone, Angelo Larussa, Michele Lembo, Marco Lensi, Davide Leo, Pellegrino Leo, Raffaella Leonardi, Luca Leone, Ferdinando Leonzio, Raffaele Lisi, Giovanni Litt, Antonio Marzio Liuzzi, Maria Rosaria Lo Muzio, Valentina Lo Valvo, Max Loda, Pippo LombardoVincenzo Lorè, Dario Lucano, Andrea Lucatello, Nino Luciani, Maurizio Lupi (il Verde-Verde), Bruno Luverà, Chiara Macina, Angela Maenza, Cesare Maffi (chiunque sia), Paolo Maggioni, Mimmo Magistro, Paolo Oronzo Magli, Francesco Magnani, Alex Magni, Francesco Magni, Bruno Magno, Marco E. Malaguti, Lucio Malan, Francesco Maltoni, Marcello Mamini, Enzo Mancini, Pietro Manduca, Renato Mannheimer, Silvja Manzi, Andrea Maori, Gian Paolo Mara, Enzo Maraio, Roberto Marchi, Federico Marenco, Gherardo Marenghi, Marco Margrita, Luca Mariani, Giulia Marrazzo, Marco Marsili, Carlo Marsilli, Leonardo Martinelli, Dario Martini, Antonio Massoni, Riccardo Mastrolillo, Mataran (tutta la banda), Angela Mauro, Angelo Mauro, Federico Mauro, Andrea Mazziotti Di Celso, Paola Meinardi, Angelo Orlando Meloni, Elisa Meloni, Marcello Menni, Stefano Mentana, Giovanni Merante, Filippo Merli, Giorgio Merlo, Amalia Micali, Vincenzo Miggiano, Luca Misculin, Antonio Modaffari, Marco Monni, Marco Montecchi, Rosanna Montecchi, Nicolò Monti, Roberto Morandi, Raffaello Morelli, Matteo Moretto, Fabio Morgano, Francesco Morganti, Mara Morini, Francesco Mortellaro, Claretta Muci, Martina Mugnaini, Paolo Mulas, Pietro Murgia, Paola Murru, Alessandro Murtas, Tomaso Murzi, Antonio Murzio, Cristiana Muscardini, Alessandro Mustillo, Paolo Naccarato, Giorgio Nadalini, Francesco Napoli, Gabriele Nappi, Donato Natuzzi, Ippolito Negri, Claudio Negrini, Fabio Massimo Nicosia, Davide Nitrosi, Gianluca Noccetti, Edoardo Novelli, Marzia Novellini, Angelo Novellino, Vincenzo Carmine Noviello, Riccardo Olago, Enrico Olivieri, Matteo Olivieri, Federica Olivo, Oradistelle, Fabrizio Orano, Claudio Ossani, Nino Pace, Laura Pacelli, Mario Pacelli, Gabriele Paci, Alessandro Pacifico, Libera Ester Padova, Andrea Paganella, Roberto Pagano, Giancarlo Pagliarini, Pierluigi Pagliughi, Enea Paladino, Lanfranco Palazzolo, Paolo Palleschi, Carmelo Palma, Giovanni Ciro Palmieri, Enzo Palumbo, Massimiliano Panarari, Tiziana Panella, Max Panero, Filippo Panseca, Giulia Pantaleo, Margherita Paoletti, Federico Paolone, Giovanni Pappalardo, Fabio Pariani, Massimo Parecchini, Dario Parrini, Gustavo Pasquali, Ottavio Pasqualucci, Gianluca Passarelli, Oreste Pastorelli, Alan Patarga, Ivan Pavesi, Lorenzo Pavoncello, Angela Pederiva, Elena Pepponi, Marco Peretti, Stefano Perini, Andrea Perillo, Massimo Percossi, Marco Perduca, Paola Pescarolo, Giacomo Peterlana, Rinaldo Pezzoli, Antonio Piarulli, Elisa Piazza, Tomaso Picchioni, Marco Piccinelli, Daniele Piccinin, Flavia Piccoli Nardelli, Fabrizio Pignalberi, Francesco Pilieci, Gianluca Pini, Marco Pini, Marco Piraino, Stefania Piras, Enrico Pirondini, Piero Pirovano, Andrea Maria Pirro, Irma Liliana Pittau, Candida Pittoritto, Elisa Pizzi, Matteo Pizzonia, Marina Placidi, Vladimiro Poggi, Paolo Poggio, Carlandrea Poli, Elena G. Polidori, Vittorio Polieri, Alfredo Politano, Francesco Polizzotti, Mauro Polli, Mariacristina Ponti, Nicola Porfido, Giacomo Portas, Aldo Potenza, Giuseppe Potenza, Lorenzo Pregliasco, Cesare Priori, Salvatore Prisco, Giulio Prosperetti, Carlo Prosperi, Matteo Pucciarelli, Franco Puglia, Simona Pulvirenti, Riccardo Quadrano, Renzo Rabellino, Andrea Rauch, Rocco Gerardo Rauseo, Michele Redigonda, Pierluigi Regoli, Andrea Renzi, Maurizio Ribechini, Angelo Riccardi, Livio Ricciardelli, Brando Ricci, Egle Riganti, Pietro Paolo Rimonti, Matteo Riva, Francesco Rizzati, Giuseppe Rizzi, Marco Rizzo, Lamberto Roberti, Donato Robilotta, Edoardo Romagnoli, Luca Romagnoli, Giuliano Giuseppe Romani, Giorgia Rombolà, Angelo Rossi, Federico Rossi, Giovanni Rossi, Giuseppe Rossodivita, Gianfranco Rotondi, Daniele Rotondo, Sergio Rovasio, Salvatore Rubbino, Massimo Rubechi, Simonetta Rubinato, Pietro Ruggi, Roberto Ruocco, Mariagrazia Russo, Paolo Emilio Russo, Antonio Sabella, Pierantonio Sabini, Giampaolo Sablich, Luca Sablone, Francesco Saita, Fabio Salamida, Stefano Salmè, Elio Salvai, Gennaro Salzano, Angelo Sandri, Maurizio Sansone, Giovanni Santaniello, Aldo Santilli, Maria Linda Santilli, Egidio Santin, Giuliano Santoro, Ugo Sarao, Anna Sartoris, Alessandro Savorelli, Jan Sawicki, Tonino Scala, Gian Franco Schietroma, Alessio Schiesari, Alexander Schuster, Nicolò Scibelli, Francesco Sciotto, Giacomo Scotton, Renato Segatori, Alessandra Senatore, Elisa Serafini, Roberto Serio, Oscar Serra, Diana Severati, Raffaele Sibilio, Jacopo Simonetti, Gianni Sinni, Edoardo Sirignano, Claudia Soffritti, Carlo Antonio Solimene, Catia Sonetti, Roberto Sorcinelli, Gigi Sordi, Simone Sormani, Samuele Sottoriva, Stefano Spina, Valdo Spini, Alice Sponton, Ugo Sposetti, Mario Staderini, Gregorio Staglianò, Anna Starita, Luigina Staunovo Polacco, Roberto Stefanazzi, Franco Stefanoni, Lorenzo Stella, Leo Stilo, Francesco Storace, Nicola Storto, Mauro Suttora, Ivan Tagliaferri, Tiziano Tanari, Mario Tassone, Barbara Tedaldi, Roland Tedesco, Edoardo Telatin, Luca Tentoni, Adriano Teso, Antonio Tolone, Marco Tonus, Mauro Torresi, Luigi Torriani, Alvaro Tortoioli, Giuseppe Toscano, Massimiliano Toti, David Tozzo, Roberto Traversa, Marco Trevisan, Ciro Trotta, Lara Trucco, Fabio Tucci, Andrea Turco, Maria Turco, Maurizio Turco, Massimo Turella, Sauro Turroni, Davide Uccella, Mauro Vaiani, Manfredi Valeriani, Silvia Vallisneri, Marco Valtriani, Lorenzo Vanni, Milhouse Van Houten, Max Vassura, Margherita Vattaneo, Gianluca Giuseppe Veneziano, Alessio Vernetti, Enrico Veronese, Sergio Veronese, Fiodor Verzola, Andrea Vezzaro, Angelo Vezzosi, Laurent Vierin, Michele Viganò, Lucia Visca, Canzio Visentin, Ettore Vitale, Sara Zambotti, Pierantonio Zanettin, Marco Zanleone, Camllla Zanola, Maria Carmen Zito, Mirella Zoppi, Roberto Zuffellato, Federico Zuliani, Piotr Zygulski. 

In chiusura, un ringraziamento vanche a chi ha creato il simbolo della lista civica Insieme per Sant'Angelo a Cupolo, base per il simbolo-logo di quest'anno.

martedì 30 dicembre 2025

L'avventura e i simboli della politica "verde" raccontati da Suttora

Nel 1987 una formazione politica dichiaratamente ambientalista ed ecologista entrò per la prima volta nel Parlamento italiano, ma i primi eletti erano già arrivati nel 1985 nei consigli regionali e ancora prima in province e regioni; da allora la storia politica dei "verdi" in Italia è proseguita tra alti e bassi, tra successi e difficoltà (sorte anchre durante le loro permanenze in maggioranza o addirittura al governo). Ripercorre quella storia, con molti dati alla mano e inserendola in una cornice giustamente più ampia, un libro pubblicato poche settimane fa dall'editore Neri Pozza, intitolato ovviamente Green (256 pagine, 20 euro): l'autore, il giornalista Mauro Suttora (che questo sito intervistò nel 2016, all'uscita del suo libro su Marco Pannella), ha scelto di raccontare la "storia avventurosa degli ecologisti", con un occhio di riguardo per l'Italia ma ovviamente prestando attenzione alle vicende di rilievo a livello europeo e mondiale per aiutare chi legge a inquadrare correttamente il fenomeno verde, anche nella sua dimensione sociale, oltre che politica (in senso ampio, oltre che legata alle partecipazioni elettorali).
Per i #drogatidipolitica con l'occhio attento alla musica e alla società, non è assolutamente indifferente che il libro - guardando all'Italia - faccia iniziare la storia dall'anno d'incerta grazia 1966, tra Sanremo e Roma. Alla fine di gennaio sul palco del Salone delle Feste Adriano Celentano, che aveva rifiutato Nessuno mi può giudicare (ritenendola inadatta a sé e - a quanto si sa - a Teo Teocoli. ignorando che avrebbe invece sfiorato la vittoria), cantò Il ragazzo della via Gluck: "la prima canzone ecologista d'Italia" venne esclusa dalla finale, in buona compagnia con i brani proposti (tra gli altri) da Lucio Dalla, Gino Paoli ed Equipe 84, in compenso divenne nel giro di poco tempo un evergreen - è il caso di dirlo, visto il tema di cui si parla - a livello nazionale, cantato "per mezzo secolo da ogni scolaresca in gita e da moltitudini di boy-scout attorno ai falò", ma perfino su scala internazionale (basta ricordare la versione in francese di Françoise Hardy). E se a giugno di quello stesso anno si assistette a un simpatico dissing ante litteram (con Giorgio Gaber che incise La risposta al ragazzo della Via Gluckmentre Celentano nel 1969 avrebbe scritto il seguito "bucolico" con La storia di Serafino), più o meno nello stesso periodo Fulco Pratesi lanciò - insieme ad altri membri di Italia nostra - l'appello che di fatto portò alla nascita del Wwf Italia, rilevante per le battaglie condotte (anche, ma non solo, a livello mediatico) e per i legami che l'associazione ha avuto con il mondo politico-elettorale (si pensi anche solo alle figure di Grazia Francescato e Donatella Bianchi).
La nascita di forze politiche ecologiste più strutturate e diffuse in Italia, peraltro, forse non si sarebbe avuta senza l'azione del Club di Roma (associazione non governativa nata nel 1968 per mano di imprenditori, scienziati, politici e intellettuali, oggi con sede in Svizzera), che sotto la guida di Aurelio Peccei nel 1972 - lo stesso anno dell'uscita di Un albero di trenta piani, altro brano del verbo celentaniano, stavolta molto più "nero" - diffuse il rapporto I limiti allo sviluppo (commissionato al Mit), svelando come improvvisamente urgente il tema della non sostenibilità di una crescita senza limiti; le iniziative di alcuni pretori - incluso Adriano Sansa, sindaco di Genova tra il 1993 e il 1997, non confermato nella sua seconda corsa sostenuto da una lista civica - avevano preparato la strada, i primi disastri ambientali (come quello della diossina a Seveso) la confermarono, aiutarono le prime mobilitazioni contro i programmati insediamenti nucleari e rafforzarono l'impegno di varie persone in forze politiche esistenti, soprattutto il Partito radicale e Democrazia proletaria.
Suttora - che durante tutto il libro ripropone suoi articoli d'inchiesta scritti per l'Europeo su politica ed ecologia - ricostruisce l'evoluzione del mondo verde associativo e politico (incluse le accuse e i sospetti di greenwashing, già sorti tra la fine degli anni '80 e il decennio successivo), dalla lotta ai combustibili fossili fino alle iniziative più recenti dei "Fridays for Future" e a quelle promosse soprattutto da Greta Thunberg e Ultima generazione, senza trascurare la storia dei collegamenti (e delle loro crisi) tra ecologismo e pacifismo, nonché i dissidi sulle energie rinnovabili (per qualcuno salvifiche, per altri in contrasto con la tutela del territorio e fonte di possibili "conflitti d'interesse"). Il volume censisce un numero rilevante di associazioni e organizzazioni ecologiste e animaliste italiane, straniere e sovranazionali, raccontandone in breve la storia e dando spesso numeri circa la loro attività - anche di marketing - e i loro risvolti economici (inclusi i contributi del 5 per mille incassati, il numero e il costo dei dipendenti o collaboratori, dati rilevanti e spesso non valorizzati); le pagine si soffermano soprattutto sul Wwf Italia e su Legambiente, anche per la sua storia singolare (nata nell'ambito dell'Arci, fondata da Chicco Testa, allora comunista poi divenuto presidente di Acea ed Enel e lobbista a favore del nucleare, e Maurizio Sacconi, socialista poi divenuto berlusconiano; anche Giovanna Melandri, Ermete Realacci, Roberto Della Seta e Rossella Muroni hanno avuto una lunga permanenza nell'associazione), nonché su Greenpeace.

Varie pagine del libro di Mauro Suttora sono dedicate alla storia politico-elettorale degli ambientalisti-animalisti in Italia, che è anche - come si è già avuto modo di raccontare in passato in questo sito - una storia di simboli. Tra la fine degli anni '70 e il 1980 erano comparse le prime liste a livello locale, anche con il sole che ride, interpretato graficamente in vari modi (come quello con l'occhiolino visto a Forlì).
In origine il sole che ride era il simbolo del Wise (World information service on energy), associazione antinucleare fondata nel 1978 ad Amsterdam e l'emblema - "uno dei maggiori successi nella storia dei marchi", sottolinea Suttora - era stato concepito dall'ecologista danese Anne Lund; in Italia i diritti sul fregio erano stati acquisiti dal Partito radicale attraverso Marco Pannella, poi l'uso era stato concesso agli Amici della Terra (sezione italiana dell'associazione sovranazionale). 
Non aveva il sole (né sorridente, né con altra forma), ma una grafica del tutto diversa, molto più schematica, la Neue Linke - Nuova sinistra di Alex(ander) Langer, che nel 1978 era riuscita a ottenere seggi alle elezioni regionali del Trentino - Alto Adige; proprio alla figura di Langer, qualificato da Suttora come "profeta verde" e "mente più fine dell'ecologismo italiano", sono dedicate parecchie pagine del libro Green per ricordarne il percorso - inclusa la scelta di suicidarsi, debitamente contestualizzata - e il lascito politico (ma anche il vuoto lasciato in quell'area politica).
Le liste ambientaliste si sono diffuse sempre di più sul territorio, fino al primo sorgere della Federazione nazionale delle liste verdi, prima "di fatto" alle regionali e alle amministrative del 1985, con il sole che ride concesso dai radicali abbinato all'espressione "Lista verde" (sole bianco su fondo nero o a colori ribaltati), poi ufficialmente il 16 novembre 1986 a Finale Ligure, con lo sbarco in Parlamento l'anno successivo a certificare l'esistenza di uno spazio presso gli elettori delle istanze dichiaratamente ecologiste (come aveva mostrato il referendum sul nucleare sempre del 1987, il cui esito era stato chiaramente influenzato dall'incidente di Černobyl'). 
Alle elezioni europee del 1989 le liste a livello nazionale erano due: il sole che ride della Federazione - con la lista ridenominata in Europa Verde - e i Verdi arcobaleno, derivata soprattutto da Democrazia proletaria e radicali. Questi ultimi, peraltro, erano presenti anche nella lista Pri-Pli, tra i socialdemocratici e gli antiproibizionisti sulla droga: una disseminazione mai più vista e che forse, pur essendo stata coraggiosa, non ottenne i risultati sperati e portò a qualche eletto in meno. Anche la divisione in due liste dei verdi, in fondo, forse incise almeno in parte sul numero di eletti che quell'area avrebbe potuto ottenere. 
Le strade delle due liste ambientaliste si sono unite a dicembre del 1990 nel congresso di Castrocaro: anche il simbolo della Federazione dei Verdi rifletteva quella crasi, con il sole che ride abbinato alla parola "Verdi" in primo piano. L'unione, tuttavia, non diede forse i risultati sperati e il raccolto alle elezioni politiche del 1992 dimostrò, in qualche modo, che in politica due più due non arriva quasi mai a fare quattro. Non si può evitare di segnalare, in questa sede, che poco prima del voto del 1992 si era compiuta una scissione all'interno del mondo ecologista, che ha portato a scelte diverse gli ecologisti che volevano essere semplicemente "verdi" senza essere considerati "rossi", portando per esempio alla nascita della Federazione dei Verdi-Verdi in Piemonte (quelli dell'orsetto che ride) e a quella dei Verdi federalisti al Centro (quelli del girotondo di bambini). Di questa vicenda di "Verdi contro Verdi" a livello elettorale, proseguita di fatto fino ai primi anni Dieci, purtroppo nel libro non c'è traccia, così come non si parla espressamente di quelle formazioni politiche, come Fronte Verde - Più Eco, fondate da persone con una storia personale di destra e con sensibilità ecologista (c'è solo un riferimento alla polemica sorta nel 2019 quando Pippo Civati aveva "neutralizzato" la sua candidatura in Europa Verde per la presenza di due candidate iscritte a Fronte Verde e ritenute di estrema destra): questa è forse l'unica vera carenza che un appartenente alla categoria dei #drogatidipolitica può avvertire (ma, se si considera una platea più ampia di destinatari, occorre riconoscere che questo filone era prescindibile).
Nel giro di qualche anno i Verdi avrebbero ottenuto comunque esiti rilevanti, con Rutelli eletto sindaco di Roma nel 1993 (confermato nel 1997) e l'approdo al governo con Prodi nel 1996 e nel 2006, ma non sempre i risultati - pur essendo arrivati - sono stati ritenuti soddisfacenti e ancor meno hanno pagato nelle scelte alle urne, specie nella lotta con le soglie di sbarramento: lo si è visto alle elezioni politiche del 2001 (maluccio il Girasole creato con lo Sdi) e a quelle del 2008 (male la lista La Sinistra - l'arcobaleno, ma sarebbe andata malissimo la più ampia Rivoluzione civile nel 2013 - estesa anche all'Italia dei valori, che pure nel 2008 era andata piuttosto bene - o la lista Insieme del 2018). 
Bruciano ancora di più le sconfitte alle elezioni europee del 2009 (con Sinistra e libertà, in cui l'esenzione dalla raccolta firme apportata dai Verdi alla lista preparata con Sdi e altri settori della sinistra non bastò per superare la neointrodotta soglia del 4% - a dispetto del risultato decisamente migliore dei verdi francesi - e spaccò il soggetto ecologista, col sole che ride che riprese una via autonoma mentre il gruppo di Loredana De Petris avrebbe contribuito a dare vita a Sel) e soprattutto del 2014 (di quell'anno il risultato più rilevante è stato l'aver visto riconosciuto l'esonero dalla sottoscrizione delle liste dei Verdi europei - Green Italia grazie al collegamento con il Partito verde europeo) e del 2019 (con Europa Verde, che ebbe un esito ben diverso rispetto a quelli riportati dalle liste verdi in Germania, Francia e Regno Unito). 
Per Suttora un passaggio rilevante è rappresentato dal passaggio dalla Federazione dei Verdi a Europa Verde nel 2021: "Gli ecologisti italiani - scrive - non esistono più come soggetto autonomo. Entrano a far parte del partito Europa verde, con sede a Bruxelles, del quale sono la sezione italiana. È una novità importante: il primo esempio di unificazione continentale di un partito. Nessun'altra formazione politica è tanto europeista da avere quasi annullato i partiti nazionali. La principale conseguenza è che le liste elettorali vengono decise da Europa verde, e non dagli organi nazionali dei singoli partiti, che pure continuano a esistere. Insomma, candidati ed eletti devono avere l’imprimatur di Bruxelles". Come che sia, tra il 2021 e il 2022 Europa Verde si fa di nuovo strada, prima nelle assemblee locali, poi in Parlamento, riuscendo a ottenere eletti insieme a Sinistra italiana con la lista comune - con contrassegno composito - Alleanza Verdi e Sinistra; il risultato viene bissato alle europee del 2024, anche se nel frattempo la navigazione non è sempre agevole (si veda l'addio polemico dell'ex co-portavoce Eleonora Evi, proveniente dal M5S).
A proposito di MoVimento 5 Stelle, anche le stelle di quel simbolo possono essere ricondotte, secondo Suttora, "tutte all'ecologia": "acqua, ambiente, sviluppo sostenibile, energia rinnovabile e trasporti decarbonizzati" (anche se Grillo in origine aveva identificato nell'energia, nella connettività, nell'acqua, nella raccolta rifiuti e nei servizi sociali, comunque di ceto non disconnessi dalle questioni ecologiche, il che vale anche per la seconda versione delle stelle, cioè acqua, ambiente, energia, trasporti e sviluppo).
Al di là dell'Italia, il libro Green riserva giustamente uno sguardo rilevante anche ad altri paesi in cui le associazioni e le forze politiche ecologiste hanno avuto e hanno un peso significativo. Varie pagine sono dedicate alla Francia (con una particolare attenzione alla figura di Daniel Cohn-Bendit) e alla Germania (con un ampio spazio dedicato a Petra Kelly); non mancano approfondimenti sugli Stati Uniti e su altri paesi (Croazia, Finlandia, Kenya). Attenzione è prestata anche all'evoluzione del percorso dei Verdi al Parlamento europeo: quelle vicende, così come quelle relative a Francia e Germania, dimostrano tra l'altro come la previsione o il venir meno di soglie di sbarramento possano determinare in modo consistente il destino di una forza politica, al di là dei suoi risultati precedenti, e questo spiega anche le differenze tra Paesi diversi (dotati potenzialmente di sistemi elettorali diversi).
Il libro di Mauro Suttora rappresenta, nel complesso, un'utile mappa per addentrarsi nella storia - e, in un certo senso, nella geografia e nella geologia - dell'arcipelago verde-ecologista, guardando soprattutto alle sue manifestazioni in ambito sociale e politico. Ovviamente non c'è la pretesa di dare conto di tutte le realtà esistenti, soprattutto tra i partiti e le associazioni politiche, ma si può trovare molto di ciò che interessa. In più, gli appassionati di simboli potranno guardare con grande interesse le righe dedicate alla nascita di uno degli emblemi più noti tra le associazioni ecologiste, cioè il Panda del Wwf: "Peter Scott [uno dei fondatori del Wwf] formula tre richieste a un pubblicitario: che riguardi una specie a rischio di estinzione, che sia piacevole da guardare, e che venga bene anche stampato in bianco e nero. Incredibilmente, quello che si è rivelato uno dei marchi di maggior successo nella storia, il panda, viene realizzato in venti minuti. Oggi ci vorrebbero sei mesi". Va quindi riconosciuto che Gerald Watterson, il naturalista-creativo che interpretò le richieste di Scott, centrò perfettamente l'obiettivo: quanti creatori di simboli di partiti avrebbero saputo fare altrettanto?