lunedì 2 febbraio 2026

Il "nuovo" Partito Comunista di Unità Popolare (di Marco Chiumarulo)

Un congresso, il 24 e 25 gennaio 2026, svoltosi a Roma presso il Centro Congressi Cavour, ha sancito la nascita di un nuovo soggetto politico, che si propone di aggregare ricomporre le diverse componenti comuniste presenti in Italia dopo anni di frammentazione e divisioni: il Partito Comunista di Unità Popolare (Pcup).
L’evento ha visto la partecipazione di decine di gruppi, militanti, lavoratrici e lavoratori provenienti da molte parti del Paese. Tra le realtà invitate figuravano anche Rete dei Comunisti, Partito comunista italiano, Partito comunista, Partito della rifondazione comunista, Partito dei Carc, Costituente comunista, Patria socialista, Potere al Popolo!, Fronte popolare e Militant. L'obiettivo dichiarato del percorso congressuale è la creazione di una piattaforma unitaria di lotta politica, sociale e culturale, fondata sulla centralità della classe operaia, sull’antimperialismo e sulla critica radicale al capitalismo contemporaneo. Il documento politico approvato pone al centro dell'azione del partito l'unità tra comunisti, l'unità delle forze che si oppongono a Nato e Unione Europea, guardando ai Brics come alternativa geopolitica, l'unità di chi vive del proprio lavoro e l'unità del popolo contro le élite
 

Il simbolo scelto 

Il simbolo del Partito Comunista di Unità Popolare si presenta come un emblema circolare, una forma che richiama l'idea di unità, totalità e appartenenza collettiva. Non è una scelta neutra: il cerchio - al di là dell'essere reso necessario dalla normativa e dalla prassi elettorale - è storicamente uno dei formati più utilizzati dai partiti comunisti e di massa, perché evoca una comunità compatta e solidale, priva di gerarchie visive interne. Il colore predominante è il rosso, utilizzato in maniera netta e senza sfumature: il rosso storico del movimento operaio e del comunismo internazionale. Al centro del simbolo campeggia la falce e martello, nella forma classica e immediatamente riconoscibile dei suoi elementi: la falce rappresenta il lavoro agricolo e contadino, il martello quello industriale e operaio. Accanto compare una stella rossa a cinque punte, simbolo del comunismo internazionale e della tensione verso un orizzonte di emancipazione universale. 
Elemento particolarmente significativo è la presenza delle strisce verde, bianca e rossa, inserite orizzontalmente all’interno del simbolo. Il richiamo al tricolore italiano non assume una funzione nazionalista, ma popolare, richiamando la tradizione del comunismo italiano e il suo radicamento nella storia sociale e politica del Paese. In effetti la struttura del contrassegno può ricordare in parte quella di Fratelli d'Italia (semicerchio superiore tinto del colore dominante e tricolore subito sotto, elemento grafico dominante inserito in un cerchio che copre parte degli altri due elementi), ma dal partito fanno sapere che si tratta semplicemente della soluzione grafica che "tra le varie opzioni è quella piaciuta di più", dal momento che sono state vagliate oltre 80 varianti possibili, con tanto di dicussione e votazione (anche sul nome stesso).
 

Il percorso fondativo 

Il congresso fondativo del Partito Comunista di Unità Popolare, svoltosi il 24 e il 25 gennaio scorsi, rappresenta soltanto l'ultimo atto di un percorso lungo e articolato, che ha visto la confluenza nel medesimo progetto politico del Movimento per la Rinascita Comunista, di Resistenza Popolare e di numerosi compagni e compagne privi di una precedente appartenenza organizzata. Lungo quel percorso sono state prodotte grafiche con la dicitura "Uniti per il Partito Comunista" che accostavano e univano i due fregi delle rispettive formazioni partecipanti al cammino comune. 
Il Movimento per la Rinascita Comunista (con falce, martello e stella gialli su fondo rosso e il nome su segmento bianco), a sua volta, nasceva dall’unione di Cumpanis, Interstampa, Movimento per la Rinascita del Partito Comunista Italiano, Comunisti Sicilia e altre organizzazioni locali di area marxista-leninista. Costituito l’11 novembre 2023 a Roma, aveva l’obiettivo di unificare le forze comuniste sparse, superare il settarismo e costruire un partito comunista strutturato; il movimento era guidato da Fosco Giannini, figura scelta all'unanimità anche come nuovo segretario del Partito Comunista di Unità Popolare. 
Resistenza Popolare
, invece, è stato un progetto politico di orientamento comunista nato nel 2024, con l'intento di unire comunisti, lavoratori e popolo attraverso il rafforzamento dell’organizzazione e un'azione di classe radicata nel conflitto sociale. Nel manifesto originario si leggeva che il progetto nasceva "dalla scissione di maggioranza dal Partito Comunista, con l'obiettivo primario di mantenere uniti in una progettualità comune compagni di tutta Italia che continuano a ritenere validi nei fondamentali i princìpi e il programma che ne hanno caratterizzato l’azione fino al IV Congresso del marzo 2023". Elemento grafico centrale era la stella rossa, stretta tra due mani stilizzate nere, con un accenno di ruota dentata e di spiga altrettanto nere.
 

L’obiettivo dei fondatori 

I fondatori del PCUP hanno dichiarato che nei prossimi mesi seguiranno iniziative pubbliche, manifestazioni e ulteriori dichiarazioni programmatiche, mentre il partito lavorerà per strutturarsi su scala nazionale. Il PCUP non intende essere semplicemente un altro soggetto della sinistra radicale, ma ambisce a diventare il luogo di incontro di tutte le energie comuniste italiane, provenienti tanto da gruppi storici quanto da nuove aggregazioni nate negli ultimi anni. 
La nascita del Partito Comunista di Unità Popolare segna così un nuovo tentativo di riunificare le forze comuniste sotto un'unica bandiera, in una fase storica caratterizzata da una profonda frammentazione politica e organizzativa della sinistra. Il PCUP sceglie di riaprire la questione comunista in Italia non aggiornando i simboli, ma rimettendoli al centro, come una linea di confine netta in un sistema politico che da anni ha smesso di scegliere.

sabato 31 gennaio 2026

Patto per il Nord, il nuovo volto di Pinamonte (con leone e "croce")

Nei giorni in cui si parla parecchio del nuovo simbolo depositato da Roberto Vannacci (Futuro nazionale) e molti si domandano che ne sarà della sua permanenza nella Lega per Salvini premier, non è sembrato inutile dare uno sguardo al mondo politico-partitico che si riconosce nello spirito leghista originario, ma - da tempo - non nella Lega attualmente in attività e a guida salviniana. Durante questo sguardo, è saltato all'occhio come il Patto per il Nord, federazione nata nel 2024, abbia modificato il proprio simbolo, peraltro proprio in corrispondenza del suo primo congresso, tenutosi il 15 e il 16 novembre 2025 al Teatro Nuovo di Treviglio (Bs). L'appuntamento è stato rilevante dal punto di vista della vita del partito, dal momento che ha confermato il progetto, ha indicato le cariche principali (presidente Roberto Bernardelli, segretario politico, Paolo Grimoldi, vicesegretari Jonny Crosio e Angelo Alessandri, tesoriere Giovanni Colombo, coordinatore delle consulte Giancarlo Pagliarini) e ha fissato, tra l'altro, l'obiettivo di essere presenti alle prossime elezioni nazionali e locali. Ma si è colta l'occasione per aggiornare anche il fregio del partito, visibile fin dall'inizio dell'assise nel suo nuovo aspetto sulla tribuna degli interventi.
Si tratta, va detto, di interventi grafici non sostanziali, che però a un occhio attento non passano inosservati. Innanzitutto è stata resa molto più sottile la circonferenza blu del simbolo, così come è stata alleggerita la scritta del nome (anche grazie all'uso di un carattere "bastoni" diverso dal Futura), tanto nella parte blu quanto in quella grigia. Soprattutto, però, è stato rivisto il disegno di Pinamonte da Vimercate, vale a dire la figura che era stata individuata come emblema del nuovo progetto politico del solo Nord.
"Innanzitutto - spiega il segretario Paolo Grimoldi, interpellato appositamente per questo sito - abbiamo confermato la nostra scelta di puntare sulla figura di Pinamonte: se su Alberto da Giussano ci sono varie letture, incluse quella che non sia mai esistito oppure che sia una figura che rappresentava i soldati, l'esistenza storica di Pinamonte è fuori di dubbio. Possiamo anzi considerarlo uno dei fondatori della Lega lombarda, perché fonti storiche testimoniano che sia andato col proprio cavallo nei vari territori per invitarli a giurare e ad aderire alla Lega lombarda, perché diversamente non ci sarebbe stata speranza per nessuno". La famosa concordia langobardorum. "Esatto. Al tempo in cui venne fondata l'associazione [costituita formalmente con atto notarile il 31 luglio 2024 dallo stesso Grimoldi, da Bernardelli, da Roberto Castelli e Francesca Losi, ndb] facemmo tutto un po' di corsa: prima facemmo elaborare il simbolo a partire da un'immagine di Pinamonte disponibile, allungandogli tra l'altro la spada; poi depositammo quel fregio come marchio [la domanda, accolta, risale al 24 settembre 2024, ndb] e il 13 ottobre ci fu l'iniziativa pubblica di presentazione a Vimercate. In vista del primo congresso, però, ci abbiamo tenuto a curare meglio il nostro simbolo e così ne abbiamo migliorati alcuni dettagli".
L'operazione di restyling, di cui si sarebbe occupato con alcuni collaboratori Lorenzo Olivari, sindaco di Quinzano (Bs), ha previsto, come si diceva, la revisione del disegno di Pinamonte, che ora è tutto basato sui colori blu e bianco. Spicca innanzitutto l'inserimento del leone di san Marco, nella sua versione da guèra (con una zampa anteriore sull'Evangeliario chiuso e l'altra che impugna uno spadino); "Abbiamo voluto integrare l'immagine di Pinamonte con i simboli principali del Nord - spiega Grimoldi -. Ovviamente è molto ben riconoscibile il riferimento alla Serenissima, ma sul petto abbiamo fatto inserire anche una sorta di croce di san Giorgio, che in qualche modo simboleggia tutta l'area occidentale del Nord, da Milano alla Liguria; il segno peraltro è condiviso anche da altri territori, a partire dal comune di Padova". Merita di essere segnalato che il disegno della croce non è immediatamente leggibile, e probabilmente nella descrizione non sarà indicato come tale, anche per scongiurare il rischio che qualche ufficio elettorale, nazionale o locale, le chieda l'eliminazione quale soggetto religioso ex art. 14, comma 7 del testo unico per l'elezione della Camera (o in base alle disposizioni dettate per le elezioni regionali o comunali).
Un osservatore attento, peraltro, potrebbe avere l'impressione che la nuova resa grafica di Pinamonte da Vimercate somigli nell'impostazione - volto bianco e blu, torace tendenzialmente bianco, scudo blu sul quale trova spazio anche il leone marciano, gambe e piedi in cui si alternano bianco e blu - al guerriero di Legnano che tuttora la Lega per Salvini premier adotta su concessione della Lega Nord. ... "Mi pare ovvio - precisa Grimoldi - che i due simboli non siano confondibili. Una formazione politica si chiama Lega per Salvini premier e il simbolo contiene Alberto da Giussano con la spada rivolta verso l'alto; l'altra si chiama Patto per il Nord e il simbolo contiene Pinamonte con la spada rivolta verso il basso. Indubbiamente si tratta di due personaggi entrambi riconducibili alla storia della Lega lombarda e può esserci qualche somiglianza grafica, ma sono comunque due personaggi diversi". Non c'è dubbio, ma sembra innegabile che le figure dei due simboli ora si somiglino di più rispetto a qualche mese fa, non trova? "Eh, se ci sono somiglianze grafiche, che posso farci... è un rischio che si può corre quando si propone la stilizzazione di una figura di un personaggio storico e non la raffigurazione veritiera come avevamo fatto all'inizio con Pinamonte, diventa quasi una scelta obbligata... In più la stilizzazione ci facilita anche la vita dal punto di vista della descrizione del contrassegno, che come lei sa dev'essere prodotta a ogni partecipazione elettorale; in ogni caso anche per la nuova versione del simbolo abbiamo fatto tutti i passaggi giuridici che erano necessari".
Pur configurdanosi come associazione-partito, Patto per il Nord continua a essere un'associazione "confederale" (sta scritto proprio nell'atto costitutivo e nello statuto), che unisce varie sigle e soggetti collettivi: "Siamo arrivati a 29 soggetti, tra associazioni, partiti, liste civiche, comitati e sindacati - spiega Grimoldi -. Ragione costitutiva dell'essere confederazione è che ogni soggetto che ne fa parte possa decidere se mantenere la propria struttura o meno, pur nella consapevolezza che sulla 'questione Nord' non si va da nessuna parte e non si può ottenere quasi nulla se ciascuno continua a mantenere la propria organizzazione autonoma, che a volte è molto circoscritta; qualcuno dei gruppi effettivamente si è di fatto sciolto in Patto per il Nord, altri hanno mantenuto una propria identità, anche per forza di cose, penso per esempio al Sindacato del Nord, che ha il suo quartier generale a Genova e che quando agisce come sindacato non agisce come partito".
Per chi segue con attenzione la politica italiana, il Patto per il Nord non è il primo tentativo di riorganizzare la "causa nordista" al di fuori della Lega (per Salvini premier): lo ha preceduto, soprattutto, Grande Nord, altra confederazione, promossa alla fine del 2017 da Roberto Bernardelli, Angelo Alessandri e altri leghisti di lungo corso; l'esito elettorale, tuttavia, sembra essere stato più contenuto rispetto alle attese iniziali. Questa volta ci sono premesse migliori? La domanda, ovviamente, è per Grimoldi, deputato dal 2006 al 2022, ma soprattutto coordinatore federale del Movimento Giovani Padani dal 2002 al 2011 e segretario della Lega Lombarda dal 2015 al 2021: "Potrei dirle che l'esito sarà diverso perché i contatti su cui possiamo contare oggi sono decisamente maggiori rispetto a quelli disponibili all'epoca di Grande Nord e abbiamo già coinvolto davvero molti sindaci, consiglieri, ex militanti e anche ex parlamentari leghisti, l'ultimo dei quali è Dario Galli, una figura di assoluta importanta in Lombardia che a gennaio ha scelto di aderire al Patto per il Nord; queste, però, a mio modo di vedere sono ragioni secondarie. Il motivo principale, che potenzialmente ci apre praterie, è che anche il meno attento tra gli elettori ha capito che quella di Matteo Salvini non è più la Lega; magari la vota anche e ne condivide le idee, ma si rende conto che quello è un soggetto politico diverso, che sconta varie contraddizioni. Dice che è contro l'Europa, poi però alle europee candida Aldo Patriciello, che di fatto può considerarsi amico di von der Leyen e che, quando c'è da votare contro di lei, 'perde la scheda' o perde l'aereo; dice di essere contrario all'invio alle armi all'Ucraina, ma ha votato dodici volte a favore sul punto; si dice sempre a favore della legittima difesa, ma questo principio non va bene quando un altro Stato vuole difendersi. Non dico cosa è giusto e cosa è sbagliato: mi limito a rilevare le contraddizioni nelle posizioni di quel partito e come me le può rilevare chiunque: noi invece abbiamo preso l'intero bagaglio valoriale della 'vecchia' Lega Nord e lo adattiamo alla situazione del 2026 letta attraverso un nuovo partito che vuole però conservare l'attenzione alla meritocrazia, a quella parte del Paese che lavora e ha lavorato, andando in pensione per anzianità e non per vecchiaia. Per questo posso dire che ovunque nel Nord c'è chi può dire: io ho sempre votato chi portava avanti queste idee che condivido, ora che quel partito di fatto non c'è più o continuo a votare un partito che ha quasi lo stesso nome ma sono sempre più insoddisfatto, o non voto più oppure contribuisco a costruire qualcosa di diverso. Quindi, come vede, lo spazio c'è e paradossalmemnte il miglior alleato del Patto per il Nord si chiama Matteo Salvini".
Proprio Salvini, pochi giorni fa, alla manifestazione "Idee in movimento" a Rivisondoli, ha detto: "Qualcuno ritiene che sia più garantito il suo seggio da altre parti? Vai, anche perché, sciocco, la storia insegna che chi esce dalla Lega finisce nel nulla. Auguri, buon viaggio, senza rancore e col sorriso. Quantomeno risparmiate ai militanti e a chi vi ha eletto, montando il gazebo a gratis, il 'lungo e travagliato percorso di coscienza'. Dillo: 'Voglio la poltrona', auguri!" "Dire che chi esce dalla Lega finisce nel nulla significa trattare la Lega di Salvini come una questione di poltrone. La Lega era, è sempre stata altro: uno degli esempi che più si portava era quello dei forestali in Sicilia, che era irragionevole che fossero molti di più di quelli del Canada pagati coi soldi di tutti i contribuenti; il fatto che nel 2025 l'emendamento per stanziare più risorse per i forestali siciliani sia a firma della senatrice Lsp Valeria Sudano dà la misura di quanto la Lega attuale sia 'uscita dalla Lega', se vogliano dirla così. Lo stesso posso dire sull'aumento dei pedaggi o sulle risorse spostate da altre opere per finanziare il Ponte sullo Stretto di Messina e su molte altre questioni, per le quali la vecchia Lega avrebbe scatenato l'inferno, al di là di ogni calcolo elettorale". Sarà il tempo, e il responso delle urne, a dire se la sfida di Pinamonte da Vimercate, nella sua nuova versione, sarà stata vinta o almeno colta dalla base come i promotori del Patto per il Nord l'hanno voluta proporre. 

mercoledì 28 gennaio 2026

Futuro nazionale, "un simbolo" per Vannacci che guarda a destra

Ma, in fondo, cos'è un simbolo? "È un simbolo." Per tautologica che appaia, è questa la risposta che ieri ha fornito ad Antonio Atte e Francesco Saita di Adnkronos Roberto Vannacci, dopo che questi avevano rivelato che a nome del generale, eletto europarlamentare con la Lega per Salvini premier e vicesegretario federale di quello stesso partito, il 24 gennaio scorso aveva presentato domanda di registrazione di un fregio come marchio europeo. La richiesta, in effetti, può essere visionata grazie alla banca dati Euipo (Ufficio per la proprietà intellettuale dell'Unione europea) che permette di accedere alle domande di marchio europeo presentate.
Le domande, in effetti, sono due: una riguarda il solo nome utilizzato, Futuro nazionale, l'altra la sua rappresentazione grafica in forma rotonda. Non è dato sapere perché sia stata scelta la via della registrazione di marchio europeo, invece di quella nazionale; si può ipotizzare, tuttavia, che la registrazione europea agli occhi del richiedente (che, come si è ricordato, è pure parlamentare europeo) da un lato potesse essere meno visibile rispetto a una domanda di marchio nazionale (anche se la notizia di ieri smentirebbe quest'idea), dall'altro desse meno problemi in sede di registrazione, dal momento che in Italia spesso le domande di marchi con significazione politica aventi forma rotonda sono andate incontro a dinieghi di registrazione (specie in caso di fregi di nuovo conio) o almeno a perplessità superate in itinere (com'è capitato di recente proprio a Matteo Salvini col simbolo della "sua" Lega) a causa della nota posizione del Ministero dell'interno contraria alla registrazione dei simboli politico-elettorali come marchi (per evitare l'aggiramento delle norme e dei limiti previsti in campagna elettorale).
Il nome scelto, Futuro nazionale, era stato in qualche modo anticipato dalla registrazione del dominio www.futuronazionale.it, alla fine di ottobre - come rivela sempre Adnkronos - operata da Giulio Battaglini, attuale assistente parlamentare di Vannacci. Se il nome nel suo complesso appare - salvo errore - inedito in politica, lo stesso non può dirsi per le due parole che lo compongono. La parola "Futuro", per esempio, già stata impiegata da Futuro e libertà per l'Italia, il partito promosso da Gianfranco Fini nel 2010, quando lasciò il Popolo della libertà dopo il progressivo deteriorarsi dei rapporti con Silvio Berlusconi (e prima ancora dalla fondazione FareFuturo): fu un’esperienza molto connotata politicamente, ma non ebbe particolare successo alle elezioni del 2013 (come parte della coalizione guidata da Mario Monti e come forza politica a sé), al punto che pochi mesi dopo il voto se ne persero le tracce. Per completezza, va detto che anche l’ultimo tentativo nazionale d’impiegare la stessa parola, portato avanti da Luigi Di Maio nel 2022, è stato ancora meno fortunato: il nome "Insieme per il futuro", assunto inizialmente dal gruppo fondato dai parlamentari (ex M5S) più vicini all'allora ministro degli esteri del governo Draghi, era risultato diffusissimo a livello locale nelle elezioni amministrative; forse anche per questo è stato cambiato in fretta in Impegno civico, ma alle elezioni del 2022 il risultato è stato per lo meno deludente (tranne che per il "nocchiero" Bruno Tabacci). Quanto alla parola "Nazionale", in Italia è stata impiegata soprattutto – ma non solo – da formazioni di destra o comunque conservatrici (Alleanza nazionale, Progetto nazionaleFiamma nazionaleAzione nazionale, Movimento nazionale per la sovranità).
Passando all'aspetto grafico, salta all'occhio per prima cosa il carattere impiegato, molto spigoloso e "affilato" (nello stile di font quali Via Roma, Baro, Fonseca): la forma delle lettere richiama quella di varie grafiche, scenografie e monumenti di stile littorio e, volendo, esprime un gusto che potrebbe anche dirsi futurista. Caratteri simili sono stati utilizzati, nel corso degli anni, da formazioni e gruppi politici di destra sociale (a partire dal Movimento sociale Fiamma tricolore). 
Quanto ai colori, le tinte dominanti utilizzati sono quelle nazionali, cioè il tricolore e il blu (sfumato), variante scura dell’azzurro italiano: si tratta di un linguaggio cromatico caro all’elettorato conservatore (anche se potenzialmente parla a tutto il corpo elettorale, con un atteggiamento da catch-all-party). Il giallo che tinge il cognome di Vannacci, invece, ricorda piuttosto il giallo usato dalla Lega per indicare il cognome di Salvini, proprio su fondo blu (peraltro lo sfondo del simbolo di Noi con Salvini era blu sfumato, sempre con la parte chiara in alto e quella scura in basso). 
L'elemento grafico dominante
, quasi al centro del simbolo, potrebbe sembrare una fiamma tricolore, ma più che una fiamma "classica" può evocare una fiaccola mossa dal vento. Soprattutto, però, a chi ha buona memoria può ricordare molto il nucleo del fregio di Azione popolare, il movimento fondato da Silvano Moffa tra il 2010 e il 2011 dopo il suo abbandono di Fli, per tornare nella coalizione di centrodestra nell'ultima parte della legislatura: la descrizione della domanda di marchio allora parlava di "tre lingue di fiamma che, partendo dal basso a sinistra, si congiungono all'apice destro; le fiamme sono di colore una verde, e una bianca, una rossa, nello stesso ordine della bandiera nazionale italiana". 
Oltre che a "lingue di fuoco", quegli elementi curvilinei possono somigliare anche a "foglioline" – ovviamente del tutto diverse da quelle inserite nel simbolo di Liberi e Uguali, formazione elettorale guidata nel 2018 dall'ex presidente del Senato Pietro Grasso – possono anche essere lette come un'ala spiegata, un po' come quella a suo tempo usata da Ala (Alleanza liberalpopolare autonomie), gruppo promosso nel 2015 da Denis Verdini: non c'è ovviamente bisogno di precisare che quella si trattava di un’esperienza del tutto diversa da quella che potrebbe intraprendere Vannacci.
Se di recente si è parlato spesso di un possibile abbandono della Lega da parte di Roberto Vannacci per dare vita a un proprio progetto politico autonomo, la registrazione di un sito e la concezione di un simbolo rotondo, dunque già adatto alle schede elettorali (pur non essendo molto originale, almeno sul piano grafico), potrebbe essere il segno che si attendeva in quella direzione: nel caso, il simbolo di Futuro Nazionale, per vari suoi elementi, sembrerebbe adatto per attirare l'attenzione di un potenziale elettorato di destra, oltre che a quello di estrema destra o conservatore (non sono certo sovrapponibili).
Occorre però registrare che lo stesso Vannacci è passato in poche ore da "mai dire mai" (sulla fondazione di un nuovo partito) a "è un simbolo, come quello del 'Mondo al Contrario' e di 'GenerazioneXa'". E proprio il carattere del logo del Mondo al Contrario sembra ripreso nel simbolo di Futuro nazionale. Al momento il simbolo di cui è stata chiesta la registrazione come marchio europeo è abbinato alle categorie della Classificazione di Nizza 16 (Manifesti pubblicitari; Dépliant; Brochure; Libri; Insegne pubblicitarie di carta o di cartone), 25 (Magliette; T-shirt; Felpe; Abbigliamento), 35 (Servizi di pubblicità politica; Servizi pubblicitari, di marketing e di promozione; Servizi pubblicitari e di marketing; Servizi di marketing; Diffusione di materiale pubblicitario e promozionale; Servizi di pubblicità e marketing forniti attraverso media sociali) e 41 (Organizzazione di manifestazioni culturali di comunità; Organizzazione di conferenze relative ad attività culturali; Organizzazione e realizzazione di convegni). Non sarebbe peraltro la prima volta che un potenziale simbolo depositato come marchio resta tale e non si traduce in un progetto politico strutturato: tra i vari, per quello che se ne sa, anche L'onda, simbolo depositato nel 2019 da Patrizia Ghiazza, tra le promotrici del Movimento SìTav torinese, e scoperto anche allora da Antonio Atte per Adnkronos.

AGGIORNAMENTO DELLE 10.30
- Le polemiche sul simbolo di Vannacci sarebbero già iniziate, in particolare da parte di Francesco Giubilei, presidente del think tank Nazione futura: il nome e il simbolo riconducibili a Vannacci, a suo dire, somigliano troppo a quelli del soggetto da lui guidato. Si riporta di seguito il comunicato:

A fronte delle numerosissime segnalazioni ricevute dopo il lancio del marchio “Futuro Nazionale” da parte di Roberto Vannacci con cui ci è stata evidenziata la somiglianza sia con il nome “Nazione Futura” sia con il nostro logo (un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e bandiera tricolore stilizzata) facciamo presente che l’Associazione Nazione Futura e l’omonima rivista nulla hanno a che fare con il nuovo soggetto lanciato e stiamo valutando la possibilità di tutelarci. Cogliamo l'occasione per sottolineare che il collocamento di Nazione Futura è sempre stato fin dalla sua nascita e sempre sarà all’interno dell’area politico-culturale del centrodestra ritenendo qualsiasi iniziativa che nasce al di fuori dell'attuale coalizione di governo un favore alla sinistra.

Posto che certamente ciascun soggetto collettivo ha il pieno diritto di segnalare che posizioni o iniziative non corrispondono al suo pensiero, sembra opportuna qualche breve riflessione. Dal punto di vista grafico la somiglianza potrebbe valere per la combinazione cromatica, ma il tricolore è oggettivamente diverso nella sua foggia e questo potrebbe bastare a distinguere i due fregi. Quanto al nome, a quanto pare non si tratta di una semplice inversione delle parole, ma di due concetti diversi: un caso diverso, almeno a prima vista, da quello che aveva visto prevalere i Liberalpopolari sui Popolari liberali di Carlo Giovanardi.

domenica 11 gennaio 2026

Alternativa popolare e Dimensione Bandecchi: vite parallele, e i simboli?

Il panorama politico italiano, come quello di molti altri paesi, non può mai intendersi come un corpo fermo e stabile, ma piuttosto come un'entità magmatica, in continua evoluzione. Vale per i cambiamenti "maggiori", cioè i più visibili, cui la maggior parte degli osservatori guarda, ma anche - se non soprattutto e innanzitutto - per i cambiamenti "minori", o tali ritenuti da qualcuno: per chi sente di appartenere ai #drogatidipolitica, infatti, sono proprio le microdinamiche che rischiano di sfuggire ad altri occhi a meritare più considerazione. Si può leggere in questo modo, dunque, il comunicato congiunto - diffuso ieri - di Paolo Alli e Stefano Bandecchi, che figurano tuttora rispettivamente quali presidente e segretario di Alternativa popolare, mentre il secondo in vista delle elezioni regionali dello scorso autunno (in particolare quelle della Campania) aveva concorso a fondare il partito Dimensione Bandecchi (Alli invece è anche segretario generale della Fondazione De Gasperi). Di seguito si riporta il testo integrale.
A seguito della creazione del nuovo partito "Dimensione", guidato da Stefano Bandecchi, si è valutata l’opportunità di separare il percorso politico del nuovo soggetto da quello di Alternativa Popolare, al fine di allargare l’ambito della proposta politica per gli elettori italiani, rivolgendosi a target differenziati.

È infatti evidente come vi sia una ampia fascia di elettorato deluso dalla politica che, attraverso una pluralità di proposte, è possibile riconquistare e riportare alle urne e alla partecipazione attiva all’impegno sociale e politico.

Con il 2026 inizia, perciò, un percorso parallelo delle due formazioni politiche, Dimensione e Alternativa Popolare.

È questo l’esito di oltre tre anni di storia che hanno visto dapprima Stefano Bandecchi alla guida politica di AP, partito al quale la sua presenza e la sua azione hanno consentito di rilanciarsi con la vittoria alle elezioni comunali di Terni e la successiva partecipazione alle elezioni europee del 2024 e, recentemente, la consapevolezza della necessità di costituire un nuovo laboratorio politico del quale lo scenario nazionale ha bisogno, per non restare fossilizzato sulle proposte oggi esistenti, per cui è nato Dimensione.

Sotto questo profilo, Alternativa Popolare continuerà a muoversi nel solco del popolarismo europeo, a partire dalla propria appartenenza al Partito Popolare Europeo, mentre Dimensione caratterizzerà la propria azione sulla base del principio e del valore della italianità.
La scelta di percorrere due strade parallele sembra rafforzata dalla decisione, datata 8 gennaio, di Stefano Bandecchi, "in vista delle elezioni politiche del 2027", di "affidare la segreteria nazionale del partito a Gianluca Di Liberti, imprenditore con una solida esperienza politica": Di Liberti, sui suoi canali social, peraltro risulta ancora essere, oltre che segretario di Dimensione Bandecchi, (anche) responsabile nazionale di Alternativa popolare "per i rapporti con le comunità LGBTQIA+l". La stessa nota diffusa da Bandecchi sul sito del partito da lui fondato cita anche l'avvocato Riccardo Corridore, che lo ha "coadiuvato nella fase di lancio del partito" e proseguirà il suo impegno come vicesindaco del comune di Terni (dunque come vicario dello stesso Bandecchi).
Della notizia diffusa - che riporta un tentativo interessante di "segmentare" il potenziale elettorato di riferimento, immaginando nuove presenze elettorali in coalizione - non possono sfuggire due dettagli non proprio irrilevanti sul piano "simbolico". Innanzitutto il sito di Alternativa popolare continua a riportare in testata la versione del simbolo contenente il riferimento a Bandecchi, ma la nota congiunta è stata abbinata al contrassegno impiegato nel 2024 per le elezioni europee, contenente nella parte inferiore il simbolo ufficiale del Partito popolare europeo cui Ap appartiene (cosa che, com'è noto, ha consentito al partito di presentare proprie liste senza sottostare al pesante onere della raccolta delle firme, sia pure a seguito della riammissione - in quattro circoscrizioni su cinque, tolta la circoscrizione Sud in cui la lista era stata ammessa già in prima battuta - da parte dell'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione). Il cognome di Bandecchi, dunque, in quel caso non si vede più (così come non ha mai fatto parte del simbolo ufficiale del partito, così come modificato dopo la scelta - dell'assemblea nazionale del 18 marzo 2017 - di abbandonare definitivamente il nome Nuovo centrodestra: la descrizione dello statuto contiene solo il nome del partito attraversato dal cuore giallo senza scritte, non anche il fregio ufficiale del Ppe).
Secondariamente, lo stesso comunicato cita per ben quattro volte il nuovo partito fondato da Stefano Bandecchi come Dimensione, senza citare il cognome del fondatore. Difficile dire, al momento, se questo preluda alla sparizione del cognome dal simbolo del partito, anche perché questo, tanto nello statuto quanto nell'atto costitutivo - uno dei pochi casi in cui è possibile disporre del documento fondativo di un soggetto politico-giuridico: l'atto è datato 22 settembre 2025 e Bandecchi è tra i fondatori, insieme a Corridore e Pierpaolo Palanti - figura tanto nella denominazione del partito ("Dimensione Bandecchi"), quanto nella descrizione ufficiale del simbolo ("cerchio con il bordo esterno di colore rosso. Il fondo interno del cerchio è di colore blu. Nella metà superiore del cerchio è presente la scritta DIMENSIONE in stampatello maiuscolo di colore bianco e sotto ad essa la scritta BANDECCHI, di dimensioni maggiori, in stampatello maiuscolo e di colore giallo. Dal margine inferiore del cerchio si estendono da sinistra verso destra tre frecce stilizzate, la prima da sinistra è di colore verde, la seconda di colore bianco e la terza di colore rosso. La coda della freccia rossa copre la parte inferiore del cerchio").
Da qui alle prossime elezioni - che si tengano nel 2027 come previsto o che, a dar retta ad alcuni articoli usciti anche oggi su qualche giornale - di certo ci saranno evoluzioni, nella guida di quegli stessi partiti e nei loro simboli: nessuno, al momento, è in grado di prevedere cosa finirà nelle bacheche del Viminale, ammesso che quelle fisiche in metallo e plexiglass esistano ancora... 

giovedì 8 gennaio 2026

Le nuove vicende del Partito liberale italiano (e il "diritto dei partiti")

Non sono ancora trascorsi dieci giorni del nuovo anno e già si profilano nuove questioni rilevanti di "diritto dei partiti". Una di queste, con tutta probabilità, riguarderà il Partito liberale italiano. Nella giornata di oggi, infatti, è stato diffuso un comunicato stampa relativo alla ripresa delle attività del gruppo che il 4 luglio aveva programmato di celebrare il XXXIII congresso a Roma, alla Sala Capranichetta dell'Hotel nazionale, salvo poi scegliere di non tenere l'assise prevista dopo un pronunciamento del Tribunale di Roma (di cui si era parlato nei mesi scorsi). Di seguito si riporta per intero il testo diffuso e ricevuto, per poi offrire dopo altri elementi e qualche riflessione, soprattutto di natura giuridica.
Sabato 13 dicembre 2025 si è tenuto a Napoli, nella sede della Fondazione Aillaud, il Consiglio Nazionale del Partito Liberale Italiano, organo promotore e organizzatore dell'azione politica del Partito. 
Il detto Consiglio Nazionale concludeva il percorso intrapreso con il XXXIII Congresso Nazionale del Partito Liberale Italiano, tenutosi in data 04.10.2025, in seguito alla sua riconvocazione, disposta dopo che l’appuntamento originariamente fissato per il 04.07.2025, veniva rinviato per "gravi motivi" (come previsto dallo Statuto), alla luce delle ultime vicende giudiziarie che hanno riguardato il partito. 
Il Consiglio Nazionale ha provveduto al rinnovo di tutte le cariche rappresentative del partito; ha eletto la Direzione Nazionale e gli altri organi monocratici. I napoletani Piero Cafasso e Marco D’Amico sono rispettivamente il nuovo Segretario e il nuovo Presidente nazionali, Diego Di Pierro di Voghera è il Coordinatore Nazionale organizzativo e il comasco Davide Belli il Presidente del Consiglio Nazionale. 
Il neo eletto Segretario Nazionale Cafasso, ha illustrato le linee programmatiche che informeranno l'azione politica del PLI: la riforma sanitaria in primis, per combattere la lottizzazione politica nella gestione del nostro servizio sanitario nazionale, una riforma fiscale per semplificare un fisco oppressivo e burocratico, l’abolizione della riforma del Titolo V della Costituzione con una graduale soppressione dell'Ente Regione, la regolamentazione della prostituzione e la salvaguardia delle libertà dei cittadini messe a dura prova dagli sprechi nella gestione della cosa pubblica e dall’iper regolamentazione dilagante.
In particolare, a norma dell'art. 17, comma 8 dello statuto del Pli, "Il Congresso Nazionale, una volta convocato, può essere rinviato per non più di tre mesi solo per gravi motivi, in tal caso non sarà necessario rinnovare le procedure per l’elezione dei delegati". A quanto si apprende, al rinvio avrebbe provveduto il presidente del consiglio nazionale uscente (nonché presidente dell'assemblea congressuale) Diego Di Pierro: egli avrebbe poi cercato di contattare Stefano De Luca (quale presidente da ritenere ancora in carica sulla base delle ordinanze del Tribunale di Roma emesse tra il 2023 e il 2024) per sollecitare la (ri)convocazione del congresso, auspicando l'individuazione di una data condivisa. In mancanza di riscontro, lo stesso Di Pierro avrebbe provveduto a riconvocare i delegati già convenuti il 4 luglio a Roma per il 4 ottobre dello scorso anno - volendo rispettare il termine di tre mesi indicato dalla citata disposizione statutaria - scegliendo però di tenerlo non in presenza, ma con una riunione in forma telematica.
L'evento congressuale così convocato si sarebbe tenuto, come si evince dal comunicato (e, a quanto si apprende, con la commissione di verifica dei poteri e l'ufficio di presidenza nella stessa composizione prevista per l'evento di luglio), e si sarebbe concluso con l'elezione del consiglio nazionale, dalla consistenza di 57 membri. Durante la prima riunione dell'organo - quella svoltasi a Napoli il 13 dicembre scorso, come riportato dal comunicato diffuso - si sarebbe provveduto all'elezione delle cariche indicate dall'art. 18 dello statuto. Pie(t)ro Cafasso, indicato come nuovo segretario nazionale, aveva già operato come segretario regionale in Campania durante il periodo in cui Roberto Sorcinelli aveva agito come segretario nazionale del Pli.
I passaggi compiuti tra ottobre e dicembre avrebbero concluso, secondo il comunicato, il percorso che si era interrotto lo scorso luglio. Non è difficile immaginare, tuttavia, che quegli stessi fatti saranno al centro di un nuovo contenzioso giuridico con il citato Stefano De Luca e Grazio Trufolo che agiscono nelle qualità di presidente e segretario del Pli a seguito del XXXIII congresso celebrato il 27-28 giugno dello scorso anno e ritengono di fondare la propria attività sulla base delle pronunce del Tribunale di Roma emesse fin qui e che possono considerarsi efficaci; nuove contese sulla rappresentanza del partito - e, di fatto, sulla spendibilità del simbolo - sembrano dunque profilarsi, potenzialmente avviabili da entrambe le compagini interessate dalla vicenda in questione.
Questo sito, ovviamente, per ora si limita a dare notizia di ciò che accade e ad attendere gli sviluppi che con ogni probabilità ci saranno e di cui, qualora fossero disponibili documenti utili, si darà adeguatamente conto: pur senza esprimere valutazioni nel merito, si può rilevare che le questioni legate alla "democrazia nei partiti" (cioè al rispetto delle regole statutarie/interne e delle norme applicabili alle associazioni non riconosciute) continuano ad avere un rilievo tutto meno che trascurabile, tanto in formazioni che si richiamano a lunghe e consolidate storie politiche (ed è il caso del Pli, ricostituito nel 1997 ma con radici ben più profonde), quanto in soggetti politico-giuridici di più recente costituzione. E, per questa ragione, occorre prestare l'attenzione che tali questioni meritano.

martedì 6 gennaio 2026

Fiamma tricolore, tra origini ufficiali e (possibili) ascendenti

Nemmeno a farlo apposta, come ideale seguito del post di tre giorni fa, in cui si diceva che all'inizio del nuovo anno non mancano questioni simboliche da affrontare, si è riaccesa - è il caso di dirlo - la discordia sulla fiamma tricolore. La scintilla, se si vuole, è stata la scoperta tardiva di un post di Riccardo Pescante, vicedirettore di Rai Sport. in cui una raffigurazione di quella fiamma era accompagnata alla didascalia "26 dicembre 1946. Le radici profonde non gelano". Il post - che ora è visibile solo grazie agli screenshot fatti in precedenza, visto che il profilo di Instagram del giornalista è stato reso privato - ha fatto divampare varie polemiche politiche. Di queste è giusto che si occupino i media; in questo spazio, semmai, è interessante cercare di analizzare l'immagine diffusa e contestualizzarla, per quanto possibile.
Innanzitutto, di che fiamma si parla? Quella del Movimento sociale italiano, ovviamente, ma quale esattamente? Chi avesse potuto visitare nel 2017 la mostra Nostalgia dell'avvenire (promossa dalla Fondazione Alleanza nazionale) o si fosse limitato anche solo a scorrere alcuni dei manifesti o dei materiali di propaganda prodotti dal Msi nel corso degli anni, infatti, avrebbe notato con facilità che il simbolo in questione ha avuto varie raffigurazioni, anche piuttosto diverse tra loro, dunque non è inutile cercare di capire a quando risalga la grafica diffusa. A guardare bene l'immagine, in particolare la traccia di un timbro rosso alla destra della fiamma, la si indentifica esattamente nel manifesto conservato dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e visibile in rete. La base trapezoidale da cui parte la fiamma, di colore rosso, contiene la traccia (bianca) di un altro trapezio e la sigla "MSI" senza punti.
Non è difficile notare qualche differenza rispetto al contrassegno elettorale impiegato alle elezioni politiche del 1948: al di là della riproduzione in bianco e nero, com'era rigorosamente prevista allora, la forma della fiamma era più "stretta" e dritta, anche se i "denti" delle parti verde, bianca e rossa erano praticamente uguali; la differenza più marcata riguardava la sigla, proposta con un tratto bianco molto sottile e con il punto dopo le prime due lettere. Quello stesso emblema era finito sulle schede elettorali delle amministrative celebratesi nel 1947 a Caserta (21 settembre), Roma (12 ottobre) e Campobasso (30 novembre).
Il fregio, tuttavia, al tempo della nascita del Movimento sociale italiano - il 3 o il 26 dicembre, a seconda che si scelga il primo momento informale o quello della formalizzazione - non esisteva. Lo raccontava, tra l'altro. lo stesso Giorgio Almirante, nella sua Autobiografia di un "fucilatore" (Edizioni del Borghese, 1973):
Faccio un balzo indietro di molti anni e rivedo la mia gente come la riconobbi all'indomani della guerra civile e della latitanza: la gente che salì le scale di corso Vittorio numero 24, a Roma, per la prima riunione indetta dal Movimento Sociale Italiano. Era il gennaio 1947, il MSI era appena stato fondato, nessuno lo conosceva. Si può dire senza ironia che neppure noi lo conoscevamo, noi i fondatori e primi dirigenti. [...] Io non so chi fossero i sessanta o settanta partecipanti alla prima riunione indetta dal neonato MSI e dal sottoscritto quale segretario del neonato MSI, in corso Vittorio numero 24. So che avevamo affisso un piccolo avviso dinanzi al portone; so che erano stati pubblicati, qualche giorno prima, gli orientamenti programmatici che fino al 1948, campagna elettorale politica e poi primo congresso del partito, a Napoli, costituirono tutto il nostro programma; so che l’ingresso era libero; so che fino all’ultimo paventammo che non venisse nessuno; so che ci parve un miracolo quella modesta affluenza di pubblico [...]. Non c'erano persone importanti. Il partito aveva soltanto un nome, non aveva ancora un simbolo, tanto meno aveva una tessera. Ricordo che, nella mia piramidale ingenuità e nella mia totale incompetenza in fatto di partiti, ero a quell’epoca contrario all'adozione di una tessera. Era ancor fresco, o piuttosto era bruciante il ricordo delle tessere strappate e dei distintivi celati dopo il 25 luglio e l'8 settembre. Ignoro, pertanto, se da quel primo gruppetto di ascoltatori siano più in là emersi altrettanti iscritti al nostro partito. Probabilmente no. Ma si trattava, senza alcun dubbio, della mia gente; non perché condividesse un pensiero politico che largamente era ancora inespresso, ma perché sentiva la necessità spirituale di un incontro: di un incontro diverso da quello che già in quei primissimi anni la rinata democrazia aveva saputo offrire.
Proprio la sede di Corso Vittorio a Roma, peraltro, sarebbe stata teatro - in qualche modo - della nascita del simbolo del partito, proprio in vista delle elezioni amministrative del 1947 ricordate sopra. Così Adalberto Baldoni racconta, nel suo libro Destra senza veli (Fergen, 2018), la nascita del simbolo del Movimento sociale italiano (il testo è riportato col consenso dell'editore, Federico Gennaccari): 
Il simbolo del nuovo partito viene ideato nel settembre 1947, prima delle elezioni comunali di Caserta e di Roma, in modo casuale e singolare. Un giorno, scendendo le scale della sede centrale di Corso Vittorio, Giorgio Almirante incontra un mutilato di guerra che gli dice: "Segretario, ce l'hai il simbolo? Scegli la fiamma tricolore che è il simbolo dei combattenti". Almirante rimane perplesso. Risale le scale, entra nel suo studio e traccia su un foglio la bozza di una fiamma. Pochi giorni dopo la fiamma tricolore appare per la prima volta sui muri della capitale. 

Antonio Mazzone ricorda che, per il simbolo, [Giovanni] Roberti coinvolse un suo amico, il pittore Emilio Maria Avitabile (poi autore anche del simbolo della Cisnal), chiedendogli di immaginarne uno. L'artista preparò un bozzetto, raffigurante una fiamma e una persona, che venne inviato al direttorio chiamato a scegliere il simbolo. "Il direttorio scelse la fiamma. Allora [Giovanni] Tonelli inviò una lettera a Roberti per comunicargli che avevano scelto la fiamma come simbolo del partito. Roberti diede la lettera al pittore. Quando poi uscì fuori la versione di Almirante, scrissi al segretario del partito e mia moglie, figlia di Avitabile, diede la lettera di Roberti ad Almirante che avrebbe dovuto correggere la sua iniziale versione. Purtroppo non ne fece una copia ed Almirante non solo non corresse la versione ma non restituì nemmeno la lettera".
In Rete si trovano varie immagini di una cartolina che si fa risalire ai primi anni '50 e che riproduce un manifesto realizzato da Emilio Maria Avitabile: non è dato sapere se questa sia esattamente l'immagine di cui parla Baldoni, chiesta da Roberti (tra i promotori del partito) al pittore nato a Catania nel 1910 e morto a Napoli nel 1989 ma di certo questa occupa un posto rilevante nell'iconografia del Msi; di più, l'episodio richiamato da Baldoni nel suo libro conferma che, con riguardo alle origini dei simboli storici delle forze politiche italiane, non c'è mai piena concordanza o certezza sulla loro esatta genesi.
La fiamma tricolore, com'è noto, si è conservata anche dopo la svolta del 1994, prima ridotta all'interno del simbolo di Alleanza nazionale (ma sempre con la base trapezoidale con la sigla Msi, anche perché senza "quella sembrerà la fiamma del Pibigas. Si ricorda, le bombole Pibigas? Ma per carità!", come disse Raffaela Stramandinoli, nota come "donna Assunta Almirante" a Sebastiano Messina della Repubblica - nell'edizione del 27 settembre 1994 -  preoccupata che il residuo del fregio diventasse "uno specchietto per le allodole"), poi reinserita nel simbolo di Fratelli d'Italia (prima microscopica all'interno della "pulce" di An, poi privata della base nell'attuale versione del fregio).
Se le origini della fiamma del Msi si famno risalire al riferimento ai combattenti (e non di rado ci si riferisce agli Arditi, anche se le loro "fiamme" - sia intese come mostrine, sia pensando al fregio del X Reggimento arditi - avevano tutt'altra forma, non è inutile ricordare che il concetto di fiamma tricolore era già presente in precedenza, peraltro non solo in Italia. Si prenda, per esempio, l'immagine del Rassemblement National Populaire, partito francese del 1941 dell'area "collaborazionista" (che avrebbe concorso al governo di Vichy: al centro della sua iconografia c'era una tripla fiaccola, con le fiamme rispettivamente tinte di blu, di bianco e di rosso. Si tratta ovviamente di un'immagine diversa rispetto alla fiamma tricolore che il Front National di Jean-Marie Le Pen avrebbe fondato nel 1972, impiegando una fiamma pressoché identica a quella del Msi (il cui uso - con il blu al posto del verde - "era stato evidentemente concordato con Almirante", come ha ricordato lo scorso anno Marco Tarchi, nel suo libro scritto con Antonio Carioti Le tre età della Fiamma, pubblicato nel 2024 da Solferino). Il significante-significato della fiamma e il tricolore nazionale erano comunque stati accostati.
Tornando all'Italia, merita di essere considerata l'immagine del manifesto pubblicitario - conservato sempre dalla Soprintendenza per i Beni Storici Artistici ed Etnoantropologici per le province di Venezia (con esclusione della città di Venezia e dei Comuni della Gronda lagunare), Belluno, Padova e Treviso e indicatomi, come il precedente, da Roberto D'Angeli, autore di un importante studio sul Partito fascista repubblicano e osservatore attento di questo sito - che caratterizzò, nel 1939, la prima mostra di Leonardo da Vinci e delle Invenzioni, realizzata a Milano al Palazzo dell’Arte (quello della Triennale): l'illustrazione, realizzata (almeno) l'anno precedente da Giorgio Muggiani, morto nel 1938, era dominata dalla figura di un uomo che stringeva in mano una fiaccola protesa in avanti, mentre la fiamma - piegata all'indietro - si tingeva dei colori della bandiera (il verde più vicino alla fiaccola, il bianco al centro e il rosso nella parte frastagliata). L'idea della fiaccola con il tricolore nel fuoco, com'è noto, sarebbe stata ripresa dal fregio che ha caratterizzato per anni il Fronte della Gioventù (il soggetto, come ricorda sempre D'Angeli, era già stato usato nel 1947 dal Raggruppamento giovanile studenti e lavoratori, organo del Msi, poi confluito con la Giovane Italia nel FdG), per poi essere reinterpretata dalla Destra - il partito di Francesco Storace - sia pure in una diversa lettura grafica.
Si può, volendo, risalire ancora più indietro. Chi scrive, infatti, ha ricevuto in questi giorni da Maurizio Mengana un disegno - da lui acquistato di recente - datato 1936 e attribuito all'artista Bruno Tano (Padova 1913 - Macerata 1942): vari elementi sono da Mengana ricondotti alla Mostra della Rivoluzione fascista tenutasi al Palazzo delle Esposizioni dal 1932 al 1934 e ripetuta nel 1937 e al centro spicca un braciere - quasi olimpico, visto che il 1936 era l'anno dei giochi a Berlino - con una fiamma, rappresentata proprio come tricolore.
Naturalmente con ciò non si sostiene affatto che la fiamma, e in particolare la fiamma tricolore sia un segno chiaramente e inequivocabilmente fascista. Si pensi alla fiamma a varie cuspidi contenuta nel simbolo di Giustizia e libertà, come alla fiaccola accesa - con fiamma che si sviluppa in orizzontale - del Partito repubblicano italiano, visibile su alcune tessere antecedenti e successive alla seconda guerra mondiale (1923 e 1946, per fare qualche esempio). Le immagini viste, al pari di altre che si possono individuare, mostrano però che quel tema grafico era utilizzato anche in quell'ambito (assieme ad altri), come pure in altri contesti nazionali, e ha probabilmente lasciato un segno tale da farsi presente a chi è stato chiamato a creare il simbolo del Msi, in vista delle prime elezioni.

domenica 4 gennaio 2026

Riflessioni d'inizio anno sul (valore del) simbolo del MoVimento 5 Stelle

Inizia un nuovo anno e, lo si voglia o no, questioni simboliche emergono o si fanno presenti, pur restando sotto traccia. Non solo perché si voterà in vari comuni, alcuni dei quali importanti (come Venezia e i capoluoghi di provincia Macerata, Arezzo o Reggio Calabria) e per le suppletive nel collegio della Camera Veneto 2 - P01 -  U01 (quello di Rovigo) lasciato libero da Alberto Stefani dopo l'elezione a presidente della giunta regionale veneta (oltre che per il referendum costituzionale in materia di giustizia, senza voler in questo momento immaginare rischi di ritorni anticipati alle urne anche per il Parlamento, sebbene sui quotidiani in edicola oggi siano stati paventati). Ma anche perché all'interno di alcune forze politiche e del loro mondo ed elettorato di riferimento sembra non spegnersi mai una certa inquietudine di fondo, che porta a tenere accesa l'attenzione su alcuni temi, che a volte riguardano pure i segni distintivi in cui le rispettive comunità politico-elettorali si riconoscono.
Cosi non è passato inosservato il post con cui Beppe Grillo ha marcato il passaggio al 2026, lamentando davanti a sé "un accumulo di parole sprecate, usate come coriandoli, e di responsabilità lasciate cadere per terra come scontrini vecchi", all'interno di "un Paese che si è abituato a tutto, all'ingiustizia che diventa una procedura, al dolore che diventa una pratica amministrativa e al silenzio che viene scambiato per equilibrio". Una situazione che ha portato Grillo, dopo molte parole pronunciate, urlate e miste a risa, a scegliere di rimanere "in silenzio perché arriva un punto in cui le parole rischiano di diventare parte del rumore", sentendosi "in uno stato in cui non esiste noia, tristezza, né dolore fisico e morale. Un bozzolo dalle dimensioni infinite". Alla fine di "un anno di sottrazione…che ha tolto più di quanto abbia dato" e "ha tolto senso alle parole, voglia di spiegare", Grillo nota - parlando di giustizia, con tutta probabilità con riferimento alla propria esperienza - "esistono ferite che non fanno notizia e cambiano il modo di guardare il mondo, insegnano che la verità segue percorsi tortuosi e che la giustizia spesso procede con tempi e logiche lontane da ciò che appare davvero giusto". Il tutto mentre - e qui l'attenzione si concentra ancora di più - "la politica continua a recitare, cambiano le sigle, i simboli, gli accordi, e le facce sono sempre le stesse, che come zombie si trascinano con la scorta tra i palazzi".
Mentre Grillo inizia il nuovo anno rimanendo "a guardare e a pensare… In silenzio, perchè è la forma più elevata di presenza" e a ricordare, "perché dimenticare resta il modo più semplice per ripetere sempre gli stessi errori", è quasi inevitabile chiedersi se, mentre altri simboli cambiano (quelli di altri partiti), nel 2026 ci si debba attendere qualcosa su quello del MoVimento 5 Stelle, in vista delle prossime elezioni e, più in generale, delle evoluzioni del quadro politico italiano. La premessa è che - salvo che non sia sfuggito qualcosa - nulla si sa delle evoluzioni dell'eventuale azione legale di cui si era parlato a giugno, quando i media (in particolare il Corriere della Sera con un articolo di Emanuele Buzzi) avevano fatto sapere che Grillo si sarebbe rivolto al costituzionalista Giulio Enea Vigevani, professore presso l'Università di Milano Bicocca e al processualcivilista (e docente a contratto presso lo stesso ateneo) Matteo Gozzi. Sulla questione non si è espresso Grillo (che nel suo messaggio ha sentenziato "Il mio tempo non è ancora venuto, io sono postumo"), ma ieri ben due quotidiani hanno ospitato un'intervista a Danilo Toninelli, deputato dal 2013 al 2022, tra le figure più note della prima stagione del MoVimento 5 Stelle, anche per le sue proposte in materia elettorale (si pensi alla possibilità di introdurre le "preferenze negative"). Fa tuttora parte del collegio dei probiviri del M5S guidato da Giuseppe Conte, ma "non sono più probiviro nei fatti dall’assemblea costituente di Conte", ha precisato al Foglio, intervistato da Gianluca De Rosa. Oggi si occupa di tutt'altro, in particolare di salute mentale: "Da una mia idea, insieme alla competenza clinica di Anna Sari e al lavoro di Emanuele Falzarano - ha spiegato a Buzzi per il Corriere - è nato Bastapensieri: una piattaforma che mette al centro il silenzio, l’ascolto di sé e la mindfulness psicosomatica. È proprio fermandosi e guardando dentro che si possono sciogliere blocchi interiori e ritrovare equilibrio".
In qualche modo le scelte di Toninelli e Grillo sono state accomunate: la scelta di stare in disparte in silenzio per l'ex parlamentare M5S è "oggi il primo passo per cambiare questa società, la più inconsapevole della storia dell'homo sapiens sapiens. Oggi senza una comunità politica straordinaria come quella del vecchio M5S francescano, l'unica via per cambiare le cose è una rivoluzione interiore. In futuro chissà, magari qualche persona elevata spiritualmente, come furono Beppe e Gianroberto Casaleggio, aggregherà di nuovo delle persone. Purtroppo, per ora, all'orizzonte non si vede nulla" (dal Foglio). Per Toninelli, a poco meno di vent'anni dalle prime vicende che avrebbero portato all'impegno politico di Grillo, "il Movimento esiste solo sulla carta. Era una comunità di persone unite da alcuni valori: l'essere post-ideologici e il limite dei due mandati. Oggi non c'è più nulla di questo" (dal Corriere), anzi, il M5S sarebbe "un partito come un altro che utilizza quel vecchio e glorioso simbolo come una foglia di Fico" (dal Foglio): il riferimento all'esito delle elezioni campane e alla giunta regionale appena formata da Roberto Fico (non meno noto di Toninelli già nella XVII legislatura), insieme al giudizio negativo su questa, è molto chiaro.
Si diceva però del simbolo: tanto Buzzi quanto De Rosa hanno chiesto a Toninelli se Grillo avrebbe fatto bene ad avviare una causa per accertare e rivendicare la titolarità del simbolo del MoVimento 5 Stelle. Al Corriere ha detto che rivolgersi ai tribunali per questo "ora non ha più senso. L'avrei fatt[o] dopo l'assemblea costituente. Oggi si sta ricreando un vuoto in politica e sono contento, perché quel vuoto prima o poi verrà colmato. Il Movimento è un finto pieno e i finti pieni si esauriscono e basta". Al Foglio Toninelli ha confermato che rivendicare il fregio in tribunale "non serve più", ma in effetti "fa rabbia vederlo usare a questi indegni epigoni. Conte avrebbe dovuto fare il suo partito e lasciarci seppellire il simbolo del MoVimento in pace, ma va bene lo stesso. Il MoVimento esiste ormai solo come un disegnino scritto su un foglio, chi amava i valori che incarnava si è già allontanato a prescindere e non si reca più alle urne come me".
Alla fine di novembre del 2024 l'ex parlamentare, in effetti, aveva invitato Grillo a fare causa, ritenendo che il simbolo fosse suo. Dalle interviste di ieri non trapelano novità sulla causa, al punto che non è dato sapere se sia effettivamente stata avviata. Le parole di Danilo Toninelli, però, sono ugualmente rilevanti: in un Paese litigioso come l'Italia, in cui - al di là delle azioni legali che in passato hanno riguardato proprio il M5S - ci si è fatti spesso causa per la rappresentanza di vari partiti o per la titolarità di vari fregi politici (e questo sito spesso ha documentato tali vicende), segnalano e ricordano che il valore di un simbolo non è uguale per tutti e soprattutto non è intangibile, anche dopo che ha raccolto milioni di voti. E, per quanto ci si sia identificati con quell'emblema per anni, può arrivare il tempo di lasciarlo andare senza lottare più - con o senza carte bollate - per rivendicarlo o anche solo per toglierne la disponibilità a chi si ritiene che lo usi in modo inopportuno. Torna in mente, come in passato, la "biodegradabilità dei simboli" (e dei soggetti politici) teorizzata e praticata - a costo di non farsi riconoscere dagli elettori - in ambito radicale: qui però non c'è l'idea che, dopo il voto, la lista elettorale che ha portato avanti determinate battaglie debba dissolversi mentre la lotta su quei temi continua (in vista di nuove urgenze politiche da affrontare), ma piuttosto il pensiero che, in determinate condizioni, sia più opportuno cercare altri modi per agire e, magari, altre dimensioni, in cui - per dirla con Pasquale Panella - "oltre il disfare e il fare / si delineano cose / appena, appena verosimili". In attesa che qualche visionario le traduca in un simbolo e le muti in vere.