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venerdì 27 marzo 2020

Liberalsocialisti per l'Italia, tre garofani per la casa socialista

Si è già visto che la diaspora nell'area socialista è stata vissuta - e in buona parte è così tuttora - in modo molto doloroso e lacerante: forte almeno quanto il desiderio di ricomporre le fratture è la convinzione che non sia indifferente il modo in cui le si vorrebbero ricomporre e lo schieramento politico in cui la ricomposizione potrebbe avere luogo. Anche per questo motivo, nel corso degli anni si sono succeduti vari tentativi di rimettere insieme alcune o molte tessere del mosaico socialista, con risultati più o meno ampi e di varia durata. Al di là dell'aggregazione di varie sigle, peraltro, in cima alle preoccupazioni di molti di questi progetti politici c'è stata e c'è l'identità socialista, l'idea cioè che dalle parole e dalle azioni di aderenti e dirigenti emergesse con assoluta nettezza il percorso ideale e politico del socialismo italiano, che aveva portato dalle origini fino all'esperienza di Bettino Craxi. Esperienza dalla quale, per questi gruppi, non si può in alcun modo prescindere. 
In questo solco, dal 2017, si muovono anche i Liberalsocialisti per l'Italia, progetto politico che si propone di "ricominciare da dove Craxi è stato costretto a fermarsi". Lo guida da allora Antonino Distefano, ragusano, classe '45, un impegno di oltre vent'anni nella Uil (nel sindacato dei chimici), inizialmente socialdemocratico poi - dopo la breve stagione del Psi-Psdi unificato - a lungo iscritto socialista (molto attivo nella provincia di Varese). Dopo lo scioglimento del Psi si era allontanato dalla politica, salvo partecipare al Nuovo Psi di Gianni De Michelis. Dopo una lunga pausa rispetto all'impegno politico diretto, da tre anni ha scelto di riprenderlo con questo suo nuovo progetto.
"I Liberalsocialisti per l'Italia - spiega - nascono da un desiderio espresso da Bettino Craxi in esilio. Quando prese atto che il suo partito era ormai frammentato e ridotto a macerie, in uno dei suoi fax da Hammamet espresse l'auspicio che in Italia grazie a compagni generosi si desse vita a un movimento di ispirazione socialista democratico, autonomo, riformista e liberale. La nostra idea nasce, prende corpo da lì. Noi vogliamo salvaguardare e difendere i valori e l'identità socialista, sapendo che la nostra stella polare è il socialismo di Turati. Nenni, Saragat e Craxi. Noi di fatto ricominciamo da dove Craxi è stato costretto a fermarsi; lo facciamo senza senza subire richiami nostalgici, ma nella convinzione dell'attualità del socialismo e della visione di società che Bettino Craxi già vent'anni fa aveva avuto".
Il fax cui si riferisce Distefano, probabilmente, è quello datato 1° ottobre 1996 (leggibile nel sito dell'Opera omnia messo a disposizione dalla Fondazione Bettino Craxi), quando l'ex presidente del Consiglio - in prossimità del primo congresso del Partito socialista di Intini e De Michelis - pur negando che potesse improvvisarsi la ricostruzione di un partito socialista, si rendeva conto di come "una vasta area di ispirazione e di orientamento socialista, democratica, liberale" sentisse con forza "la necessità di una nuova espressione e di una rappresentanza politica significativa", da costruire dal basso, grazie a persone che potessero formare "un movimento federato, libero da vincoli di subalternanza", in grado di superare le molte difficoltà davanti a sé "con un grande lavoro ed un grande coraggio".
L'idea, anche per il progetto di cui si parla ora, è di ricomporre la diaspora ("possiamo e dobbiamo farlo"), ma avendo le idee chiare sui modelli da non seguire e su chi non volere come compagno di viaggio. "I Liberalsocialisti per l'Italia - continua Distefano - nulla hanno a che spartire con quella classe dirigente socialista che ha concorso con la nuova generazione comunista e la componente della magistratura golpista al massacro socialista ed alla distruzione di uno dei grandi edifici della democrazia italiana. Ora da quelle macerie potrà rinascere il socialismo democratico, autonomo, riformista e liberale: niente a che vedere con Renzi, Zingaretti, nemmeno con il duo Nencini-Maraio. Spetta al popolo dei Liberalsocialisti per l'Italia, forti della coerenza nei valori del socialismo di Saragat e Craxi porsi alla testa di questa opera di ricostruzione. Ci rivolgiamo pertanto alle donne ed agli uomini che condividono questo presupposto, per trasformare il sogno in realtà".
Dopo i primi passi del 2017 si è definita la struttura essenziale del progetto politico, coordinato a livello nazionale da Distefano e attualmente attivo su 14 regioni. Il riferimento alla figura e al periodo di Craxi emerge anche dalla scelta di inserire la parola "Liberalsocialisti" in una doppia corona rossa - secondo l'intuizione grafica di Filippo Panseca - e di richiamare il garofano come elemento dominante. Qui, peraltro, i fiori - posti su un fondo grigio sfumato - sono addirittura tre: la scelta non è casuale, né dettata semplicemente dalla necessità di differenziarsi da altri emblemi esistenti (i garofani usati, peraltro, sono tutti diversi tra loro e non somigliano a quelli già usati in passato). "I garofani sono tre per richiamare l'ispirazione a Filippo Turati, ai fratelli Rosselli e a Bettino Craxi" chiarisce Distefano, mentre la fascetta tricolore richiama l'Italia (e non a caso proprio lì si posa la dicitura "per l'Italia) come anche la cultura liberale che si combina con quella socialista. 
"Una volta messo in liquidazione il Psi, la sua politica, il suo simbolo, qualcuno doveva ricomporre la diaspora - conclude il coordinatore nazionale -. Noi vogliamo edificare la casa dei socialisti, creando contemporaneamente una nuova generazione di socialisti. Vogliamo creare un partito in cui possano trovare legittimazione tutte le correnti di pensiero, tenute insieme dalla democrazia e dalla dialettica interna, in cui si formano maggioranze e minoranze. Vogliamo un partito che dia voce ai socialisti senza voce, a coloro che hanno dato tutto senza chiedere nulla in cambio. Non dovranno esserci padroni e azionisti delle tessere; servirà un partito su base regionale perché sia saldamente ancorato al territorio, un partito che ritorna tra la gente interpretandone ansie e bisogni, Soprattutto vogliamo un partito che parli socialista al paese, riappropriandosi di parole e idee che sono state cancellate". 

giovedì 26 marzo 2020

Socialisti, "Due simboli a disposizione per liste autonome e identitarie"

Il primo simbolo depositato
Sono passati vent'anni dalla morte di Bettino Craxi e oltre un quarto di secolo dalla fine dell'unità dei socialisti in Italia sotto le insegne della medesima forza politica. Il congresso che il 12 novembre 1994 deliberò lo scioglimento del Partito socialista italiano mise solo ufficialmente la parola "fine" a una storia che da almeno diciotto mesi aveva conosciuto un progressivo sfaldamento, con varie fuoriuscite tra il 1993 e il 1994; in seguito, la tendenza alla frammentazione avrebbe fatto premio su vari tentativi di riunificazione, in genere non molto fortunati sul piano elettorale. 
I risultati non sono stati buoni, specie a livello nazionale, neanche quando sono state presentate liste o candidature del Partito socialista (2008) o che comprendevano il simbolo del Psi (2018): anche per questo, è capitato più di frequente che il Psi - soggetto che fin dal nome si richiama direttamente alla storia che si era interrotta nel 1994 - partecipasse ad altre liste, inserendo propri candidati al loro interno, convinto che corse solitarie sarebbero state deleterie. Qualcuno, però, preferisce altre strade: un mese fa (esattamente il 23 febbraio) a San Lazzaro di Savena, in provincia di Bologna, si sono ritrovate - anche per ricordare gli anniversari della nascita di Craxi e della morte di Sandro Pertini, entrambi datati 24 febbraio - è stata fondata la Federazione italiana socialisti autonomisti, un gruppo che non mette da parte l'idea di poter presentare liste socialiste autonome, per marcare la persistenza di quelle idee. 
Non si tratta di un partito, ma in effetti un simbolo a disposizione c'è, anzi: ce ne sono due. Cosa sia stato deciso in quell'occasione e di quali simboli si stia parlando ce lo facciamo spiegare da Giuliano Giuseppe Romani, sindaco di Pavullo nel Frignano (Mo) dal 1988 al 1993 (prima ancora presidente della locale comunità montana) e anche in seguito consigliere comunale nello stesso comune e assistente di parlamentari socialisti: nel 2001 aderì al Nuovo Psi e all'inizio di novembre del 2005 ne era diventato segretario regionale, pochi giorni dopo il "congresso - non congresso" della Fiera di Roma, che il segretario uscente Gianni De Michelis - tra gazzarre di fischietti, insulti vari, sputi e poltrone saltate - aveva chiuso anzitempo ritenendolo invalido, mentre i suoi avversari lo avevano dichiarato decaduto e avevano eletto al suo posto Bobo Craxi (la lite finì in carta bollata e tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006 vide succedersi due decisioni opposte del tribunale di Roma).  
"Quando era nato il Nuovo Psi - ricorda Romani - si era percorsa una strada identitaria, dichiaratamente socialista, a partire dal recupero del garofano, una scelta diversa da quella fatta dallo Sdi, collocato chiaramente nel centrosinistra." In effetti nel 2001 il Nuovo Psi aveva chiesto "asilo politico" al centrodestra, ma nel 2004 aveva scelto di presentarsi alle europee, costruendo la lista "Socialisti uniti per l'Europa" che aveva messo insieme più componenti e aveva eletto due eurodeputati. La crisi scoppiata alla fine del 2005 terminò con la conferma giudiziale di De Michelis alla segreteria; Romani mantenne il suo incarico di segretario regionale, ma poi nella primavera del 2007 arrivò un'altra frattura nel Nuovo Psi. In quell'occasione De Michelis, e con lui l'allora deputato reggiano Mauro Del Bue, erano interessati a cogliere l'appello lanciato da Boselli per una Costituente socialista; Stefano Caldoro, Lucio Barani e altri, invece, non volevano assolutamente lasciare Silvio Berlusconi e la Casa delle libertà.
Anche in quel caso volarono gli stracci (assieme a spintoni, botte e microfoni) e si arrivarono a celebrare due congressi uno dopo l'altro, ma per lo meno si evitò la trafila del tribunale: con una scrittura privata le due parti si accordarono per dirimere la "insanabile divergenza" creatasi sul piano politico. In base a quell'atto, il nome "Nuovo Psi" sarebbe rimasto a Caldoro e Barani, la dicitura "Partito socialista" fu assegnata al gruppo di Gianni De Michelis e Mauro Del Bue e ciascun gruppo avrebbe dovuto rinunciare alla parte di denominazione assegnata all'altro. Quanto al simbolo, entrambi i nuovi partiti avrebbero potuto impiegare l'immagine di un garofano rosso, a patto che fosse diverso da quello fino ad allora usato dal Nuovo Psi (vale a dire quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso di Torino del 1978) e ovviamente da quello adottato dalla controparte: Caldoro, confermato per primo dal "suo" congresso a giugno, scelse di adottare per il Nuovo Psi il garofano "pennellato" utilizzato alle elezioni del 2006 nella lista presentata con la Democrazia cristiana per le autonomie (si era preferito coniare un'immagine nuova perché il contenzioso tra De Michelis e Craxi avrebbe potuto avere altri strascichi ed era meglio evitare sorprese). A quel punto, dovendo scegliere un'altra versione del garofano per il proprio emblema, all'inizio di luglio del 2007 il congresso del Partito socialista - che al congresso elesse Del Bue segretario e De Michelis presidente - nel simbolo piazzò l'altro garofano disegnato da Ettore Vitale, quello più regolare che nel 1979 era diventato simbolo ufficiale del Psi (assieme alle miniature di falce, martello, libro e sole che non figuravano invece nel nuovo emblema); la doppia corona, infine, era tornata a essere tutta rossa, senza alcun tocco di verde (che del resto, in base all'accordo con la controparte, non si poteva usare).
Con quel simbolo, il Ps di Del Bue e De Michelis si preparava a un percorso comune con lo Sdi e altre forze politiche verso la nascita di un nuovo soggetto politico socialista, unitario e identitario; qualcuno, tuttavia, ritenne opportuno mettere al sicuro quanto era stato ottenuto da eventuali nuove tempeste. "Io allora facevo parte della segreteria nazionale - ricorda Giuliano Romani - e avevo la delega ai 'problemi istituzionali'; in quelle settimane c'era un certo sfilacciamento e, dopo un ragionamento comune, decidemmo di tutelare il simbolo del Ps, per proteggere la titolarità che avevamo ottenuto con l'accordo di qualche mese prima. Il fatto è che in Italia non si ha mai la certezza del diritto, per cui ci rivolgemmo a un notaio di Bologna: andammo dal dottor Federico Stame, molto apprezzato in città e vicino a Romano Prodi, certi che lui ci avrebbe consigliato per il meglio. Alla fine depositammo il simbolo presso di lui e ottenemmo rassicurazioni sul fatto che, anche se in seguito non avessimo presentato liste contrassegnate da quell'emblema, nessuno avrebbe potuto contestare i nostri diritti su quel segno."
Non si è trattato, dunque, del deposito del simbolo come richiesta di marchio, come oggi in molti sono abituati a fare. In teoria, però, i simboli dei partiti non dovrebbero avere una logica commerciale (e il Viminale, quando è stato interpellato, ha sempre dato parere negativo alla registrazione come marchio dei simboli di partito con un look elettorale, almeno quando non erano ancora noti per il loro uso): "In effetti lo stesso notaio ci sconsigliò di intraprendere quella strada - spiega Romani - e noi gli demmo ascolto".
Il secondo simbolo depositato
Come si tutelò dunque il Ps? Romani esibisce un atto notarile, datato 27 marzo 2008, in base al quale lui stesso ha depositato presso il notaio il simbolo del Ps di De Michelis e Del Bue. Contestualmente è stata depositata anche una seconda grafica, variante del simbolo del Nuovo Psi in uso dal 2001: il garofano è quello disegnato da Ettore Vitale per il congresso del 1978 a Torino, inserito nella corona verde a sua volta circondata da una circonferenza rossa, ma se la corona continua a riportare in alto la dicitura "Partito socialista", in basso al posto di "Nuovo Psi" è stato inserito il riferimento all'Emilia-Romagna. 
Entrambi i simboli, debitamente descritti, per il notaio risultano "depositati ai miei rogiti", senza dunque che nessuno possa mettere in dubbio che da quella data sono stati rivendicati da Romani. "Il depositante sono io - spiega - ma ho depositato il simbolo a nome dell'intera federazione regionale del partito; così si può spiegare anche la decisione di depositare contestualmente il simbolo con il riferimento all'Emilia-Romagna".
Quando Romani parla del "partito", si riferisce al Partito socialista di De Michelis e Del Bue. Questo soggetto giuridicamente esisterebbe ancora, pur avendo avuto una visibilità politica limitata: essenzialmente al tempo necessario per convergere nel progetto di "Costituente socialista", lanciato alla metà di aprile di quel 2007 ma che il 5 e il 6 ottobre 2007 ebbe uno slancio più deciso alla manifestazione "Le primarie delle idee" a Roma. In quell'occasione ci fu la convergenza ufficiale del gruppo di De Michelis e Del Bue, assieme ad altre figure; erano già arrivati Gavino Angius, Valdo Spini, Rino Formica, Lanfranco Turci, Saverio Zavettieri e altri. 
Guardando alle date, non sembra un caso che il 4 ottobre 2007 il consiglio nazionale del Ps (già Nuovo Psi) che faceva capo a De Michelis e Del Bue si fosse riunito, deliberando di modificare lo statuto nelle parti relative al nome (cancellando l'espressione "Nuovo Psi") e al simbolo (inserendo la descrizione del nuovo emblema). Il 20 ottobre si riunì poi il consiglio regionale del Partito socialista dell'Emilia-Romagna: lì si decise di conferire al segretario regionale del Ps il mandato a modificare lo statuto regionale, ma soprattutto "a depositare o/e registrare il simbolo regionale e il relativo statuto a termini di legge": il verbale, firmato dal presidente dell'organo Luciano Zacchini e dal segretario verbalizzante Ugo Lenzi, consentì poi il deposito presso il notaio alcuni mesi dopo.
C'era ovviamente un disegno politico in quell'operazione. Il consiglio emiliano del Ps aveva ribadito la necessità di riunire in una nuova formazione "tutte le forze che si richiamano all'identità liberal socialista e socialdemocratica riassunte nella tradizione del Partito socialista europeo" (e intanto si apriva il tesseramento per il nuovo anno, prevedendo la possibilità di "convertire" la tessera in quella per il soggetto uscente dalla Costituente socialista); allo stesso tempo, però, rivendicava per il partito nascente (il Ps che all'inizio sarebbe stato guidato da Enrico Boselli) "il carattere di una forte AUTONOMIA POLITICA - scritto proprio in maiuscolo, ndb - come necessaria ed ineluttabile conseguenza della propria identità". 
Con quello spirito, in effetti, il Ps di Del Bue e De Michelis avrebbe partecipato alle elezioni amministrative per un paio d'anni in qualche comune ("Capitava - ricorda Romani - che le sottocommissioni elettorali circondariali ci chiedessero di dimostrare che eravamo titolari del simbolo: mostravamo copia dell'atto notarile del marzo 2008 e non c'era alcun problema"). Intanto, però, tra il 4 e il 6 luglio del 2008 si era celebrato a Montecatini Terme il primo congresso del Partito socialista che aveva eletto Riccardo Nencini alla segreteria: molti esponenti del Ps già guidato da De Michelis e Del Bue (ma non tutti) avevano scelto di partecipare a quel nuovo inizio, soprassedendo sul fatto che nel simbolo - peraltro quadrato - non ci fosse alcuna traccia di garofani (c'era solo la rosa del socialismo europeo) e si fosse evitato accuratamente di usare il nome intero "Partito socialista italiano" (Angius e altri ex Ds non lo volevano proprio: dopo che abbandonarono il partito, fu ripristinata la denominazione completa). "Io allora partecipai al congresso sostenendo la candidatura alla segreteria di Pia Locatelli - continua Romani - entrai nell'assemblea nazionale, ma mi dimisi il 30 ottobre 2010, in polemica con la guida nazionale del partito; affettivamente, però, ho continuato a rinnovare la tessera del Psi e ancora oggi sono un iscritto. Resto con le mie idee, tutti sanno come la penso, ma ogni anno rinnovo la mia tessera online il 14 agosto, giorno in cui nel 1892 si aprì a Genova il congresso che fondò il Partito socialista."
Proprio perché mantiene le sue idee, Romani ha promosso l'incontro del 23 febbraio a San Lazzaro di Savena: lì, lanciando la Federazione italiana socialisti autonomisti, si è convenuto sulla necessità di "riunire i socialisti ovunque dispersi, qualunque sia stato, in questi anni, il loro voto, per costituire il Partito Socialista autonomo e identitario, alternativo alla destra e distinto e distante da questa sinistra". I risultati delle liste socialiste, a livello nazionale e talvolta locale, finora sono stati scarsi, ma secondo i presenti a San Lazzaro l'unica strada seria da percorrere è quella dell'autonomia e dell'identità socialista, facendo appello "alle idee forti, ai programmi chiari, ed ai valori del socialismo per tornare sulla scena politica" e restituendo ai socialisti "dispersi e demoralizzati" una casa comune. Si dovrebbe lasciare alle spalle, dunque, la politica dei patti federativi con altri soggetti politici, con relativa ospitalità nelle loro liste sperando di eleggere qualcuno: "continuare la strada delle alleanze con altri soggetti politici, come fatto negli ultimi vent'anni, continuerebbe a mantenere il consenso elettorale dei socialisti a livello di prefisso telefonico".
La costituzione della Federazione italiana socialisti autonomisti dovrebbe rispondere proprio a questo scopo: non è - come si diceva - un partito, difatti non si chiede a nessuno di abbandonare i soggetti politici in cui eventualmente ora milita o cui si sente vicino. Si tratta piuttosto di unire in una federazione il maggior numero di persone singolarmente interessate e di associazioni, circoli, club, leghe e sezioni socialiste, nonché gruppi social. E se l'idea è di favorire in ogni modo proprio la nascita di liste con una chiara identità socialista, slegate dai partiti attualmente in attività, Romani ha scelto di mettere a disposizione delle varie realtà interessate proprio i due simboli depositati nel 2008 presso il notaio (con la possibilità di personalizzare il simbolo regionale con il nome di un altra regione o del comune chiamato al voto), purché si vogliano realmente costruire liste chiaramente socialiste e autonome.
Il percorso ovviamente è solo iniziato, ci saranno in futuro altre occasioni per incontrarsi e decidere più nel dettaglio come muoversi; l'assai probabile rinvio, a causa della pandemia del coronavirus, delle elezioni comunali e regionali previste per maggio potrebbe dare più tempo per costruire qualcosa soprattutto a livello locale.

giovedì 26 dicembre 2019

Cent'anni fa, quando si taroccava il simbolo dei socialisti

Il simbolo falso del Ps
denunciato nel 1919 dall'Avanti!
D'accordo, l'adagio in base ai quali i tempi andati erano sempre migliori di quelli in corso è potentissimo ed è in grado di fregare chiunque: ci si casca che è una meraviglia anche in ambito elettorale, pensando che prima la politica fosse più seria e gli elettori pure, come se il passato grondasse e il trapassato avesse grondato di austerità e correttezza. Qualcuno potrebbe arrivare addirittura a pensare che, in questa imprecisata età dell'oro, a nessuno potesse venire in mente di vestire i panni del furbetto del simbolino nel tentativo di danneggiare l'avversario di turno, come tante volte ci è capitato di raccontare in questi anni. 
Manco a dirlo, non c'è pensiero più lontano dal vero: per fortuna ci sono le prove per dimostrarlo, anche se sono passati ben cent'anni. Eppure, anche dopo un secolo, si fanno trovare da chi è abituato a cercare nel posto giusto e arrivano persino via e-mail: così, in una serata quasi d'inverno, è stato bello ricevere un messaggio di posta elettronica da Roberto Gremmo, pioniere dell'autonomismo in Piemonte e da molti anni ricercatore storico assai attento, in più di un'occasione citato in questo sito per le sue esperienze politiche (con importanti ricadute "simboliche"). In pochissime righe, Gremmo suggeriva di consultare l'archivio online del quotidiano Avanti!, disponibile sulle pagine del Senato, e di guardare l'edizione del 14 novembre 1919 perché avrebbe contenuto "una piccola curiosità sui simboli". Com'era già avvenuto in altre occasioni, la macchina della ricerca - una volta attivata - è difficile da fermare perché la curiosità continua ad alimentarla; se poi, come in questo caso, per iniziare è sufficiente una brevissima ricerca su un sito internet, il bisogno di soddisfare le prime curiosità diventa irresistibile e l'idea di aspettare non passa nemmeno per l'anticamera del cervello.
Dopo una breve digitazione e qualche clic, è comparsa la pagina suggerita, con due miniature di contrassegni elettorali in apparenza molto simili (e il problema, in effetti, era proprio quello): le immagini, collocate al centro della sesta colonna, erano abbinate a un articolo intitolato (guarda caso!) La più volgare truffa - Hanno falsificato le schede del nostro Partito! Il testo, nemmeno troppo lungo, merita di essere riportato per intero (corsivi e grassetti sono presenti già nell'originale): chiunque, leggendolo, può immergersi nell'atmosfera di un secolo fa e capire meglio cos'era accaduto e cos'aveva innescato la segnalazione.


Il fatto, che denunciamo ai nostri lettori, non ci sorprende. Conosciamo la democrazia ed il liberalismo, sappiamo di che cosa sono capaci coloro che ad ogni ora ci gridano che in Italia il «popolo», il «cittadino» ha tutti i mezzi per far valere la sua volontà, senza ricorrere agli estremi mezzi della violenza. Costoro levano gli inni più entusiastici alla libertà, quando sperano che il «popolo» non sappia valersene; ma si fanno in quattro, usano ogni arma — dalla violenza alla frode — quando temono che il «popolo» abbia aperto gli occhi e si appronti a fare da sé i propri interessi, senza bisogno dei loro lumi. 
Cosi si palesa la vera essenza della democrazia borghese ed in tal modo vengono deluse le speranze di quei nostri compagni che — impenitenti utopisti del demoriformismo — ci invitano a non avere fiducia che nei mezzi «democratici». 
Bella «democrazia» quella che costringe il servo a votare pel padrone; che obbliga il partito del povero a subire la violenza corruttrice o sopraffattrice del partito del ricco; che permette il monopolio della carta, della stampa, della réclame; che avventa tonnellate di bugie ben vestite contro chi non ha che pochi chili di verità, nuda e cruda!
Bella libertà quella che permette si incarceri il poveraccio che — dopo quattro lunghi anni di silenziosa sofferenza — leva un grido di protesta o lancia un sasso contro chi ritiene corresponsabile del suo malanno, e lascia compiersi la peggiore delle violenze: la violenza della diffamazione o della calunnia, la violenza della frode. 
State tranquilli, operai, non fischiate, non urlate, non cacciate colla frusta i trafficanti della patria. Essi, in silenzio, nel buio delle loro animaccie venali, stanno giuocandovi il più turpe dei tiri; ma quando vi passano dinanzi pettoruti, pieni di vento e di democrazia, salutateli. Sono delle persone per bene, non fischiano, non urlano. Noi, sono ben educati, loro. Falsificano soltanto — o tentano di falsificare, se ci possono riuscire — il responso delle urne.
Hanno accusato il bolscevismo di avere violentata la Costituente, costoro hanno affermato che il «popolo», coi mezzi legali, può raggiungere la propria liberazione, costoro; e poi, di sotto mano — per dare ragione a noi, bolscevichi — tentano di defraudarlo dei tanto vantati mezzi pacifici e legali. Costoro lavorano per noi.
A Venezia — ci si scrive — gli avversari, a tutela delle sacrosante istituzioni, hanno falsificata la scheda socialista, diffondendone attorno una quantità con tre linee tratteggiate anziché con due (come deve essere in quel collegio). A Cremona l'hanno falsificata spostando la falce a sinistra e il martello a destra. A Genova hanno messo in circolazione una quantità di schede discentrate — cioè stampate in modo che il contrassegno del nostro Partito non si veda o si veda solo in parte quando il presidente del seggio apre la busta. Con tutta probabilità gli stessi sistemi liberali e democratici, degni di coloro che hanno voluto la guerra per ragioni ideali, saranno posti in opera in altri luoghi. 
Noi — mentre mettiamo in guardia i lavoratori onde si accertino, prima di votare, che la scheda che votano è proprio quella del nostro Partito e non quella dei truffaldini della democrazia e del liberalismo costituzionale — dichiariamo in pari tempo di essere assai lieti di queste continue prove che i nostri nemici danno al proletariato, perché si valga anch'esso, quando possa e gli giovi, della illegalità.
I borghesi lavorano per noi. Ogni loro inganno si muta in un nostro trionfo. Ciò significa che noi siamo indubbiamente l'avvenire o che avremo un giorno anche noi il «diritto» di man-darli al diavolo, loro, la legalità e la libertà.
 
Al di là del tono - evocativo e imperdibile - con cui l'articolo era stato scritto, è evidente che il suggerimento di Roberto Gremmo aveva colpito nel segno. L'articolo era uscito due soli giorni prima delle elezioni politiche del 16 novembre 1919 - note per essere state le prime con il suffragio maschile realmente universale: prima erano elettori tutti gli ultratrentenni e, a determinate condizioni, gli uomini superiori ai ventuno anni - ed era uno spaccato della furberia e della malizia elettorale già diffusa cent'anni fa, ma per apprezzarlo in pieno occorre avere ben presente come si votava allora, anche materialmente.
La legge n. 1401/1919, entrata in vigore in agosto, aveva da poco stabilito che le elezioni politiche si dovessero tenere con un sistema proporzionale e scrutinio di lista: si votava dunque per una forza politica e si potevano indicare una o più preferenze (oppure anche un solo candidato di una lista diversa: era l'istituto del panachage, che la legge allora consentiva). Il fatto che il nuovo sistema - a differenza di quello precedentemente in vigore, basato sulla competizione a doppio turno tra singoli candidati in collegi uninominali - prevedesse un confronto tra gruppi di persone e, contemporaneamente, prevedesse la partecipazione di un gran numero di elettori potenzialmente analfabeti rendeva assolutamente necessaria l'identificazione delle liste attraverso un emblema riconoscibile anche da chi non era in grado di leggere e, men che meno, di scrivere le preferenze: per questo, dal 1919 era diventato obbligatorio depositare presso le prefetture, assieme alle liste, anche "un modello di contrassegno stampato, anche figurato". Un contrassegno che, peraltro, poteva non essere uguale in tutte le circoscrizioni: non esisteva un primo deposito centrale degli emblemi, ma ogni gruppo politico locale poteva agire autonomamente sul territorio, senza alcun obbligo di adottare un simbolo uguale a quello utilizzato dalla stessa forza politica altrove. E, per giunta, visto che già allora fidarsi era bene ma non fidarsi era meglio, si era previsto che ogni Commissione elettorale provinciale, dopo la presentazione delle liste, dovesse respingere (senza possibilità di presentare emblemi alternativi) i contrassegni "identici o troppo facilmente confondibili con contrassegni di altre liste precedentemente presentate".
Modello di scheda tratto dalla Gazzetta Ufficiale
Il simbolo, tuttavia, trovava posto su una scheda ben diversa rispetto a quella cui siamo abituati ora. A dispetto del radicale cambio di sistema e di formula elettorale, la legge n. 1401/1919 continuava a rimandare al regio decreto n. 821/1913, con cui si era approvato il Testo unico della legge elettorale politica, basata - lo si diceva - su un sistema maggioritario a doppio turno in collegi uninominali. Quel sistema, in particolare, prevedeva che ogni candidato facesse stampare le proprie schede e ne predisponesse il modello (che dal 1913 poteva contenere "un contrassegno anche figurato o colorato" da abbinare al nome dell'aspirante deputato): per il testo unico la scheda doveva essere "di carta consistente bianca, non ripiegata" e avere la forma di un quadrato di 12 centimetri di lato, ma con i vertici stondati, mentre il nome del candidato e l'eventuale grafica dovevano stare al centro.
Dalla Gazzetta Ufficiale
Le schede per votare i candidati potevano essere distribuite agli elettori nei giorni che precedevano il voto, ma anche dentro lo stesso seggio, direttamente dai rappresentanti dei singoli candidati. Nel tentativo di garantire la segretezza del voto - non essendo sufficienti le cabine, pure introdotte di fatto nel 1912 - si era previsto che il voto si esprimesse inserendo solo la scheda prescelta per il voto in una busta "ufficiale", consegnata all'elettore dal presidente di seggio: la busta, essendo la sua introduzione stata sostenuta con veemenza dall'allora relatore della riforma elettorale, Pietro Bertolini, fu spesso ricordata - e non sempre in senso ironico - con il nome del suo stesso proponente (come ricorda Maria Serena Piretti nel suo saggio imprescindibile del 1995 Le elezioni politiche in Italia dal 1848 a oggi (Laterza). 
Quella busta quadrata, peraltro, oltre ad avere una sorta di "tagliando anti frode", era conformata in modo tale che in fase di espressione del suffragio non consentisse di indovinarne il contenuto (l'esterno della busta era bianco, ma l'interno era colorato), mentre in sede di scrutinio era possibile conoscere il voto espresso senza bisogno di aprire il lembo incollato: nella parte anteriore, infatti, una perforazione permetteva di strappare parte della busta, consentendo dunque di vedere attraverso la "finestrella" il contenuto della parte centrale della scheda che vi era contenuta, senza nel contempo rendere possibile sostituire la scheda stessa.  
Non è difficile capire che il nuovo sistema elettorale non si prestava molto all'uso di questo metodo di espressione del voto: per una competizione tra liste sarebbe stata molto più funzionale una "scheda di stato", predisposta in anticipo dall'amministrazione pubblica e magari con i nomi delle candidature prestampate, oltre che i contrassegni per distinguere le liste. Ne era consapevole anche la commissione che aveva studiato la riforma elettorale e in un primo tempo aveva effettivamente optato per la scheda di stato; tuttavia proprio quell'organo era piuttosto affezionato all'idea di mantenere la "busta Bertolini" (la si chiama proprio così anche nei resoconti delle sedute), ritenendo che avesse dato buona prova di sé nelle elezioni precedenti. Partendo da quel presupposto, tanto la commissione quanto il presidente del consiglio, Francesco Saverio Nitti, si erano convinti che l'uso della busta richiedesse per forza l'impiego di una "scheda di partito", predisposta dai singoli gruppi di candidati: si era sviluppato un dibattito ampio sul punto alla Camera tra luglio e agosto del 1919 e alla fine tanto la busta di stato quanto la "scheda di partito" erano state confermate.
A quel punto, ci si era limitati ad adattare quel modello di scheda al nuovo tipo di scelta. Il cerchio ricavato al centro della scheda in precedenza avrebbe dovuto contenere solo il nome del candidato che aveva fatto stampare le schede e il relativo, eventuale emblema; in base alle nuove norme, quell'area centrale dovette a quel punto ospitare tanto il contrassegno del gruppo di candidati, quanto le righe per scrivere le preferenze esprimibili nel singolo collegio. In quelle condizioni, il simbolo appariva piuttosto piccolo (alto al massimo due centimetri, l'altezza prescritta per il segmento circolare che lo doveva contenere) e, in ogni caso, la preparazione e la stampa delle schede diventava un momento davvero delicato, da vari punti di vista. 
Si può ora apprezzare meglio il campionario di trovate truffaldine che i socialisti avevano denunciato sull'Avanti!: si trattava sempre di schede elettorali non conformi a quelle predisposte dal partito, anche se la contraffazione aveva preso forme diverse. A Venezia l'aggiunta di una riga per le preferenze avrebbe potuto portare gli elettori a indicare un candidato in più (la cui preferenza, in base alla legge, sarebbe stata come non apposta) o addirittura avrebbe potuto minare l'intero voto (sempre la legge diceva che non potevano esserci altri segni oltre a quelli previsti); a Genova invece si erano inventati le schede "discentrate", per cui anche l'apertura della finestrella nella busta non consentiva di leggere il voto. L'operazione più subdola - e che qui interessa di più - fu tuttavia quella lamentata a Cremona, con un vero e proprio esempio di simbolo contraffatto, peraltro con una certa perizia: chi aveva elaborato il disegno falso, infatti, non si era limitato a spostare "la falce a sinistra e il martello a destra" (che, detto così, sembrava anticipare dei partiti trotzkisti, con la loro falce e martello "a specchio", anche se in realtà gli "arnesi" erano stati solo ruotati e non ribaltati), ma li aveva inseriti in modo praticamente perfetto nella composizione grafica. Il sole che sorgeva coi raggi era lo stesso, la corona di spighe pure; un occhio non troppo allenato alle differenze, in effetti, avrebbe potuto cadere nell'inganno, visto che gli ingredienti fondamentali dell'emblema c'erano tutti, anche se disposti diversamente.
L'Avanti! non dice espressamente se effettivamente più di qualcuno incappò nell'inganno e inserì nella "busta Bertolini" la scheda sbagliata (che quindi non sarebbe stata conteggiata a favore del Partito Socialista "ufficiale"); in compenso, sfogliando l'edizione di martedì 18 novembre, il giornale diede enorme rilevanza in prima pagina alla "travolgente vittoria del Partito Socialista", che in effetti risultò la forza politica in assoluto più votata, con 1.834.792 schede a proprio favore, trasformatesi in 156 seggi, mentre il Partito popolare italiano - alla sua prima partecipazione elettorale - si era fermato a 100 e il Partito liberale democratico (che peraltro si era presentato con simboli diversi sul territorio) si era dovuto accontentare di 96 eletti. Non ci si stupisce, dunque, nel trovare in quella stessa prima pagina una vignetta impagabile di Giuseppe Scalarini - la cui didascalia è "Dall'urna è uscito trionfante il Partito Socialista!" - in cui il simbolo (quello giusto, anche se con una certa interpretazione grafica) era l'ingrediente principale del disegno dell'illustratore satirico mantovano (che collaborava all'Avanti! dal 1911). 
Nella quarta pagina - che era anche l'ultima - poi si trova un pugno di righe davvero interessante: il giornale, infatti, dà notizia di una "Strepitosa vittoria a Cremona", con i socialisti che erano riusciti a conquistare tre dei cinque seggi disponibili in quel collegio plurinominale. Con 32.151 voti, infatti, il Partito Socialista "ufficiale" elesse alla Camera Costantino Lazzari (quasi 9.400 preferenze personali), Ferdinando Cazzamalli e Giuseppe Garibotti; il Ppi, con i suoi 20.528 voti allo scudo crociato di Sturzo, vide eletto soltanto Guido Miglioli (che comunque aveva ottenuto oltre 10.600 preferenze). L'ultimo seggio andò al Blocco democratico - che aveva come emblema un aratro e riuniva, come scrive l'Avanti!, "tutte le sfumature dei partiti borghesi, dai riformisti agli ultra conservatori" - che non andò oltre i 15.839 voti; il candidato più votato contò su 3700 preferenze, ma queste bastarono per assicurare il rientro in Parlamento a Leonida Bissolati (che pure venne trattato come un traditore dei lavoratori dal giornale che lui stesso aveva fondato nel 1896). Restò fuori invece il leader dei radicali e già ministro Ettore Sacchi, anch'egli presente in quella lista; entrò alla Camera solo nel 1920, dopo la morte di Leonida Bissolati e grazie alle proprie 3.561 preferenze. Le schede contraffatte, insomma, avevano avuto pochi effetti: probabilmente l'allarme lanciato dall'Avanti! e diffuso dai militanti socialisti locali aveva colto nel segno.

Grazie di cuore a Roberto Gremmo per la segnalazione, che ha permesso questo tuffo nella storia. Una specie di regalo di Natale, per i lettori di questo sito. 

martedì 10 dicembre 2019

+Europa, con Bonaccini insieme a socialisti e repubblicani

Ha ufficializzato da un paio di giorni il suo desiderio di partecipare alle elezioni regionali che si terranno il 26 gennaio in Emilia Romagna, a fianco del presidente uscente Stefano Bonaccini, anche +Europa. Il partito guidato a livello nazionale da Benedetto Della Vedova è al suo debutto in questa competizione (ovviamente nel 2014 non esisteva), ma anche nella politica regionale emiliano-romagnola: nel corso della consiliatura, infatti, non si è mai costituito il gruppo di +Europa e non è risultato esistente nemmeno quando le elezioni sono state indette. Per questo, a norma della legge regionale che ha esentato dalla raccolta firme le liste emanazione dei gruppi consiliari, +Europa avrà bisogno di un numero adeguato di sottoscrittori nelle varie circoscrizioni in cui la regione è suddivisa.
In questi giorni, dunque, attivisti e candidati di +Europa saranno presenti nei vari comuni, in cerca di firme per la lista che ha deciso di presentare insieme al Partito socialista italiano (secondo la linea del segretario Enzo Maraio, intenzionato a dare visibilità al nuovo simbolo in ogni occasione in cui ciò è possibile) e al Partito repubblicano italiano, a una delle sue rare apparizioni elettorali, anche solo in compresenza con altre forze. Il contrassegno elettorale, divulgato appunto due giorni fa, dà fisicamente conto di questa corsa comune. 
Oltre al nome geometricamente multicolore di +Europa, è stata mantenuta la bandiera europea al vento (stavolta senza quella italiana vista nel simbolo pensato per le europee), ma in questo caso è stata spostata nella parte superiore dell'emblema; in posizione centrale ed evidente, anche se leggermente ridotta rispetto al nome del partito, c'è il riferimento al candidato alla presidenza. Nella parte inferiore del contrassegno, poi, in luogo della bandiera trovano posto le miniature dei simboli del Psi e del Pri: entrambe, peraltro, sono state in parte "alleggerite", per risultare comunque leggibili sulla scheda. 
Così, i socialisti guidati da Maraio mostrano il nuovo garofano, riadottato da poche settimane, e la sigla del partito, rinunciando al nome che sarebbe risultato troppo piccolo (anche a costo di avere il simbolo un po' sbilanciato nella sua composizione); niente nome nemmeno per il Partito repubblicano italiano, sempre per evitare inserimenti illeggibili e, magari, per rendere un po' più visibile la tradizionale foglia d'edera. La sua presenza non deve sorprendere: la Romagna, terra di Giuseppe Gaudenzi e Cino Macrelli, è tuttora una delle pochissime roccheforti dell'idea mazziniana e repubblicana. Quanto al Psi, è importante il recupero della visibilità - nel 2014 aveva concorso alla lista Emilia-Romagna civica, con la rosa del socialismo europeo e senza il nome - e si prosegue l'alleanza inizia con le europee, anche se non tutti a livello regionale hanno gradito l'idea di schierarsi a favore di Bonaccini, avendo guardato con maggior favore a una corsa fuori dalle coalizioni (una scelta coraggiosa, ma poco compatibile con la speranza che almeno in una circoscrizione si possa ottenere un eletto. A patto, ovviamente, che Bonaccini vinca). Discussioni a parte, ora le forze che sostengono la lista sono impegnate nella raccolta firme: ci sarà tempo fino a Natale per convincere emiliani e romagnoli a sottoscrivere la lista, per darle la possibilità di presentarsi agli elettori. Poi, presentate le liste, inizierà la campagna vera e propria verso il 26 gennaio.

domenica 3 aprile 2016

Risorgimento socialista, il filo rosso negli arnesi

Lo preciso subito, prima di rischiare qualunque tipo di confusione o fraintendimento: il simbolo di cui sto per parlare ben difficilmente finirà su qualche scheda elettorale (e, a ben guardare, non potrebbe proprio finirci "così com'è") e, ancora prima, non riguarda espressamente un partito, ma solo un movimento. Vale la pena occuparsene qui, tuttavia, per almeno due motivi: innanzitutto perché il logo di Risorgimento socialista cita espressamente un simbolo storico (quello del Psi degli anni '70). In secondo luogo, perché - a modo suo - anche questo movimento scende in campo nella campagna elettorale per il comune di Roma, dunque merita di non essere automaticamente trascurato.
In questi giorni, infatti, è comparsa in Rete una grafica che affianca l'emblema di Risorgimento socialista al sostegno a Stefano Fassina nella sua corsa a sindaco della Capitale (con gli slogan "Socialisti a sinistra" e "Solo Roma può aiutare Roma!"). Nel sito del movimento si legge un comunicato - a firma Alberto Benzoni, che è parte del coordinamento di Rs - che dall'inizio il gruppo ha deciso di sostenere un "candidato che si muovesse in un orizzonte di reale discontinuità" rispetto a chi aveva governato Roma negli ultimi dieci anni. Alla fine la scelta è caduta sull'ex parlamentare Pd, facendolo diventare "candidato della nuova sinistra di opposizione a Roma e nel Paese; ed è nostro dovere politico accompagnarlo, da socialisti di sinistra, lungo questo nuovo percorso".
Ma cos'è, quindi, Il Movimento per il Risorgimento socialista? Si tratta di un soggetto politico a tutti gli effetti, "fondato sulla cultura politica, i valori ideali e la esperienza storica del Socialismo Italiano", che intende "perseguire una trasformazione strutturale degli assetti economici e sociali che possa consentire di individuare un modello di sviluppo nel quale il parametro di riferimento della qualità della vita e quello dell’equilibrio sociale prevalgano su indicatori quantitativi come il PIL". Il tutto contro "il disegno di stabilizzazione conservatrice del Paese di cui questo governo Renzi rappresenta un vero e proprio soggetto costituente" e con l'idea, parlando "ai tanti apolidi della sinistra desiderosi di ricostruire un’identità comune sulla riscoperta [...] dell’attualità dei temi dell’uguaglianza, della giustizia, del recupero del ruolo dello stato e delle istituzioni, dell’internazionalismo e della pace, di una democrazia civica", di essere "un movimento per la ricostruzione del Socialismo Italiano, interessato a partecipare, a pieno titolo, alla nascita di una nuova Sinistra degna di questo nome", anche contribuendo alla nascita di un nuovo partito.
Nel coordinamento tra gli altri ci sono Franco Bartolomei (coordinatore politico), Giovanni Rebechi (coordinatore organizzativo), lo stesso Benzoni e, nel ruolo di coordinatore politiche democratiche e legalità e rapporti internazionali, il nome forse più noto: quello di Felice Besostri. Vista la presenza di uno dei più noti avvocati anti-Porcellum (e non solo), non stupisce che, nel direttivo nazionale di fine gennaio, si sia deciso di promuovere la raccolta di firme contro l’Italicum e l'approvanda riforma (o, come la chiama il comitato, "Deforma") costituzionale, nonché di combattere a favore del proporzionale nelle elezioni (partecipando attivamente ai ricorsi contro le leggi elettorali regionali). Sul piano politico la scelta è ancora più netta: la formazione parteciperà "alla discussione, che si è aperta nella Sinistra, per la costruzione di un nuovo soggetto politico che si opponga alle politiche neo-liberiste dell’attuale Governo, alla distruzione della Costituzione e del lavoro" (ma che combatta anche la "buona scuola" e si impegni per il ripristino "di tutti i diritti sociali, economici, politici e di partecipazione della gente alle scelte che riguardano tutto il popolo"); anche per questo, ha deciso di non partecipare ad alcuna delle primarie promosse dal Pd. 
Per sabato 28 maggio è prevista una nuova grande assemblea nazionale di Risorgimento Socialista a Roma. Nel frattempo, però, è stato dato mandato ai responsabili centrali di registrare lo statuto e di depositare il simbolo del movimento (come marchio, probabilmente). In primo piano, nel logo, c'è la sigla RS, ma la R è congegnata in modo tale da trasformare la gamba obliqua in un martello e la pancia in una lama di falce; sullo sfondo, si intravede nettamente in filigrana il simbolo black and white del Psi disegnato nel 1971 da Sergio Ruffolo (dopo il fallimento dell'unificazione con il Psdi), con il sole a raggi lunghi e il libro, senza però ripetere la falce e il martello (anche se il libro non è stato "restaurato" bene, nei punti in cui sono stati tolti gli "arnesi"). Nel segmento in basso in cui stava la sigla Psi, però, ora c'è l'anno di fondazione del Partito socialista in Italia (e su fondo rosso); il nome "Risorgimento socialista", in font Helvetica, sta fuori dal cerchio in nero e rosso.
Da quanto si capisce, la scelta dell'emblema non è stata una passeggiata: Antonello Longo, che ne gruppo si occupa di politiche per il Mezzogiorno, spiega così la genesi: "la commissione organizzazione e comunicazione non si è limitata ad elaborare, come da mandato, una proposta [sul logo, ndb] al proprio interno per portarla all’approvazione (o meno) del direttivo del 30 gennaio. Ha, invece, sottoposto il simbolo, come risultato da una serie di 'stati d’avanzamento' cui ha proceduto il compagno Vincenzo Lorè (vero campione, anche per la pazienza) con la partecipazione corale di moltissimi compagne/i, ad una consultazione aperta a tutti su fb. Ognuno di noi ha detto (o ha avuto la possibilità di dire) la propria opinione prima, durante e dopo la consultazione il cui esito è stato di approvazione, ad amplissima maggioranza, del 'nostro' simbolo".
Longo è consapevole di come "scegliere le parole 'Socialista' e 'Risorgimento' e adottare un simbolo che, in ogni sua componente [...] richiama (seppure con una linea grafica che può sottendere nuovi significati) tempi andati, vuol dire proiettare interamente nel passato la propria identità" e sa che questo "sul piano politico [...] è un grosso errore", mentre "sul piano storico, culturale, umano, forse anche morale, assieme all'orgoglio delle radici ed alla nobiltà di una tradizione, denota trasparenza ed onestà intellettuale, quindi è una scelta di grande coraggio", pur essendo ridotto il target di persone cui può giungere questo messaggio. Per lo stesso Longo, la presenza della falce e martello non esclude chi viene dalla socialdemocrazia, ma contribuisce a connotare un luogo in cui "anche con i comunisti (intellettualmente onesti) si può trovare una sintesi"; anzi, il comune richiamo alla falce e al martello possono essere il fil rouge, guardando anche al simbolo del Psli che in origine la falce e il martello li aveva (prima che nel Psdi sparissero). Forse il Movimento per il Risorgimento socialista non diventerà un vero partito, ma di passi "simbolici" ne ha già fatti diversi.