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domenica 11 novembre 2018

Liberi e Uguali, come liberare il simbolo e consegnarlo agli elettori?

A otto mesi dalle elezioni, per Liberi e Uguali sembra urgente una domanda molto leninista, di sinistra: che fare? Ancora più urgente, però, appare un altro quesito: come fare con il partito e, incidentalmente, con il simbolo? 
Già, perché fin dalle settimane successive al non esaltante risultato delle elezioni del 4 marzo la formazione elettorale guidata da Pietro Grasso e frutto del concorso di Sinistra italiana (già Sel), Possibile e Articolo 1 - Movimento democratico e progressista ha avviato un confronto al proprio interno, mostrando di non essere esattamente compatta sul progetto di trasformare l'alleanza elettorale in partito. L'idea, in realtà, interessa molto alla base, mentre crea qualche difficoltà ai vari gruppi dirigenti che hanno contribuito a fondare il nuovo soggetto, perché hanno idee diverse su come procedere, dove collocarsi (anche a livello europeo) e con chi dialogare (in particolare, su quali rapporti avere con il Pd).

Incidenti di percorso

Quel cammino era stato intrapreso con maggiore convinzione tra giugno e luglio, dopo la nuova batosta - per tutto il centrosinistra - alle amministrative. Il processo per costituire il nuovo partito, nel quale sarebbero dovute confluire le tre forze che avevano contribuito al sorgere di LeU, aveva previsto come prima tappa la formazione di un Comitato promotore nazionale, composto da 35 persone, le cui riflessioni sono state compendiate nel manifesto Un partito. Di sinistra (redatto dal Grasso). Nel frattempo, però, si sarebbe dovuto spingere il più possibile sulle adesioni individuali a LeU, impegnandosi a costruire comitati territoriali in tutta l'Italia e, a metà ottobre, votare sul manifesto in modo da capire quale sarebbe stato il "nucleo certo" del nuovo partito, che avrebbe dovuto iniziare il vero percorso congressuale subito dopo, a partire dal basso.
Qualcosa, però, non è andato per il verso giusto. Il 19 ottobre il Coordinamento nazionale di Articolo 1 aveva approvato un ordine del giorno in cui si dava "mandato al gruppo dirigente di verificare definitivamente le condizioni per una svolta e un rilancio democratico del progetto di LeU in vista delle elezioni europee, regionali ed amministrative", puntando a un soggetto politico "definitivamente liberat[o] dalle rendite di posizione, dagli accordi pattizi e dalle nomine dall'alto, per dare voce ai nostri iscritti e militanti" (e schierato in Europa con il Pse), ma giusto ieri Roberto Speranza ha lanciato per il 16 dicembre un'assemblea per costruire una forza "rosso-verde", "ecosocialista". Il 27 ottobre, invece, l'assemblea nazionale di Sinistra italiana ha approvato un documento in cui ha puntato il dito contro "la sostanziale inerzia del percorso" verso la trasformazione di LeU in partito ("un paralizzante gioco del cerino") e ha confermato la propria proposta definita venti giorni prima, un contenitore per le forze di sinistra, ambientaliste e civiche (da collocare a livello europeo nel gruppo Gue, ben distinto dal Pse) che dialoghi con progetti simili - come quello di Luigi De Magistris - e si ponga come alternativa credibile all'avanzata delle destre. Queste due posizioni, evidentemente contrarie alla prosecuzione di LeU così com'è stata, si sommano alla linea uscita dal congresso di Possibile di maggio: la nuova segretaria, Beatrice Brignone, si era già espressa con nettezza per l'uscita del suo partito dal percorso di costituzione di un soggetto politico unitario.
A fronte di queste posizioni delle tre forze politiche che avevano dato impulso al progetto di LeU, c'è però la posizione ben distinta di Grasso e di molti militanti che si sono spesi in campagna elettorale e nei mesi successivi: per loro, guardando alle elezioni europee, occorre "arrivare a quel momento forti di un’identità, un gruppo dirigente, un’organizzazione. In una sola parola: un partito". Il passaggio è contenuto in una lettera che il 4 novembre 2018 Pietro Grasso ha indirizzato ai comitati promotori territoriali di Liberi e Uguali: quel documento è arrivato il giorno seguente al documento formato dal coordinamento provvisorio degli stessi comitati promotori territoriali, nato il 20 ottobre e autoconvocatosi a Roma appunto il 3 novembre. In tre pagine si denunciava, tra l'altro, la difficoltà di dare "una casa nuova, plurale, unitaria, inclusiva, aperta, alle molte anime della sinistra", a causa di veti, conte e del mancato scioglimento dei tre partiti originari: "È legittimo non riconoscersi più nel percorso pensato per LeU - si legge - ma non è accettabile impedire che tale percorso si articoli e si sviluppi".

Il problema del simbolo

Se si passa alla "parte impegnativa" del documento degli autoconvocati, peraltro, emerge con potenza la consapevolezza che quello di Liberi e Uguali è anche un problema giuridico e simbolico. Dopo aver chiesto a Grasso, come rappresentante e garante dell'associazione Liberi e Uguali che ha partecipato alle elezioni, di avviare comunque il processo di costituzione del partito, gli autori del documento gli chiedono espressamente anche di "intervenire sui soggetti sottoscrittori, affinché, nell'arco di poche settimane, liberino il simbolo per restituirlo nelle mani dei suoi elettori".
Per capire perché il simbolo debba essere liberato, occorre tornare alla terza assemblea di LeU, del 26 maggio, la stessa in cui proprio l'ex presidente del Senato ufficializzò la sparizione del suo nome dal simbolo
Voi sapete che io ho accettato di inserire il mio nome nel simbolo perché a poche settimane dal voto si sperava di dare maggiore riconoscibilità a una lista nuova [...] ma abbiamo depositato sin da subito anche la versione senza il nomeperché il simbolo non è mio, né di chi era con me dal notaio quel giorno: questo simbolo è vostro e delle centinaia di militanti che hanno passato l'inverno impegnandosi in campagna elettorale, che hanno montato gazebo, distribuito volantini e che ci hanno scritto di andare avanti e non disperdere le energie raccolte. Questo simbolo è di quel milione di persone che lo hanno barrato in cabina elettorale, questo simbolo è di tutti noi. C'è la tentazione da parte di qualcuno di tenerlo in ostaggio: c'è in questa tentazione tutta la tattica che ha per ora tarpato le ali del nostro progetto. E allora rendiamolo davvero di tutte e di tutti: lo faccio io per primo, in modo pubblico davanti a voi, rinunciando al mio diritto di veto. Non sarò io, né ora né mai, a mettere un qualsiasi ostacolo al percorso costituente di Liberi e Uguali. [...] Questo percorso inizia oggi: sono certo che Nicola, Roberto e Beatrice faranno lo stesso, liberando il simbolo dalla stessa possibilità di veto che riconosce loro l'atto notarile.
Le parole di Grasso, pronunciate in quell'occasione, fanno capire che nell'atto costitutivo dell'associazione Liberi e Uguali, di poco successivo alla presentazione dell'iniziativa di lancio della lista elettorale (3 dicembre 2017), è scritto che la scelta dell'uso del simbolo è nelle mani dei quattro firmatari dell'atto stesso, vale a dire Pietro Grasso, Nicola Fratoianni, Roberto SperanzaPippo Civati, il primo come capo della forza politica, gli altri come rappresentanti rispettivamente di Sinistra italiana, Articolo 1 e Possibile (e non, come probabilmente era in un primo tempo, in nome proprio). Se Grasso ha parlato di veto, significa che - o almeno si suppone che sia così, non essendo pubblico il testo di quell'atto notarile - il simbolo è sì proprietà dell'associazione, ma è stato messo per iscritto che ogni singolo uso dell'emblema avrebbe dovuto ricevere l'assenso di tutti e quattro i fondatori dell'associazione (che il 2 marzo ha depositato la domanda di marchio per entrambe le versioni dell'emblema, con e senza la dicitura "con Pietro Grasso"). Questo nonostante l'unico documento finora accessibile, ossia la dichiarazione di trasparenza depositata da LeU al Ministero dell'interno contestualmente alla presentazione dei simboli, indichi Pietro Grasso come unico legale rappresentante e titolare del contrassegno.
In quella stessa assemblea, Speranza disse che il simbolo andava liberato subito ("io sono disponibile ad andare stasera stessa dal notaio a rinunciare a qualsiasi tipo di potestà"); Fratoianni era stato un po' più sfumato, dicendo che si doveva aprire "un percorso largo, democratico che consenta a tutti e a tutte di discutere, confrontarsi e decidere: nessuna passione per i veti, per riflessi proprietari o per l'idea che qualcuno o qualcuna possa sequestrare un percorso collettivo", senza citare la parola "simbolo". La preghiera di liberare il simbolo era stata condivisa da varie persone, da Cecilia Guerra a Francesco La Forgia, anche se non era mancata la riflessione amara di Stefano Fassina ("ma chi riusciamo ad appassionare, se noi alla prima Assemblea dopo il voto parliamo di come mettere i veti ai nomi e ai simboli?").
Da allora, però, nulla è cambiato e dal notaio i quattro titolari non ci sono mai andati (se non per delegare due persone le procedure di concessione dell'emblema per le elezioni amministrative, così da snellire le pratiche). Ecco perché gli autoconvocati hanno chiesto con forza la restituzione del simbolo agli elettori, chiedendo nel contempo a Grasso, qualora qualcuno dei fondatori non avesse rinunciato al "veto", di "registrare un nuovo simbolo che faccia esplicito riferimento a Liberi e Uguali, al fine di permettere a tutti noi di procedere ad avviare la fase costituente del nuovo soggetto politico senza ulteriori ritardi e ripensamenti dell’ultima ora". Su questo punto l'ex presidente del Senato non si è espresso direttamente; tuttavia, nel dire che si dovrebbe procedere a un incontro nazionale con i Comitati territoriali che faccia nascere un organo costituente, cui ciascuno dei "responsabili nazionali dia finalmente, con atto pubblico, la sovranità su nome e simbolo, impegnandosi nel contempo a prevedere lo scioglimento dei partiti di provenienza", fa capire che solo quell'organo deciderà cosa fare e non certo lui.

Come restituire il simbolo agli elettori?

A questo punto, dunque, non si tratterebbe più soltanto di "liberare", "dissequestrare" il simbolo, ma di restituirlo davvero agli elettori di Liberi e Uguali. L'idea, l'immagine è affascinante, ma sfugge dalle mani: rischia seriamente di sembrare, come ha scritto pochi giorni fa Cesare Maffi su ItaliaOggi, una formula "indecifrabile [...], tanto oscura quanto bizantina". Come fare allora?
In queste settimane c'è chi ha studiato a fondo la questione, per cercare di tradurre in concreto quella richiesta, quell'esigenza. Non è un caso che a farlo sia stato soprattutto Gabriele D'Amico, avvocato, dottorando in Diritti umani e diversità culturale che sul sito di Articolo 1 aveva posto il tema del simbolo in un articolo oltre un mese prima che ne parlasse Grasso in assemblea. "Credo che lo strumento giuridico migliore per attuare questa restituzione non sarebbe l'associazione, com'è stata LeU finora, ma una fondazione: precisamente, l'associazione Leu dovrebbe essere trasformata da coloro che l'hanno costituita in una fondazione di comunità, che permetta di tenere insieme una componente patrimoniale e una personale. Il simbolo sarebbe a tutti gli effetti parte del patrimonio della fondazione, assieme ai contributi di coloro che partecipano al processo costituente; allo stesso tempo si dovrebbe definire una serie di regole e strutture interne di gestione, così da assicurare che l'emblema, come parte del patrimonio, non sia 'snaturato' con il suo uso rispetto a determinati parametri da fissare, anche se a chiederlo fosse un'ampia maggioranza di aderenti. Una cosa simile, per esempio, sarebbe più difficile da fare con un'associazione, perché si finirebbe per comprimere troppo il metodo democratico e si rischierebbe un contenzioso; la fondazione, invece, consente l'adozione di strumenti più 'aristocratici', per dirla alla Olivetti". 
La componente personale, peraltro, non sarebbe aperta a chiunque, sempre per evitare rischi di snaturamento: "dovrebbe trattarsi - continua D'Amico - di persone che si dichiarino militanti, sostenitori o almeno elettori di Liberi e Uguali. Se ora i componenti dell'associazione sono solo i quattro fondatori, ci si dovrebbe aprire sicuramente almeno a coloro che hanno accettato di candidarsi con il simbolo di LeU, ma per esempio anche a quelli che, pur non essendo stati candidati, si erano messi a disposizione e si sono spesi sui territori; si potrebbe poi discutere se affidare un ruolo, in questa fase, alle forze politiche che hanno contribuito o dovessero contribuire alla reale costituzione di LeU come partito, possibilmente come incentivo a sciogliersi e a confluire nella nuova realtà. Questi, naturalmente, sono però discorsi politici, che dovrebbero essere affrontati concretamente dai soggetti coinvolti".
La soluzione proposta da D'Amico appare affascinante, anche se sembra un po' farraginosa (o forse, inevitabilmente, "complessa per un problema complesso") e, probabilmente, non semplice da spiegare a militanti e sostenitori. Essa, poi, pone alcune questioni non secondarie: se i partiti, in base alle norme oggi vigenti, sono espressamente definiti "associazioni" e comunque le norme elettorali precisano che alla base delle candidature ci sono partiti o "gruppi politici organizzati", non è scontato che una fondazione, anche di comunità, possa presentare candidati alle elezioni (e di certo finora non è mai accaduto). D'Amico ne è consapevole, ma nota che la giurisprudenza ha assimilato sempre di più le fondazioni di comunità ad altre forme associative, quindi non è detto che l'accesso alle candidature sia precluso (anche se quelle elettorali sono norme speciali, che poco si prestano ad assimilazioni con altre). "In più - continua - è noto il format in base al quale accanto alla fondazione, cui è conferito il patrimonio, nasce un'associazione degli 'amici' di quella fondazione: i due soggetti sono giuridicamente distinti, ma i loro statuti codificano reciproche influenze, per cui la fondazione nomina parte della dirigenza dell'associazione e alcune figure dell'associazione sono di diritto membri del consiglio d'amministrazione della fondazione. In questo modo, sarebbe comunque l'associazione a presentare liste e candidature, contrassegnandole con il simbolo messo a disposizione dalla fondazione ed entro i limiti da questa stabiliti". L'associazione, in particolare, dovrebbe essere costituita dall'organo costituente di cui parlava Grasso.

Una questione delicata

La vicenda del simbolo, come si è visto, non è proprio semplice, ma affrontarla è importante, a prescindere dall'effettivo valore dell'emblema in questione: "Oggi se ne parla a proposito di LeU - conclude D'Amico - ma in seguito può toccare a un altro partito, il problema permane. Sul piano filosofico equivale a interrogarsi su cosa sia la democrazia, se sia giusto affidarsi a criteri quantitativi, per cui tutti valgono allo stesso modo e in fondo i loghi valgono relativamente, oppure se si debbano introdurre parametri qualitativi che però oggi sono visti con grande sospetto e sfavore perché appaiono classisti e spocchiosi. Con riguardo al simbolo di cui si parla ora, mi sento di affermare con certezza scientifica che l'emblema di LeU nasce vivo, con un enorme valore programmatico e di politica internazionale: 'liberi e uguali in dignità e - io direi - doveri anziché diritti' è il cuore dinamico della Dichiarazione universale dei diritti umani del 1948 e l'unico vero antidoto ideale alla componente più subdola e pericolosa del populismo, il cultural-sovranismo; anche per questo, credo si ponga una questione supplementare di garanzia di utilizzo di un simbolo in modo coerente con la sua genesi".
Non è ancora chiaro quale soluzione verrà trovata e cosa effettivamente saranno disposti a fare i leader dei tre partiti fondatori, in tema di "liberazione" del simbolo: avendo formato l'atto costitutivo in nome e per conto delle loro formazioni, dovranno comunque ricevere formalmente mandato dagli organi di queste a rinunciare al "veto" o, se il progetto di LeU non interessasse più, a recedere dall'associazione; tra l'altro, il cambio alla guida di Possibile da Pippo Civati a Beatrice Brignone dovrebbe far passare a lei il ruolo di contraente del patto associativo alla base di Liberi e Uguali (ma siamo pur sempre nel paese della litigiosità politico-giuridica assoluta: e se, nello scenario fantapolitico più spinto, rispuntasse Pippo Civati per rivendicare il proprio diritto di veto in qualità di fondatore?).
La vicenda, in ogni caso, dovrebbe essere risolta quanto prima, così come si sarebbero dovute discutere meglio e a tempo debito determinate opzioni politiche, senza arrivare alla conta in sede congressuale. Un altro passaggio della lettera di Grasso è molto rilevante, anche dal punto di vista simbolico:
Una delle questioni dirimenti riguarda la collocazione europea e la conseguente scelta per le prossime elezioni. A questo proposito rilevo che le posizioni in campo sono varie e confliggenti soprattutto su due scelte: adesione al Pse o alla Gue; lista singola o perno della costruzione di un lista di sinistra composita. Se, in assenza della prima fase, si confrontassero in un congresso tali opzioni, chiaramente alternative e inconciliabili, registreremmo, un minuto dopo l’esito finale, l’ennesima scissione. Temo che sia inutile e strumentale ipotizzare una conta che, alle condizioni date, non sarebbe un congresso, ma una sorta di asta per il simbolo. Sarebbe, onestamente, un finale poco dignitoso e ancor meno utile. 
Anche per evitare l'asta, probabilmente, si chiede di consegnare il simbolo agli elettori. Loro, si spera, sapranno valorizzarlo meglio.

domenica 10 dicembre 2017

Liberi e Uguali, foglioline (al femminile?) su fondo amaranto

Raramente la presentazione di un singolo contrassegno elettorale ha avuto l'onore della ribalta televisiva in una delle fasce orarie di maggior ascolto (quella delle 21 o giù di lì), per giunta su uno dei canali più seguiti, com'è Rai1. Questa possibilità l'ha avuta e l'ha sfruttata Pietro Grasso, presidente del Senato uscente ma soprattutto leader della nascente lista per la quale da alcuni giorni era diventato definitivo il nome Liberi e Uguali: proprio questa sera, l'ex magistrato ha mostrato il simbolo al pubblico di Che tempo che fa, di cui era ospite, dando così maggior concretezza elettorale al progetto che da alcune settimane impegna soprattutto Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 - Mdp (e probabilmente, dopo la ritirata di Giuliano Pisapia, anche qualche soggetto proveniente dall'esperimento non compiuto di Campo progressista).
Le telecamere hanno ripreso dunque uno dei primi simboli la cui presenza sulla scheda elettorale sembra quasi certa. Il "quasi" è dovuto essenzialmente a eventuali ritocchi dell'ultimo minuto, ma non solo: resterebbe il problema non piccolo dell'esenzione dalla raccolta firme. Posto che non si è di fronte a un partito costituito in gruppo in entrambe le Camere, l'esenzione speciale prevista dalla legge elettorale - valida dunque solo per le elezioni in arrivo - si applica ai "partiti o ai gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare in almeno una delle due Camere al 15 aprile 2017" e certamente non esisteva al 15 aprile 2017 un gruppo parlamentare con il nome "Liberi e Uguali". E' vero che Articolo 1 e Sinistra italiana il gruppo parlamentare ce l'hanno ed è stato costituito prima di quella data, ma il loro nome è diverso e, con questo simbolo, non si potrebbe certo sostenere che la lista presentata è di Mdp o Si (il tenore letterale della disposizione non sembra concedere, come avviene in certe leggi elettorali regionali, al gruppo di esentare una lista in qualunque modo collegata). Unico modo per essere certi di non dover raccogliere le firme, insomma, sarebbe inserire da qualche parte una "pulce" di Articolo 1 o Sinistra italiana o, comunque, qualcosa che ne richiami in modo esplicito la grafica.
Certamente non vale come richiamo grafico a Si la scelta grafica e cromatica, dal momento che i due emblemi più o meno deliberatamente si somigliano: in entrambi, infatti, gli elementi testuali e grafici sono bianchi su fondo rosso (anche se Grasso, ospite da Fazio, ha tenuto a precisare che il suo colore esatto è "amaranto": in bocca al lupo ai grafici e agli stampatori delle schede...), stessa cosa che era avvenuta nel 2014 con la lista L'Altra Europa con Tsipras: a ben pensarci, anzi, probabilmente l'antecedente grafico più vicino a Liberi e Uguali è proprio la formazione costituita in vista delle ultime elezioni europee. Anche allora, tra l'altro, si scelse - non senza travagli - di citare l'idea della sinistra con il colore, ma di non inserire la parola "sinistra" nel contrassegno (ed è questo il motivo che esclude completamente la possibilità che all'emblema sia aggiunta la "pulce" di Si): si è dunque di fronte a un profilo di somiglianza ulteriore, che si unisce all'indicazione espressa del leader del progetto politico.
Al di là della tonalità di rosso utilizzata, l'emblema di oggi si distingue da quello del 2014 anche per l'uso di caratteri minuscoli (allora non impiegati), di due differenti font bastoni (lo dimostrano le fattezze delle due G) e, soprattutto, per l'esistenza di un pur minimo vezzo grafico. Il riferimento è alle tre "foglioline" bianche, appoggiate alla "i" di "Liberi", che richiamano la E del nome senza utilizzarla direttamente: queste, a detta di Grasso, "rappresentano il nostro legame con l’ambiente ma anche l’importanza che diamo alle pari opportunità, essendo un simbolo femminile". Se certamente quell'espediente grafico consente di "muovere" almeno un po' l'impianto del simbolo, altrimenti piuttosto statico (unico altro elemento movimentante è la sottolineatura discreta sotto la parola "Uguali"), nelle intenzioni di chi ha chiesto e creato il simbolo dovrebbe anche sopire le polemiche dei giorni scorsi sulla scarsa presenza e rappresentazione femminile della nascente lista.
Sul punto si erano espresse voci storiche come Norma Rangeri, studiose autorevoli come Nadia Urbinati e varie esponenti femministe, ma si era fatto notare anche uno scritto di Nicola Fratoianni, il quale sul manifesto aveva invitato a "leggere e pronunciare [il nome], fin da subito, come 'Libere e Liberi e Uguali'" e a trasformare "quella 'e' da semplice congiunzione in piena soggettivazione". La sua voce, a quanto pare, è stata ascoltata: la "E" non emerge più come lettera/parola autonoma, le foglioline appoggiate alla "i" di "Liberi" la trasformano in "E" (facendo accettare la stranezza di una lettera minuscola che si comporta da maiuscola) e la forma foliare dà alla lettera più leggerezza.
L'espediente grafico, oggettivamente, è gradevole, ma se lo si vede con gli occhi della polemica dei giorni scorsi rischia di somigliare - soprattutto per chi ritiene che l'adesione alla causa femminile sia almeno in parte superficiale e di facciata - più a una strizzata d'occhio o a un cerotto un po' improvvisato sulle critiche, che a un vero gesto significativo. In più, in questo modo sul simbolo il nome che emerge è "Liberi Uguali", che somiglia un po' di più al già esistente "LibertàEguale" di quanto non accadesse con la versione che aveva la "e" ben visibile: chi vorrà attaccare briga in tribunale non mancherà di farlo notare, chi riterrà la questione ridicola o inesistente rimarcherà le differenze nominali (e soprattutto grafiche) che permangono. Per un motivo o per l'altro, insomma, il simbolo di Liberi e Uguali potrebbe far ancora discutere.

mercoledì 29 novembre 2017

Liberi e Uguali a sinistra? Ma LibertàEguale c'è già...

In Italia, come appassionati e archeologi di musica leggera sanno bene, periodicamente spuntano accuse di plagio e copiatura varia. In quei casi, la linea difensiva del presunto copiatore contiene quasi sempre un certo ragionamento: le note sono sette, 12 a voler considerare anche le alterazioni, dunque gli accordi armonici e orecchiabili, così come le linee melodiche gradevoli sono limitati, quindi non c'è dolo se due brani si somigliano, magari senza che il secondo autore abbia mai conosciuto il brano che si presume vittima di plagio. Qualcosa di vero nel ragionamento c'è, ma non per questo le condanne per plagio non sono state emesse.
Qualcosa di simile sembra accadere anche con riguardo ai simboli politici, ma anche semplicemente per i nomi di partiti e movimenti. L'ultimo episodio, fresco fresco, riguarderebbe una creatura politica non ancora nata, anzi nascitura, questione di giorni. Il nuovo soggetto politico nascente a sinistra, che dovrebbe raccogliere Possibile, Sinistra italiana, Articolo 1 e magari anche alte cariche istituzionali (a partire da Pietro Grasso e Laura Boldrini), potrebbe chiamarsi Liberi e Uguali. Niente simbolo grafico, per quanto se ne sa, anche se la presentazione ufficiale del logo potrebbe esservi sabato: si è parlato del nome su fondo rosso. Gli appassionati di grafica politica non sono contenti, ma per qualcuno è proprio il nome a essere inopportuno. Perché da 18 anni esiste già la LibertàEguale. Con tutte le maiuscole. Si tratta di una associazione attiva in ambito politico, nata nel 1999 da "riformisti provenienti dalle più diverse esperienze nell’ambito del centrosinistra italiano", come si legge nel sito, per "fare dell’Italia una nazione con maggiore Libertà e maggiore Eguaglianza".
Nell'organo di presidenza sono rappresentate varie culture politiche, a partire da quelle confluite nei dem. Ci sono ex parlamentari (tra gli altri Franca d'Alessandro Prisco, Claudio Petruccioli, Luigi Covatta), altri in carica (come Pietro Ichino, Alessandro Maran, Lia Quartapelle); ci sono filosofi, giuristi ed economisti come Michele Salvati. A presiedere l'associazione è l'attuale viceministro all'economia Enrico Morando, mentre vicepresidente vicario è Stefano Ceccanti. Ed è proprio il docente di Diritto costituzionale comparato ed ex senatore Pd che, dalle pagine del suo blog personale, rivendica la primogenitura, prima ancora che del nome, dell'idea che gli sta dietro: "Vorrei gentilmente avvisare, se fosse vero, che l’associazione Libertà Eguale compie 18 anni domani, si riunisce sabato, in contemporanea a loro (tanti auguri, comunque) a Orvieto e, tra le tante differenze, non aspetterebbe mai le scelte di un magistrato per guidarla". L'avviso è ancora relativamente amichevole, ma poco disposto ad acquiescenze: "Ovviamente - continua Ceccanti - se si tentasse di impadronirsi del nome ci sarebbero consequence".
Di grane giuridiche e giudiziarie legate all'uso di un nome che sembrava troppo simile a qualcosa di già esistente se ne sono viste altre, anche in tempi relativamente recenti. Uno dei casi che avevano fatto maggiormente discutere risale al 2008, quando un gruppo di politici di area cattolica, guidato dall'ex segretario Cisl Savino Pezzotta, nonché dagli ex Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, aveva avuto in mente di costruire la Rosa Bianca, mettendo proprio quel fiore nel simbolo su fondo blu. Il riferimento, forse, era a metà tra il Bianco fiore della Dc degli esordi e la weisse rose cristiana e antinazista, ma i promotori avevano dimenticato un piccolo particolare: in Italia la Rosa Bianca esisteva già da almeno 30 anni, essendo un'altra associazione "per l'educazione alla politica e alla democrazia" nata sempre in ambito cattolico e tra i suoi fondatori annoverava Paolo Giuntella, per anni cronista al Popolo e a lungo quirinalista al Tg1. La sua associazione si rivolse al Tribunale di Roma per far valere il preuso del nome e, già che c'era, anche del sito internet, lamentando un elevato rischio di confondibilità, soprattutto a causa del comune impegno in ambito politico e per il bagaglio ideologico affine. I giudici accolsero quella domanda e il gruppo di Pezzotta dovette rapidamente modificare il proprio nome in Rosa per l'Italia.
In ambito cattolico, in effetti, le polemiche sui nomi non sono mancate. Si pensi, ad esempio, a quando Gianni Alemanno volle fondare il movimento Prima l'italia, dimenticandosi che quell'espressione era già stata utilizzata in ambito politico negli ultimi tesseramenti e nelle ultime campagne della Democrazia cristiana, prima che scegliesse di ribattezzarsi (facendolo male) Partito Popolare italiano. Per non parlare, tra l'altro, di tutte le volte in cui qualcuno ha cercato di chiamare la propria iniziativa Italia Popolare o semplicemente Popolari: tutti quanti, si chiamassero Alemanno, Berlusconi, Mauro, Alfano o in altra maniera, si sono puntualmente trovati una diffida da parte dell'associazione Italia popolare, legata all'ex parlamentare Ppi Alberto Monticone e attualmente portata avanti da Giancarlo Chiapello.
Certo, in quei casi il nome era proprio identico ed era più facile sostenere il preuso, mentre qui da una parte ci potrebbero essere i Liberi e Uguali, dall'altra c'è già da tempo la Libertà Eguale. Tutto risolto allora? Beh, non proprio. Si tratta pur sempre della combinazione degli stessi concetti, pur se espressi con parole appena un po' diverse,  all'interno dello stesso ambito politico, per cui la confondibilità non può essere affatto esclusa. Ne sa qualcosa Il Senatore Carlo Giovanardi, a suo tempo fondatore del partito Popolari Liberali, con il quale entro nel Pdl berlusconiano. Poco tempo dopo, infatti, si vede recapitare una diffida dall'Associazione Liberal popolari, già esistente, che gli intimava di abbandonare l'uso del nome. Le due denominazioni, per quanto simili, oggettivamente non erano identiche, eppure il tribunale di Roma in un'ordinanza diede torto a Giovanardi (che da allora infatti ha utilizzato molto meno il simbolo inizialmente creato), proprio perché i giudici avevano dato rilievo alla combinazione dei concetti, oggettivamente più proteggibile rispetto ai concetti singoli. 
La scena proposta oggi, tra l'altro, dovrebbe essere un déjà vu per chi pochi mesi fa ha fondato Articolo 1, visto che il nome inizialmente scelto, Movimento Democratico Progressista, è stato messo in secondo piano dopo il pronto avviso di un gruppo di democratici vicini a Renzi che in Calabria alle regionali aveva presentato la lista Democratici progressisti. 
Per evitare l'ennesima diffida con strascico legale, in un tempo pericolosamente vicino allo scioglimento delle Camere e che richiede la piena disponibilità del nome e del simbolo che si usa, forse per il nascente rassemblement di sinistra è meglio correre ai ripari e sforzare un po' di più la fantasia; in fondo, forse, le combinazioni interessanti in politica non sono ancora terminate.