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martedì 15 aprile 2025

Psi, alle elezioni il garofano raddoppia e guarda Avanti

Nei giorni scorsi il Partito socialista italiano ha presentato, soprattutto attraverso i social network, il contrassegno elettorale elaborato guardando alle prossime elezioni regionali e amministrative. Il fregio, la cui elaborazione è stata affidata a una società esterna, ha come ingredienti fondamentali - su fondo bianco - lo scorcio della corolla di un garofano (bianca con il contorno rosso, i petali in vista e un accenno di calice) nella parte destra e, subito sotto, la parola "Avanti", scritta in maiuscolo rosso, con un carattere bastoni corsivo. Il simbolo del partito adottato nel 2019, con la raffigurazione di un garofano abbinata alla sigla Psi (in grande evidenza) e al nome (molto più piccolo) c'è comunque, ma è inserito in un segmento circolare rosso, collocato nella parte inferiore del cerchio, racchiuso da una circonferenza rossa.
A spiegare questa scelta "simbolica" in vista delle prossime elezioni a Isimbolidelladiscordia.it è direttamente il segretario del Psi Enzo Maraio, fresco di conferma al congresso straordinario svoltosi a Napoli dal 21 al 23 marzo. "Il percorso che ci ha portato ad adottare questo emblema per le elezioni, in effetti, nasce da lontano, in particolare da un consiglio nazionale che tenemmo a Napoli il 13 luglio 2024: in quell'occasione, e anche in seguito nel mese di ottobre, si era proposto di adottare un simbolo elettorale del Psi che facilitasse la presentazione del garofano rosso in tutte le elezioni amministrative e regionali, sulla scorta di ciò che avviene anche in altri paesi europei. La segreteria, dunque, si sarebbe dovuta occupare di valutare quest'opportunità, che ci consentisse di rivolgerci a un elettorato più ampio, progressista, riformista e liberaldemocratico, potenzialmente anche a quello di area cattolico-progressista. Il tema era richiamato dalla mozione alla base della mia ricandidatura come segretario al congresso straordinario che si è tenuto poche settimane fa e in quella sede si è decisa l'adozione del contrassegno".
Le ragioni alla base della scelta degli elementi fondamentali del contrassegno sono piuttosto intuibili, ma meritano una spiegazione. Il garofano ha caratterizzato una parte rilevante del percorso dei socialisti in Italia: prima ha caratterizzato l'epoca craxiana dalla fine degli anni '70 ai primi anni '90 (prima nell'immagine creata da Ettore Vitale, poi in quella elaborata da Filippo Panseca); in seguito è stato adottato soprattutto dai socialisti liberali che avevano ritenuto di non poter condividere il loro cammino con i partiti di centrosinistra che avevano sentito come "carnefici" dello storico Psi, almeno fino alla scelta del partito guidato da Maraio di recuperare il fiore per perseguire anche in quel modo la strada dell'unità socialista, richiamando varie esperienze nella stessa casa politica. Il colore rosso è comunque richiamato dal contorno del garofano, ma questo stratagemma grafico consente di lasciare bianchi i petali del fiore, il che potrebbe consentire anche a componenti più moderate (incluse quelle di matrice cattolica) di sentirsi rappresentare da eventuali liste comuni. Una scelta simile sembra ritrovarsi nella scelta di adottare come nome della lista la parola "Avanti": il riferimento allo storico giornale socialista, che ha caratterizzato quasi tutto il cammino del "vecchio" Psi (e che, dopo alterne e discusse vicende, una quindicina di anni fa è stata recuperata dal nuovo partito), è perfettamente leggibile, anche grazie al colore rosso e allo stile Italico; si è però evitato di impiegare lo stesso carattere della testata (in particolare la "A" molto fiorita) e non si è riprodotto il punto esclamativo finale, in modo che altre sensibilità potessero riconoscersi nel concetto di "Avanti". Proprio in questa direzione andava il testo diffuso da Maraio nei giorni scorsi: "Avanti perché il PSi è avanti. Avanti nella storia, avanti sulle libertà, sui diritti. E avanti perché è la scelta riformista che farà tornare a vincere il centrosinistra, perché il Psi è dialogo con i liberali ed i cattolici, perché è la sinistra dei fatti e delle idee e non dei veti".
La diffusione del nuovo emblema elettorale ha fatto registrare apprezzamenti, ma anche qualche dubbio, specie da parte di chi temeva che inserire il simbolo ufficiale in miniatura all'interno di un altro simbolo potesse creare tra gli elettori problemi di riconoscibilità del partito. Per Maraio, però, non è affatto in discussione l'identità del partito, anche e soprattutto in sede elettorale. "Nella mia segreteria ho insistito con convinzione per una scelta identitaria: dopo la mia elezione al congresso di marzo del 2019, fin dalla festa nazionale di Fano celebrata a settembre dello stesso anno abbiamo scelto di riadottare il garofano e un paio di mesi dopo quel fiore è diventato ingrediente fondamentale del nostro simbolo. Un simbolo che abbiamo cercato di schierare in tutte le occasioni in cui questo è stato possibile, con liste presentate solo da noi o con altre forze politiche: penso a tante competizioni amministrative e regionali, incluse tutte quelle dello scorso anno al di fuori della Liguria, fino alla partecipazione alle elezioni europee del 2024 all'interno della lista Stati Uniti d'Europa, che di fatto ha riportato il garofano sulle schede per l'Europarlamento dopo vent'anni, per cui rivendico la scelta dell'identità". In effetti l'ultimo garofano alle europee si era visto con la lista Socialisti uniti per l'Europa (guidata dal Nuovo Psi), che corse nel 2004; il "vecchio" Psi alle europee aveva concorso per l'ultima volta nel 1994, mentre lo Sdi aveva partecipato visibilmente per l'ultima volta nel 2009 - con la sua rosa con le stelle d'Europa, un tempo adottata dal Pse - all'interno della lista Sinistra e libertà (in seguito i socialisti del Psi hanno fatto parte delle liste del Pd nel 2014 e nel 2019).
Fissata la questione identitaria, resta da spiegare meglio che uso si potrà fare di quel contrassegno. "Tengo a precisare subito due punti - chiarisce ancora Maraio -. Innanzitutto, il simbolo del Psi non cambia: resta quello con il garofano e la sigla Psi che abbiamo adottato nel 2019. In secondo luogo, l'uso del simbolo elettorale appena adottato non sarà affatto obbligatorio: continueremo a schierare alle elezioni sul territorio il simbolo ufficiale ogni volta che questo sarà possibile. Abbiamo però ritenuto opportuno mettere a disposizione delle articolazioni locali del partito questo contrassegno, qualora la situazione locale lo consigli". 
La scelta è stata fatta avendo in mente alcune circostanze precise, illustrate dal segretario del Psi. "Possono esserci realtà nelle quali, per esempio, il partito da solo non sarebbe in grado di presentare una propria lista ma vuole essere comunque presente e visibile, unendosi ad altre forze civiche e politiche. Non dobbiamo dimenticare, poi, che in Italia c'è un quadro assolutamente variegato e complesso di norme elettorali, anche solo con riguardo alle soglie di sbarramento per accedere alla ripartizione dei seggi: in quei casi le forze progressiste, riformiste e moderate possono avere molto interesse a unirsi sotto un simbolo comune in cui identificarsi ed è importante che quel simbolo lo metta a disposizione proprio il Psi, come partito che da sempre si pone come ponte nell'area del centrosinistra che ha a cuore i diritti, le libertà, il progresso". 
Del resto, il modello di contrassegno sembra prestarsi a essere adattato ai contesti politici e territoriali, in modo da mantenere una matrice grafica unitaria su tutto il territorio nazionale, declinandola però secondo le varie necessità. Da una parte, sotto la parola "Avanti" c'è spazio per inserire il riferimento al luogo in cui la lista è presentata: è pronta ed è già stata diffusa, infatti, la variante dell'emblema elettorale da schierare in occasione delle prossime elezioni regionali in Campania. Dall'altra parte, a ben guardare, il segmento rosso in cui è inserita la miniatura del simbolo socialista potrebbe essere leggermente ampliata in modo da contenere anche le "pulci" di altri emblemi partitici, qualora si ritenesse opportuno dare a questi pari visibilità. In ogni caso, si è di fronte a un tentativo interessante di creare una strategia grafico-elettorale alternativa all'immagine ufficiale, ma comunque unitaria e potenzialmente riconoscibile. Nella speranza che possa essere premiata nelle urne.

martedì 13 febbraio 2024

Ugo Intini, una storia di garofani (e non solo)

Sembra facile, a prima vista, ricostruire il percorso politico di Ugo Intini, scomparso ieri a 82 anni: è sufficiente, infatti, accostare al suo nome l'aggettivo "socialista", con la certezza di non commettere alcun errore, vista la militanza pluridecennale e le tante parole scritte - in forma di libro, di prefazione, di articoli - nel corso degli anni. Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica, tuttavia, non può accontentarsi di una semplice etichetta, per quanto nobile: la storia politico-partitica di Intini, infatti, risulta caratterizzata da vari simboli, alcuni dei quali promossi proprio dallo storico esponente socialista. Già solo per questa ragione, dunque, il percorso di Intini merita di essere ospitato su queste pagine; per chi scrive ce n'è almeno un'altra, ma la si farà emergere più avanti, a tempo debito, dopo aver fatto partire il racconto politico-simbolico dal suo vero inizio.
Quanto la firma di Ugo Intini fece le sue prime comparse sull'Avanti! (quotidiano che avrebbe diretto dal 1981 al 1987 - essendone direttore responsabile già dal 1978, sotto la direzione politica del segretario Bettino Craxi - e alla cui storia avrebbe dedicato un libro consistente nel 2012), il Partito socialista italiano si distingueva ancora - senza che questo fosse vissuto come problematico da gran parte degli iscritti e militanti - con la falce e il martello, abbinati al sole nascente e al libro: quegli elementi erano presenti e ben visibili sia nella versione degli anni '50 e '60 - adottata fino all'inizio del breve percorso comune con il Psdi, che portò prima ad accostare e poi, per qualche manciata di mesi, a fondere i due simboli - sia in quella in uso tra il 1970 e il 1979, frutto dell'elaborazione grafico-concettuale di Sergio Ruffolo. 
Certamente quell'emblema in due sembianze, con gli "arnesi" in primo piano, può essere ricondotto alla storia di Intini (è stato, come si poteva intuire, il simbolo anche del suo primo periodo da direttore responsabile dell'Avanti!), ma senza alcun dubbio non è quello che viene più facile ricollegare a lui, tra quelli che hanno caratterizzato il socialismo nella storia della Repubblica italiana. Le prime tre legislature da deputato di Ugo Intini (1983-1994), infatti, sono state tutte distinte dal simbolo voluto per il Psi dal segretario Bettino Craxi, cioè il garofano. 
Anzi, i garofani: nel 1983, infatti, la candidatura da capolista nella circoscrizione Genova-Imperia-La Spezia-Savona (rappresentativa, dunque, dell'intera Liguria, che elesse Ugo Intini con 28808 preferenze, quasi il doppio del secondo candidato più votato, Mauro Sanguineti) avvenne con il contrassegno presentato nel 1979, concepito ed elaborato da Ettore Vitale, con il fiore al centro e le miniature di falce, martello, libro e sole nella parte inferiore. Quelle immagini, tuttavia, erano comunque più visibili rispetto alla versione che aveva caratterizzato il 41° congresso dell'anno precedente: un tentativo di mitigare una trasformazione dell'immagine del partito che era stata innestata dal segretario, ma non aveva incontrato il pieno favore della base del partito. 
Alla candidatura successiva, nella stessa circoscrizione, il garofano era cambiato: nel frattempo, infatti, Craxi aveva scelto di adottare la nuova versione del garofano, realizzata (già tra la fine del 1983 e l'inizio del 1984) da Filippo Panseca, senza più alcuna traccia di falce e martello nel simbolo. Probabilmente è questo l'emblema che più si ricorda nella carriera politica di Intini (nel frattempo passato dalla direzione dell'Avanti! al ruolo di portavoce e responsabile propaganta del Psi), proprio come in quella di Craxi: in fondo il leader socialista, dopo che Vitale aveva dato per primo corpo alla sua idea del garofano, aveva sentito il bisogno di ripensarlo graficamente - grazie a Panseca - rendendolo protagonista assoluto della propaganda e della comunicazione del partito. 
Lo stesso fiore tornò sulla scheda elettorale del 1992, quando Intini fu confermato sempre in Liguria con 30758 preferenze; era in compenso cambiata la scritta, visto che Craxi già nel 1990 aveva scelto di sostituire la dicitura "Partito socialista" con "Unità socialista", come a dire che - dopo la caduta del muro di Berlino - la casa naturale degli ex comunisti doveva essere il Psi. Quella scelta, però, secondo Intini fu "una forzatura poco realistica": "sapevo bene anche sulla base del caso Togliatti, come i comunisti fossero distantissimi da una revisione vera", disse, intervistato nel 2011 da Livio Karrer, Alessandro Marucci e Luigi Scoppola Iacopini (l'intervista è confluita nel volume Il crollo).
Nel 1994 il Psi, finito nel ciclone di "Mani pulite" e non più guidato da Craxi, crollò poco sopra il 2% (con una rosa al posto del garofano), ma Intini aveva già preso un'altra strada: con Franco Piro, Margherita Boniver, il socialdemocratico Enrico Ferri e varie altre figure il 28 gennaio aveva promosso la Federazione dei socialisti, contestando le scelte che il giorno dopo si sarebbero prese all'Eur agli Stati Generali per la Costituente Socialista. "Noi abbiamo un'enorme responsabilità sulle nostre spalle - disse in quell'occasione - siamo un grande partito che ha un secolo di storia, non ci scioglieremo in modo ignominioso e non consentiremo che una minoranza del partito cacci la maggioranza del partito", ciò anche a contestazione della legittimità dei deliberati dell'assemblea del 16 dicembre 1993 all'hotel Ergife, con i quali si scelse tra l'altro di abbandonare il garofano (Craxi sostenne la mozione Piro invece di quella di Del Turco).
Il 13 novembre 1994, il Psi tenne il suo ultimo congresso e decise il suo scioglimento, a causa della sua pesantissima situazione debitoria (scegliendo la strada che di fatto aveva già percorso, all'inizio di quell'anno, il Partito liberale italiano). Ma se la maggior parte di quel che restava del Psi volle ripartire daccapo fondando i Socialisti italiani (senza garofano e senza rosa, con la guida di Enrico Boselli) e i contrari allo scioglimento seguirono Fabrizio Cicchitto ed Enrico Manca nella costituzione del Partito socialista riformista (che recuperò il sole nascente, mentre Valdo Spini se n'era già andato qualche mese prima con la sua Federazione laburista), Intini, Boniver e Piro un mese più tardi - il 18 dicembre 1994, all'Augustus di Roma - lanciarono il Movimento Liberal Socialista, che si ricollegava anche idealmente alla tradizione socialista e liberale di Carlo Rosselli (non a caso il quindicinale del gruppo, fondato pochi mesi prima  diretto da Antonio Ghirelli, riprendeva la testata Non mollare!). "Una parte dei nostri amici e compagni di questa tragica diaspora - disse Intini in quell'occasione, come si può ancora ascoltare grazie all'immenso archivio di Radio Radicale - è finita con il PDS e questi amici e compagni hanno sbagliato, perché senza dignità e senza orgoglio hanno abbassato le loro bandiere di fronte a un partito comunista che stava umiliandoci, criminalizzandoci e cancellandoci, senza avere il coraggio di sollevare una questione morale di un Pds che si è finanziato in Italia esattamente come tutti gli altri, sì è finanziato a Mosca e ha usato l'argomento del finanziamento illecito per cancellare gli avversari politici. Un'altra parte di amici e compagni è finita in Forza Italia, ha seguito l'elettorato che però ha votato in stato di necessità per evitare il peggio; eppure l'elettorato sa riconoscere una destra economica che vuole cancellare lo stato sociale e che confonde il liberismo con il liberalismo, sa riconoscere una destra politica che sino a ieri faceva il saluto romano, sa porre dei limiti al trasformismo". "Hanno sbagliato questi nostri amici e compagni - concluse - ma la diaspora va in qualche modo ricomposta". In quella fase ancora un vero simbolo dei liberalsocialisti non c'era, in seguito sarebbe stata elaborata una grafica piuttosto precaria, con le lettere L e S affiancate e quasi fuse tra loro, ma sarebbe durata poco.
Alle elezioni regionali del 1995, infatti, sulle schede sarebbe finito essenzialmente il contrassegno - piuttosto anonimo, in effetti - della lista Socialisti e laici - La sinistra delle libertà (spesso abbinato a quello della lista Pannella): lì trovarono temporaneamente casa i liberalsocialisti di Boniver e Intini, i socialisti riformisti di Manca e Cicchitto, la Sinistra liberale di Maurizio Sacconi e Donato Robilotta e alcuni socialdemocratici. Quel fregio essenzialmente testuale - l - non sarebbe più apparso sulle schede, anche perché a fine anno era già pronto un altro progetto: la rifondazione del Partito socialista.
Sì, perché il 1° dicembre del 1995 - di nuovo all'Ergife a Roma - si riunì per la prima volta in regione (ma il cammino era iniziato in Liguria) il Partito socialista, che univa le esperienze del Movimento liberal socialista - con Intini e Boniver tra i principali promotori - e del Partito socialista riformista: c'era infatti anche il logo del Psr (in versione schiacciata) all'interno del simbolo che ricordava molto quello del Psi originario ed era stato depositato come marchio a metà ottobre di quell'anno da Luca Josi, ultimo segretario del Movimento giovanile socialista. Doppia corona rossa con dicitura bianca "Partito socialista" e, al centro, un mazzo di garofani (con corolla pansechiana) tenuto stretto da un nastrino rosso: voleva ripartire da lì un "Partito socialista" fuori dai poli - da quello berlusconiano che aveva deluso vari socialisti e da quello di centrosinistra con il Pds, additato come assassino del Psi.
Il gruppo non aveva però fatto i conti con il giudizio del Viminale prima delle elezioni politiche del 1996: per il ministero dell'interno, infatti, il simbolo si poteva confondere con quello del Psi "storico". Intini parlò di rifiuto "ingiusto sul piano politico e morale", si disse convinto che il partito di Boselli (Si) avesse caldeggiato quella ricusazione senza aver "voluto alzare la bandiera della continuità e della dignità socialista", ma dovette ritoccare il contrassegno: aprì il mazzo dei garofani per non farlo sembrare un unico fiore, rinunciò alla doppia corona rossa e anche a parte del nome, cancellando la parola "Partito", "come ai tempi della censura; al suo posto, a prova della violenza subita, sono stati inseriti tanti asterischi quante sono le lettere cancellate''. Il partito raccolse con fatica le firme a livello nazionale, ma riuscì a essere presente con più profitto in alcune elezioni regionali (Sicilia) e locali.
Il partito fu ufficialmente fondato in quel 1996, ma mostrò presto due anime, tra chi era più legato alla memoria di Craxi e chi puntava a cercare nuove convergenze con altre formazioni socialiste. Intini perseguì questa seconda via, promuovendo nel 1997 liste comune con il Si di Boselli, creando le liste Socialisti uniti e Socialisti italiani uniti, unendo una rosa a stencil (a volte usata come unico fregio elettorale) al ripescato garofano di Vitale realizzato nel 1978 e stavolta dotato di gambo più lungo; il segmento verde di base era quello dei socialisti boselliani. Il risultato non fu esaltante, ma per qualcuno fu pur sempre un primo tentativo di rimettere insieme pezzi di un mondo che, tra il 1993 e il 1994, era letteralmente esploso, anticipando quello che poco più avanti sarebbe accaduto soprattutto tra coloro che avevano militato nella Democrazia cristiana.
Difficile, però, tenere insieme anime che hanno idee diverse su come procedere e sui compagni di viaggio e che, per giunta, traducono queste divergenze in diverse posizioni in tema di diritto dei partiti. Nella seconda metà del 1997, infatti, quel Ps passò nelle mani di Gianni De Michelis, contrario a uno sguardo a sinistra che prevedesse qualche forma di dialogo con il Si alleato del Pds; Intini contestò questa posizione politicamente ("una piccola scissione") e giuridicamente (contestando la riunione della direzione che lo aveva sostituito, ritenendo di averla sconvocata, e diffidando De Michelis dall'uso del simbolo con il mazzo di garofani), ma decise di continuare diversamente il suo percorso politico a fianco di Boselli. 
Nel 1998, così, mentre De Michelis continuò a ritenersi segretario del Ps (cambiando leggermente simbolo), Intini concorse alla formazione dei Socialisti democratici italiani - con evento fondativo a Fiuggi il 10 maggio - con il Si di Boselli e il Psdi di Gianfranco Schietroma. Sotto alla rosa del socialismo europeo (inserita tra una corona rossa simile a quella del vecchio Psi e il segmento verde del Si), nei primi mesi di vita del partito si poteva vedere un cerchio in cui trovavano spazio in miniatura il sole nascente dal mare dei socialdemocratici e un garofano pansechiano - ma tutto rosso - apportato da Intini. Da quel momento in avanti, il percorso dell'ex portavoce del Psi craxiano sarebbe stato sostanzialmente lineare, seguendo per intero il percorso compiuto da quella parte di socialisti che aveva scelto di stare nel centrosinistra e venendo eletto alla Camera nel 2001 proprio con lo Sdi.
Verso la fine del 2005, il partito di Boselli e Intini scelse di dare vita, insieme alla Lista Pannella, a un soggetto politico-elettorale comune in vista del voto politico del 2006: la lista Laici socialisti liberali radicali decise di distinguersi con il simbolo della Rosa nel pugno, concesso dal Partito radicale ma all'estero tradizionalmente legato a partiti socialisti. Con quell'emblema Ugo Intini fu candidato al Senato ("la Rosa nel pugno rappresenta un positiva novità, servirà a riequilibrare il centrosinistra, troppo arrendevole nei confronti delle posizioni estreme"), ma superò lo sbarramento del 3% solo in regioni (Calabria e Umbria) in cui la percentuale non era sufficiente a eleggere un senatore. La Rnp provò a sostenere che alcuni seggi le sarebbero spettati comunque, ma non riuscì a ottenere ragione dagli organi del Senato. Intini, probabile destinatario di uno dei seggi contesi, ottenne comunque la nomina a viceministro degli esteri.
Nel frattempo, sbriciolatosi nel giro di pochi mesi il progetto della Rosa nel pugno (anche a causa del "simbolo in affitto", oltre che di alcune divergenze tra socialisti e radicali), lo Sdi celebrò il suo V congresso straordinario nell'aprile del 2007, scegliendo di percorrere la strada della costituente socialista. Negli ultimi mesi dell'anno prese avvio il cammino del Partito socialista: riprese quasi per intero il nome del vecchio Psi (grazie a un atto del liquidatore Michele Zoppo), ma mantenne la rosa del Pse. Sotto quelle insegne Intini ritrovo Gianni De Michelis (e Mauro Del Bue), dopo la scissione che si era consumata nel Nuovo Psi nato tra il 2000 e il 2001. Le elezioni del 2008 inchiodarono il partito di Boselli intorno all'1%, ma il percorso continuò.
Il simbolo fu variato leggermente qualche anno dopo, con l'inserimento di un tricolore nella parte inferiore, ma soprattutto con il recupero integrale del nome antico, per cercare di marcare una maggiore continuità con la storia interrotta dalla liquidazione decisa alla fine del 1994; nello stesso segno è andata la rinascita - dopo vicende di alterno segno e tentativi di appropriazione decettiva - dell'Avanti!, resa possibile grazie a un atto del 2011. Pur non venendo più candidato, Ugo Intini è rimasto in quel partito (di cui era diventato segretario Riccardo Nencini), partecipando a vari eventi organizzati da questo e sostenendo chi cercava di conoscerne meglio storia e vicende: anche chi scrive è profondamente grato a Intini, che sempre nel 2011 diede il suo contributo per ricostruire i fatti occorsi tra il 1994 e il 1998 per una ricerca "simbolica" allora agli inizi, consentendo anche di recuperare - grazie al contatto con un compagno di allora, Raffaele Romano, che a quella grafica aveva lavorato - il simbolo originario (e bocciato dal Viminale) del Partito socialista col mazzo di garofani.
E a proposito di garofani, verso la fine del 2019 lo stesso Intini recuperò un garofano, visto che il Psi - nel frattempo passato sotto la guida di Enzo Maraio - aveva scelto di adottare un'immagine stilizzata del fiore, diversa da quelle in uso tra gli anni '70 e '90, ma comunque riconoscibile. Negli ultimi anni, dunque, si è rinsaldato il legame tra Intini e i garofani: non stupisce, così, che una delle tante foto circolate in queste ore, dopo la diffusione della notizia della morte di Ugo Intini, sia quella scattata al congresso di fondazione del Ps nel 1996, in cui lui stringe nel pugno un mazzo di garofani davanti a una composizione fatta con gli stessi fiori. Un segno, il garofano, che connota un'intera esperienza, anche quando è stato temporaneamente messo da parte per altri emblemi. Sia lieve la terra a chi li ha incarnati con dignità.

martedì 2 agosto 2022

"Per un'Italia democratica e progressista": ecco (forse) il simbolo del Pd

In questi giorni vari partiti e futuri raggruppamenti elettorali hanno già svelato i loro contrassegni elettorali. Questo vale specialmente per quelli che hanno più bisogno di farsi conoscere, perché sono appena nati (è il caso di Impegno civico, presentato ieri), perché l'alleanza è nuova (si vedano la lista che unisce Europa Verde e Sinistra italiana o la Lista Civica Nazionale - L'Italia C'è), perché hanno di norma meno visibilità rispetto ad altri soggetti (si può pensare a Noi con l'Italia) o comunque hanno necessità di raccogliere le firme: si prendano come esempi Alternativa per l'Italia (che peraltro ha da poco ritoccato l'emblema), noi Di Centro, Italia sovrana e popolare o Vita, per non parlare di Referendum e Democrazia, impegnata nella battaglia per far ammettere la raccolta delle sottoscrizioni in forma digitale; non è il caso invece, della lista comune tra Italexit e Alternativa da poco annunciata (il simbolo, per il quale è in corso la raccolta delle sottoscrizioni, sarà presentato domani in una conferenza stampa di cui si darà conto).
Nessuno dei cinque partiti dotati di doppio gruppo parlamentare fin dall'inizio della legislatura in conclusione, al contrario, ha ancora ufficialmente mostrato il proprio fregio elettorale. Da una parte in effetti la loro necessità è minore, visto che si tratta di soggetti politici già noti e che non hanno bisogno di andare a caccia di firme per finire sulla scheda; dall'altra parte, però, è altrettanto vero che quegli stessi soggetti potenzialmente avrebbero già simboli o contrassegni elettorali pronti a finire sulla scheda così come sono, al massimo con pochi ritocchi. Il MoVimento 5 Stelle, per esempio, potrebbe reimpiegare l'ultima versione del suo emblema, che indica in un segmento rosso - sotto le stelle - la data del 2050 (facendo così tramontare l'ipotesi che faccia capolino il cognome del presidente, Giuseppe Conte). I partiti del centrodestra potrebbero riutilizzare senza grossi problemi - e al massimo con qualche ritocco - i loro contrassegni elettorali coniati per le elezioni del 2018: quello della Lega (per Salvini premier) è stato usato anche alle elezioni europee e si presta per essere schierato anche nella competizione "a tre punte" di quest'anno; quello di Forza Italia, con "Berlusconi presidente" ben in vista, corrisponderebbe in pieno al disegno del fondatore di partecipare a pieno titolo a queste elezioni per dare a Fi l'opzione sul nome da indicare come Presidente del Consiglio; Fratelli d'Italia, infine, ha già a disposizione il proprio contrassegno "a cannocchiale" inaugurato nel 2018, con il nome integrale di Giorgia Meloni piuttosto evidente sopra al simbolo ufficiale.
Si è volutamente lasciato fuori dall'elenco il Partito democratico, visto che da giorni si parla dell'aggiunta di un piccolo elemento al simbolo ufficiale del Pd per caratterizzare il contrassegno della lista nella quale saranno candidati anche esponenti di Articolo Uno, del Partito socialista italiano e di Democrazia solidale (DemoS). Lo stesso segretario Enrico Letta aveva ragionato intorno alla possibilità di inserire nel contrassegno l'espressione "Democratici e progressisti", con più ritorni all'antico: Progressisti era l'alleanza di centrosinistra del 1994 (che in effetti non vinse, ma questa era un'altra storia...) che tornò sulle schede nel 1996 nei collegi uninominali in cui - grazie al patto di desistenza - Rifondazione comunista presentò i propri candidati; Democratici progressisti è stata la lista del Pd in Calabria, nel 2014 e, come "lista gemella", nel 2020 (oltre che nel 2021, in quel caso solo nel ruolo di "pulce" esentafirme); "Movimento democratico e progressista" era il "sottotitolo" di Articolo Uno, che con l'aggiunta al simbolo si sentirebbe ulteriormente "a casa".
Al di là delle anticipazioni, tuttavia, il simbolo effettivo non è ancora stato presentato. Ieri però qualcuno ha visto comparire il probabile contrassegno elettorale nei primi materiali della campagna pensata per queste elezioni ("Vincono le idee / Partecipa e vinciamo insieme"), in particolare in un'immagine diffusa su Twitter e ancora rintracciabile attraverso Google (cercando "Vincono le idee") o su qualche account. Lì il simbolo - seguendo l'impostazione grafica inaugurata a livello nazionale nel 2014 alle europee (e replicata più di recente, per esempio, alle suppletive romane del 2021 e del 2022 e alle ultime amministrative a Rieti) - risulta integrato con un segmento rosso nella parte inferiore, contenente la dicitura "Per un'Italia democratica e progressista", scritta con uno dei caratteri bastoni più impiegati dal Pd nelle sue campagne: il testo, certo non breve, è scritto in un corpo piuttosto piccolo per poter essere tutto contenuto nel segmento e per non sacrificare troppo il logo del Pd, dunque non sarebbe così facile da leggere sulla riproduzione di tre centimetri di diametro presente sulla scheda elettorale.
Se però si guarda sugli account ufficiali del Pd o sul sito www.partitodemocratico.it, quelle grafiche non si vedono più: il sito ospita i manifesti con gli stessi contenuti, ma con il simbolo ufficiale del partito. Sembra quasi che, dopo la prima limitata divulgazione dei nuovi materiali, si sia voluto attendere ancora un po' a presentare il contrassegno dei dem allargati per le elezioni politiche (anche solo perché, magari, l'esito grafico non ha convinto tutte le parti coinvolte), cercando dunque di cancellare le immagini che erano state già pubblicate. Non solo però Google e Twitter consentono ancora di trovare qualche esempio delle immagini della campagna col nuovo simbolo: una ricerca accurata in Rete attraverso il nome del file Pdf dei manifesti ha consentito di trovare - in modo dunque perfettamente regolare, senza avvalersi di fughe di notizie - la versione in buona risoluzione delle prime prove di affissioni col nuovo emblema elettorale. Quella che si mostra ora, dunque, è l'evoluzione del contrassegno elettorale della lista "allargata" del Pd, ma non è detto che sia la versione definitiva: qualcosa potrebbe ancora cambiare, sul piano grafico o testuale.

domenica 1 maggio 2022

Ettore Vitale, una lezione da sfogliare (ben oltre il garofano del Psi)

Capita di dover attendere a lungo certi appuntamenti, rimandati più volte per la difficoltà di incastrare tutto e per nuove cause di forza maggiore: quando finalmente arrivano, riescono a non perdere un grammo del loro valore. Questo vale anche per gli appuntamenti da sfogliare, che chiedono e meritano tanta attenzione e - va da sé - tanto tempo, per prepararli in ogni dettaglio e poi per goderseli in pieno (e prendendosi il lusso di tornare indietro di qualche pagina, riguardare meglio, cercare qualche particolare che forse era sfuggito o - perché no - aprire a caso, certi che apparirà qualcosa di valido e di interessante).
Questo è certamente il caso del volume di Ettore Vitale Segno Memoria Futuro. In questo sito ne era stata annunciata l'uscita come imminente oltre due anni fa, quando si era pubblicata la ricca conversazione con il suo autore, nata per raccontare la genesi del simbolo adottato dal Partito socialista italiano nel 1979, con il garofano come elemento dominante. Già in quell'occasione era apparso chiaro che focalizzare l'attenzione su quella creazione, per quanto importante fosse (soprattutto per i #drogatidipolitica), significava perdere di vista o trascurare troppe tappe di un percorso intenso, sviluppatosi in molte direzioni e mai - davvero mai - in maniera banale. Il volume in uscita, agli occhi di chi scrive, avrebbe offerto un'ottima occasione "per tenere insieme tutte le puntate di una storia", quindi bastava aspettare un po' per poterne parlare. L'avvento dell'era Covid-19, oltre a imporci il "suo marchio speciale di speciale disperazione" strappando vite e infliggendo dolori, ha anche rallentato di molto il percorso verso la pubblicazione, rendendolo accidentato. Da un paio di mesi, per fortuna, il libro è diventato realtà, pubblicato da Aiap Edizioni, la casa editrice dell'Associazione italiana design della comunicazione visiva (Aiap): sul sito è possibile acquistare il volume (440 pagine, 58 euro, prezzo ridotto a 46 euro per gli studenti, un riferimento - come si vedrà tra poco - per nulla casuale), preparandosi a un viaggio lungo, ricco di tappe, scoperte e riscoperte.

Un libro-lezione nato da un incontro  

Ricevuto il libro - la cui mole già racconta da sé l'ampiezza del viaggio cui ci si appresta - diventa inevitabile dare una prima scorsa veloce, per rendersi conto di cosa si sta per vedere. E mentre varie immagini si avvicendano e alcuni tratti comuni o costanti iniziano ad emergere (fin dalla prima pagina "riassuntiva"), si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un catalogo di un'attività iniziata nei primi anni '70 (e in realtà anche prima). Può sembrare questo, eppure non è così: Segno Memoria Futuro è innanzitutto una lezione da sfogliare. Innanzitutto perché all'origine del volume c'è proprio una lezione, che alcuni anni fa Ettore Vitale è stato chiamato a tenere a studenti del Corso di Laurea Magistrale in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale della Sapienza Università di Roma, ateneo nel quale Vitale aveva già tenuto un corso di grafica (l'intervento era stato intitolato dal relatore Il campo della grafica, immagine particolarmente felice: un campo ha una sua estensione, va seminato e curato perché possa portare frutti, con una dedizione che richiede tempo e - prima ancora - deve essere "educata"). 
C'era molto da mostrare, ovviamente, ma soprattutto da raccontare e da spiegare a persone che volevano affacciarsi al mondo della grafica e provavano interesse per l'esperienza di un professionista (un "progettista grafico", così si definisce lui stesso) che per molti anni ha legato il proprio nome a tanti progetti in settori diversi e con tecniche differenti. Era un peccato, però, che quel racconto fosse limitato solo alle persone presenti a quella lezione, anche perché i progetti e le creazioni di Ettore Vitale negli ultimi cinquant'anni hanno incrociato gli sguardi e le vite di un gran numero di italiane e italiani - anche senza che loro se ne accorgessero - attraverso la grafica politica e sociale, la comunicazione di servizio, la pubblicità, le sigle televisive e altri tipi di linguaggio. Questa storia meritava di essere raccontata a un pubblico ben più vasto e con il tempo necessario, con tante immagini di quella ricca galleria di creazioni accompagnate parole dell'autore e quelle di chi nel corso degli anni si è occupato di quei progetti, osservandoli e analizzandoli.
Ettore Vitale per Autovox
Segno Memoria Futuro
 è nato proprio così, traducendo quest'idea in pagine da sfogliare: i testi introduttivi per collocare a dovere l'esperienza di Vitale in quel "campo della grafica" di cui si parlava; i pensieri dell'autore stesso, validi come "chiave" per tutta la sua opera di progettista grafico; tante, tantissime immagini dei lavori prodotti, arricchite dai commenti di Vitale e di chi - come critico, artista, esperto o giornalista - aveva già scritto di quelle stesse creazioni. Completano il volume la traduzione in inglese di gran parte dei testi abbinati alle immagini (per una fruizione non limitata al solo pubblico italiofono) e un'amplissima raccolta dei testi critici che nel corso del tempo sono stati dedicati all'opera di Vitale. Difficile, a questo punto, parlare solo di un catalogo: è piuttosto una guida a un'esperienza unica, chiaramente con uno sguardo al passato (e alla memoria dei suoi tanti episodi, più o meno noti), ma sempre pronta a rivolgersi al futuro, per chiunque voglia addentrarsi in quel campo e provare ad attraversarlo, a coltivarlo a suo modo, a trovare sentieri non battuti o comunque stimolanti.  

Alle origini e nei dintorni del segno

Ettore Vitale per Arflex
Per poter inquadrare nel modo migliore l’opera creativa (e costruttiva) di Ettore Vitale, lunga mezzo secolo, è difficile prescindere dal saggio che Carlo Martino (professore ordinario di design alla Sapienza Università di Roma, proprio il docente che ha invitato Vitale a intervenire nel suo corso) ha posto in apertura del volume. Il titolo scelto per il testo - Lasciare il segno - appare particolarmente azzeccato: con un numero rilevante di idee, progetti, realizzazioni, Vitale è riuscito a "rimanere impresso nella memoria"; anche quando la singola opera ha goduto di minore fama, a essere rimasto impresso - lasciando appunto il segno - è stato lo stile stesso di Ettore, ben riconoscibile in molte delle realizzazioni ospitate nel libro.
Ettore Vitale per Comforto
Un ruolo fondamentale e - per dirla con Edmondo Berselli - seminale è stato riconosciuto agli anni '70 e, in particolare, alla grafica politica di quei tempi, specie quella con base a Roma: i nomi più rilevanti e ricorrenti, guarda caso, sono quelli di Michele Spera (Pri), Bruno Magno (Pci) e, ovviamente, Ettore Vitale (Psi, ma non solo). Quell'ambiente si è evoluto e ha cambiato forme e manifestazioni, ma fin dall'inizio Vitale ha mostrato la sua poliedricità, abbinata a un'inesauribile - ed essenziale - curiosità, pronta a trasformarsi in eclettismo. Chi avesse in testa soprattutto i manifesti e le campagne concepite da Ettore Vitale per il Psi, la Uil e altre realtà politiche potrebbe rimanere particolarmente colpito vedendo che tra i suoi primi progetti notevoli (raccolti puntualmente nel libro) ci sono le campagne promozionali per Autovox (con l'avvento dei televisori a colori marcato da "uno schermo tv costruito da fasce orizzontali bianche su fondo nero che si apre formando un occhio con la pupilla a fasce colorate, una composizione dichiaratamente optical": per Martino è un "occhio che guarda, in alternativa allo schermo che solitamente viene guardato, [...] una sorta di grande fratello che però, grazie all'introduzione del colore e alla rivisitazione del tema delle fasce cromatiche dello schermo, nonché al rimando alla solarità/mediterraneità delle persiane alla veneziana, risulta nel complesso un messaggio caldo e non inquietante"), la progettazione delle vetrine per l'azienda di mobili Arflex (si trattava di allestimenti in cui si collocava il prodotto "fuori dalla logica dell’arredamento inserendolo, invece, nel segno") e, in seguito - oltre a lavori per Bpd-Snia e Tecnolyte - vari progetti grafici per un'altra azienda di mobili, la tedesca Comforto. Già qui emergono il rigore grafico, l'attenzione alla geometria (piana e solida, a dispetto del supporto bidimensionale) e al testo (con un uso prevalente della font Helvetica), il tema dei "fili" (rossi, ma non solo) che si affacceranno ciclicamente o in modo costante in tante creazioni di Vitale.
Ettore Vitale per la Rai: Primo Piano
Negli anni '80 un campo di rilevante espressione per il progettista grafico è stato rappresentato dalle sigle televisive, tutte realizzate per la Rai: ai primi effetti speciali, che in quel periodo andavano per la maggiore, Vitale ha scelto di contrapporre un uso più consapevole e schietto dell'immagine, diretto a raccontare e rappresentare davvero il programma (cosa che, a ben guardare, sarebbe il compito vero e originale di una sigla televisiva), più che a stupire lo spettatore potenziale o affezionato.
Ettore Vitale per la Rai: Il breve volo della giovinezza
e La Lanterna magica di Ingmar Bergman
Vitale ha ottenuto questo risultato adottando varie tecniche, alternando l'illustrazione (con il gusto della sfumatura e del colore morbido) all'impiego delle fotografie e alle costruzioni geometriche, trasportate dall'universo immobile delle stampe o degli allestimenti all'ambito mobile per eccellenza della televisione. Ciò che può sembrare una "deviazione" rispetto a quanto di Vitale si è visto sin qui o a quanto è più noto acquisisce in realtà rilievo come "via personale" al genere interpretato, come strada battuta con convinzione senza mai omologarsi, ma cercando una soluzione originale e, anche per questo, destinata a farsi riconoscere.
Anche le campagne statiche e bidimensionali realizzate per la Rai nel corso degli anni sono riuscite a comunicare l'idea di qualcosa che si muove, di un "fermoimmagine" di una realtà dinamica, che attende di svolgersi (come un nastro, una forma in movimento o un contesto di fili pulsanti) davanti e con lo spettatore o il partecipante al singolo evento. L'impressione è che i progetti e le rappresentazioni di Vitale tendano di norma a rappresentare la complessità in modo semplice (con strumenti lineari e comprensibili), senza avere tuttavia la pretesa di semplificarla, come oggi capita sin troppo spesso.
In tutto questo emerge forte il ruolo del "segno", come Ettore Vitale aveva già messo in luce nella conversazione ospitata su questo sito. Lui stesso scrive nel volume che "il segno grafico è portatore di significato quando è il risultato di un'analisi e di un processo mentale. Una combinazione il cui risultato è racchiuso nella forma derivante dal contenuto"; Carlo Martino aggiunge che il segno è "una sintesi di un percorso di analisi, di una successiva fase di conoscenza, seguita dall'individuazione delle problematiche e dalle possibili soluzioni - Design Thinking - e ammette, anche nel suo comporsi, la casualità". Quel frutto pensato dell'unione di significato e significante (che, con riferimento ai partiti, dovrebbe essere rappresentato - guarda caso - dal simbolo, come unione tra espressione identitaria e rappresentazione concreta) può vivere di vita propria, anche al di fuori del contesto originario (e al di là del significato che gli era stato attribuito dal creatore: lo stesso Vitale l'ha sperimentato, anche suo malgrado). Quando questo riesce, ha il sapore di una sfida vinta.
Poco importa, in fondo, che ciò riguardi un prodotto da pubblicizzare, un'idea politica da comunicare e far arrivare a chi guarda, un nuovo luogo da identificare e far conoscere (com'è avvenuto per il logo e l'intero sistema di comunicazione dell'Auditorium Parco della Musica di Roma). Ciò che conta davvero è che, come scrive Mario Piazza (già presidente Aiap) nel suo testo introduttivo, "i segni per Arflex, per il Partito Socialista, per la Uil, per la Rai, per Autovox, per l'Auditorium di Roma ci mostrano il 'museo' della grafica di Vitale, ma soprattutto sono 'tizzoni ardenti' per farci riflettere, discutere e ancora da usare per comunicare". Questo perché il grafico, il progettista grafico non è, come sottolinea l'attuale presidente di Aiap Marco Tortoioli Ricci, "un semplice prestatore di servizi e di manualità, ma un autentico interprete del proprio tempo, non solo capace di portare avanti un proprio stile, quanto piuttosto di intercettare le necessità di una comunità di riconoscersi in una voce collettiva, di avere uno sguardo alto e prendere posizione".

Vitale e il Psi: non solo il garofano

Volendo parlare del libro di Ettore Vitale su questo sito, è impossibile non dedicare una parte importante dello spazio ai progetti e ai materiali prodotti per il Partito socialista italiano, a partire dai primi due manifesti, commissionati allo stesso Vitale per il 25 aprile e il 1° maggio del 1973. Due manifesti, due immagini potenti, che sono rimaste impresse nella mente di chi le ha viste (lasciando, appunto, il segno). E se il libro contiene un bellissimo dettaglio del foglio nero strappato su fondo rosso (quasi a voler far apprezzare il dettaglio della frattura da sanare, da un punto di vista finora riservato a chi aveva visto il manifesto originale da vicino), non si può restare indifferenti davanti al manifesto del 1° maggio - e non a caso quest'articolo viene pubblicato proprio oggi - che riaccosta due segni tradizionali del socialismo, il pugno chiuso e il garofano, ridando vita (anche socialista) al primo e restituendo piena visibilità al secondo, preparandolo a diventare simbolo del Psi.
Il volume, pur non dedicando spazio alla nascita del simbolo tra il 1978 e il 1979 (per cui si rimanda interamente alla nostra conversazione con Ettore Vitale), contiene vari manifesti che contengono quello stesso simbolo (e anche, per quelli più recenti, il nuovo fregio col garofano elaborato da Filippo Panseca). Nel dare conto della propria opera ventennale per il Psi, in un passaggio cruciale Vitale sottolinea un concetto con attenzione, come a voler chiarire definitivamente ogni equivoco: "Ho mantenuto sempre un rapporto esclusivamente professionale con la grafica politica. Non mi sono mai iscritto al Partito Socialista e a nessun partito, pur avendo da sempre un orientamento di sinistra, perché ritengo l'appartenenza ad un partito una condizione limitante della propria visione della realtà politica e sociale, specialmente con riferimento alla mia attività di comunicatore visivo".
Sempre con riferimento alla lunga opera prestata per il Psi, poco più avanti è molto significativa un altro intervento di Ettore: "Rinnovare l’immagine di un partito non è una operazione facile, vanno superate barriere dovute alla storia di quel partito e alla insicurezza dei dirigenti nell’affrontare l’idea di novità. Fortunatamente il Psi ha capito la necessità di intraprendere la via di un nuovo linguaggio per la propria comunicazione". In queste poche frasi emerge chiaro un punto fermo (che chi scrive ha potuto apprezzare anche nelle varie conversazioni avute con l'autore): a guidare il rinnovamento dell'immagine del Psi è stato Ettore Vitale, non il partito stesso e chi era al suo vertice. Con i primi due manifesti del 1973, così diversi da quelli consueti fino a quel tempo, Vitale ha certamente rischiato, andando incontro alla possibilità che quei progetti non fossero compresi e graditi e che, dunque, il rapporto con il committente non proseguisse: non fu così e il Psi si affidò a Vitale fino al 1992. Di certo lo fece avendo intuito l'importanza e il bisogno prima di cambiare linguaggio, poi - soprattutto con l'arrivo di Bettino Craxi alla segreteria - di renderlo sempre vivo; a decidere la direzione, le forme e i linguaggi, tuttavia, è stato sempre Vitale, che "ha fatto del proprio personale impegno civile una cifra stilistica", come ha sottolineato nel suo testo Luciano Galimberti, presidente dell'Adi - Associazione per il disegno industriale (vale a dire il soggetto che ha assegnato per tre volte a Vitale il Compasso d'oro, nel 1984 proprio per l'immagine coordinata del Psi).
La stessa cifra stilistica emerge nei progetti politici non relativi al Psi, a partire dal lungo e articolato lavoro svolto per l'Unione italiana del lavoro, a partire dalla fine degli anni '70 e per oltre un ventennio. Lo stesso Vitale racconta come in una prima fase sia stato necessario "dare alla Uil una identità attraverso un coordinamento della comunicazione visiva", in particolare adottando "immagini strutturate geometricamente, con forme solide, per comunicare l’idea di aggregazione e di costruzione di una rinnovata immagine", recuperando anche l'idea del "filo rosso" adottata già in precedenza.
Il lavoro per il sindacato è proseguito in molte direzioni, con particolare attenzione per alcuni momenti fondanti della vita della Uil, inclusi i congressi: dell'undicesima assise, tenutasi nel 1993, il volume ricorda l'impresa dell'allestimento scenografico del congresso - di cui Vitale aveva già parlato nella nostra conversazione - e la grafica congressuale del nastro multicolore che, dopo vari usi e adattamenti, nel 1998 sarebbe diventato il nuovo marchio del sindacato (che, pur con altre modifiche, resiste tuttora).
Molto prima dell'idea di quel nastro, peraltro, si può trovare il "segno gestuale" (così lo chiama Vitale) che campeggia sul mensile Pace e Guerra (legato a Luciana Castellina, Claudio Napoleoni e Stefano Rodotà): "le due forze opposte - spiega l'ideatore - si fronteggiano in una situazione di stallo. Le due frecce, in una configurazione dinamica, sembrano non avere né l'una né l'altra la possibilità di contrastare la forza contraria. Nel segno non sappiamo quale sia la pace e quale la guerra, proprio perché queste due opposte visioni del vivere sono sempre state in un equilibrio instabile e identificarle visualmente risulta purtroppo ancora impossibile". Un segno che tuttora, purtroppo, mantiene forte la sua drammatica attualità.
Questa spiegazione è ora accessibile, grazie al volume di Vitale; certo non era scontato che lo stesso, identico messaggio passasse al tempo in cui il segno fu coniato. Eppure la forza di quest'ultimo è indubbia, anche a distanza di tanto tempo: è la prova, una volta, di più, tanto del valore del segno quanto dell'innovazione che sta dietro. Non a caso, nella pagina del volume dedicata alle conclusioni, Vitale si rivolge così ai lettori, agli appassionati e agli aspiranti grafici: "Insistere sul concetto di unicità del segno che ci appartiene perché, appunto, tracciato da noi senza alcuna mediazione o condizione esterna, ci riporta, in relazione al concetto di innovazione, alla convinzione che ognuno di noi ha una potenzialità - a volte inespressa o sottovalutata - che ci consente di sviluppare concetti innovativi spesso assopiti per ragioni di 'tranquillità' intellettuale. Perché la ricerca dell’innovazione presuppone impegno e consumo di energia". Di certo Segno Memoria Futuro è ricco di questa energia, riversata nei tanti progetti cui Ettore Vitale ha dato corpo in oltre mezzo secolo di attività. Di tutto questo, chi ha vissuto anche solo un briciolo di quegli anni (o magari tutti) deve davvero essergli grato. Dimostrarlo è facile, anche solo sfogliando il volume una volta di più, per cercare un manifesto, un dettaglio, un segno da riscoprire.

mercoledì 19 gennaio 2022

"L'altra storia" del socialismo in Italia: il racconto visivo di Molaioli

Gli anniversari in politica sono sempre utili, anche quando non sono proprio tondi: danno infatti l'occasione per guardarsi indietro tracciare bilanci, riproporre materiali più o meno noti ma che meritano di essere visti tutti insieme. Considerando che nel 2022 cade il 130° anniversario della fondazione del Partito socialista italiano (nato nel 1892 a Genova come Partito dei lavoratori italiani, trasformatosi l'anno dopo a Reggio Emilia in Partito socialista dei lavoratori italiani e nel 1895 a Parma nel Psi), l'occasione è ghiotta per ripercorrere la storia almeno del primo centenario del partito, quello della sua reale e tangibile influenza nella vita politica e sociale italiana. Lo si può fare sul piano delle vicende storiche e politiche, dell'azione degli iscritti e dei dirigenti della forza politica, dell'operato dei suoi eletti nelle assemblee rappresentative o negli organi amministrativi e di governo, delle memorie di chi ha agito, collaborato, assistito: un compito certamente gradito a chi si occupa di storia. 
Proprio in politica - e soprattutto se si ha a che fare con il socialismo - è però altrettanto interessante (se non di più) ripercorrere gli strumenti con cui il partito si è manifestato, ha cercato di diffondere le proprie idee, di raggiungere e mobilitare i propri iscritti e simpatizzanti oppure di convincere altre persone ad abbracciare o a sostenere le tesi socialiste, iscrivendosi al partito o almeno votandolo alle elezioni. Si tratta dunque di analizzare i manifesti, le grafiche, le pubblicazioni del Psi, che hanno caratterizzato per decenni la propaganda del partito e, negli ultimi anni del suo secolo di vita, la sua attività di comunicazione politica: un punto di vista "alternativo", meno tradizionale e spesso visto come complementare (se non ancillare) rispetto a quello indicato per primo, ma in realtà fondamentale, proprio per l'impatto che ha avuto su chi ha permesso a quel partito di vivere e "contare". Non stupisce dunque che si intitoli L'altra storia. Comunicazione politica e propaganda socialista dal 1892 al 1992 l'ultimo volume - di quasi 300 pagine - realizzato e diffuso dalla Fondazione Bettino Craxi, formalmente negli ultimi mesi del 2021 ma in realtà pronto in sufficiente anticipo per la ricorrenza dei 130 anni.
Stupisce ancor meno che autore/curatore e trait d'union della pubblicazione sia Angelo Molaioli, una figura chiave per chi voglia occuparsi della (storia della) propaganda e della comunicazione socialista. Classe '44, Molaioli nei primi anni '70 ha militato nel Movimento politico dei lavoratori di Livio Labor (occupandosi già in quella sede della propaganda-comunicazione): c'era anche lui tra i candidati alla Camera alle elezioni politiche del 1972 (nella circoscrizione Roma-Viterbo-Latina-Frosinone il suo nome figura accanto a quelli di Gennaro Acquaviva, Luciano Benedusi e Luigi Covatta), anche se dal voto non arrivò nemmeno un eletto. Una parte consistente dei dirigenti di quel partito continuò la propria attività nel Psi e lo stesso Molaioli entrò nel comitato centrale della Federazione giovanile socialista italiana, divenendo nel 1974 (a 28 anni) direttore del suo periodico nazionale, Giovane Sinistra. Proprio in quel 1974 Molaioli iniziò a collaborare con la sezione Stampa e propaganda del Psi (allora guidata da Fabrizio Cicchitto), fino a divenirne a sua volta coordinatore nel 1981 (dopo Francesco Tempestini) e a restare alla guida della struttura anche dopo che, nel 1989, fu riorganizzata come Ufficio comunicazione e immagine del partito (direttamente legato alla segreteria); l'impegno terminò soltanto nel 1994, con lo scioglimento del partito, ma anche in seguito non ha smesso di occuparsi della storia del socialismo italiano (curando varie pubblicazioni).
Alla fine del 2020 la Fondazione Craxi ha acquisito il Fondo Angelo Molaioli (qualificato come di particolare interesse storico): oltre al materiale relativo all'attività nel Mpl, contiene fascicoli di manoscritti e dattiloscritti riconducibili ai suoi anni nella Fgsi e nel Psi, vari volantini, pieghevoli, manifesti e altro materiale di propaganda socialista in un arco di tempo che va dal 1955 al 1994, nonché altra documentazione iconografica sulla storia del socialismo italiano (il volume illustra più a fondo il contenuto di quel fondo). Dal suo ruolo di "osservatore partecipante" Molaioli è stato di certo attore e allo stesso tempo osservatore privilegiato della propaganda e della comunicazione politica del Psi, come dimostrano numerose pubblicazioni da lui curate nel corso del tempo (e dalle quali provengono buona parte dei testi raccolti nel volume della Fondazione Craxi): la più famosa e corposa, oltre che la più rilevante per l'argomento di cui si parla, è probabilmente Le immagini del socialismo, volume mastodontico di oltre 500 pagine (e numero speciale dell'Almanacco socialista, pubblicazione storica rilanciata dallo stesso Molaioli) uscito nel 1984 e compendio più che esauriente dell'espressione grafico-politica del socialismo italiano fino a quel momento.
Quella ripercorsa nel volume è davvero "l'altra storia", sia perché è fatta per immagini (dunque non con i documenti tradizionalmente maneggiati da certi storici, nei quali il testo è il contenuto più rilevante), sia perché pagina dopo pagina si scorre un secolo d'Italia attraverso lo sguardo di un partito e il suo punto di vista, a costo di (anzi, proprio con l'intento di) offrire una narrazione della Prima Repubblica (specie dei suoi ultimi quindici anni) "molto diversa da quella [...] raccontata nei tre decenni che hanno seguito la distruzione del più antico Partito italiano e del suo leader Bettino Craxi, della sua politica riformista e del suo modo di comunicarla", come si legge nella pagina (non firmata) che apre il volume. Quella del libro di Molaioli poi è "l'altra storia" (o, volendo, "l'una e l'altra storia") perché passa in rassegna una successione ricca, complessa e sfaccettata di vicende, persone, azioni e programmi lunga un secolo, riproposta con il piglio di chi - Molaioli - ha contribuito a una rivoluzione comunicativa (con il segretario Craxi e figure chiave di quel processo iniziato prima della sua segreteria, a partire certamente da Ettore Vitale e Filippo Panseca) e, allo stesso tempo, ha ricostruito in modo certosino le "puntate precedenti" della propaganda, diverse da quelle successive per messaggi e tecniche impiegate ma perfettamente in grado di parlare del loro tempo, dei loro artefici e dei loro destinatari. In più - e ciò non sembri un elemento minore - quella che emerge dal volume di Molaioli è "l'altra storia" perché - attraverso le sue scelte politiche, testuali e grafiche - ha parlato a ciascuna persona (che fosse o meno tra i "destinatari naturali" delle idee socialiste), ma è riuscita a colpire "l'altra Italia", cioè quella minoranza di italiane e italiani che (come scrisse Valeria Scrivani in un articolo uscito su Pubblico nel 1990 e contenuto nel libro) riesce a ricordare almeno una campagna politica. Anzi, in questo il Psi - quel Psi - ci è riuscito meglio di altri soggetti.
Tutto questo fa di L'altra storia "un libro di testa e di cuore, dove ragione e sentimenti, storie personali e collettive si amalgamano", come si legge in modo condivisibile nella prefazione firmata da Stefania Craxi. E in quell'amalgama di ragione e sentimenti si può trovare di tutto, anche il misto di sofferenza (per la storia del partito, gloriosa ma interrotta), rabbia (per gli errori - propri e altrui - in un periodo di attacco concentrico, talora inevitabile e talora eccessivo) e orgoglio puntiglioso (verso chi ha pensato di trarre giovamento dalla fine di quella storia) che traspare dall'introduzione di Fabrizio Cicchitto (che - come detto - aveva avviato il lavoro di Molaioli la Sezione stampa e propaganda, ma che aveva anche iniziato una collaborazione con Ettore Vitale che si sarebbe dimostrata duratura e decisamente fruttuosa). Chi scorre le pagine del volume può ovviamente avere sentimenti affini, distanti o del tutto opposti a quelli appena indicati, a seconda del proprio percorso e della storia maturata, ma questo è del tutto naturale quando è in gioco il racconto della politica, della sua storia e - appunto - delle sue storie, tanto ideali quanto concrete (visto che si traducono nelle persone).
Ci si trova così davanti un "immenso sistema di frammenti visivi" legato a quelle storie, che riesce a unirle tutte. L'espressione citata è di Stefano Rolando, già docente di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica (nonché dirigente Rai e per dieci anni alla Presidenza del Consiglio per occuparsi di informazione ed editoria, arrivato li su impulso di Craxi e di Giuliano Amato): per la Fondazione Craxi aveva già curato il saggio (con inserti di varie figure, tra ex dirigenti socialisti e di altri partiti, studiosi, giornalisti) Una voce poco fa. Politica, comunicazione e media nella vicenda del Partito socialista italiano dal 1976 al 1994 e quel libro conteneva, in appendice, quaranta pagine a colori con materiali rilevanti dell'iconografia, propaganda, comunicazione ed editoria del Psi (purtroppo allora senza l'opportuno spazio per citare chi a quelle grafiche aveva lavorato). Il volume di Molaioli completa di fatto lo studio di Rolando del 2009 e lo stesso Rolando in un suo saggio (dal titolo Parole, simboli, significati) inquadra in modo proficuo sia l'attività del partito, sia "l'altra storia" che il libro ripercorre, analizzando la "scelta politica, culturale ed estetica" dei comunicatori del Psi, il passaggio dalla propaganda alla comunicazione (dedicando spazio anche al significato e al "peso" di questi termini) e il diverso destino riservato agli emblemi del socialismo (per cui la bandiera rossa è stata vissuta in modo assai meno divisivo rispetto a falce e martello). 
Alcuni testi già editi di Molaioli (a partire da quello presente nel citato Almanacco socialista '84 - Le immagini del socialismo) fanno capire la necessità - parafrasando un commento pubblicato da Filippo Turati in Critica sociale - di "aprire anche per il Partito socialista i volumi della storia", volumi ricchissimi e decisamente illustrati di una storia ancora più ricca. Si va dall'iconografia delle cartoline, delle pubblicazioni e delle testate dei primi anni (ricche, tra l'altro, di garofani in vario stile) ai materiali dei decenni successivi (nei quali si colloca anche l'avvento di Avanti!, le cui copertine inizialmente sono vere opere d'arte), sempre più diffusi, variegati e differenziati anche a livello locale.
Un approfondimento specifico è dedicato alle tessere del Partito socialista (cui Molaioli aveva dedicato una pubblicazione specifica): queste sono analizzate una per una, per i loro soggetti, per il contesto nel quale sorgono, per le evoluzioni palpabili di anno in anno. E se tutto ciò che le tessere contengono ha la dignità di simbolo (nel senso di qualcosa che "sta al posto" di un complesso di idee, di un progetto, di una campagna, della vita di un personaggio notevole), in vari momenti le tessere danno spazio proprio ai simboli del partito, a volte consolidati, a volte destinati a durare pochissimo (come quello sulla tessera del 1969, crasi degli emblemi di Psi e Psdi dopo la "bicicletta" elettorale dell'anno prima), altre volte ancora rappresentano il mezzo più efficace per comunicare il nuovo emblema (come avvenne nel 1979 con il garofano disegnato poco prima da Ettore Vitale).
Un altro spazio ad hoc è dedicato ai manifesti, senza dubbio parte preziosissima del patrimonio iconografico socialista; sfogliando le pagine però si trovano tante testimonianze delle scenografie dei vari eventi (congressi e conferenze), svariati appunti di lavoro (con tanto di parti manoscritte con grafie inconfondibili) e tanto - giustissimo - spazio per le pubblicazioni curate per investire sulla formazione politica e sul modo migliore di comunicare, a ogni livello (il compagno, argomenti socialisti), senza contare gli Almanacchi socialisti e i tanti libri e opuscoli composti, stampati e messi in circolazione (a cura dell'Ufficio Attività editoriali). Anche chi non ha condiviso quella storia (perché è nato più tardi o perché era di idee diverse), non può che restare ammirato - soprattutto dopo un rapido, desolante confronto con il panorama odierno - dalla quantità di materiale prodotto e dalla mole di pensiero e studio alla base di ogni singola iniziativa e del loro complesso. Beninteso, ciò vale anche per l'attività degli altri partiti (a partire da quanto era stato fatto dalla Spes per la Dc e da coloro che nel Pci si occupavano di grafica e propaganda), ma per il Psi - stretto tra due partiti più grandi - gli sforzi per emergere devono essere stati ancora più grandi. Non di rado sono andati a segno.
Tra le ultime pagine dedicate alla comunicazione politica, oltre a un interessante approfondimento sulle campagne elettorali, c'è una parte dedicata espressamente al simbolo del partito, in particolare al codice di applicazione del nuovo emblema che Ettore Vitale volle preparare nel 1979, per rendere più facile l'uso del simbolo da lui concepito ed evitare errori o ingenuità grafiche. Chi segue da tempo questo sito ricorderà che all'inizio del 2020, nell'intervista allo stesso Vitale, si era già dato il giusto spazio a questo passaggio importante nella costruzione e nella proposta dell'immagine del Psi; ci sarà occasione di tornarci - si spera - molto presto, in occasione di un nuovo appuntamento editoriale ormai alle porte. In compenso, il volume della Fondazione Craxi riporta il testo di Angelo Molaioli che accompagna il citato codice di applicazione, che merita di essere in parte riprodotto di seguito, giusto per far capire quanto un cambio di simbolo, all'epoca, fosse innanzitutto un passaggio politico e concreto (inserendo qui anche il tema della comunicazione), non di mera immagine: 
Con il nuovo simbolo del Partito l'impegno di aggiornamento della linea propagandistica fa un ulteriore passo avanti. Diventa adeso determinante il ruolo delle strutture periferiche, che devono compiere il massimo sforzo non solo di pubblicizzazione del simbolo, ma anche e soprattutto di adeguamento alla stessa linea grafica, al fine di dare al Psi un'unica immagine esterna, più incisiva e chiara. [...] Non si tratta [...] di imporre qualcosa dall'alto, o di comprimere la creatività di base. Si tratta più semplicemente di capire che è necessario, per una forza politica, presentarsi nel modo più corretto e lineare possibile. [...] Il cambio del nuovo simbolo, inoltre, comporta, nel breve periodo, una serie di problemi per le strutture del Partito: dal cambio della targa delle Sezioni e delle bandiere, a quello della carta intestata; da quello della stampa di nuovi manifesti contenitori e di materiale che era sempre valido per ogni occasione e che, se ha invece il vecchio simbolo, deve essere logicamente ristampato. E' bene, comunque, che per alcuni mesi il nuovo simbolo venga riprodotto sul materiale propagandistico in un formato più grande, proprio per visualizzarlo al massimo.
Pur non potendo contenere tutto (altrimenti non sarebbero bastate, forse, 1000 pagine...), il volume di Angelo Molaioli è un ottimo strumento per farsi guidare in una storia che merita di essere conosciuta più a fondo: chi la ricorda bene ha la possibilità di approfondire, chi non l'ha vissuta o non l'ha apprezzata troverà di certo elementi per "trovarne il buono". Al di là di qualche imperfezione qua e là (ma, per nostra fortuna, nelle opere umane la perfezione non esiste...), il libro L'altra storia merita di stare in ogni biblioteca dei #drogatidipolitica, dei curiosi della comunicazione o anche di chi, semplicemente, vuole avere una chiave di lettura per ripercorrere un secolo di storia, soprattutto - è inevitabile - gli anni dell'era craxiana. Avrà tutto il diritto di non rimpiangerla o non rivalutarla, ma a fine lettura ne saprà certamente di più e avrà messo a posto qualche tessera in più. Anche a costo di non pensarla in tutto e per tutto come all'inizio del percorso.