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giovedì 31 marzo 2022

Italia popolare, nata da poco in Puglia ma già diffidata per il nome

Da poche settimane è nato un nuovo soggetto politico, con il cuore in Puglia, ma rischia seriamente di dover cambiare presto il nome. Ci si riferisce al gruppo che ha scelto di identificarsi con il nome Italia popolare e che fa capo a Massimo Cassano, senatore e sottosegretario al lavoro nella scorsa legislatura, dal 2019 a capo dell'Arpal Puglia (Agenzia regionale politiche attive del lavoro), prima da commissario straordinario, poi da direttore generale. Il nuovo movimento politico ha scelto di (continuare a) sostenere l'azione di Michele Emiliano e si sta organizzando sul territorio pugliese, ma a quanto pare dovrà fare i conti con chi - soprattutto in Piemonte, ma non solo - quel nome lo usa già da quasi vent'anni e finora è riuscito a far cambiare idea a chi pensava di fregiarsene.

Da Puglia popolare a Italia popolare

Conviene intanto cercare di inquadrare meglio il nuovo soggetto che vuole usare il nome "Italia popolare". Si è citato come figura chiave Massimo Cassano, già consigliere provinciale e regionale per Forza Italia (dopo una militanza nella Dc), confermato nell'assemblea legislativa pugliese nel 2010 nelle liste del Pdl. Per quel partito nel 2013 è stato eletto al Senato, per poi passare - all'atto del ripescaggio di Fi - col Nuovo centrodestra di Angelino Alfano: divenuto sottosegretario nei governi Renzi e Gentiloni, si è dimesso il 21 luglio 2017, in corrispondenza del suo abbandono di Alternativa popolare (nome assunto frattanto da Ncd) e del suo ritorno nel gruppo parlamentare di Forza Italia. Contestualmente, lo stesso Cassano aveva fondato un altro soggetto politico regionale, chiamato Puglia popolare: il nome, il carattere e i colori rimandavano decisamente al simbolo degli alfaniani, ma la collocazione era nettamente nel centrodestra, come appunto suggeriva l'adesione di Cassano al gruppo senatoriale forzista.
Col tempo, tuttavia, proprio Cassano ha scelto di appoggiare Emiliano, tant'è che Puglia popolare è stata tra i soggetti che hanno concorso nel 2020, alle elezioni regionali, a costituire e formare la lista Popolari con Emiliano, che nel proprio simbolo su fondo azzurro scuro conteneva l'accenno a un cuore (per riferirsi all'area popolare richiamando in parte il segno usato dal Ppe, insieme ai colori blu e giallo): la lista sfiorò il 6% e ottenne addirittura sette consiglieri, nonché l'ingresso - con l'assessore al personale Gianni Stea e quello al lavoro Sebastiano Leo - nella nuova giunta guidata da Michele Emiliano, confermato presidente della Regione Puglia anche grazie all'amplissima coalizione che lo sosteneva. 
Circa un anno dopo le elezioni, però, i rapporti all'interno dell'ex lista - che intanto aveva scelto di trasformarsi nel movimento politico Popolari - avevano iniziato ad apparire più tesi. Lo ha dimostrato, ad esempio, una dichiarazione secca diffusa da Gianni Stea a fine agosto 2021, in cui si diffidavano "tutti coloro i quali in questi giorni e in vista delle imminenti elezioni amministrative, utilizzano o abbiano intenzione di utilizzare sia a mezzo stampa che sui social, i simboli dei Popolari e dei Popolari con Emiliano, o simboli simili che possano generare confusione negli elettori". Tra luglio e agosto, infatti, proprio Stea - promotore in autunno di varie liste alle amministrative - aveva fatto depositare a proprio nome domanda di marchio per i simboli dei Popolari e dei Popolari con Emiliano, per cui rivendicava di essere l'unica persona legittimata a usarli (e a decidere chi avrebbe potuto usarli): pur in mancanza di nomi nella nota, era facile pensare che si riferisse alle immagini in cui Massimo Cassano appariva accanto ad amministratori e candidati, affiancando al simbolo di Puglia popolare anche quello dei Popolari. Eppure solo un mese prima era stato Massimiliano Stellato, capogruppo dei Popolari con Emiliano, a lamentare usi a suo dire indebiti - e secondo i giornali ce l'aveva proprio con Stea - del nome del gruppo consiliare: "Per il gruppo consiliare parlo io, per il movimento politico 'Popolari' parlano Massimo Cassano e Totò Ruggieri".
Come che sia andata, con l'andare delle settimane la situazione ha conosciuto evoluzioni, fino alla scissione nel gruppo in consiglio regionale. Nel verbale della seduta del 1° marzo si legge infatti: "in data 28 febbraio 2022, il consigliere regionale Saverio Tammacco del Gruppo 'Misto' e i consiglieri Sebastiano Giuseppe Leo, Sergio Clemente, Mauro Vizzino, del Gruppo 'Popolari con Emiliano', ai sensi dell’articolo 6 del Regolamento interno, hanno comunicato di aver costituito il nuovo Gruppo consiliare denominato 'Per la Puglia'. Presidente del medesimo Gruppo è stato nominato il consigliere Saverio Tammacco". Per la Puglia (a fondo blu scuro, praticamente il tono di Puglia popolare, con il segno del "per" in bianco - nel quale è stata evidenziata in giallo una forma stilizzata del cuore - e un piccolo arco tricolore in basso) è dunque il nuovo gruppo, di cui fanno parte tanto Tammacco (che nel 2021 era approdato al gruppo misto dopo essere stato eletto nella lista La Puglia domani, legata a Fitto) quanto i tre ex Popolari con Emiliano, incluso l'assessore Leo.
Alla presentazione del gruppo, avvenuta il 28 febbraio con l'intervento dello stesso Michele Emiliano, c'era pure Massimo Cassano, anche se non ha parlato. I media hanno attribuito a lui il ruolo di artefice del nuovo raggruppamento; l'assessore Leo ha precisato "Noi siamo un gruppo che ha come riferimento Emiliano, la nostra leadership è condivisa, non c'è un capo; è un gruppo coeso e che non vuole andare contro nessuno e che vuole contare di più dentro il Consiglio regionale. Ed è sicuramente un gruppo che è ben visto anche dal direttore di Arpal Cassano". E se lo stesso giorno della nascita del nuovo gruppo l'assessore Stea ha annunciato una "azione di rafforzamento dei Popolari in tutta la Puglia", con l'idea - condivisa dal coordinatore Salvatore Ruggeri, già tesoriere Udc - di presentare una lista alle regionali del 2025 (e proprio il 28 febbraio ha pure fatto depositare un'altra domanda di marchio, stavolta per il simbolo Popolari al Centro), da varie settimane Cassano, Clemente e altri lavoravano per restituire visibilità e consolidare il progetto di Puglia popolare, il cui nome è comparso in vari consigli comunali. 
Già, ma Italia popolare? Proprio così, in effetti, si chiama ora il gruppo consiliare barese nato da pochissimo. A quanto sembra di capire, il simbolo di Italia popolare sarebbe apparso per la prima volta il 22 dicembre 2021, alla conferenza stampa in cui l'ex senatore Massimo Cassano aveva presentato l'ingresso in Puglia popolare di due dei consiglieri comunali baresi (Francesca Ferri e Giuseppe Di Giorgio) che fanno parte del neogruppo: sul tavolo dell'evento, c'erano le bandiere di Puglia popolare e dei Popolari (quelli con il cuore e senza il riferimento a Emiliano), ma c'era anche il vessillo di Italia popolare, praticamente quello di Puglia popolare (stesso blu di fondo, stesso carattere usato in passato da Ncd e Alternativa popolare), solo con il nome cambiato e con l'aggiunta di una semplice, sottile striscia tricolore. Lo stesso simbolo da poco più di un mese - e soprattutto dall'inizio di marzo - appare regolarmente sulla pagina Fb di Cassano.

"Italia popolare siamo noi dal 2004, non potete usare il nome"

Che ci sia l'idea di un progetto più ampio rispetto alla sola Puglia è confermato da una dichiarazione della capogruppo barese Francesca Ferri: "Puntiamo - ha detto a proposito di Puglia popolare - ad andare oltre i confini regionali, a trasformarci presto in 'Italia Popolare' con un progetto centrista e moderato, nel solco dell'azione amministrativa e politica con Antonio Decaro e Michele Emiliano". 
Com'è bastato cambiare Alternativa popolare in Puglia popolare, basterà sostituire il nome della regione con quello dell'intero Paese? Forse no, a giudicare dalla diffida che poche ore fa è stata inviata a Cassano dal moncalierese Giancarlo Chiapello, della segreteria nazionale di Italia popolare, fondata quasi vent'anni fa. "Ci corre l’obbligo - scrive Chiapello nella comunicazione, comunicando di avere da poco appreso dell'uso del nome "Italia popolare" - di segnalare l’impossibilità da parte vostra di utilizzare tale denominazione in uso ad altro movimento politico. Infatti “Italia Popolare” come movimento per l’Europa nasce a Roma nel 2004 con atto depositato presso un notaio, presieduto dal sen. prof. Alberto Monticone, con Presidente onorario l’on. Gerardo Bianco, e inizia le sue attività e il suo impegno legato all’identità del popolarismo, su scala nazionale. La sede nazionale oggi si trova presso i Popolari di Moncalieri (To), ultima sezione operativa sturziana in Italia, che precedentemente, aderenti a Italia Popolare, hanno svolto l’incarico di segreteria organizzativa ed oggi mantengono la piena continuità operativa del movimento anche dal punto di vista elettorale, avendo utilizzato negli anni la denominazione di Italia Popolare in elezioni amministrative piemontesi e campane".
Chi frequenta in modo assiduo o saltuario questo sito difficilmente proverà stupore di fronte a queste affermazioni: già in passato, infatti, Chiapello aveva messo in guardia chi aveva cercato di impiegare le denominazioni "Italia popolare" o "Popolari" (parola che campeggia nel simbolo depositato come marchio nel 2006 dall'associazione moncalierese I Popolari - Collegio 12 - proprio quella - e che attualizzava lo scudo nel gonfalone elaborato nel 1995 per la parte di Ppi che aveva scelto di seguire Gerardo Bianco e non Rocco Buttiglione). "Come in passato ci troviamo nella condizione di tutelare una denominazione che rappresenta un impegno quasi ventennale di tanti uomini e donne che si sono impegnati a preservare la tradizione del popolarismo italiano". 
A conferma tanto dell'uso precedente quanto delle battaglie già sostenute a difesa del nome, tra l'altro, la diffida cita un articolo pubblicato proprio da questo sito all'inizio del 2017, quando si dava per imminente la possibile adozione dell'etichetta "Italia popolare" da parte del Nuovo centrodestra di Angelino Alfano. In quell'occasione si ricordarono l'avvertimento già lanciato nel 2011 a Silvio Berlusconi (quando sembrava che volesse ribattezzare "Popolari" il suo partito: l'idea tramontò in fretta), ma soprattutto l'altolà lanciato un anno più tardi - nel mese di dicembre 2012 - a Gianni Alemanno, che voleva organizzare una manifestazione e magari un movimento usando come nome proprio "Italia popolare": "si ritiene dunque opportuno - scrisse allora Chiapello - per evitare confusioni diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Non risulta che quel nome, dunque, sia più stato utilizzato. Quando poi, nel 2017, Giuseppe (e Ciriaco) De Mita inaugurarono L'Italia è Popolare, allora il gruppo di Chiapello non mandò diffide, ma - sulla base della comune storia democristiana e popolare - instaurò un dialogo, offrendo collaborazione a patto di ottenere reciproco riconoscimento e pari dignità (ciò ha portato, nel 2020, alla concessione dell'uso del vecchio simbolo del gonfalone ai De Mita, inserito in una delle liste presentate a sostegno di Vincenzo De Luca).
Oltre all'uso a livello locale, poi, si aggiunge che il soggetto politico Italia popolare può contare su un altro titolo rilevante: nel 2008 il suo simbolo è stato depositato anche al Ministero dell'interno in vista delle elezioni politiche (anche se poi non si sarebbe fatta la lista) e quel contrassegno è stato regolarmente ammesso. Ricordando a Cassano i precedenti qui citati in breve, Chiapello si augura che cessi quanto prima da parte del suo gruppo l'uso del nome Italia popolare "per non ingenerare confusione con una realtà politica preesistente ed operativa", annunciando in caso contrario azioni (anche giudiziarie) a tutela di Italia popolare. Qui ovviamente il problema non è dato dal simbolo in sé - visibilmente diverso - ma dall'identità del nome (che ancora prima dell'emblema è in grado di identificare un soggetto politico). Ci vorrà tempo per sapere se l'invito di Chiapello sarà accolto oppure no: eventuali sviluppi, ovviamente, saranno divulgati.

martedì 2 febbraio 2021

"Lascio il M5S, fondo il Centro - Popolari italiani". Ma Carelli dimentica che...

Mai stare tranquilli in politica quando si maneggia un nome. Mai. Nel mondo in cui le idee hanno padri e madri ma sono di tanti e inventare qualcosa di davvero nuovo sembra quasi impossibile, tirare fuori una denominazione nuova per distinguere il proprio partito o il proprio gruppo è un'impresa ardua e, soprattutto se ci si vogliono evitare esperimenti linguistici improbabili, si rischia di imbattersi sempre in qualcosa di già frequentato da altre persone. Alle quali il nuovo uso può andare non affatto bene.
L'ultima vittima sembra essere Emilio Carelli. Il giornalista, entrato alla Camera nel 2018 eletto nel Movimento 5 Stelle, ha comunicato oggi la decisione di lasciarne il gruppo: "Non senza sofferenza interiore annuncio la mia uscita dal Gruppo parlamentare - si legge sulla sua pagina Facebook -. In questo modo dico addio ad un Movimento che ha perso la sua anima. La mia decisione arriva dopo una lunga riflessione ed un bilancio di questi quasi tre anni trascorsi in Parlamento, durante i quali ho cercato in tutti i modi di contribuire alla crescita e al benessere del Paese e a realizzare i valori fondativi del M5S nei quali credo e mi riconosco ancora e che continuo a portare nel cuore. Purtroppo il bilancio finale non è positivo. Troppe volte ho assistito a scelte sbagliate che non ho condiviso, persone sbagliate e incompetenti nei posti sbagliati che non ho condiviso. Ed ogni volta che ho cercato di esprimere il mio parere, di portare un contributo corroborato da oltre 40 anni di esperienza professionale, sono rimasto inascoltato. Alla mia decisione ha contribuito anche il triste spettacolo di queste ultime settimane con il tentativo di compravendita di singoli parlamentari delle opposizioni o dei gruppi minori al solo fine di garantire la maggioranza, peraltro risicata, ad un governo che i voti non aveva più, ma anche l’inadeguatezza del piano di attuazione del Recovery Fund. Il M5Stelle ha rappresentato per me un sogno bellissimo al quale avrei voluto seguisse la realtà. Purtroppo non è stato così".
Già, ma lo scivolone sul nome? Arriva nell'ultimo paragrafo, quando Carelli scrive: "Mentre entro nel Gruppo Misto della Camera voglio propormi come aggregatore di una nuova componente 'Centro - Popolari Italiani', che potrebbe diventare una casa accogliente per tutti i colleghi che intendono lasciare il Movimento ma temono di restare isolati, ma anche per chi proviene da altri gruppi. Sarà una componente moderata, di centro destra, che vuole rappresentare il primo passo verso la costituzione di un nuovo gruppo parlamentare che vorrei in sintonia col Ppe, sostenitore dell’Europa, della difesa dell'ambiente, del mondo delle imprese e della tutela dei lavoratori mettendo l’innovazione e la ricerca al centro delle proprie iniziative. Una iniziativa politica che intende dare voce a tutta quell’area moderata e liberale che guarda con diffidenza agli estremismi di ogni genere e che esige risposte concrete ai problemi reali".
Il simbolo per le regionali 2020
Qual è il problema?
Forse il centro, che per molto tempo è rimasto quasi vuoto, nella foga di svuotarlo per riempire le coalizioni di centrosinistra e centrodestra? Probabilmente no: c'è l'Udc - Unione di centro, ma sembra in altre faccende affaccendata e in ogni caso la localizzazione centrale non è certo una loro proprietà privata. Il problema casomai è nell'altra parte del nome della componente, "Popolari italiani". Perché per l'ennesima volta qualcuno ha fatto i conti sul concetto di popolarismo senza ricordarsi che qualcuno quel concetto lo presidia da anni. Il sito www.popolaritaliani.it, infatti, è già stato registrato (almeno dall'agosto del 2020): visitandolo, si viene rimandati al sito dei Popolari di Moncalieri. Si tratta proprio dell'unica sezione del Partito popolare italiano (già Dc) che nel 2002 decise di non passare alla Margherita e di mantenere la propria autonomia, che nel 2007 registrò il simbolo del partito (gonfalone con scudo senza croce e la parola "Popolari") come marchio e tre anni prima aveva fatto nascere Italia popolare, sotto la guida di Alberto Monticone.
Nel corso degli anni, il gruppo - in particolare con il segretario della sezione Giancarlo Chiapello - ha già reagito contro i tentativi di Silvio Berlusconi, Gianni Alemanno e Mario Mauro (ma stando pronto a muoversi anche in altre occasioni) di usare i nomi "Popolari" o "Italia popolare" senza nemmeno aver tentato un'interlocuzione con chi da anni ha rinnovato la titolarità su di esso e sul simbolo, presentandolo anche alle elezioni (concedendolo in particolare alle ultime regionali in Campania al gruppo ispirato da Ciriaco De Mita). Non deve stupire, dunque, che appena appresa la notizia del post di Carelli i Popolari di Moncalieri si siano affrettati a uscire con un loro comunicato:
Apprendiamo che l'on. Emilio Carelli ha abbandonato il Movimento 5 Stelle per approdare al Gruppo misto della Camera dei Deputati inventando una componente denominata "Popolari Italiani".  Innanzitutto chiariamo che non abbiamo nulla a che fare con questa operazione. Chiariamo inoltre che gli unici titolati ad utilizzare il nome di Popolari sono gli animatori di questa pagina che hanno da 15 anni registrato il simbolo che la contraddistingue presso la banca dei marchi. Siamo certamente aperti al dialogo con chiunque voglia accompagnarci sulla via del Popolarismo, senza posizioni ancillari verso nessuno, ma saremo intransigenti nella difesa della nostra identità e del nostro nome che contraddistingue anche il nome del sito www.popolaritaliani.it Riteniamo l'iniziativa dell'on. Carelli assolutamente illegittima, sperando certamente, nella buona fede.
Si vedrà più avanti se ci saranno sviluppi della questione. Nel frattempo, Carelli farebbe bene a non usare più il nome "Popolari italiani" (prima che, già che ci si è, si svegli pure l'associazione Partito popolare italiano, non ancora sciolta; tra l'altro, nel 2013, Giuseppe Gargani aveva già provato a registrare il simbolo dei Popolari italiani per l'Europa, ma la domanda era stata rifiutata). Meglio muoversi ora, giusto per evitare di avere una grana in più nel momento in cui, traslocando nel misto, si prepara a mettere in piedi una nuova componente (tra l'altro, almeno in una prima fase, avrebbe bisogno del sostegno "tecnico" di un partito che ha presentato almeno una lista alle elezioni. Si aspetta che quel soggetto emerga o si attende di raccogliere almeno dieci deputati per non averne bisogno?).

giovedì 28 gennaio 2021

Giovani Popolari, nuovo simbolo per un nuovo inizio ambizioso

A meno di un anno dal loro congresso (il primo organizzato dopo vent'anni), i Giovani Popolari hanno deciso di darsi un nuovo simbolo, che si riconnette con l'inizio della loro "ultima" storia, pur reinterpretandola alla luce dell'oggi e delle nuove necessità. Hanno preso questa decisione, con l'idea di contrassegnare così il cammino da poco ripreso, paradossalmente in una fase in cui il loro partito di riferimento - il Partito popolare italiano - non opera più politicamente dal 2002, ma con l'idea di ripartire dall'unica sezione del partito in Italia - precisamente quella di Moncalieri, fondata peraltro nel 1919, tra le prime, da Felice Andrea Masera - che è rimasta in attività e che nel corso degli anni ha mantenuto vivo il patrimonio ideale del popolarismo in Italia (anche reagendo contro chi aveva cercato di appropriarsene in modo indebito).
Il nuovo emblema è stato presentato ieri sera, in un evento online ospitato dalla pagina dei Giovani Popolari, aperto da Matteo Pizzonia, eletto segretario dell'organizzazione al citato congresso svoltosi il 5 luglio dello scorso anno e che tra i primi impegni del suo mandato ha accolto a Moncalieri Lorenzo Bugli, consigliere del Consiglio Grande e Generale di San Marino, nonché presidente dei Giovani democratico cristiani sammarinesi, organizzazione con cui i Giovani Popolari hanno stipulato un Memorandum di amicizia (in occasione della visita della delegazione giovane popolare alla Repubblica del Titano).
Il primo simbolo del 1995
Il gruppo in questi mesi si è dimostrato in lenta ma costante crescita, richiamando l'impegno soprattutto di varie persone intorno ai vent'anni, provenienti da varie regioni: persone che non hanno, non possono avere la nostalgia di un passato che non hanno vissuto (e men che meno possono dirsi "ex" rispetto a un'appartenenza di partito o di corrente), eppure hanno avvertito l'esigenza di una collocazione politica moderata al di fuori dei partiti e degli schieramenti che operano attualmente nel quadro politico italiano (soprattutto dai due poli che la Seconda Repubblica ha tentato di imporre). E lo hanno fatto ripartendo, come si diceva, dalla sezione di Moncalieri, l'unica in tutta l'Italia che nel 2002 decise di non passare alla Margherita (e nemmeno in seguito al Partito democratico). 
Il segretario di quella sezione, Giancarlo Chiapello, ha ricordato le fasi che portarono nel 2004 alla costituzione di Italia popolare (con Alberto Monticone) e nel 2007 a registrare come marchio una versione semplificata del simbolo che nel 1995 si diedero coloro che erano rimasti nel Ppi e riconoscevano come segretario Gerardo Bianco. Quel simbolo, con gonfalone e scudo (senza croce) inclinato, fu impiegato in varie elezioni comunali in Piemonte e in Campania (con il nome di Italia popolare), fino al suo ritorno con maggiore visibilità lo scorso anno, alle regionali campane, per contraddistinguere il progetto politico ispirato dall'ex segretario nazionale della Dc Ciriaco De Mita e schierato in appoggio a Vincenzo De Luca.
Simbolo per le regionali campane
In quell'occasione, in effetti, il simbolo fu concesso, ma della sua resa grafica si occuparono persone esterne ai Popolari di Moncalieri. In questo caso, invece, i Giovani Popolari hanno scelto di provvedere direttamente al restyling e all'adattamento dell'emblema (non destinato alle schede elettorali, ma utile soprattutto per comunicare la propria identità): si sono rivolti a un giovane grafico, Stefano Croletto, che ha accompagnato il gruppo in ogni passaggio della realizzazione, accogliendone le varie richieste. Dall'esperienza campana si è ripresa l'ispirazione del blu più scuro per il fondo, per dare un'idea più moderna di grafica; in compenso, il gonfalone è stato riportato all'originaria forma con cinque "denti" (ed è stato un bene, per la sua resa grafica), anche se si è scelto di ammorbidirne gli angoli. Il gonfalone è bianco, come in origine, e qui lo si nota anche di più perché stavolta non contiene lo scudo grande, ma solo la dicitura in maiuscolo "Giovani Popolari"; è rimasto però un piccolo riferimento, perché la seconda "O" di "Popolari", in posizione perfettamente centrale, è stata sostituita proprio con quel profilo di scudo, tagliato sul fianco destro come lo era quello disegnato nel 1995 da Giuliano Bianucci per poter collocare l'ultima parte della parola "Popolari". Chi vedesse ora quel simbolo senza conoscere la storia non capirebbe il perché di quel taglietto; per chi ha vissuto quegli anni, ne ha letto o ne ha sentito parlare, il segno parla da sé. 
I Giovani Popolari, vista la loro attenzione ai contenuti, non hanno avuto paura del bianco, del vuoto (che peraltro potrebbe essere riempito virtualmente con il gonfalone del comune di ogni aderente): hanno preferito dare un messaggio semplice e diretto. La parola "Giovani" è persino più grande di "Popolari" (anche perché è più breve e la grafica lo suggerisce): per l'occasione non si è usato il vecchio carattere del 1995 (Optima), ma il più moderno e lineare Steinberg. Inizialmente si era pensato di mettere la scritta in diagonale, un po' com'era all'inizio, ma l'impressione era di un eccessivo peso nella parte superiore, così alla fine si è optato per una posizione centrale e orizzontale del nome, anche per restituire armonia e un solido fondamento per una realtà che ha scelto di muovere di nuovo i primi passi.
Tra i primi impegni ce n'è uno davvero ambizioso: la ricostituzione, almeno come primo nucleo, del dipartimento Studi, propaganda e stampa, la vecchia Spes, avendo individuato quella struttura - concepita e voluta da Giuseppe Dossetti - come essenziale nel progetto di ridare spazio ed energie a un cammino politico. Non a caso, il gruppo dei Giovani Popolari ha scelto fin qui e per il futuro di occuparsi soprattutto di formazione, con varie iniziative divulgative, al fine di creare comunità politica e "fornire pensiero". Al momento la nuova Spes si sta impegnando ad approfondire i temi della didattica scolastica a distanza e dell'unificazione della comunità europea.
Ha apprezzato il simbolo creato e ricordato il valore della Spes e del movimento giovanile nella storia della Dc (sottolineando la necessità di fare sintesi tra speculazione e azione, tra studio e attività politica) Marco Civra, giornalista (già corrispondente del Popolo e consulente della Presidenza del Consiglio per la comunicazione dal 1994 al 1996), esperto di comunicazione politica e attivo in ambito editoriale (per i tipi di Marcovalerio). Civra ha anche sottolineato l'attenzione che l'attenzione politica merita all'interno di un dibattito seguito alla presentazione del simbolo, moderato da Chiapello, al quale hanno partecipato anche l'autore di questo articolo, Pizzonia e altri due giovani popolari, Mattia Antinoro (molto attento ai temi della solidarietà e del "sogno europeo", da rinnovare e rendere di nuovo possibile) e Francesco Fonte, uno dei due vicesegretari (l'altro è Agostino Alfieri), impegnato soprattutto nel ridare vita alla Spes. Nel frattempo sono stati avviati i contatti con i giovani del Partito popolare europeo perché anche in questo modo possa continuare la ricostruzione. E chissà che nel simbolo appena varato non possa, in un tempo più o meno prossimo, apparire qualche segno di una delle famiglie partitiche che più ha lavorato per costruire l'Europa che doveva essere (e che non è da troppo tempo)...

martedì 7 luglio 2020

I Giovani Popolari a congresso (con simbolo) dopo vent'anni

Lo si è visto alcune settimane fa: in alcune contrade la voglia di fare politica anche in giovane età non è sfumata, quella di aggregarsi e riconoscersi in un'associazione legata a un partito, magari con un simbolo simile a quello del partito stesso, pure. Giovani comunisti, dunque, ma anche giovani socialisti, repubblicani, liberali, leghisti, forzisti, nazionali (per Fratelli d'Italia), di sinistra, persino monarchici. E, da qualche giorno, di nuovo anche popolari. 
Già, perché domenica 5 luglio si è riunito il Congresso dei Giovani Popolaridopo un silenzio lungo quasi vent'anni. L'ultimo congresso nazionale (straordinario) si era tenuto infatti a Montesilvano dal 9 al 10 dicembre del 2000: lì era uscito eletto l'abruzzese Antonio Iannamorelli, che una manciata di mesi dopo sarebbe diventato primo presidente nazionale dei Giovani della Margherita, per poi intraprendere una lunga attività di lobbista. Da allora, ovviamente, nessun congresso dei Giovani Popolari si è più svolto, visto che il Partito popolare italiano ha deciso di sospendere la propria attività (a partire dall'ultimo congresso, celebrato dall'8 al 10 marzo 2002).
In quell'occasione, tuttavia, la sezione del Ppi di Moncalieri, vicina ad Alberto Monticone, decise di non aderire alla Margherita e volle "restare popolare". Formalmente non poteva intestarsi la continuità giuridica del partito sospeso (che come associazione politica esiste ancora e ha come legali rappresentanti Luigi Gilli e Nicodemo Oliverio), ma poteva custodire il patrimonio ideale del partito: così nel 2002 la sezione cambiò nome in "Associazione Popolari - Collegio 12", appunto il numero del collegio della Camera - in base alla "legge Mattarella" - corrispondente a Moncalieri. La stessa associazione, nel 2006, si è fatta carico del deposito come marchio del primo simbolo del Ppi (quello con lo scudo inclinato nel gonfalone e con la parola "Popolari"), pur se rivisto graficamente, utilizzandolo poi come base per la nuova formazione guidata da Monticone, Italia popolare. A Moncalieri, dunque, gli appartenenti all'associazione e coloro che hanno gravitato intorno a questa hanno continuato a chiamarsi Popolari: per questo, nel corso del tempo, hanno potuto diffidare in modo autorevole Silvio Berlusconi, Gianni Alemanno, Mario Mauro e Angelino Alfano quando hanno pensato di utilizzare il nome "Popolari" o "Italia popolare" per i loro progetti politici.
Nel corso degli anni, dunque, la "sezione popolare" di Moncalieri non h
I Giovani Popolari negli anni '90
a mai cessato la propria attività e hanno continuato a frequentarla anche ragazze e ragazzi del luogo. In un periodo in cui nell'area cattolica e post-democristiana si registrano movimenti rilevanti e segnalare la propria presenza è significativo, anche attiviste e attivisti iuniores dei Popolari hanno ottenuto il loro spazio e hanno scelto di celebrare il loro congresso, ovviamente a Moncalieri: per l'occasione anche il simbolo dei Popolari - Italia popolare è stato leggermente adattato per i Giovani Popolari, com'era avvenuto negli anni '90 per il Ppi  Alla carica di segretario è stato eletto 
Matteo Pizzonia, giovane studente universitario, già impegnato nel mondo parrocchiale e dei Comitati di Borgata. 
Visto che l'evento, pur se su scala ridotta, ha fatto registrare un ritorno a vent'anni di distanza, al congresso è arrivato anche il saluto di Loredana Vivolo, avvocata ed eletta segretaria nazionale dei Giovani Popolari il 18 gennaio 1998, rimasta in carica fino al 2000. "Ci tengo ad esprimervi sia la mia ammirazione sia il mio più sentito incoraggiamento. Il sapere che ci sono ancora ragazzi pronti a diffondere i principi democratici e sociali del Popolarismo, dà ossigeno anche a chi come me, da più tempo, si sente tradito proprio da uomini e donne che per un periodo della vita ha avuto come compagni di battaglie in cui credeva e crede ancora. Ho aderito ai Giovani Popolari nella fase più buia, quando affermarsi tali significava inimicarsi il mondo intero. Immagino quanta gente penserà che siete strani ed anacronistici. Non lo pensate mai, non rinunciate mai a difendere i vostri e i nostri valori. Studiate, tanto. Soprattutto la storia. Solo così avrete gli strumenti per discernere. Partite sempre dal vostro vicino, siate sempre tesi ad ascoltare gli altri e strumenti a disposizione della collettività. Spero di conoscervi presto. Osate sempre. Buon lavoro e a presto".
Tra le persone soddisfatte c'è ovviamente Giancarlo Chiapello, segretario della sezione-associazione Popolari - Collegio 12, che assieme ad altre persone ha mantenuto viva per anni la presenza popolare a Moncalieri, con un occhio sempre alla situazione nazionale. A livello locale i giovani si occuperanno soprattutto di legalità - promuovendo i valori basilari della buona politica e mantenendo alta l'attenzione verso i fenomeni mafiosi - e di temi ambientali. Tra i primi impegni per i Giovani Popolari spicca la visita (attorno alla metà del mese, in occasione delle feste del patrono di Moncalieri) di una delegazione dei Giovani Democristiani della Repubblica di San Marino, legata dunque al Partito democratico cristiano sammarinese, che si tratterrà per qualche giorno a Moncalieri. Il tutto sempre senza perdere di vista la politica nazionale e gli appuntamenti elettorali che si terranno a settembre, che secondo i ben informati potrebbero anche vedere il ritorno del "simbolo del Partito popolare" sulle schede elettorali della Campania, come dichiarato al Mattino da Ciriaco De Mita sabato. Quale simbolo, lo si vedrà tra qualche giorno.

venerdì 5 gennaio 2018

Italia popolare: guardiamo a De Mita e a Civica popolare se...

Tra poche ore dovrebbe finalmente essere svelata la scelta grafica della lista Civica popolare, per capire se ci sarà la margherita legata alla storia politica di Lorenzo Dellai (sembra proprio di sì, con i petali piuttosto in evidenza); nel frattempo, però, a quella partita è molto interessata un'altra formazione da guardare con molta, molta attenzione. Si sa che uno dei quattro gruppi che hanno dato vita alla lista guidata da Beatrice Lorenzin è L'Italia è Popolare, l'area politica cattolico-democratica - si sarebbe tentati di dire quasi-quasi-democristiana - che ha come riferimento Giuseppe De Mita, nipote di Ciriaco: ebbene, nella scelta del nome forse non hanno tenuto conto del fatto che, da quasi quattordici anni, Italia popolare esiste già e nel tempo è riuscita a far desistere tutti quelli che, in un modo o nell'altro, volevano mettere le mani su quel nome.
Questo sito si è occupato più volte di Italia Popolare, ossia della realtà politica fondata nel lontano 2004 da Alberto Monticone (ma c'era anche Gerardo Bianco) per dare una casa a coloro che nel 2002 avevano rifiutato di far confluire il Ppi all'interno della Margherita, volendo restare "semplicemente" popolari: anche per questo, l'associazione "I Popolari collegio 12" di Moncalieri, legata proprio a Italia popolare, ha registrato come marchio il proprio simbolo, che altro non è che la versione modernizzata dello scudo inserito nel gonfalone, schizzato da Guido Bodrato nel 1995 per la parte di Ppi rimasta fedele a Bianco nella lotta intestina con la fazione di Rocco Buttiglione.
Negli anni, Monticone e il responsabile organizzativo (nonché referente piemontese) del movimento Giancarlo Chiapello hanno dovuto reagire a vari tentativi di personaggi politici di utilizzare per i loro progetti nomi legati al soggetto politico nato nel 2004. Non si è trattato esattamente di pesi piuma: il primo a essere diffidato è stato un certo Silvio Berlusconi, che all'inizio del 2011 secondo i media sembrava voler ribattezzare il suo partito "Popolari"; poco tempo dopo, nessuno parlò più del progetto; nel 2012 toccò a Gianni Alemanno, reo di aver chiamato una sua manifestazione "Italia popolare" e di aver fatto un pensierino all'idea di guidare una forza politica con quel nome (lasciato prontamente da parte). Nel 2013 un segnale fu mandato anche a Mario Mauro, fondatore dei Popolari per l'Italia, per quel nome troppo simile a a quello del gruppo di Monticone (il partito di Mauro rimase in piedi, ma si dimostrò quasi irrilevante); all'inizio del 2017, peraltro, quando Angelino Alfano tra i vari nomi possibili per la Sua nuova formazione aveva pensato anche a Italia popolare, almeno fino all'ennesima messa in guardia di Chiapello.
Insomma, visto che la somiglianza del nome c'è tutta - e nella Campania dei De Mita il gruppo ha un certo radicamento - e vista la combattività del gruppo di Italia popolare, una certa attenzione andrebbe prestata. Anche perché - a farlo apposta non ci si sarebbe riusciti - non è solo il gruppo di De Mita ad avere usato un nome che ricorda qualcosa di già visto: anche se l'etichetta della lista appare una crasi tra la Civica per il governo del Trentino che fu di Dellai e Alternativa popolare di Lorenzin, il nome che risulta è drammaticamente simile a Intesa civica popolare che sempre Giancarlo Chiapello e i suoi avevano coniato e utilizzato a livello locale, per calare ulteriormente la propria esperienza nei territori; qualcosa di simile era avvenuto con Italia civica, altra etichetta che mesi fa sembrava piacere a Berlusconi, ma che Chiapello nel 2007 aveva già usato alle amministrative di Moncalieri.
De Mita e Lorenzin devono dunque aspettarsi qualche azione legale anche da Italia popolare? Questa volta no, almeno per il momento. Giusto ieri è uscito un comunicato a firma di Chiapello e dei referenti di Toscana, Marche e Campania di Ip, con il quale si guarda con più interesse a questo tentativo elettorale, purché si inizi un percorso serio: 

domenica 23 luglio 2017

Anche la strada di Italia civica passa per Moncalieri?

Nemmeno a farlo apposta, è bastato aspettare giusto un paio di giorni dalla notizia - data dalla Stampa - in base alla quale Niccolò Ghedini starebbe lavorando per conto di Silvio Berlusconi alla creazione di un movimento politico contenitore per alfaniani di ritorno e altri centristi, da collocare nel centrodestra e battezzare Italia civica, per avere conferma del fatto che il nome non era esattamente nuovo, avendolo già usato qualcun altro.
Già il giorno stesso in cui il progetto era stato svelato, Formiche.net aveva fatto notare che il sito www.italiacivica.it era già stato acquistato da un ex montiano ora iscritto al Pd; su questo sito avevo già scritto che Civica Italia era un marchio registrato da Italia futura, la fondazione di Luca Cordero di Montezemolo. La partenza non era delle migliori, ma ora si sa che il nome Italia civica aveva già fatto la comparsa alle elezioni amministrative di Moncalieri nel 2007. Era stata chiamata Italia civica, infatti, la lista che sanciva l'alleanza tra Italia popolare e l'Italia di mezzo, la formazione nata qualche mese prima su impulso di Marco Follini, nel frattempo passato a sostenere l'ultimo governo Prodi.
Detta così, i berlusconiani potrebbero non avere molto da preoccuparsi: la giurisprudenza non è certo priva di decisioni in cui si dice che un uso isolato di un nome o di un simbolo in comuni non toglie la novità a segni impiegati successivamente. Il fatto è che, come detto, il simbolo in questione era stato presentato da Italia popolare e il suo candidato sindaco era Giancarlo Chiapello, il referente piemontese e responsabile organizzativo di quello stesso movimento, fondato nel 2004 da Alberto Monticone, dopo che quest'ultimo aveva rifiutato due anni prima la confluenza del Ppi nella Margherita e aveva scelto di restare "semplicemente" popolare.
Ebbene, Chiapello e Italia popolare, negli ultimi anni, hanno reagito puntualmente a ogni tentativo di vari personaggi politici di utilizzare nomi già impiegati da loro. E l'entourage di Berlusconi dovrebbe saperlo bene: all'inizio del 2011 secondo i media lui - nel tentativo di liberarsi di una sigla poco appetibile come il Pdl - aveva pensato di ribattezzare il suo partito "Popolari", volendo porsi come riferimento italiano al Ppe, ma Monticone e Chiapello si misero di traverso. Dopo qualche giorno non ci fu più traccia sui giornali o altrove dell'uso di quel nome: forse era solo una boutade, forse qualcuno ci aveva fatto davvero un pensierino ma dopo quell'avvertimento aveva fermato tutto per non avere grane. 
Alla fine del 2012, ci cascò Gianni Alemanno, organizzando una manifestazione dal titolo Italia popolare e, forse, pensando di chiamare così il suo nascente partito. Partì puntuale una nota firmata da Chiapello, per "diffidare chiunque dall'utilizzo di tale denominazione, in particolare da parte di chi è ben lontano dalla tradizione politica del popolarismo, che mai ha assunto connotazioni o interpretato posizioni di destra". Manco a dirlo, quel nome Alemanno non lo usò più, optando per Prima l'Italia (etichetta usata come slogan nel 2012 dal Pd e vent'anni prima dalla Dc).
Alla fine del 2013 Mario Mauro, uscito da Scelta civica, volle far nascere i Popolari per l'Italia: Chiapello e Monticone avviarono contatti informali, per avvertire i fondatori del nuovo partito che altri Popolari esistevano già da prima e non si erano mai sciolti. Mauro - che intanto si era preso una diffida anche da Pierluigi Castagnetti, ultimo segretario politico del Ppi, perché la sigla dei Popolari per l'Italia era identica a quella dei vecchi Popolari - in effetti decise di andare avanti comunque, ma il progetto non riuscì mai a decollare: il simbolo, negli anni, si è visto pochissimo e a marzo l'ex ministro è tornato in Forza Italia.
L'ultima battaglia, per ora, è stata ingaggiata a gennaio di quest'anno, quando si seppe che tra i tanti simboli depositati come marchio da Angelino Alfano c'era anche - guarda un po' - Italia popolare. Chiapello così per sicurezza dichiarò per l'ennesima volta - anche al Tempo, intervistato da Carlantonio Solimene - che la denominazione era già occupata, con tanto di atto costitutivo notarile, dunque non era il caso di provare a usarla.
Il cerchio, dunque, sei anni dopo in qualche modo si chiude, tornando là dov'era partito: a Silvio Berlusconi. E' vero, quell'unico uso del 2007 potrebbe non fare molta paura (e la grafica sfoggiata all'epoca era francamente dimenticabile): quell'episodio moncalierese, questa volta, più che di una pietra d'inciampo ha le sembianze di qualche granellino di sabbia. Eppure, com'è noto, i granellini possono bloccare gli ingranaggi di un meccanismo, mentre una domanda risuona quasi obbligatoria: ma possibile che le strade politiche di tanti passino per Moncalieri? Sarà solo un caso o qualcuno, da quelle parti, ci ha visto lontano?

mercoledì 3 giugno 2015

L'orizzonte simbolico di Moncalieri

Tra i comuni che hanno votato per scegliere sindaco e consiglieri domenica scorsa, c'era anche Moncalieri, località della provincia di Torino in cui si sono affrontati cinque candidati alla poltrona di primo cittadino. 
Non ha avuto bisogno del turno di ballottaggio Paolo Montagna, espressione del centrosinistra moncalierese, per ottenere la vittoria: lo sostenevano il Pd, Sel, i Verdi, la formazione soprattutto piemontese dei Moderati e anche una lista civica, E' Tempo, direttamente legata alla figura di Montagna. E giusto per evitare che qualcuno non prendesse sul serio l'invito temporale, la "O" finale e tondissima di "tempo" si trasforma in un quadrante di orologio, con tanto di lancette. Certo, non è chiarissimo quale delle due sia più lunga, per cui non è esattamente semplice capire se la O segni mezzogiorno/mezzanotte e un quarto oppure le tre in punto; difficile, però, che gli elettori ci abbiano pensato in cabina.
Nessun rovello cronotemporale è stato invece proposto dalla coalizione di centrodestra, che candidava a sindaco Giuseppe Furino, classe '46, nato a Palermo. Al suo fianco poteva contare su Forza Italia, Lega Nord Piemont, Fratelli d'Italia, ma anche sul Pli di Morandi e Stefano De Luca, nonché su una formazione tutta locale, l'Alleanza per Moncalieri. Il nome, ovviamente, parlava chiaro e se l'uso dei quattro colori nazionali è piuttosto frequente nelle formazioni di quell'area politica, il contrassegno aggiungeva l'elemento localistico: nello spazio bianco centrale del tricolore, infatti, era facile riconoscere la statua del Nettuno (il "Saturnio"), ancora oggi punto di riferimento per i moncalieresi che attraversano piazza Vittorio Emanuele II, la stessa del municipio. 
Niente di particolare da dire sul contrassegno del MoVimento 5 Stelle, che sosteneva alle elezioni Luca Salvatore (arrivato terzo), mentre merita più considerazione l'emblema che distingueva la candidatura di Giancarlo Chiapello. 
Saltano all'occhio entrambi gli elementi di cui si compone la lista Popolari - Moncalieri città per la famiglia: da una parte, proprio uno spaccato della stessa piazza Vittorio Emanuele II, ma presa da più lontano (per dare l'idea del centro e del comune a misura d'uomo e di famiglia, con riferimento alle politiche su cui il candidato voleva concentrarsi); dall'altra, sullo sfondo ma solo per modo di dire, la rivisitazione grafica del simbolo dei Popolari di Gerardo Bianco, figura cui i Popolari di Moncalieri sono vicini (come pure ad Alberto Monticone). Proprio lo scudo nel gonfalone, schizzato nottetempo da Guido Bodrato nei giorni drammatici della primavera 1995, è stato depositato come marchio dall'associazione che aveva scelto di non aderire alla Margherita nel 2002 ed è stato alla base del contrassegno - usato dalla stessa associazione moncalierese - di Italia popolare. Stavolta, però, la lista di Chiapello non ha ottenuto abbastanza voti per essere rappresentata in consiglio.
Chiude la parata dei contrassegni elettorali di Moncalieri quello del Movimento popolare Rinnovamento, che schiera con un certo coraggio uno sfondo praticamente tutto giallo, un colore non molto diffuso tra i produttori di emblemi. Indubbiamente però fa una certa impressione vedere come quello sfondo diventi un ipotetico cielo in cui spiegano le ali tre uccelli, verosimilmente rondini (vista la coda a V), come se fosse uno scenario post-atomico e irreale. Certamente non era questo l'effetto che candidati e grafici volevano ottenere, di questo si è convinti; solo l'1,69% degli elettori, però, ha dato fiducia al suo candidato Guido Crosetto. Che non è l'ex Pdl fondatore di Fratelli d'Italia: lui alla politica ha detto basta, almeno per ora.

giovedì 13 dicembre 2012

Se Alemanno inciampa su "Italia popolare"...


L’aveva pensata proprio bella Gianni Alemanno, nel pieno della bagarre pre-elettorale e pre-dimissionaria di Monti, specie nel centrodestra. Domenica era previsto un evento voluto da Giorgia Meloni e dal televisivamente presente Guido Crosetto per rifondare il centrodestra? E lui ha piazzato giusto quel giorno un altro incontro, con «un chiaro riferimento al Partito popolare europeo» e, secondo qualcuno, anche a Monti (ma non ci si metterebbe proprio la mano sul fuoco).
Sul nome dell’evento, però, Alemanno inciampa e qualcuno si premura di farlo notare. Quella convention – e, a sentire certe voci, anche il movimento/corrente conseguente – dovrebbe chiamarsi «Italia popolare», un po’ in ossequio al tricolore, un po’ al Ppe. Gli ideatori, tuttavia, sembrano aver fatto i conti senza l’oste, che stavolta si chiama Alberto Monticone. Già, perché nel 2004, dopo che il Partito popolare aveva già concluso da tempo la sua esperienza politica e molti suoi militanti si erano tesserati con la Margherita, il piemontese Monticone e il campano Gerardo Bianco (che era stato segretario dei Popolari) avevano scelto di far continuare quella storia, fondando il movimento «Italia popolare».
Nato il Pd, quella formazione ha cercato anche di presentarsi alle elezioni politiche, depositando come simbolo lo scudo su gonfalone, quasi identico a quello che proprio Bianco utilizzò nel 1995 come contrassegno elettorale: disegnato da Guido Bodrato, era nato nell’urgenza di trovare un emblema per la parte del Ppi che aveva votato contro il segretario Rocco Buttiglione ma non era riuscita a farsi dare pienamente ragione dal tribunale di Roma e a ottenere l’uso dello scudo crociato. Il Viminale non gradì la somiglianza e bocciò quel contrassegno, ma ne era già stata elaborata una versione modificata, in seguito soprattutto accettata alle elezioni che si sono finora svolte in Piemonte e Campania: su fondo azzurro, sempre il gonfalone con scudo, cui si aggiunge la scritta «Italia popolare».
Quel marchio, tra l’altro (sia pure privo della denominazione del partito), è stato debitamente depositato all’Ufficio italiano brevetti e marchi dall’associazione «I Popolari collegio 12» di Moncalieri, collegata al movimento di Italia popolare: la registrazione è avvenuta all’inizio del 2010 e ha dato tutela civil-commerciale a un emblema che fino a quel momento nessuno aveva pensato di proteggere. Che Monticone, assieme alle altre persone legate a quel progetto politico (Giancarlo Chiapello in primis) facesse sul serio, del resto, Alemanno poteva già saperlo: a gennaio del 2011, infatti, Silvio Berlusconi non aveva escluso che il Pdl potesse assumere la denominazione di «Popolari». Avrebbe potuto mettersi di traverso l’associazione «I Popolari», che di fatto è lo stesso soggetto giuridico che fino al 2002 aveva il nome di «Partito popolare italiano»; lo ha fatto invece Monticone, diffidando il Cavaliere ed enfatizzando tutte le distanze tra il progetto berlusconiano e quello autenticamente popolare di don Sturzo e di chi, negli anni ’90, aveva mantenuto quelle idee. Errare è umano, perseverare…