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martedì 22 febbraio 2022

Di Stefano: "Exit, liberi dall'emergenza con un simbolo non identitario"

Ha fatto non poco rumore, all'inizio di febbraio, la scelta di Simone Di Stefano di lasciare CasaPound Italia "p
er libera e sofferta scelta" e per ragioni "esclusivamente di natura politica" (come dichiarato da lui stesso in un tweet). Il 16 febbraio, sempre attraverso il suo account Twitter, Di Stefano ha lanciato un nuovo progetto politico, denominato Exit e creato con il principale scopo di opporsi - come si legge sul sito aperto da pochi giorni - al "clima di emergenza permanente", che secondo il suo fondatore "da troppo tempo e con modalità sempre più oppressive" sarebbe creato dalla "narrazione corale" della "maggioranza dei media, sapientemente manovrati". Ciò non riguarderebbe solo l'era pandemica, ma sarebbe iniziato prima ("emergenza clima, emergenza immigrazione, emergenza razzismo, emergenza virus, emergenza energetica, emergenza spread, emergenza debito pubblico, emergenza democratica, emergenza bullismo e così via all’infinito"), avendo lo scopo di far abbassare alle persone la soglia di attenzione e far loro accettare "supinamente scelte dipinte come 'inevitabili' da chi è in cima alla scala gerarchica, da chi viene indicato come 'competente tecnico' in un determinato settore, da chi si propone o viene proposto come 'risolutore deciso' dell'emergenza in atto"; "Tutti coloro che non si adeguano ed uniformano al sentimento e alla direzione del gregge spaventato - si legge sempre nella pagina iniziale - vengono inizialmente additati come pericolosi, poi stigmatizzati come folli, infine emarginati e messi in condizione di 'non nuocere' alla 'salvezza' della massa terrorizzata".
Il soggetto politico appena nato si dichiara nettamente contrario al green pass (quale mezzo di "controllo digitale del cittadino" e di "riduzione dell’essere umano a dispositivo digitale da accendere o spegnere su decisione dello Stato") e all'obbligo vaccinale ("Va eliminato a prescindere perché lo Stato dovrebbe convincere, dovrebbe infondere fiducia tramite la sua autorevolezza e non con la coercizione, con il ricatto, con la tortura, con il terrorismo psicologico e mediatico. Ed oggi lo Stato non ha più nessuna autorevolezza. Proprio perché sottratto al controllo popolare e tramutato da interessi privati e sovranazionali in un feroce aguzzino al loro servizio").
Queste e altre posizioni sono riassunte in un simbolo che presenta "un cerchio con all'interno la parola 'exit' rappresentata dal font Montserrat a caratteri minuscoli. Dall'estremità in alto a destra della lettera x si estende una freccia in direzione obliqua verso l'alto, che termina in corrispondenza della lettera i": questa è la descrizione dell'emblema per il quale è stata depositata giusto ieri domanda di marchio anche da Simone Di Stefano, per le classi 35 (Pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio) e 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali), curiosamente non per la 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione fisica di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali) spesso impiegata per gli emblemi di area politica. 
Si tratta, senza dubbio, di un simbolo molto diverso - per colori, contenuto, linguaggi - da quello cui finora Simone Di Stefano è stato legato. "Il simbolo è stato immaginato proprio così, nella sua semplicità - spiega a Isimbolidelladiscordia.it -. Abbiamo preferito togliere piuttosto che aggiungere, non c'era necessità di specificare altro". L'indirizzo del sito, in effetti, contiene anche la parola "libertà", che invece nel nome non c'è: "Il dominio Exit.it era già occupato, usare altre estensioni ci sembrava inutile, così abbiamo aggiunto l'altra parola che ci sembrava pertinente. Avevamo valutato la possibilità di inserire la parola 'Libertà' anche nel simbolo, ma alla fine abbiamo ritenuto di ridurre all'osso il messaggio: la comunicazione moderna secondo noi dev'essere ristretta all'ultimo concetto, perché un nome di partito possa funzionare crediamo debba essere immediato e restare in memoria. Il concetto ultimo dunque per noi è 'uscire', ovviamente adattato alla volontà di avere nel simbolo questo nome di uso sempre più comune e di farlo ricollegare in fretta al nostro progetto".
In effetti, però, in politica da oltre un anno e mezzo è presente ItalExit di Gianluigi Paragone, che dalla metà di settembre ha anche una componente nel gruppo misto del Senato: non c'è il rischio che parlare di Exit faccia pensare più a Paragone? "Mi pare che lui in effetti ora usi soprattutto il suo nome - continua Di Stefano - anche se naturalmente sappiamo bene che il suo soggetto politico si chiama ItalExit. Quell'espressione, però, innanzitutto restringe il concetto politico essenzialmente all'uscita dell'Italia dall'Unione europea o dall'euro, istanze che comunque restano tra i nostri obiettivi; tuttavia la nostra intenzione era spostare l'attenzione soprattutto sulla libertà personale che ci è stata conculcata e sulla nostra convinzione che con il nostro movimento politico si possa trovare una via d'uscita all'oppressione. Ovviamente quell'oppressione è legata anche al vincolo esterno dell'Unione europea e alla perdita di sovranità monetaria, ma per noi non ci si può limitare a questo, sono concetti importanti ma che sono solo una parte del 'tutto' che vogliamo evocare con Exit".
Non passa inosservato il colore giallo che tinge il fondo del cerchio e sul quale risalta la scritta nera: "Abbiamo fatto una scelta d'impatto grafico - prosegue Di Stefano - ritenendo che il giallo sia un colore piuttosto trascurato nella politica italiana: in tempi recenti poteva forse essere riconducibile al MoVimento 5 Stelle, ma ora di fatto l'hanno abbandonato anche loro". In effetti in passato il giallo è stato il colore soprattutto della Lista Pannella, mentre all'estero caratterizza soprattutto i Iibdem: "Sì, è vero, ma non ci riconosciamo certo nell'ideologia liberale o liberista, anche se ovviamente la libertà è uno dei nostri valori fondanti: i nostri concetti via via emergeranno meglio. Volevamo dunque un colore che, come tinta dominante, fosse assente dal panorama politico italiano e volevamo evitare connotazioni ideologiche: niente blu da centrodestra, ovviamente niente rosso, ma anche niente tricolore ovunque, per evitare di far pensare che il movimento si basasse sull'identitarismo spinto o che queste idee fossero collocate in cima alle priorità di Exit". In effetti, a prima vista, la scelta cromatica e grafica di un simbolo solo letterale comunica l'impressione di un simbolo piuttosto anonimo e, appunto, per niente identitario (anche in questo, molto distante dall'emblema cui prima Di Stefano era legato). "Credo che in politica pochi amino l'Italia e tengano alla storia di questa nazione quanto me, ma abbiamo necessità di comunicare in modo diverso per far concentrare gli italiani sui problemi, senza partire da un concetto - come l'identitarismo spinto - che purtroppo può essere anche divisivo: tanta gente non lo ritiene il principale movente dell'agire politico e forse ora è così anche per noi, vogliamo concentrarci su altre cose, dunque sull'uscita da questo stato di emergenza permanente, spesso veicolato anche in termini identitari, penso al concetto della 'emergenza immigrazione'. Credo che questo modo di vivere la politica non ci porti da nessuna parte, anzi, ci allontani dalla risoluzione dei problemi". 
Unico elemento grafico riconoscibile, volendo, è la freccia che parte dalla "x". Quel segno, a dire il vero, in passato non ha portato benissimo a chi l'ha utilizzato (3L di Tremonti, Fare per Fermare il declino, Popolari per l'Italia, per indicare i più noti; lo stesso Paragone usa una freccia che punta a destra, in quel caso solo orizzontale, mentre ancora diversa è quella di Azione): evidentemente chi ha dato avvio al nuovo soggetto politico non è scaramantico... "Ovviamente no - puntualizza Di Stefano -. Per noi la freccia è il segno della direzione, della via d'uscita verso il futuro, il futuro possibile che per chi si occupa di grafica sta proprio in alto a destra; in più ci siamo resi conto che scrivere solo "Exit" non sarebbe bastato, la freccia dà una caratterizzazione di movimento". La freccia abbinata ai colori, da ultimo, rimanda a qualcosa di già visto, che con la politica non ha nulla a che vedere: "Di fatto - conclude il fondatore di Exit - il nostro nome e il nostro simbolo richiama qualcosa che sta in tutti gli aeroporti e in varie stazioni, dove l'uscita spesso è segnalata anche con la parola 'Exit' scritta in giallo su fondo nero o a tinte invertite, tra l'altro accanto a una freccia: in pratica chi vede il nostro simbolo potenzialmente ci ha già visto ovunque".

martedì 12 ottobre 2021

"Sciogliere i movimenti di chiara ispirazione neofascista", con o senza simboli fascisti: qualche riflessione giuridica (e non solo)

I fatti gravissimi di sabato a Roma, con l'assalto alla sede nazionale della Cgil e al pronto soccorso del policlinico Umberto I (e il progettato accesso a sedi istituzionali) ha riportato al centro del dibattito pubblico la discussione sulla necessità e sull'opportunità di sciogliere formazioni politiche "di stampo fascista", attraverso le norme vigenti in Italia. Ora si parla (e non è la prima occasione) di Forza Nuova, in passato di CasaPound Italia e di altre sigle. Più voci hanno chiesto al Governo di procedere - magari in fretta - allo scioglimento di Fn e di altri soggetti politici affini, applicando la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni (specie l'art. 3) della legge n. 645/1952 ("legge Scelba"). Le richieste sono state formalizzate in mozioni parlamentari, a partire da quelle a prima firma di esponenti del Partito democratico (Simona Malpezzi e Dario Parrini al Senato, Debora Serracchiani ed Emanuele Fiano alla Camera), sostenute pure dal MoVimento 5 Stelle,  Liberi e Uguali e Italia Viva a Montecitorio (a conclusioni simili arriva la mozione 
di Iv e Psi al Senato e le altre presentate sempre a Palazzo Madama da M5S e Leu).
Stavolta la discussione non si incentra direttamente sull'uso di simboli fascisti: nel corso della sua storia, infatti, Forza Nuova non si è mai distinta con simboli o contrassegni elettorali che richiamassero espressamente il fascismo (vale per la coccarda tricolore, per la sigla tricolore a forma di fiamma, per il romboide rosso e bianco con le iniziali e anche per l'attuale rondine; era di certo più evocativo il colore nero, ma di per sé non è etichettabile come "fascista"). Più che di simboli (partitici o elettorali), qui si discute evidentemente di azioni e di condotte; la materia resta però rilevante, poiché le mozioni chiedono che lo scioglimento riguardi, oltre a Forza Nuova, anche "tutti i movimenti politici di chiara ispirazione neofascista" (così si legge nelle mozioni del Pd), ad alcuni dei quali si imputa anche l'uso di emblemi fascisti nella loro attività o come segni di identificazione politica o (fino a quando questo è stato tollerato) elettorale, ritenendo anzi che proprio quest'uso possa fondare lo scioglimento.

Le disposizioni rilevanti, per chiarire il quadro 

Prima di procedere, è bene mettere fissare alcuni punti, rilevanti per il ragionamento. Com'è noto, la XII disposizione finale della Costituzione (e non transitoria, come si capisce dai lavori della Costituente) sancisce al primo comma che "È vietata la riorganizzazione, sotto qualsiasi forma, del disciolto partito fascista"; si è già ricordato su questo sito che quella "riorganizzazione" può avere qualunque forma (partito, associazione, comitato...), ma perché ci sia violazione della disposizione si deve voler riorganizzare quel "disciolto partito fascista", come lo si è conosciuto nella storia, non qualcosa che gli somigli (e neanche, ad esempio, un generico partito autoritario). Coloro che scrissero la Costituzione, tuttavia, non scelsero la forma della "democrazia protetta" o "militante", indicando già nella legge fondamentale - come sarebbe avvenuto, ad esempio, in Germania - quali condizioni consentissero di parlare di "riorganizzazione del partito fascista", a chi toccasse accertare e dichiarare quest'ultima e come reagire a ciò (lo scioglimento o altri provvedimenti) a tutela dei valori e del funzionamento della democrazia: lasciarono che a fare questo fosse il legislatore ordinario. 
Il Parlamento ha agito "a rate", in vari momenti, a partire dalla citata "legge Scelba" nel 1952. Questa stabilì che c'è riorganizzazione del partito fascista quando un'associazione o un movimento persegue "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista, esaltando, minacciando o usando la violenza quale metodo di lotta politica o propugnando la soppressione delle libertà garantite dalla Costituzione o denigrando la democrazia, le sue istituzioni e i valori della Resistenza o svolgendo propaganda razzista, ovvero rivolge la sua attività alla esaltazione di esponenti, principii, fatti e metodi propri del predetto partito o compie manifestazioni esteriori di carattere fascista" (art. 1); la legge n. 152/1975 ("legge Reale") precisò che per il reato di riorganizzazione basta anche solo "un gruppo di persone non inferiore a cinque". L'art. 3 della "legge Scelba" si occupa dello scioglimento del soggetto collettivo (e della confisca dei beni): il primo comma prevede l'ipotesi "normale", per cui occorre una sentenza penale (anche non definitiva, come avvenne con il Movimento politico Ordine nuovo nel 1973) che accerti la riorganizzazione perché il ministro dell'interno, sentito il Consiglio dei ministri, ne ordini lo scioglimento; il secondo comma propone invece un'ipotesi eccezionale per cui, "nei casi straordinari di necessità e di urgenza", il Governo può provvedere allo scioglimento e alla confisca con decreto-legge, anche senza una condanna, se ritenga di essere di fronte al perseguimento collettivo di "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" (il decreto è efficace immediatamente, ma va convertito entro 60 giorni dal Parlamento perché non decada).
Per un'interpretazione più compiuta della "legge Scelba", poi, bisogna tenere conto delle sentenze della Corte costituzionale in materia, specie della sentenza n. 1/1957 e della sentenza n. 74/1958, relative ai reati di apologia del fascismo e di manifestazioni fasciste, ma applicabili anche alla fattispecie di riorganizzazione del disciolto partito fascista (perché, come si è visto nella definizione dell'ipotesi, l'apologia del fascismo e le manifestazioni fasciste sono tra i possibili modi per perseguire "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista"). Le due pronunce precisarono - e non c'è stata alcuna sentenza di segno diverso in seguito - che quelle norme erano legittime perché punivano (solo) l'apologia "tale da potere ricondurre alla riorganizzazione del partito fascista" (sentenza del 1957) e (solo) le manifestazioni "usuali del disciolto partito che [...] possono determinare il pericolo che si è voluto evitare", che cioè trovino "nel momento e nell'ambiente in cui" sono compiute circostanze che le rendano idonee "a provocare adesioni e consensi e a concorrere alla diffusione di concezioni favorevoli alla ricostituzione di organizzazioni fasciste" (sentenza del 1958).
Da ultimo, nel 1993 il decreto-legge n. 122/1993, convertito dalla legge n. 205/1993 ("legge Mancino") è rilevante da vari punti di vista. Innanzitutto con l'art. 3 ha introdotto - modificando la "legge Reale" - un ulteriore divieto, bandendo "ogni organizzazione, associazione, movimento o gruppo avente tra i propri scopi l'incitamento alla discriminazione o alla violenza per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi". Secondariamente, ha previsto - all'art. 7 - che se c'è un processo per violazione del divieto appena citato, il giudice competente possa disporre la sospensione cautelativa del soggetto collettivo (su richiesta del pubblico ministero, anche sollecitato dal Governo) e, qualora si arrivi a una sentenza irrevocabile che abbia accertato che l'attività di quei soggetti collettivi ha favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi (inclusa l'agevolazione di attività di associazioni e simili con quei fini), il titolare del Viminale (dopo decisione in tal senso del Consiglio dei ministri) ordina lo scioglimento dell'associazione o comunque del soggetto collettivo. In questo modo, nel 2000, si è arrivati allo scioglimento del Fronte nazionale di Franco Freda; allo stesso tempo, si nota che non è previsto qui lo scioglimento eccezionale con decreto-legge (quindi non si può sciogliere un movimento in condizioni di necessità e urgenza anche ove risulti fomentatore di violenza o discriminazioni, in mancanza di una sentenza).

Cosa non si può fare

Fissata la cornice normativa entro la quale ci si può muovere, si ritorna alla domanda di questi giorni: si può sciogliere Forza Nuova? Occorre innanzitutto tenere a freno l'istinto - comprensibile, dopo le scene inaccettabili viste sabato - di dichiarare a bruciapelo, come a voler premere il pulsante in un quiz per rispondere a una domanda non ancora terminata, che "Forza Nuova e le altre organizzazioni fasciste vanno sciolte", magari aggiungendo "perché lo dice la Costituzione" (anche perché questa risposta, restando in tema di quiz, non sarebbe esatta). Allo stesso modo, va messa da parte la tentazione di seguire il principio "fascista è chi il fascista fa": anche questa è comprensibile, per chiunque sia antifascista, ma il giurista -  costituzionalista, penalista o di altra disciplina -  non può accettare che ci si accontenti di questo ragionamento, specie se in ballo c'è l'uso di strumenti "forti" come lo scioglimento.
Per prima cosa, occorre sgombrare il campo da alcuni equivoci di natura politica. Innanzitutto dev'essere chiaro che la XII disposizione finale della Costituzione e le disposizioni della "legge Scelba", inclusa quella sullo scioglimento (attivabile anche in forma eccezionale dal Governo), valgono esclusivamente per la riorganizzazione del partito fascista: lo dicono con chiarezza i lavori della Costituente, i lavori parlamentari del 1952 e persino il tribunale di Roma nella sentenza che ha riconosciuto la riorganizzazione del partito fascista nell'attività del Movimento politico Ordine nuovo (negando ad esempio l'applicabilità delle disposizioni a Lotta continua o a Potere operaio). Non si tratta, dunque, di norme polivalenti, ma di norme unidirezionali, che non si possono usare per sciogliere movimenti o associazioni di sinistra, anarchiche o, comunque, non fasciste. E questo perché, piaccia o no, la Costituzione ha le sue radici nell'antifascismo, il che ha avuto come logica conseguenza disposizioni "asimmetriche" come quelle viste: questo è e chiunque deve prenderne atto. Si può ovviamente proporre di rimuovere la XII disposizione finale o di integrarla ampliandone l'efficacia a partiti di altra natura (come a quelli che "si propongano l'instaurazione di regimi totalitari di ideologia comunista", secondo la proposta del deputato di Fratelli d'Italia Edmondo Cirielli in questa legislatura), in modo poi da regolare l'ipotesi sullo stile della "legge Scelba": per fare questo, però, occorre una legge di revisione costituzionale, con i suoi tempi e le sue ampie maggioranze e, finché il percorso non si compie, occorre essere consapevoli che la manifestazione (o l'eventuale apologia) di certe idee politiche è punibile, quella di altre no. 
Anche la proposta di approvare una mozione (più o meno unitaria) contro tutti i totalitarismi, nessuno escluso, come chiesto da Forza Italia, non può servire per sciogliere soggetti politici che non costituiscano "riorganizzazione del disciolto partito fascista". Bisogna anche aggiungere, in più, che lo strumento dello scioglimento appare adeguato per un'associazione, un movimento o comunque un soggetto che abbia un'organizzazione e soprattutto atti fondativi; è molto più difficile pensare a uno scioglimento con qualche effetto per realtà informali, senza atto costitutivo o magari tenute insieme da strumenti "impalpabili" come una chat o un gruppo sui social network (che ovviamente però si possono limitare o chiudere d'autorità, ma lo scioglimento è un'altra cosa).

Cosa si può fare (ma potrebbe non accadere)

Fatte queste precisazioni, si torna alla domanda: dopo i fatti di sabato, si può allora sciogliere Forza Nuova? Ammesso che esista una risposta giusta, questa potrebbe essere forse: "Dipende", nel senso che occorre compiere valutazioni di natura giuridica e politica.
Il simbolo precedente di Fn
Bisogna dire con chiarezza che, al momento, per Forza Nuova non esiste alcuna sentenza (nemmeno di primo grado) che riconosca con riguardo a questa la riorganizzazione del partito fascista, benché in passato vari episodi siano stati caratterizzati da violenza; si ricorda anzi almeno un procedimento penale (presso il Tribunale di Castrovillari, iniziato nel 2001 e conclusosi nel 2005) che pur avendo riconosciuto Fn come "movimento 
tradizionalista, di matrice cristiana, volto all’affermazione di determinati valori tipicamente conservatori" e avendo rilevato il "forte richiamo ai simboli e motti propri del regime fascista", ha negato che le azioni di Fn censurate fossero "volte ad annullare o menomare la dialettica democratica, ad impedire il confronto politico, ad annientare […] gli avversari". Allo stesso modo, non risulta che ci sia per lo stesso soggetto politico alcuna sentenza penale, men che meno irrevocabile, che abbia accertato come l'attività di Fn abbia favorito la commissione di reati legati alla violenza o alla discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o religiosi, dunque la fattispecie ex "legge Mancino" non pare applicabile.
Sembra opportuno aggiungere che, sempre fino a questo momento (e stando a ciò che è noto a chi scrive), una sentenza di accertamento della riorganizzazione del partito fascista manca anche con riguardo ad altri soggetti politici, a partire da CasaPound Italia. Non sono mancate in effetti condanne a persone legate a Cpi essenzialmente per il reato di manifestazioni fasciste, ma si tratta di cosa diversa dalla citata riorganizzazione: dunque manca il requisito fondamentale per poter applicare la fattispecie "normale" di scioglimento di quei soggetti collettivi, essendo appunto richiesta una sentenza di accertamento (anche se ancora non irrevocabile)
.
Vale anzi la pena ricordare che ogni procedimento penale volto ad accertare, tra l'altro, la riorganizzazione del disciolto partito fascista si è chiuso o con l'archiviazione o con l'assoluzione per il Movimento fascismo e libertà, costituito nel 1991 da Giorgio Pisanò, che nel nome ospita il riferimento diretto al fascismo e nel simbolo impiega il fascio romano. In effetti la pratica ha dimostrato che un conto è la non illiceità dell'associazione, un altro è l'uso elettorale di quel nome e di quel simbolo: per un parere reso al Viminale nel 1994 dal Consiglio di Stato, in effetti, il riferimento esplicito al Fascismo non era ammissibile in sede elettorale, mentre l'uso del solo fascio, purché disgiunto dalla parola "fascismo", si poteva ammettere visto che la storia del fascio non si limitava al Ventennio ma era ben più risalente. In realtà, con il passare degli anni (e fatta eccezione per un caso assai importante di ammissione alle regionali del 1996 in Sicilia), il metro di giudizio delle commissioni elettorali e dello stesso Consiglio di Stato si è parecchio inasprito, anche in assenza di norme nuove in materia.
Si è avuto prova tangibile di questo soprattutto dopo il "caso Sermide", vale a dire dopo che il movimento Fasci italiani del lavoro nel 2017 era riuscito a conquistare un seggio nel consiglio comunale di Sermide e Felonica (Mn), peraltro dopo aver partecipato indisturbato a varie elezioni locali. Com'è noto - anche a chi segue questo sito - i giudici amministrativi hanno ritenuto illegittima la presenza di quella lista con quel contrassegno alle elezioni e (in secondo grado) si è annullato il voto; nel frattempo si era aperto il fronte penale della vicenda, ma tutti gli imputati sono stati assolti tanto dal Tribunale di Mantova, quanto dalla Corte d'appello di Brescia. Va rimarcato che il giudizio si era basato essenzialmente sullo statuto del partito, sui suoi documenti programmatici (che certamente condividevano parte dei profili ideologici del fascismo e dei suoi obiettivi, ma per la Cassazione rileva la condivisione totale e non parziale) e comunque sulle azioni svolte, ritenute in concreto non pericolose, nell'ottica della riorganizzazione di quel partito fascista: per riprendere le parole della sentenza di appello, un conto è "ricostituire il disciolto partito di Mussolini" (cosa non consentita), un conto è "riscattarne, senza evidente finalizzazione, soltanto la memoria" (e questo non è illegittimo).
Insomma, se una sentenza che accerti la riorganizzazione del disciolto partito fascista manca, non si può sciogliere per via ordinaria né Forza Nuova, né altri soggetti politici di quella che altrove è stata chiamata "galassia nera". Naturalmente è facile notare che, se fino a pochi giorni fa per vari gruppi analizzati fin qui non ci sono stati episodi di gravità tale da far scaturire una simile sentenza, il discorso potrebbe cambiare dopo i fatti di sabato a Roma. C'è un'indagine in corso e il procedimento potrebbe concludersi con una sentenza penale che accerti la riorganizzazione con riguardo a Forza Nuova: in quel caso si arriverebbe allo scioglimento "ordinario" (il provvedimento, ovviamente, riguarderebbe solo Fn e altri soggetti collettivi per i quali risultasse dimostrata l'ipotesi di riorganizzazione, non in modo generico tutti i movimenti e le associazioni di una certa area).
Non si può certo escludere, peraltro, che quanto accaduto sabato a Roma - in particolare le violenze, i danneggiamenti, i ferimenti - e ciò che eventualmente le indagini dovessero svelare (o che il Governo dovesse apprendere in base a proprie fonti) porti lo stesso Governo a percorrere la via eccezionale dello scioglimento con decreto-leggecome richiesto nelle mozioni citate all'inizio. Le condizioni giuridiche oggettivamente ci sarebbero (nessun caso precedente che abbia riguardato Forza Nuova o CasaPound può dirsi grave come quelli avvenuti sabato); resterebbe in effetti problematico sciogliere con lo stesso decreto-legge soggetti collettivi che non risultino aver partecipato alla manifestazione di sabato e la cui adesione al fascismo sia ideologica ma non concreta. Perché se diventa concreta o c'è - si perdoni il bisticcio - il rischio concreto che lo diventi allora il fascismo è certamente un crimine; se resta sul piano ideologico il fascismo è un'idea, che si ha tutto il diritto di criticare con nettezza e di combattere politicamente - con piena ragione, a parere di chi scrive - ma non ha varcato la soglia del crimine.
Analizzato il piano giuridico, resta però quello politico, che poi non è davvero distinto da quello giuridico. Come si è detto, l'eventuale scioglimento dei soggetti politici che si ritenga perseguano "finalità antidemocratiche proprie del partito fascista" seguirebbe a un decreto-legge del governo, deliberato da questo e adottato sotto la sua responsabilità. Il che significa che, inevitabilmente, la deliberazione circa l'adozione del decreto si presenta come un atto di enorme valore e peso politico, si sarebbe anzi tentati di chiamarlo "atto politicissimo". Già qui si avverte la delicatezza assoluta della questione, non certo diminuita dal fatto che a presiedere l'esecutivo in carica sia un tecnico di pregio come Mario Draghi. Gran parte dei ministri che compongono il Consiglio, infatti, sono di designazione politica ed è evidente che una deliberazione così importante cui, per manifestare il loro dissenso, non partecipassero i ministri di una determinata forza politica partirebbe già con il piede sbagliato. Anche perché, come si è detto, il decreto-legge di scioglimento dovrebbe poi il percorso stabilito in Costituzione per quella fonte, dunque essere presentato immediatamente alle Camere e convertito in legge entro sessanta giorni per non perdere efficacia fin dall'inizio, cosa che non solo riporterebbe giuridicamente in vita il soggetto sciolto, ma avrebbe effetti politici e istituzionali incalcolabili. Se questo è lo scenario più drammatico tra quelli immaginabili, altri non sarebbero comunque agevoli: si pensi alla conversione del decreto avvenuta con una maggioranza risicatissima, per giunta senza l'appoggio di una o più forze politiche della compagine che ora sostiene l'esecutivo in Parlamento. Se Forza Italia, Lega e Fratelli d'Italia si esprimessero chiaramente contro lo scioglimento, potendo contare anche sul sostegno di una parte rilevante del gruppo misto (si pensi soprattutto alla situazione del Senato), semplici conteggi potrebbero sconsigliare l'azione di un decreto simile.
Tirando le somme, se si vuole sciogliere Forza Nuova o altri "movimenti di chiara ispirazione fascista" senza che questo costituisca un problema giuridico e politico, occorre attendere una sentenza che accerti la riorganizzazione del partito fascista, che al momento non c'è. Se invece si ritiene che la situazione sia pericolosa e non ci si possa permettere di aspettare, occorre che il Governo si prenda la responsabilità (politica innanzitutto) di decidere lo scioglimento, confidando che il Parlamento "ratifichi" quella scelta con la conversione in legge e possibilmente non con una maggioranza ristretta, per evitare che la decisione appaia delegittimata (pur restando formalmente legittima) e che il Governo ne risenta. Altre vie non ci sono. Il presidente Draghi, stando alle notizie diffuse nelle ore scorse, avrebbe detto che il Governo valuterà l'ipotesi dello scioglimento: si vedrà quanto tempo occorrerà e cosa deciderà in merito. Nel frattempo, chi prova indignazione (e magari paura) per quanto è accaduto ha il diritto di manifestarlo e, se ritiene di poterlo fare, di impegnarsi per contrastare idee e pratiche che non condivide. Può continuare a farlo, magari con più forza e convinzione di prima, oppure può iniziare a farlo ora se in passato non l'aveva fatto, facendo attenzione a ciò che fa e a ciò che dice e impegnandosi perché le altre persone facciano altrettanto. Il primo passo per non vedere mai più scene vergognose e inaccettabili come quelle di sabato 9 ottobre inizia sempre da lì.

giovedì 27 giugno 2019

"CasaPound, niente più elezioni", stop alla tartaruga frecciata sulle schede

Sui giornali di oggi la notizia ha molto spazio, è stata ufficializzata nelle scorse ore e merita di essere ripresa anche qui, se non altro per i suoi inevitabili - e ben comprensibili - risvolti in ambito simbolico: alle prossime elezioni, di qualunque livello siano, CasaPound Italia non parteciperà più e il suo simbolo, così elaborato, non apparirà più sulle schede elettorali
La comunicazione ufficiale del presidente, Gianluca Iannone, è apparsa oggi sul sito dell'associazione-movimento e si tratta di ciò che varie testate avevano già divulgato questa mattina:
In seguito all'esperienza delle ultime elezioni europee e al termine di una lunga riflessione sul percorso del movimento dalla sua fondazione a oggi, CasaPound Italia ha deciso di mettere fine alla propria esperienza elettorale e partitica. La decisione di oggi non segna affatto un passo indietro, da parte del movimento, ma anzi è un momento di rilancio dell’attività culturale, sociale, artistica, sportiva di Cpi, nel solco di quella che è stata da sempre la nostra identità specifica e originale. Sarà anche un'occasione per tornare a investire tempo ed energie nella formazione militante, particolarmente essenziale, dati i nuovi pruriti liberticidi della sinistra. 
Tale decisione non significa che CasaPound intenda disertare la battaglia sovranista e identitaria. Al contrario, Cpi intende sfruttare il suo bagaglio di vivacità culturale, radicamento sul territorio ed energia militante per contribuire a quella che resta la sfida cruciale da qui ai prossimi anni, dialogando con tutte le forze che si oppongono alle follie globaliste e hanno a cuore i destini della nazione. I molti eletti a livello locale e le 140 sedi sparse su tutto il territorio nazionale resteranno inoltre preziosi avamposti politici per portare avanti le nostre battaglie. 
In tutti questi anni, CasaPound ha svolto un’importante funzione di avanguardia politica, mettendo in circolo proposte e parole d’ordine che poi sono finite in cima all’agenda del dibattito politico: pensiamo solo a mutuo sociale, reddito nazionale di natalità, nazionalizzazione delle autostrade, preferenza nazionale. Noi riteniamo che questa funzione sia valida oggi più che mai.
La decisione, in qualche modo, è arrivata a sorpresa, almeno per chi non fa parte di quell'area. Solo il 29 maggio, all'indomani delle elezioni europee e amministrative, sul sito di Cpi era apparsa questa nota:
Sessantatré consiglieri comunali eletti al primo turno da CasaPound Italia nella tornata di amministrative che si è appena conclusa. In particolare, fa sapere il movimento della Tartaruga frecciata, 26 sono stati eletti in Lombardia; 18 in Piemonte; 5 in Abruzzo; 4 in Emilia Romagna; 2 rispettivamente in Friuli Venezia Giulia, Lazio, Marche e Veneto; 1 in Calabria e 1 in Puglia.
"Nonostante il risultato deludente delle Europee – sottolinea Cpi in una nota -, CasaPound ha tenuto bene nel voto locale, con 63 consiglieri già eletti al primo turno e molti altri che potrebbero entrare dopo i ballottaggi del 9 giugno. Tra i risultati raggiunti nei Comuni sopra i 20.000 abitanti, da segnalare il 2,6% di Ascoli e Orvieto, il 2,5 di Osimo, il 2,2 di Casale Monferrato, il 2,1% di Monsummano, il 3,5% di Massarosa".

Evidentemente il bilancio chiuso nei giorni successivi è risultato deludente, non solo con riguardo all'ultimo turno di voto, ma all'intera esperienza dell'associazione nelle competizioni elettorali. Se l'associazione di promozione sociale CasaPound Italia era nata nel 2008 (dopo una militanza di un paio d'anni del gruppo romano, nato nel 2003, all'interno del Movimento sociale - Fiamma tricolore e la fine tumultuosa di quell'adesione, seguita alle proteste per la mancata convocazione di un congresso), per parlare di partecipazione diretta alle elezioni occorre attendere le politiche del 2013: prima alcuni consiglieri comunali avevano nel frattempo aderito a Cp o erano stati eletti nelle liste di altri partiti "in quota Cp", ma l'11 gennaio 2013 per la prima volta apparve nelle bacheche del Viminale - con il numero 17 - l'emblema della "tartaruga frecciata", come spesso è stato chiamato e che fino ad allora si era visto solo sulle bandiere, su fondo rosso. 
Rispetto al simbolo originario, nella corona bianca si era introdotto il nome del progetto politico e un tricolore (anche per marcare la dimensione nazionale che si voleva raggiungere); si era anche stemperato il nero del cerchio centrale in un grigio sfumato (che poi con il tempo sarebbe ritornato più scuro e "tinta unita", nel tono di grigio attualmente in uso", ma era rimasta identica e ben riconoscibile la tartaruga protagonista dell'emblema. Ed è lo stesso sito di CasaPound a svelare i vari significati di quella rappresentazione, in una descrizione che si riporta per intero (perché alcune letture, diversamente, non si capirebbero):

La tartaruga è l’animale per eccellenza che rappresenta la longevità quindi è un augurio. La tartaruga è uno dei pochissimi esseri viventi che ha la fortuna di aver con sé la casa quindi per noi rappresenta al meglio la nostra lotta principale ovvero il diritto alla proprietà della casa e il mutuo sociale. La tartaruga è, secondo la cultura orientale, l’animale che porta sulla sua schiena la conoscenza del mondo quindi è di buon auspicio per una comunità che vuole identificare nella cultura le proprie radici. 
La tartaruga è anche chiamata tortuga o testudoIn entrambi i casi ci ricorda situazioni insite nella nostra cultura. Nella Tortuga, gli ultimi uomini liberi del mare nascondevano i propri tesori, nella formazione romana chiamata appunto Testudo l’esercito di Roma dimostrò la sua grandezza conquistando il mondo allora conosciuto, dimostrando che la forza quando scaturita da un ordine verticale e da un principio gerarchico è destinata a dominare le barbarie, anche se in numero inferiore. 
La nostra tartaruga è però una tartaruga stilizzata. Perché ha una base ottagonale? “L’otto, primo cubo di un numero pari e doppio del primo quadrato, bene esprime la potenza di Dio” (Plutarco). Castel del Monte, voluto da Federico II, è universalmente noto per la forma ottagonale, unica nel suo genere, che si ripete praticamente ovunque, dalla pianta dell’edificio alle singole componenti, in particolare le torri, il cortile, il numero delle stanze per piano.Il simbolismo dell’ottagono è suscettibile di molteplici interpretazioni: in linea di massima il numero 8 richiama l’infinito, e se ci si fa caso ancora oggi in fisica e matematica si fa uso della cifra 8 distesa in orizzontale per indicare l’infinito, quindi ciò che non è soggetto a misurazione in quanto sfugge alla comprensione razionale. 
E’ possibile quindi che il castello sia la “messa a terra” del Cosmo, così come altri grandi monumenti dell’antichità (dalle Piramidi a taluni templi) richiamavano la posizione di determinate stelle. Quindi se il castello riproduce il Cosmo (inteso come Ordine divino, esattamente scandito da un ritmo – Otto sono i passaggi che scandiscono l’Anno solare in stagioni, inquadrati dagli assi dei Solstizi e degli Equinozi e delle Feste dei Fuochi, e il Ritmo dell’Anno si rinnova eternamente nel transito per le otto stazioni), è evidente tra l’altro come sia improbabile che la sua funzione principale fosse di carattere profano. Se si accetta questa tesi (che ben si sposa con quella che vede nell’8 la cifra della mediazione tra cielo-cerchio e terra-quadrato - quindi 4 - ergo della resurrezione, come indicato anche dalla forma classica ottagonale del battistero cristiano), Castel del Monte è da considerarsi un glifo del Cosmo, anzi è esso stesso un microcosmo così come l’organismo umano (vedi l’homo ad circulum di Leonardo, o l’uomo vitruviano): di conseguenza esso è un templum, un laboratorio in cui, per mezzo di un’Opera paziente e costante, ciò che è in basso si slancia verso l’Alto. 
Perché questo precedente illustre? Perché scomodare uno degli ultimi Cesari? Perché abbiamo la “presunzione” di considerarci unità imperiali. Perché la nostra è una visione del mondo spirituale, e il singolo si realizza (anche spiritualmente) solo nella comunità, che è il suo tempio, il laboratorio in cui si sviluppano le sue capacità naturali. Perché lo stesso numero - l’8 - compare anche sopra il guscio della nostra tartaruga. 4 frecce bianche e 4 nere infatti partendo dall'esterno convergono in un centro che è simbolo dell’Asse, quel medesimo asse che è al centro del fascio di verghe.  
Questo simbolismo è molto forte, proprio perché rappresenta l’unità e l’ordine. Il simbolo del kaos infatti è rappresentato da varie frecce che da un centro partono in tutte le direzioni, disperdendosi. L’esatto opposto, insomma. Questo è il nostro simbolo e questo nostro simbolo rappresenta la comunità tutta, composta da unità imperiali che non si possono fermare perché dotate di una corazza dura come quella della tartaruga, animale lento ma inesorabile, una corazza resistente come gli scudi disposti a testudo (che altro non è se non il nostro simbolo in chiave dinamica e marziale), una corazza che è Idea, visione del mondo, la nostra visione del mondo. 
La tartaruga stilizzata di Casapound è un simbolo nuovo quindi, sviluppato e progettato su basi ben più antiche per un nuovo secolo di lotte, vittorie, opere e conquiste.
Proprio questo simbolo carico di letture ed elaborazioni (che oggettivamente ci sono, che le si condivida oppure no) è finito sulle schede elettorali nazionali e locali per sette anni, ma nelle intenzioni dei dirigenti dell'associazione-movimento non ci finirà più. Una decisione che arriva - tra l'altro - a pochi giorni dalla denuncia presentata alla procura di Roma dall'Anpi - Associazione nazionale partigiani d'Italia contro Cpi e Forza Nuova "per i numerosi atti di intimidazione, violenza e apologia di fascismo da queste commessi ripetutamente negli ultimi tempi" e poco dopo la decisione della sindaca di Roma, Virginia Raggi, di far ripristinare lo stato della facciata dell'immobile di via Napoleone III che CasaPound occupa dal 2003 (il che significa, tra l'altro, far rimuovere la scritta "CasaPound" in marmo).
"Purtroppo lo so, è difficile capire la differenza tra Politica ed elezioni - ammette su Twitter il segretario di Cpi, Simone Di Stefano, già aspirante sindaco di Roma -. Eppure esiste ed è netta. CasaPound vuole tornare ad essere il laboratorio di avanguardia politica, culturale e solidaristica che era un tempo". Come a dire che si può fare Politica (maiuscola non a caso) anche senza partecipare alle elezioni (minuscole): una cosa certo non nuova, era il pensiero del Partito radicale (nonviolento transnazionale transpartito) a partire dal congresso del 1989 che decise che, in quanto tale, non avrebbe più presentato candidature con il proprio simbolo. Di certo più di un partito - soprattutto del centrodestra - guarda, più che all'area fino a questo momento rappresentata da CasaPound Italia (che alle elezioni non è mai andata oltre l'1%, tranne che ovviamente in qualche comune), alle persone che ne hanno fatto parte o hanno scelto fin qui di votarla almeno una volta. Di certo non ci sarà alcun automatismo, alcuna migrazione conseguente di militanti ed elettori verso un partito determinato, fossero anche la Lega o Fratelli d'Italia, che a livello nazionale spingono molto sul sovranismo: sul Giornale Chiara Gianni riporta una dichiarazione legata sempre a quell'ambiente, in base alla quale "uno dei tanti termini da loro coniati elettoralmente parlando diventa, attraverso meccanismi mass mediatici costruiti per rappresentare il loro recinto, 'l'attributo di una area della quale Casapound non può far parte'". 
Le parole più dure, in ogni caso, sono riservate a chi avrebbe incentrato il dibattito politico "in epoca di povertà, austerity, crisi economica decennale e scippo di sovranità nazionale, su un movimento che, dati elettorali alla mano, tutto rappresenta fuorché un reale rischio di occupazione maggioritaria delle istituzioni. Assistiamo oggi, semi impotenti, al paradosso per il quale il terremoto politico/istituzionale che dovrebbe investire il terzo potere dello Stato, la magistratura, passa in secondo piano davanti al palazzo occupato di via Napoleone III". La scelta di rinunciare all'agone elettorale, tuttavia, non fa cambiare idea all'Anpi, che per bocca del suo vicepresidente nazionale, Emilio Ricci, precisa (come si legge in un articolo di Carlantonio Solimene sul Tempo): "Dal punto di vista tecnico giuridico non cambia molto. Noi abbiamo fatto un esposto per denunciare il comportamento di CasaPound sostenendo che in Italia c'è una azione volta alla ricostituzione del partito fascista, un'attività organizzata sul territorio nazionale su cui riteniamo che la Procura di Roma debba indagare. Noi andiamo avanti a sostenere che si stanno commettendo dei reati e che la procura deve indagare, non cambia se sia partito o movimento". Di certo, le condotte reputate criminose non si riferiscono all'attività elettorale di CasaPound; in ogni caso, si vedrà in quale modo questa continuerà a fare politica e quale visibilità riuscirà ad avere.

giovedì 9 maggio 2019

Regionali Piemonte, no confermato per Destre unite - CasaPound - Azzurri italiani

Il verdetto ora è definitivo: le elezioni regionali in Piemonte si terranno regolarmente il 26 maggio e parteciperanno 14 liste. Proprio poco fa, infatti, il Consiglio di Stato ha respinto il ricorso della lista Destre Unite - CasaPound - Azzurri italiani, presentato lunedì da Massimiliano Panero, segretario nazionale di Destre unite e candidato alla presidenza della Regione. 
Nell'impugnare le varie sentenze del Tar Torino che avevano confermato l'esclusione delle liste circoscrizionali in tutte le province del Piemonte (tranne Verbano-Cusio-Ossola e Cuneo), essendosi negato che il simbolo composito delle tre forze politiche potesse finire sulle schede senza aver completato la raccolta firme, Panero e il suo avvocato Augusto Sinagra (docente di Diritto dell'Unione europea all'Università di Roma "la Sapienza", nonché candidato di Destre Unite - CasaPound alle europee nella circoscrizione Centro) hanno lamentato - da parte del Tar - addirittura la violazione della legge regionale n. 21/2009 in materia di esenzione dall'onere di raccolta firme per le elezioni regionali. 
In particolare, si contestava ancora l'interpretazione in base alla quale Gilberto Pichetto Fratin, candidato presidente della coalizione di centrodestra del 2014, eletto come "miglior perdente", non dovesse considerarsi espressione delle singole liste che facevano parte della coalizione (come appunto Destre unite e Azzurri italiani) e, dunque, queste non potessero dire di aver ottenuto un eletto. Da una parte si ribadiva che Pichetto non era stato eletto nel "listino" regionale, ma per attribuzione del seggio riservato all'ultimo "resto" delle liste provinciali collegate: non a caso, quando il candidato presidente sconfitto era diventato senatore, al suo posto era entrato "il primo degli esclusi delle liste regionali in base, appunto, al calcolo dei 'resti'". Dall'altra parte, Panero e Sinagra negano che la legge regionale possa davvero collegare la concessione dell'esenzione a una "significativa rappresentatività" della lista che la rivendica, se non altro perché l'ipotesi sub c) consente a un partito rappresentato da un gruppo in consiglio regionale di "trasmettere" l'esenzione a una diversa lista, anche non rappresentata in consiglio (e il ricorrente fa l'esempio della "ben modesta Lista civica indicata come 'Si Tav, Si Lavoro, per il Piemonte' per la quale è del tutto da escludere il raggiungimento di qualsivoglia quorum minimo in termini di voti). 
In effetti la valutazione del Tar sulla "infima rappresentatività" non era affatto una "preventiva valutazione (o accertamento) in ordine alla rappresentatività in termini di voti della lista collegata", ma si riferiva alla scarsa capacità della stessa lista di incidere sul risultato precedente, cosa che non avrebbe consentito a Destre unite e Azzurri italiani di sostenere di aver concretamente contribuito all'elezione di Pichetto. Mancando nella legge nazionale e in quella regionale la previsione di un quorum per ciascuna Lista all'interno della coalizione, Panero e Sinagra erano convinti che "'resto' dopo 'resto', anche una lista in coalizione che risult[asse], all'esito delle consultazioni, di 'infima rappresentatività' [potesse] sempre potenzialmente conseguire l’obiettivo di vedere eletto uno dei suoi candidati". Uno scenario, peraltro, che si sarebbe verificato solo al venir meno di tutti gli altri candidati delle liste con cifra elettorale maggiore, uno scenario oggettivamente piuttosto improbabile (pur se configurabile in astratto).
Nel ricorso, insomma si legge che non può applicarsi l'esenzione solo a chi ha conseguito il seggio "in proprio", perché quel seggio riservato al candidato presidente "non può non essere riferito a ciascuna delle singole liste tra di loro collegate e costituenti un unicum con il 'Centrodestra per Pichetto'", visto che la legge elettorale fa sempre riferimento al "gruppo di liste" (anche se di norma quest'espressione si riferisce al complesso delle liste provinciali distinte dallo stesso contrassegno). Da ultimo non si potrebbe contestare la mancanza di un "documentato e persistente collegamento con la coalizione" del 2014 delle singole liste, perché la coalizione di allora si è smembrata da più parti e alcuni gruppi politici avrebbero fatto perdere le loro tracce (Pensionati, Verdi-Verdi e Lista civica per il Piemonte), dunque nessuno potrebbe rivendicare la continuità; di più, per Panero e Sinagra, "nessuna norma elettorale impone di documentare il persistente collegamento tra le diverse liste, o con i propri eletti, altrimenti esisterebbe il vincolo di mandato" e dovrebbero considerarsi le elezioni come "un film in movimento", quando invece sono "la fotografia di un dato momento storico".
Per i giudici di Palazzo Spada, invece, il ragionamento del Tar era corretto. Se l'istituto della raccolta firme deve servire a garantire la rappresentatività delle liste, esonerare determinati soggetti dalla raccolta avrebbe lo scopo di semplificare le procedure elettorali venendo incontro alle forze politiche che "hanno dimostrato – in modo concreto – di disporre di tale requisito", attraverso l'elezione di un proprio candidato. Visto che però l'esonero appare come eccezione alla regola della raccolta firme, per il giudice amministrativo di primo e di secondo grado occorre attenersi a un'interpretazione restrittiva del testo.
In particolare, la disposizione si riferisce espressamente a partiti o gruppi politici Chi ha vinto presentato candidatura e con un proprio contrassegno e abbiamo ottenuto almeno un eletto, quindi in questa limitata ipotesi occorre che il contrassegno per il quale si richiede l'esenzione sia riferito "ai soli soggetti che hanno ottenuto l’elezione di un proprio candidato", cosa che Destre unite e Azzurri Italiani nel 2014 non avevano ottenuto. Non avrebbe pregio, secondo il Consiglio di Stato, la disparità di trattamento ingiusta lamentata da Panero rispetto alla possibilità per un gruppo consigliare uscente di esentare dalla raccolta firme una lista esterna, presumibilmente di scarsa consistenza: però i magistrati spiegano ben poco, limitandosi a dire che "in quel caso sopperisce la dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio Comunale al momento della convocazione dei comizi elettorali" (certo il collegio intendeva dire "consiglio regionale", ma la fretta e la sovrapposizione di questo caso con molti altri legati ad elezioni amministrative non hanno certo aiutato). Una spiegazione, questa, piuttosto apodittica e ben poco utile: forse era un modo per dire che c'è comunque a monte la rappresentatività del gruppo consiliare che in qualche modo fa da garanzia, ma sarebbe stato meglio dirlo a chiare lettere.
La stessa osservazione fatta nel ricorso sulla possibilità che, nel corso del tempo, le proiezioni elettorali o si sfaldino come è avvenuto in questo caso, viene addirittura utilizzata contro il ricorrente, sottolineando che "solo due soggetti tra i tre a cui è riconducibile il contrassegno hanno partecipato alla precedente elezione conseguendo – mediante la coalizione – un seggio", sostanzialmente lasciando intuire che sulla carta Destre unite e Azzurri italiani avrebbero anche potuto rivendicare la precedente conquista di un seggio, ma la presenza estranea di CasaPound avrebbe fatto venir meno il beneficio dell'esenzione (quando, tutt'al più, in riferimento alla mutevolezza delle posizioni avrebbe potuto far pensare che nessun brandello dell'antica coalizione avrebbe potuto intestarsi l'elezione in consiglio del candidato presidente).
La sentenza di oggi rappresenta l'ultimo atto della battaglia legale che precede le elezioni regionali piemontesi. L'esito era piuttosto prevedibile dagli studiosi per varie ragioni; nonostante questo, si deve ammettere che sotto certi profili era lecito aspettarsi di più dei giudici di Palazzo Spada, soprattutto due punti appaiono, come si è visto, carenti nelle spiegazioni o poco lineari sul piano logico. Questa, almeno, è la conclusione che si può trarre attenendosi al testo della sentenza; probabilmente c'è anche un sottotesto, un dato per scontato, ma non è mai opportuno, men che meno in materia elettorale.

venerdì 3 maggio 2019

Piemonte, Destre unite non può correre alle regionali senza firme. Anche se...

Il risultato finale cui ciascun aspirante presentatore di liste aspira è, ovviamente, la vittoria o almeno l'elezione di un rappresentante; per arrivarci, tuttavia, è necessario riuscire a partecipare. Lo si dovrebbe fare raccogliendo le firme, ma è ben noto che i partiti maggiori nel corso del tempo hanno introdotto varie fattispecie di esonero che - al di là di certi periodi - hanno finito per ampliarsi, per l'opera del legislatore (e dei partiti che vi sono rappresentati) o per l'interpretazione degli uffici elettorali chiamati via via a esprimersi. Sotto quest'ultimo profilo, si è già visto come queste le elezioni europee abbiano visto una vera esplosione delle liste ritenute esenti dall'onere di raccogliere le firme grazie al collegamento - reso esplicito da un contrassegno composito - con un partito europeo o (soprattutto) con un partito nazionale che abbia eletto un suo rappresentante al parlamento europeo. 
Se delle elezioni europee rileva ora soltanto la campagna elettorale, la battaglia per le esenzioni si è spostata sul terreno delle regionali, in particolare di quelle del Piemonte, che si svolgeranno sempre il 26 maggio (assieme al turno più nutrito di amministrative). Se ne parla oggi perché da poche ore il Tar di Torino si è espresso sui ricorsi presentati dal piemontese Massimiliano Panero, leader di Destre unite, formazione nata nel 2014 che già riuscirà a partecipare alle europee, con liste condivise con CasaPound, grazie all'affiliazione al partito europeo Aemn; questa volta, Destre unite ha cercato di presentare liste alle regionali del Piemonte assieme ancora a CasaPound e alla forza politica locale Azzurri italiani, anche in questo caso senza presentare nessuna firma (anzi, giusto un paio). Il giudice amministrativo, tuttavia, gli ha dato torto, respingendo i ricorsi.

La legge piemontese (solo) sulle esenzioni e l'interpretazione di Panero

Ma sulla base di cosa Panero e gli altri vorrebbero concorrere alle elezioni senza firme? Per capirlo bisogna prestare attenzione al contenuto della legge regionale n. 21/2009, che il consiglio regionale ha approvato per regolare soltanto la fattispecie dell'esenzione dalla raccolta di sottoscrizioni. Quella legge, in particolare, prevede che possano partecipare senza firme tre specie di candidature: a) "liste di partiti o gruppi politici che hanno presentato candidature con un proprio contrassegno e che hanno conseguito almeno un seggio in occasione delle ultime elezioni nelle circoscrizioni elettorali ricomprese nel territorio nazionale per il Parlamento europeo o per il Parlamento nazionale o per il Consiglio regionale del Piemonte"; b) "liste contraddistinte da contrassegno singolo o composito che sia espressione di partiti o movimenti rappresentati da gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi elettorali"; oppure, in alternativa all'ipotesi appena vista, c) "liste contraddistinte da contrassegno singolo o composito che abbiano ottenuto una dichiarazione di collegamento con gruppi consiliari già presenti in Consiglio regionale al momento della convocazione dei comizi elettorali. La dichiarazione di collegamento è conferita dal Presidente del gruppo consiliare, informata la Conferenza dei Presidenti dei gruppi consiliari, per una sola lista e può essere effettuata anche a favore di lista con denominazione diversa da quella del gruppo consiliare di collegamento".
Nel corso del tempo la disciplina non ha mancato di destare perplessità, soprattutto da parte di chi lamentava come un partito che fosse stato presente tanto in consiglio regionale (con un gruppo) quanto in Parlamento avrebbe potuto esentare sé stesso in base all'ipotesi sub a) e anche un altro partito non presente in consiglio (magari nuovo o piccolo), concedendogli la dichiarazione di collegamento prevista dall'ipotesi sub c), senza nemmeno che quella forza politica debba mostrare quel collegamento all'interno del simbolo. Chi difende la legge piemontese (peraltro "copiata" nel corso del tempo da altre regioni, non necessariamente nel modo migliore) nota che le ipotesi di esonero previste, comunque non irragionevoli, ampliano la partecipazione a fronte - e questo in effetti è vero - di una procedura di raccolta firme ampiamente antiquata e molto onerosa, in termini di sforzi e di risorse da impiegare, soprattutto per le forze minori (mentre i partiti maggiori, che avrebbero i mezzi, da anni si guardano bene dal raccogliere le firme in regione o lo fanno in modo a dir poco discutibile...).
Tornando a Panero, lui nel ricorso ricordava come tanto Destre unite quanto Azzurri italiani (che pure in quell'occasione aveva un emblema diverso da quello che oggi è ospitato nel contrassegno depositato con le liste; peraltro allora la corsa era stata resa possibile grazie a Grande Sud) avevano partecipato alle elezioni regionali del 2014 all'interno della coalizione di centrodestra (assieme a Forza Italia, alla Lega Nord, ai Pensionati, ai Verdi-Verdi e alla lista Civica per il Piemonte) a sostegno del candidato presidente Gilberto Pichetto Fratin, dunque anche le loro liste provinciali erano collegate alla lista regionale Centrodestra per Pichetto.
Classificatasi seconda, la coalizione ha eletto come consigliere lo stesso Pichetto (in qualità di "miglior perdente"), sottraendo un seggio a quelli conquistati dalla Lega Nord. In seguito, Pichetto era diventato capogruppo di Fi e Destre unite aveva continuato a collaborare con lui, mentre il partito di Panero aveva - proprio in ragione della partecipazione a quel voto regionale - chiesto l'iscrizione al Registro nazionale dei partiti politici, ottenendola a maggio del 2015 essendo stato considerato tra i partiti che avevano eletto almeno un candidato alle ultime politiche, europee o - appunto - regionali. A suo dire, il seggio di Pichetto non sarebbe stato conseguito dalla lista regionale, ma dalla coalizione di (gruppi di) liste circoscrizionali, dunque dell'insieme delle liste: anche Destre unite e Azzurri italiani, insomma, avrebbero eletto Pichetto e, sulla base di ciò, avrebbero pieno diritto all'esenzione dalla raccolta firme.

Il verdetto negativo del Tar

Questa tesi sarebbe stata accolta dagli uffici elettorali circoscrizionali di Cuneo e Verbania, mentre gli altri l'hanno respinta, sostenendo che il seggio di Pichetto non era da attribuire alla coalizione, ma alla lista regionale, che è un soggetto giuridico distinto: nessuna delle liste che facevano parte della coalizione, dunque, poteva dire che l'eletto fosse suo. Panero, evidentemente in disaccordo con quell'esito, aveva fatto ricorso al Tar, facendo valere gli argomenti visti sopra (e anche altri a loro sostegno).
Il collegio del tribunale amministrativo, tuttavia, ha confermato l'esclusione della lista nelle province interessate dai ricorsi. Per l'organo, infatti, è dirimente un'osservazione fatta dall'Ufficio centrale regionale del Piemonte: "la ratio della legge regionale è quella di esonerare dalla raccolta delle firme i partiti o gruppi politici che hanno una significativa rappresentatività" e questa "verrebbe totalmente contraddetta da un'interpretazione diversa che accordi a singole componenti minoritarie della coalizione il beneficio della procedura senza firme”. Né i movimenti riuniti nella lista ricorrente potrebbero vantare quella "significativa rappresentatività", avendo ottenuto insieme alle regionali del 2014 lo 0,35%.
Al di là delle considerazioni sulla ratio - in parte discutibili, nel momento in cui non considerano che una forza politica, in base all'art. 1, comma 1, lettera c) della l.r. n. 21/2009, può ottenere il beneficio dell'esenzione pur non avendo alcuna rappresentatività, ma sfruttando la rappresentatività altrui - il Tar prosegue il proprio ragionamento sul piano logico: per i giudici l'art. 1, comma 1 lett. a) invocato da Panero è (al pari delle altre ipotesi di esenzione) "una deroga al principio generale che subordina la presentazione delle liste di candidati alla sottoscrizione di un dato numero di elettori": in quanto disposizione eccezionale, essa dev'essere "interpretata e applicata restrittivamente e quindi riferita esclusivamente a liste che abbiano per così dire 'in proprio' conseguito un seggio", diversamente si attribuirebbe il beneficio anche a liste "dotate di infima rappresentatività", per il solo fatto di essere parte di una coalizione che ha ottenuto almeno un seggio.
Le decisioni-fotocopia del Tar di oggi, dunque, sbarrano la strada elettorale al cartello Destre unite - CasaPound - Azzurri italiani, facendo decadere anche le due liste ammesse a Cuneo e Verbania: la mancata ammissione delle liste circoscrizionali in almeno metà delle province, infatti, non consente al gruppo di liste di correre e finire sulla scheda. Una decisione, quella del collegio, che non può piacere a Max Pajero: secondo lui, quella dei giudici è "una mera interpretazione poiché ovviamente la legge regionale non dice questo in alcun suo punto. Parla di conseguimento di un seggio e, come ampiamente dimostrato, i partiti della coalizione avevano conseguito tutti insieme, sulla base dei voti della quota proporzionale delle liste, il seggio poi riservato al candidato presidente. La surroga successiva ne è stata una testimonianza chiara: all’atto delle dimissioni di Pichetto il surrogante non proveniva dal cosiddetto listino regionale, ma dal primo resto utile delle forze della coalizione. Difficile non essere tentati dal considerare la sentenza una sentenza politica! Mentre per tutte le altre liste le norme vengono intese sempre nel senso più ampio (consentendo ad esempio alla civica Sì Tav, sì lavoro, per il Piemonte, pur priva di alcuna confermata rappresentatività politica, di correre in esenzione grazie ad un’esenzione addirittura 'trasferita' dalla Lega) nel nostro caso si esplicita in sentenza la volontà di applicarle in senso restrittivo. Quanto la presenza di CasaPound all’interno del nostro simbolo congiunto può aver pesato?”
Le motivazioni date dai giudici possono essere  in parte condivisibili (se non altro perché un eletto dovrebbe poter esentare solo un soggetto e non più di uno, come potrebbe accadere con un candidato presidente eletto nei confronti di tutte le liste di una coalizione), ma di certo alla base ci sono due problemi di fondo. Innanzitutto appare incredibile la differenza di interpretazione data al testo normativo, per cui - esattamente alle stesse condizioni - la lista era stata ammessa da due uffici elettorali e da altri no, così come alle europee capita che una lista - quella del Ppa - Popolo partite Iva - sia stata ammessa nella circoscrizione Nord-Est e ricusata nelle altre esattamente sulla base delle stesse condizioni; in quest'ultimo caso, peraltro, la lista correrà comunque in quell'unica circoscrizione, mentre in Piemonte (come si è detto) la presenza del cartello guidato da Destre unite sarebbe troppo esigua in base a quanto richiesto dalla legge nazionale. Ancor più a monte, tuttavia, occorre ragionare seriamente su tutto ciò che è previsto in materia di raccolta firme e di esenzioni: se, a detta di molti, oggi raccogliere in modo del tutto regolare il numero di sottoscrizioni richieste è particolarmente difficile, se non impossibile in certe competizioni elettorali (europee e regionali), motivo per cui si è scatenata nel corso degli anni una "corsa all'esenzione" che ha scatenato molte proteste, è il momento di fare qualcosa. Se il radicamento dei partiti (tutti!) appartiene ormai al passato, è molto meglio chiedere a tutti i soggetti interessati un numero ragionevole di firme, che a quel punto sarebbe anche più facile da controllare, usando lo stesso metro di giudizio per tutti: in quel modo, forse, non si creerebbe più il bisogno di adempiere all'obbligo di raccolta firme commettendo irregolarità e si smetterebbe di cercare scorciatoie che a volte la legge consente e, inevitabilmente, favoriscono alcuni più di altri.