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mercoledì 5 novembre 2025

Forattini, un omaggio con le sue vignette "simboliche"

La scomparsa, avvenuta ieri, di Giorgio Forattini rappresenta senza dubbio il venir meno di una figura importante per i #drogatidipolitica: a prescindere dalle simpatie o antipatie politiche - o, volendo, da quelle per lo stesso disegnatore - non si può non riconoscere il peso e il potere della satira in forma di vignetta anche nella scena politica italiana e ammettere, senza alcuna ombra di dubbio, che il maggior artefice di quel peso è stato proprio Forattini (più di tutti gli altri "vignettisti" successivi, inclusi coloro che a lui devono almeno parte della loro fama, come Emilio Giannelli o Vauro ). La sua matita prestata alle pagine di Paese Sera, di Panorama, della Repubblica, della Stampa, del Giornale e del Quotidiano Nazionale, come pure a quelle dei tanti libri che hanno raccolto le vignette nel corso degli anni, ha fatto puntualmente emergere letture peculiari e irriverenti delle vicende politiche (italiane e straniere) che hanno occupato via via le prime pagine o i servizi di apertura, a costo di scatenare l'irritazione - e magari la querela - dei soggetti ritratti o di chi si sentiva offeso da quei disegni (segno che questi ultimi avevano colpito eccome, non importa ora se giustamente o no).    
Qualche volta, va detto, l'irriverenza si spegneva, lasciando comprensibilmente il posto a un'ironia più delicata, pur non smettendo di essere pungente. Rientra in questa categoria una delle vignette più citate in queste ore, pubblicata a gennaio 2000 su Panorama dopo la morte di Bettino Craxi ad Hammamet: niente più stivaloni neri mussoliniani, ma solo il braccio a pugno chiuso che stringe un garofano - richiamando con chiarezza, sia pure a specchio, il manifesto realizzato da Ettore Vitale nel 1973, ma con il fiore più simile a quello realizzato da Filippo Panseca un decennio dopo - che emerge dalla sabbia d'Africa trasformata in tomba, con intorno la frase "Ingrata Patria, non avrai le mie ossa" (epitaffio attribuito a Scipione l'Africano e rivolto a Roma, scelta per nulla casuale). Posto che quella spiaggia di fronte al mare ricorda molto il setting di una vignetta altrettanto famosa disegnata nel 1979 (quella con un carapace di tartaruga sulla spiaggia, per ricordare la scomparsa di Ugo La Malfa), non sfugge la presenza del sole che sorge, quello della tradizione socialista (e socialdemocratica) che però proprio Craxi aveva voluto sacrificare a favore del garofano.
Proprio quella vignetta, peraltro, offre la possibilità di un percorso "simbolico" tra i disegni di Forattini: un percorso, cioè, che consideri il modo in cui il disegnatore ha reinterpretato i simboli dei partiti, rendendoli un elemento significativo (e magari contundente) delle sue vignette. Pescando a caso, per esempio, si può trovare una vignetta del 2 marzo 1999, in cui Romano Prodi ritratto con le orecchie (sulla testa quadra e occhialuta), la coda e le zampe da asino - sei giorni dopo il lancio del partito dei Democratici, con il loro asinello quasi disneyano disegnato da Francesco Cardinali in primo piano nel simbolo - cacciava a calci a lunga gittata Massimo D'Alema, raffigurato nei panni di Hitler con tanto di fascia con falce e martello al braccio (sette mesi più tardi, l'11 ottobre, il lunedì de la Repubblica avrebbe messo in copertina la vignetta sul dossier Mitrokhin sbianchettato, che avrebbe fatto scattare la superquerela - poi ritirata - di D'Alema). 
Alcuni passaggi "simbolicamente rilevanti" della politica italiana sono stati ritratti in modo impagabile da Forattini e meritano di essere considerati. Non si può che partire dalla trasformazione del Partito comunista italiano in Partito democratico della sinistra. L'11 ottobre 1990, sulla prima pagina della Repubblica, sotto al titolo L'albero di Occhetto e accanto al simbolo con la "quercia" realizzata da Bruno Magno (presentato la sera prima a una selva di giornalisti, fotografi e telecamere), apparve un albero disegnato da Forattini, con falce, martello e stella incisi sul tronco, attorno al quale era avviluppato un serpente con la testa di Giulio Andreotti: la coppia di tentati, novelli Adamo ed Eva, aveva le sembianze di Achille Occhetto e di una figura che ha tutta l'aria di somigliare a Ciriaco De Mita, mentre Craxi era ridotto al ruolo di frutto della tentazione. Non proprio un ottimo viatico per un percorso di transizione politica che avrebbe dovuto essere ratificato da un congresso e che in ogni caso aveva già parecchi contrari all'interno del partito.
Che Craxi non vedesse con particolare favore quella trasformazione ("Quel simbolo non somiglia affatto al garofano"), che avrebbe creato qualcosa di diverso dall'Unità socialista che lui pochi giorni prima aveva fatto inserire nel simbolo del Psi era cosa nota. È probabilmente passato di mente che in quegli stessi giorni si era accesa la miccia di una delle tante potenziali crisi di governo (l'esecutivo pentapartito Andreotti-sexies), ad opera del Partito repubblicano italiano, dopo che il segretario Giorgio La Malfa alla direzione nazionale del 12 ottobre aveva criticato l'azione insoddisfacente del governo in materia di ordine pubblico e risanamento finanziario (con tanto di richiesta di verifica a Dc e Psi) e aveva apprezzato la scelta del Pci di non essersi ribattezzato socialista ("è una vittoria storica di quella parte democratica della sinistra europea che da sempre si è fermamente opposta alla componente socialista"). Per Craxi la tregua coi repubblicani doveva dichiararsi conclusa, così il segretario ebbe parole di fuoco per l'Edera, anche se la crisi vera si aprì l'anno dopo. A ricordare le tensioni di quei giorni provvede la vignetta di Forattini pubblicata domenica 14 ottobre in prima pagina dalla Repubblica sotto al titolo relativo all'attacco socialista al Pri: Craxi in divisa agitava non i garofani, ma un bastone di fronte alla già nota Quercia, cui era avvinto un lungo tralcio di edera. Ed "Ederasti!" era l'accusa craxiana al Pci-Pds che suonava particolarmente venefica.
Non sarebbe stata meno pungente la matita di Forattini quattro anni e mezzo dopo, quando a Fiuggi Gianfranco Fini aprì l'ultimo congresso del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, avviando ufficialmente la trasformazione in Alleanza nazionale già intrapresa dalle elezioni politiche del 1994. Il 28 gennaio 1995, il giorno dopo l'inizio dell'assise congressuale, la Repubblica dedicò a quel passaggio politico l'apertura della prima pagina: sotto al titolone Lo strappo di Fini, campeggiava una vignetta forattiniana con il segretario uscente che si accendeva una sigaretta con la fiamma tricolore di una candela; quella stessa fiamma, peraltro, contribuiva a proiettare sul fondo l'ombra di Fini, resa però nel profilo del volto e del petto con i tratti inconfondibili di Mussolini.
Quella, peraltro, non fu certo la prima occasione in cui Giorgio Forattini rese la fiamma tricolore protagonista di una delle sue vignette. Proprio l'articolo online di Repubblica.it dedicato ad alcune delle illustrazioni più famose del passato ha riproposto la vignetta pubblicata il 23 dicembre 1976, all'indomani della formazione dei gruppi parlamentari di Democrazia nazionale - Costituente di destra, anticipo di una scissione ufficiale - interessante, pur se di breve durata e di incerto successo elettorale - all'interno del maggior partito della destra italiana. La vignetta in questione - collocata a pagina 6 a fianco dell'articolo La ruota di scorta della destra italiana di Enzo Forcella - ritraeva il segretario del Msi-Dn, Giorgio Almirante, con un'espressione attonita e un po' rassegnata, che sulla testa aveva due fiamme tricolori, collocate sul cranio in una posizione corniforme.
Tornando al 1995, però, non poteva sfuggire all'arguzia grafica di Forattini soprattutto il travaglio vissuto dal Partito popolare italiano che si consumò soprattutto nel mese di marzo ed ebbe ampie ripercussioni sul piano politico-simbolico (oltre che sul destino giuridico ed economico dei Popolari e del patrimonio dell'ex Democrazia cristiana, come spiega bene il podcast Scudo (in)crociato, specie nella quarta puntata). Dopo l'annuncio - l'8 marzo - dell'accordo tra il segretario Rocco Buttiglione e i vertici dei partiti del centrodestra per le elezioni regionali in arrivo era apparsa (il 10 marzo) una vignetta con lo stesso Buttiglione - con sigaro d'ordinanza - trasformato in preda di caccia e trasportato appeso da Silvio Berlusconi e Fini, mentre il 12 marzo - il giorno dopo la riunione drammatica del consiglio nazionale in cui Buttiglione fu sconfitto per tre voti - in prima pagina apparve Rosy Bindi nell'atto di vuotare un bottiglione. Il segretario, pur sfiduciato, il 15 marzo scelse però di non dimettersi, rendendo così concreto lo scenario di due partiti in uno: il giorno dopo la Repubblica, sotto il titolo Due segretari per i Popolari, comparve la vignetta di Forattini in cui tanto Buttiglione quanto Bindi (solo poche ore dopo Gerardo Bianco sarebbe stato scelto come leader da coloro che avevano sfiduciato il segretario), reggendo una valigetta marchiata "Ppi" intimavano - con tanto di megafono - a Gesù Cristo di "rendere disponibile la croce entro le 12" (croce ovviamente con la scritta "Libertas"), come se fosse uno degli ambienti contesi - letteralmente, come si sa - di Piazza del Gesù. 
Buttiglione ritenne invalida l'elezione di Bianco da parte del consiglio nazionale "dimezzato" e il 17 marzo scelse di espellere i consiglieri che il giorno prima avevano partecipato a quella seduta: il 18 marzo, sotto al titolo Buttiglione epurator espelle mezzo partito, Forattini collocò uno scudo vuoto, con la croce portata via per metà da Berlusconi, per metà da D'Alema (volendo richiamare come di fatto a provocare e favorire la scissione fossero state le pressioni di soggetti esterni, in particolare dei leader dei due poli che grazie alle proposte di alleanze sul territorio avevano conquistato questa o quella parte dei Popolari). E se la didascalia recava solo la parola "Bianco", richiamando tanto il cognome del segretario scelto dalla sinistra del partito quanto lo scudo ormai vuoto, proprio quest'ultima immagine finì per anticipare la scelta simbolica di quella parte del partito (raccontata a suo tempo su questo sito da Giuliano Bianucci), con lo scudo senza croce collocato nel gonfalone e lo slogan "Lo scudo c'è, la croce aggiungila tu".
La questione del simbolo, del resto, divenne particolarmente urgente dopo che, il 23 marzo, il giudice del tribunale di Roma Luigi Macioce depositò la prima ordinanza sul ricorso dei Popolari vicini a Bianco, decidendo che Buttiglione, pur non potendo attuare la sua linea politica sconfitta legittimamente in consiglio nazionale, era ancora segretario e avrebbe continuato a disporre del fregio ufficiale del partito. Quel giorno stesso a piazza del Gesù si scatenarono scene di simil-guerriglia, puntualmente raccontate dai giornali: il 24 marzo, al di sotto del titolo evocativo Rissa popolare, ne diede conto anche Forattini, disegnando il bottiglione chiuso da Buttiglione - sempre col sigaro - trasformato stavolta in tappo, mentre sotto vetro si riconoscevano vari "Imbuttiglionati", tra cui Bindi, De Mita, Beniamino Andreatta (con tanto di pipa) e Mino Martinazzoli; all'inizio del collo della bottiglia, ovviamente, c'era lo scudo crociato, stavolta intero, ma messo al sicuro (anche se poi, a quelle regionali, non lo avrebbe usato nessuno). Ennesimo esempio, come i precedenti, di quanto i simboli dei partiti potessero avere un potere evocativo immenso, che la matita arguta di Giorgio Forattini non poteva non cogliere e valorizzare a dovere.
 

martedì 24 gennaio 2017

Serve un nuovo Ulivo, anzi c'è già (ma non dovrebbe esserci)

"Quella del centrosinistra unito non penso sia un'esperienza irripetibile. Non penso sia irripetibile, soprattutto dopo quello che sta succedendo. Io vedo che la gente ha bisogno di sentirsi unita in questo mondo che si disgrega, con Trump, con la Brexit, con le crepe che arrivano dappertutto. Io vedo che c'è un naturale desiderio di riunirsi ma è uno sforzo che non mi sembra impossibile". Sono bastate queste parole di Romano Prodi, tre giorni fa, nella sua Bologna, per far parlare da più parti di un possibile Ulivo 2.0: lo ha evocato il vicesegretario dem Lorenzo Guerini, unitamente al ventilato ritorno alla "legge Mattarella" ("Il Pd ritiene il Mattarellum lo strumento migliore per corrispondere alla sfida dell'Ulivo") e lo ha auspicato Pier Luigi Bersani, ritenendo che quelle siano "parole sacrosante e che sia l'ora, per chiunque la pensi così, di metterci impegno e generosità".
A dispetto di questa dichiarata coincidenza d'intenti, tuttavia, ciascuna delle due parti del Partito democratico sembra leggere l'orizzonte dell'Ulivo a modo suo: così, se per Roberto Speranza l'unità del centrosinistra si può perseguire se si rimette al centro la questione sociale e si archivia "la stagione dell'uomo solo al comando", non mancano gli interventi di chi ritiene che il disegno (neo)ulivista dei cosiddetti "nemici di Matteo Renzi" rappresenti un passo indietro rispetto a quanto già c'è, decisamente da evitare. L'ultimo in ordine di tempo è Fabrizio Rondolino, che oggi sul sito dell'Unità ha aperto con convinzione un suo articolo con queste parole: "L'Ulivo esiste già, e si chiama Partito democratico". 
In quel commento, il giornalista ricorda come lo stesso Manifesto dei valori del Pd, approvato all'inizio del 2008, dicesse con chiarezza che il partito rappresentava "lo sviluppo e la realizzazione dell’Ulivo, come soggetto e progetto di centrosinistra nel quadro di un bipolarismo maturo", ma lo faceva impegnandosi a costruire "un bipolarismo nuovo, fondato su chiare alleanze per il governo e non più su coalizioni eterogenee, il cui solo obiettivo sia battere l’avversario". Certamente qualcosa di diverso da quello che fu l'Unione del 2006, che fece vincere di nuovo Prodi "salvo poi sfarinarsi in meno di due anni", come dice correttamente Rondolino. 
Non si può dire però che l'Ulivo del 1996 fosse davvero eterogeneo. Il primo governo Prodi cadde col ritiro della fiducia di Rifondazione comunista, ma questa non faceva parte del "progetto Ulivo": al massimo il noto accordo di desistenza con Bertinotti può far parlare di carenza di "chiare alleanze per il governo". Era invece molto più promettente il rapporto tra i due principali attori dell'Ulivo, il Partito democratico della sinistra e il Partito popolare italiano (assieme ai "prodiani doc" dell'associazione L'Ulivo - I Democratici: non a caso, la legale rappresentanza della coalizione e ogni decisione sull'uso del simbolo era affidata congiuntamente a Stefano Ceccanti per i prodiani, Giovanni Lorenzo Simula per il Pds e Nicodemo Oliverio per il Ppi): benché si guardassero ancora un po' (troppo) con sospetto tra loro, gli eredi diretti di Pci e Dc avevano già intuito che le loro "grandi tradizioni" erano inadeguate "da sole, a costituire un nuovo quadro politico di riferimento", mentre insieme avrebbero potuto "elaborare una visione condivisa del mondo, costruendo su questa base il progetto di una nuova Italia". Le parole vengono ancora dal Manifesto dei valori del Pd, ma potevano applicarsi già agli sforzi fatti nel 1996, benché allora non si pensasse a costruire una nuova casa comune duratura.
L'Ulivo alle politiche del 1996
Questo Rondolino non lo dice, ma non sembra smentirlo, nel ricordare che l'assemblea costituente del Pd - Milano, 27 ottobre 2007 - elesse come presidente proprio Prodi; sbaglia invece nel dire che le due "principali forze politiche che avevano dato vita all'Ulivo" erano Ds e Margherita, visto che come si è detto i due protagonisti dell'Ulivo furono il Pds e il Ppi, principali "azionisti" rispettivamente dei Ds e della Margherita (per inciso, l'Unità farebbe bene a controllare ciò che pubblica, visto che una sua firma "storica" come Roberto Roscani oggi ha scritto in prima pagina che "l’ultima volta che il simbolo dell’Ulivo è comparso su una scheda delle elezioni politiche era il 2001, sedici anni fa", dimenticando clamorosamente che l'emblema è apparso sulle schede della Camera anche nel 2006). 
Tornando a Rondolino, per lui "il Pd nasce per dare forma e continuità politica" all'esperienza dell'Ulivo, "eliminandone tuttavia gli aspetti più critici (a cominciare dalla frammentazione esasperata), e ancorandosi saldamente nella democrazia del maggioritario", mentre i nemici di Renzi sembrerebbero voler costruire qualcosa che somiglia molto al contrario dell'Ulivo, alludendo "a tutto ciò che ha contribuito al fallimento di quell'esperienza, e che è stato giustamente messo da parte proprio con la nascita del Pd: la frammentazione esasperata del quadro politico, il moltiplicarsi dei 'cespugli', le 'coalizioni omnibus' che prendono i voti ma non riescono a governare, la debolezza di un leader senza partito prigioniero dei partiti che lo sostengono, una certa aria di proporzionale, le sante alleanze contro qualcuno (ieri Berlusconi, oggi Grillo) anziché per il Paese, e una cronica, strutturale incapacità a decidere per via dei veti reciproci".
Tutto ciò per Rondolino va evitato, così a maggior ragione non serve creare un nuovo Ulivo, perché ci sarebbe già. E per sostenere la coincidenza tra Ulivo (2.0?) e Pd, il giornalista suggerisce di dare "uno sguardo al simbolo per averne contezza: il ramoscello che fa capolino fra 'Partito' e 'Democratico' è lo stesso che adornava il simbolo della coalizione guidata da Romano Prodi nel 1996". Il problema, però, sta proprio in questo. Dimentica forse Rondolino che già alla fine del 2013 Andrea Rauch, il creativo che nel 1995 aveva disegnato il simbolo dell'Ulivo (a partire da un rametto di una pianta di casa sua), aveva scritto a Matteo Renzi chiedendogli di togliere dall'emblema del Pd concepito da Nicola Storto il vecchio ramo d'ulivo: questo soprattutto perché rappresentava un elemento di disturbo di pochi millimetri sula scheda elettorale, ma anche perché "Il Partito democratico di oggi è molto diverso dall'Ulivo del 1996 per intenti, strategia, programmi". A distanza di qualche anno, lo scorso giugno, Rauch ha ribadito su questo blog il suo pensiero, segno che evidentemente - a dispetto di quanto detto da Rondolino - tutta questa coincidenza tra Pd e Ulivo non c'è e non basta la permanenza del rametto nel simbolo a garantirla.  

martedì 14 luglio 2015

In memoria di Willer Bordon: come nacque l'Asinello

Il momento è di quelli tristi e, con naturalezza, un po' inquieti. Ho appreso da poco della morte di Willer Bordon, persona che per vari anni ha frequentato la politica italiana, con le sue sei legislature trascorse in Parlamento (quattro alla Camera, due al Senato). La sensazione che ho raccontato si spiega se solo si considera che, per quanto ne so, l'ultimo evento pubblico - anche se non affollatissimo - cui l'ex parlamentare ha partecipato è stata la presentazione del mio libro Per un pugno di simboli al circolo Pd di Trastevere, il 4 giugno scorso.
Era stato l'amico, collega di Termometro Politico e consigliere del I Municipio di Roma Livio Ricciardelli a organizzare l'evento, pensandolo fin dall'inizio come un momento irrinunciabile per i "drogati di politica", categoria alla quale entrambi ci fregiamo di appartenere. A introdurre e moderare la presentazione avrebbe pensato lui stesso (anche dopo la rinuncia a partecipare di Marco Esposito), ma era bene trovare almeno un politico con cui dialogare. Abbiamo scartato fin dall'inizio i "big" del momento, cercando di valorizzare piuttosto il gran numero di sigle e simboli di cui il libro era ed è colmo. 
Dopo aver pensato a figure che avrebbero potuto raccontare nicchie politiche sconosciute ai più (uno su tutti, Mauro Guerra, attualmente deputato Pd ma nel 1995 membro attivo degli scissionisti di Rifondazione comunista che costituirono il Movimento dei comunisti unitari e consentirono al governo Dini di sopravvivere meglio, per un po'), Livio si convinse della bontà assoluta di un nome balenatogli all'improvviso: quello di Bordon, appunto. In effetti la scelta era perfetta: da una parte, nella sua esperienza politica aveva conosciuto vari simboli da vicino e alcuni aveva anche contribuito a vararli (da Alleanza democratica a Unione democratica, passando per l'asinello dei Democratici); dall'altra, aveva da alcuni anni abbandonato la politica (facendo l'imprenditore e, di recente, restituendo ai romani il teatro Quirinetta), dunque nessuno poteva tacciarlo di raccontare storie "interessate"; sul fatto che fossero interessanti, noi non avevamo dubbi.
Bordon dunque fu chiamato, lui accettò di buon grado di venire e intervenne: dimostrò la sua serietà e gentilezza, senza nascondere la sua ironia. Raccontò a modo suo il cambiamento della grafica (e della politica) tra la Prima e la Seconda Repubblica, cercando di far emergere tutto ciò che dietro e intorno aveva cambiato volto. Ancora più interessante, per la citata categoria delle politics victims, il suo racconto "da testimone privilegiato" della nascita di un simbolo che ebbe vita breve, ma una storia molto particolare, ossia l'asinello dei Democratici, nati per affiancare Romano Prodi e poi identificatisi soprattutto in Arturo Parisi (in parte la vicenda era già stata narrata su questo blog, attraverso le elaborazioni grafiche dell'autore dell'emblema, Francesco Cardinali). Vale la pena ripercorrere il racconto che fece Bordon, ricco di aneddoti poco noti, ascoltando la sua viva voce di quel giorno: uno modo per dirgli grazie, una volta di più, di quel pomeriggio poco affollato, ma dai contenuti di valore.

venerdì 18 aprile 2014

Come nasce un simbolo: Prodi e l'asinello

Mentre la carica (anzi, carichina, viste le ridotte dimensioni di quest'anno) dei simboli in vista delle elezioni europee sta per spostarsi dalle bacheche del Viminale alle plance elettorali e ai muri - spesso abusivi - di tutta l'Italia, una domanda rischia di finire sopraffatta dalla bagarre che precede l'apertura dei seggi: "Ma come nasce fisicamente un simbolo?
Una domanda curiosa e quasi sussurrata, ma pienamente legittima, in un'epoca in cui tutto sembra facile da realizzare, a portata di clic (e di Photoshop o Illustrator, per i vettorialisti incalliti), anche quando la creazione sa più di plastica e di finzione che di aromi genuini. Pare quasi che nessuno si ricordi più di quando erano le mani a dare forma e colore alle idee, che vengono pur sempre da una o più menti, dotate di un tasso variabile di insanità. 
E allora, perché non andare a recuperare un simbolo di qualche anno fa, non troppo longevo in confronto ad altri ma con l'indubbio pregio di poterlo seguire passo a passo, compresi i finali mancati, ossia le varianti scartate o aggiustate poco a poco? Catapultatevi allora nell'anno di incerta grazia 1999, esattamente a febbraio, ancora una volta in cammino verso le europee. E giusto una manciata di mesi dopo la caduta di Romano Prodi a Montecitorio, una ferita che brucia eccome. Per tamponarla e togliersi qualche sassolino scomodo, il Professore decide di fondare un partito e con lui c'è il sociologo della politica Arturo Parisi.
Parisi è sardo - anche se ha lavorato per anni sotto le Due Torri - e forse è proprio sua l'idea di mettere in campo un asinello, per il nuovo soggetto che dovrà chiamarsi i Democratici o qualcosa di simile. Non che l'idea sia nuova: negli Usa, anche se gli emblemi grafici dei partiti non sono affatto istituzionalizzati e non vanno nemmeno sulle schede, il binomio Donkey-Democrats nasce addirittura nel 1874 ("colpa" dell'artista satirico Thomas Nast e delle sue vignette micidiali) e regge tuttora, al pari della coppia elefante-repubblicani. Perché non esportare anche questo elemento, per il partito nuovo da creare?

lunedì 11 febbraio 2013

Toh, rispunta il campanile di Mastella...

Qualcuno, non vedendo più il suo volto imponente comparire sui teleschermi, probabilmente lo aveva dato per perso. Qualcun altro, forse, lo aveva quasi sperato, immaginandolo con base a Ceppaloni, senza più collegamenti con la politica romana e con poltrone di governo, dopo l'ultimo suo incarico di ministro della giustizia nel governo Prodi che lui stesso ha contribuito a far cadere nel 2008. E invece Clemente Mastella è tornato. O, per lo meno, è tornata la sua creatura politica, quel campanile che senz'altro c'è anche a Ceppaloni e che dal 1999 aveva scelto come suo simbolo per il partito che aveva fondato una volta terminata - non senza burrasche - l'esperienza dell'Udr con Cossiga ed altre truppe.
E pensare che, all'inizio, il contrassegno sembrava messo lì quasi a caso, per partecipare quasi a ogni costo alle elezioni europee, mentre sul precedente emblema dell'Udr si era finiti - come spesso accade in Italia - in tribunale. E che venisse proprio dall'Unione democratica per la Repubblica, Mastella l'aveva dichiarato senza problemi nel simbolo, piazzando nel mezzo la sigla UDR ben in evidenza, aggiungendo tra la D e la R giusto le due letterine "eu", come se si trovassero li per caso, pronte ad andarsene quando qualche giudice avesse dato ragione al Clementone che si riteneva ancora segretario dell'Udr. Un campanile, dunque, disegnato quasi a mano, con tanto di finestrelle e sagoma della campana nel mezzo, un tetto blu più da favola che da realtà. il tutto davanti a un elemento tricolore morbido e curvo, come uno sbaffetto di dentifricio appena servito. L'Udr formato Europa, insomma, era servita e tale sarebbe rimasta, dando pari dignità a tutte le lettere della sigla.
Col tempo il partito aveva messo radici, manco a dirlo soprattutto al Sud, facendo della Campania (e, in qualche misura, anche della Lucania) la sua roccaforte. A poco a poco il simbolo è leggermente mutato, con alcune stelle che sono inevitabilmente spuntate a contorno del campanile e con l'aggiunta di un riferimento all'area popolare in cui l'Udeur mastelliana voleva collocarsi. Era passato attraverso varie esperienze, questo soggetto politico, partecipando alla Margherita fino alle elezioni del 2001 - salvo poi sfilarsi quando si è parlato seriamente di unificazione dei partiti che l'avevano costituita - poi accogliendo al suo interno l'ultimo segretario della Dc (poi Ppi) Mino Martinazzoli alle elezioni europee del 2004, fino al nuovo sostegno - mai completo e senza tentennamenti - al centrosinistra.
Poi era arrivata la seconda caduta di Prodi, con conseguenti elezioni anticipate. Si era parlato con insistenza di un diritto di tribuna concesso all'Udeur dal Pdl - almeno finché Berlusconi non ha sospettato che il suo partito ci avrebbe rimesso in immagine - di trattative non andate a buon fine con l'Udc e di un'offerta (rifiutata) di provenienza socialista: sta di fatto che Mastella alle elezioni non partecipò (finì a commentarle dalla poltrona del Tg2), mentre a quelle successive il Pdl lo candidò sul serio e gli fece avere un seggio a Strasburgo. Nel 2010, un'improvvisa voglia di partito meridionale fece cambiare il nome della forza politica in "Popolari per il Sud", con un effetto grafico per lo meno discutibile. Dovevano esserci altre cose poco convincenti, se all'inizio del 2011 il partito aveva già ripreso il suo nome, restando sempre nell'ambito del centrodestra (come quando, del resto, Mastella nel 1994 aveva scelto il Ccd e non i Popolari) fino a una certa vicinanza al "terzo polo" di Fini e Casini.
Ora, nell'anno del Signore 2013, l'Udeur rispunta e, se alle politiche nessuno potrà votarla, la si vedrà invece alle elezioni in Molise. Il sostegno, peraltro, stavolta andrà al candidato presidente del centrosinistra: proprio come il campanile "perfetto" del suo simbolo, in fondo, Mastella è equidistante (o equivicino) rispetto a ogni schieramento. Stando sempre ben piantato al centro.