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martedì 8 dicembre 2020

Popolo protagonista diventa partito e adotta un simbolo. Altri invece...

Quando era nata il 6 maggio, la componente del gruppo misto alla Camera Popolo protagonista - Alternativa popolare era formata dai deputati Gianluca Rospi, Michele Nitti e Antonio Zennaro, fuoriusciti dal gruppo del MoVimento 5 Stelle nel 2020. Come detto all'atto della genesi, avevano consentito la formazione della componente il numero minimo di tre eletti e il sostegno di un partito "la cui esistenza, alla data di svolgimento delle elezioni per la Camera dei deputati, risulti in forza di elementi certi e inequivoci, e che abbia presentato, anche congiuntamente con altri, liste di candidati ovvero candidature nei collegi uninominali" (art. 14, comma 5 del regolamento): il partito
 era proprio Alternativa popolare, che aveva concorso alle elezioni del 2018 nel cartello Civica popolare e con cui Rospi aveva stretto rapporti.
A distanza di quattro mesi e mezzo, il 23 settembre, l'unico membro originario rimasto nella componente è proprio Gianluca Rospi (che di recente ha rivendicato di essere stato eletto nel M5S da indipendente), per l'uscita in quel giorno dei deputati Nitti e Zennaro, divenuti semplici iscritti al gruppo misto. La componente non si è però sciolta, perché nel frattempo avevano aderito a questa Fabiola Bologna (uscita dal M5S il 24 aprile) e Fausto Guilherme Longo, eletto in Sudamerica all'interno del Pd in quota Psi e aggiuntosi alla compagine giusto il 23 settembre, mantenendo il numero minimo di tre membri. Anche per il rilievo assunto da Longo per la conservazione dell'articolazione, il 5 ottobre il nome della componente è stato mutato in Popolo protagonista - Alternativa popolare - Partito socialista italiano. Ironia della sorte, per Longo si tratta di un "ritorno a casa": egli era rimasto un semplice membro del gruppo misto dal 23 settembre 2019, quando cessò la componente Civica popolare - Ap - Psi - Area civica, dopo l'uscita nel giro di pochi giorni degli altri fondatori, i due ex Ap Gabriele Toccafondi (ora in Italia viva) e Beatrice Lorenzin, arrivata al Pd con Serse Soverini (già Area civica, parte del cartello Insieme Italia-Europa insieme al Psi). 
Come mai si decide di parlare ora di questo movimento parlamentare, risalente ormai a oltre due mesi fa? Perché da pochissimi giorni Popolo protagonista non è solo parte del nome di una componente, ma anche un partito (sia pure in formazione), con un proprio simbolo e una prima sede. Quest'ultima è stata inaugurata il 4 dicembre ad Acireale, collegio senatoriale di elezione di Tiziana Drago, entrata a Palazzo Madama con il MoVimento 5 Stelle ma nel gruppo misto dal 27 ottobre e ora aderente al progetto portato avanti da Rospi (per ora accanto al nome della senatrice non è ancora presente il nome di Popolo protagonista, da solo o accompagnato ad Alternativa popolare, anche se pare che sia stata fatta richiesta per aggiungerlo; si tratterebbe comunque di un atto meramente simbolico e di scarsissima efficacia, perché nel regolamento del Senato non sono sostanzialmente previste, al di là di un fugace riferimento all'art. 156-bis, che prevede per i loro rappresentanti la possibilità di presentare "non più di una interpellanza di Gruppo al mese"). 
In un articolo scritto da Antonio Gelormini per Affaritaliani, Rospi ha parlato di "una visione comune, cioè la vocazione europeista del nostro Paese, e una convergenza rispetto ai valori del Ppe" e ha precisato: "Grazie ai rapporti con Paolo Alli [il legale rappresentante di Alternativa popolare, soggetto tuttora iscritto ai popolari europei, ndb], al quale sono legato da amicizia e stima, ho incontrato il presidente Donald Tusk, al quale ho presentato il nostro progetto, che ha destato grande interesse. L’idea è quella di aggregare tutte le energie, che si rispecchiano negli ideali del popolarismo europeo e liberali, su un progetto innovativo, aperto e inclusivo alla cui base devono esserci competenza e capacità". Sull'ispirazione del nuovo soggetto politico e sul suo orizzonte nel panorama italiano, Rospi ha dichiarato: Siamo figli della tradizione moderata e cattolica, legati ai grandi valori ma con una visione della politica e delle istituzioni dinamica, moderna e laicaSiamo figli di una visione europeista di memoria sturziana e degasperiana, ma consci del fatto che il sogno europeo non si sia ancora realizzato pienamente realizzato e che ci sono tante cose da migliorare. Sul medio e lungo termine guardiamo con estrema attenzione alle dinamiche del centrodestra, purtroppo oggi troppo a destra e con pulsioni sovraniste e populiste, ma anche a quella parte di centro che si trova a disagio nella sinistra. Vogliamo aggregare sui valori comuni e rendere nuovamente determinante l’area moderata. In tanti lo hanno promesso, ma per interessi personali tutti gli esperimenti in tal senso sono falliti".
La versione in blu del simbolo
Popolo protagonista si è dato anche un sito, nel quale si possono trovare gli obiettivi del progetto politico e in cui campeggia anche il simbolo, che in qualche modo sembra riassumere in sé varie fasi del cammino che dal Nuovo centrodestra ha portato ad Alternativa popolare. Il cuore rimanda alle esperienze di Area popolare e Alternativa popolare, oltre che al Partito popolare europeo (senza stelle: già nel 2014 il Ppe aveva chiesto ad Alfano di non usarle): in questo caso però è stato tinto di rosso e non di giallo, mentre la forma - non compiuta, che permette peraltro di infilarsi nella cavità di una P - sembra piuttosto quella vista in alcune liste locali. La barretta tricolore rinvia a quella del contrassegno elettorale del Nuovo centrodestra adottato nel 2014, anche se ora è molto più sottile, quasi impalpabile; 
trait d'union tra tutte quelle esperienze sembra essere di fatto l'uso dello stesso carattere impiegato in precedenza (molto probabilmente si tratta del Nexa) e che qui accomuna la sigla PP e il nome indicato per esteso
In effetti sarebbe più corretto dire che il sito di Pp mostra
 una delle due versioni: lì infatti è riportata quella con le lettere (e la circonferenza) blu con fondo bianco, mentre sulla pagina Facebook c'è la stessa grafica, ma con elementi bianchi e fondo blu con sfumatura radiale (ricordando cromaticamente, in quel modo, il logo del Partido Popular, sia pure a specchio, per quanto riguarda il cuore, e con le maiuscole invece delle minuscole). Il quadro grafico, volendo, si "complica" ancora di più se si considera che il 17 novembre lo stesso Rospi - che già aveva depositato come marchio il nome della sua compagine il 6 maggio - ha presentato domanda di registrazione come marchio di due grafiche in bianco e nero, come tali utilizzabili in qualunque colore: una rappresenta la grafica del simbolo priva della barretta (sigla, cuore e nome per esteso), l'altra è costituita solo da un cerchio nero con la scritta bianca sopra. Entrambe le immagini sono state depositate per le classi 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali).

Con questo passaggio, dunque, Popolo protagonista si è dotato di un simbolo, nonostante questo, non tutti i nomi presenti alla Camera hanno ad oggi una piena corrispondenza simbolica. Il 24 novembre, infatti, l'originaria componente del gruppo misto Centro democratico - Radicali italiani - + Europa" ha cambiato la propria denominazione in Centro democratico - Italiani in Europa; la modifica ha preceduto di due giorni l'uscita dalla componente di Riccardo Magi e il corrispondente arrivo di Elisa Siragusa, già M5S. L'etichetta "Italiani in Europa" è legata al fatto che sono stati eletti nella circoscrizione Estero-Europa tanto Siragusa, quanto Alessandro Fusacchia (già +Europa); al momento, però, quell'espressione non figura in nessun simbolo, nemmeno in quello del Cd di Bruno Tabacci, la cui partecipazione alle elezioni del 2018 come "pulce" inserita nel contrassegno di +Europa consente alla componente di rimanere in vita. 
Già che ci si è, va detto che proprio la "migrazione" di Riccardo Magi ha consentito di esistere alla componente di Azione (cui fanno riferimento Flora Frate, Nunzio Angiola ed Enrico Costa, uscito da Forza Italia ma con un passato in Ncd): Magi, infatti, è stato eletto in un collegio uninominale in rappresentanza della coalizione di cui faceva parte +Europa, dunque può dirsi che continua a rappresentarla in Parlamento (a dispetto di come poi si è evoluto il percorso di quella forza politica). Non si deve dimenticare, peraltro, che a sua volta +Europa aveva potuto partecipare alle elezioni senza dover raccogliere le firme (e aderendo da subito alla coalizione di centrosinistra) grazie all'esenzione spettante a Centro democratico.
Piaccia o no, c'è qualcosa di pannelliano in tutto questo. Perché non può non venire in mente che, nel febbraio 1992, alla vigilia delle elezioni politiche, Marco Pannella decise di mettere in piedi per la prima volta una lista con il proprio nome: per poter correre senza dover raccogliere le firme, ma anche desiderando rispettare quanto deliberato dal congresso di Bologna del 1988 (per cui il Partito radicale, in quanto tale e con il proprio simbolo, non avrebbe più partecipato a competizioni elettorali), scelse di inserire nel contrassegno della Lista Pannella la "pulce" della lista Antiproibizionisti sulla droga, che aveva ottenuto eletti alle europee del 1989. In quegli stessi giorni, peraltro, si era resa conto di non riuscire a raccogliere le sottoscrizioni necessarie anche la Lista Referendum promossa da Massimo Severo Giannini e nella quale si sarebbero candidati vari radicali: il gruppo aveva chiesto aiuto al Partito radicale e Pannella aveva concesso l'uso della corolla della rosa, come parte del simbolo (rosa nel pugno listata a lutto) con cui il Partito radicale aveva eletto parlamentari alle politiche del 1987, anche qui senza citare l'intero emblema per non violare le decisioni congressuali del 1988. 
In pratica quasi lo stesso simbolo (corolla con o senza foglie) esentò due liste, essendo stato usato in origine da due formazioni diverse (benché idealmente collegate) per due assemblee elettive diverse, con la consapevolezza che se il Partito radicale non avesse concesso agli Antiproibizionisti l'uso della rose di Marc Bonnet (senza poing), la lista non avrebbe corso e non ci sarebbe stata una seconda possibilità di esenzione. Questa volta invece si sono separati due elementi che in occasione del voto erano uniti, mentre ora vengono utilizzati distintamente per raddoppiare un altro beneficio (non la candidatura senza firme, ma la formazione di una componente in deroga); anche qui, però, c'è la consapevolezza che, senza l'apporto di Centro democratico, +Europa non avrebbe forse partecipato al voto e, a quel punto, ci sarebbe stata un'occasione di deroga in meno. 
Tra l'altro, essendo stata accettata in modo palese questa doppia deroga, ora si è aperta del tutto la possibilità di formare - in caso di bisogno - componenti di "transfughi" con l'apporto di altri partiti i cui simboli hanno partecipato alle elezioni all'interno di "contrassegni matrioska": possono allora ritornare buoni l'Udc (presente al Senato, ma per ora solo nel gruppo di Forza Italia), i Verdi, i casiniani dei Centristi per l'Europa, i demitiani di L'Italia è Popolare, l'Unione (per il Trentino) di Lorenzo Dellai, l'Italia dei Valori e la citata Area civica. Al limite pure lo stesso Ulivo potrebbe riaffacciarsi alle aule parlamentari, se qualcuno provasse a sostenere che anche quella formazione politica ha corso alle elezioni nella lista Insieme con Psi, Verdi e Area civica; ci si sente di escludere, tuttavia, che coloro che sono titolari del simbolo dell'Ulivo, disegnato da Andrea Rauch, possano consentire un uso simile, per nulla rispettoso della storia di quel segno.

venerdì 3 luglio 2020

La Buona Destra di Filippo Rossi, nemica di Salvini e Meloni (di Antonio Folchetti)

Destra e sinistra sono, "rispetto all'universo cui si riferiscono, reciprocamente esclusivi e congiuntamente esaustivi". È quanto si legge nelle prime righe di uno degli scritti più celebri di Norberto Bobbio, dall'emblematico titolo Destra e sinistra (edito da Donzelli nel 1994), che molti lettori abituali di questo blog conosceranno. E c'è da scommettere che tanti di loro conoscano anche Filippo Rossi, che in questa torrida mattinata romana presenterà ufficialmente la Buona Destra, il movimento da lui fondato con il dichiarato obiettivo di aprire un nuovo spazio politico nell'ambito del centrodestra italiano, ma in aperta contrapposizione con il sovranismo di Salvini e Meloni.
La nascita del nuovo soggetto politico arriva, a dire il vero, non del tutto inaspettata. Lo scorso settembre, infatti, Rossi aveva pubblicato un saggio, Dalla parte di Jekyll. Manifesto per una buona destra, in cui gettava le basi "ideologiche" del movimento. Nel volume, Rossi passava in rassegna vari pensatori del secolo scorso (e non solo), tra i quali appunto Bobbio, ma anche Tocqueville e Ortega y Gasset, per definire i tratti di una destra liberale, antipopulista ed europeista che in Italia ha sempre faticato ad emergere. Salvini e Meloni - che rappresentano Mr. Hide, in un'originale riproposizione del racconto di Robert Louis Stevenson in chiave filosofico-politica - vengono definiti "plebei più che populisti, orgogliosamente estremisti. Gutturali". Jekyll, invece, incarnerebbe "la destra sana, laica, concreta, pacata, decisionista e affidabile".
La pubblicazione del suddetto libro, che ha acceso un dibattito vivo e interessante non solo tra e per gli addetti ai lavori, ha anche permesso all'autore di incrementare molto la sua notorietà. 
Personalità poliedrica, Filippo Rossi è stato tra i consiglieri di Gianfranco Fini ai tempi di Futuro e libertà per l'Italia, ha diretto la rivista web di FareFuturo (il think tank riconducibile all'ex leader di Alleanza nazionale) e, nel 2007, ha fondato il festival culturale Caffeina di Viterbo. Sempre nel capoluogo della Tuscia, Rossi è stato candidato a sindaco con la lista civica Viva Viterbo nel 2013 e nel 2018, riuscendo solo a centrare l’elezione in consiglio comunale e ricoprendo – dal 2013 al 2015 – la presidenza dello stesso: quella carica, peraltro, era stata ottenuta come "contropartita" per l'appoggio fornito al centrosinistra nel ballottaggio da parte di Viva Viterbo. Inoltre, in occasione delle ultime elezioni regionali del Lazio, l'ex direttore di Farefuturo Web Magazine si è candidato sotto le insegne di +Europa: le oltre 1400 preferenze ottenute lo hanno fatto risultare il più votato della lista in tutta la regione, ma non sono state sufficienti per farlo eleggere. Nello scorso autunno, poi, Rossi ha apertamente appoggiato il Movimento delle Sardine, addirittura scendendo in piazza in occasione della manifestazione romana del 9 dicembre scorso.
E come per ogni varo di movimento politico che si rispetti, non può mancare il simbolo ufficiale: questo, a dire il vero, presenta tratti piuttosto essenziali. Su sfondo blu, spicca la scritta "Buona Destra", in bianco, maiuscolo, carattere Impact compresso; l'accostamento dei colori ricorda molti simboli presentati negli anni da varie formazioni legate al centrodestra, sia a livello nazionale che locale. In basso, a parziale copertura della parola "Destra", si trova un cuore tricolore, leggermente inclinato verso destra (ovviamente): questo potrebbe far storcere il muso al gruppo che si riconosceva in Cuori italiani (promosso da Andrea Augello, nel frattempo accasatosi tra i Fratelli d'Italia) e a chi ha militato tra gli Innamorati dell'Italia di Simone Berni e Diego Volpe Pasini
Il movimento aspira a diventare presto un partito e, in tal senso, sembrerebbe aver raccolto già le adesioni di vari amministratori locali. Rispondendo alle immancabili domande dei giornalisti in merito alla futura collocazione e alle possibili alleanze, il fondatore della Buona Destra è stato piuttosto chiaro: "È indubbio che possibili convergenze ci potranno essere in quell'area politica che va da Mara Carfagna a Carlo Calenda, passando per Stefano Parisi, Flavio Tosi e amministratori fuori dagli schemi come Federico Pizzarotti"; sicuramente le porte saranno chiuse - anzi sbarrate - alla Lega e a Fratelli d'Italia. D'altra parte, è sufficiente visitare la pagina Facebook di Filippo Rossi (che conta oltre 135mila fan) per constatare la forte avversione che egli nutre nei confronti dei due attuali leader del sovranismo italiano: non vengono risparmiate loro critiche veementi (in particolare verso l'ex ministro dell'interno, definito "il niente", "Capitan Cafone", "un bestemmiatore", ecc.). 
Non mancano nemmeno gli appelli di Rossi agli elettori di destra: "Parlo a chi vota Salvini e Meloni. Ma davvero pensate che l'unica destra possibile debba essere questa roba qui? Siete così succubi che non riuscite ad alzare la testa e guardare oltre? Davvero la destra deve essere pura e semplice propaganda? Io combatterò fino alla fine perché non sia così!" A molti, poi, non sono sfuggiti i continui ammiccamenti di Rossi verso Giuseppe Conte, considerati da più parti eccessivi per quello che potrebbe essere giudicato come un "male minore" rispetto ai due nemici giurati. E non sembra un caso che, stando alle indiscrezioni giornalistiche (non si sa fino a che punto veritiere) emerse qualche settimana fa, nell'operazione che porterebbe alla nascita di un ipotetico partito personale dell'attuale presidente del Consiglio, oltre a rodati democristiani come Bruno Tabacci e Angelo Sanza (attualmente legati ancora a Centro democratico), si sia vociferato anche della presenza di ex esponenti finiani.

sabato 4 gennaio 2020

Simboli fantastici (25): Uniti per l'alternativa, la sinistra (mai vista) di Cuore

D'accordo che "la sinistra è gioco, è divertimento, è fantasia" (si scherza ovviamente), ma Corrado Guzzanti nei panni di Fausto Bertinotti lo avrebbe insegnato solo a partire dal 1997; cinque anni prima, poi, tra "Gladio", "Mani pulite", crisi economica e altri contorni c'era ben poco da divertirsi. In compenso, già in quel 1992 era nota la tendenza della stessa sinistra alla scissione, quando non allo spezzatino. Parlare di "unità della sinistra" poteva apparire come utopistico (con retrogusto amaro), fantascientifico, oppure poteva essere ritenuto così assurdo e improbabile da configurarsi come puro esercizio di ironia e sarcasmo. Per questo, non stupisce che Cuore - il settimanale satirico, ormai non più inserto dell'Unità - un bel giorno, in uno degli anni più difficili e controversi della storia italiana, abbia preso proprio il tema dell'unità della sinistra come oggetto per la propria ironia tagliente; ai suoi lettori, tuttavia, offrì anche un piccolo esercizio di fantasia "grafico-simbolico". 
Il numero che ci interessa era datato 17 febbraio 1992, per giunta il giorno esatto dell'arresto di Mario Chiesa, con il quale l'inchiesta milanese sulle tangenti sarebbe divenuta nota all'Italia intera. In quel 17 febbraio, mentre le Camere erano state sciolte due settimane prima da Francesco Cossiga e mancavano solo quattro giorni all'apertura del deposito dei contrassegni al Viminale, Cuore metteva proprio in prima pagina un nuovo simbolo, tanto verosimile nell'aspetto quanto distante dalla realtà, per tutta una serie di motivi.
In realtà, la semplice visione dell'intera pagina funziona meglio di una macchina del tempo - anzi, è una vera macchina del tempo - per i #drogatidipolitica: tutta la parte inferiore, per dire, era occupata da un pezzo di Michele Serra, intitolato Il teorema di Pirrotta, facendo così materializzare in un attimo le note politiche accorate e assai filosocialiste di Onofrio Pirrotta al Tg2 (anche se in quel caso era finito oggetto di sberleffo nella sua autoproclamata qualità di smascheratore di bufale). L'occhio, tuttavia, era naturalmente catturato dal "clamoroso scoop" dell'apertura, con un titolo d'impatto nella sua semplicità: Stavolta si vince! Sinistra unita alle elezioni. In poche parole, si rendeva l'idea tanto dell'abitudine (della vocazione?) alla sconfitta della sinistra italiana, quanto del desiderio (della necessità?) di autoconvincersi che quella potesse essere la volta buona. 
In sostanza, il giornale immaginava un vero e proprio "listone" costruito da Achille Occhetto (da un anno segretario del Partito democratico della sinistra), Sergio Garavini (freschissimo segretario di Rifondazione comunista), Giorgio La Malfa (allora e ancora a lungo segretario del Partito repubblicano italiano), Leoluca Orlando (segretario della Rete, fondata un anno prima), Gianni Mattioli (allora presidente della Federazione dei Verdi) e persino Marco Pannella (in veste di leader tanto del Partito radicale, che già allora non si presentava alle elezioni, quanto della lista Antiproibizionisti sulla droga): un "listone" che si sarebbe dovuto chiamare Uniti per l'alternativa e che, nelle intenzioni dei promotori, avrebbe dovuto puntare al 40%.
Anche solo uno sguardo veloce alla pagina, dominata dal titolo e dalla foto enorme dell'incontro "segreto" (ma documentato con foto, urchi!) dei sei protagonisti dell'operazione, era in grado di indurre grasse risate al lettore minimamente avvezzo alle vicende politiche ed elettorali italiane, come si vedrà tra poco; eppure l'attenzione del vero #drogatodipolitica non poteva non farsi catturare da quel cartello retto da Occhetto (forse appena con un briciolo di sicurezza in più rispetto a quando aveva impugnato il nuovo emblema del Pds) che riportava il possibile simbolo di Uniti per l'alternativa. Cuore dell'emblema era la sagoma dell'Italia stilizzata e contornata di rosso, con un sorriso a metà tra lo stretto e il sornione, su un fondo rosso-rosa sfumato, circondata dal nome del "listone" e con la sigla dello stesso  basso, rossa e inserita in un rettangolo, ben visibile in carattere grassetto e graziato. 
Trovandosi davanti agli occhi questo "reperto cartaceo" di quasi ventott'anni fa, il politics addicted di oggi rischia la lacrimuccia, ma viene colto dal desiderio di capire di più - d'accordo, si scherza, ma già che ci si è la vaccata la si faccia intera" - per cui, dopo qualche secondo di attenzione, passa alle pagine interne, sperando che si dica qualcosa di più anche su quella curiosa grafica. A pagina 2, dunque, ecco il titolo iconico: Nasce tra i sorrisi lo "spirito di Chianciano", facendo evidentemente il verso al più noto "spirito di Assisi" di cinque anni prima e invocandone la medesima natura pacificatrice e ricostruttiva. Non è un caso che, come sede del fantomatico incontro, sia stato scelto il "piccolo albergo La Pace", molto francescano e anticipatore inconsapevole dei vari incontri a Camaldoli, Gargonza, Spineto e quant'altro.
Di pace, in effetti, ne sarebbe servita parecchia: giusto per dirne una, di tensioni sotto la cenere ne covavano parecchie tra il Pds e la neonata Rifondazione comunista e, tempo una settimana, sarebbe scoppiata l'ennesima lite dopo la bocciatura del simbolo di Garavini da parte del Viminale per l'impiego dell'espressione "Partito comunista" (coi rifondatori pronti ad accusare il Pds di aver ispirato al ministero la mano pesante e le risposte sdegnate di D'Alema e degli altri), discussione placata solo dalla Cassazione che avrebbe riammesso l'emblema senza modifiche. Del resto, quale miglior luogo per trovare la pace e la tranquillità di una località termale come Chianciano, peraltro avvezza alla politica tra congressi nazionali e feste di partito?
Così, in una domenica 16 febbraio iniziata con una pioggerellina e terminata con sorrisi e strette di mano a suggello di "un incontro davvero storico, tenuto segreto alla stampa e alle tivù con l'unica eccezione degli inviati di Cuore" (alè!), i sei leader - anzi, l'articolo a firma Ambrogio Lopuoti ne cita sette, forse perché c'era anche Massimo D'Alema e la sua ombra era già in azione - si sarebbero incontrati in questo alberghetto: per cominciare, Occhetto "in completo di tweed, volto teso e una gran borsa sotto il braccio", Pannella in "jeans e cappotto di tweed" e l'elegantissimo Garavini, "che si ripara dalla pioggia con una coppola di tweed" (c'era da dubitarne?). Non si hanno notizie sull'abbigliamento di Orlando, mentre si raggiungono livelli grotteschi con l'arrivo di Mattioli che all'appuntamento della "nuova sinistra unita" (eh, brutta cosa i ricordi!) sarebbe giunto "su una vecchia bicicletta di tweed noleggiata alla stazione" (orpo!); niente tweed invece per La Malfa, ritratto solo come frettoloso ed efficiente. 
I contrasti emersi sarebbero stati risolti con uno spinello offerto da Pannella e accettato col sorrido da Occhetto e con una foto polaroid di La Malfa in kefiah scattata da Garavini. Il contenuto dell'incontro sarebbe entrato in un documento di sole tre cartelle e venti righe (merito anche del limite di mezz'ora agli interventi di Pannella, mal sopportato dal suddetto), in cui avrebbero trovato posto l'uguaglianza fiscale e la lotta al deficit pubblico (Occhetto, con ritocchi di La Malfa), lotta al crimine e al business della droga (Orlando e Pannella), marmitte catalitiche per tutti (Mattioli), "fine dell'insulso mercanteggiare di dossier dell'est (Garavini), natura transnazionale della formazione politica (Pannella ovviamente). Finito l'incontro, ci sarebbe stato persino il tempo per distribuire spinelli, legare fazzoletti rossi, gioire "per l'insperata vittoria del Palermo" e appassionarsi alle begonie guidati dalla figlia del titolare.
Un'unione delle forze di sinistra, dunque, anche se sarebbe stato meglio parlare di forze dell'opposizione, visto che a Chianciano non c'era traccia dei socialisti (sì, quelli impanicati per l'arrivo dell'ora legale, ma Cuore l'avrebbe scritto solo un mese più in là): a dispetto della guida craxiana, era difficile accusarli di non essere di sinistra, ma all'epoca erano al governo e non si potevano coinvolgere in disegni alternativi. C'era invece Pannella, ancor lontano dagli accordi con Silvio Berlusconi, e c'era La Malfa, che all'opposizione ci era finito da meno di un anno, così come c'era Orlando che fino a un anno prima era parte della Democrazia cristiana. Loro, assieme agli amici-nemici di falce e martello Occhetto e Garavini e al verde Mattioli, avrebbero potuto "garantire al paese un'alternativa civile allo sfascio mafioso-clientelare prodotto dal regime democristiano-socialista". Questo almeno secondo l'anonimo autore del corsivo, intitolato  Finalmente: pur nelle loro differenze, quelle sei anime avrebbero capito di poter convivere anche in un ipotetico governo "nel nome della rinascita democratica del paese, del rigore amministrativo, del superiore interesse pubblico" - anche perché fino ad allora la Dc in oltre quarant'anni di governo aveva "sempre rappresentato e sostenuto tutto e il contrario di tutto messo insieme capra e cavoli, appoggiato le istanze più disparate" - e in quel modo avrebbero smentito le tesi di chi li riteneva "troppo legati agli interessi di partito, troppo spaventati dall'audacia radicale che la gravissima situazione richiede, troppo rinchiusi nei rispettivi orticelli ideali" (ma vuoi vedere che, invece, alla fine erano proprio così?). 
Soprassedendo sulle dichiarazioni dei contraenti, scrupolosamente riportate in un articolo a firma Dario Durium (eppure no, non si può restare indifferenti di fronte a Garavini che dice di aver fondato Rifondazione comunista per confrontarsi meglio "con spirito sgombro da pregiudizi e durezze ideologiche, coi compagni pidiessini", apprezzando soprattutto il cambio di nome del partito, e a Occhetto che ricambia sottolineando di stimare Cossutta; non possono tacersi la rivelazione sviluppista di Mattioli, la sentenza "l'idea di fare una lista Pannella era veramente una stronzata" pronunciata da Pannella medesimo, la lode al primato dell'obiezione di coscienza, dei diritti civili e del salario garantito cantata da La Malfa), ci si può concentrare su una vignetta di Vincino, ElleKappa o Altan, per poi vedere come lo spirito di Chianciano aveva già iniziato a contagiare i rispettivi partiti. 
Perché, sì, andava bene l'accordo dei leader, ma poi chi le faceva le liste? In fondo, l'idea di un "listone" unico alternativo faceva a cazzotti con l'idea stessa del proporzionale, che ancora si sarebbe applicato (per l'ultima volta e, comunque, con la preferenza unica post-referendaria) alle elezioni politiche e che avrebbe permesso di candidate un numero di persone sei volte maggiore. Non era più semplice dichiarare dall'inizio l'idea del fronte politico alternativo, ma correre ognuno con la propria lista e il proprio simbolo - al massimo con una sorta di "marchio di gamma" da riportare in ciascuno, cosa che fino a quel momento non s'era mai vista - per raccogliere il maggior numero di voti possibili e lasciar scegliere più scelta agli elettori di ogni singolo partito con le preferenze, per poi marciare di nuovo compatti e - si spera - numerosi dopo il voto? Forse sì, ma ovviamente non per i volenterosi dell'alternativa dipinti da Cuore, tutti impregnati di spirito di servizio. 
Niente personalismi e particolarismi nella composizione delle liste: i leader candidati "solo se ci sarà un posto disponibile", frotte di telegrammi di rinuncia alla candidatura (con suggerimenti di candidare esponenti di altri partiti), giurì d'intellettuali in costituzione per decidere le candidature. Erano allo studio pure - secondo l'informato articolo a firma Marco Maria Loden (in epoca molto premontiana, ovvio) - soluzioni inedite per formare gli elenchi di candidati senza destare il minimo sospetto di personalismi e prevaricazioni: dal sorteggio alla "presentazione di una lista formata dalle sole iniziali dei candidati" (con elezione in incognito, almeno per gli elettori), da liste di sconosciuti rappresentanti della società civile (ma questo sarebbe accaduto) a "una lista di sole donne che si recherebbero in parlamento a rotazione, una settimana a testa". Il tutto, sia chiaro, senza svolgere affatto campagna elettorale (perché "un partito non deve chiedere voti a nessuno; deve meritarseli con la sua azione, non con la propaganda"), lasciando comizi e tribune ai "candidati conservatori (Dc, Psdi, Pli)" e a "quelli dell'estrema destra (Msi, Psi e Leghe)". 
Ammirati per la classificazione politica proposta, ci si può ancora lasciar trasportare dal reportage di Uella Carugati sulla passeggiata in giro per Chianciano delle sei compagne degli altrettanti leader contraenti del patto: un pezzo di colore (verosimilmente quello del tweed che ritorna addosso alle signore Pannella, La Malfa e Orlando, puntualmente abbinato a un filo di perle), ma si è costretti a rilevare la mancata analisi puntuale del contrassegno scelto. Anche perché, a ben guardare, si trattava di un emblema sbilanciato: l'Italia nel simbolo rappresentava tutti e nessuno (visto che nessun partito contraente l'aveva come proprio fregio), mentre il sorriso era una chiara citazione del sole che ride dei Verdi e il colore rosso - introdotto proprio in coincidenza con l'adozione delle schede elettorali in technicolor, a dispetto di Cossiga - poteva accontentare almeno in parte i due partiti che si contendevano l'eredità politica del Pci e, sia pur molto alla lontana, i supporter della Rete (il colore di sfondo era quello). Niente foglie di edera o di canapa indiana, niente rose con o senza pugno: repubblicani e radicali antiproibizionisti avrebbero ben potuto piantare grane per quella grafica che li escludeva quasi del tutto. 
Nessuna lite, invece, si registrò in materia simbolica, essendo scoppiata la pace anche lì. Del tutto incidentalmente, si può ora notare che parlare di "Italia che ride", come avevano fatto i titolisti dei pezzi (figure che, notoriamente, nei giornali fanno danni da sempre), era un po' inopportuno. Quello del sole dei Verdi, mutuato dagli antinuclearisti danesi, era effettivamente un sorriso solare - ci si perdoni il bisticcio - contagioso e anticipatore di una risata; quello dell'Italia degli alternativi uniti, invece, sembrava un sorriso tra lo sforzato e il sornione, a occhi più stretti che visti, quasi - ci si perdoni di nuovo e più di prima - andreottiano nell'espressione. Del resto, al governo in quel momento c'era proprio Giulio Andreotti, per il suo ultimo esecutivo. Insomma, quella dell'alternativa, più che un'Italia "che ride", sorrideva quanto bastava, in bilico tra "l'ottimismo è il profumo della vita" (ma a Tonino Guerra l'avrebbero fatto dire una decina d'anni dopo) e la consapevolezza che si preparavano tempi grami e sorridere oggettivamente era fin troppo. 
Manco a dirlo, quel simbolo non finì nelle bacheche del Viminale (e non solo perché il rettangolino con la sigla "UpA" avrebbe dovuto essere contenuto nel cerchio, come le regole vogliono), i sei leader ricordati corsero per conto proprio e non proprio in sintonia; la somma delle loro percentuali arrivò al 32% ma con una lista unica forse avrebbe potuto essere ancor più bassa (secondo il teorema - non di Pirrotta - in base al quale due più due non fa mai quattro, ma tre e mezzo se va bene). I #drogatidipolitica comunque rattristati per non aver potuto vedere quell'emblema sulle schede elettorali possono però apprezzare i due simboli altrettanto fantastici proposti a pagina 3, non firmati ma da attribuire a Roberto Perini: prima un Saturno molto craxiano per il Partito socialista intergalattico, poi un anonimo cane abbaiante per il Partito degli animali qualunque (e pensare che proprio in quel 1992 qualcuno - probabilmente Giuseppe Fortezza - si preoccupò di depositare nuovamente l'emblema dell'uomo stretto nel torchio, finalmente con la U tornata rossa). Un ultimo sorriso, prima di riporre la copia di Cuore servita a rinfrescare la memoria e a viaggiare nel tempo. 

Grazie di cuore a Paola Meinardi, che con il suo archivio e le foto gentilmente concesse ha permesso di riesumare la sinistra unita che non c'è mai stata.

martedì 12 dicembre 2017

Alternativa popolare al capolinea, e i simboli che fine fanno?

Non è dato sapere quanti avessero creduto davvero che l'avventura iniziata alla fine del 2013 da un gruppo di parlamentari guidati da Angelino Alfano, allontanatosi da Silvio Berlusconi e convinto dell'opportunità di proseguire l'esperienza di governo a fianco del centrosinistra, sarebbe durata a lungo o, almeno, senza perdere troppi pezzi rilevanti. 
In realtà non è durata così poco: il simbolo del Nuovo centrodestra - il primo, quello rettangolare - fu presentato il 5 dicembre 2013, dunque si contano giusto quattro anni (quasi come la montiana Scelta civica, che però si era condannata all'irrilevanza molto prima). Quel periodo, va detto, è stato vissuto in modo tutt'altro che tranquillo, con varie defezioni di peso (da Renato Schifani a Nunzia De Girolamo, fino a Gaetano Quagliariello), l'alleanza con l'Udc non proprio baciata dalla fortuna (al punto tale da finire per spaccare anche quel partito) e il cambio di nome in Alternativa popolare - anticipato dall'etichetta Area popolare già abbinata al cuore simil-Ppe, inizialmente in condominio con l'Udc e poi sempre più appannaggio dei soli alfaniani - che ha finito per togliere ogni traccia di centrodestra dal nome di un partito alleato con il Pd. Dopo la giornata di oggi, tuttavia, il capolinea è arrivato e, se per un po' il simbolo di Ap rimarrà visibile, avrà vita dura dalle prossime settimane in poi.  
Già ieri si era capito che i giochi ormai erano finiti e c'era poco da stare allegri (anzi, Happy, per ricordare la singolare scelta musicale fatta ai tempi di Ncd). Uno dei massimi esponenti del partito, l'ex ministro Maurizio Lupi, aveva sintetizzato la situazione annunciando che il giorno dopo si sarebbe lavorato a "un documento unitario che salvaguardi le due coerenze politiche emerse nella discussione di oggi" (parole pronunciate anche da Alfano). 
Suona strano parlare di "due coerenze politiche" - che se non si temesse di fare torto ad Aldo Moro si potrebbero parafrasare come "divergenze parallele" - con riferimento a due posizioni che inciampano in incrociate accuse di incoerenza: la prima, quella di "appartenenza alla propria storia politica e alla nascita del partito", nel rivendicare la coerenza con il proprio passato di centrodestra è tacciabile di incoerenza per il passato prossimo e per la scelta di tornare accanto a Berlusconi, dal quale ci si era voluti distinguere proprio con la nascita di Ncd; l’altra "di prosecuzione nell'azione riformista di governo, iniziata cinque anni fa", nel voler essere coerente con la scelta di allora (più volte rinnovata) si è attirata da tempo gli strali di chi ha ritenuto quella condotta incompatibile con la storia di centrodestra e moderata dei vari esponenti.
La direzione nazionale di oggi di Ap, più che alla riunione di un organo collegiale, è sembrata una seduta di tribunale che ha sancito - parole usate da molti, anche dalla ministra Beatrice Lorenzin - la separazione consensuale tra le due coerenze divergenti. Il tutto sancito da regolare sentenza, ossia dal famoso documento unitario annunciato ieri:
La direzione di Alternativa Popolare ha approvato all'unanimità la proposta unitaria su cui ha riferito il coordinatore Maurizio Lupi a nome del gruppo (Lorenzin, Cicchitto, Gentile) delegato dalla direzione di ieri, che prevede:1. La prosecuzione dell'unità dei gruppi parlamentari sino al termine della legislatura e l'accordo per cui un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra.2. Un patto di consultazione e di confronto permanente e un approfondimento tecnico-regolamentare delegato ai fondatori del partito su eventuali questioni residue, tra cui i simboli, nelle disponibilità del presidente Alfano.
A limitarsi a queste righe, sembra davvero la scissione politica più serena e pacifica mai vista: tutt'altro clima, insomma, rispetto alle lotte senza quartiere in seno al Partito popolare italiano del 1995 o alle baruffe ripetute (e manesche) all'interno del Nuovo Psi a partire dal 2005. Le due strade, dunque, si dividono: Maurizio Lupi si prepara a ritraslocare nel centrodestra, Beatrice Lorenzin e Fabrizio Cicchitto (forse memore del suo passato remoto socialista non berlusconiano) restano invece a fianco del Pd, ma fino alla fine della legislatura i gruppi resteranno uniti; sembra un po' inquietante, tuttavia, la frase in base alla quale "un gruppo sarà garante della scelta di centrosinistra e l'altro di quella di centrodestra", come se davvero i due gruppi parlamentari potessero ragionevolmente fare scelte diverse senza subire accuse di schizofrenia (a meno che, ovviamente, i sostenitori di una posizione fossero concentrati in un ramo del Parlamento e quelli dell'idea opposta fossero quasi tutti nell'altro).
Certo è che questa situazione di "due partiti in uno" - che ricorda tanto, questa sì, quella del Ppi nel 1995, fino alla nascita del Cdu dopo le ordinanze della magistratura e il "patto di Cannes" tra Rocco Buttiglione e Gerardo Bianco per dividere nomi, simboli, testate e cercare di limitare i danni - non sarà priva di problemi. In quanto legale rappresentante di Alternativa popolare, infatti, il simbolo attuale di Alternativa popolare e anche quello precedente del Nuovo centrodestra (di cui Ap rappresenta l'evoluzione, ma in piena continuità giuridica) sono nella titolarità di Angelino Alfano, che ha scelto di non candidarsi e ora si ritrova "arbitro" della scissione; Alfano li ha anche registrati a proprio nome come marchi, ma al di là di questo è chiaro che chi seguirà Lupi, nel fondare un nuovo soggetto politico di fatto abbandonerà Ap e, come scissionista, non avrà diritto su nessun nome o simbolo.
In effetti sembra improbabile che Lupi e gli altri siano interessati a utilizzare il cuore di Alternativa popolare, mentre più di qualcuno sostiene che l'ex ministro sia più interessato a valersi del primo nome, quello di Ncd (che, tra l'altro, nel 2011 era stato depositato da Italo Bocchino e da questi concesso ad Alfano), più adatto alla nuova collocazione del gruppo; Alfano non sarebbe assolutamente obbligato a concederlo, anche se potrebbe farlo in spirito di cortesia. Non è affatto scontato, però, che al centrodestra guidato da Berlusconi e con i "duri e puri" Salvini e Meloni vada a genio la convivenza con quel simbolo o anche solo con quel nome (l'ex Cavaliere non aveva avuto parole gentili per quell'etichetta): a quel punto, forse, converrebbe trovare un'altra soluzione. 
Tutto questo, naturalmente, ammesso che il troncone di centrodestra riesca a vincere la sfida più impegnativa, quella delle firme da raccogliere: trattandosi di un gruppo nuovo e scisso da Ap, infatti, Lupi non sarebbe esentato dalla raccolta delle sottoscrizioni per la sua lista (magari creata assieme ai fittiani di Direzione Italia) e non è scontato che dagli alleati arrivi qualche forma di aiuto. Alla peggio, il gruppo di centrodestra di ritorno potrebbe contribuire alla lista nota come "quarta gamba" della coalizione e a quel punto non ci sarebbero problemi di nomi, ma la visibilità e le speranze di risultati favorevoli (anche in termini di eletti) sarebbero ridotte al lumicino; anche Lorenzin e Cicchitto, però, non dormono sonni tranquilli, soprattutto dopo la pessima prova delle regionali siciliane. Da una parte e dall'altra, insomma, c'è poco da stare Happy.

giovedì 28 aprile 2016

Roma, Fi sta con Marchini (e Bertolaso butta il suo simbolo)

Alla fine la notizia è arrivata: qualcuno se l'aspettava da giorni, anche se non azzardava pronostici almeno su parte del contenuto. La notizia, ovviamente, è il ritiro della candidatura a sindaco di Roma di Guido Bertolaso, concertata evidentemente con Silvio Berlusconi
E' stata una nota di Forza Italia a informare i media che la corsa verso il Campidoglio dell'ex capo della Protezione civile si ferma qualche metro prima della partenza (quando ancora una manciata di ore le interviste e le dichiarazioni in circolazione confermavano il suo rimanere in campo) e che a beneficiare del sostegno di Fi e del suo leader non sarà Giorgia Meloni, ma Alfio Marchini, per il quale Berlusconi non ha mai nascosto le simpatie, anche se questo significa correre nuovamente al fianco degli ex compagni di strada (leggasi "traditori", almeno per qualcuno all'interno di Fi) di Ncd - Area popolare.
Al di là delle valutazioni politiche, strategiche e dietrologiche (non mancano mai, in attesa di leggere i "retroscena" sui giornali di domani), una considerazione sui simboli la si può fare subito. Sembra infatti chiaro che l'emblema Roma sei tu! pensato come "lista personale" di Bertolaso, in seguito al ritiro della sua candidatura, sia destinato a essere sacrificato: certo, la parola "sindaco" in astratto potrebbe essere sostituita con "per Marchini" o "con Marchini", ma in concreto è quasi impossibile, soprattutto perché è difficile credere che la "generosità" e lo "spirito di servizio" di Bertolaso possano arrivare al punto da trasformare colui che fino a ieri era il candidato sindaco prediletto dal leader di Forza Italia in un portatore di acqua illustre.
Diverso, evidentemente, è il caso del simbolo di Forza Italia, che nei giorni scorsi era circolato "personalizzato" col nome di Bertolaso. Qui è molto più probabile che basti sostituire il nome del candidato sindaco: un semplice ritocco grafico, rapido come lo scorrimento di una paletta nei tabelloni delle vecchie stazioni e il gioco sarebbe fatto, con l'emblema pronto ad affiancare i cuori di Marchini e di Roma popolare. 
A questo punto, il centrodestra resterebbe rappresentato da Marchini, da Giorgia Meloni e, salvo novità, anche da Francesco Storace e (per il Movimento sociale italiano di Saya e Cannizzaro) Alfredo Iorio: certo la decisione di oggi sposta qualcosa, ma non sembra ancora in grado di assicurare al centrodestra di arrivare al ballottaggio. 

* * *

Di seguito è giusto riportare il testo intero della nota di Forza Italia, emessa poco dopo le ore 13, per fotografare correttamente la situazione:

martedì 26 aprile 2016

Moderati per Salerno, una grafica da dimenticare

Per i promotori dell'esperimento, si tratta addirittura di "una start up tutta salernitana che ha l’ambizione di diventare un progetto nazionale". A parlare è il segretario di Scelta civica della provincia di Salerno, Giovanni D'Avenia: la start up in questione è la lista, nata da pochi giorni, dei Moderati per Salerno, un soggetto politico che si propone di tenere insieme la predetta Scelta civica, ma anche Udc e Nuovo centrodestra. Tre forze moderate appunto, che - a dispetto della presenza di Ncd nel cartello - correranno all'interno della coalizione di centrosinistra.
In effetti l'alleanza già rodata era quella che univa le due forze centriste, entrambe sostenitrici di De Luca alle regionali dell'anno scorso. Al gruppo, tuttavia, si è aggiunto anche il Nuovo centrodestra, in aderenza alla composizione della compagine del governo nazionale. Spiega l'evoluzione il responsabile provinciale di Ncd, Guido Milanese, secondo il quale "se Sel si candida in autonomia, significa che l’asse dell’amministrazione si sposta verso il centro", dunque c'è spazio anche per il partito di Alfano, più a suo agio da quelle parti che in un centrodestra con rischio di derive salvinian-lepeniane. Il tutto rafforzato dal fatto che candidato sindaco del centrosinistra è Enzo Napoli (già facente funzione proprio a Salerno alla fine dell'era De Luca), un candidato per cui Ncd avrebbe "fatto carte false" (tutte citazioni provenienti da un articolo di Carlo Pecoraro per La Città). 
A suggellare l'unione dovrebbe essere il simbolo adottato per la lista. Niente triciclo, perché forse graficamente non sarebbe stato l'ideale, ma l'emblema effettivamente in uso francamente è tra i più brutti e meno comunicativi visti sin qui. Dicono davvero poco il quadrato blu e il cerchio giallo in cui questo è inscritto. Ricorda almeno un po' il nuovo simbolo di Area popolare (di Ncd, da solo o in coppia con l'Udc) il mezzo cuore giallo appunto su fondo blu tratteggiato in alto a sinistra; a voler avere molta fantasia, la parola "Moderati" può rinviare alla nuova alleanza nazionale tra Scelta civica - Cittadini per l'Italia e i Moderati di Giacomo Portas, ma cavare fuori qualche altro messaggio da questo contrassegno - tra l'altro con le scritte ben poco centrate - è pressoché impossibile. All'alleanza politica delle tre forze si può augurare il meglio; l'esordio grafico, per ora, lascia molto a desiderare...

sabato 23 aprile 2016

Area popolare accontenta il Ppe: via le stelle dal cuore

Certi cambiamenti vengono sbandierati o comunque sottolineati; altri si consumano in silenzio o avvengono in un contesto di "basso profilo", lasciando che sia il singolo ad accorgersi che non è tutto come prima, anche - e soprattutto - quando a cambiare è solo un particolare, più o meno significativo. Sembra sia accaduto proprio questo con il simbolo di Area popolare, che avrebbe iniziato la sua mutazione
Notarlo, obiettivamente, non è immediato: sulla pagina Facebook dei deputati di Ap non è cambiato nulla e anche nel sito del Nuovo centrodestra, almeno in apparenza. Se però si entra nella pagina dedicata alle elezioni amministrative, si scopre un post dedicato all'inizio della campagna elettorale: a prima vista non ci sarebbe stato un motivo particolare per inserirlo, almeno finché non si guarda l'immagine a corredo dell'articolo, che ritrae i simboli che correranno a Roma e Milano per Ncd. A quel punto tutto torna, perché si scopre che dal cuore giallo sfumato, varato solo pochi giorni fa, sono sparite le quattro stelle che rimandavano alla grafica del Partito popolare europeo. Tutto il resto - il fondo blu, la struttura dei contrassegni, ovviamente i riferimenti a Marchini per Roma e a Parisi per Milano - è rimasto uguale, ma quel dettaglio per i microscopisti della politica non è affatto di poco conto.
Solo all'inizio del mese, infatti, il segretario generale del Ppe Lopez Isturiz aveva detto che nessuna lista italiana avrebbe potuto usare il simbolo dei popolari europei nel proprio contrassegno, paventando anche azioni legali qualora fosse stato necessario. Angelino Alfano si era preoccupato di ridurre il problema, dicendo che i due emblemi erano diversi, non sovrapponibili e dunque non si sarebbe posto alcun problema; la prudenza, tuttavia, non sarebbe mai troppa e qualcuno deve avergli suggerito che le grane è meglio evitarle. Al primo uso elettorale del nuovo simbolo, dunque, poteva essere opportuno eliminare alla radice il problema del riferimento troppo esplicito, piuttosto che dover fronteggiare le critiche di qualche avversario e, soprattutto, l'ostilità del Ppe. Detto, fatto: per ora la modifica parte dal basso, ossia dalle città in cui Area popolare si presenta, ma è probabile che presto anche il nascente partito a livello nazionale metta da parte le stelle, affidandosi solo alla luce del cuore (e pazienza se Gianfranco Rotondi ci era arrivato prima, anche lui guardando al Ppe ma tingendolo di rosso, ricordando i colori dell'ultima Dc). Ai cambi simbolici e alle mutazioni sul nascere, del resto, in casa Ncd sono abituati fin dall'esordio...

Grazie a Vito Cardaci per la segnalazione

giovedì 14 aprile 2016

Alfano, il cuore Ppe batterà?

Mancano tre settimane ai giorni in cui si potrà depositare la documentazione per ciascuna lista al nuovo turno di amministrative, simbolo compreso. Dalle parti del Nuovo centrodestra l'idea di utilizzare come emblema elettorale quello nuovo di Area popolare, a fondo blu con il "cuore stellato" sembra ormai una scelta codificata: lo mostrano le scelte simboliche fatte finora a Milano (con Parisi) e Roma (con Marchini), mentre già circola un Napoli popolare ancora privo del nome del candidato sindaco. 
Il "nuovo corso emblematico" lo ha spiegato giorni fa Gioacchino Alfano, coordinatore regionale di Campania popolare: "Il simbolo con cui affronteremo la sfida delle prossime amministrative di primavera richiama fortemente quello del Partito Popolare Europeo. È a quei valori di libertà a cui, con la guida del nostro leader Angelino Alfano, ci ispiriamo e su cui costruiamo ogni giorno la nostra azione politica. Inoltre, ci poniamo in diretta continuità con la coalizione di Governo che si è dimostrata vincente e sta ottenendo ottimi risultati. Siamo aperti al contributo dei movimenti civici e alla società civile. Il simbolo che è costituito da un cuore con quattro stelle su un fondo azzurro. Sarà uguale in ogni città in cui si andrà alle elezioni. L’unica differenza sarà il riferimento alla città in cui ci presenteremo. Sono le città e i territori i protagonisti della politica e delle elezioni. Nella parte bassa del simbolo, nello spazio bianco, ci sarà il nome del candidato sindaco ove possibile e condiviso".
Proprio quel richiamo così evidente al Ppe, tuttavia, potrebbe creare qualche problema. Una decina di giorni fa, infatti, il segretario generale del partito, Antonio Lopez Isturiz, avrebbe detto - nel bel mezzo di suo intervento a un'assemblea politica al Parlamento europeo - che nessun partito in Italia potrà usare il logo del Ppe nelle liste per le amministrative perché "appartiene a tutta la famiglia popolare e non a un solo partito". Il motivo dell'avvertimento, secondo Il Secolo d'Italia, sarebbe lo schieramento del partito di Alfano con Renzi; lo stesso Lopez Isturiz avrebbe aggiunto - si legge sul sito dell'Ansa che ha dato la notizia - che "il Ppe potrebbe essere costretto ad adire le vie legali contro i partiti che utilizzeranno il logo", per lo meno senza un esplicito assenso.
Di nuovo il Secolo ha ospitato la replica di Alfano, per il quale non sorgeranno problemi col Ppe "anche perché non c’è nessuna sovrapposizione tra il nostro simbolo e il loro": sarebbe stata adottata "una serie di varianti tecniche e stilistiche" sull'emblema italiano, pienamente in linea con la "ispirazione popolare" della formazione evoluzione di Ncd (l'Udc sembra avere preso una via di nuovo autonoma). Di certo al titolare del Viminale non è piaciuta la sortita di Lopez Isturiz, del quale si ricordano i rapporti cordiali con Silvio Berlusconi e Forza Italia: "Se gli ispiratori italiani e milanesi delle informazioni che sono arrivate a Bruxelles si fossero risparmiati questa fatica, avrebbero risparmiato anche un fastidio e un danno alla coalizione e a Parisi", avrebbe detto Alfano a margine di una cena elettorale proprio a sostegno del candidato unitario del centrodestra a Milano.
Premesso che del Ppe fanno parte, oltre a Ncd e Udc, anche ciò che resta dei Popolari per l'Italia di Mario Mauro, la Svp come osservatrice e - appunto - Forza Italia, difficilmente il Ppe potrebbe dare l'assenso a uno solo di questi di utilizzare il proprio emblema in elezioni nazionali (diverso sarebbe il discorso per il rinnovo del Parlamento europeo, per cui ogni partito potrebbe indicare anche graficamente il proprio soggetto politico europeo di appartenenza). Per Alfano, tuttavia, i simboli non sono sovrapponibili, proprio grazie a quelle varianti: questo è vero, ma è altrettanto vero che, per usare un'espressione che si trova più volte in giurisprudenza (anche nella lunga e mai finita vicenda contenziosa dello scudo crociato), "il risultato percettivo" dell'emblema di Area popolare e di quello del Ppe è indubbiamente e volutamente molto simile e le parole del coordinatore campano in qualche modo avvalorano la tesi. 
In un'eventuale azione legale, insomma, non è detto che il nascente partito di Alfano esca sicuramente vincitore; certo è che - come ha ricordato Cesare Maffi su Italia Oggi - "i simboli dei partiti europei hanno in Italia una scarsissima conoscibilità" e, dunque, sarebbe tutto da dimostrare il "guadagno" che l'emblema simile potrebbe apportare in termini di visibilità e di voti. Non è detto, però, che questo basti a evitare grane e carte bollate.

sabato 19 marzo 2016

Area popolare, con il cuore così all'improvviso

Poi un giorno scopri che un certo gruppo politico, che aveva adottato un simbolo senza troppo clamore e senza essere (ancora) ufficialmente un partito, l'ha improvvisamente cambiato, senza preavvertire nessuno, semplicemente schiaffandolo sui pannelli scenografici di un evento e replicandolo decine di volte, un po' per rafforzare il messaggio e un po' per assicurarsi che non ci sia troppo bianco a contorno di chi parla. In questo caso la trasformazione interessa Area popolare, che al momento - appunto - è essenzialmente una federazione di partiti (Nuovo centrodestra e Udc) che ha gruppi parlamentari alla Camera e al Senato, ma non ha ancora fatto i passi necessari per trasformarsi essa stessa in partito, anche se dal 2014 più volte i due federati si sono presentati nelle stesse liste (ma sempre con simboli diversi).
Due giorni fa, in ogni caso, alle spalle di Angelino Alfano e delle altre persone impegnate nell'iniziativa di presentazione del disegno di legge sull'utero in affitto come reato universale è apparso un nuovo emblema, che nessuno aveva mai visto prima - non a caso, qualcuno sulla pagina Facebook di Ap, stupito, chiede lumi sul cambio di simbolo - e che di fatto, come confermano dallo staff, è stato adottato come logo dai gruppi di Area popolare alle Camere; a dire il vero, anche il contrassegno precedente - quello a fondo blu scuso sfumato con archetto tricolore - era stato adottato in un silenzio comunicativo pressoché totale a giugno dell'anno scorso. La "riforma grafica" di due giorni fa cambia quasi tutto, tranne due cose: la font del testo (sempre stile Nexa, lo stesso già usato da Ncd) e l'assenza di ogni riferimento davvero palpabile ai partiti che hanno fatto nascere la federazione. Segno, forse, che si sta davvero lavorando per far nascere qualcosa di nuovo, comune e stabile.
Un segno, in realtà, nel simbolo c'è: sullo sfondo blu chiaro, molto simile a quello dell'ultima Democrazia cristiana (quella in technicolor, secondo il restyling dell'agenzia Brandani e Guastalla del 1992) emerge bene il profilo di un cuore giallo, sfumato quasi come se fosse dorato e scintillante. Il riferimento, nemmeno troppo velato, è al Partito popolare europeo, di cui fanno parte tanto Ncd, quanto l'Udc: il disegno non è identico, ma il concetto è esattamente lo stesso e anche le stelline - inevitabile richiamo all'Europa - sono state semplicemente ricollocate nella parte alta-destra del cuore (che nel caso dei popolari europei è occupata dalla prima lettera dell'acronimo), mentre è stato ricostruito il resto del contorno, là dove in Europa stanno le stelle. Lo stesso blu di fondo, del resto, richiama in buona sostanza l'altro colore del Ppe, marcando in pieno il riferimento alla famiglia europea: alle prossime elezioni per il parlamento di Strasburgo, dunque, potrebbe essere sufficiente inserire la sigla del Ppe dentro o vicino al cuore, per rendere chiaro da che parte stia la lista di Area popolare. Sempre che, ovviamente, il simbolo regga così fino ad allora...

martedì 29 dicembre 2015

"Un'esagerazione d'amore" (2): ritorno a Vercelli

La lista SìAmo Terracina protagonista del post precedente dà lo spunto per parlare di altri casi in cui il cuore è stato in qualche modo dominante nella grafica elettorale. I casi di questo tipo, va detto, sono essenzialmente di rilevanza locale, mentre è più difficile che a livello regionale o nazionale si tenti l'uso di quel fregio; quando ci si è provato, del resto, i risultati visivi non sono stati esaltanti, per usare un eufemismo. Si pensi, ad esempio, ai Popolari con Emiliano alle ultime regionali in Puglia o, più indietro, a Innamorati dell'Italia di Diego Volpe Pasini; è andata leggermente meglio con la Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi, ma solo perché il cuore utilizzato è lo stesso già sperimentato dal Ppe (tutt'altro discorso per il cuore più famoso di tutti, quello del Partito dell'Amore di Mauro Biuzzi e Moana Pozzi: il suo nucleo grafico nacque come opera d'arte e, come tale, non si discute).
Per trovare lo stesso giochetto di parole utilizzato a Terracina, peraltro, è il caso di fare un salto indietro di un anno e di percorrere svariati chilometri, fino a Vercelli: si tratta della stessa consultazione in cui uno degli sfidanti, Remo Bassini, aveva tentato per la prima volta di creare "l'ultrasimbolo", cioè un tema grafico che si sviluppava in due emblemi affiancati (progetto rovinato solo dal sorteggio, che ha invertito l'ordine delle liste). Tra i candidati alla poltrona di primo cittadino c'era anche Alberto Perfumo, che si presentava sostenuto da due liste. Arrivato terzo al primo turno, al ballottaggio si apparentò con la candidata del centrosinistra Maura Forte e contribuì alla sua definitiva affermazione al secondo turno.
La lista principale legata a Perfumo - che non a caso alla fine portò a casa 5 consiglieri - proponeva nel nome praticamente la stessa formula vista a Terracina: a SiAmo Vercelli mancava giusto l'accento, ma il legame affettivo e comunitario si percepiva comunque. E, non fosse bastato il messaggio contenuto nel nome pennarellato, provvedeva un cuore bianco contornato di rosso - frutto di varie pennellate e con tanto di ombra tra il pallido e lo sfumato - a rafforzare l'idea, senza avvalersi di alcun altro elemento grafico. Simbolo un po' didascalico e non bellissimo, ma quasi coraggioso: basta scorrere il bestiario degli emblemi nati negli ultimi anni per rendersi conto che il "bianco fondo" fa paura quasi a tutti.
A Vercelli più ancora che a Terracina, peraltro, aveva senso parlare di "un'esagerazione d'amore": l'altra lista a sostegno di Perfumo, infatti, si chiamava SiAmo i giovani, nome inevitabilmente legato al fatto che tutti i candidati avevano meno di 25 anni. Stesso gioco di parole (scritto con una font manoscritta da pennarellino) e tornava anche il cuore - stavolta addirittura al posto della "o" di "SiAmo" - in colore verde elettrocardiogramma (ovviamente immaginando di vederlo su un monitor e non stampato su carta): proprio quell'idea, infatti, viene ripresa nella parte inferiore dell'emblema, con il tracciato che delinea il profilo della basilica di Sant'Andrea, emblema di Vercelli, e la domanda "Senti il battito?", quasi a voler sottolineare che la città pulsa (anche) grazie agli under 25. 
Non mancò chi accolse con qualche perplessità questo secondo fregio: a rigore, duplicare "SiAmo" e il cuore su un altro simbolo poteva essere inaccettabile, portando gli elettori a confondersi. La commissione elettorale, tuttavia, non eccepì nulla, probabilmente perché i due contrassegni erano parte della stessa coalizione e una qualche forma di collegamento grafico poteva essere tollerata; a scongiurare la confusione, del resto, provvedevano i colori, soprattutto lo sfondo tinta sabbia, leggermente sfumato, che col bianco aveva poco a che fare. 

Grazie a Massimo Bosso per avermi suggerito dove e cosa guardare

lunedì 16 novembre 2015

Il "cuore atomico" di Azione in movimento

Negli ultimi quindici - vent'anni, il concetto di "azione" in Italia trova casa soprattutto a destra o, almeno, nel centrodestra. Lasciate stare lo storico Partito d'azione, i sardisti del Partito sardo d'azione o altri movimenti più recenti: Azione giovani e azione studentesca erano i gruppi giovanili legati ad Alleanza nazionale; Libertà di azione prima e Azione sociale poi era il partito guidato da Alessandra Mussolini una volta abbandonata An; Azione nazionale, sorta da pochissimo, è l'associazione nata dai "quarantenni" della Fondazione AN e da ForumDestra per promuovere la riaggregazione della destra italiana. Da alcuni giorni, peraltro, si registra l'esistenza di un nuovo soggetto, Azione in movimento.
Il partito è stato fondato a Macerata da Simone Livi, ex assessore provinciale di Forza Italia; con lui - ne dà conto Cronache maceratesi - vari amministratori ed ex amministratori, riconducibili soprattutto al centrodestra, accanto a persone comuni. Anche in questo caso, come in altri, l'idea di fondo è cercare di restituire fiducia nella politica ai cittadini che l'hanno persa: "Il nome 'Azione in movimento' - spiega il presidente pro tempore, Eraldo Mosconi - deriva da agire per trovare un percorso condiviso con i cittadini sui contenuti da portare avanti. L'ambizione è quella di diventare un punto di riferimento per l'elettorato disilluso, con la presunzione di essere inclusivi per tutti quelli che hanno voglia di lavorare e hanno idee".
Se il congresso del partito è previsto entro sei mesi, un programma esiste già e un simbolo pure: "due ellissi stilizzate, unaverde ed una rossa, che si intersecano tra loro", con la scritta #patrimoniosociale" usata come hashtag. Per Cronache maceratesi, le ellissi si incrociano per formare un cuore, ma francamente qualche riserva è d'obbligo averla. Non perché il cuore non si possa usare in un simbolo (è già stato fatto, sebbene spesso la sua resa grafica sia stata discutibile), ma perché in questo emblema è oggettivamente difficile vederlo: tutt'al più, lo si può immaginare se si uniscono l'arco rosso e la parte destra di quello verde, ma il cuore che esce è piuttosto malconcio. Ha più senso, casomai, considerare quelle ellissi incompiute come le tracce delle orbite degli elettroni, in continuo movimento per dare energia - e quindi azione - alla materia; tra l'ovvio e il rassicurante, poi, l'uso consolidato dei quattro colori nazionali, anche se verde e rosso sono stati combinati in modo obiettivamente più originale del solito. 
Cuore o elettroni che siano, le due ellissi puntano direttamente alle urne: è lo stesso statuto a precisare che l'emblema non sarà usato solo nell'azione politica, ma anche nelle competizioni elettorali, di Macerata e non solo. I prossimi mesi sveleranno quanta azione e quanto movimento saranno capaci di creare.