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venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto (ritenendolo evidentemente credibili) e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). 
Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione: di certo ha intercettato per anni istanze presenti tra gli elettori e le ha rappresentate, in qualche modo incanalandole e impedendo che esplodessero in altri modi. A più di qualcuno mancherà: sicuramente a chi - come si è vociferato spesso dello stesso Bossi - ha apprezzato poco il corso leghista degli ultimi anni (pur rimanendo malvolentieri nel partito o abbandonandolo), ma magari mancherà anche a chi si è sentito - a torto o a ragione - tradito dalla mancata realizzazione di certi progetti. Altri certamente non rimpiangeranno Bossi, le sue parole e i suoi gesti. Difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.

martedì 29 marzo 2022

Prima l'Italia, le storie dello slogan che Salvini trasforma in simbolo

Non è certo passata inosservata la notizia della lista Prima l'Italia!, che la Lega e il suo segretario Matteo Salvini - secondo quanto detto nel consiglio federale tenutosi oggi a Roma, nella sede del partito di via delle Botteghe Oscure - intenderebbero lanciare a partire dalle prossime elezioni amministrative, iniziando l'esperimento a Palermo. L'attenzione dei più si è concentrata sul ruolo che quella lista potrebbe avere nel centrodestra locale, essendo in grado di accogliere sotto lo stesso emblema - privo di ogni traccia della statua tradizionalmente legata al personaggio di Alberto da Giussano - sensibilità diverse, civiche innanzitutto, ma con l'idea che anche buona parte della coalizione possa rientrarvi, ora o in seguito. 
Così, accanto alle parole del segretario siciliano della Lega (e indicato come maggior propulsore dell'operazione "Prima l'Italia!") Nino Minardo - per il quale la scelta è stata fatta "per aprirci al civismo, agli amministratori locali, ai movimenti civici regionali e provinciali. Ci sono tanti sindaci in cerca di collocazione politica, in cerca di un punto di riferimento. Amministratori che ancora non hanno scelto il contenitore più adatto a loro. Noi intendiamo lavorare così, sia in vista delle amministrative per Palermo, che in vista delle elezioni regionali" - occorre considerare l'intervista che lo stesso Salvini ha rilasciato a Mario Barresi del quotidiano La Sicilia: per lui Prima l'Italia! è "un progetto serio, ambizioso e vincente. Da tempo parliamo di federazione di centrodestra per valorizzare e rafforzare l’impegno e i valori della coalizione: sono convinto che il laboratorio Sicilia darà risposte importanti"; poiché la Lega "è il partito di centrodestra che tra amministrazioni locali, Parlamento ed Europa ha il maggior numero di eletti", avrebbe anche "l'onore e l'onere di suggerire soluzioni per tutta la coalizione", dunque una federazione con simbolo non connotato partiticamente, che possa diventare "una casa accogliente anche per tanti amministratori locali ed esponenti della società civile interessati a un progetto di buon governo".
Ora, si lascino perdere per un attimo i diversi gradi di accoglienza della proposta da parte delle forze del centrodestra (con le reazioni di Forza Italia e Udc più interessate e un discreto gelo da parte di Fratelli d'Italia e del presidente uscente, Nello Musumeci, che avrà proprio l'appoggio di Fdi): da queste parti, meglio concentrarsi sul simbolo che è stato presentato e diffuso online. Chi segue da tempo le campagne politiche della Lega e di Matteo Salvini non può certo stupirsi dell'uso anche elettorale dello slogan "Prima l'Italia!": esso era comparso già nella campagna verso le elezioni europee (e amministrative) del 2019 - e in particolare legato alla manifestazione di piazza Duomo a Milano del 18 maggio - accompagnato allo stesso elemento tricolore curvilineo su fondo blu (più chiaro e sfumato rispetto alla tinta scelta ora), unito all'ulteriore elemento testuale "Il buonsenso in Europa". 
Allo stesso modo, si chiamava "Prima l'Italia! - Bella, libera, giusta" una manifestazione svolta lo scorso anno il 19 giugno a Roma (piazza Bocca della Verità). La medesima grafica, sempre su fondo azzurro sfumato, si era vista poi in quello stesso 2021 alle elezioni amministrative nei capoluoghi di provincia della Campania, in particolare a Benevento, Caserta (ma con la grafica sulla parte bianca del simbolo) e Salerno (sia pure con una font diversa); doveva esserci anche a Napoli, ma la lista Prima Napoli (nessuna delle liste locali aveva il punto esclamativo) non era finita sulle schede delle elezioni comunali a causa di varie carenze nei documenti presentati. Il primo esperimento, dunque, era già stato fatto lo scorso anno, anche se in quell'occasione era più giusto parlare di liste organizzate soprattutto dalla Lega, pur senza il simbolo ufficiale; questa volta lo sguardo è più ampio e punta non solo alle prossime comunali, ma all'intero panorama nazionale (oltre che a un'area più ampia possibile del centrodestra).
Certo è che in ambito politico né Matteo Salvini, né la Lega hanno la primogenitura sull'espressione "Prima l'Italia", senza punto esclamativo: nessun problema o nessuna causa all'orizzonte per chi intende usarlo, ma è giusto ricordare che la politica italiana ha già assistito all'uso di quell'espressione. L'ultimo di una certa rilevanza risale al 2013, quando l'ex sindaco di Roma Gianni Alemanno fondò un suo movimento, chiamandolo appunto Prima l’Italia, con l'idea di "contribuire a costruire una nuova grande alleanza, nazionale e popolare, per salvare l'Italia": il simbolo era un cerchio incompleto, tracciato solo con due pennellate verdi e rosse (praticamente il simbolo dell'Italia di mezzo di Marco Follini pennellato e girato di 90 gradi in senso orario).
Si potrebbe allora essere tentati di ascrivere lo slogan "Prima l'Italia" al centrodestra - e già questo potrebbe non far piacere a Salvini, interessato sì a federare quell'area, ma a individuarla appunto come area del buonsenso - ma la tentazione va subito messa da parte. Perché proprio "Prima l'Italia" fu lo slogan usato da Pierluigi Bersani nel 2012 (ma l'impiego era iniziato anche prima) per le iniziative del Partito democratico verso le elezioni del 2013. E, volendo andare ancora più indietro, "Prima l'Italia" fu uno dei messaggi schierati dalla Democrazia cristiana nella campagna tra il 1991 e le elezioni politiche del 1992 (le ultime cui abbia partecipato): faceva bella mostra di sé su uno dei manifesti più noti di quegli anni, assieme al payoff "Fai vincere il tuo futuro", sormontato da uno scudo crociato tridimensionale e dal bordo tricolore; altre volte questi due elementi erano combinati con un altro testo molto famoso, diretto un po' contro il primo avversario di sempre (il Pci, ormai diventato Pds), un po' contro il disegno allora portato avanti dalla Lega Nord guidata da Umberto Bossi: "Vogliono disgregare l'Italia, insieme lo impediremo". 
Il contenuto del simbolo che si appresta a fare capolino a Palermo, dunque, non è nuovo, ma - come si è visto - non è nemmeno una novità. Non è dato sapere come mai proprio ora Matteo Salvini abbia proposto di presentare liste con questo simbolo, posto che avrebbe potuto farlo in qualunque altro momento. Qualcuno, però, forse ha ancora in mente quel che accadde tra il 2012 e il 2013. Negli ultimi mesi del 2012, infatti, la Lega Nord guidata da Roberto Maroni aveva utilizzato in varie occasioni - a partire dagli "Stati Generali" svolti al Lingotto di Torino dal 28 a 29 settembre - lo slogan "Prima il Nord!", con la scritta pennellata color verde scuro (lo stesso tono del Sole delle Alpi). Quando furono presentati i contrassegni in vista delle elezioni politiche del 2013, non sfuggì a nessuno la presenza, tra gli emblemi depositati nell'ultima giornata disponibile (21 gennaio) di un simbolo con la stessa espressione, ma proposta con una diversa pennellatura e in un'altra tonalità di verde, oltre che racchiusa in un cerchio. Tempo qualche manciata di ore e si seppe che la Lega Nord, mediante Roberto Calderoli, si era rivolta al Viminale per chiedere la bocciatura di quel simbolo depositato da altri soggetti (proprio perché lo aveva ritenuto ingannevole, rispetto all'uso fatto in precedenza di quell'espressione riprodotta con quello stile) ma il contrassegno era stato ammesso comunque; di più, si seppe che a presentarlo era stato Diego Volpe Pasini, già presentatore di Sos Italia (e animatore di altri emblemi, prima e dopo). Il Carroccio - attraverso l'allora delegato Gianni Fava - provò a opporsi di nuovo, rivolgendosi all'Ufficio elettorale centrale nazionale e argomentando in modo più approfondito le proprie tesi: i giudici della Corte di cassazione, tuttavia, risposero che i due contrassegni "ufficiali" erano molto diversi tra loro e che "Prima il Nord!", pur essendo stata usata in precedenza, non faceva parte del fregio elettorale leghista, dunque il partito di Maroni non poteva ottenere tutela. La decisione confermò dunque l'ammissibilità del simbolo "Prima il Nord!", che sarebbe tornato in bacheca nel 2018 ma non finì sulle schede nemmeno in quel 2013; in compenso, quando furono presentate le liste della Lega Nord, si scoprì che alla Camera in Emilia-Romagna al secondo posto della lista bloccata era stata inserita la friulana Sara Papinutto, che alcune voci - da lei smentite - avevano dato per candidata fino a pochi giorni prima con il Mir di Gianpiero Samorì. Papinutto, soprattutto, era ed è la moglie di Volpe Pasini. Se il centrodestra avesse vinto le elezioni e con queste il premio di maggioranza, il seggio sarebbe stato assicurato; il premio andò invece al centrosinistra e l'unico seggio emiliano-romagnolo per la Lega Nord andò al capolista di allora, Gianluca Pini: la candidatura di Papinutto, al centro di molte discussioni, non si era dunque trasformata in scranno parlamentare. 
Calderoli si ricordava bene quell'episodio e non ci si stupì neanche un po' nell'ascoltare un suo intervento in Senato a sostegno dell'emendamento ex Sposetti con cui si proponeva di esigere il deposito dello statuto "registrato" del partito insieme a quello del contrassegno elettorale: ricordò appunto le disavventure che gli era capitato di vivere nelle varie file davanti al Viminale e citò anche il caso del 2013, quando "ancora una volta sono stati depositati i simboli apocrifi della Lega, del Movimento 5 Stelle e dei Fratelli d'Italia, con l'apertura di una procedura di giorni per stabilire se due allegri compagnoni avessero solo portato un simbolo ovvero, come è capitato al nostro partito, se qualcuno avesse depositato un simbolo pretendendo che la moglie venisse candidata in un collegio con elezione sicura per accettare di ritirare il simbolo che aveva depositato" (tutto scritto nel resoconto stenografico, si può controllare). Quell'esperienza deve aver insegnato a Calderoli, alla (vecchia) Lega Nord e alla (nuova) Lega per Salvini premier che è meglio usare un simbolo in anticipo (anche solo come test) o almeno depositarlo quando è il momento, piuttosto che rischiare sorprese in seguito: sarà per questo che a Palermo sta per debuttare Prima l'Italia?

lunedì 19 aprile 2021

La Superlega? In politica era nata già nel 1990 (con Piacenti)

Da una manciata di ore il calcio europeo - almeno una sua parte - è in subbuglio: la decisione di dodici squadre (incluse, per l'Italia, Juventus, Inter e Milan) di dare vita a una European Super League cui dovrebbero partecipare venti club, un campionato privato d'élite da giocare in turni infrasettimanali, ha scatenato le ire di Uefa e federazioni e leghe nazionali. Del disegno si parla da mesi, ma solo ieri è arrivato il comunicato ufficiale. Perché parlarne qui? Da una parte si potrebbe dire che persino ai #drogatidipolitica può interessare il calcio (anzi, l'archetipo della categoria, a quanto consta a chi scrive, pensa "
solo alla politica, ai film ed al grande calcio. E basta"). Naturalmente, però, c'è dell'altro. Perché se nel pallone se ne parla da vari mesi e in modo spasmodico da poche ore, la politica italiana era arrivata decisamente in anticipo: qualcuno, infatti, la Superlega l'ha fatta nascere addirittura nel 1990.
Questo "qualcuno", ai #drogatidipolitica, è persona nota: rispondeva infatti al nome di Romeo Piacenti, cioè esattamente la stessa persona - nata a Gaggio Montano, in provincia di Bologna, il 30 settembre 1923 - che dal 1976 in avanti aveva presentato alle elezioni un suo Partito democratico, per anni contrassegnato dal profilo severo di Dante Alighieri, poi da un quadrifoglio e poi ancora da un asinello (prima che un disegno più "disneyano" dell'animale fosse adottato dai Democratici di Romano Prodi). Nella sua vita, Piacenti ha probabilmente creato qualunque tipo di associazione - politica e non - che si possa immaginare, generalmente avendo le stesse persone o quasi come compagne di avventura. La storia della Superlega, tuttavia, merita di essere ripercorsa almeno in breve.
Volendo trovare una data di nascita precisa, occorre affidarsi all'atto costitutivo, datato 6 maggio 1990; il luogo di nascita è Bologna, per l'esattezza in via Lino Gucci, al numero 12, in una zona di vari condomini (allora a quell'indirizzo - 
forse si trattava della casa dello stesso Piacenti - c'era la sede del Partito democratico, che in quel periodo si distingueva appunto con un grande quadrifoglio, di solito bianco su fondo nero ma si sono conosciute diverse varianti). 
Quel documento fondativo è mitico fin dalle prime righe: nella sede risultano infatti riuniti "i signori" Partito democratico, in persona del presidente nazionale Piacenti, lo stesso Piacenti, nonché Romano Fabbri e Americo Zingaretti (tutti e tre "a titolo personale"). 
Ci sono poi il
Movimento europeo automobilisti (rappresentato dal presidente Piacenti, lo stesso che alle regionali di quell'anno si sarebbe presentato con un proprio simbolo in qualche regione e che nel 1989 aveva provato addirittura a usare - senza che gli fosse permesso - il cavallino rampante di Baracca e della Ferrari), ma anche Democrazia verde (rappresentata dal "segretario generale Cav. Americo Zingaretti) e il Partito dei pensionati: naturalmente non si trattava della formazione di Carlo Fatuzzo, ma del soggetto quasi omonimo, il cui segretario generale era Romano Fabbri. Chi faceva da tre, dunque, faceva per sette; in quell'occasione, infatti, uno valeva almeno due, se non tre.
Proprio loro decisero di fondare "un Movimento politico nuovo", denominato appunto Superlega, o anche Superlega nazionale, Superlega italiana, Superlega europea o ancora Grande Lega: la sede nazionale era stata collocata a Roma, mentre la direzione nazionale era "provvisoriamente" a Bologna. L'idea di fondo era di "creare una forza nazionale autonoma, alleata del Partito democratico, in grado di sostituire la Lega Lombarda, la Liga Veneta e tutti gli altri Gruppi, Movimenti e Leghe che si richiamano a un loro prescelto periodo storico, come scusa per combattere l'unità nazionale italiana; onde arrivare all'Unione europea in frantumazione statale; con la conseguenza di perdita di prestigio e di benefici e di futuro sviluppo al passo con le maggiori Nazioni. Anziché combattere gli errori e le incapacità dei Partiti tradizionali come punti fondamentali, approfittano dei medesimi per attaccare e distruggere l'unità nazionale, proponendo nuovi errori".
Ma cosa si proponeva davvero, dunque, la Superlega? Lo statuto, allegato all'atto costitutivo, individuava come primo scopo da perseguire la "istituzione di tre Dipartimenti: Nord, Centro e Sud (o Meridione), con poteri amministrativi vari e di coordinamento e indirizzo, sulle Regioni, Provincie e Comuni appartenenti al proprio territorio di competenza"; altri scopi erano la "salvaguardia e difesa dell'unità politica nazionale, nell'ambito di una maggiore e più ampia autonomia dipartimentale", nonché la "difesa del vero concetto di Federalismo, tipo Stati Uniti d'America, Confederazione elvetica, Germania, Francia [sic!] ecc., ove l'autonomia è fondata sulla valorizzazione dell'unità nazionale". Nel disegno rientravano pure il "potenziamento della battaglia per la conquista degli Stati Uniti d'Europa, cui pervenire con una Nazione italiana Libera, Democratica, Unita e Forte" grazie alla sua nuova organizzazione dipartimentale, nonché la "valorizzazione di tutti i Popoli costituenti le singole Regioni o Provincie di ciascun Dipartimento; affinché ciascuno sia amministrativamente sovrano in casa propria". Non mancavano nemmeno la "difesa dipartimentale contro ogni tipo di malavita interna od originata da altro o altri Dipartimenti", la ripartizione dei posti di lavoro pubblici e privati "agli originari e ai regolarmente residenti da periodo da definirsi", con successive aperture a chi proviene dal dipartimento più vicino e poi a quello più lontano solo in caso di piena occupazione di originali e "regolarmente residenti" (mentre i lavoratori stranieri erano ammessi "in caso di occorrenza e soltanto a seguito di contratto di lavoro a tempo determinato e completo di adeguato alloggio", con preferenza per chi aveva origine italiana).
Lo statuto conteneva altre disposizioni programmatiche (in effetti erano la maggioranza) e ben poche norme organizzative, rinviate a un successivo Regolamento interno (ma il presidente Piacenti, da statuto, era "delegato a integrare, ampliare o modificare il presente Statuto, a suo insindacabile giudizio"). Il documento non conteneva nemmeno la descrizione del simbolo, che però era presente in alto a sinistra, sul primo foglio dei documenti fondativi. La raffigurazione era in bianco e nero, ma era facile leggere i colori: era presente, infatti, il profilo dell'Italia, divisa in tre parti, tinte verosimilmente con i colori della bandiera e con l'indicazione di "Nord", "Centro" e "Sud" sovrapposta al rispettivo Dipartimento. Come nella migliore tradizione piacentiana, peraltro, il simbolo ha conosciuto presto le sue varianti: il 24 giugno del 1990, sulla prima pagina dell'atto costitutivo "integrativo" (formato dagli stessi soggetti collettivi e individuali visti prima), apparve lo stesso profilo tripartito dell'Italia, ma assai ridotto e con le scritte a fianco, sormontato dal nome scelto, cioè Superlega, che nel giro di qualche settimana avrebbe mutato anche il carattere.
Nel 1992, alle elezioni politiche, Piacenti e Fabbri si candidarono nel loro 
Movimento europeo automobilisti, ma se si cerca tra i simboli ricusati di quell'anno se ne trova anche uno denominato "Super-Lega". Il dubbio che possa non trattarsi di quella di Piacenti viene, se non altro perché la grafica è del tutto diversa da quella incontrata fino a quel momento: la parola "Lega" - nell'anno di esplosione del Carroccio e soprattutto di esplosione dei simboli contenenti la parola "Lega", sia quelli presentati dai leghisti per occupare il nome (tutti bocciati), sia quelli presentati da altri soggetti per tentare di sfruttare il vento in poppa del leghismo - era evidente, su uno sfondo giallo campito a pastello, alla bell'e meglio.
Si trattava però certamente dell'emblema piacentiano, poiché lo stesso Piacenti provvide a presentare opposizione (scritta rigorosamente a mano, su un foglio a righe) contro la richiesta di sostituire il contrassegno formulata dal Viminale: gli era stato contestato, infatti, l'aver presentato l'emblema della Superlega dopo quello del suo Partito democratico. Piacenti aveva protestato, rimarcando che il suo simbolo non era confondibile né offensivo o lesivo di diritti, era anzi l'unico da due anni a usare il nome "Superlega" e non era nemmeno stato costituito a fini elettorali, mentre quell'esclusione avrebbe violato la libertà di associazione politica. L'Ufficio elettorale centrale nazionale, tuttavia, confermò l'esclusione, notando che questa non dipendeva da una supposta confondibilità (magari con le varie Leghe), ma dal fatto che "non è consentito che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici": per i giudici la legge voleva "evitare che una stessa persona fisica assuma la rappresentanza di più partiti o gruppi politici, per l'elementare considerazione che ciascun partito o gruppo politico si pone rispetto agli altri, di fronte al corpo elettorale, come entità non solo autonoma, ma anche e soprattutto come entità concorrente, contrapposta o quanto meno alternativa".
Per evitare simili problemi, solo con la nuova legge elettorale (del 1993) si sarebbe precisato, sia pure in una fonte separata - d.P.R. 5 gennaio 1994, n. 14, "Regolamento di attuazione della legge 4 agosto 1993, n. 277, per l’elezione della Camera dei deputati", all'art. 1 - che "Non è ammesso il deposito presso il Ministero dell'Interno di più di un contrassegno da parte della medesima persona" e che "Non può essere conferito mandato da una medesima persona a depositare più di un contrassegno". Quanto a Piacenti, da quel momento in poi avrebbe lasciato perdere la sua Superlega per dedicarsi di più al suo Partito democratico; bisogna però riconoscere che l'idea dei tre Dipartimenti (Nord, Centro, Sud) elaborata dal bolognese Piacenti nel 1987 e messa per iscritto nel 1990 era arrivata prima dei proclami leghisti e, tra l'altro, prima del noto "Decalogo di Assago" del 1993, redatto da Gianfranco Miglio, nel quale si teorizzava la cosiddetta "Unione italiana", configurata come "libera associazione" delle repubbliche federali del Nord (Padania), del Centro ("Etruria") e del Sud. Tutto anticipato dalla Superlega, l'unica che interessi davvero ai #drogatidipolitica. Altro che il pallone...

giovedì 5 novembre 2020

Partito Anti Islamizzazione, accordo con la Lega con un occhio al futuro

Pur nella sarabanda di informazioni legate tanto alla situazione da Covid-19 quanto alle elezioni presidenziali negli Stati Uniti (che ha finito per occupare la quasi totalità del tempo dedicato ai telegiornali), non è comunque sfuggita una notizia che ha trovato spazio soprattutto in Rete. Ieri, in particolare, è stata resa nota la conclusione di un accordo tra la Lega e il Partito Anti Islamizzazione, volto a "rafforzare la collaborazione su temi comuni quali controllo dell’immigrazione e valorizzazione della storia e delle tradizioni dell’Italia e dell’Europa". L'intesa - curata soprattutto dal vicesegretario leghista Andrea Crippa - sarebbe stata stipulata con reciproca soddisfazione di Matteo Salvini ("
Non è sufficiente controllare porti e confini, come la Lega ha dimostrato di saper fare quando era al governo: anche la cronaca di questi giorni ci ricorda che è necessario difendere identità, storia e cultura") e dei vertici di questo partito, che opererà "in uno specifico Dipartimento [della Lega] dedicato alla questione islamizzazione, al fine di mettere questa problematica al centro dell'agenda politica". 
A parlare è Stefano Cassinelli, segretario nazionale del Partito Anti Islamizzazione, noto anche con la sigla Pai, la stessa che figura nel simbolo scelto, avvolta dai "colori della bandiera italiana sfumati", a pennellata (ed è curioso che per le parti testuali sia stato usato il carattere Optima, lo stesso della Lega ormai da molti anni). Cassinelli è segretario del partito fin dalla sua fondazione, che risale al 20 giugno 2017, quando fu fondato a Delebio (So) dallo stesso Cassinelli, da Franco Cabiati (presente per procura e futuro tesoriere) e Kwadzo Klokpah; alla loro si deve aggiungere Bruno Polti, presidente, anche se la figura più nota resta quella del presidente onorario Alessandro Meluzzi, psichiatra con una storia di lunga militanza politica in vari partiti (risultando pure cofondatore dei Cristiano democratici europei con Stefano Pedica) e due legislature all'attivo (eletto con il Polo delle libertà - Fi alla Camera nel 1994 e con il Polo per le libertà - Fi al Senato nel 1996, prima di vari cambi di gruppo riscontrati in quella XIII legislatura). 
Cassinelli rivendica per il Pai un'attività triennale all'insegna di "serietà e rispetto della Costituzione nell'affrontare un tema così delicato", parlando appunto della "anti islamizzazione". Si legge nello statuto che il partito "ha come scopo la salvaguardia della cultura, delle tradizioni e della struttura sociale italiana e si prefigge la conservazione dello stato democratico in Italia e delle libertà civili per ogni uomo e donna a prescindere dalla razza" e che l'azione del Pai "sarà governata dalla Costituzione Italiana e dalla Dichiarazione Universale dei diritti dell’uomo". Sempre l'articolo 2 di quel documento precisa che tra i principali obiettivi del partito figurano "la garanzia della sicurezza per i cittadini rispetto alla dilagante criminalità, la gestione del fenomeno dell’immigrazione tenendo in considerazione la situazione mondiale ma avendo per priorità l’interesse nazionale ed europeo, la valorizzazione personale e in forma organizzata d’impresa, la marginalizzazione dell’intervento pubblico nell’economia, nei servizi e nelle relazioni sociali e la piena applicazione del principio di sussidiarietà orizzontale nonché il cambiamento in senso meritocratico della società basato sui valori delle pari opportunità e il libero mercato e quanto altro contenuto nel programma". 
Al di là delle previsioni statutarie, nel sito si legge che il Pai nasce come "partito di scopo, lontano dalla tradizionale collocazione partitica di destra o sinistra" e impegnato essenzialmente a dare attuazione al proprio programma; invoca "quesiti referendari" per permettere agli italiani di esprimersi sui "grandi temi etici e morali" (senza che siano i parlamentari a decidere, il che comunque è problematico in una democrazia indiretta e di natura parlamentare...) e precisa di non essere "interessato ad occupare poltrone in enti e società pubbliche e non partecipa ad elezioni amministrative locali", pur puntando a "creare le condizioni normative finalizzate ad una buona amministrazione anche a livello locale". Si dice chiaramente che obiettivo del Pai è "ritornare a uno Stato etico, dalla parte dei cittadini e che non sia percepito come un avversario" o come un soggetto che dice una cosa e ne faccia un'altra oppure che cambia spesso idea.
Le idee del Partito anti islamista sono condensate nei nove punti del programma, che si apre con il contrasto di "ogni forma di radicalizzazione dell’Islam da cui nascono gli estremismi ed ogni tentativo di sottomettere la libertà sociale e culturale occidentale" (chiedendo pure "predicazione obbligatoriamente in italiano, certificazione della provenienza dei fondi che finanziano moschee e centri culturali islamici", nonché il divieto dello svilimento della donna o di azioni come la macellazione halal). A ciò è collegato un punto specifico sull'immigrazione (chiedendo "flussi di accesso definiti e contrasto fermo al fenomeno della clandestinità con espulsioni e 'rimpatri assistiti' nei paesi di origine" e provvedendo allo stesso tempo a interventi nei paesi del terzo e quarto mondo, occupandosi direttamente degli investimenti, senza dare soldi agli stati) e il proposito di sanzionare con l'espulsione perpetua dall'Italia (e la carcerazione per almeno un quinquennio) per tutti gli stranieri che commettano reati in Italia. 
Altre voci sono dedicate alla sicurezza (con un aumento consistente del personale delle Forze dell'ordine e della loro dotazione di mezzi, per migliorare il controllo del territorio e la garanzia della giustizia, nonché con una lotta alla diffusione della droga tra i minori), all'economia (con il ridimensionamento dell'attività imprenditoriale pubblica e il sostegno a quella privata), all'ambiente (da tutelare anche con "tasse sulle importazioni di prodotti provenienti da paesi che producono un alto tasso di inquinamento", così da proteggere anche le produzioni locali), alle persone con disabilità (che vanno tutelate con maggiori agevolazioni, ma occorrono anche controlli severi per eliminare le false certificazioni) e alla stessa classe politica, che non può tradire le istituzioni nello svolgimento dei propri compiti: "per politici e amministratori pubblici dovrà essere introdotto un sistema giudiziario particolare che preveda un processo rapido (6 mesi per arrivare alla sentenza dall’avviso di garanzia) e in caso di condanna pene triplicate rispetto ai cittadini e l’esclusione perpetua da incarichi pubblici e da società partecipate".
Attualmente la pagina Facebook del Pai conta poco più di 24mila like e risulta che siano 500 le adesioni al partito, ma questo ovviamente non significa che il simbolo tricolore finirà sulle schede elettorali: l'accordo con la Lega fa pensare piuttosto a una futura ospitalità di esponenti del Pai all'interno delle liste leghiste (anche se ovviamente sarà sempre possibile integrare l'emblema della Lega - ora più vuoto che in passato - con altri elementi come appunto il logo del Pai (del resto è già accaduto nel 2014, in occasione delle elezioni europee, con la pulce di Die Freiheitlichen).

lunedì 7 settembre 2020

Toscana, il no del Consiglio di Stato: escluso Roberto Salvini

Il simbolo originario
Il numero delle persone candidate alla presidenza della Toscana è ora definitivamente fissato in sette. La terza sezione del Consiglio di Stato questa sera ha respinto il ricorso di Roberto Salvini e di alcuni tra delegati e candidati della lista Patto per la Toscana (sent. n. 5404/2020), confermando la loro esclusione dalle elezioni regionali previste per il 20 e 21 settembre, come già deciso nei giorni scorso dall'Ufficio centrale regionale e dal Tribunale amministrativo regionale della Toscana. 
Nell'atto con cui aveva impugnato la sentenza del Tar Firenze, la difesa di Roberto Salvini e degli altri appellanti aveva certamente ribattuto vari argomenti già svolti in primo grado, mettendone peraltro alcuni in maggior luce e approfondendo di più. Dopo aver premesso che la lista Patto per la Toscana nasceva "dall'unione di varie anime autonomiste, fortemente regionaliste e antagoniste ai partiti tradizionali nazionali, cui hanno aderito vari candidati con una forte esperienza politica e un consolidato radicamento nel territorio" (soprattutto in soggetti politici come Civismo Autonomista, Costituente Libera Toscana, Libera Firenze - Comitato Libertà Toscana, Area sindacale e vari gruppi autonomisti toscani) e che tanto il progetto elettorale quanto il suo leader Roberto Salvini avevano sufficiente notorietà da escludere ogni mossa di "agganciamento" o la possibilità di qualificare la lista come "di disturbo", la difesa ribadiva l'impossibilità di confondere il contrassegno del Patto con quello della Lega "per l'uso dei colori" (verde in luogo del blu, nonché un diverso tono di giallo), per la presenza del nome del candidato assente nell'altro emblema e per scelte nominali e grafiche diverse (inclusi i caratteri utilizzati). L'Ufficio centrale regionale, per gli appellanti, sarebbe incorso in un errore perché "un elettore medio non può confondere la Regione Toscana e antica bandiera del territorio con Alberto da Giussano; i colori verdi con quelli blu; Roberto Salvini (Presidente) con Salvini (Premier); Patto per la Toscana, scritto a semicerchio sul simbolo e assolutamente ben visibile, con Lega".
In un errore analogo, per Roberto Salvini e gli altri, sarebbe caduto il Tar Firenze. Innanzitutto i due fregi elettorali non dovevano essere ritenuti confondibili: si citavano, anche in questo caso, varie sentenze dei giudici amministrativi in materia - a partire da quelle con cui era stata riammessa la Lega Toscana - Più Toscana nel 2015 - che attribuivano maggior peso agli elementi di distinzione delle grafiche (che invece per l'Ucr erano "suvvalenti" rispetto al cognome) ed erano meno pessimiste sulla diligenza dell'elettore medio. In secondo luogo, per gli appellanti, se si ritiene che basti la presenza in entrambi i contrassegni della scritta "Salvini" (pur in presenza del nome in uno dei due) per non poter escludere la confondibilità, "si finisce per trasformare il cognome dei candidati in una sorta di marchio commerciale utilizzabile, nel caso di specie, soltanto da Matteo Salvini e da nessun altro che abbia la malasorte di chiamarsi anch'egli Salvini", rivendicando il suo diritto all'identità personale e al nome. Tanto più che il Salvini in questione - Roberto, in questo caso - non era un soggetto sconosciuto, ma addirittura un consigliere regionale uscente, eletto con oltre 5500 preferenze e con una certa notorietà in Toscana (oltre che effettivamente candidato, a differenza di Matteo Salvini, cosa che peraltro si dovrebbe dire anche di Silvio Berlusconi e Giorgia Meloni, anche se qui il problema non si pone). 
I ricorrenti non mancavano poi di sottolineare - come già avvenuto in primo grado - l'impossibilità di confondere il simbolo del Patto per la Toscana con quello della Lega (e viceversa), sia perché il secondo sarebbe stato ricompreso in una coalizione, a differenza del primo, sia perché le nuove schede introdotte dalla modifica alla legge elettorale danno ancora maggiore rilievo visivo al nome della persona candidata alla presidenza, quindi sarebbe impossibile confondere il Patto per la Toscana a sostegno di Roberto Salvuni e la Lega in appoggio a Susanna Ceccardi.
Il simbolo sostitutivo più distante
L'atto di impugnazione, tuttavia, si soffermava anche sulla mancata ammissione di uno degli emblemi sostitutivi presentati dalla lista dopo il primo provvedimento di esclusione. Gli appellanti ritenevano sbagliato considerare compiuta e non integrabile la legge toscana sul procedimento elettorale (n. 74/2004), che non contemplerebbe alcuna possibilità di sostituire un contrassegno ritenuto confondibile; contestavano poi che la presentazione di tre emblemi alternativi invece che uno solo potesse attribuire "
all'Ufficio centrale regionale un atipico potere di scelta" (essendo i tre emblemi presentati in subordine tra loro) e, naturalmente, negavano che ciascuna delle tre grafiche potesse essere ancora confondibile con il contrassegno della Lega per la persistenza del rilievo dato al cognome "Salvini". Risultato delle censure sollevate dagli appellanti doveva essere la riammissione della lista, con il contrassegno originario o - alla peggio - con uno dei tre presentati in sostituzione, nonché la rimozione della condanna alle spese inflitta in primo grado.
Per i giudici di Palazzo Spada, invece, "la presenza, all'interno del simbolo [contestato], della scritta 'SALVINI' con dimensione e colore analoghi alla scritta 'SALVINI' presente nel simbolo" della Lega era e resta il problema. Si ammette - quasi riconoscendo l'onore delle armi - che è suggestiva l'argomentazione che rifiuta che si possa trattare un cognome come un marchio oggetto di privativa, ma si dice anche che un ragionamento simile "sposta inaccettabilmente l'attenzione dall'effettivo quid disputandum, che non è rappresentato dalla possibilità per il candidato Roberto Salvini di partecipare alle elezioni utilizzando il proprio cognome, ma dalle modalità di riproduzione di quest’ultimo sul contrassegno elettorale". In particolare, per il collegio giudicante, è "del tutto evidente che se il candidato presidente avesse evitato di collocare il termine 'Salvini' nella parte inferiore del contrassegno e se avesse dato eguale risalto al nome 'Roberto', o non avesse impiegato un font confondibile e il colore giallo, la capacità decettiva sarebbe stata elisa o grandemente scemata". I giudici non hanno ritenuto sufficienti nemmeno gli elementi che effettivamente differenziano i due emblemi elettorali, rilevando che il giudizio dell'Ufficio centrale regionale sia incentrato non solo "sulla 'quantità' dei segni grafici somiglianti, ma anche e soprattutto sulla 'confondibilità' e sulla capacità di trarre in errore l'elettore medio alla luce di un giudizio qualitativo e contestualizzato. E nel caso di specie, ad avviso del Collegio, una oggettiva e non minimale capacità decettiva effettivamente sussiste".
Quanto al problema della mancata accettazione di uno dei simboli sostitutivi, va rilevato un passaggio importante, in cui i giudici dicono che "può condividersi la tesi dell’applicabilità dell’art. 10, comma 3, della legge n. 106/1968 in virtù del generale richiamo operato dall'art. 17 della L.R. Toscana n. 74/2004 in funzione integrativa", il che significava - e se ne dovrà tenere conto in futuro - che l'Ufficio centrale regionale avrebbe ben potuto ammettere un simbolo sostitutivo, eventualità non prevista dalla legge regionale, ma dalla disciplina statale cedevole. Questo, all'evidenza, restituisce al procedimento elettorale toscano una garanzia verso i presentatori di liste almeno analoga a quella riscontrabile nelle altre regioni: non era infatti concepibile un procedimento che non conceda almeno una "prova d'appello" a chi presenta un contrassegno, specie se si considera che il giudizio di confondibilità conserva pur sempre un grado di soggettività. Nulla dice il Consiglio di Stato sulla questione dei tre contrassegni sostitutivi presentati, non prendendo posizione sulla tesi dell'Ucr (e del Tar) e su quella opposta degli appellanti; il punto, in compenso, risulta irrilevante perché, per i giudici, "nessuna delle tre opzioni alternative proposte in sede di opposizione è idonea a elidere la potenzialità decettiva del simbolo trattandosi di lievi modifiche della tonalità del giallo della scritta “SALVINI” o del font del nome ROBERTO, del tutto irrilevanti alla stregua dei canoni del giudizio di confondibilità sopra tracciati". Nulla da fare, dunque, per la lista Patto per la Toscana e per la candidatura di Roberto Salvini, che restano fuori dalla competizione elettorale: il problema non sarebbe stato dunque l'esclusiva sul cognome e il diritto a utilizzare il proprio anche in caso di omonimia, ma nel non averlo fatto differenziandosi abbastanza e in modo tangibile. 
Sarebbe stato sufficiente?
Si deve riconoscere che un ragionamento simile, pur non privo di buon senso, obbliga chi ne è oggetto a un compito più oneroso di altri, senza che questi ne abbia colpa: un omonimo di un politico di livello nazionale deve evitare di candidarsi per non essere accusato di "agganciamento parassitario"? E se si candida in un partito diverso da quello dell'omonimo, deve per forza rinunciare al suo cognome nel simbolo o, almeno, al rilievo che lo stesso ha in altri simboli solo a causa dell'omonimia? Un osservatore terzo difficilmente negherebbe che proprio quell'omonimia possa portare qualche vantaggio a chi si candida, ma dovrebbe riconoscere pure che chi è stato eletto ha pienamente diritto a ricandidarsi, anche lontano dal partito precedente (non c'è vincolo di mandato) e di utilizzare il proprio cognome senza sacrificarlo troppo. Difficile dire se, analizzando quanto scritto nella sentenza di oggi, sarebbe stato ammesso senza intoppi un simbolo con il cognome sempre in evidenza, ma con il nome non troppo più piccolo (del resto, essendo più lungo il prenome rispetto al patronimico, ci sarebbe stata anche una buona spiegazione per una dimensione diversa), entrambi colorati di verde su fondo giallo e posti nella parte superiore del simbolo; certamente - se la lista avesse accettato di presentarlo, senza temere di rinunciare a qualche prerogativa - una proposta grafica simile avrebbe reso molto più difficile la sua bocciatura.
Se non altro, questo grado di giudizio ha previsto la compensazione delle spese "in considerazione della natura e peculiarità delle questioni trattate e tenuto conto del tenore delle difese in atti"; resta però l'amarezza della soccombenza, con relativa condanna alle spede in primo grado, quando in realtà i fatti oggetto di causa e gli argomenti sollevati appaiono assai simili a quelli che hanno condotto a una valutazione diversa in seconde cure (peraltro nulla ha detto il collegio sulla richiesta degli appellanti di riformare la decisione di primo grado sul punto).

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Questa sera il Consiglio di Stato ha anche dichiarato inammissibile un altro ricorso, presentato in proprio - al solito senza assistenza legale - da
Loris Palmerini, già incontrato come candidato alla presidenza della regione Veneto per la lista Venetie per l'autogoverno, ma questa volta diretto innanzitutto a far riammettere la lista Indipendenza Noi Veneto e la candidatura a presidente di Ivano Spano. La tesi, seguendo quanto già sostenuto nel contenzioso attivato da Palmerini dopo la ricusazione della propria candidatura, è che avere consentito ad alcune liste e non ad altre - inclusa Indipendenza Noi Veneto, che un consigliere lo aveva eletto ma poi ha rappresentato ed esentato un'altra forza politica - di presentarsi senza necessità di raccogliere le firme violi il principio della "parità di accesso" citato dalla "legge cornice" n. 165/2004 e valido anche nell'ordinamento regionale: l'esenzione concessa a seguito di "reali deviazioni del ruolo da parte dei consiglieri già cessati dalle funzioni" creerebbe un vulnus non rimediabile alla competizione elettorale. 
Il Tar del Veneto aveva già respinto il primo ricorso di Palmerini (come aveva fatto con quello con cui si chiedeva di riammettere Venetie per l'autogoverno), così questi ha pensato di impugnare la decisione. Nel ricorso ha contestato in particolare l'idea che le norme approvate di recente sull'esenzione dalle firme consentano al singolo consigliere che formi una componente nel gruppo misto di sollevare dall'onere della raccolta firme una lista del tutto diversa nel nome e nel simbolo: "In pratica - si legge - il sistema veneto permette a liste nuove mai candidate in precedenza e nate sulla spinta degli ultimi sondaggi, ma prive di radicamento, di candidarsi grazie alla esenzione concessa da uno dei 'baroni' che la legge prevede in abbondanza": coloro che in consiglio rappresentano un gruppo o una componente sarebbero "letteralmente corteggiati da liste, listarelle e singoli candidati, e al consigliere non resta che 'donarsi' al miglior offerente, anche alla concorrenza se viene garantita la candidatura in buona posizione in una lista quotata dai sondaggi". Con buona pace, tra l'altro, del criterio della radicata rappresentanza.
Il Consiglio di Stato, tuttavia, ha dichiarato l'appello inammissibile, come nell'altro contenzioso iniziato da Palmerini, perché questi non è assistito, come la legge richiede, da un avvocato abilitato al patrocinio davanti a una giurisdizione superiore, né lui lo è: l'inviolabilità del diritto di difesa, per i giudici, "si caratterizza in primo luogo come diritto alla difesa tecnica, che si realizza mediante la presenza di un difensore dotato dei necessari requisiti di preparazione tecnico-giuridica, in grado di interloquire con le controparti e con il giudice". Non c'è nemmeno spazio per entrare nel merito della questione e - probabilmente trattandosi del secondo verdetto di inammissibilità nei confronti di Palmerini nel giro di pochi giorni - si è deciso che le spese del grado di giudizio "seguono la soccombenza".