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sabato 27 aprile 2024

Europee, la Cassazione respinge le opposizioni sui contrassegni

L'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione, a quanto si apprende, ha già deciso sulle opposizioni in materia di contrassegni presentate nelle scorse ore contro le decisioni della Direzione centrale per i servizi elettorali del Ministero dell'interno e discusse quest'oggi a ora di pranzo: a quanto si sa, almeno tre delle quattro opposizioni presentate sarebbero state respinte o addirittura dichiarate inammissibili (anche se è molto probabile che anche la quarta non abbia avuto esito positivo).
Per prima il collegio ha affrontato l'opposizione presentata dal Partito animalista - Italexit per l'Italia, volta a ottenere la ricusazione del contrassegno della lista Libertà a causa della presenza della miniatura del Movimento per l'Italexit oppure, in subordine, l'eliminazione del solo elemento contenente l'espressione "Italexit". Le lamentele di Italexit (già anticipate nella memoria depositata presso il Viminale lunedì), tuttavia, non sono state esaminate nel merito: l'opposizione, infatti, è stata dichiarata inammissibile perché non sarebbe stata notificata entro 48 ore dalla decisione del Viminale "ai depositanti delle liste che vi abbiano interesse", in particolare al depositante del contrassegno Libertà. Qui indubbiamente c'era un soggetto controinteressato, visto che l'opponente aveva chiesto la ricusazione o almeno la modifica di un contrassegno altrui: non potendosi leggere diversamente la disposizione in materia di notifica, le doglianze non sono state nemmeno prese in considerazione.
Più complessa è stata la questione posta dalla Lista Marco Pannella, che aveva chiesto di riammettere il suo contrassegno Stati Uniti d'Europa. La lista Pannella aveva contestato l'idea che la tutela per i contrassegni "presentati in precedenza" privilegiasse i primi depositati per la singola elezione, credendo che la disposizione dovesse invece riferirsi al preuso pubblico di un fregio, in ambito elettorale o politico (anche senza presentare liste): il deposito nel 2019 del simbolo con la dicitura "Stati Uniti d'Europa" abbinata alla rosa nel pugno su fondo giallo, ammesso dal Viminale, avrebbe dovuto rendere ammissibile il nuovo contrassegno (quasi identico), a prescindere dal deposito precedente di alcune ore di un contrassegno con lo stesso nome da parte di un diverso soggetto (la lista Stati Uniti d'Europa promossa da +Europa, Italia viva, Psi, Radicali italiani, Libdem europei e L'Italia c'è). Al Viminale che aveva rilevato come nel 2022 la lista Pannella avesse depositato un contrassegno diverso, con la rosa nel pugno ma senza la dicitura contestata, per cui non si sarebbe consolidato un "uso notorio" dell'emblema, il depositante aveva eccepito la diversa natura delle elezioni (e dei messaggi da veicolare negli emblemi), rivendicando invece un uso continuo del concetto, del nome e del simbolo "Stati Uniti d'Europa" da parte della Lista Pannella e del Partito radicale. 
In concreto, poi, era stata contestata anche la confondibilità del contrassegno contestato con quello depositato in precedenza, in considerazione della grafica completamente diversa, apprezzabile dall'elettore comune odierno, avendo riguardo sia a vari elementi del contrassegno sia a una sua visione d'insieme. Da ultimo, si era negato che quello fatto per conto della Lista Pannella fosse un "deposito emulativo", cioè volto unicamente a precludere surrettiziamente l'uso della denominazione al soggetto che aveva depositato per primo: proprio il precedente deposito del 2019 (con ammissione) e l'uso anche successivo del fregio fatto dal Partito radicale avrebbe dovuto far considerare del tutto "genuina" la scelta di presentare il contrassegno in quest'occasione. Per il Viminale, in risposta all'opposizione della lista Pannella, l'uso dell'identica espressione "Stati Uniti d'Europa" in posizione dominante in entrambi i contrassegni avrebbe potuto "confondere anche gli elettori di non scarsa conoscenza della vita e degli orientamenti delle varie forze politiche"; nel ribadire che la tutela dei contrassegni "presentati in precedenza" deve riferirsi, come da decisioni precedenti, alla "priorità del materiale deposito del contrassegno" nella singola competizione elettorale, il Ministero dell'interno non ha ritenuto rilevanti le iniziative pubbliche in cui il simbolo di Stati Uniti d'Europa sarebbe stato usato in questi anni, o (si deve intuire) per lo meno non tanto rilevanti da compensare la mancata presentazione di liste con il contrassegno contestato e da far parlare di uso effettivo dello stesso; non è mancato un riferimento alla norma che non consente il "deposito emulativo" dei contrassegni.  
I membri dell'Ufficio elettorale nazionale si sono posti anche qui il problema della mancata notifica dell'opposizione al depositante dell'altro simbolo contenente la denominazione Stati Uniti d'Europa: non c'era a rigore un controinteressato (la Lista Pannella non ha chiesto la ricusazione o sostituzione di quel contrassegno), ma si poteva comunque parlare di liste "che [...] abbiano interesse" all'esito dell'opposizione. Dalla decisione del collegio, però, si apprende che alla camera di consiglio ha partecipato il depositante di Stati Uniti d'Europa (Nicolò Scibelli): questi effettivamente non aveva ricevuto la notifica dell'opposizione, ma "ha dichiarato di non dolersi [...] della mancata notifica [...], né di avere motivo per contrastare la posizione dell'opponente". L'opposizione è stata così ritenuta ammissibile: se ci si fosse limitati a quest'osservazione, non ci si sarebbe stupiti se l'Ufficio elettorale nazionale avesse deciso di riammettere il contrassegno di cui il Viminale aveva chiesto la sostituzione. 
I giudici, invece, hanno confermato il giudizio di confondibilità, alla luce dei criteri dell'art. 14, comma 4 del d.P.R. n. 361/1957, criteri considerati "equiordinati" e comunque riferiti ai contrassegni "considerati nella loro capacità indicativa d'un determinato gruppo partecipe della competizione elettorale" (e non, dunque, nel loro uso al di fuori di quella procedura). Ritenendo che tanto la componente grafica quanto quella "scritta o denominativa" di un contrassegno "possono porre problemi di confondibilità pur nel contesto di un'innegabile diversità visiva dei contrassegni", per il collegio la scritta perfettamente corrispondente e "che domina per dimensioni entrambi i contrassegni" rappresenta l'unico elemento di confondibilità, ma poiché "funge da uguale elemento denominativo" è sufficiente a creare il rischio di confusione: non basterebbero a evitarlo le differenze grafiche tra i due emblemi, non negate, perché presupporrebbero "una scelta da parte dell'elettore che sia frutto della memorizzazione del logo nel suo insieme visivo, mentre nulla autorizza a escludere che questi ricordi soltanto o principalmente la denominazione del contrassegno. Di qui un'innegabile possibilità di disorientamento nella scelta". Dopo aver concluso che la confondibillità c'è, per l'Ufficio elettorale nazionale la tutela prevista dal testo unico per l'elezione della Camera deve andare a chi ha fisicamente depositato per primo il simbolo al Viminale nella singola competizione, non a chi rivendica il preuso "il cui richiamo implicherebbe un'inammissibile esegesi controletterale della norma" (e per sostenere la correttezza dell'interpretazione proposta si sottolinea che la fattispecie del "deposito emulativo", o "disturbatore" come si legge nella decisione, sarebbe stata introdotta proprio per limitare la portata del preuso). Queste considerazioni per i giudici sono state sufficienti per confermare il verdetto di esclusione, senza valutare gli argomenti in materia di "deposito emulativo" (tema ritenuto comunque "sovrabbondante" rispetto al tema della confondibilità).
Nell'ovvio rispetto del ragionamento seguito dal collegio di giudici di Cassazione, probabilmente occorrerebbe riflettere sull'opportunità - sulla base delle norme vigenti o anche ipotizzando una loro modifica - di non privare di tutela il preuso di un simbolo o di un contrassegno (anche quando non si sia concretizzato nella presentazione di liste: lo stesso deposito presso il Viminale è un uso di natura pubblica, anche grazie alla pubblicità data a questa fase di presentazione dai media e dallo stesso Ministero dell'interno). Posto che "Stati Uniti d'Europa" è, prima ancora che il nome di una futura lista e di un progetto elettorale non concretizzatosi nel 2019, un ideale cui poter tendere e che certamente non può essere esclusivamente di una parte politica (un po' come il dirsi comunisti, socialisti, liberali etc.), essendo stato proposto e citato da varie figure nel corso del tempo, si avverte qualcosa di "non giusto" nel mero giudizio di confondibilità che porta all'esclusione di un contrassegno e che, pur valendo soltanto per questa competizione elettorale, difficilmente potrebbe non avere strascichi futuri. Com'è noto, la legge tutela espressamente i nomi e i simboli dei partiti presenti in Parlamento, non tanto a vantaggio dei partiti quanto del loro elettorato (reale o potenziale); ci si dovrebbe però chiedere se sia giusto, per il futuro, non tutelare il preuso di un simbolo per il solo fatto che questo non si è trasformato in lista e (dunque) non si è nemmeno affacciato alle aule parlamentari. Anche perché, in mancanza di tutela, qualunque soggetto politico nascente, magari come aggregazione di soggetti esistenti, potrebbe in futuro prendere spunto per il proprio nome da quelli di simboli depositati in passato (anche solo al turno elettorale precedente) non seguiti dalla presentazione di liste e farlo proprio, magari avendo l'accortezza di mettersi in fila in anticipo per assicurarsi un titolo preferenziale in sede di valutazione dei contrassegni e, ancora prima, di pubblicizzare in modo consistente la propria iniziativa per far avvertire un legame tra il nuovo nome scelto e la propria iniziativa politico-elettorale.
Sul discorso della confondibilità, vale la pena sottolineare che le riflessioni dell'Ufficio elettorale nazionale sul rischio di confusione creato anche solo dal nome sembra frutto soprattutto della modifica del 2005 all'art. 14 del d.P.R. n. 361/1957, quando la "legge Calderoli" precisò che gli elementi di confondibilità dovevano rilevare "anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica" (comma 4; il comma precedente da allora sanziona anche la riproduzione di "simboli, elementi e diciture, o solo alcuni di essi", ma qui non può parlarsi in pieno di "uso tradizionale"). Non è affatto improbabile che il giudizio di confondibilità formulato dipenda anche e soprattutto dal fatto che il simbolo escluso non contenga altri elementi letterali e che l'elemento in comune sia proprio la potenziale denominazione e non una semplice unità testuale.
Maurizio Turco, a nome della lista Pannella, ha già annunciato il ricorso al Tar del Lazio, rimedio previsto per le elezioni europee in base al codice per il processo amministrativo. Ricorso che farà anche la Democrazia cristiana: Nino Luciani, che aveva depositato il contrassegno con lo scudo crociato in qualità di segretario politico (insieme al segretario amministrativo Carlo Leonetti), ha fatto sapere che la sua opposizione è stata respinta, in particolare per l'uso dello "scudo crociato con croce rossa su sfondo bianco e scritta bianca 'LIBERTAS'" nel simbolo, il che lo renderebbe confondibile con quello dell'Udc, presente in Parlamento; è stata respinta contestualmente la richiesta di imporre la sostituzione del contrassegno dell'Udc. 
L'Ufficio elettorale nazionale, in particolare, dopo aver ricordato i numerosi contenziosi pre-elettorali precedenti (per cui il collegio di giudici di Cassazione si è dovuto occupare di opposizioni in materia in tutte le elezioni politiche ed europee a partire dal 2006), ha ribadito come - al pari di quanto si è ricordato all'inizio - in questa sede non contino le norme civilistiche e, in effetti, nemmeno troppo gli esiti dei contenziosi su chi sia correttamente titolare della Dc, ma "unicamente [...] la normativa, di rilevanza pubblicistica, dettata dall'art. 14" del testo unico per l'elezione della Camera, "al fine di garantire una corretta e consapevole scelta da parte dell'elettore verso una determinata forza politica e di tutelarne 'l'affidamento identitario' che ogni elettore ripone nei segni, simboli ed espressioni che individuano un determinato partito". L'articolo prima citato, in particolare, prevede una tutela ad hoc di cui beneficiano i partiti presenti in Parlamento, il cui simbolo "da essi tradizionalmente usato" viene protetto per evitare il "rischio di possibili errori o confusioni elettorali" a danno di quelle formazioni (anche se l'art. 14, comma 6 tutela innanzitutto i potenziali elettori). 
Per i giudici, l'Udc è presente in Parlamento "già da più di vent'anni" e, dal punto di vista della norma che si considerano, non sarebbero rilevanti "il pre-uso di un simbolo [...] e le questioni circa la legittimità e titolarità di tale pre-uso, pure sollevate dagli opponenti, anche richiamando controversie e giudicati civili" (a partire, c'è da giurarlo, dalla pluricitata sentenza delle sezioni unite civili della Cassazione del 2010); conta piuttosto il fatto che l'Udc sia presente in questa legislatura attraverso un gruppo condiviso al Senato e una componente condivisa alla Camera (anche se, com'è noto, alle elezioni politiche del 2022 - come in quelle del 2018 - i parlamentari dell'Udc sono stati eletti solo nei collegi uninominali, mentre le liste cui il partito ha partecipato assieme ad altre forze politiche non hanno superato le soglie di sbarramento). Ciò basta, per il collegio, a far scattare la tutela privilegiata per le forze politiche presenti in Parlamento, mentre sulla base dell'art. 14 citato non può riconoscersi come "tradizionale" l'uso dello scudo crociato da parte della Dc, perché "dal 1993 quel partito ha definitivamente cessato la propria attività politica, da quella data non ha più avuto alcun rappresentante eletto in Parlamento e, quindi, il gruppo politico non può accreditarsi legittimo continuatore di quel partito, mancando proprio la dimostrazione storico-giuridica della 'continuità'".
Non concorda affatto con i contenuti della decisione Luciani: da una parte, come si è ricordato più volte su questo sito, lui è convinto che la Democrazia cristiana da lui guidata sia in piena continuità con quella che aveva operato fino al 1994, per aver seguito - dopo la ricordata sentenza di Cassazione del 2010 - il percorso indicato dal tribunale di Roma nel 2016, per cui l'uso dello scudo crociato dovrebbe considerarsi "tradizionale"; dall'altra parte, ritiene che l'Udc sia presente in Parlamento solo dal 2006 (dopo le elezioni politiche di quell'anno, a nulla rilevando il periodo 2002-2006, visto che alle politiche del 2001 l'Udc non esisteva ancora) e che in questa legislatura e in quella precedente l'Udc non possa considerarsi presente in Parlamento, visto che nel 2018 e nel 2022 le liste i cui contrassegni contenevano il simbolo del partito non sono arrivate al 3%. Per Luciani, poi, i giudici non avrebbero tenuto conto di pronunce civili che sancirebbero l'impossibilità di separare nome e simbolo di un partito, dovendosi impiegare nel caso criteri di precedenza storia (ovviamente, di nuovo, sulla base dell'asserita continuità tra Dc "storica" e Dc-Luciani). Per tutte queste ragioni, la Dc - che nelle scorse settimane ha intentato un'azione civile, di cui si parlerà a tempo debito - si rivolgerà ai giudici amministrativi, sperando che possa accadere qualcosa di simile a quello che (pur nella differenza delle condizioni, trattandosi allora di elezioni politiche e non vigendo ancora per le europee il citato codice del processo amministrativo) era in un primo tempo avvenuto nel 2008 con la Dc-Pizza, riammessa dal Consiglio di Stato dopo l'esclusione da parte di Viminale e Ufficio elettorale centrale nazionale.
Nulla è cambiato anche per Parlamentare indipendente, il contrassegno presentato da Lamberto Roberti e ritenuto non in grado di consentire la presentazione di liste (un tempo si sarebbe detto "senza effetti"), a seguito della mancata presentazione della dichiarazione di trasparenza. Roberti aveva contestato sia il fatto che la comunicazione della Direzione centrale per i servizi elettorali abbia parlato di "partito" e non di "candidato individuale" ("Quanto affermato è palesemente falso e trattandosi di atto della procedura elettorale, rileva il reato di falso in atto pubblico finalizzato ad un più grave reato quale Attentato alla Costituzione, essendo il sottoscritto unico cittadino italiano portatore del diritto elettorale passivo. Il Diritto elettorale passivo ed attivo è un principio fondamentale inalienabile"), sia la mancata previsione della possibilità di presentare candidature individuali alle elezioni europee (problema già sollevato nel 2019, ma appunto in sede di valutazione delle liste), sia la richiesta dello statuto o della dichiarazione di trasparenza, a suo dire onere non esigibile per una candidatura individuale che, "non essendo vietata", sarebbe "ammessa d’ufficio, anche perché è l’unica rispettosa del principio costituzionale del diritto elettorale passivo del cittadino". L'Ufficio elettorale nazionale, però, ha dichiarato inammissibile l'opposizione di Roberti: questo sia perché il gravame sarebbe stato presentato leggermente oltre il termine di 48 ore previsto dalla legge, sia perché la regola della necessità della dichiarazione di trasparenza non ammetterebbe eccezioni, nemmeno per le candidature individuali.

sabato 30 marzo 2024

Libertà-Sud chiama Nord, Roberto Castelli lascia per la diffida di Italexit?

Dei 17 simboli presenti nel contrassegno elettorale della costituenda lista Libertà - Sud chiama Nord presentato in conferenza stampa giovedì, come si ricorderà, quattro erano ancora coperti: i cerchietti, infatti, erano ancora vuoti e si attende(va) di sapere quali delle 14 richieste di adesione - dichiarate da Cateno De Luca - sarebbero state accolte. Da poche ore, però, sembra essersi liberato il posto per un quinto ingresso: quest'oggi, infatti, si è registrata la defezione del Partito popolare del Nord, guidato da Roberto Castelli, che pure era stato il primo ad aderire all'aggregazione elettorale in vista delle europee 2024.
Vale la pena partire dai fatti e dai documenti, dunque ecco di seguito il comunicato diffuso dal Partito popolare del Nord.
Come noto, il Partito Popolare del Nord è stato il primo ad aderire al progetto lanciato da Sud chiama Nord basato sulla trasformazione dello Stato in macroregioni. In seguito altri soggetti hanno aderito al progetto, tra i quali "Movimento per l'Italexit". Ciò ha dato origine a una diffida da parte di "Italexit per l’Italia" a tutela del proprio simbolo. Prendendo atto della situazione, l’Assemblea Federale del Partito, riunitasi ieri sera, constatata la perdurante possibilità che "Italexit per l’Italia" possa intentare azioni giudiziarie dall’esito fortemente imprevedibile, in base al giudizio dei legali, ha deliberato, al fine di evitare tale possibilità, di ritirare il simbolo dalla lista LIBERTÀ. 
La prima cosa da fare, inevitabilmente, è prendere atto del comunicato e del pezzo perso dalla lista Libertà, cosa che riduce le citazioni della parola "Nord" nel contrassegno a due soltanto (Sud chiama Nord e Grande Nord). Tutto questo nonostante il dialogo iniziato a luglio dello scorso anno tra Castelli e De Luca, con l'incontro organizzato alla Festa dei Popoli del Nord. Il comunicato, tra l'altro, si conclude con una dichiarazione del segretario federale Castelli: "Sono dispiaciuto ma non abbiamo ravvisato altre possibilità". 
Oggettivamente, però, qualche domanda a voce alta sembra necessaria. È inevitabile, in particolare, chiedersi: davvero la possibile minaccia di un'azione legale da parte di Italexit (tutto meno che improbabile) può aver determinato la defezione di Castelli, che non avrebbe direttamente dovuto subire conseguenze da un'eventuale causa subita dalla lista? Diffide, significazioni e azioni minacciate non sono certo una novità (il caso Pace Terra Dignità - Verdi-Grüne-Verc lo testimonia proprio in questi giorni): in questo caso la questione sarebbe così grave, al punto da indurre a sfilarsi il titolare del simbolo più grande all'interno del contrassegno?
Elementi per fare supposizioni solide non ce ne sono. Si può riprendere uno dei post pubblicati da De Luca mercoledì, il giorno prima della conferenza dei 17 simboli: "Se qualche partner vuole uscire con la scusa della dimensione del simbolo o di altri pretestuosi formalismi faccia pure: la porta è sempre aperta per entrare e per uscire! Sopportare certe discussioni sulla dimensione dei propri simboli e non sentir parlare invece di come ripartire i costi della campagna elettorale non avete idea quanto mi fa girare le palline ma per la Libertà sopporto anche questo...". Sembra facile notare che, rispetto alla prima versione del simbolo, il fregio del Partito popolare del Nord si è rimpicciolito, ma - come si è detto - restava pur sempre il più visibile dopo quello di Sud chiama Nord: non è detto, quindi, che De Luca si riferisse a Roberto Castelli con le sue parole, che di certo non sono state dette a caso. Il riferimento alle spese della campagna elettorale introduce un altro elemento non irrilevante, visto che sui soldi - le spese, specie qualora non si raggiungesse il 4%, ma anche gli eventuali contributi ottenuti - è facilissimo litigare. Il riferimento alla diffida di Italexit e alle possibili azioni legali, però, fanno pensare che Castelli possa aver suggerito un ritocco del nome sul simbolo di quella piccola formazione, oppure che il Partito popolare del Nord non voglia rischiare di essere a sua volta oggetto di un'azione legale come co-promotore della lista. 


Sui social, intanto, se non si trova (per ora) una reazione ufficiale di Cateno De Luca o di Sud chiama Nord, è apparso un commento di Francesco Amodeo, promotore di Noi Contadini & Pescatori e aderente alla lista. "Quando in una lista ci sono elementi di sistema che vengono accerchiati dall'anti-sistema - scrive - sono loro a sentirsi braccati. Sono loro costretti a fuggire. Perché sanno di non poter reggere il confronto. Ed inevitabilmente devono lasciare. Così come è accaduto". Parla pensando ai passaggi precedenti del cammino della lista, in particolare alla trattativa saltata con Democrazia sovrana popolare di Marco Rizzo e Francesco Toscano, che pure figuravano in varie delle tante bozze di contrassegno (solo alcune delle quali sono state mostrate da De Luca): "L'errore enorme di Rizzo e Toscano - continua Amodeo - è stato quello di far saltare l'accordo per la presenza di Castelli. Io continuavo a ripetere che la loro folle scelta avrebbe per assurdo favorito proprio i Popolari del Nord mentre la presenza di DSP e di Italexit in quella lista comune avrebbe costretto Castelli (e quelli come lui) a fuggire a gambe levate. Oggi ho avuto ragione. l'Antisistema puro non ha nulla da temere. Come il fiore di loto può navigare nel fango senza macchiarsi. Sono gli altri che devono temere il confronto con i suoi petali".
In attesa delle versioni di chi non ha ancora parlato, viene naturale chiedersi: chi prenderà graficamente il posto di Castelli e del Partito popolare del Nord? Le dichiarazioni di questi giorni non aiutano a immaginare un riavvicinamento tra Libertà e Democrazia sovrana popolare, ma c'è ancora tempo per delineare gli schieramenti.

giovedì 14 marzo 2024

Europee, Movimento per l'Italexit con De Luca (ma già diffidato)

L'aveva annunciato Cateno De Luca, nel corso dell'assemblea nazionale di Sud chiama Nord all'inizio di marzo: ogni giovedì di quel mese avrebbe tenuto una conferenza stampa alla Camera, presentando via via le forze politiche che avrebbero accettato di concorrere alla formazione della lista Libertà, che parteciperà alle elezioni europee dell'8 e 9 giugno senza dover raccogliere le firme (in virtù dell'esenzione legata all'elezione di due parlamentari che la seconda versione dell'emendamento di Fratelli d'Italia al "decreto elezioni 2024" ha preservato). Quest'oggi, in effetti, il segretario De Luca è tornato nella sala stampa di via della Missione a Roma insieme al deputato di Sud chiama Nord Francesco Gallo, la presidente del partito Laura Castelli e due ospiti, Giampaolo Bocci e Giuseppe Sottile.
Se ai più questi due nomi possono dire poco, occorre sapere che si tratta di persone che fino a poco tempo fa erano dirigenti di Italexit, il partito fondato da Gianluigi Paragone e dal quale il giornalista ed ex senatore si è dimesso il 29 dicembre 2023, dopo un non breve confronto interno; oggi sono intervenute come rappresentanti di un nuovo soggetto politico, denominato Movimento per l'Italexit. "In questo periodo di preparazione della lista per le europee - ha detto Laura Castelli - capita sempre più spesso di ritrovare persone incontrate dieci o quindici anni fa, che nel tempo hanno preso strade politiche diverse ma con cui ora ci si ritrova a parlare di ciò che è accaduto ed è cambiato in questo periodo. È il caso di Giampaolo Bocci e non credo sia un caso: in questa fase in cui c'è chi non ha più la libertà di parlare e chi la rivendica, essere di nuovo compagni di strada è naturale". 
Bocci (fondatore del Movimento per l'Italexit con Andrea Andreson e Carlo Carassai) ha spiegato come molti di coloro che erano coordinatori locali o regionali di Italexit, nonché ex candidati alle elezioni politiche del 2022 in queste settimane hanno abbandonato il partito, aderendo al nuovo soggetto politico. "Con la federazione Libertà ci impegniamo a lavorare per un'Italia più giusta, più libera e sovrana. Siamo un nuovo capitolo, ma fondato su basi solide; con noi c'è anche Luciano Bosco, ex coordinatore organizzativo nazionale di Italexit". "Noi abbiamo partecipato alle elezioni politiche con un partito che si chiamava Italexit con Paragone - ha aggiunto Sottile, già membro della direzione nazionale -. Fuori da ogni ipocrisia, quell'esperienza politica per me è finita con le dimissioni di Gianluigi Paragone. Oggi c'è un gruppo di persone volenterose che cerca di portare avanti quel progetto: tra loro c'è il mio amico Andrea Perillo e lo invito a valutare l'opportunità di partecipare a questa battaglia, ma c'è anche una comunità che si riconosce nelle persone citate da Bocci e che oggi si ritrova nel Movimento per l'Italexit".
Sembrano avere in realtà tutt'altra intenzione i continuatori di Italexit, anzi, di Italexit per l'Italia (il nome ufficiale, da statuto, era quello da tempo, benché di norma fosse usata solo la prima parte abbinata al nome di Paragone, puntualmente in maggiore evidenza), a seguito di una direzione generale che si è svolta il 12 febbraio: "Era importante - si è letto allora in un comunicato - fornire a tutti i nostri iscritti e simpatizzanti, e in generale a chi ci segue con interesse, un chiaro segnale della volontà politica di proseguire nel nostro cammino". La riorganizzazione del partito è passata attraverso la nomina di un Consiglio di reggenza (composto da Antonino Iracà, Roberto Robilotta e Andrea Perillo) con funzioni di rappresentanza politica e di portavoce nazionali e l'istituzione di un coordinamento organizzativo nazionale (presieduto dai responsabili Cristiano Zatta e Fabio Montorro).
Proprio il citato Consiglio di reggenza di Italexit per l'Italia questa mattina ha diffuso un comunicato, emesso "a seguito delle numerose segnalazioni [...] pervenute, che vedrebbero alcuni soggetti tentare di proporsi e interfacciarsi con il nostro elettorato e con altre forze politiche a nome di Italexit". "Diffidiamo chiunque - vi si legge - nel vano tentativo di accreditarsi millantando di poter disporre del simbolo e del nome del partito in maniera impropria e deliberata senza di fatto averne alcun titolo e alcuna autorizzazione, di operare a nome o per conto di Italexit per l’Italia". Per reagire a "qualsiasi distorsione e ingannevolezza in merito all'utilizzo illegittimo del nome o del simbolo del partito", il Consiglio di reggenza precisa che "esiste un solo e unico partito Italexit per l'Italia, pertanto eventuali comitati e movimenti estemporanei e improvvisati che dovessero presentarsi in nome e per conto di Italexit, sono da ritenersi del tutto estranei al nostro partito e totalmente privi di qualsivoglia legittimità. Il nostro partito è inoltre operativo e riconoscibile esclusivamente attraverso i suoi riferimenti ufficiali reperibili sul sito internet di Italexit per l'Italia". Il comunicato si conclude prospettando azioni legali: "Abbiamo già dato mandato ai nostri legali di procedere in sede civile e penale, con relativa richiesta di risarcimento danni, contro chiunque dovesse utilizzare indebitamente, anche solo parzialmente e con qualsiasi elemento riconducibile ad Italexit per l'Italia, il nostro nome e il nostro simbolo".
Nella conferenza stampa di oggi Cateno De Luca ha brevemente commentato la reazione ufficiale di Italexit ("Vengo dalla Sicilia, sono abituato a ben altro, questi comunicati di diffida mi fanno il solletico; grazie anzi per la pubblicità che ci viene fatta con questa diffida, spero non ci arrivi la fattura..."); al di là di questo, è facile notare che il simbolo creato per distinguere il Movimento per l'Italexit - cerchio blu sfumato, nome maiuscolo bianco con "Italexit" in evidenza (e la X conformata in modo da far emergere una freccia) e ondina tricolore in basso - è oggettivamente diverso e graficamente non confondibile rispetto all'emblema di Italexit per l'Italia. Il simbolo riempie uno dei quattro cerchietti inseriti nel contrassegno elettorale provvisorio della lista Libertà - Sud chiama Nord: le dimensioni sulla scheda non rendono quella miniatura particolarmente visibile, anche se certamente l'elemento che spicca in quel piccolo cerchio è la parola Italexit.
Posto che il Movimento per l'Italexit appare qualificarsi come soggetto distinto dal partito Italexit per l'Italia (non agisce cioè in suo nome e per suo conto), resta la questione del possibile uso indebito, anche solo parziale, del nome di Italexit per l'Italia. La questione non è di immediata soluzione per varie ragioni. Da un lato si può ricordare che lo stesso Gianluigi Paragone, prima di presentare in conferenza stampa il partito Italexit a luglio del 2020, fu oggetto di una diffida: la presentò Teofilo Migliaccio, allora a capo di un partito già denominato (dal 2019) Italexit e che nella grafica riprendeva il Brexit Party di Nigel Farage. Paragone all'epoca incaricò uno studio legale di replicare, sostenendo che "Italexit è un termine generico, che si inserisce in quell'insieme di parole coniate per l'ultimo decennio per identificare quei movimenti economico-politici rappresentativi del sentimento di euroscetticismo, secondo cui, per migliorare le condizioni di un paese, è necessario riacquistare la piena sovranità", al punto tale che il Vocabolario Treccani ha accolto il neologismo nel 2016. Ugualmente facile è notare che nella banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, tra il simbolo del partito che fu di Migliaccio (rifiutato come marchio probabilmente per la questione - più volte analizzata - della forma rotonda, ritenuta in conflitto con le norme elettorali) e il primo logo depositato come marchio da soggetti riconducibili a Gianluigi Paragone  risultano altri due segni distintivi contenenti in rilievo la parola "Italexit", che dunque si potrebbe effettivamente considerare di uso comune. Dall'altro lato, tuttavia, non si può trascurare come Italexit per l'Italia sia stato rappresentato in Parlamento nella scorsa legislatura con propria componente al Senato (costituita grazie al sostegno tecnico del Partito valore umano) e, proprio in virtù di questo, abbia ottenuto l'inserimento nel Registro dei partiti politici previsto dal decreto-legge n. 149/2013: questi elementi potrebbero in qualche modo rafforzare la posizione di Italexit per l'Italia, vista la tutela che normalmente è accordata - specie in caso di scissione - ai partiti la cui presenza parlamentare, pur non più attuale, è comunque vicina nel tempo. 
Con riferimento alle elezioni europee, in ogni caso, toccherà al Ministero dell'interno decidere sull'ammissibilità del contrassegno composito di Sud chiama Nord - Libertà, anche con riguardo alle sue singole parti, inclusa la miniatura del Movimento per l'Italexit. Non è nemmeno impossibile che, visto il concorso di questo movimento alla lista promossa da Cateno De Luca, qualche rappresentante di Italexit per l'Italia si metta in fila al Viminale già il 21 aprile, con l'idea di depositare il proprio contrassegno e opporsi all'eventuale ammissione del simbolo elettorale di De Luca. Che nel frattempo si sarà completato con l'inserimento di altri soggetti politici.

mercoledì 3 agosto 2022

ItalExit e Alternativa, insieme per mantenere il dissenso in Parlamento

Immagine ricostruita
Fin dai giorni immediatamente successivi allo scioglimento delle Camere tanto ItalExit quanto Alternativa avevano lamentato la difficoltà legata alla raccolta in estate e in un tempo brevissimo delle sottoscrizioni necessarie per presentare liste, denunciando il rischio concreto di una barriera alla partecipazione alle elezioni. Il 31 luglio hanno scelto di continuare a farlo, ma unendo le loro forze per cercare di raccogliere comunque le firme richieste dalla legge. Questa mattina, in una conferenza nella sala stampa della Camera, Gianluigi Paragone (ItalExit), Pino Cabras e Francesco Forciniti (Alternativa) hanno presentato il loro progetto elettorale comune, mostrando ufficialmente anche il simbolo: si tratta, in sostanza, del simbolo di ItalExit nella sua ultima versione (con il logotipo del partito inserito nella parte inferiore rossa dell'esagono di fondo e l'espressione "Per l'Italia con Paragone" in evidenza e in blu nella freccia centrale bianca), integrato con il riferimento ad Alternativa nella parte superiore verde dell'esagono (il nome è stato ripetuto subito sotto la miniatura del simbolo, così da renderlo leggibile anche sulle schede elettorali).
La conferenza è stata aperta da Paragone, che ha dato conto delle ragioni dell'alleanza e dei suoi fini: "Con Alternativa abbiamo condiviso l'opposizione al governo Draghi, attraversando insieme momenti anche di difficoltà oggettiva, con i tentativi di anestetizzare e comprimere il Parlamento: riteniamo che anche le ultime scelte intraprese, finalizzate a cercare di escludere dalle elezioni le forze del 'campo antagonista', abbiano la logica di non creare il bis di una forza che possa conquistare terreno e spazio politico in un paese che farà esplodere la protesta sociale". Per Paragone "l'opposizione deve disturbare il manovratore, se non lo fa non è opposizione; qui il manovratore ha dimostrato di non voler essere disturbato, ma noi siamo forti per questa battaglia intrapresa insieme e così ci presenteremo agli italiani, facendo i conti con l'ultima scorrettezza del sistema, che vuole mandarci fuori. 750-1000 firme da raccogliere in agosto sono un'impresa, non per incapacità nostra, ma perché molti italiani sono lontani dai luoghi di residenza e non è un caso che finora si sia sempre evitato di tenere elezioni politiche a settembre, preservando il periodo delle ferie degli italiani; in più quelle firme devono essere autenticate da persone che a loro volta possono essere in ferie o comunque lontane dai loro luoghi di servizio". 
Nel ringraziare i militanti che - una volta definito il simbolo per le liste - sono già impegnati nella raccolta ("dimostrano che c'è voglia di politica"), Paragone ha chiarito meglio il senso della battaglia per ottenere le sottoscrizioni e partecipare al voto: "Se la politica e le istituzioni non capiscono che il dissenso deve rimanere in un perimetro istituzionale, questo dissenso andrà fuori dalle istituzioni e agirà da fuori: questo non significa voler fare l'incendiario, ma voler essere realisti. Noi non stiamo chiedendo di entrare in Parlamento con certezza, vogliamo solo poter correre in una partita che si democratica, altrimenti avremo elezioni non libere e democratiche ma rese complicate, dal Capo dello Stato in giù, in un periodo drammatico: quando la crisi scoppierà in faccia a quelle persone, questo paese non sarà più in grado di reggerne le pressioni e saranno affari loro. Per quanto mi riguarda, la mia scelta l'ho fatta: o queste voci entreranno in Parlamento, o io accompagnerò quelle voci del dissenso fuori dal Parlamento e faremo i conti da fuori". 
Sul punto ha insistito anche Cabras, sostenendo che "il Parlamento appena sciolto non rappresentava più il popolo italiano nella sua interezza: queste Camere erano nate su una spinta di cambiamento riversatasi su vari partiti, ma il sistema politico dei governi tecnici e dei vincoli esterni ha in seguito riassorbito molti parlamentari. Un gruppo ridotto di persone elette, inclusi noi e gli aderenti a ItalExit, ha continuato in solitudine a rappresentare un popolo che non era più rappresentato dal Parlamento; abbiamo così assistito al tentativo di impedire che ci sia ancora questa voce in Parlamento", tentativo che sarebbe stato attuato "combinando una pessima legge elettorale allo scioglimento in estate, rendendo in certe circostanze quasi proibitiva la raccolta delle firme". Alternativa e ItalExit, secondo Cabras, faranno di tutto "per invitare i cittadini a firmare e a garantire così il pluralismo dell'offerta elettorale, ma dovevamo denunciare il tentativo di tenere fuori dalle elezioni voci che su certi temi sono addirittura maggioritarie. Negli anni vari partiti hanno ritenuto sacrificabili milioni di persone che hanno sofferto tantissimo: noi vogliamo che queste persone abbiano la possibilità di essere rappresentate e possano prendersi una piccola vendetta politica verso chi le ha tradite". Tutto ciò passerebbe attraverso la candidatura di persone "che 'hanno schiena' e hanno dimostrato in concreto di essere disposte a sacrificarsi, a perdere il loro ruolo sociale o a mettere da parte ambizioni personali: non abbiamo usato il bilancino come i 'signori 70 e 30' o gli altri personaggi che pensano di avere seggi sicuri, che con questi meccanismi elettorali non sono sicuri per nessuno; lavoreremo per scombinare i giochi e rendere insicura ogni pretesa di sicurezza". Il progetto comune di Alternativa e ItalExit, ha concluso Cabras, vuole "conservare una saldatura nata nell'opposizione per portarla in un progetto che rappresenterà milioni di persone, il servizio migliore che possiamo fare per gli italiani".
L'intervento di Forciniti è stato ancora più rivolto al futuro: "La prossima legislatura potrà essere quella della 'pacificazione' o del definitivo sfaldamento del tessuto sociale, fiaccato da una politica di regime, propaganda e odio che ci ha messi gli uni contro gli altri. Occorrerà scrivere un nuovo patto sociale che non sia più basato sulla cieca obbedienza a un potere che ti impone di credere in qualcosa senza dare spiegazioni, perfettamente incarnato da Draghi: siamo chiamati a una reazione innanzitutto sociale e poi democratica, attraverso il voto, che faccia scattare in noi un istinto di sopravvivenza, altrimenti non ci sarà scampo per il nostro Paese". Definendo l'alleanza con ItalExit come "naturale" ("Nell'ultimo anno e mezzo ci simo ritrovati dalla stessa parte, in piazza e in Parlamento, senza nemmeno doverlo concordare"), Forciniti ha sottolineato come la lista comune che ci si sforza di presentare serva "anche a garantire che in Parlamento ci sia uno spicchio di persone che non si piegherà e non si farà commissariare, mettendo il suo cervello in naftalina per convenienza politica".
Se la conferenza stampa è stata anche l'occasione per indicare alcune candidature sotto le insegne affiancate di ItalExit e Alternativa - tra queste, quelle del leader della protesta dei lavoratori portuali triestini Stefano Puzzer, del medico Andrea Stramezzi, del giornalista e blogger Francesco Amodeo, della giudice onoraria Lina Manuali (che a Pisa nel 2021 aveva assolto un persona disapplicando uno dei Dpcm emanati da Conte, da lei ritenuto illegittimo) e dell'avvocata Consuelo Locati (che ha difeso vari familiari delle vittime bergamasche della pandemia da Sars-CoV-2) - resta in primo piano il problema della raccolta firme, per cui Gianluigi Paragone si era rivolto al Presidente della Repubblica già dopo l'approvazione dell'emendamento Magi-Costa alla Camera (bollandolo come "porcatina") e tuttora chiede che lo incontri o almeno intervenga: "Chiediamo al Capo dello Stato se è garante del gioco democratico oppure no, se si prende la responsabilità di tenere fuori queste forze che al sistema non piacciono, ma fin qui sono state in grado di portare nelle istituzioni la voce disperata, il grido di dolore di molte persone". 
Per Paragone la soluzione - che Mattarella, si suppone, dovrebbe suggerire in sede di moral suasion o almeno essere evocata in modo generico con un intervento a tutela del pluralismo elettorale - potrebbe avere la forma dell'ulteriore dimezzamento delle firme da raccogliere (riducendole a un quarto di quanto richiesto dalla legge, cioè a 375 sottoscrizioni, come nel 2013 e nel 2018) oppure, in alternativa, dell'esenzione a tutti i gruppi e componenti del gruppo misto presenti nelle Camere. Un'ulteriore via - che questo blog peraltro aveva caldeggiato - è stata implicitamente indicata da Cabras, ricordando che nel contrassegno elettorale condiviso di ItalExit e Alternativa "ci sono due simboli di partiti che sono inseriti nel Registro dei partiti politici e si sono organizzati, ma nonostante questo con la legge elettorale attuale non avrebbero diritto di presentare liste se non all'esito di una corsa a ostacoli immaginata da menti chiaramente malate. Un personaggio come Tabacci, che fa politica da quando avevo i primi vagiti, 'erede' di un simbolo che trasmette a se stesso di legislatura in legislatura, può invece esentare dalla camurrìa della raccolta firme chi ne usufruisce e credo che questo ponga dei problemi di uguaglianza". Difficile immaginare se un intervento in una di queste direzioni, a macchina elettorale ormai avviata, possa davvero arrivare. Il problema, in ogni caso, rimane. 

venerdì 24 luglio 2020

No Europa per l'Italia: l'Italexit secondo Gianluigi Paragone

Aggiornamento

La presentazione del progetto politico di Gianluigi Paragone ha provocato già giorni fa la reazione di Teofilo Migliacciodal 19 ottobre 2019 - dopo le dimissioni di Paolo Cosimo Vito Abbate - segretario del partito politico Italexit, quello che come simbolo ha la freccia bianca su cerchio azzurro, stile Brexit Party (v. la parte finale dell'articolo). Personalmente interpellato, Migliaccio spiega di aver inviato una prima diffida a Gianluigi Paragone il 15 luglio, chiedendo di eliminare quanto prima dal nome e dal simbolo del suo partito il riferimento "Italexit", che il partito di cui Migliaccio è segretario aveva depositato come marchio quasi un anno prima.
Sempre Migliaccio spiega di aver ricevuto una risposta da uno studio legale per conto di Paragone, in data 16 luglio: si tratta dello stesso giorno in cui presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi è stato depositato come marchio il nuovo simbolo, con l'elemento "Italexit" ridotto di dimensione all'interno dell'emblema (se ne parla sempre nell'articolo). In quella risposta si faceva notare che "Italexit è un termine generico, che si inserisce in quell'insieme di parole coniate per l'ultimo decennio per identificare quei movimenti economico-politici rappresentativi del sentimento di euroscetticismo, secondo cui ,per migliorare le condizioni di un paese, è necessario riacquistare la piena sovranità" (Brexit, ovviamente, ma anche Grexit, Spexit e Danexit); si tratterebbe dunque di un termine solo descrittivo (al punto che è stato inserito anche dal 2016 come voce del Vocabolario Treccani) che non potrebbe costituire di per sé un valido marchio e, inserito in un contesto più complesso, darebbe luogo solo a un marchio debole (cioè sarebbe proteggibile soltanto la precisa combinazione di elementi all'interno del marchio impiegata da chi ha registrato il segno per primo, mentre non ci sarebbe alcuna confondibilità con modifiche anche minime rispetto al primo emblema). 
La coincidenza delle date fa pensare che in effetti il nuovo marchio (cioè il simbolo presentato in conferenza stampa) sia stato depositato anche a seguito della diffida. "Ora il simbolo è cambiato, è vero - aggiunge Migliaccio - ma mi limito a notare che il sito del partito fondato da Paragone è Italexit.it: ha talmente poco valore quell'espressione all'interno del simbolo di quel partito che la si usa addirittura per il nome a dominio del sito, senza nemmeno impiegare 'No Europa per l'Italia', quando il nostro sito www.italexitpartitopolitico.it è stato registrato alla fine di luglio del 2019. Sarà anche un nome generico e descrittivo Italexit, non creato da noi, ma i primi a utilizzarlo come denominazione di un partito siamo stati noi: questo non è contestabile da nessuno e le nostre battaglie le continueremo". 
La querelle politica, dunque, prosegue (anche se non è detto che finisca in carta bollata). E a questo punto viene facile fare una domanda: come mai, nell'epoca della semplificazione, nessuno ha pensato di usare semplicemente il termine "ExIt", giocando a dovere sulla grafica? 

* * *

La notizia era nell'aria da settimane, si attendeva solo di conoscerne tempi e dettagli. Ieri mattina i tempi sono maturati e Gianluigi Paragone, in una conferenza stampa alla Camera, ha annunciato la nascita del suo partito: in molti lo chiamano Italexit, ma la parte principale del nome è No Europa per l'Italia. L'incontro con la stampa è stato anche l'occasione per presentare Monica Lozzi, presidente del VII municipio di Roma, "una delle primissime persone con cui ho ragionato ad alta voce - ha detto il senatore ex M5S -. Lei oggi lascia ufficialmente il MoVimento 5 Stelle, aderisce a Italexit e sarà la nostra candidata a sindaco di Roma, sulla base di un'esperienza vera", cioè l'abbattimento delle case dei Casamonica". 

"Il partito che mancava"

"Tra i colleghi e gli addetti ai lavori - ha dichiarato Paragone ai giornalisti - la domanda di fondo è: ci voleva un altro partito politico? La mia risposta è facile: l'unico partito che mancava era questo, un partito che con una posizione netta dicesse 'fuori dall'Unione europea'. Tutti gli altri partiti pensano con sfumature diverse di rimanere in quel perimetro e di correggere l'Ue; io penso che sia una missione inutile e impossibile: impossibile perché la maionese impazzita non la raddrizzi; inutile perché la crisi è adesso e le risposte che sta dando l'Ue sono le stesse e sono sbagliate, perché non scaricano sull'economia reale i soldi di cui questa ha bisogno". 
Ovviamente le questioni economiche hanno avuto un grande peso nella conferenza stampa: "In troppe persone - ha continuato il senatore - noto molta leggerezza, nel non capire cosa significhi un calo del 12% del Pil: significa vedere un paese che sanguina e che in molti casi può sanguinare mortalmente. Nelle crisi pregresse abbiamo dovuto fare i conti con suicidi, desolazione e depressioni; il modello dell'Ue prevede una progressiva consunzione dei diritti e un progressivo indebitamento, anche privato, favorito dai tassi favorevoli. Per questo si entra nella spirale del debito senza nemmeno accorgersene: il gioco è molto ingannevole. Venivamo da una cultura del risparmio che ha mosso l'ascensore sociale, questo oggi si è inceppato perché il risparmio è stato tradito: alla base credo che ci sia il programma neoliberista europeo, che sembrava fatto apposta per creare le condizioni di un impoverimento dei cittadini, cioè del popolo sovrano di cui parla la Costituzione, delle famiglie, dei lavoratori, degli imprenditori, dei professionisti e delle partite Iva".

Il manifesto

In una situazione tanto critica, secondo Paragone l'uscita dell'Unione europeo sarebbe funzionale al tentativo di far ripartire il paese: "Credo sia arrivato il momento di sciogliere il nodo gordiano con la spada: non c'è altro modo per far capire all'Ue che sta sbagliando tutto. Il Recovery Fund è un pezzo di qualcosa che non porterà i soldi adesso, quando invece servono qui e ora". Per ottenerli ("come è accaduto nel Regno unito, in cui il governo dopo Brexit è intervenuto subito") Paragone ha messo in campo il "progetto Italexit", che punta a "un'Italia forte, libera e indipendente, che recuperi la propria sovranità e sia di nuovo capace di autodeterminarsi", per "cancellare gli effetti nefasti degli ultimi trent'anni di politiche antipopolari e ricostruire una società all'insegna dei diritti e dei valori della nostra Costituzione". 
Così inizia il manifesto del nuovo partito (disponibile sul sito del partito), che si articola in vari punti, elencati di seguito: recuperare la sovranità monetaria ("la base dell'indipendenza di una nazione", per cui la finanza pubblica "non può più essere asservita a vincoli arbitrari stabiliti da entità sovranazionali prive di legittimità democratica"); restituire agli italiani ciò che è loro (banche pubbliche, grande industria di Stato, reti energetiche, istruzione, trasporti, sanità pubbliche); un pano di rinascita industriale (con lo Stato protagonista); per la sovranità alimentare (sostenendo le imprese delle eccellenze enogastronomiche, "sempre meno ordinarie sulle tavole degli italiani"); lavoro per tutti (puntando molto sui "lavori potenziali - e assolutamente necessari - da creare nei campi della riconversione ecologica, dell’urbanistica, delle infrastrutture, dell’assistenza sociale", con grandi interventi dello Stato); i confini nazionali, baluardo dell'autodeterminazione (regolando i flussi migratori, lavorando per la piena integrazione e controllando i confini per salvaguardare le identità e le culture nazionali, ma anche per difendere il diritto di ogni persona a vivere nel proprio Paese); sulla salute non si lucra (rilanciando con forza la sanità pubblica, cessando ogni esternalizzazione, privatizzazione e sovvenzione a quella privata; riflessioni in tema di impatto sulla salute su scelte come quelle sulle infrastrutture 5G e sull'obbligo vaccinale); un approccio radicale alla crisi ambientale (riportando al centro il benessere collettivo, prestando attenzione alla salvaguardia di tutto il patrimonio naturale, da quello paesaggistico a quello boschivo, pianificando pure una politica industriale che porti a costuire un innovativo tessuto produttivo che sia realmente ecosostenibile); oltre la Ue, per una reale collaborazione europea (se il percorso europeo finora ha acuito le divergenze e creato rivalità, serve creare vera cooperazione su temi come la geopolitica, la gestione dei fenomeni migratori e la questione climatica, possibili anche senza euro).

Il simbolo 

"I sondaggi dell'istituto Piepoli - ha sottolineato Paragone - ci danno al 5%, un buon punto di inizio per una forza che deve ancora radicarsi". E che, si aggiunge, fino a quel momento non aveva un simbolo, che invece è stato svelato proprio durante la conferenza stampa. Si tratta di una curiosa forma esagonale (finora vista essenzialmente con il Partito d'azione liberalsocialista, in ogni caso inseribile in una circonferenza), a tinte tricolori, ma con una freccia in evidenza: all'interno e all'esterno è contenuto l'interno nome della nuova forza politica. 
Come si è detto, il progetto era stato etichettato da molti, già nelle settimane scorse, come Italexit, "che ormai è la suggestione di qualcosa che dopo Brexit ha preso il via". Il concetto è stato abbinato al nome del senatore che ha promosso il progetto, "non per smanie di protagonismo, ma per brandizzare il partito". I colori della freccia e delle scritte - lo si diceva - sono quelli dell'Italia: "è il segno che si vuole ripartire dalla sovranità di uno Stato che ha tutte le carte in regola per giocare la partita su tutti i mercati".
Lo slogan "Italexit con Paragone" (con il segmento orizzontale della L allungato e con la punta di freccia fuso con il segmento centrale della E) in effetti è stato immaginato probabilmente come primo marchio, visto che come tale il 10 luglio è stato depositato all'Ufficio italiano brevetti e marchi (con anche attenzione per le sfumature e con due elementi a freccia, uno verde e uno rosso). Quello stesso logo (stavolta tutto blu) era anche l'elemento centrale di una prima versione del fregio esagonale, di cui è stata chiesta la registrazione come marchio nello stesso giorno: lì "Italexit" era collocato all'interno della freccia, mentre negli spazi sopra e sotto era inserita e "spacchettata" la dicitura "No Europa per l'Italia". Proprio quella che, in un secondo momento, è diventata la parte principale del nome, finendo all'interno della freccia (tra l'altro cambiando carattere): "l'abbiamo voluta mettere al centro per parlare italiano: fa capire la nostra contrarietà a un'Europa che coincide con l'Unione europea e non ce n'è un'altra a disposizione. L'Europa è un luogo geografico, ma non è un luogo politico".
La versione del simbolo presentata alla stampa è stata depositata come marchio sei giorni dopo, il 16 luglio (quando ancora il vertice per la definizione del Recovery fund non si erano aperte). Tutte e tre le domande di marchio sono state presentate per le classi 41 (educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali). Come richiedente figura la società "In Movimento S.r.l.s.", che risulta aver iniziato l'attività il 23 gennaio di quest'anno (mentre all'inizio dell'anno Paragone era stato espulso dal M5S): il nome ricorda un intervento del senatore a Tagadà, nel periodo in cui si parlava insistentemente di una collaborazione con Alessandro Di Battista: "Creare un nuovo partito? Non si fonda un partito dall'alto, mi rimetto in movimento con i temi veri del M5S". In Movimento, appunto. Come rappresentante del richiedente è indicato l'avvocato Enrico Tindaro La Malfa, avvocato dello studio legale bolognese Safety Brand.
Al di là delle evoluzioni del marchio, il simbolo si prepara a raccogliere le firme per partecipare alle elezioni amministrative romane del prossimo anno e, magari, anche prima; in ogni caso, se la legislatura arriverà alla sua conclusione naturale (come immaginato da Paragone), ci sarà il tempo per far conoscere l'emblema e il progetto politico che intende rappresentare. Nel frattempo, sarebbe bene far leva soprattutto sul concetto di "No Europa per l'Italia" piuttosto che su "Italexit", che non è proprio nuovo: sempre nella banca dati dell'Ufficio italiano brevetti e marchi risulta depositato il 25 luglio 2019 (praticamente un anno fa) l'emblema Italexit - Diamo il giusto valore alla nazione, conformato come quello del Brexit Party di Nigel Farage: a depositarlo era stata Teodora Santoro di Carovigno (Br). E proprio a Carovigno aveva sede la segreteria di quel partito, che ha ancora un suo sito web e una sua pagina Fb, con un'idea chiara: avere "un'Italia libera e sovrana. Uscire si può, anzi... si deve!".

mercoledì 13 maggio 2020

#StopEuropa: Italia unita, per uscire dall'euro (e non solo)

Al di là di ciò che accade nelle aule parlamentari, sembra crescere sempre di più il fronte di coloro che chiedono una discontinuità forte nei rapporti con l'Europa, fino all'abbandono dell'Unione europea e, soprattutto, della sua moneta. Tra i gruppi che si distinguono, c'è Italia unita - #StopEuropa, soggetto politico che rappresenta l'evoluzione recente di un progetto nato ormai cinque anni fa.
Il sito del partito, graficamente curato, riporta lo statuto e i riferimenti alle campagne che sono già state elaborate dai vertici del gruppo: esso, come si legge in rete (Ivg.it), sarebbe nato "dalla fusione di diversi gruppi Facebook" e la sua pagina conta quasi 2500 like, anche se i simpatizzanti sulla rete sarebbero in numero ben maggiore.
Il movimento, come si legge nel sito e sulla pagina, "nasce da membri del popolo, per essere al servizio del popolo, del popolo italiano, che richiede a gran voce il ritorno alla moneta nazionale e l'uscita dai vincoli dell'UE che tutto sembra tranne che una risorsa per il nostro paese". Fine del soggetto politico è, come scritto pure nello statuto, "il conseguimento del benessere del popolo italiano ed ispira la propria azione politica ai valori universali di libertà, giustizia, uguaglianza, meritocrazia, equità fiscale e solidarietà con al centro l'individuo che, in qualità di cittadino, forma il popolo sovrano della nostra nazione". Una delusione, dunque, tanto verso l'atteggiamento dell'Europa, quanto verso i politici italiani di oggi, senza troppe differenze tra loro. 
In effetti, come si diceva, la storia del percorso che ha portato a Italia unita - #StopEuropa non è breve. La cronologia della pagina ricorda che questa nacque il 28 maggio 2015 con il nome "Veri italiani", divenuto rapidamente Progetto Veri italiani: era già presente un'elaborazione grafica, con la sagoma tricolore dell'Italia inserita in una sfera, racchiusa da una freccia tricolore inesauribile, così come c'era il payoff "Uniti per l'Italia" che, con il tempo e con la fusione di varie realtà, sarebbe diventato (da poche settimane) l'attuale Italia unita.
Il movimento si è già dato un organigramma, con un presidente (Simone Verdicchio), due vicepresidenti (Vivien Vettese e Federico Cammarota), un coordinatore nazionale (Giuseppe Cuscusa), un tesoriere (Antonio Storti), un responsabile adesioni (Sirio Gandolfi), un responsabile nazionale dipartimenti (Pietro Pesce), un ufficio comunicazione (con Tiziana Zampieri e Tiziano Sotgia) e una coordinatrice del movimento giovanile (Nunzia D'Acunzo). Nel loro programma, piuttosto articolato, si parte inevitabilmente con l'uscita dall'Europa e dall'Euro (con tanto di raccolta firme per chiedere un referendum Italexit), con il recupero della sovranità monetaria tornando alla moneta nazionale (e riattivando la zecca dello stato perché la ristampi). La maggior parte delle previsioni riguarda lo sviluppo economico (comprese le politiche per il lavoro), l'economia e il fisco, ma non mancano proposte anche nelle altre materie.
Tutto ciò si riassume in un simbolo che appare studiato con cura nei suoi dettagli e nella sua realizzazione. Esso è descritto nello statuto di Italia unita - #StopEuropa: "un cerchio racchiudente una stella argentata, che ha un baffo laterale destro tricolore raffigurante la bandiera Italiana, la punta sinistra della stella è distaccata dal resto del disegno ed è di colore blu scuro con all'interno un cerchio di stelline gialle raffiguranti lo stemma dell’Unione Europea e scritta trasversale e sottostante in bianco #STOPEUROPA. Sotto la stella vi è la scritta ITALIA in carattere grassetto maiuscolo bianco e ancor più in basso vi è la scritta UNITA in carattere maiuscolo bianco, entrambe su sfondo azzurro". Al simbolo sono legate un paio di curiosità: all'interno è presente il simbolo del marchio registrato, al momento però risulta depositata solo la domanda di marchio (il 20 marzo, a nome del presidente Verdicchio) della dicitura #StopEuropa, mentre non si trova - salvo errore - alcun deposito del simbolo di Italia unita (nome peraltro già oggetto di un marchio politico che risale alla fine degli anni '90). Curiosamente, poi, il carattere utilizzato per il nome del partito - probabilmente un Brandon Grotesque - somiglia moltissimo a quello adottato nel 2014 da L'Altra Europa con Tsipras.
Ultima curiosità: nel sito del movimento si invita a sottoscrivere una petizione per consentire al soggetto politico di evolvere e diventare un partito. "Per qualificarsi ed essere riconosciuti come partito politico - si legge - bisogna generalmente avere al proprio seguito almeno mille sostenitori, il numero minimo per fondare un partito". Davanti a questa frase si resta francamente perplessi: fino alla fine del 2013 non esisteva alcuna disciplina di riconoscimento come partito, mentre dopo l'entrata in vigore del decreto-legge n. 149/2013 (convertito con legge n. 13/2014) non risulta alcun requisito di consistenza di iscritti. Per domandare il "riconoscimento", che altro non è che l'inserimento del partito in un apposito registro a seguito della valutazione di conformità dello statuto alle norme vigenti, sono indicati altri requisiti: occorre, alternativamente, avere presentato candidature con il proprio simbolo alle elezioni politiche, europee o regionali, essere indicati come rappresentativi di un gruppo o di una componente parlamentare o, ancora, aver depositato congiuntamente il proprio simbolo con altre realtà e avere concorso a un elezione politica o europea ottenendo almeno un eletto. Come si vede, non c'è alcun riferimento a un numero minimo di iscrizioni. Il che non impedisce, ovviamente, al movimento di diventare partito, non appena una componente parlamentare dichiari di rappresentarlo o non appena abbia partecipato a un'elezione almeno regionale.