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domenica 18 dicembre 2016

Sel chiude bottega: analisi di un emblema al capolinea

Le storie umane nascono per durare il più a lungo possibile; a volte terminano troppo presto, a volte troppo tardi, ma la fine è scritta nel loro Dna fin dall'inizio. L'atto conclusivo (o ciò che direttamente lo precede) è arrivato ieri anche per Sel. Una sigla che, all'inizio della storia - databile al 16 marzo 2009, giorno della conferenza stampa di presentazione - significava Sinistra e libertà, ma già qualche mese dopo - in particolare dall'assemblea fondativa del 19 e 20 dicembre 2009 - aveva il significato completo di Sinistra ecologia libertà. Sette anni di vita con lo stesso nome, che si sono di fatto chiusi ieri alla Domus Australia di via Cernaia a Roma: il penultimo passo, annunciato da tempo, verso la nuova avventura di Sinistra italiana destinata a prendere ufficialmente il via tra qualche mese.
Ho detto penultimo passo perché, per quello che si è potuto capire, l'ultimo atto - ossia la decisione definitiva di scioglimento - spetterà alla segreteria, una volta completate le assemblee locali svoltesi nei giorni scorsi. Niente congresso nazionale dunque, cosa che a qualcuno non è piaciuta, così come una parte degli iscritti non condivide l'approdo - previsto dal 17 al 19 febbraio 2017 - all'interno di Sinistra italiana, per cui alcuni (come Luciano Uras) sono già approdati al Pd o si sono avvicinati, aggiungendosi a coloro che hanno percorso la stessa strada nei mesi scorsi (tra loro, ad esempio, Gennaro Migliore). 
Non spetta a questo sito dire se Sel è stata davvero - come si leggeva nel sito alcuni giorni fa - "un'esperienza di straordinaria ricchezza, che [...] ha dato molto in termini di riflessione, di legami umani e patrimonio politico"; certamente di fatto ieri si è conclusa una storia, vissuta quasi sempre ai margini. Prima della politica parlamentare (nel 2009 il cartello Sinistra e libertà mancò l'obiettivo dello sbarramento al 4% e non riuscì a entrare a Strasburgo), poi della politica che conta: nel 2013 fece parte della coalizione Italia bene comune di Pierluigi Bersani e, permettendo al centrosinistra di ottenere il premio di maggioranza alla Camera, ottenne un discreto numero di seggi, ma con la nascita del governo Letta si collocò subito all'opposizione e lì è rimasta per tutta la legislatura. 
Negli iscritti  c'è la consapevolezza di dover puntare a far introdurre nell'agenda del paese la lotta alla crisi economica e alla diseguaglianza viva nel paese, l'impegno per le politiche ambientali, l’innovazione e la ricerca, per i diritti di cittadinanza e per la conversione dell'economia verso sistemi "più solidali e intelligenti". Tutto ciò, peraltro, non sarà (più) fatto o tentato sotto il simbolo di Sel, uno dei primi emblemi essenzialmente "letterali" degli ultimi dieci anni: l'area del contrassegno colorata di rosso - che contenesse o meno il riferimento a Nichi Vendola - non aveva una funzione grafica precisa, se non quella estetica, risultando molto più importante il contenuto testuale dell'emblema. 
Certo, anche il simbolo - provvisorio? - di Sinistra italiana è fondamentalmente letterale, anche se la sigla è stata scritta in un modo riconoscibile e minimamente studiato. Non basta però rilevare questo per assicurare che anche nel nuovo soggetto politico si potrà "provare a costruire una memoria condivisa, [...] riflettere su ciò che siamo stati e su ciò che sarà". Di certo Sinistra italiana non potrà, non vorrà essere una riedizione della Sinistra - l'Arcobaleno del 2008 o (peggio) della Rivoluzione civile di Ingroia (2013), con cui si era cercato di tenere insieme i pezzi della sinistra radicale (e non solo quella), rimanendo però regolarmente fuori dalle aule parlamentari. Proprio all'interno della Camera e del Senato, invece, è nato il nucleo di Sinistra italiana e lì vorrà rimanere e tornare, per incidere sulle scelte politiche in modo più significativo di quanto non sia stato fatto finora. Certo gli affezionati al rosso, anche solo per ragioni storiche, con l'ultima versione emblema avranno di che essere contenti, vista l'abbondanza del colore. 

domenica 21 febbraio 2016

Sinistra italiana, un marchio che sa di "già visto"

Si chiude oggi Cosmopolitica, assemblea di tre giorni per far ripartire la sinistra in Italia a partire dalla vita reale, fatta di persone ed esperienze. L'evento l'hanno organizzato varie associazioni e movimenti, da Sinistra ecologia libertà e da Sinistra italiana, contenitore che raccoglie vari ex Pd (come Carlo Galli e Alfredo D'Attorre) e al momento esistente essenzialmente come gruppo alla Camera, appunto assieme a Sel. 
Quella che si chiude ora è essenzialmente un'assemblea delle idee, non un evento congressuale: quello è previsto in dicembre, ma fino ad allora Sinistra italiana è destinata a essere qualcosa di più che il nome di un gruppo parlamentare. E' stato Peppe De Cristofaro di Sel (partito che ha scelto di non rinnovare il tesseramento per il 2016, in vista della nascita di un nuovo soggetto politico) a confermare che quell'etichetta sarà, in via provvisoria, il nome della nuova formazione, in attesa del congresso che potrà confermarlo o cambiarlo. Lo stesso avverrà con il simbolo provvisorio che è stato proiettato venerdì sera al Palazzo dei Congressi di Roma e che, forse, sarebbe meglio denominare logo: si risolve infatti nell'acronimo di Sinistra italiana, con le lettere tracciate da quattro linee rosse e con la "i" minuscola girata, in modo da consentire una lettura anche come punto esclamativo, quasi a voler affermare la convinzione per il nuovo progetto.
Di certo la soluzione grafica adottata venerdì non è piaciuta a tutti (al di là della reazione del pubblico presente non proprio entusiasta, i primi dubbi sono arrivati da Mariano Di Palma di ACT), così come qualcuno ha espresso dubbi sul nome, soprattutto sul reale valore attuale della parola "sinistra". "Cosmopolitica è stata un'opportunità importante per aprire finalmente un'alternativa credibile e di sinistra - precisa Raffaella Casciello, sempre del direttivo di ACT -. Pensiamo per questo che vada fatto uno sforzo ulteriore su nome e simbolo andando ancora oltre il nome provvisorio che è stato scelto. Lo decideremo democraticamente nei prossimi mesi. La parola 'sinistra' e la parola 'italiana' non raccontano a sufficienza l'enorme spazio sociale e politico che le nostre idee e le nostre pratiche possono rappresentare per milioni di persone nel nostro Paese".
Limitandosi al simbolo, tuttavia, ci si può al momento limitare a dire che la novità non sembra il punto di forza del nuovo segno. Innanzitutto la sigla è la stessa dei Socialisti italiani di Boselli (nati alla fine del 1994), a sua volta già usata in precedenza da Vittorio Sgarbi e dai referendari vicini a Massimo Severo Giannini nel 1992. 
Sul piano grafico-visivo, in più, l'idea di tracciare le lettere con varie linee equidistanti tra loro è già stata sfruttata in più occasioni. Il marchio più duraturo probabilmente è stato quello del Coni, il comitato olimpico nazionale italiano, che prima del segno distintivo in uso oggi ha avuto la propria sigla disegnata proprio con cinque linee blu (o, se si preferisce, quattro bande bianche bordate di blu). Soluzioni simili si possono ricordare - sono le prime che mi vengono in mente, in realtà - applicate agli emblemi del Centro sportivo italiano e del Credito italiano. Unica vera novità sembra essere il colore, che forse non poteva essere che il rosso; al momento, comunque, a contrassegnare "una formula ibrida, un partito oltre il classico partito" (sempre parole di De Cristofaro, riportate dal manifesto) restano le lettere "Si". Per capire il futuro, anche simbolico, della sinistra parlamentare c'è ancora qualche mese di tempo e molto lavoro da fare.

lunedì 21 dicembre 2015

La fratellanza stilizzata di Salerno di tutti

Anche a Salerno, nei prossimi mesi, sarà tempo di urne. Nel 2016 sarebbe scaduto il secondo mandato da sindaco di Vincenzo De Luca; la scadenza resta immutata anche dopo a decadenza dello stesso De Luca, non per la "legge Severino" ma per il suo ruolo di sottosegretario nel governo Renzi. 
Gli occhi sono puntati già da ora, oltre che sulle scelte del Partito democratico, su ciò che si muove a sinistra del Pd. Emerge in particolare un simbolo piuttosto nuovo, a metà tra il verbale e il grafico stilizzato: quello di Salerno di tutti. Per quello che è dato capire (si veda questo articolo della Città di Salerno), si tratta di un'esperienza in qualche modo figlia di Sinistra ecologia libertà e del travaglio vissuto da quella formazione nei mesi scorsi, in seguito all'esperienza non esaltante - per Sel - della lista Tsipras alle europee e alle emorragie di dirigenti e iscritti dei mesi successivi, non di rado verso il Pd. 
Il nuovo segretario provinciale di Sel, Franco Mari, aveva riunito intorno a sé un nuovo gruppo di persone (tra amministratori, ex amministratori e altri soggetti) con la missione di "ricostruire praticamente da zero un partito - nota il giornalista Mattia Carpinelli - stando, tranne in qualche rarissima occasione, fuori dalle istituzioni". Già alle elezioni regionali campane si era sperimentata una corsa unitaria di Sel e di Rifondazione comunista (contro il Pd e il suo candidato, De Luca), sotto il simbolo della lista Sinistra al lavoro per la Campania; il risultato non era stato memorabile, ma i rapporti tra i due partiti si erano stretti maggiormente (cosa tutt'altro che scontata a livello locale e nazionale). Frutto del loro rapporto rinnovato è proprio Salerno di Tutti, etichetta con cui c'è il progetto di correre anche alle amministrative che si preparano per i prossimi mesi. La struttura è assolutamente semplice, con un fondo rosso scuro omogeneo: unico elemento cromatico differente è il bianco del nome della formazione stessa. La parola "Tutti", in compenso, è declinata in chiave umano-geometrica, con le ultime tre lettere maiuscole trasformate in sagome personali stilizzate grazie a un pallino bianco posto al di sopra: quelle stesse figure sono tutte collegate tra loro, come a dimostrare la "social catena" dei salernitani che la formazione si propone di creare o di rappresentare. Probabilmente il risultato finale non è graficamente appetibile, ma se non altro l'idea viene veicolata; basterà per farsi apprezzare dagli elettori?

venerdì 25 settembre 2015

Senigallia, La città futura: il nuovo simbolo lo decidi tu

L'unione, dicono i supposti ben informati - o, più semplicemente, i citatori seriali di proverbi - fa la forza; sarà, ma tra partiti a unirsi ci vuole un certo coraggio, sia perché a correre insieme si rischia spesso di litigare (per le candidature e per i soldi, ad esempio), sia perché - lo si è già scritto su queste pagine - in politica due più due fa sempre meno di quattro. Nonostante questo, però, a volte ci si mette insieme nella speranza di superare la soglia di sbarramento prevista o (quando non c'è) di portare ugualmente a casa dei seggi che diversamente non sarebbero scontati. Ecco allora che, di solito, nascono i contrassegni compositi, cioè quelli che al loro interno raccolgono gli emblemi dei partiti che hanno contribuito a fondare l'alleanza o il "cartello". E' stato così anche per La città futura, nata nel 2010 a Senigallia come laboratorio politico-culturale che ha riunito Sel, Verdi e Partito dei comunisti italiani: a distanza di cinque anni, però, le forze che l'hanno composto vogliono fare un passo ulteriore e costruire qualcosa di nuovo.
Nel paese in provincia di Ancona, in effetti, il contrassegno era apparso sulla scheda del 2010 all'interno della coalizione di centrosinistra che ha sostenuto il candidato sindaco risultato vincente già al primo turno, Maurizio Mangialardi: in quell'occasione, La città futura e il suo volatile blu, appena tratteggiato ad ali spiegate su fondo giallo, ottennero due seggi. Già allora l'emblema aveva una parvenza di tridimensionalità: i tre simboli dei partiti facevano la loro ombra - al pari del volatile e del nome della lista, purtroppo scritto in Comic Sans Serif - sul tondo giallo, che a sua volta ombreggiava il fondo bianco del cerchio che racchiudeva tutti gli elementi.
L'emblema è tornato quest'anno, al rinnovo dell'amministrazione, con Mangialardi che è stato confermato. In effetti i consiglieri si sono dimezzati, passando da 2 a 1, ma certamente il taglio del "decreto Salva Italia" alle consistenze dei consigli comunali ha fatto la sua parte: il calo dei voti, infatti, è stato contenuto rispetto ai numeri di cinque anni prima (da 1270 a 1102), specie se si considera l'affluenza alle urne decisamente inferiore. Rispetto alla tornata precedente, in effetti, una modifica grafica c'era stata: i Comunisti italiani, infatti, si erano nel frattempo trasformati nel Partito comunista d'Italia e anche il simbolo, così, è stato modificato.
Ora però, come si diceva, per chi ha creato La città futura è tempo di andare oltre. Proprio ieri, infatti, si è aperta la sesta edizione della festa della Città futura a Senigallia e, con essa, anche "il cantiere del nuovo simbolo", perché quello originario lasci spazio - si legge nel sito della lista - "ad uno nuovo che rappresenti ancora meglio quel percorso civico avviato ormai molti anni fa a Senigallia da La Città Futura". La città futura rivendica di avere sempre avuto "l’ambizione di contribuire, dal basso, a quel processo che porti, anche a livello nazionale, ad una formazione politica di sinistra e ambientalista, finalmente unitaria  e con ambizioni di governo": anche per questo, occorre un segno di discontinuità, nell'apparato (cosa che è già stata fatta) e pure nella grafica. 
Va in questa direzione l'invito, esteso a chiunque, perché presenti proposte per il nuovo emblema, durante i giorni della festa (che prevede uno spazio espositivo per mostrare ai visitatori le idee pervenute e permettere che siano valutate) o attraverso l'indirizzo lacittafuturasenigallia@gmail.com oppure presentandole durante le giornate della festa. Riusciranno aderenti e simpatizzanti della Città futura a sfornare idee valide, buone da disegnare? Gli appassionati della grafica sperano di sì.

sabato 11 luglio 2015

A ottobre nuovo simbolo per Vendola?

La notizia volendo c'è: a ottobre a sinistra dovrebbe nascere un nuovo simbolo, che parta dall'esperienza maturata fin qui da Sinistra ecologia libertà ma risulti effettivamente nuovo e potenzialmente stabile, non improvvisato. Pare in sostanza questo il contenuto del discorso di Nichi Vendola all'assemblea nazionale di Sel, tenutasi oggi a Roma. 
Vietato parlare di scioglimento (anche perché, come ormai si sa, i partiti che si sciolgono in Italia sono pochissimi, al più vengono abbandonati e lasciati dormire, nell'attesa di un risveglio che non sempre arriva); al massimo si può configurare un'evoluzione. "Sel - parole di Vendola - non torna indietro, ma va avanti, non si scioglie ma muta, si mette in gioco". Lo scopo? Cercare "di contribuire alla riscossa della gente che soffre nel nostro paese e in Europa", in "una sfida che ci può restituire felicità".
Lasciate stare i discorsi - pure importanti - di origine greca, contro l'Europa che ammutolisce il popolo, ridotto a "soggetto da sondare, a soggetto per il televoto". Prendete la parte in cui l'ex presidente della Puglia riconosce la necessità di mettere da parte i risentimenti del passato (ma non del tutto, qualche sassolino se l'è tolto pure oggi) e di guardare a una nuova stagione: "Noi oggi abbiamo la necessità non di scioglierci, non di dissipare il nostro patrimonio di storie, cultura, esperienze e anche errori ma abbiamo bisogno di investirlo, di usarlo come capitale sociale da investire nell'obiettivo fondamentale alla base della nostra sfida: rimettere la politica nelle mani di un protagonista diffuso". Il problema, però, resta il come: per Vendola serve "una ricerca unitaria, con una tempistica attenta", sapendo che "sono stati fatti molti errori, qualcuno non si può più replicare: non possiamo più presentarci neppure alle amministrative con un improvvisato cartello elettorale" che dia l'impressione "dell'accrocchio di ceti politici per la sopravvivenza elettorale". Si dovrebbe quindi creare, sempre per Vendola, "una cosa che non abbia natura pattizia".
Quella "cosa" di cui parla il leader di Sel dovrebbe passare attraverso "la costruzione di una piattaforma digitale, la nascita di una web tv e a ottobre un grande evento nazionale e di popolo": risultato, "un progetto [...] che almeno alle prossime elezioni politiche ci possa portare con un nuovo simbolo, con un nome nuovo a fare un'impresa per cui la sinistra può tornare a essere utile per la società". Nuovi segni distintivi, dunque, ma chi dovrebbe starci dietro o sotto, oltre a Vendola e compagni? Probabilmente si dovrebbe partire da coloro che erano presenti all'evento di oggi, come Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista), Francesco Campanella (Italia lavori in corso, ex M5S) e Stefano Fassina, per allargarsi poi "ai compagni collocati alla nostra sinistra, a quelli usciti dal Pd". La sfida pare ambiziosa, ma obiettivamente costruire qualcosa di realmente nuovo, che non sembri raccogliticcio o instabile, con pezzi di sinistra (o parasinistra) così diversi tra loro, si presenta come un compito maledettamente difficile. 

venerdì 3 aprile 2015

Lista Tosi e Ven(e)to nuovo: le prime carte scoperte

Tempo per definire e schierare le truppe ce n'è ancora: se alle regionali si voterà il 31 maggio, all'inizio del mese si dovranno depositare candidature e firme in tribunali e corti d'appello. Di sfide importanti ce ne saranno diverse, ma gli occhi - manco a dirlo - sono puntati soprattutto sul Veneto, specialmente dopo il "caso" legato a Flavio Tosi
Ed è proprio una delle liste a sostegno dell'attuale sindaco di Verona (ed ex leghista) a svelare per prima le sue insegne, con il simbolo presentato via Twitter dall'account dello stesso primo cittadino scaligero. Si tratta, a ben guardare, della lista più facile da immaginare, anche se non era del tutto scontata. Più volte, infatti, si era parlato nei giorni scorsi di una declinazione della "Lista Tosi" già sperimentata a Verona alle amministrative, quindi una formazione "di stretta osservanza tosiana", che proiettasse il carattere civico (spruzzata di vari tocchi carismatici e un po' leaderistici) in una dimensione regionale.
Di certo, come avevamo anticipato qui, sarebbe stato ben difficile riproporre gli stessi colori della formazione veronese, come pure lo stemma cittadino. Alla fine, l'emblema diffuso da Tosi mantiene l'idea dello stemma centrale - chiaramente stavolta è il leone di San Marco, che non mancherà di certo anche nel fregio leghista - così come la font del contrassegno, in particolare quella con cui è scritto il cognome (che, tra l'altro, sembra guadagnare in evidenza). Come il segno veronese, poi, quello della nuova lista tosiana è bipartito e il alto resta il colore giallo. La parte bassa del cerchio si tinge di grigio, che assieme al giallo è la tinta della fondazione di Tosi "Ricostruiamo il paese": ai giornali era stato precisato che quel soggetto non avrebbe presentato un suo simbolo e così è, ma nel contrassegno diffuso sembra esserci almeno un altro richiamo, cioè il segmento centrale bianco che cresce da sinistra a destra, proprio come il fascio di luce del faro che simboleggia la fondazione.
Ci sarà da vedere quali altre liste saranno a sostegno della candidatura di Tosi, ma nel frattempo è bene non perdere di vista anche gli altri schieramenti, per valutare a dovere l'offerta politica. Così si può scoprire che a sinistra si cerca di mettere insieme le forze, sperando di portare a casa qualcosa. Ci prova la lista Ven[e]to Nuovo, definita sul Mattino di Padova da Albino Salmaso come raggruppamento della "sinistra ecologista, della difesa dei diritti del lavoro e dello stop ai project financing". La lista sostiene Alessandra Moretti e il contrassegno comprende in sé quelli di Sel, dei Verdi Europei (legati a Luana Zanella e a vari comitati ambientalisti) e della "Sinistra veneta". Si apprende che quest'ultimo emblema, chiaramente ispirato nella grafica a quello della lista Tsipras (ma dalla grafia davvero troppo sottile per essere seriamente vista nelle miniature sulle schede) che dietro quella "pulce" ci sarebbe il gruppo di Pierangelo Pettenò e Sebastiano Bonzio distaccatosi da Rifondazione comunista dopo che il congresso aveva sancito la vittoria di una linea politica più "intransigente". 
Accanto all'adozione dello Tsipras' style, colpisce l'esordio - salvo errore - dei Verdi Europei senza alcuna traccia di sole che ride, così come lo stratagemma grafico legato al nome della lista. I giochi di parole, in fondo, sono sempre coraggiosi, perché è difficile renderli graficamente: i promotori della lista ci provano, mettendo la "e" (rossa, per l'occasione, come la circonferenza esterna) tra parentesi quadre e, per dare l'idea del vento, si affidano a una serie di elementi curvilinei verdi sovrapposti, come foglie mosse dall'aria. A dire la verità, l'effetto è piuttosto quello di una grafica da erboristeria o negozio salutista, ma la resa non è così drammatica e si può apprezzare lo sforzo. Tanto la valutazione finale toccherà agli elettori: loro, a quanto se ne sa, non dovrebbero mettere la croce in base all'estetica dei contrassegni...

domenica 15 febbraio 2015

Lazio 2010, il Polverini (Fabio) cancellato

Il 2010, non ci sono dubbi, fino a ora è stato l'annus horribilis delle elezioni regionali. D'accordo, c'era stato il "caso Piemonte", con la vittoria al fotofinish di Roberto Cota su Mercedes Bresso e la successiva guerra davanti ai giudici amministrativi che ha fatto annullare tutto e ripetere le elezioni nel 2014 per ragioni di firme (il risultato è stato ribaltato, ma a quanto pare le grane delle sottoscrizioni sono rimaste). 
Soprattutto, però, si era iniziata la campagna elettorale nel modo peggiore, con il caos legato alla presentazione delle liste del Pdl in Lombardia e in Lazio. In quest'ultima regione, in particolare, per giorni avrebbero tenuto banco le polemiche legate all'esclusione della lista nella circoscrizione provinciale di Roma (la più "pesante" di tutte), per i documenti consegnati troppo in ritardo in Tribunale dai rappresentanti del Popolo della libertà; non riuscì a risolvere la questione nemmeno il ricorso a un discusso decreto-legge interpretativo "salva liste" - incostituzionale per molti e soprattutto inutile, visto che in materia elettorale doveva prevalere la legge della regione Lazio.
La mazzata più grossa, però, il centrodestra l'aveva schivata per un soffio e in molti l'hanno dimenticata. Perché alle regionali di quell'anno, assieme a Emma Bonino (candidata dal centrosinistra) e all’ex segretaria generale dell’Ugl Renata Polverini (per il centrodestra), tra i pretendenti alla Pisana c'era anche Roberto Fiore, leader di Forza Nuova: la sua coalizione comprendeva anche Forza Roma, Lega Italia, Lega Centro, Lista dei Grilli parlanti e No Nucleare. Fin qui le notizie annunciate, quelle che tutti sapevano e potevano immaginare. Quando però il 26 febbraio si erano aperti i termini per il deposito, il primo simbolo presentato era stato una sorpresina per tutti: si trattava di un altro gruppo a sostegno di Fiore, il cui capolista era Fabio Polverini. Di professione faceva l’odontotecnico e con l’ex sindacalista non aveva nulla a che fare; in compenso, per non notare il suo nome in bianco sul fondo rosso del simbolo, bisognava avere seri problemi di vista. Una mossa geniale, da parte della coalizione che - avendo Forza Roma al suo interno - poteva contare sull'esperienza di Ottavio Pasqualucci e soprattutto di Dario Di Francesco, conoscitore delle norme elettorali più di chiunque altro.
La notizia non doveva avere riempito di gioia lo staff di Renata Polverini, che aveva comunque presentato il suo emblema. Questo, tra l'altro, era bastato a far saltare i nervi a Sel (per l'uso del rosso, troppo "di sinistra" per una coalizione di centrodestra) e ancora di più agli ex Ds di Sinistra democratica: quel contrassegno a fondo rosso con una traccia di gesso, ai loro occhi, sembrava proprio clonare l'ultima versione del loro simbolo, che in effetti aveva una traccia arcobaleno e non tricolore, ma il concetto grafico era di fatto lo stesso. 
La notizia bomba, in compenso, sarebbe arrivata il 2 marzo: l’ufficio elettorale della corte d’appello, infatti, bocciava la lista personale di Renata Polverini, perché il simbolo era davvero troppo simile a quello del suo omonimo, che era stato depositato per primo (ed era stato temporaneamente sospeso dopo un primo sospetto di irregolarità). Dopo la botta per l'esclusione della lista Pdl in provincia di Roma, le conseguenze quella volta potevano essere pesantissime: in quel caso, infatti, non rischiava solo il partito di Silvio Berlusconi, ma tutto il centrodestra. A traballare, infatti, in quella giornata era stato l'intero "listino" della Polverini: fosse stata confermata l'esclusione della lista, l'intero centrodestra sarebbe sparito da tutti manifesti e le schede, senza alcuna eccezione. 
Per alcuni giorni, nel quartier generale della Polverini si era masticato amaro: il timore vero, come detto prima, era che l'attacco al "listino" avrebbe eliminato il centrodestra dalle schede. Tempo qualche giorno e la situazione si è ribaltata: se il simbolo di Renata Polverini era stato riammesso (tra l'altro integrando la firma che mancava), dall’altra era stata l’intera coalizione di Roberto Fiore a cadere. Si è parlato di irregolarità formali nella presentazione del “listino" (sempre lui, anche stavolta) a favore dello stesso Fiore, per cui a cascata doveva saltare anche ogni lista della coalizione. 
Inutile dire che i supporter dell'ex sindacalista avevano tirato un sospiro di sollievo. L'avevano presa male invece le liste schierate con Forza Nuova, che avevano fatto vari ricorsi per tentare di salvare il salvabile. A distanza di anni, l'amarezza è ancora tanta, visto che la possibilità di correre con il simbolo della lista Fabio Polverini senza l'emblema della futura governatrice del Lazio era lì a un passo. La tentazione di pensare che le irregolarità contestate al listino di Fiore siano servite soprattutto per neutralizzare il simbolo alias del Polverini odontotecnico è forte, Quella pagina, in ogni caso, si chiuse così, a pochi giorni dal voto, senza spegnere nei protagonisti un interrogativo: cosa sarebbe successo se la Polverini avesse dovuto cambiare il simbolo o sparire dalle elezioni? 

martedì 2 dicembre 2014

M5S, Grillo trasloca dal simbolo?

L'anticipazione è di domenica, anche se più di qualcuno poteva immaginare che prima o poi le cose sarebbero andate così. Perché è vero che i numeri ottenuti via via dal MoVimento 5 Stelle sono dovuti - in particolare per ciò che è accaduto tra il 2012 e il 2013 - innanzitutto a Beppe Grillo, alla sua notorietà e alla sua capacità di emergere nel mare congestionato della Rete e di fare capolino (non senza fatica) sugli altri media: nessuno discute. Certamente, però, la realtà civico-politica nata con Grillo è pensata per "camminare con le sue gambe", come più volte lo stesso fondatore e ispiratore ha ricordato. Dunque, se così è, non stupirebbe che Gianroberto Casaleggio, artefice della macchina comunicativa del MoVimento, stia pensando di  "voltare pagina", togliendo il nome di Grillo dal contrassegno degli attiVisti.
E' stato Antonio Calitri a scrivere sul Messaggero che, nel nuovo corso del MoVimento, accanto alla creazione di un nuovo sito ufficiale del tutto slegato dallo storico blog Beppegrillo.it, si preparerebbe anche una sostituzione emblematica: "anche il nome [di Grillo], che fino ad ora è stato nel simbolo elettorale che ha accompagnato il movimento in tutti i suoi successi, sarà cancellato. Al suo posto dovrebbe esserci il nuovo indirizzo web del movimento".
A ben guardare, in realtà, l'indicazione del sito - che pure ha sempre caratterizzato le uscite elettorali a 5 Stelle (della Lista CiVica prima e del MoVimento poi) - non sembrava essere un elemento essenziale del contrassegno. Per lo meno, dal punto di vista del marchio: se si va a vedere il segno che Grillo ha fatto depositare presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, l'indirizzo web non c'è, mentre è presente nel disegno registrato presso l'Ufficio europeo per l'armonizzazione del mercato interno ad Alicante, in Spagna. 
Dunque, nel segno distintivo registrato - qualità che permette a Beppe Grillo, come titolare, di ritirare l'uso del marchio a chi non ritenga più in linea con il MoVimento - formalmente il sito non è presente, né sarebbe richiesto in un'eventuale nuova versione. Non è del resto nemmeno una novità il ripiego delle insegne personali nella politica italiana: l'Italia dei valori a togliere il nome di Antonio Di Pietro dal contrassegno ha impiegato 13 anni (15 se si considera anche la primissima fase del partito), Sinistra ecologia libertà ha mantenuto il nome di Vendola dal 2010 al 2014. 
In entrambi questi casi, va detto, la scelta è arrivata in momenti di difficoltà se non addirittura di crisi (l'Idv è fuori da ogni assemblea parlamentare, mentre Sel ha scontato un'emorragia pesante di eletti verso il Pd); l'ipotesi del M5S è leggermente diversa. La flessione c'è stata e il MoVimento ha vissuto momenti decisamente migliori, è innegabile, ma i numeri sono ben diversi rispetto ai due "precedenti" visti poco fa. L'operazione, in fondo, ha una sua buona dose di coraggio: se fino a questo momento chi ha votato per il M5S ha votato "per Grillo", con il nuovo simbolo la croce sarà fatta sul progetto, beneficiando solo indirettamente della notorietà di chi lo ha messo in campo. I risultati si vedranno; per ora, in ogni caso, il nome e il sito rimangono al loro posto.

domenica 30 novembre 2014

La Puglia e il suo laboratorio simbolico (di Mauro Bondì)

E' passata giusto una settimana dal voto-shock di domenica scorsa in Emilia Romagna e Calabria e già i partiti sono alle prese con candidature da individuare e strategie da attuare, in vista del ben più impegnativo appuntamento elettorale della prossima primavera, quando si voterà per rinnovare l'amministrazione di 7 regioni (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia). Questa tornata elettorale, in effetti, sarà assai meno "pesante" rispetto a quella di cinque anni fa (allora si votò per 13 regioni, comprese le realtà più popolose come Lombardia, Lazio e Piemonte, tutte rinnovate in anticipo rispetto alla scadenza, per dimissioni della giunta o per intervento della magistratura); le trattative, in ogni caso, in varie zone risultano essere più che avviate. 
Si pensi, ad esempio, al Veneto e alla Puglia, in cui proprio quest'oggi il centrosinistra sta celebrando le primarie per la scelta dei candidati presidente. Ed è proprio dalla Puglia che emerge una situazione politica alquanto bizzarra: la regione guidata ora dal leader di Sel Nichi Vendola è da sempre territorio di iniziative politiche-laboratorio che in più di un caso si è cercato di replicare su scala nazionale o comunque altrove. Viene subito in mente come, nel 2010, per mesi si pontificò sulla possibilità di creare un modello - che qualcuno avrebbe voluto in fotocopia al Parlamento nazionale - basato sull'alleanza Pd-Udc (quando il partito di Casini aveva ancora un peso specifico rilevante), con convergenza su un candidato moderato. Fu in quell'ottica che il Pd ripropose il nome di Francesco Boccia, ma l'accordo saltò dopo la seconda sonora sconfitta del candidato nel confronto con Vendola. 
Oggi un subbuglio simile sembra regnare nel centrodestra pugliese (che pure non godeva di ottima salute quattro anni fa): una realtà dilaniata tra pessimi risultati recenti e leader autoreferenziali, ma anche forte della voglia di riprendersi una regione che rossa in fondo non è mai stata (dimostrandosi anzi una roccaforte berlusconiana al voto parlamentare). In pole position per una coalizione ampia, al di là delle posizioni nazionali (comprenderebbe Fi, Ncd, Fratelli d'Italia e Udc), come candidato presidente ci sarebbe Francesco Schittulli, chirurgo, già presidente della provincia di Bari: vicino a Forza italia ma ben visto da tutta la coalizione, egli ha fondato un suo movimento autonomo che si è presentato alle amministrative di questi ultimi cinque anni nel centrodestra, riuscendo a portare in dote una percentuale di voti spesso determinante. 
In principio, il simbolo di Schittulli somigliava più ad una qualsiasi lista civica a sostegno del presidente: fondo blu, scritta bianca, striscia tricolore, la classica solfa filoberlusconiana, insomma. Con l'avvento di altre partecipazioni elettorali, il simbolo è diventato sempre più quello di un vero partito territoriale (inserendo addirittura la dicitura "Movimento Politico"). Ci sarebbe giusto lo spazio per reinserire l'appellativo di "presidente", nella speranza per i sostenitori di Schittulli che gli porti fortuna verso la conquista della poltrona più ambita in Regione. 
Non si tratterebbe comunque del primo caso di candidato presidente pugliese che costruisce qualcosa di più di una lista a suo sostegno. Il pensiero va subito al noto ribelle forzista Raffaele Fitto, che molti vedrebbero come pronto ad espatriare dalla casa berlusconiana, ma che in realtà un partito suo ce l'aveva prima di entrare in Forza Italia (i Cristiani democratici per la libertà) e probabilmente ora ne ha già un altro. 
Perché "La Puglia Prima di tutto" non sembra un semplice cartello elettorale, è un vero e proprio movimento autonomo presente da oltre un decennio nelle varie compagini politiche pugliesi: ha corso a quasi tutte le amministrative, riscuotendo un'ottima affermazione elettorale (mediamente si attesta intorno al 10%). Fitto, insomma, ha dimostrato che "i voti li ha" e non è da escludere una sorpresa futura, che estenda il modello del "...prima di tutto" anche su una scala sovrapugliese, se si concludesse l'esperienza del politico in Forza Italia.
Ma se queste esperienze risultano essere lanciate in prospettive future, un'altra realtà politica sembra avviata a concludersi, o comunque a un energico rinnovo: si tratta della "Puglia per Vendola". Il cartello che nel 2010 raccolse circa il 5% (anche in questo caso una percentuale più che necessaria per vincere) è guidato da Dario Stefàno, luogotenente vendoliano, già assessore regionale all'agricoltura, presidente della giunta delle elezioni e delle autorizzazioni del Senato e candidato alle primarie del centrosinistra. 
Strutturatosi come un partitino con cariche varie, il suo simbolo potrebbe ricomparire sulle schede elettorali con una veste grafica nuova; se fosse Stefàno a prevalere come candidato del centrosinistra, sarebbe proprio il suo nome a entrare nell'emblema. L'attuale governatore oggi ha altre mete, cosciente di non poter più contare di quella spinta che gli ha procurato due elezioni: osannato come futuro leader della sinistra, per un periodo è stato di fatto relegato a portatore d'acqua del Pd, mentre ora sconta una certa impopolarità (tanto da togliere il suo nome dall'emblema di Sel), mentre il partito ha perso pezzi. Guarda caso, a favore dei democratici.

lunedì 9 giugno 2014

Sinistra unita: come spegnere l'entusiasmo simbolico (di Calogero Laneri)

Per il post di oggi lascio volentieri spazio all'amico Calogero Laneri, che racconta di un progetto simbolico subito abortito, assieme all'idea di un progetto a sinistra finalmente unitario. L'idea di parlarne è venuta da lui, per cui il racconto non può che essere il suo.
Leggenda vuole che, quando due persone di sinistra si incontrano, finiscano per fondare tre partiti. Eppure, con la nascita della “Lista Tsipras”, i promotori del progetto legato alla figura del leader greco, avevano tentato di smontare quel vecchio adagio, anteponendo l'unità della lista alle piccole beghe della sinistra radicale.
Nonostante le mille difficoltà, il superamento della fatale soglia di sbarramento sembrava avere posto le basi per la costruzione di una casa comune di chi, a sinistra, non si ritrova nel Partito Democratico di Matteo Renzi. L'entusiasmo di un popolo che dopo anni appare unito nel condividere un progetto comune e una piccola grande vittoria, si è spinto oltre, sino a proporre addirittura un logo per il tanto atteso soggetto unitario della sinistra. Ad ingegnarsi nell'arduo compito, decine di militanti che hanno inviato le bozze di un ipotetico simbolo alla redazione di
Esseblog.it, comunità politica da cui nasce la rivista La Costituente.
Archiviato in fretta l'asettico simbolo della lista (che pure era figlio di un improbabile referendum online), con questa iniziativa gli autori hanno tentato di riappropriarsi di quei colori e quei simboli, rimpiazzati negli anni in nome della poliedricità degli esperimenti elettorali accomunati dai risultati tragici.
Dai più allegri colori della pace, alla più tradizionale stella gialla su sfondo rosso, fino al riferimento esplicito alla dimensione europea (con l'uso del simbolo della Sinistra europea o della dicitura "Sinistra unita" che richiama gli spagnoli di Izquierda Unida), il popolo della sinistra radicale si dimostra pronto a rinunciare ai propri recinti - si noti la totale assenza della coppia classica di falce e martello - in nome della nascita di uno progetto più ampio.
Che siano accompagnate da una stella, da un tricolore o dai colori dell'arcobaleno, le diciture "Sinistra italiana" e "Sinistra unita", non lasciano spazio a dubbi e, dall'alto della loro sinteticità, sfidano la storia degli ultimi anni e l'atavica inconciliabilità tra le parole "sinistra" e "unità", ampiamente sperimentata in terra italica. Infine, in controtendenza rispetto a chi aveva deciso di omettere la parola “sinistra” dal logo della Lista Tsipras, l'essenzialità delle singole proposte sembra voler combattere l'esaltazione acritica del nuovo, male assoluto della politica; al di là di scelte grafiche più o meno discutibili, lo scopo appare quello di riprendere in mano la propria storia, tentando di rilanciarla.
"Il processo non si arresta, avanti tutti insieme!", commenta la redazione di EsseBlog pubblicando i simboli, ma probabilmente il cambio di rotta di Barbara Spinelli – che, accettando il seggio da eurodeputato, ha contraddetto la promessa fatta in campagna elettorale – pone un nuovo freno a un processo che ora deve fare i conti con mille difficoltà. La decisione della Spinelli (che, impedendo l'ingresso a Strasburgo del candidato di Sel Marco Furfaro, rompe di fatto l'equilibrio tra le anime della lista), il feroce dibattito interno a Sinistra ecologia libertà, il ruolo di Rifondazione Comunista (indebolita da un congresso logorante) e del Pdci (prima escluso dalla lista e proprio in queste ore interessato da una nuova microscissione) attenuano l'entusiasmo di chi, all'indomani del sudato 4,03%, non solo immaginava di dar già vita ad un processo costituente, ma ne vedeva pure una rappresentazione iconografica.
Che le proposte grafiche per un nuovo simbolo siano arrivate con un po' di genuina ed euforica avventatezza? Probabilmente sì, ma per comprendere meglio questa nuova convulsa scommessa della sinistra, soccorrono bene le parole di un caro amico: "Per fare anche da noi Syriza si comincia con la più greca delle cose: la tragedia".
Calogero Laneri

lunedì 2 giugno 2014

Ma 'ndo vai se il rametto (di Ulivo) non ce l'hai?

Si è già avuto modo di dirlo: le elezioni europee tendono naturalmente alla complicazione dei contrassegni politici, per il tentativo di tenere insieme sotto un unico emblema più anime, anche abbastanza diverse, generalmente con lo scopo principale di superare gli sbarramenti più o meno espliciti e di acchiappare almeno un seggio. Non si dimentichi mai, tuttavia, che la vera fabbrica di simboli è data dalle elezioni comunali: solo raramente le insegne dei partiti nazionali vengono utilizzate così come sono, spesso capita che siano personalizzate o reinterpretate da iscritti e simpatizzanti locali. Parte allora il gioco di riduzioni, dettagli, distorsioni e addizioni, con effetti grafici non di rado discutibili, per lo meno quando a partorire il logo finale è una persona anche di buona volontà, ma di pessimo gusto (e che magari ha imparato a usare Photoshop con qualche corso venduto in edicola).
Per carità, a volte per fortuna ci sono le eccezioni: può capitare che due simboli siano fusi o accostati, senza che il risultato gridi vendetta al dio della grafica, risultando anzi perfino gradevoli. E' il caso, ad esempio, della lista che ha stravinto - superando il 60% - le elezioni comunali a Calcinaia, cittadina in provincia di Pisa. La lista, che ha eletto come sindaco Lucia Ciampi (prima cittadina uscente, dunque al suo secondo mandato), era frutto dell'alleanza tra Partito democratico e Sinistra ecologia libertà: il lavoro di gruppo era visibile anche graficamente. Il rametto di ulivo che è ancora presente nel contrassegno dei democratici era in bella vista al centro del contrassegno, con la parte inferiore innestata nel segmento rosso tipico del logo di Sel: era come se (e politicamente sarebbe un azzardo, bisogna ammetterlo) il partito di Vendola fosse il terreno di coltura della formazione indubbiamente maggioritaria. Il Pd in qualche modo è richiamato anche dalla parola "centrosinistra", con il verde che precede il rosso, mentre la font utilizzata per scrivere la parola somiglia a quella impiegata da Sel proprio per il vocabolo "sinistra". 
Il risultato grafico, si diceva, è anche gradevole e soprattutto armonico, dando l'impressione che il contrassegno sia stato curato con attenzione. Certamente colpisce che il Pd sia rappresentato non dal suo vero emblema (quello con le iniziali ideato nel 2007 da Nicola Storto), ma dal rametto di Ulivo che era stato coniato oltre un decennio prima, tutto questo mentre Prodi - che più di chiunque altro aveva voluto l'Ulivo - non è mai parso così lontano dal partito che ancora oggi usa quel segno.
La coerenza, in ogni caso, è salvaguardata, perché il Pd faceva parte a pieno titolo dell'alleanza che ha vinto le elezioni. Non andò esattamente così nel 2012, ad Avezzano, quando tra i candidati a sindaco della località aquilana rispuntò Mario Spallone, prossimo a compiere 95 anni, già primo cittadino avezzanese dal 1993 al 2003, oltre che medico personale di Togliatti e titolare di varie cliniche. Intervistato dal Corriere, non lasciò nulla all'immaginazione: "Io sono comunista, stalinista! Io non ho niente a che fare con quella robaccia del Pd! Io sto con quel galantuomo bolscevico di Oliviero Diliberto".
Qualche problema? In sé e per sé no, ci mancherebbe. Il fatto è che nel contrassegno della sua lista civica, denominata "Per la Marsica e per Avezzano", non c'era né un segno locale, né - per dire - la doppia bandiera del Pdci di Diliberto; c'era invece, ben visibile, l'Ulivo, con il rametto inspiegabilmente virato al nero. Il tutto, per giunta, mentre il Pd era regolarmente presente sulle schede a sostegno del candidato sindaco Giovanni Di Pangrazio, poi vittorioso al ballottaggio. 
Le norme certamente avrebbero impedito a Spallone di utilizzare il rametto democratico (tanto più che per lui apparteneva a un partito-robaccia), ma la sottocommissione elettorale circondariale fu decisamente generosa e non se la sentì di rovinare l'entusiasmo con cui il medico aveva intrapreso la sua ultima avventura elettorale (sarebbe passato a miglior vita un anno dopo). Anche con il dispettuccio "ulivesco", però, Spallone non riuscì a raccogliere più dell'1,41% e la sua lista si limitò a sfiorare lo 0,6%, quindici volte di meno del Pd. Praticamente un dato inversamente proporzionale alle dimensioni del rametto. 

domenica 26 gennaio 2014

Sel, Vendola cancella il suo nome

Vuoi vedere che, a ventidue anni dalla prima apparizione di un cognome all'interno di un simbolo - quello di Marco Pannella sull'emblema della lista nata per candidare gli esponenti radicali - la parabola grafica dei partiti personali è ormai in fase discendente? Sembra di poterlo dire, a guardare la cronaca: dopo che l'Idv ha tolto il nome di Antonio Di Pietro, anche Sel vedrà forse sparire il nome di Nichi Vendola.
La decisione è stata presa dall'assemblea del secondo congresso di Riccione, che si è concluso proprio oggi, ma a chiedere la cancellazione è stato proprio Vendola, il cui nome è stato tirato più volte in ballo in vicende giudiziarie nei mesi scorsi. Nel suo primo intervento ha lamentato di aver visto "rovesciato il senso medesimo della mia vita", di essersi sentito "spellato e lapidato dall'uso strumentale e sensazionalistico di fatti giudiziari". Precisando di aver ricordato questo "solo perché il mio cognome compare nel simbolo del nostro partito. E io spero che vogliate accogliere la mia richiesta di restituzione di quel cognome". 
L'applauso, partito dai delegati presenti, ha solo parzialmente coperto la spiegazione fornita al suo gesto: "Non sono il proprietario del partito, io sono una persona e non ho sempre voglia di sventolare come una bandiera". Niente bandiera, dunque, e nemmeno arredo o accessorio di richiarmo di un contrassegno, per sperare di acchiappare qualche consenso in più.
La scelta di Vendola, in fondo, guarda al passato, per l'esattezza alla fine del 2009, quando i Verdi avevano lasciato il cartello delle elezioni europee Sinistra e libertà (erano rimasti solo gli ecologisti di Loredana De Petris) e poco dopo se n'erano andati anche i socialisti del Psi. In quella fase (mentre tutto il testo del contrassegno era in maiuscolo), il segmento rosso non ospitava nessun nome ed era disomogeneo, quasi fosse riempito a frottage con un pastello. A prescindere dalla grafica, la scommessa di Vendola va oltre lo sguardo all'indietro: togliere il suo nome dal simbolo significa in qualche modo dire che Sel può (e deve) esistere anche senza il governatore pugliese. Cosa su cui pochi giornalisti e analisti sarebbero disposti a scommettere volentieri (e forse anche qualche iscritto).