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domenica 14 marzo 2021

Tutti i partiti in subbuglio, anche +Europa (di Marco Chiumarulo)

In questa nuova fase della politica italiana, tutti i partiti italiani - chi più, chi meno – sono in subbuglio: la tragica fine del governo Conte-bis e la lunga gestazione per la nascita del governo Draghi stanno mettendo in crisi formazioni grandi e piccole. 
Il Pd, vittima più del fuoco amico che del fuoco nemico, ha subito le dimissioni di Nicola Zingaretti da segretario (il nono in 14 anni, tra titolari e reggenti, incluso il bis di Renzi) trovando un compromesso con l’elezione di Enrico Letta come nuovo segretario con i "pieni poteri” senza passare dal "traghettatore" che avrebbe portato i dem al Congresso anticipato. Il M5S forse è il soggetto politico che sta subendo il cambiamento più consistente: in questi anni è passato da movimento di protesta a movimento governista, per trasformarsi ora in un partito vero e proprio, quasi "centrista" con un "segretario" e una "segreteria"; come in tutte le trasformazioni, seguirà probabilmente una scissione, quella dell'ala movimentista vicina a Davide Casaleggio e al suo manifesto ControVento
Anche la Lega deve cambiare, dovendo soprattutto scegliere la sua linea politica, perché sostenere un governo europeista non può accompagnarsi ad una politica sovranista: bisogna scegliere se entrare tra i Popolari Europei, sposando una linea liberista, oppure contendersi Orban con Giorgia Meloni, ora che è uscito dal Ppe.
Ma non solo i grandi partiti sono in subbuglio: anche i piccoli devono fare i conti con la crisi politica che non fa sconti e muove parecchio le acque. In queste settimane si è assistito al congresso di Sinistra italiana e al suo discusso passaggio all'opposizione (mentre Loredana De Petris ed Erasmo Palazzotto hanno scelto diversamente); al ritorno in Parlamento dei Verdi e a quello possibile dell'Italia dei valori (sia pure in modo "virtuale", per il sostegno offerto alle operazioni politiche di Facciamo Eco e L'alternativa c'è). E poi c'è +Europa, che proprio Emma Bonino - che il partito aveva contribuito a fondare, concedendo anche il suo nome perché fosse inserito nel contrassegno elettorale del 2018 - sperava fosse immune da venti di crisi (a maggior ragione dopo la scelta di sostenere il governo e dopo la nomina del segretario del partito Benedetto Della Vedova a sottosegretario).
Tutto è iniziato con l'assemblea nazionale di oggi che doveva darsi le regole per celebrare il congresso, previsto ogni due anni in base allo statuto; la stessa assemblea, però, ieri era stata comunque convocata per deliberare sulla mozione di sfiducia presentata da vari membri dell'organo nei confronti del tesoriere, Valerio Federico, mozione approvata da 38 componenti dell'assemblea su 71. Ha fatto notizia l'intervento che Bonino ha tenuto stamattina, nel quale lamentava come alla proposta di Della Vedova relativa al percorso congressuale si fosse affiancato un documento "pseudoanonimo" (così l'ha chiamato lei) che finiva per contestare la leadership e la sua linea politica. Non una critica costruttiva, in base all'intervento della senatrice, ma una denigrazione di coloro che in questi tre anni hanno prima dato vita e poi guidato il partito. Secondo Emma Bonino, infatti, dalla discussione di sabato e dal voto sulla mozione sarebbe emersa l'immagine di un partito guidato "da un un branco di incapaci, accentratori, autoritari e da un amministratore lestofante", di cui "sbarazzar[si] con ogni mezzo" attraverso "un congresso previsto e controllato in tutti i dettagli, insomma un congresso prima di farlo, a tavolino". 
Sfiduciato Federico, per la senatrice dopo il congresso sarebbe stato "fatto fuori" Della Vedova e poi magari sarebbe toccato a lei, che però dei "tre anni difficili e appassionanti" di +Europa ha un'altra idea, quella di una situazione a suo avviso "felice, sicché io a questo gioco al massacro tipo carciofo - 'ogni tanto ne facciamo fuori uno' - io non voglio giocare". Di qui l'annuncio: "Io personalmente non voglio stare più in questo partito: non è un grosso problema, visto che faccio parte degli incompetenti e degli ignoranti, ancora non dei lestofanti e magari manca poco. E ovviamente è a disposizione anche il seggio al Senato, perché la vostra cupidigia è senza limiti, ma è a disposizione, non vi preoccupate; d'altronde è già pronta, col passaggio farsa di un congresso deciso a tavolino fuori, la nuova leadership plurale [...]. In ogni caso me ne vado a testa alta prima che mi facciate fuori voi". Per Emma Bonino la sfiducia a Federico equivale a "cacciare con ignominia per qualche leggerezza una persona infangandone la storia", un episodio che "ha fatto traboccare un vaso che era già pieno dopo le obbligate dimissioni imposte all'ex comitato di garanzia". 
Se Bonino lascia il partito, Benedetto Della Vedova ha annunciato l'abbandono della segreteria (e la sua ricandidatura al prossimo congresso) in un post su Facebook: "Da molti mesi l’Assemblea di +Europa non riesce a trovare un accordo sulle regole per celebrare il prossimo Congresso, che lo Statuto prevede che si svolga ogni due anni. C’è stata, nelle diverse sessioni dell’Assemblea degli scorsi mesi, un’escalation di tensione interna che ha portato oggi Emma Bonino ad annunciare in queste condizioni il suo abbandono del partito. È un'escalation che sento il dovere di interrompere, consentendo che la parola torni ai nostri iscritti il più presto possibile. Rassegnerò quindi le mie dimissioni da Segretario, atto che prevede automaticamente la convocazione di un nuovo Congresso entro tre mesi. Il partito è dei suoi iscritti e a loro intendo, allo stato dei fatti, sottoporre di nuovo la mia candidatura per la Segreteria. Nel frattempo le funzioni di segretario saranno esercitate dalla presidente Simona Viola, alla quale va il mio ringraziamento per la disponibilità a farsi carico di una situazione così difficile".
Questa nuova crisi dei partiti e della politica stessa è l'ennesima che segue il doloroso travaglio da un governo politico a un governo tecnico. Proprio la storia della Repubblica Italiana ci dimostra che dopo ogni governo tecnico la politica e i partiti stessi sono cambiati: è stato così dopo il governo Ciampi (tecnico-politico) con l'arrivo sulla scena politica di Silvio Berlusconi e della sua Forza Italia; il governo Monti segnò l’entrata in Parlamento del M5S e fu seguito da un cambio di linea politica della Lega e di Giorgia Meloni. Ora non sappiamo come si risolverà questa crisi politica, ma sicuramente dopo il governo Draghi i partiti e la politica saranno diversi. In che modo e con quali simboli, lo si vedrà.

venerdì 2 settembre 2016

Diritto dei partiti o di partecipazione politica?

Il 16 agosto l’amico Riccardo DeLussu sul suo blog ha dedicato un pezzo alle Ragioni e distorsioni del bicameralismo italiano. Per lui il sistema bicamerale della Costituzione vigente non era in origine paritario, viste le diverse fonti di legittimazione delle Camere (coi deputati "portavoce" dei loro partiti e i senatori rappresentanti dei territori di provenienza, vista la loro elezione "su base regionale"), ma "la distorsione ideologica del Secondo dopoguerra ha fatto in modo che le ragioni del partito finissero per assorbire quelle dei territori", così tra Camera e Senato non c’è più stata differenza. La riforma costituzionale oggetto del futuro referendum interviene su questo (per DeLussu lo fa "in maniera decisa […] affermando con chiarezza la natura di rappresentanza territoriale del Senato"), ma resta intatta "la natura verticistica dei partiti italiani", cosa che "rende difficile considerare dei deputati nominati dal premier come un contrappeso all’azione del governo", pensando forse a quanto è avvenuto nelle ultime tre legislature con il Porcellum.
Sull’efficacia della riforma non dico nulla (ho scelto di non intervenire nel dibattito), mentre il tema dei partiti è di mio assoluto interesse. Lo stesso Riccardo il 10 agosto se n’era già occupato in un altro articolo, nato sulla scorta di una riflessione di Ferruccio De Bortoli, secondo il quale una legge di riforma sui partiti è indispensabile, per dare attuazione all’articolo 49 della Costituzione, a suo dire l’unico rimasto inattuato.
Lo studioso di diritto dei partiti, leggendo l’affermazione dell'ex direttore del Corriere, resta piuttosto perplesso: non solo perché tecnicamente ci sono articoli più inattuati del 49 (che dire allora dell'articolo 39, che propone tuttora il modello del sindacato registrato e con personalità giuridica, ma che non sarà mai attuato per volontà degli stessi sindacati?), ma soprattutto perché una attuazione dell'articolo 49, pur parziale, si era già avuta alla fine del 2013, con il decreto n. 149, poi convertito in legge con modifiche. A onor del vero, lo stesso De Bortoli cita quel decreto, pur senza coglierne forse appieno il valore: la fonte è identificata come quella che ha introdotto il finanziamento del 2 per mille per i partiti e l'obbligo per questi ultimi di darsi uno statuto, al fine di godere di quelle entrate e di altre agevolazioni; una cornice normativa per gli statuti, tuttavia, l’aveva introdotta già quel decreto e il ddl sui partiti ora al Senato interviene con modifiche sull'esistente. Il testo del 2013 non ha fatto abbastanza per regolare la democrazia interna ai partiti (tralasciando strumenti delicati come le primarie): su questo De Bortoli ha ragione in pieno.
Tornando al pezzo di Riccardo DeLussu, lui è contrario all'approvazione di una legge sui partiti: ci sarebbe ancora "la preoccupazione di un’invadenza dello Stato ai danni della libertà politica e d’opinione". La stessa che, nel secondo dopoguerra, ha portato i partiti a dare una lettura riduttiva all'articolo 49 ("Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale"), relativa solo all'accettazione delle regole della democrazia e alla correttezza dei rapporti tra forze politiche.
In effetti DeLussu si spinge oltre, affermando che il testo costituzionale non prevede alcuna necessità di una legge sui partiti (come dimostrerebbe la diversa formulazione degli articoli 49, sui partiti, e 39, sui sindacati), al di là di quelle relative al procedimento elettorale. Anche qui, con tutto l'affetto possibile, lo studioso avrebbe qualcosa da dire: è noto, infatti, che il testo dell'articolo 49 fu frutto di una travagliata discussione in Assemblea costituente, tra chi voleva introdurre qualche forma di controllo sulla democrazia interna ai partiti (magari seguendo l'ispirazione di Moro e Mortati, secondo i quali non si poteva pensare a un sistema democratico se i partiti che lo animavano non fossero stati a loro volta democratici) e chi temeva ingerenze del potere nella vita dei partiti, fino alla messa fuori legge (timori soprattutto del Pci, che non voleva che il centralismo democratico applicato al suo interno fosse un motivo sufficiente per chi era al governo per sbarazzarsi del maggior partito di opposizione). La formula finale dell’articolo 49, derivata dalla proposta originale di Lelio Basso, risulta volutamente “fumosa”, come vale per ogni compromesso: lasciava aperta la possibilità e l’opportunità di regolare la vita interna dei partiti, senza dirlo esplicitamente.
Sono più d’accordo, invece, sul seguito della riflessione di Riccardo, poco convinto da De Bortoli quando dice che "oggi, in mancanza di garanzie statutarie, i dissidenti sono spesso costretti alla scissione". Il problema, in effetti, non è tanto chi sceglie di andare via con una scissione (anche con tutte le garanzie del mondo, se un gruppo perde il congresso e proprio non condivide il nuovo indirizzo di un partito, saluta e se ne va), quanto piuttosto "chi viene costretto a farlo", cioè chi viene espulso. Le "regole sulle regole" interne ai partiti, specialmente sulle garanzie per gli iscritti – un punto caratterizzante e nevralgico della vita di queste associazioni, come aveva già notato alla fine degli anni ’40 Leopoldo Elia – devono essere ancora più chiare e, soprattutto, obbligatorie per tutti, per salvaguardare in pieno quello che DeLussu chiama il "diritto di partecipazione politica"
Ancora più interessante è la considerazione che segue nel commento di Riccardo, che esplora brevemente in chiave storica le interazioni tra legge elettorale e democrazia interna ai partiti. Secondo lui, la lunga stagione del sistema proporzionale puro aveva previsto tutele implicite per le minoranze: se ai tempi della Prima Repubblica "ogni partito rappresentava un diverso modo di concepire lo stato", l’assenza di soglie di sbarramento permetteva a tutte le opinioni aventi un minimo seguito di entrare in Parlamento, mentre il sistema delle preferenze consentiva (specie nei partiti di una certa dimensione) "di rappresentare tutte le componenti del partito". La scissione, dunque, interveniva solo in caso di crisi di questo doppio canale e si traduceva, in sostanza, nella scelta degli scissionisti di "partecipare alle elezioni per vedere riconosciuta – e tradotta in seggi – la bontà delle loro opinioni e la fiducia nella loro capacità di sostenerle".
Da evento raro, le scissioni si sono moltiplicate con l’avvento del sistema maggioritario, prima nella versione con prevalenza dei collegi uninominali (Mattarellum), poi in quella delle listone bloccate con premo di maggioranza (Porcellum): in condizioni come queste, "alle minoranze interne – scrive sempre DeLussu – non resta che sperare nella benevolenza dei capi partito, per avere un collegio sicuro o una buona posizione in lista (il tutto a scapito del diritto di scelta degli elettori)". Si sbatte la porta (o si viene accompagnati alla porta), dunque, per mancanza di garanzie sulla selezione delle candidature e sulla loro trasformazione in seggi.
Mi permetto di aggiungere che a favorire le scissioni – o, comunque, a renderle convenienti – hanno provveduto certe norme elettorali (quelle del ripescaggio della miglior lista di coalizione sotto il 2% alla Camera, nel Porcellum) e, anche di più, certe disposizioni sul finanziamento pubblico (come quelle che, a dispetto della soglia al 4%, finanziavano anche chi aveva ottenuto almeno l’1%, oppure sostenevano alcuni giornali qualificati organi di partito, pur essendo inconsistenti le testate e i partiti). Non sembra comunque un caso che i record di simboli depositati per le elezioni politiche appartengano al 1994 (primo anno di applicazione del Mattarellum, che nei collegi della Camera incentivava la proliferazione di emblemi a sostegno dei candidati) e al 2013 (ultimo anno di applicazione del Porcellum, prima della mannaia parziale della Corte costituzionale), cioè alla prima e all’ultima puntata – per ora – della saga maggioritaria. 
Ha senso allora pensare a una legge che affermi il diritto alla partecipazione politica, "un diritto – conclude Riccardo DeLussu – che riguarda ciò che precede il procedimento elettorale". Secondo lui questo sarebbe un modo "per mettere i partiti al servizio dei cittadini" e per dare più diritti a questi ultimi, senza limitarsi a dettare nuove regole per i partiti. L’idea di fondo è corretta e di buon senso, ma per il tecnico risulta difficile affermare quel diritto (sacrosanto) senza tradurlo anche in norme sulla vita interna dei partiti. Si garantisce la partecipazione politica se si mettono nero su bianco i diritti (e i doveri) degli iscritti ai partiti, il funzionamento degli organi interni e degli strumenti di partecipazione, i modi di selezionare le candidature e così via. 
E, già che ci si è, visto che la partecipazione politica si garantisce anche tutelando il diritto a usare certi nomi ed emblemi, è anche vero che, con una legge chiara sui partiti, "le diatribe sulla proprietà di un simbolo (dalla Dc a Scelta Civica) avrebbero toni meno rocamboleschi", come dice De Bortoli. A pensarci bene, però, sarebbe bastato – almeno per quanto riguarda la Dc – scrivere chiaramente chi è titolare di nome e simbolo e quali procedure seguire per cambiarli; soprattutto, sarebbe bastato rispettare quelle regole, una volta scritte. 

giovedì 20 settembre 2012

Alle radici di Bunga Bunga: il Partito della Gnocca

Non se l’immaginavano nemmeno, nei corridoi austeri del Ministero dell’interno, che un giorno qualcuno avrebbe coniato il «Partito du pilu» proponendo in giro per le strade una finta campagna elettorale e, soprattutto, che qualche buontempone avrebbe colto l’occasione per scodellare una «Lista Bunga Bunga – Più pilo per tutti», senza peraltro osare proporla al di là del Piemonte (almeno fino alle prossime elezioni politiche: ci sarà di che divertirsi…).
Eppure non dev’essere stata meno interessante l’espressione assunta dai funzionari del Viminale che il 31 marzo 2001, nell’ultimo giorno di fila per il deposito dei contrassegni per le elezioni politiche che avrebbero riportato Berlusconi a Palazzo Chigi, si sono visti consegnare l’incartamento del «Partito della gnocca». Certamente serissimo doveva essere il latore del fascicolo, tale Federico Staunovo Polacco, nel farsi protocollare il suo emblema con il numero 149, tra il «Movimento denominato Unità democratica federale – Associazione del Pollino» e l’«Unione Nord Est», formazioni che difficilmente hanno provato il brivido di superare l’1%, almeno a livello nazionale.
Quasi certamente era la prima volta che una parola un po’ sopra le righe (popolare per alcuni, volgare per altri) metteva le tende al Viminale, anche se ci sarebbe rimasta poco: i funzionari delegati, infatti, passarono rapidamente al setaccio il contrassegno, per vagliarne l’ammissibilità. Nessuna traccia nell’emblema del nome del partito, soltanto uno gnocco di patate (almeno, così sembra) in bella vista sopra lo stellone della Repubblica. O meglio, la sua taroccatura: sul nastro rosso che lega i rami di ulivo e quercia, dove normalmente sta scritto in maiuscolo «Repubblica italiana», una mano birbante aveva inserito la frase definitiva e inesorabile «Quando Ti Tocca Vota La Gnocca» (con tutte le maiuscole ben marcate); il tutto su una riproduzione sbiadita e sgranata dell’emblema.

giovedì 12 luglio 2012

Cronaca di un Registro mai nato

A volte, per scegliere un simbolo, c’è chi si mette proprio d’ingegno: per tanti anni il lavoro era appannaggio soprattutto di cervelli (che sceglievano il tema del disegno) e mani (che, a matita o a china, davano forma all’idea, spesso con grande attenzione ai dettagli); negli ultimi anni le mani sono passate dall’impugnare pennini a digitare comandi su una tastiera e muovere il mouse per spostare un elemento, ingrandirlo o rimpicciolirlo (ma qualche sacca di disegnatori compulsivi rimane, dura a morire). Restano i cervelli, che in qualche caso esercitano poco la fantasia, in altri la sollecitano a ritmi di lavoro degni di un direttore creativo d’avanguardia in ambito pubblicitario.
Eppure trovare il proprio simbolo e dargli una forma non dovrebbe essere così difficile. Nel 2007, il senatore dei Verdi Natale Ripamonti (assieme al collega repubblicano Antonio Del Pennino) presentò un emendamento alla Finanziaria per chiedere l’istituzione di un «Registro speciale per la tutela dei simboli e dei contrassegni di partito», così che a nessuno venisse più in mente di scopiazzare i segni già rappresentati in Parlamento: protestarono un po’ tutti, perché inserire una norma così all’interno di una Finanziaria sembrava assurdo (d’accordo, per ogni deposito di simbolo lo Stato incassava 5mila euro, ma per alcuni non bastava), in Senato però i sostenitori del Registro non fecero nulla per nascondersi. Sta di fatto che Mauro Cutrufo, barbuto esponente della Democrazia cristiana per le autonomie e non ancora vicesindaco di Roma, prima che il microfono si spegnesse per sforamento dei tempi, riuscì a sentenziare: «Sono disponibili in tutto il Paese circa 50 milioni di simboli». Come a dire: con tutti gli emblemi ancora da sfruttare, vorrete mica clonare proprio i nostri?
Essì, qualcuno che voleva farlo c’era. E lo ha fatto, prima di quella norma (ci avevano rimesso, guarda caso, i Verdi, ma anche la Lega Nord, che difatti quel Registro lo voleva eccome) e anche dopo. Già, perché l’emendamento che istituiva quel Registro, per toglierlo da quella collocazione innaturale, fu stralciato dalla Finanziaria e divenne un disegno di legge a parte. Che lì si arenò, affettuosamente abbandonato ai flutti di una legislatura che sarebbe finita in anticipo e a un inevitabile insabbiamento. Per la gioia, ovvia, dei guastatori e clonatori di professione.

sabato 7 luglio 2012

Potremmo farne a meno?

Schede del Bangladesh
È sbagliato pensare che l’uso dei simboli per identificare liste e partiti sia una specialità solo italiana: sono ancora molti i paesi che, sulle loro schede, utilizzano qualche rappresentazione grafica legata a liste o magari il ritratto dei vari candidati (a volte unendo le due rappresentazioni sullo stesso bollettino elettorale); in tanti altri casi, tuttavia, le schede sono piene di parole, linee e spazi per le crocette (o per diversi sistemi di espressione del voto), nient’altro.
Sudafrica
Basterebbe questo a dimostrare che, in fondo, simboli e contrassegni non sarebbero indispensabili, ma nemmeno poi così inutili: c’è chi si è preso la briga di censire, almeno per le elezioni legislative nazionali, l’uso o il non uso degli emblemi (ad esempio, gli studiosi del progetto ACE – Administration and Cost of Elections), mostrando che ogni Stato si regola a modo suo.
Storicamente, l’uso di un contrassegno per indicare un soggetto o una forza politica è meno frequente nei paesi con grado di istruzione superiore (o nei quali vige qualche restrizione, per cui magari può votare solo chi sa leggere e scrivere), mentre è una strada quasi obbligata nel momento in cui vengono chiamate a votare anche persone tendenzialmente analfabete, che dunque potrebbero votare semplicemente apponendo il segno più semplice – la croce – proprio su un emblema che possono riconoscere. 
Non sembra affatto un caso che la legge italiana consenta l’introduzione di un simbolo sulle schede (che allora erano predisposte dai singoli partiti, ma il discorso vale anche per quelle stampate dallo Stato) nel 1912, subito dopo un cospicuo allargamento del diritto di voto.
Oggi il livello di istruzione degli elettori dovrebbe essere sensibilmente superiore rispetto a quello di un secolo fa, eppure difficilmente i partiti rinuncerebbero all’uso dei simboli. Certo è che la loro funzione distintiva rischia di essere frustrata non poco, se poi le differenze tra le forze politiche si fanno decisamente evanescenti, fino a non notarsi più.