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lunedì 21 marzo 2022

Addio a Serafino D'Onofrio: l'impegno, la memoria e i simboli

In rete si è diffusa da poche ore la notizia della morte di Serafino D'Onofrio, un nome che forse a più di qualcuno non dice molto, ma a non poche persone - soprattutto a Bologna - dice eccome, provocando subito un grande dispiacere. Perché lui la politica l'ha fatta davvero, da napoletano - classe 1952 - trapiantato (e ben innestato, a dispetto dell'accento pienamente conservato) a Bologna nel 1977. L'ha fatta in senso lato, occupandosi della res publica da sindacalista Uil (lunga la sua esperienza di ferroviere) e da persona impegnata nell'associazionismo sportivo; l'ha fatta però anche in senso stretto, prima da dirigente del Psi (finché il partito ha operato), poi da iscritto ai Democratici di sinistra, poi ancora all'interno di formazioni civiche o di spirito civico.
Con una di queste - così almeno era stata vissuta in quella fase - era stato eletto in consiglio comunale a Bologna nel 2004: in quella tornata elettorale, infatti, D'Onofrio era stato destinatario dell'unico seggio conquistato dalla lista Di Pietro - Occhetto - Società civile - Italia dei valori, presente in quello stesso tempo sulla scheda delle elezioni europee. Tempo qualche mese e il gruppo di D'Onofrio - dal 30 marzo 2005 - prese il nome "Società civile - Il cantiere", nome tutt'altro che casuale. Evidentemente il consigliere si riferiva all'associazione Gruppo del Cantiere per il bene comune che poche settimane prima - il 14 gennaio 2005 - era stata fondata a Roma con atto del notaio Antonino Mazza da Giulietto Chiesa, Antonello Falomi, Diego Novelli, Achille Occhetto, Paolo Sylos Labini ed Elio Veltri: si trattava, in sostanza, del gruppo che in precedenza si riconosceva nella denominazione "Riformatori per l’Ulivo" e che aveva concorso alla formazione della lista presentata dall'Idv alle europee (la vicenda, peraltro, è stata oggetto di un lungo contenzioso sulla spettanza dei "rimborsi elettorali", probabilmente non del tutto conclusa, ma non è questo il tempo per parlarne).
Sebbene fosse stato eletto nella coalizione di maggioranza, che elesse come sindaco Sergio Cofferati (dopo la fine dell'unica giunta di centrodestra, guidata da Giorgio Guazzaloca), D'Onofrio si fece sentire - eccome - per dare voce all'Altra Sinistra, insieme ai consiglieri di Verdi e Rifondazione comunista, dando un'altra idea di Bologna (soprattutto in materia di sicurezza). Da quell'esperienza nacque - senza il Prc - la lista Bologna città libera, con le due Torri trasformate in volti rovesciati, presentatasi alle elezioni amministrative del 2009: D'Onofrio fu il più votato, con 289 preferenze (assai meno delle oltre 49mila raccolte nel 2004), ma la lista si fermò all'1,67% (poco meno della lista Cittadini per Bologna di Gianfranco Pasquino) e non ottenne seggi, né per il candidato sindaco Valerio Monteventi, né per D'Onofrio, né per Franco "Bifo" Berardi, anch'egli in lista.
Dopo quell'esperienza, Serafino D'Onofrio non si candidò più, pur continuando a guardare alla politica, a dire la sua e a impegnarsi. Chi scrive non ha mai conosciuto di persona D'Onofrio, il "sindacalista ferroviere" (come verrebbe da chiamarlo pensando, almeno per un attimo, al "macchinista ferroviere" gucciniano della Locomotiva, ma anche ad alcuni studi dello stesso D'Onofrio), limitandosi a qualche battuta attraverso Facebook; questo articolo, tuttavia, nasce per gratitudine nei suoi confronti, per una cosa tutto sommato piccola, ma che per i #drogatidipolitica in cerca di informazioni ha valore. Quando il sottoscritto dovette cercare contatti di alcune persone che, in base agli articoli scritti, sembravano note a D'Onofrio, questi non esitò a fornire indirizzi cui scrivere, risparmiando il tempo di ulteriori ricerche (e non è poco). Una volta, in compenso, D'Onofrio si è reso utile senza nemmeno chiedere o fare direttamente qualcosa, ma semplicemente "lasciando a disposizione". Quando, nel 2020, scomparve Giulietto Chiesa, il sottoscritto dedicò un articolo alla sua storia politica e gli sarebbe dispiaciuto non trovare il simbolo del Cantiere da inserire nel pezzo: lo trovò soltanto all'interno del sito Societacivilebologna.it, curato dallo stesso D'Onofrio. Ringraziandolo ex post per il ritrovamento, si sentì precisare dall'ex consigliere: "Ho mantenuto anche la home page del gruppo consiliare del comune di Bologna. Lì ci sono molte cose anche non solo bolognesi". 
Una riposta in apparenza semplice, quella di Serafino, ma che denotava un atteggiamento decisamente prezioso per chi fa ricerca e può ricostruire il passato anche - a volte soprattutto - grazie alle iniziative delle singole persone che hanno militato in un gruppo o hanno incrociato un progetto politico e ne hanno lasciato una testimonianza: c'è chi si preoccupa di cancellarne le tracce, mentre altre persone - come D'Onofrio - non solo non cancellano, ma addirittura tengono volutamente in vita, perché la memoria non si perda, a beneficio di chi verrà dopo. Basta anche solo questo per ringraziare di cuore Serafino D'Onofrio - che, nella sua presentazione da consigliere comunale, si premurò di scrivere "Non sono iscritto alla Massoneria ma al Dopolavoro Ferroviario di Bologna e all'Associazione Luca Coscioni". Buon viaggio, sindacalista ferroviere, la terra ti sia lieve.

sabato 11 settembre 2021

Bologna, simboli e curiosità sulla scheda

Tra i capoluoghi di regione chiamati a rinnovare la propria amministrazione c'è anche Bologna, con la certezza che dopo il voto del 3 e del 4 ottobre la guida della città cambierà: Virginio Merola, infatti, conclude il suo secondo mandato e non si è potuto ricandidare. 
Alle elezioni parteciperanno otto aspiranti alla carica di sindaco, con il sostegno di 19 liste: nel 2016 c'era un candidato in più, ma due liste in meno. Essendosi svolto il sorteggio delle posizioni sulla scheda, è il momento di dare uno sguardo ai simboli che elettrici ed elettori potranno trovarsi davanti ai seggi e in cabina elettorale.
 

Stefano SERMENGHI 

1) ItalExit per Bologna 

L'estrazione a sorte ha indicato come primo candidato alla carica di sindaco Stefano Sermenghi, già primo cittadino di Castenaso. Lui potrà contare sul sostegno di due liste e il sorteggio ha collocato "in alto a sinistra" ItalExit per Bologna: anche il soggetto politico di Gianluigi Paragone, dunque, entra nella competizione cittadina, con il suo esagono tricolore con una freccia bianca in primo piano, che contiene il riferimento alla città. Il simbolo è quello di un progetto politico nazionale, ma nella parte superiore dell'esagono figura comunque l'espressione "lista civica", come a volersi inserire in modo efficace anche in una competizione elettorale locale (adattando il programma a quella dimensione).  
 

2) Bfc - Bologna Forum civico

La seconda lista a sostegno di Sermenghi è Bologna Forum civico - Insieme per Bologna, realtà civica distinta e distante dai poli che ha iniziato a lavorare molti mesi fa per costruire un programma e cambiare il governo cittadino. Tra i promotori figurano l'ex consigliere comunale e regionale (ex M5S) Giovanni Favia, l'ex consigliere regionale leghista Manes Bernardini (nel 2016 avversario di Merola con la lista Insieme Bologna) e Carlo Monaco, già assessore della giunta Guazzaloca: lo stesso Sermenghi, che ha guidato dieci anni Castenaso come dem, ha abbandonato il Pd sulle orme di Renzi, per poi avvicinarsi a Fratelli d'Italia, alla Lega (sostenendo Borgonzoni alle regionali) e poi ad alcuni esponenti forzisti, senza però aderire al partito. Nel simbolo spiccano le iniziali del nome (un po' "tagliate"), con due foglioline spuntate dalla "C"; sullo sfondo c'è la mappa del centro cittadino. 

Luca LABANTI 

3) Movimento 24 agosto - Equità territoriale

Seconda candidatura individuata dal sorteggio è quella di Luca Labanti, avvocato cinquantenne che si presenta sostenuto dal Movimento 24 agosto - Equità territoriale, il progetto politico promosso da Pino Aprile verso la fine del 2019. La fascia centrale rossa del contrassegno - anche troppo "fitta" - riprende il simbolo ufficiale del soggetto politico (ove M24A sta, appunto, per Movimento 24 agosto, giorno del 2019 in cui si è tenuto l'incontro di avvio, mentre la E e la T "bruciate" e incastrate richiamano la parte più visibile del nome), ma il segmento superiore parla di "Equità per Bologna". Non si parla infatti solo di questione meridionale (quindi di equità tra territori), ma di equità per tutti, innanzitutto all'interno dello stesso territorio: il riferimento è in particolare all'accesso al welfare, all'assistenza e a ogni altro servizio per chi vive in una comunità.

Addolorata (detta Dora) PALUMBO 

4) Sinistra unita per Bologna

In terza posizione sulla scheda elettorale si trova la candidatura di Addolorata Palumbo, geologa e funzionaria della Regione, eletta in consiglio comunale nel 2016 con il M5S, abbandonato in corrispondenza della nascita del governo giallo-verde. La sostiene un'unica lista, Sinistra unita per Bologna, nata - come lo stesso simbolo testimonia, per l'intenzione dichiarata di far emergere le singole identità politiche - dall'impegno comune soprattutto del Partito della rifondazione comunista e del Partito comunista italiano. Se buona parte del cerchio è tinta di rosso, non sfugge in alto il disegno delle due Torri di Bologna e il pensiero - per chi ha buona memoria - non può non andare alla Lista Due Torri che dagli anni '50 per decenni alle amministrative sostituiva il simbolo del Pci.

Fabio BATTISTINI 

5) Il Popolo della famiglia

Quarto candidato alla carica di sindaco a Bologna è Fabio Battistini, imprenditore e attivo nell'associazionismo, proposto dalla coalizione di centrodestra. In questo caso le formazioni che sono parte della compagine sono cinque. La prima a essere stata sorteggiata è Il Popolo della famiglia: non si tratta della prima candidatura bolognese, essendosi già presentata la lista nel 2016 (unica formazione in appoggio a Mirko De Carli: il simbolo ottenne l'1,23%). Sulle schede il Pdf apparirà identico a cinque anni fa, non essendo stato cambiato o ritoccato né allora né oggi il simbolo (con aggiunte o specificazioni territoriali): si vedrà se la corsa in coalizione sarà più vantaggiosa o comporterà un calo di voti. 
 

6) Lega

Seconda lista della coalizione di centrodestra è quella della Lega, cioè la forza politica che più di altre avrebbe premuto perché fosse Battistini il candidato da sostenere con Forza Italia, Fratelli d'Italia e altri soggetti di quell'area. Già nel 2016 la Lega (Nord), superando il 10%, era stato il partito più forte della compagine che aveva sostenuto la candidatura di Lucia Borgonzoni alle comunali (e alle regionali del 2020 è arrivata oltre il 18%). Il simbolo schierato è quello coniato alla fine del 2017 per le elezioni su scala nazionale, quindi con Alberto da Giussano sotto alla parola "Lega" e, nel segmento inferiore blu, l'espressione "Salvini premier" (senza riferimenti al territorio): per il partito di Matteo Salvini queste elezioni bolognesi saranno un altro test certamente rilevante. 
  

7) Fratelli d'Italia

La coalizione di centrodestra in appoggio a Battistini prosegue con la lista di Fratelli d'Italia, partito che nel 2016 si era dovuto accontentare del 2,4%, ma quasi certamente da questo nuovo voto può aspettarsi - guardando alle tendenze nazionali - una crescita significativa. Cinque anni fa il simbolo era ancora quello della prima versione grafica, con il nodo tricolore nascosto dal simbolo di Alleanza nazionale (messo a disposizione dalla Fondazione An alla fine del 2013 e concesso sine die due anni dopo): ora di quell'esperienza è rimasta solo la fiamma (senza base e, ovviamente, senza riferimenti ad An) all'interno del simbolo di Fdi, sormontato dal nome di Giorgia Meloni (che, evidentemente, si ritiene possa richiamare voti in qualunque territorio).


8) Battistini sindaco - Bologna ci piace

A sostegno di Battistini non poteva mancare, accanto alle liste legate ai partiti, anche una formazione civica legata più strettamente al candidato. Si spiega così la presentazione della lista Battistini sindaco - Bologna ci piace, legata all'omonima associazione già nata lo scorso aprile: gran parte delle candidature proviene dal mondo delle professioni. Il simbolo, oltre a mettere in luce il nome del candidato (è l'unico della coalizione a contenerlo, a ben guardare), richiama in blu - parte dei colori bolognesi, ma la tonalità è troppo chiara e manca ogni traccia di rosso... - una caratteristica della città nota a livello mondiale: i portici, sotto cui attardarsi e fermarsi a parlare (anche di politica, perché no).
 

9) Forza Italia - Unione di centro 

Ultima formazione della compagine di centrodestra è quella che unisce Forza Italia e Unione di centro (partito, quest'ultimo, che nel 2016 non era esplicitamente presente sulle schede elettorali). Anche cinque anni fa Fi aveva presentato la scritta "Berlusconi per Bologna", ma allora era stata impiegata una variante del simbolo usato alle europee nel 2014, con il cognome del fondatore di Forza Italia sotto alla bandierina e il riferimento territoriale in alto. Stavolta la base è il contrassegno elettorale del 2018, con la bandierina in alto: il tricolore tuttavia è stato ridotto per far stare al di sotto la stessa espressione di testo citata (a costo di schiacciarla molto) e per riservare il segmento inferiore all'Udc, non troppo facile da leggere nei cerchi di 3 centimetri di diametro previsti sulle schede.

Marta COLLOT 

10) Potere al popolo!

Subito dopo i simboli della coalizione di centrodestra, il sorteggio ha collocato la candidatura di Marta Collot, veneta di origine, bolognese di studi: in Emilia-Romagna è già nota per essersi candidata alla presidenza della Regione per Potere al popolo! nel 2020. E proprio per la stessa forza politica si ripropone ora come aspirante sindaca (nota: le uniche due donne candidate alla guida della città sono tutte sostenute da forze politiche di estrema sinistra). Il simbolo di Pap è rimasto lo stesso della precedente corsa elettorale di Collot, a sua volta identico a quello coniato per le elezioni politiche del 2018: si tratta inevitabilmente di un esordio alle elezioni comunali, da tenere monitorato insieme ai risultati delle altre forze di sinistra a Bologna.
 

Federico BACCHIOCCHI 

11) Partito comunista dei lavoratori

Alla candidatura di Collot segue un'altra proposta di estrema sinistra: Federico Bacchiocchi si presenta infatti sostenuto dalla lista del Partito comunista dei lavoratori. Si tratta di una forza politica già nota ad elettrici ed elettori di Bologna (nel 2016, per esempio, si era candidato Ermanno Lorenzoni, ottenendo poco più dell'1%). Il simbolo schierato oggi sulla scheda è esattamente identico a quello votato cinque anni fa, con falce e martello di colore rosso sul globo azzurro tagliato da meridiani e paralleli. Con quello del Pcl, dunque, sono due i contrassegni che contengono falce e martello (il che, a Bologna, un po' non stupisce e un po' fa riflettere): come si è visto, la lista Sinistra unita ne contiene addirittura due esemplari piuttosto simili, ma di dimensioni inevitabilmente ridotte, mentre quella del Pcl è in primo piano, ben visibile.

Matteo LEPORE 

12) Partito democratico

Dopo Potere al popolo! e Pcl, è il turno della coalizione che ha scelto di appoggiare Matteo Lepore, per dieci anni assessore delle giunte guidate da Merola e candidato del centrosinistra. Può contare sull'appoggio di sette liste (la sua è la coalizione più nutrita di questo voto). Il sorteggio ha indicato come prima quella del Partito democratico, cioè la forza politica cui l'aspirante sindaco appartiene: nel 2016 ottenne oltre il 35% e si confermò il primo partito della città (anche se il dover andare al ballottaggio fu comunque una sorpresa). Ora il Pd torna e, proprio come cinque anni fa, propone il proprio simbolo nazionale giusto un po' ristretto, per fare posto in basso a un segmento rosso (ovviamente...) che contiene il riferimento al candidato sindaco. Capolista è la docente di letteratura inglese Rita Monticelli; tra i nomi noti in lista, quello di Mattia Santori (già animatore delle "Sardine").
 

13) Coalizione civica per Bologna - Coraggiosa ecologista solidale

Nel 2016 la lista Coalizione civica per Bologna non faceva parte della compagine di centrosinistra che appoggiava Merola: sostenendo il candidato Federico Martelloni ottenne poco più del 7% e riuscì a entrare in consiglio grazie ai voti di chi era attento al programma di "manutenzione fisica e civile" della città proposto, con un civismo collocato nettamente a sinistra. Ora la lista sostiene Lepore (e capolista è la consigliera uscente Emily Clancy), ma la sua immagine è pressoché identica, con la statua del Nettuno che domina la parte superiore; in basso, in compenso, trovano spazio gli aggettivi "coraggiosa ecologista e solidale", che ricordano molto quelli usati dalla lista Emilia-Romagna coraggiosa alle regionali (al posto di "solidale" c'era "progressista"). Non stupisce dunque il sostegno di Elly Schlein (e di Vasco Errani) a questo progetto.

14) Matteo Lepore sindaco

Terza lista della coalizione di centrosinistra è la formazione più legata al candidato alla guida del comune. Matteo Lepore sindaco schiera come capolista Roberto Grandi (già  presidente dell'Istituzione Bologna Musei). Il simbolo, che riprende alcuni motivi della campagna delle primarie che hanno nettamente indicato la persona da candidare, contiene un evidentissimo segmento rosa (schierato come segno contro ogni discriminazione) e un arco turchese in alto, inserito appositamente per richiamare (sia pure in modo meno immediato rispetto alla scelta grafica fatta da Battistini) i portici del centro, di recente riconosciuti come patrimonio dell'umanità Unesco.
 

15) MoVimento 5 Stelle

Nel 2011 e nel 2016 il MoVimento 5 Stelle aveva partecipato in autonomia alle elezioni comunali di Bologna, candidando a sindaco in entrambi i casi Massimo Bugani (superando cinque anni fa il 16% e ponendosi come seconda forza politica della città). Questa volta il M5S - in ossequio alla collaborazione che si è creata a livello nazionale con il Pd - ha accettato di fare parte della coalizione di centrosinistra Bugani c'è ancora, ma solo come capolista. Il simbolo ha subito via via soltanto piccole modifiche: se all'inizio c'era il sito Beppegrillo.it, sostituito nel 2016 da Movimento5stelle.it, questa volta in basso c'è il segmento rosso con il riferimento all'anno 2050 come orizzonte cui tendere.
 

16) Partito socialista italiano - Volt

La quinta lista che fa parte della coalizione a sostegno di Matteo Lepore è quella che unisce il Partito socialista italiano e Volt. Il simbolo dei socialisti occupa la parte sinistra, ma non è racchiuso in un cerchio (così da permettere di ingrandire il garofano e la sigla del partito, nonché di evitare l'effetto "bicicletta"... anche se, probabilmente, è più giusto dire che la circonferenza si è estesa fino a comprendere tutti gli altri elementi); a destra c'è l'emblema di Volt, con la scritta bianca su fondo viola. Subito sotto, la dicitura "laici europei riformisti" chiarisce ulteriormente il target della lista; per il resto, l'arco in alto e il segmento rosa in basso richiamano chiaramente l'immagine del simbolo della lista di Lepore.
 

17) Europa Verde - Verdi

Penultima delle sette liste presentate in appoggio alla candidatura di Lepore è Europa Verde - Verdi. Il simbolo impiegato è esattamente quello approvato a livello nazionale all'assemblea fondativa di questo progetto politico, con il girasole dell'European Green Party e, sotto, il nome "Europa Verde" con il Sole che ride (e, in alto a destra, il riferimento ai Verdi). Nel 2016 la Federazione dei Verdi aveva partecipato alle elezioni autonomamente, sostenendo la candidatura di Matteo Badiali (in seguito divenuto co-portavoce del partito con Elena Grandi), salvo poi convergere su Merola al ballottaggio; questa volta il centrosinistra si presenta più completo fin dall'inizio.
 

18) Anche tu Conti

Ultima formazione presentata in appoggio a Matteo Lepore è Anche tu Conti, ove la C è rigorosamente maiuscola: il riferimento infatti è a Isabella Conti, sindaca di San Lazzaro di Savena e sfidante di Lepore alle primarie, sostenuta da Italia viva. La lista - con Maria Caterina Manca come capolista, contenente anche almeno un esponente di +Europa, Marco Cardona - non era affatto scontata, alla luce delle polemiche legate a quella consultazione (che peraltro hanno lasciato strascichi anche nella composizione della lista del Pd, nella quale non figurano gli assessori che avevano sostenuto Conti). Il simbolo, che riprende anche in questo caso le grafiche della campagna delle primarie, oltre ad avere il cognome di Isabella Conte in evidenza, ha il fondo arcobaleno sfumato.
 

Andrea TOSATTO 

19) Movimento 3V

L'ultima candidatura presentata e ammessa, seguendo l'ordine del sorteggio, è quella di Alberto Tosatto, di origine genovese: si presenta come candidato sindaco del Movimento 3V, dunque Vaccini Vogliamo Verità. La partecipazione del soggetto politico alle elezioni amministrative, oltre a consentire una visibilità anche locale alle battaglie per la libertà di scelta terapeutica e la dignità umana, fa adottare ai singoli gruppi che presentano le liste programmi calati nelle esigenze emerse dai territori. Il simbolo è quello che si sta imparando a conoscere e che sembra ormai avere acquisito un assetto definitivo, con la sigla "3V" al centro come elemento fondamentale, le parole "Verità" e "Libertà" sopra e sotto e una spessa circonferenza rossa a racchiudere tutto.

venerdì 5 marzo 2021

Elezioni rinviate per decreto e firme ridotte a un terzo: simboli in arrivo?

(Aggiornamento: sulla Gazzetta Ufficiale dell'8 marzo è stato pubblicato il d.l. 5 marzo 2021, n. 25, Disposizioni urgenti per il differimento di consultazioni elettorali per l'anno 2021: il contenuto è esattamente pari a quanto annunciato nel comunicato, senza alcuna novità.)

Quasi come un anno fa, giusto un po' più in anticipo: anche questa volta il turno elettorale di fine primavera sarà differito in autunno, con tanto di regalone tagliafirme
Il 5 marzo 2020 il Consiglio dei Ministri aveva proposto al Presidente della Repubblica di revocare il decreto con cui si era indetto il referendum costituzionale sul taglio dei parlamentari (previsto in origine il 29 marzo di quell'anno), ottenendo subito il provvedimento; ci era voluto qualche giorno in più - mentre gli effetti della pandemia si aggravavano - per adottare una soluzione definitiva, che non riguardasse soltanto la consultazione relativa alla riforma costituzionale (l'appuntamento più vicino), ma anche le elezioni suppletive, regionali e comunali previste per il mese di maggio. Il 17 marzo, in particolare, il decreto "cura Italia" (d.l. n. 18/2020, convertito con legge n. 27/2020) derogò - all'art. 81 - alla disciplina referendaria prevista dalla legge n. 352/1970, permettendo di tenere il referendum entro il 22 novembre; il d.l. n. 26/2020, pubblicato il 20 aprile (convertito con legge n. 59/2020), stabilì invece che la finestra per le elezioni suppletive, regionali e comunali si sarebbe estesa tra il 15 settembre e il 15 dicembre. Com'è noto, si è scelto di votare - per il referendum e per gli altri appuntamenti elettorali, anche se le date non mancarono di sollevare polemiche - il 20 e il 21 settembre, per un giorno e mezzo, onde evitare rischi di assembramenti.
Questa volta, invece, essendo nota in anticipo la situazione cui si potrebbe andare incontro nei prossimi mesi, il nuovo governo - anche se la titolare del Ministero dell'interno è ancora, come lo scorso anno, Luciana Lamorgese - ha già deciso di provvedere al rinvio degli appuntamenti elettorali di fine primavera, approvando su proposta di Draghi e appunto Lamorgese un decreto-legge su "disposizioni urgenti per il differimento di consultazioni elettorali per l’anno 2021". Al momento non è ancora stato pubblicato in Gazzetta Ufficiale, per cui ci si limita per adesso a riferire il contenuto del comunicato diffuso dalla Presidenza del Consiglio. 
Il rinvio in particolare interessa ovviamente le elezioni comunali e circoscrizionali previste tra il 15 aprile e il 15 giugno (e tra i comuni al voto ci saranno pure Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli e - benché sia in una regione a statuto speciale - Trieste), come pure le suppletive per i seggi parlamentari che saranno dichiarati vacanti entro il 31 luglio 2021 (al momento è interessato solo il collegio uninominale Toscana - 12, relativo soprattutto alla provincia di Siena e in parte a quella di Arezzo, dopo le dimissioni di Pier Carlo Padoan), nonché le regionali (che al momento dovrebbero riguardare solo la Calabria, dopo la morte di Jole Santelli). Sono poi rinviate, anche se sono già state indette, pure le elezioni amministrative nei comuni sciolti per fenomeni di infiltrazione mafiosa (e qui il procedimento elettorale riparte daccapo, con una nuova presentazione delle candidature), quelle che si svolgono per l'annullamento delle elezioni amministrative in alcune sezioni, nonché quelle dei comuni "i cui organi devono essere rinnovati per motivi diversi dalla scadenza, se le condizioni che ne rendono necessario il rinnovo si verificano entro il 27 luglio 2021". Tra le elezioni che, pur se indette, rischiano di essere rinviate ci sono pure quelle di Tremestieri Etneo, dopo che il turno del 4 e 5 ottobre 2020 era stato sospeso e rinnovato per sospetti profili penali nella sottoscrizione delle liste: inizialmente previste per il 29-30 novembre 2020, erano già state rinviate al 14-15 marzo di quest'anno e potrebbero ancora tenersi visto che la Sicilia è una regione a statuto speciale, ma dalla regione non sono ancora arrivate indicazioni. 
Tornando al decreto non ancora pubblicato, lì si è indicata per le elezioni la finestra temporale tra il 15 settembre e il 15 ottobre 2021, che in concreto vorrebbe dire avere come periodo utile - tenendo conto delle domeniche - dal 19 settembre all'11 ottobre: pur essendo ancora presto per indicare la data, pare che ci si orienti verso l'ultimo periodo disponibile per il voto, dunque il 10 e l'11 ottobre 2021. Perché, infatti, come l'anno scorso, si è disposto che le operazioni di voto si svolgano nella giornata di domenica (dalle ore 7 alle 23) e in parte della giornata di lunedì (dalle ore 7 alle ore 15), cui seguiranno immediatamente le operazioni di scrutinio (che, sulla base delle esperienze dello scorso anno, dovrebbero riguardare le schede delle elezioni suppletive e regionali, ove previste, prima di quelle delle elezioni comunali e - in seguito - circoscrizionali).
Proprio il fatto che alle spalle ci sia già l'esperienza del rinvio elettorale del 2020 deve aver consigliato di agire subito, con un maggior anticipo, anche per permettere nel frattempo alla campagna vaccinale di procedere e di arrivare al voto con una copertura maggiore. Certo è che, come l'anno scorso, la sottoscrizione delle liste si collocherà tra luglio e settembre (a seconda della data che sarà scelta per il voto): in particolare, se si voterà davvero il 10 e l'11 ottobre, le liste dovranno essere consegnate tra il 10 e l'11 settembre. ln teoria, se la data fosse fissata nei prossimi giorni, già dal 15 marzo si potrebbero raccogliere le firme, visto che la legge ritiene valide quelle raccolte fino a 180 giorni prima della scadenza del termine di consegna delle candidature e relativi documenti; in realtà, non si fissa mai con tanto anticipo la data del voto, quindi i sei mesi a disposizione si riducono sempre sensibilmente.
Difficilmente, però, qualcuno potrà dirsi preoccupato di questo: come accennato già all'inizio, il decreto-legge di prossima pubblicazione - in base a quanto precisato dal comunicato - per le elezioni comunali e circoscrizionali il numero minimo di firme richieste per presentare una lista sarà ridotto a un terzo. Si tratta della stessa riduzione praticata lo scorso anno, ma allora introdotta solo in sede di conversione del "decreto elezioni", mentre qui si è provveduto direttamente per decreto-legge. Va detto che nel 2020 era stata inserita pure una "norma cornice" per le regioni che introduceva lo stesso taglio come principio per le molte elezioni regionali di quell'anno; questa volta - sembra di capire dal comunicato - non è prevista una norma simile, anche se - in base al "federalismo elettorale" - il consiglio regionale calabrese potrebbe ancora provvedere direttamente a una disciplina una tantum sulle firme, se volesse.
Volendo usare molta concretezza, riprendendo gli esempi fatto lo scorso anno - e ricordando che gli abitanti da considerare sono quelli rilevati dal censimento del 2011 - si può dire che per i comuni da mille a 2mila abitanti basteranno 9 firme invece di 25 (l'arrotondamento dei decimali della divisione, qui come nei casi successivi, va fatto all'unità superiore, come precisato nelle Istruzioni messe a disposizione l'anno scorso dal Viminale); in quelli fino a 5mila ne basteranno 10 e non più 30; in quelli fino a 10mila ne occorreranno almeno 20 e non più 60; in quelli fino a 20mila (dunque già comuni "superiori", se sopra i 15mila abitanti) ne serviranno almeno 34 e non più 100. Nei comuni fino a 40mila abitanti ci si potrà accontentare di 59 firme invece che di 175; in quelli fino a 100mila abitanti basteranno 67 sottoscrizioni invece di 200. Negli enti fino a 500mila abitanti, come Bologna, serviranno almeno 117 firme e non più 350; nei comuni fino a un milione di abitanti, come Torino e Napoli (di poco sotto il milione) basteranno 167 firme invece delle 500 consuete. A Milano e Roma, che hanno oltre un milione di abitanti, ci si accontenterà infine di 334 firme invece di mille: praticamente quante in condizioni normali non sarebbero bastate per candidarsi a Bologna.
Tutto questo può avere una ricaduta immediata, ben intuibile da chi frequenta questo sito: essendo ridotte di due terzi le difficoltà per presentare una lista, potenzialmente nei grandi comuni potrebbe aversi una scheda-lenzuolo, affollata di simboli noti e nuovi, presentati senza troppo sforzo da chi sarà in grado di raccogliere le firme richieste. Un paradiso per i #drogatidipolitica, un po' meno per chi dovrà ricevere e vagliare tutti i documenti. 

martedì 22 settembre 2020

Elezioni a Bologna senza simbolo Pd? Una proposta subito stroncata

Fissati i risultati delle elezioni regionali e a scrutinio ancora in corso per quelle amministrative, è tempo dei classici bilanci post-voto; non mancano però le occasioni per guardare più in là, alle elezioni comunali che si collocano nel prossimo anno, ma di fatto sono lontane pochi mesi da questo turno tardo-estivo, causa rinvio dovuto al Covid-19. E se la massima attenzione sarà concentrata su Roma, di certo si guarderà molto anche a Bologna: nel 2021 scadrà il secondo mandato di Virginio Merola e non potrà ricandidarsi come sindaco, mentre la scelta del candidato del centrosinistra sembra ancora distante (e, anzi, appare caratterizzata da una certa impasse).
Non è così passato inosservato un post pubblicato sabato su Facebook dal primo cittadino, intitolato Civismo, una riflessione. Ritenendo "inadeguata e già vista" un'alleanza di centrosinistra tra partiti e liste civiche, Merola ha chiesto di "prendere sul serio e con rispetto la parola civismo, e lasciare da parte le vecchie idee del secolo scorso", inclusi i partiti, "inadeguati anche se necessari". Per lui l'unica prospettiva nuova che potrebbe partire dal "laboratorio democratico" di Bologna sarebbe "una coalizione civica [...] formata da partiti e associazioni, che si presenta alle elezioni insieme, non separata per liste di partito e liste civiche, con un nome comune, lista di candidati insieme e unica per il Comune". A proporre il programma unitario, deciso dalle forze pronte a sostenere il candidato individuato, non dovrebbe dunque più essere una coalizione - dunque più liste legate tra loro - bensì una lista unica, composta da candidati scelti "verificando sul campo chi propone le idee o rappresenta meglio pezzi di città o tematiche importanti". 
L'idea può perfino apparire coraggiosa (e un po' folle) e "controcorrente", specie se si pensa al numero di liste schierate alle regionali in Campania e Puglia (anche se ad altre latitudini cambia il modo di concepire e organizzare le sfide elettorali); essa, però, comporterebbe la totale invisibilità del Partito democratico. Difatti, come a rimarcare il concetto per chi non lo avesse afferrato, Merola ha precisato: "Per il Pd è un modo per mettere alla prova l'idea di campo democratico. E, quindi, di mettere in conto di rinunciare al simbolo e a liste tutte di partito. Per chi vuole essere civico di rinunciare a proprie liste e simbolo. E condividere un programma e una lista comune". Ciò sarebbe necessario per "rifondare la politica attraverso un'estensione radicale del potere democratico" e "creare una leva di cittadinanza attiva, che rafforza la democrazia elettiva e insieme rafforza la partecipazione delle persone", sostituendo all'egemonia "la cooperazione tra diversi": il Pd locale, rinunciando alle sue "rendite di posizione", manifesterebbe "un grande segnale di generosità", potendo avere in cambio la "fresca rivitalizzazione del proprio modo di essere e di praticare l’impegno politico", senza vedere in campo "la solita lista di persone di centro senza più un partito".
Dell'idea di Merola forse si discuterà prossimamente; intanto, però, questa è già stata nettamente bocciata da Gianluca Passarelli, professore associato di Scienza politica all'Università di Roma "La Sapienza", nonché ricercatore dell'istituto Cattaneo di Bologna. Proprio oggi, infatti, sul Corriere di Bologna è apparso un commento a sua firma con un titolo decisamente rilevante per chi segue questo sito: Non si rinuncia ai simboli. Per Passarelli, l'idea di Merola "appare sbagliata nel merito, nel metodo e rischia di far sbandare il Pd": un pensiero netto, riferito soprattutto alla realtà bolognese. Non è certo nuovo - anzi, è sempre più frequente - l'impiego delle liste civiche alle elezioni amministrative per "nascondere" i partiti (sul presupposto che gli elettori sarebbero scoraggiati dal votarli) o comunque per "sbiadire appartenenze politiche pensando di attrarre elettori fuori dallo schema destra-sinistra": una tattica simile, tuttavia, per Passarelli appare "lunare", in un contesto in cui categorie quali "destra" e "sinistra" sembrano avere ancora un certo radicamento e valore. Si dovrebbe in sostanza evitare di dare corpo a un'operazione di facciata, un semplice maquillage elettorale (in cui "l’etichetta civica richiama alla distanza e alla vaghezza nei confronti del politico"), senza avere alle spalle un vero rinnovamento identitario seguente a una profonda discussione. 
Il primo simbolo
della lista Due Torri (1951)

Per Passarelli il rischio di "una rivisitazione tardiva e fuori luogo di una lista civica 'Due Torri' 2.0 che però non trova conferme empiriche quanto a capacità attrattiva" è molto forte. Quando nel 1951 il Pci scelse di non presentarsi con il proprio emblema alle elezioni amministrative, adottò quello che Giuseppe Dozza indicò come "il simbolo più bolognese di tutti" e ottenne il 40,39% dei consensi (guadagnando oltre 20mila voti rispetto a cinque anni prima): "Illo tempore - ricorda Passarelli nel suo commento - era tutto molto diverso, ma oggi, paradossalmente, l'identità rappresenta un potente attrattore di consensi". Il politologo non dimentica che il Pd nel 2016 era risultato il primo partito a Bologna (35,46%, che permise ai dem di conquistare tutti i consiglieri di maggioranza tranne uno) e anche in seguito ha mantenuto il suo primato (anche nelle europee 2019, che in regione aveva visto prevalere la Lega, la lista Pd-Siamo europei aveva raccolto il 40,33%, quasi il doppio dell'ex Carroccio): in Partito democratico, dunque, "oscurando il nome apparirebbe come una forza che si vergognasse della propria storia e quindi celasse quanto ha fatto. Nel bene e nel male".
Lo sguardo, peraltro, non si limita alla sola realtà bolognese, potendosi allargare all'intero paese: "Il Pd - spiega Passarelli - credo abbia bisogno di profonde riforme certamente, ma anche di conferme e di ri-costruire la propria identità, senza cestinare in un solo colpo la (breve) storia iniziata nel 2007 allorché si propose come partito nuovo". E qui l'autore coglie il legame netto tra identità di un partito e il suo simbolo, un aspetto fin troppo sottovalutato, soprattutto con il passaggio all'epoca della "politica marketing". Nel senso che non di rado si è pensato che bastasse cambiare un simbolo per avere più appeal, senza che ad aggiustamenti e rivoluzioni nella grafica corrispondessero effettivi mutamenti nel pensiero (ammesso che ce ne fosse uno). Eppure quel legame esiste e, paradossalmente, lo si può vedere in azione proprio in ambito commerciale, come dimostra l'esempio che Passarelli pone proprio all'inizio dell'articolo: "La Coca Cola investe milioni di euro in pubblicità ogni anno. E, sostanzialmente, non ha mai cambiato brand; la ragione principale è che i consumatori conoscono e si riconoscono nel nome e nel simbolo della bibita per eccellenza. E per questo lo riacquistano, ovvero lo detestano, ma sanno di cosa si tratta". L'uso del termine brand, in particolare, dovrebbe attirare l'attenzione di chi legge: il concetto di "marchio" in inglese si rende con mark o trademark, mentre brand rimanda piuttosto a un concetto affine ma diverso, quello della marca. Che è certamente legato al segno distintivo "fisico", per come lo si vede, ma evoca soprattutto, come nota Gaetano Grizzanti, uno dei massimi esperti di branding in Italia, "un insieme di valori predefiniti, definendo il posizionamento sul mercato". 
Il marchio, dunque, è il segno che si ha davanti agli occhi, mentre la marca suggerisce un mondo di immagini, sensazioni, ricordi: semioticamente parlando, il primo è il significante, la seconda è il significato. Praticamente la stessa differenza concettuale e la stessa relazione che si verifica tra il contrassegno elettorale (utile a distinguere una candidatura dalle altre) e il simbolo di un partito, che di questo dovrebbe appunto richiamare l'identità, i valori, le idee. Il che non significa che l'immagine (significante) che fisicamente dà corpo al simbolo (significato) non possa cambiare, ma con criterio. Ricorda Passarelli che il Partito Socialista Obrero Espanol (Psoe) "non ha rinunciato ai suoi riferimenti 'operai' e al simbolo benché alcuni, come il garofano, il pugno e il termine 'operaio' possano apparire come superati": dagli anni '70, in effetti (da quando fu adottata l'immagine della rosa nel pugno coniata in Francia da Marc Bonnet e fatta propria dai socialisti francesi), il simbolo della rosa, con o senza pugno, è quasi sempre rimasto al suo posto, magari con qualche adattamento ma restando sempre riconoscibile. 
Ovviamente si può cambiare in modo più profondo e mutare quasi tutto, al massimo riducendo a miniatura le testimonianze della propria storia, come avvenne nel 1991 per il Partito comunista italiano (poi Pds) e tra il 1994 e il 1995 per il Movimento sociale italiano (poi An). Però un cambiamento netto, secondo Passarelli, "per essere credibile deve sostanziarsi in una mutazione di contenuto ed identità" (cosa che nei due casi appena ricordati avvenne, altrimenti non si spiegherebbero a dovere le scissioni traumatiche che si verificarono nei due partiti di "falce e fiammella"). 
Non è certo la prima volta che si parla, con maggiore o minore convinzione, di cambiare il nome o il simbolo del Pd: lo aveva chiesto, tra l'altro, Andrea Rauch nel 2013 (per far togliere il "suo" rametto di Ulivo), lo si è detto con insistenza nel 2017 sotto la segreteria Renzi (e l'autore dell'emblema dem, Nicola Storto, disse che il segretario aveva tutto il diritto di cambiarlo); prima delle elezioni europee del 2019, lo stesso Nicola Zingaretti disse che l'uso del simbolo del Pd in occasione di quel voto non sarebbe stato un dogma (anche se ovviamente fu utilizzato, insieme al riferimento al calendiano Siamo Europei e al Pse). In effetti in questo caso si tratterebbe non di cambiare il simbolo, ma di metterlo da parte per fare qualcosa di nuovo e diverso; certo è che farlo a Bologna non sarebbe come presentare una lista unica di area in un comune sotto i 15mila abitanti perché in sostanza lo impone la legge elettorale. "Per cambiare davvero - segnala Passarelli - servono nuove idee, nuove prospettive, nuovi orizzonti e una diversa collocazione geo-politica. Ma allora non basterebbero certo pochi mesi per approntare tale progetto in tempo per il voto". E, ovviamente, non basterebbe farlo solo a Bologna. Ammesso che il risultato del Pd al voto di domenica e lunedì - giudicato da alcuni non insoddisfacente, da altri perfino buono - non suggerisca di mettere del tutto da parte l'idea di cambiare identità o simbolo.

domenica 20 dicembre 2015

La Coalizione civica per Bologna, sotto al Nettuno

"L'anno che sta arrivando", per citare un illustre cittadino petroniano, si apriranno le urne anche sotto le due Torri. Bologna si prepara al voto, con Virginio Merola pronto a correre per un secondo mandato col sostegno del Pd. A sinistra, in compenso, da alcuni mesi si muove altro, in particolare la Coalizione civica per Bologna, nata essenzialmente sul web soprattutto grazie all'impegno di Mauro Zani, politico di lungo corso (Pci, segretario regionale Pds e Ds, deputato e parlamentare europeo) che mai ha aderito al Partito democratico: l'idea era di porre le condizioni per "una nuova 'stagione' per Bologna" e, fin da settembre, c'è chi ha iniziato a lavorare per questo risultato.
Con Zani c'erano l’avvocato Mario Bovina, Marina D’Altri del comitato Articolo 33 (per la scuola pubblica) e l'ex direttrice del carcere minorile del Pratello Paola Ziccone. Il progetto prevede una "chiamata alla partecipazione" per un impegno che non riguardi la sola città di Bologna, ma si estenda all'intero territorio metropolitano (con un'interazione permanente a livello territoriale, tendente all'omogeneità). Si pensa di "costruire insieme un’alternativa alla insicurezza, alla precarietà diffusa", basata sulla cooperazione, sulla sicurezza, sull'effettivo riconoscimento dei diritti sociali e individuali e che, lasciandosi alle spalle i grandi progetti, punti piuttosto sulla "manutenzione fisica e civile" che dia la massima attenzione ai bisogni e alle domande dei cittadini.
Per rappresentare graficamente il progetto, il gruppo si è dato un simbolo che nell'atto costitutivo della Coalizione civica è così descritto: "un cerchio la metà superiore di colore bianco con l’immagine della statua del Nettuno in blu e la metà inferiore di colore rosso con la scritta “Coalizione Civica per Bologna” in bianco e blu". Graficamente l'impostazione ricorda quella del contrassegno di Centro democratico (con il colore appena un po' diverso), anche se la font utilizzata ricorda piuttosto quella del Nuovo centrodestra; a caratterizzare l'emblema sono la scritta "per" in negativo su una forma rettangolare blu, dai bordi seghettati come quelli di un pezzo di nastro adesivo (quasi a dire che il "per" non è un elemento fondamentale dell'emblema, ma è stato messo volutamente... anche se potrebbe trattarsi solo di una trovata grafica) e, ovviamente, il disegno della parte superiore del cerchio.
Senza usare le torri (già viste, peraltro, in passato su più di un simbolo), il gruppo di Zani e Bovina ha scelto di inserire nel tondo uno scorcio particolare della cinquecentesca statua bronzea del dio Nettuno dello scultore Jean de Boulogne (noto come il Giambologna), posta al sommo della Fontana del Nettuno, nell'omonima piazza vicinissima a piazza Maggiore. Si tratta, in particolare, di un dettaglio della statua preso molto dal basso, in modo che la testa del dio risulti al centro tra il braccio teso e il tridente. 
Proprio la postura della statua, tuttavia, aveva destato qualche perplessità in rete già a settembre: "La mano indica la sinistra, il viso guarda a destra...", lamentava su Facebook tale Loris Marchesini, provocando subito le risposte sorridenti di alcuni membri della Coalizione, Marco Trotta ("Cuore e sguardo sono a sinistra, vista dalla sua prospettiva") e lo stesso Mauro Zani ("In ogni caso mica vogliamo voti solo a sinistra, li vogliamo anche dal Pd"). E mentre Marchesini disquisiva su cosa significasse essere di sinistra ("Non dipende da quante volte ripetiamo la parola, ma dai fatti, dalle realizzazioni concrete. Era più di sinistra Bertinotti oppure Prodi nel 1998? Prodi 10 volte!"), tale Ro Ba tagliava la testa al toro: "E' colpa del Gianbologna!" Magari si scopre che è proprio così...