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sabato 20 giugno 2026

Rileggere i testi di Farassino per capire (anche) il suo cammino politico

Ci sono persone che non possono essere contenute, limitate in un solo ruolo, men che meno in un'etichetta. Ciò vale senz'altro per "Farassino Giuseppe detto Gipo", nato nel 1934 e spentosi a Torino nel 2013, con tante vite diverse (ma complementari) vissute nel mezzo. Gipo Farassino, infatti, era ed è noto come cantautore, ma è stato anche attore, regista, autore teatrale, scrittore, conduttore televisivo, nonché - e per questo ce ne occupiamo qui - politico. Ma, prima di tutto, è stato "barrierante", nato e cresciuto alla Barriera di Milano, quartiere popolare torinese, uno dei tanti in cui la vita - specie negli anni '50 e '60 - era particolarmente difficile, per chi lavorava alla Fiat (o nelle industrie dell'indotto) e per chi doveva "arrangiarsi". Dalla "barriera", si può dire, Farassino non aveva mai allontanato testa, occhi e soprattutto cuore: alla luce delle sue esperienze e delle tante vite da lui incrociate nel corso degli anni e raccontate in versi (recitati o cantati, in torinese o in italiano) si riesce a capire meglio anche il suo impegno politico successivo.
A marzo è uscito un libro stimolante, pubblicato da Marcovalerio edizioni: Le barriere zingare di Gipo Farassino. Quando il respiro di una città diventa storia cantata; lo ha scritto Roberto Cardaci, sociologo, particolarmente attento a situazioni di disagio sociale, legate soprattutto alla dimensione lavorativa e inquadrate in chiave territoriale. Il volume non è una biografia dell'artista, ma un'analisi sociologica dei suoi testi scritti fino all'inizio degli anni '70, nonché dei torinesi e dei piemontesi di quello stesso periodo sempre attraverso quelle liriche. I punti di contatto con Farassino - lo racconta l'autore nelle prime pagine - erano legati innanzitutto alla crescita (da figlio di immigrati siciliani) in una casa molto simile e alle canzoni di Gipo, incontrate in piena infanzia e poi riproposte con passione da Cardaci stesso alla chitarra (nei luoghi di ritrovo della giovinezza, che fossero le osterie - anzi, le piòle - o la sezione del Pci). All'origine del libro, tuttavia, c'è soprattutto la convinzione di condividere con Farassino l'approccio nei confronti di Torino e dei torinesi da "sociologi scalzi", cioè "coi piedi ben piantati per terra, con la voglia di conoscere la vita della città per migliorarla".
Già, perché sarà pure vero che non per forza a canzoni si fan rivoluzioni o poesia (con la consapevolezza di avere citato un altro artista ben gradito all'autore), ma quelle stesse canzoni contano, anche - e proprio -perché raccontano bene ciò che era, che è e che non è più (e magari invece sarebbe meglio che fosse ancora). Secondo Cardaci, Farassino da cantautore ha agito come un "'sociologo in pectore', appunto per questo capace di raccontare la vita economica e sociale della Torino di quegli anni mediante le sue canzoni che parlano musicalmente di un'epoca nella quale il capoluogo piemontese era la capitale italiana dell'auto, con le sue luci e ombre". Lo avrebbe fatto, sempre secondo l'autore, con una tecnica assimilabile all'osservazione partecipante (sincrona o asincrona), che gli ha permesso di raccontare la vita delle persone e il suo cambiamento, con un continuo raffronto con la propria esperienza e con lo sguardo dello "zingaro di barriera", sufficientemente ribelle e allergico all'ipocrisia. 
Per questo, una prima parte del libro si premura di ricostruire la situazione di Torino - e, in parte, del Piemonte - nel secondo dopoguerra e negli anni dell'industrializzazione spinta, del miracolo economico e delle migrazioni (prima dal Polesine, poi dalle campagne, poi soprattutto dal Meridione): racconta la trasformazione produttiva, economica, urbanistica e sociale della città e del territorio, con i suoi progressi e i suoi problemi, avvertiti nella carne e nella vita quotidiana delle persone, inevitabilmente segnata da un'impostazione "motorecentrica". La seconda parte esplora quel contesto, ricostruendolo nei dettagli e negli anfratti umano attraverso le liriche di Farassino del periodo considerato (riportate nella loro interezza in coda al volume), utilissime per far attraversare i borghi, le barriere, le case e i bar, fino ai luoghi di lavoro, insalubri e alienanti, ma sempre caratterizzati dall'umanità (nei suoi aspetti migliori e deteriori).
Chi scrive è nato e cresciuto in un'altra regione, in un contesto e in anni diversi, ma non fatica a credere che nessuno abbia cantato o narrato più e meglio di Farassino (nelle sue poesie, nei suoi testi e spettacoli) le pagine quotidiane e singolari della gente di Torino, quella degli anni '50 e '60, soprattutto quella povera, delle case di ringhiera, trasmettendo anche a distanza di tempo i rumori dei cortili, le voci dalle ringhiere, l'odor ëd frità (l'odore di frittata), le toppe sui panni stesi (tutte sequenze tratte da Ël 6 ëd via Coni), le tute blu, le scene al bar e le istantanee nei borghi in cui "i furbi giorno e notte dormivano, i gonzi lavoravano" (così pensavano i primi, salvandosi forse dall'alienazione). Ma lo stesso Farassino non ha fatto sconti agli stessi torinesi e piemontesi, per come erano diventati, per come avevano smesso di voler migliorare se stessi e ciò che li circondava, attraverso l'amore e l'amicizia, ma anche mediante la protesta e la convinzione di non dover mollare o arretrare (un concetto riassumibile nell'espressione storica - riferita ai piemontesi - bogia nen, il cui significato "non vi muovete" non va letto come un invito all'immobilismo, ma alla resistenza, possibilmente attiva). 
Nel libro non manca, giustamente, un riferimento alla carriera politica di Farassino: vicino al Pci per molti anni, diventò nel 1987 fondatore - insieme, tra l'altro, al suo regista di sempre, Massimo Scaglione - di Piemont autonomista, forza politica lanciata poco prima delle elezioni politiche di quello stesso anno e finita inevitabilmente in competizione con l'Union Piemontèisa di Roberto Gremmo (a dispetto dei contatti tra loro alcune settimane prima del voto). Nessuno dei due partiti riuscì a ottenere seggi, a causa della competizione, ma da quel momento il Piemont autonomista (che a Pino Torinese elesse Farassino come consigliere) ebbe un rapporto privilegiato con la Lega lombarda guidata da Umberto Bossi, avendo un ruolo rilevante nelle successive evoluzioni di questo partito.
Nel 1989, infatti, il Piemont autonomista partecipò all'Alleanza Nord, federazione guidata dalla Lega lombarda sotto le insegne di Alberto da Giussano per partecipare alle elezioni europee e anche Farassino fu candidato (anzi, c'era anche lui al Viminale per il deposito dei simboli, ma è una storia che merita di essere raccontata a parte e verrà il momento per farlo). A testimonianza dell'esito del processo di federazione, il 4 dicembre di quell'anno lo stesso Farassino - insieme a vari altri esponenti - fu tra i fondatori della Lega Nord, il nuovo partito sempre con la guida carismatica di Bossi, ma creato con un orizzonte territoriale più ampio e non volto a raggiungere una meta elettorale relativamente vicina.
Proprio sotto le insegne della Lega Nord Farassino venne eletto prima consigliere regionale nel 1990, poi deputato nel 1992 (fu il più votato della circoscrizione di Torino-Novara-Vercelli, con oltre 55500 voti). Mancò la rielezione nel 1994 (fu schierato dal Polo delle libertà al collegio senatoriale Torino 1, ottenne quasi 43500 voti ma Franco Debenedetti, candidato dei Progressisti, ne raccolse quasi 48900), ma dopo le dimisssioni di Francesco Speroni divenne europarlamentare e fu confermato a Strasburgo con quasi 60600 preferenze alle elezioni del 12 giugno. Nel 1995, poi, centrò di nuovo l'elezione a consigliere regionale (sempre nella circoscrizione di Torino), sotto le insegne della Lega Nord schierata fuori dai poli e fu uno dei cinque eletti. A luglio del 1999 decise di lasciare la politica e tornare alla canzone (anche se questo non gli impedì di ricoprire da indipendente per un anno e mezzo, da gennaio del 2004, la carica di assessore all'identità piemontese e alla devoluzione nella seconda giunta guidata da Enzo Ghigo).
Se il libro di Cardaci si preoccua soprattutto - e ci riesce bene - di descrivere "la gente" di Farassino (quella di Torino e non solo) attraverso i suoi testi, non manca di proporre una canzone che, più di altre, sembra dare il senso dell'impegno politico dello stesso Farassino. Si tratta di Piemontèis, uscita nel 1985 in un album con lo stesso nome, con un testo esplicito - offerto qui nella traduzione contenuta nel libro - che invita tutta la popolazione del Piemonte a ridestarsi per rivendicare la propria terra:  
Dove sono finiti i Piemontesi / i leggendari «bogianen» / che non hanno tremato / davanti ai Francesi, davanti ai Tedeschi: / quegli uomini fieri, un po' testardi / con il passo pesante dei montanari, / che hanno reso feconda / questa nostra terra tribolata? / Dove sono finiti quei Piemontesi / con la voce dura e il cuore di velluto / che hanno lottato, che hanno sofferto, / che hanno creduto... / Quei lavoratori senza sorriso / che hanno piantato le nostre radici / sotto le nevi, / sotto l'afa, sotto un cielo grigio? / [...] Dove vanno i Piemontesi / con quelle facce da gente fregata / che sembrano aspettare / la mano del prete e del becchino: / e con il culo insaponato da presentare come un mazzo di fiori / al primo imbecille / che mostra ali da galletto? / Dove vanno i Piemontesi / col collo storto e i soldi in mano / per mercanteggiare / un po' d'illusione fino a domani/  con le soprascarpe fuori dall'uscio / per fare più in fretta a tagliare la corda / se un deficiente / grida che è la fine del mondo. / [...] Dove finiranno i Piemontesi / con l’italiano in mezzo ai denti / e con le donne / e il sole dei terroni nella mente: / le brache piene di confusione / grazioso regalo di quei pellegrini / mandati da Roma / nelle nostre vigne, a fare i padroni? / Dove finiranno i Piemontesi / con le mani vuote e le scatole piene / di imposizioni, beffe, gabelle, umiliazioni, / senza una bandiera, senza un destino, / tra pizze, mafia e mandolini, / senza ideale, senza uno sprone, / senza ambizione? / Lontano, lontano, / come un lamento, si leva una canzone, / è il sospiro profondo della tradizione / che sembra sussurrare all'orecchio della nostra gente: / «Svegliati Bogianen, alza la tua fronte, / rivendica la tua terra, il tuo Piemonte!». 
Aveva forse in testa (anche) questo Farassino, quando nella seduta del 3 luglio 1992 fece il suo primo intervento alla Camera - dopo Sergio Castellaneta e prima di Irene Pivetti - per negare la fiducia della Lega Nord al nascente governo di Giuliano Amato:
Signor Presidente, onorevoli colleghi, nelle dichiarazioni programmatiche del Governo non ho trovato il minimo accenno ad eventuali misure straordinarie finalizzate a contenere, e possibilmente ad arrestare, il preoccupante processo di deindustrializzazione in atto nelle regioni del nord, con particolare riferimento alla regione Piemonte.

La chiusura annunciata degli stabilimenti FIAT di Chivasso, che colpisce i livelli occupazionali eliminando migliaia di posti di lavoro con la falsa prospettiva di destinare le maestranze in cassa integrazione ad altri stabilimenti del gruppo FIAT - falsa prospettiva [...], in quanto voci bene informate danno per scontata la volontà del gruppo FIAT di chiudere anche gli stabilimenti di Rivalta e parte degli stabilimenti di Mirafiori - ci inducono a pensare che il processo di deindustrializzazione in atto in Piemonte sia decisamente irreversibile. Tale processo involutivo, se non viene arrestato con immediata fermezza, provocherà un effetto a catena sia sull'indotto FIAT, sia sulla struttura demografica della regione, con conseguente caduta di tutto il comparto produttivo e commerciale piemontese.

Ci troviamo, sostanzialmente, di fronte ad un ulteriore atto di filibusteria politico-economica del capitalismo industriale che negli anni '50-'70 ha accentrato la produzione attraverso l'immigrazione, invece di esportare il lavoro, scaricando i costi sociali di tale operazione sulla collettività ed incassando da parte sua gli utili al netto di diseconomie esteme. Le immigrazioni selvagge, non controllate e tanto meno gestite, di quegli anni hanno causato enorme malessere sociale alla popolazione piemontese, che ha rischiato di vedere completamente distrutta la propria identità collettiva di popolo, nel tentativo disperato di integrare centinaia di migliaia di persone che arrivavano nelle nostre terre.

Ora che dopo trent'anni tale integrazione, attraverso passaggi di conflittualità etniche, culturali e sociali, pareva avere raggiunto un livello soddisfacente di consolidamento, il capitalismo industriale, con l'aiuto di una politica economica compiacente ed assistenziale, decide una strategia diametralmente opposta, investendo migliaia di miliardi di fonte pubblica in stabilimenti esclusivamente localizzati nel Mezzogiorno, smobilitando contro ogni principio di logica economica strutture produttive validamente collaudate da oltre un trentennio nell'Italia settentrionale.

Si chiude così un ciclo di sfruttamento perverso, naturale ed economico, i cui costi saranno nuovamente sopportati dalla nostra gente. E quando dico «nostra gente» non mi riferisco soltanto alla popolazione originaria piemontese, ma anche e soprattutto a quelle centinaia di migliaia di persone che con la loro disperazione hanno trasferito in Piemonte la loro volontà di integrazione, di lavoro, di affrancamento da condizioni di povertà endemica; persone che hanno deciso un giorno di affidare alla nostra terra il loro destino e l'avvenire dei loro figli.

Se poi alla situazione che ho descritto aggiungiamo le offerte sostanziali ed economicamente affascinanti che giungono ai piccoli e medi imprenditori piemontesi dalla vicina Savoia - offerte che si traducono in abbattimento del 30% dei costi energetici, fiscalizzazione degli oneri sociali, terreni in uso gratuito per la costruzione di capannoni, compiacenti imposizioni fiscali, mutui bancari a tasso agevolatissimo - e che invogliano all'emigrazione tanto gli imprenditori quanto le maestranze specializzate, si può ben comprendere la preoccupazione della regione per un impoverimento tecnologico, demografico e reddituale.

Concludo dicendo, come ho esordito, che non mi pare di aver assolutamente rilevato nelle linee programmatiche del Governo una ben che minima evidenziazione della particolare situazione economica piemontese. Anche per questo motivo il nostro voto non potrà che essere negativo. 
In quel discorso, che lo si condivida o meno (in tutto o in parte), è davvero facile individuare - oltre che alcune parole d'ordine della Lega Nord di allora - molto del mondo di Gipo Farassino, riversato nelle sue canzoni e non solo. A 34 anni da quel discorso e a poco più di vent'anni dall'abbandono definitivo della politica da parte di Farassino, merita di essere considerata una riflessione che Cardaci affida a una delle note del libro, ma che qui si vuole enfatizzare: "Resta da capire che cosa potrebbe pensare Gipo oggi, che la politica è cambiata rispetto a quella dei suoi tempi e non è più passione, militanza, servizio ai cittadini e alla propria terra e, in definitiva, al Paese Italia, ma [...] scelta professionale di chi decide di entrare nell'agone politico - amministrativo a tutti i livelli istituzionali e nei partiti perché meno rischioso rispetto ad avviare attività professionali o imprenditoriali o per consolidarle. Cosa avrebbe pensato di professionisti della politica che, a differenza di lui, non conoscono i luoghi, ma soprattutto le donne e gli uomini di cui dovrebbero interpretare, come lui faceva efficacemente cantandone le condizioni di vita quotidiane, i bisogni, le necessità, le aspettative, le idee per migliorare il futuro?".

giovedì 9 settembre 2021

Torino, simboli e curiosità sulla scheda

Tra i capoluoghi di regione che rinnoveranno la loro amministrazione alle elezioni comunali previste per il 3 e il 4 ottobre, il primo a essere considerato su queste pagine è Torino: da un paio di giorni, infatti, sono state sorteggiate le posizioni delle candidature a sindaco e delle liste sulla scheda, quindi il quadro è ormai completo (anche grazie al fatto che nessuna formazione è stata esclusa dalla sottocommissione elettorale circondariale).
Di certo ci sarà un cambio della guardia al vertice del comune: la sindaca uscente, Chiara Appendino, ha scelto di non ricandidarsi. Altrettanto certamente la scheda sarà meno affollata rispetto a cinque anni fa: se nel 2016 le persone che aspiravano alla poltrona di sindaco erano 17, quest'anno sono solo 13; anche il numero delle liste è calato di quattro unità, dalle 34 di cinque anni fa alle 30 di oggi. Nello scorrere le liste secondo l'ordine stabilito dal sorteggio, occorre anche dire che c'è una terza certezza: dopo quattro apparizioni consecutive (2001, 2006, 2011 e 2016), per la prima volta elettrici ed elettori torinesi non troveranno sulla scheda nemmeno un simbolo legato a Renzo Rabellino o a qualcuno del suo gruppo. E per chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica si tratta di una notizia triste.

Massimo Chiesi

1) Partito comunista dei lavoratori

Il sorteggio ha collocato in apertura dei manifesti delle candidature e delle schede Massimo Chiesi, aspirante sindaco per il Partito comunista dei lavoratori. Come si vedrà, il Pcl guidato a livello nazionale da Marco Ferrando sta cercando di presidiare il maggior numero possibile di comuni rilevanti, presentando proprie candidature autonome, per offrire al corpo elettorale la propria visione politica; in ogni caso è stato presente alle ultime due comunali di Torino e conferma ora la sua partecipazione. Lo fa con il suo simbolo ormai consolidato, che sfoggia la falce e il martello - il primo esemplare di una serie, come si noterà - di colore rosso, sopra alla stilizzazione del globo terrestre al centro del contrassegno. 

Greta Giusi Di Cristina

2) Torino città futura

La seconda candidatura sorteggiata è quella di Greta Giusi Di Cristina. La prima delle sue due liste, Torino città futura, è nata pensando alle conseguenze della pandemia, in cui a Torino "molte categorie si sono sentite scoperte, senza rappresentanza, senza ascolto" (si legge sulla pagina Fb): si è voluto così creare "un contenitore in grado di dare rappresentanza a quegli strati della società senza voce" e di "dare un futuro, una prospettiva nuova a Torino", una città che "negli ultimi 28 anni ha subìto grandi cambiamenti, ma ha perso la propria anima, il proprio orizzonte", mentre serve "una città nuova, una Città Futura". L'idea è rappresentata da un simbolo in cui la sommità della Mole Antonelliana sta davanti a un sole nascente in una circonferenza rossa, ricordando molto la grafica del vecchio Psdi.
 

3) Partito comunista

La seconda lista su cui Di Cristina - 40 anni, docente di inglese e project designer per programmi europei, siciliana da anni a Torino - può contare è il Partito comunista, vale a dire la forza politica di cui fa parte. Come si è visto in occasione delle suppletive, a partire da quest'anno il Pc ha cercato di rendersi più visibile proponendo come contrassegno una diversa versione del proprio simbolo (che ufficialmente non cambia, con falce, martello e stella bianchi su quadrato rosso, inscritto in un cerchio grigio), inserendolo a sua volta in un cerchio bianco e rosso che contiene il riferimento alla figura più visibile del partito a livello nazionale, cioè il segretario Marco Rizzo. Il che vale tanto più a Torino, essendo egli stesso torinese. 

Paolo Alonge

4) Movimento 3 V

La terza candidatura alla guida del comune di Torino, in base al sorteggio, è quella di Paolo Alonge, indicato come aspirante sindaco dal Movimento 3V, che in questo turno di amministrative si è impegnato per essere presente - raccogliendo le firme necessarie - almeno in tutti i capoluoghi di regione chiamati al voto. Il simbolo che finirà sulle schede torinesi è lo stesso già visto parlando delle suppletive a Siena: l'indicazione 3V al centro (ricordo dell'originario nome Vaccini vogliamo verità, senza che ai vaccini ci sia più alcun riferimento testuale esplicito), con le altre due parole chiave "Verità" e "Libertà" disposte ad arco e racchiuse nella stessa circonferenza rossa spessa.  
 

Roberto Salerno

5) Mat - Movimento ambientalista Torino

A volte ritornano, sotto altre vesti. Nel 2016 Roberto Salerno si era candidato come sindaco per il Movimento sociale italiano (quello guidato a livello nazionale da Gaetano Saya e Maria Antonietta Cannizzaro), ma era stato escluso per l'uso della fiamma tricolore. Stavolta Salerno è di nuovo in corsa e finirà sulla scheda elettorale (il quarto candidato, la quinta lista), ma con il simbolo del Mat - Movimento ambientalista Torino, nata mesi fa per arrestare il degrado cittadino, risanare le "aree verdi" di Torino per una loro fruizione completa e sicura, impiantare servizi igienici e presidi sanitari per i parchi, rendere di nuovo vitali e attrattive quelle aree con manifestazioni e percorsi. Il simbolo consiste nella sigla in grande evidenza sopra al nome intero, scritti in bianco su fondo verde; sopra la T si nota uno scoiattolo che legge.

Valentina Sganga

6) MoVimento 5 Stelle

A Torino, com'è noto, il MoVimento 5 Stelle, dopo avere guidato per cinque anni la città con Chiara Appendino, ha deciso di presentare di nuovo - come fa a Milano e a Roma - una propria candidatura autonoma rispetto al centrosinistra (con cui è invece alleato a Bologna e Napoli). La scelta è caduta su Valentina Sganga, capogruppo uscente del M5S in consiglio comunale. La sosterranno due liste in quest'occasione: il sorteggio ha indicato per prima proprio quella del M5S, che impiega la nuova versione del simbolo, con il segmento inferiore rosso che contiene il riferimento all'anno 2050, al posto dei siti che nel corso del tempo si sono avvicendati. Nel 2016 era stata la forza più votata (30,01%): questa volta si vedrà.
 

7) Europa Verde Torino

La seconda formazione che appoggia la corsa elettorale di Sganga, in realtà, può ricondursi all'area del centrosinistra: la candidata del MoVimento 5 Stelle, infatti, può contare anche sull'appoggio di Europa Verde Torino. Si tratta di uno dei pochi casi in cui il soggetto evoluzione della Federazione dei Verdi ha scelto di non appoggiare la persona candidata dalla coalizione di centrosinistra, quindi merita di essere evidenziato. Quanto al simbolo, la base è l'ultima versione dell'emblema di Europa Verde, con qualche ritocco: manca il riferimento testuale ai Verdi (ma c'è ovviamente il sole che ride) ed è stato inserito quello a Torino, in giallo (ma, a ben guardare, la font impiegata è diversa da quella usata giusto sopra).
 

Lorenzo Varaldo

8) Divieto di licenziare

Sesta candidatura sorteggiata è quella di Lorenzo Varaldo, insegnante e dirigente scolastico, ormai alla sua quarta candidatura consecutiva come sindaco di Torino. Dal 2006 i avanti i suoi simboli sono tutti da leggere: la struttura è sempre la stessa, con un cerchio rosso e una banda centrale (prima gialla, poi bianca) e i punti principali del programma scritti all'interno. "Abbiamo scelto il rosso - ci spiega Varaldo - perché ci collochiamo all'interno del movimento dei lavoratori e della sua storia. La fascia bianca in mezzo combina il mettere in risalto il messaggio principale e le lotte del momento con una certa allusione al cartello stradale del senso vietato". Oggi al centro c'è, appunto, il Divieto di licenziare, ma per Varaldo e chi si candida con lui non sono meno importanti "Stop austerità per sempre", l'esigenza di avere "un vero lavoro, un vero salario" e la nuova proposta di "abrogazione trattati Ue".
 

Ivano Verra

9) Noi cittadini

Dopo la candidatura di Varaldo, il sorteggio ha collocato quella di Ivano Verra, sostenuto da due liste. La prima, Noi cittadini, è legata al movimento guidato dal commerciante Pierino Magro, propostosi nel 2016 come presidente della sesta circoscrizione torinese (lo si trova anche stavolta, oltre che come capolista alle comunali). Il movimento vuole opporsi "all'avanzare del degrado, alla presenza di scippatori e spacciatori, alla chiusura di sempre più negozi, all'abbandono in cui versano intere zone" (della circoscrizione e del comune), dando voce ai cittadini senza passare attraverso i partiti. Il simbolo, decisamente artigianale anche se creato al computer, contiene il nome scritto in Arial Black (con "Noi" tricolore e il resto in verde) e una stretta di mano "tricolore" (peraltro nemmeno ripulita dal fondo bianco che ha intorno). 
 

10) Italexit Paragone

La seconda lista a sostegno di Ivano Verra - architetto, già docente a Politecnico di Torino, già assessore e consigliere comunale a Gremagnano - è quella del progetto politico cui si è avvicinato, ItalExit. La scelta simbolica fatta a Torino merita di essere evidenziata: rispetto ad altri luoghi, infatti, qui ItalExit ha scelto di indicare il candidato (in un segmento su fondo arancione, un colore che non fa parte della tavolozza di quella forza politica) e non la città, ma soprattutto ha allargato al massimo il nome del soggetto politico (a tinta unita, senza sfumature) e ha aggiunto - quasi con altrettanta evidenza - il cognome del leader, Gianluigi Paragone (come lo si è visto alle suppletive di Roma e Siena).
 

Emilio Mazza

11) Torino capitale d'Europa - Basta Isee

L'ottava candidatura a sindaco, in base all'ordine indicato dal sorteggio, è quella di Emilio Mazza, pensionato con una lunga passione per la politica a livello territoriale, presidente delle Comunità territoriali d'Europa: si tratta di un'associazione politico-culturale impegnata a perseguire nuove idee sull'organizzazione dello stato e sulla partecipazione dei cittadini, guardando alle idee di Ernesto Rossi e Altiero Spinelli. Nel simbolo - anch'esso piuttosto artigianale - c'è appunto il riferimento a quell'associazione, inserito in un ellisse tagliato che alla base contiene il nome della lista, Torino capitale d'Europa; il messaggio più evidente, però, è Basta Isee, identificato evidentemente dai promotori della lista come elemento negativo per molte famiglie.
 

Davide Betti Balducci

12) Partito Gay LGBT+

Può contare sul sostegno di due liste anche Davide Betti Balducci, già candidato sindaco lo scorso anno a Parella con la lista Progetto paese (eletto consigliere, poi dimessosi) e ora sorteggiato come nono aspirante primo cittadino. La prima lista che lo sostiene è quella del Partito Gay LGBT+, formazione che è alla prima uscita elettorale rilevante (sarà presente anche alle elezioni di Milano, Roma e Napoli, non invece a Bologna). Il simbolo è quello presentato meno di un anno fa, con una mezza corolla floreale arcobaleno in evidenza e l'indicazione degli altri valori fondanti (solidale, ambientalista, liberale) nel segmento curvilineo viola sfumato presente nella parte inferiore, quasi a voler richiamare un'onda in movimento.
 

13) Partito animalista

La seconda lista che ha scelto di dare forza alla candidatura di Betti è stata presentata dal Partito animalista: la formazione guidata a livello nazionale da Cristiano Ceriello è ben decisa, come si è visto, a essere presente nel maggior numero possibile di sfide elettorali rilevanti a livello locale. Il simbolo è quello già noto (con le due impronte sopra la banda rossa che contiene parte del nome); in questo caso, peraltro, nella parte inferiore sono stati aggiunti gli aggettivi "ambientalista" (in piena consonanza con quanto è scritto nell'altro simbolo della coalizione) e "antispecista" (termine meno noto, per indicare l'opposizione a teorie che ritengono la specie umana superiore ad altre e, come tale, in grado di disporre della vita di altri esseri viventi).
 

Ugo Mattei

14) Futura per i Beni Comuni - Ugo Mattei sindaco

La decima candidatura porta il nome di Ugo Mattei, professore ordinario di diritto privato all'università di Torino e da anni studioso dei beni comuni (ultimamente piuttosto noto anche per le sue posizioni contrarie alla certificazione verde e all'obbligo vaccinale contro il Covid-19). Mattei si presenta sostenuto da un'unica lista, Futura per i Beni Comuni - Ugo Mattei sindaco: decisamente lontana dai partiti e con l'idea di "invertire la rotta neoliberale, valorizzare il patrimonio pubblico materiale e immateriale facendogli generare solidarietà al posto del profitto", presenta un simbolo riconoscibile per la presenza della Mole innestata sulla "T" di "Futura" e di una farfalla multicolore (come a dire che Torino deve rinascere e liberarsi). All'inizio questi elementi avevano molto più spazio sul contrassegno (a fondo verde), ma la versione finale dell'emblema ha dato molto più peso al nome del candidato.
 

Angelo D'Orsi

15) Partito comunista italiano

Undicesimo aspirante al ruolo di sindaco, in base al sorteggio, è Angelo D'Orsi, storico delle dottrine politiche (dopo la laurea in filosofia del diritto) che vuole proporre "un'altra Storia per Torino, da scrivere insieme". La candidatura di D'Orsi è rilevante anche perché è una delle poche in cui varie forze della sinistra che non si riconoscono nel centrosinistra tradizionale (non tutte però, come si è visto) presentano un candidato unitario, pur se sostenuto da più liste, tre in questo caso. La prima sorteggiata è quella del Partito comunista italiano, guidato a livello nazionale da Mauro Alboresi: sfoggia ovviamente il suo simbolo adottato nel 2016, molto somigliante a quello che il Pci storico ha usato per anni, con pochi cambiamenti.
 

16) Sinistra in comune

La seconda formazione a sostegno di D'Orsi è Sinistra in comune, che ricorda nella struttura (con la parola "Sinistra" su una sorta di etichetta bianca su fondo rosso) simboli già visti in passato, come quello di #reteaSinistra presentato alle regionali del 2015 in Liguria (a sostegno di Luca Pastorino). All'interno del contrassegno, in cui non mancano elementi curvilinei viola e verdi (e che contiene - unico della coalizione - il nome del candidato sindaco), appaiono anche le miniature dei simboli dei partiti che hanno costituito questa lista: ecco dunque le "pulci" di Sinistra anticapitalista (uno dei rarissimi casi in cui compare alle elezioni), Rifondazione comunista e demA, che dunque marca la sua presenza anche in territori non direttamente interessati dall'attività politica di Luigi de Magistris.
 

17) Potere al popolo!

Il terzo simbolo su cui D'Orsi può contare in questa sua corsa elettorale è quello di Potere al popolo!, che presenta dunque di nuovo il suo contrassegno pensato per le elezioni politiche del 2018. Il tentativo di mettere insieme le forze pur su tre liste diverse mostra il tentativo della "sinistra estrema" di cercare di ottenere almeno un posto in consiglio comunale: tante corse solitarie non potrebbero mai ottenerlo, una corsa unitaria con un simbolo nuovo, non riconoscibile, sarebbe poco produttiva, quindi si è cercato di correre insieme -tranne Pcl e Pc, come si è detto - senza rinunciare alle proprie insegne (anche se difficilmente le singole liste potrebbero sperare in un eletto, oltre al candidato sindaco la cui elezione non è comunque scontata).
 

Stefano Lo Russo

18) Moderati

Il sorteggio ha collocato in fondo ai manifesti e alle schede i due candidati con le coalizioni più vaste, sui quali i media hanno concentrato la loro attenzione. Il primo a essere sorteggiato è Stefano Lo Russo, candidato del centrosinistra che conta sull'appoggio di sei liste. L'estrazione ha collocato per primo il simbolo dei Moderati, la formazione guidata da Giacomo Portas ben radicata a Torino e in Piemonte, collocata nel centrosinistra (spesso accogliendo persone che avevano militato nell'altro schieramento). Il contrassegno è quello consueto, con il nome al centro, il tricolore in alto e il fondo blu con le stelle d'Europa nella parte inferiore del cerchio; nel 2016 era stata la seconda formazione più votata della coalizione che aveva proposto la ricandidatura di Piero Fassino.
 

19) Sinistra ecologista

Seconda formazione su cui Stefano Lo Russo può contare è Sinistra ecologista, lista elettorale costruita innanzitutto per iniziativa di Sinistra italiana e Possibile, nonché di vari gruppi associativi locali che vogliono "una città felice, vivace, inclusiva, ecologica, prospera e attraente", nonché giusta. Il simbolo scelto, piuttosto essenziale, contiene il nome scritto in rosso e verde (rispettivamente per le parole "sinistra" ed "ecologista"), un segmento circolare verde sfumato nella parte inferiore (crescente come il nome) e una stella anch'essa rossa e verde, con quest'ultimo colore che di fatto nel disegno individua una freccia, come a voler segnare la direzione da prendere, con la lista e per il comune di Torino. Nel 2016 quell'area non era riuscita a ottenere consiglieri; stavolta i promotori cercano di migliorare il risultato.
 

20) Partito democratico

Non poteva ovviamente mancare all'interno del centrosinistra la lista del Partito democratico, seconda forza più votata alle elezioni del 2016 (29,77%, dietro solo al M5S). Lo Russo, docente di geologia al Politecnico e capogruppo uscente del Pd in consiglio comunale (dopo essere stato assessore nella giunta Fassino), è dunque sostenuto dalla lista che presenta il simbolo nazionale del partito, personalizzato con il proprio nome: il logo elaborato nel 2007 da Nicola Storto si riduce così di dimensioni per poter lasciare spazio, nella parte inferiore, a un grosso segmento verde, nel quale è contenuta (per intero, non com'era avvenuto alle precedenti elezioni) l'espressione "Lo Russo sindaco". 
 

21) Lista civica Lo Russo

Come da tradizione, a Torino il centrosinistra presenta una formazione civica a sostegno del proprio candidato sindaco. La Lista civica Lo Russo sindaco, organizzata come in passato - tra gli altri - da Pino De Michele (Alleanza dei democratici), ma ci sono anche la lista Monviso di Mario Giaccone, Demos e Centro democratico. Queste forze civiche e politiche, tuttavia, non si vedono all'interno del contrassegno elettorale. La grafica del simbolo, infatti, è sostanzialmente la stessa impiegata per la lista Fassino del 2016: fondo bianco e rosso e scritte a colori invertiti. Nel 2016, collocandosi dopo i Moderati per voti ricevuti, la lista era comunque riuscita a ottenere un rappresentante in consiglio comunale.
 

22) Articolo Uno - Partito socialista italiano

Tra le forze ricordate prima a proposito della lista Sinistra ecologista non si è citata Articolo Uno: il partito, infatti, ha scelto di presentare una propria lista autonoma (rispetto alle forze che un tempo avevano costituito Liberi e Uguali), ma sempre nell'ambito della coalizione che sostiene Lo Russo. Il simbolo della lista, oltre al nome del partito (che occupa oltre metà dello spazio), contiene un elemento rosso curvilineo: "si tratta - spiega Matteo Cantamessa, segretario locale di Articolo Uno - di una bandiera rossa sventolante stilizzata". All'interno del simbolo figura anche la miniatura dell'emblema del Partito socialista italiano, che partecipa alle liste con proprie candidature.
 

23) Torino Domani

Ultima lista (almeno secondo l'ordine di estrazione) tra quelle presentate a sostegno di Lo Russo è Torino Domani, progetto di cittadinanza attiva guidato dall'ingegnere ambientale e consigliere comunale uscente Francesco Tresso. Priorità della lista è rendere Torino "una città aperta e accogliente, capace di attrarre nuove opportunità, investimenti e attività". Per questo l'agenda è ricca, le "cose da fare" (agenda in latino) sono tante. E non a caso il simbolo non evidenzia - come il nome - solo l'idea di futuro (anche grazie ai segni dell'avanti veloce), ma anche le prime lettere delle due parole del nome, grazie a un riquadro nero che spicca sul fondo giallo: to do, in inglese e nel gergo tecnico, indica appunto le cose da fare.
 

Paolo Damilano

24) Fratelli d'Italia

Tredicesimo e ultimo candidato sindaco presente sulla scheda è Paolo Damilano, civico ma sostenuto dall'intero centrodestra. L'imprenditore del settore alimentare e della ristorazione (nonché presidente della Film Commission Torino Piemonte) conterà su ben sette liste. La prima a essere indicata dal sorteggio è quella di Fratelli d'Italia: il contrassegno impiegato, aanche in questa occasione, sarà quello inaugurato in occasione delle elezioni politiche del 2018, con il simbolo ufficiale contenuto nel cerchio  al di sotto del nome della leader, Giorgia Meloni. Se nel 2016 Fdi, che aveva sostenuto il candidato della Lega Alberto Morano, era rimasto fuori dal consiglio (1,47%), ben difficilmente sarà così questa volta.
 

25) Torino bellissima

La seconda formazione sorteggiata è quella più legata in assoluto al candidato sindaco corteggiato dal centrodestra (già nel 2019, in occasione delle regionali, prima che la scelta cadesse su Alberto Cirio). Torino bellissima è il nome della lista, ma è soprattutto l'idea che il candidato ha: la città ha molte potenzialità e molti punti a suo favore, ma occorre molto lavoro per recuperare in qualità della vita. "C'è da fare" è lo slogan di Damilano (che nel programma prosegue con "e ce la faremo"): qui si limita a utilizzare i colori classici della città (giallo e blu), un accenno di tricolore e, ovviamente, una riproduzione della Mole nella parte alta del simbolo (inizialmente era parte del logo "Torino bellissima", ma ora è meglio collocata). 

26) Forza Italia - Pli - Unione pensionati - Udc - Federazione democristiana

Nel 2016 il centrodestra non si era presentato unito alle elezioni comunali: se Lega Nord e Fdi avevano sostenuto Alberto Morano, Forza Italia aveva preferito appoggiare il proprio ex parlamentare (ora tornato alla Camera) Osvaldo Napoli. Questa volta invece i forzisti convergono su Damilano, portando con sé anche il sostegno di altre forze: il simbolo di Fi, infatti è particolarmente affollato. Bandierina e cognome di Silvio Berlusconi sono compressi nel semicerchio inferiore, per far stare in quello inferiore (tinto di blu) il riferimento al candidato sindaco e le miniature dei simboli del Partito liberale italiano, dell'Unione pensionati e dell'Unione di centro (che nel 2016 aveva sostenuto l'ex forzista Roberto Rosso). A guardare (molto) bene, peraltro, il simbolo dell'Udc nella parte superiore porta la dicitura "Federazione democristiana": è il segno che alla lista partecipa anche la Dc-Grassi, rappresentata in Piemonte soprattutto da Mauro Carmagnola. C'è poi anche il sostegno (non visibile) di Basta! e di Azzurri italiani, già viste in passato a Torino e dintorni.
 

27) Progresso Torino

Un'altra formazione civica a sostegno della candidatura di Damilano è Progresso Torino, che qualcuno ha definito "l'anima di centrosinistra a sostegno del centrodestra": a promuoverla infatti sono soprattutto Davide Ricca (esponente di Italia viva, dimessosi da coordinatore locale proprio dopo la formazione della lista) e Alberto Nigra (già dirigente di Azione), insieme a Giovanna Giordano, già considerata madamìn "sì Tav" (e nel 2019 inserita nel "listino" di Sergio Chiamparino). La lista si definisce "nata dall’unione di persone che hanno a cuore Torino" (e proprio il cuore, su fondo arancione, rappresenta sia l'amore per la città sia la volontà "di lanciare il cuore oltre l'ostacolo per la ripartenza della città più bella del mondo) e che si dicono "di area riformista".
 

28) Lega

Non poteva chiaramente mancare la lista della Lega: nel 2015 (come Lega Nord) era stata l'unica formazione politica del centrodestra - nella corsa sparsa di cui si è detto - a ottenere un proprio seggio diretto (con il 5,79%), mentre è quasi certo che questa volta la percentuale sarà ben più alta. Sul piano simbolico è interessante notare che, a differenza che altrove, non solo il simbolo della Lega in uso dalla fine del 2017 è stato variato sostituendo alla parola "premier" il riferimento alla regione, ma è stato ripescato anche il drapeau piemontese, collocato al fianco di Alberto da Giussano. Nel 2016 c'erano anche il Sole delle Alpi e l'indicazione geografica in piemontese, ma - si sa - il tempo è passato.
 

29) Sì Tav sì lavoro - Rinascimento

La penultima lista su schede e manifesti (e la penultima della coalizione di Damilano) è una lista in parte civica e in parte politica. Oltre metà del simbolo è occupato dall'espressione Sì Tav sì lavoro (anche se, vista la disposizione del testo, verrebbe da leggerlo al contrario): si tratta chiaramente della declinazione torinese della lista - sempre basata su giallo e blu, ma a tinte invertite stavolta - presentata alle regionali del 2019 a sostegno di Cirio. Oggi come allora la guida Mino Giachino, in un primo momento tra i possibili candidati a sindaco della città. Fin da allora a fianco di Giachino si era schierato Vittorio Sgarbi: non a caso, la parte inferiore del contrassegno è dedicata a Rinascimento (anche se il nome del leader è molto più visibile rispetto a quello del partito).   
 

30) Il Popolo della famiglia

La parata dei simboli di lista alle comunali di Torino si chiude con quello del Popolo della famiglia: il partito fondato e guidato da Mario Adinolfi è presente in gran parte dei capoluoghi chiamati al voto in ottobre, anche se a volte ha trovato ospitalità in altre liste. Non è però il caso di Torino: il simbolo a fondo blu con la famigliola disegnata a pastello e l'espressione "No gender nelle scuole" occupa tutto lo spazio del contrassegno e si presenta a sostegno di Damilano, confermando la scelta di collocarsi in appoggio al centrodestra in alternativa alla presentazione di proprie candidature autonome (come avverrà a Roma).

sabato 5 dicembre 2020

2004, operazione Filadelfia: un voto granata nel nome del Toro

Sono passati sedici anni abbondanti, a pensarci bene, ma c'è chi non ha dimenticato una domenica di metà giugno del 2004, passata per qualche manciata di minuti in uno dei tanti seggi elettorali allestiti in provincia di Torino. Si entrava in cabina con tre schede in mano - oppure due, se si votava in uno dei pochi comuni non chiamati a rinnovare la propria amministrazione in quell'anno. In effetti votare quella volta richiedeva un'attenzione maggiore rispetto al solito, per non lasciarsi confondere dal notevole affollamento sulle schede: i simboli in corsa per le europee nella circoscrizione Nord-Ovest erano 24, quelli che si contendevano i consensi per la provincia erano addirittura 32. Su quest'ultima scheda di colore giallo, tuttavia, tra le molte proposte in campo ne spiccava una decisamente singolare: votare nel rispetto di una delle due fedi calcistiche del capoluogo piemontese - quella del Toro - ma anche della storia dell'intera città. Questa è la storia del Movimento Filadelfia e del suo candidato-animatore, Manlio Maria Collino.
L'ultimo pezzo di frase, in realtà, è inesatto e anche piuttosto ingeneroso, a voler pretendere di costringere la biografia di Collino in quell'esperienza elettorale, che fu anche l'unica della sua vita: "Non ero e non sono un politico", tiene a sottolineare ancora oggi, mentre in quel 2004 nella sua biografia annotava di non aver mai avuto alcuna tessera di partito. Classe '46, Collino si è laureato a 45 anni in lettere con Giorgio Barberi Squarotti discutendo una tesi sulla goliardia, un mondo a lui ben noto: dal 1968 al 1971 è stato Pontefice Massimo della Goliardia Torinese e quasi certamente gli spetta tuttora il titolo di Profeta del Supremus Ordo Taurini Cornus. Al di là dell'impegno nell'attività imprenditoriale familiare, ha dedicato buona parte della sua vita ai granata e al giornalismo: prima ha collaborato a Tuttosport e ad Alè Toro (per l'appunto...), poi è passato al settimanale Calciofilm, arrivando fino alla direzione. L'attività giornalistica prosegue tuttora, come commentatore di CronacaQui, ma l'esperienza più rilevante e indimenticata a Torino si è svolta dal 1991 al 2005 e va sotto il nome di Fegato Granata 
La testata fondata e diretta da Collino, Fegato Granata
Quel mensile, "periodico di resistenza calcistica smaccatamente ispirato a Cuore" (come la grafica della testata, insieme al nome scelto, lasciava chiaramente capire), in seguito - soprattutto dopo la scomparsa del settimanale modello - riqualificato "di resistenza calcistica e irriverenza goliardica" è stato per quattordici anni un punto di riferimento irrinunciabile per i tifosi del Torino e per gli amanti della satira e dell'irriverenza (nonché dell'indipendenza e della libertà, anche a costo di beccarsi querele). 
Proprio da quel punto di osservazione, Collino aveva iniziato a dare conto già dal 1991 dello stato di abbandono e del progressivo degrado dello stadio Filadelfia, che aveva ospitato per decenni le partite del Grande Torino di Valentino Mazzola (lì erano stati vinti quasi tutti i suoi scudetti), ma già dal 1963 non era più stato teatro di incontri ufficiali e stava per essere definitivamente abbandonato dalla prima squadra anche come spazio per gli allenamenti. Alcuni progetti di recupero dell'impianto si erano già dissolti, altri non erano partiti sotto i migliori auspici e in ogni caso non avrebbero portato ad alcun risultato, altri ancora sarebbero puntualmente falliti e, a partire dal 1997, avrebbero portato alla demolizione di gran parte dello stadio.
La Stampa, 21 gennaio 2003:
nella foto c'è anche Fegato Granata
Collino seguiva quelle vicende con sofferenza, per il progressivo sbriciolarsi di un autentico tempio dello sport torinese (e, in realtà, italiano), ma ancor più per il rischio che l'intero borgo Filadelfia di Torino fosse completamente snaturato da alcuni degli interventi edilizi che, a un certo punto, avevano iniziato a farsi strada. Uno dei periodi più indigesti, per i tifosi del Toro (e non solo), era iniziato infatti negli ultimi mesi del 2002, a meno di due anni dalle elezioni che ci interessano: l'ennesimo progetto - proposto da Francesco Cimminelli, nuovo proprietario subentrato nel 2000 - prevedeva la costruzione di vari edifici ad uso residenziale e soprattutto commerciale, senza più alcun progetto di stadio ma solo di un campo da calcio inadatto a qualunque uso "ufficiale". Un simile scenario era del tutto inaccettabile per i tifosi e i cultori del Torino, che infatti all'inizio del 2003 arrivarono ad occupare l'area del Filadelfia, rivolgendosi direttamente all'allora sindaco Sergio Chiamparino per scongiurare l'eventualità che quel territorio a loro così caro finisse "ridotto a una semplice area edificabile". A quelle battaglie, com'è facile immaginare, prese parte anche Manlio Collino, personalmente e attraverso Fegato Granata: "Combattei a lungo - ricorda oggi - con tutte le mie (poche) forze mediatiche", per evitare che a una pagina fondamentale della storia (calcistica e non) di Torino fosse riservata una fine tanto misera, con riduzione a "un giardino pubblico con porzione edificabile".
Più in generale, a Torino il problema degli impianti era vissuto in modo pesante soprattutto dai sostenitori del Torino. Così Collino l'avrebbe spiegato nel 2004 (subito dopo le elezioni, sul sito della lista che aveva guidato): 
Anche chi non segue il calcio sa che a Torino c'era una 'questione stadi'. Il Delle Alpi (nuovo, attivo, valore di perizia 160 miliardi) da assegnare ad una delle due squadre cittadine, e il Comunale (vecchio, inattivo, cadente, vincolato dalle Belle Arti, valore zero) da assegnare all'altra come contropartita. Indovinate a chi è toccato il primo e a chi il secondo. E non basta. Alla gobba è stato 'regalato' l'intero comprensorio della Continassa, di cui lo stadio (nuovo e funzionante) rappresenta solo un quarto della superficie, con relativi permessi di edificazione commerciale per 25000 mq. Valore del regalo (stadio + urbanizzazioni + terreni limitrofi + permessi edilizi) 300 miliardi, a star cauti. Contropartita: la Juve dovrà pagare 46 miliardi in dieci anni. Al Toro invece è stato dato il Comunale coi suoi cortili, un'area che è un quinto di quella data alla gobba. Sono state date anche delle edificabilità commerciali per 5000 mq. (anche qui, un quinto rispetto a quelli dati alla gobba). La contropartita richiesta al Toro (7 miliardi da pagare entro il 2006) sembrerebbe proporzionata. Peccato che il costo dei lavori per rendere agibile lo stadio ammontino a quaranta miliardi, anch'essi da pagare subito se si vuole giocare lì. La Juve, invece, se non volesse per suo capriccio ristrutturare il Delle Alpi e farsi la 'bomboniera', potrebbe giocare subito. Anzi, ci gioca, e becca anche 3 miliardi all’anno di affitto dal Toro. 
Lo spostamento delle cerimonie di apertura e chiusura delle olimpiadi invernali 2006 dal Delle Alpi al Comunale - con l'impossibilità di fatto per il Toro di utilizzarlo a lungo e la necessità immediata di lavori di adeguamento molto costosi - avevano decisamente peggiorato la situazione.
Fu in quel contesto che maturò per Collino l'idea di un'azione singolare, per vedere nemmeno troppo di nascosto l'effetto che faceva: immaginare una candidatura in nome del Filadelfia alla prima occasione possibile. Per le comunali si era votato nel 2001, peraltro in modo piuttosto rocambolesco (prima per la scomparsa del candidato designato dal centrosinistra Domenico Carpanini, poi per la vittoria inattesa di Chiamparino al ballottaggio sullo sfidante del centrodestra Roberto Rosso, con contorno di polemiche per gli effetti della lista Rosso sindaco sul primo turno elettorale), quindi a meno di sorprese bisognava attendere il 2006; in compenso nel 2004 si sarebbe rinnovata l'amministrazione provinciale di Torino, nello stesso giorno previsto per le elezioni europee e per le amministrative dei comuni interessati. Così ha ricordato sempre Collino nel 2004:
Dopo aver tentato in tutti i modi (marce, fiaccolate, scioperi della fame, incatenamenti, striscioni, articoli, libri…) di fermare lo scempio, i tifosi erano costernati. A quel punto mi sono reso conto che l’unico argomento cui i politici potevano essere sensibili era la sottrazione di voti. Nel corso d’una riunione al Toro Club Borgo Vittoria [...] l'ho detto chiaramente: 'Scendete in politica, chiarendo però bene che si tratta di un’iniziativa apartitica e trasversale. Trovatevi una faccia credibile come capolista, e partite. Non la mia, supposto che la riteniate credibile, perché ho poco tempo, ho una fama di anticomunista che vi farebbe perdere voti a sinistra, e in più ho un editore che potrebbe storcere il naso di fronte a questa militanza elettorale'. Passati alcuni mesi, e in piena caduta libera del Toro con relativa contestazione dura a Cimminelli, alcuni tifosi (gli Angeli del Filadelfia, guidati da Bellino) sono venuti nella mia tana. Mancavano dieci giorni al termine ultimo per la raccolta delle firme. Mi hanno chiesto di ripensarci, e di accettare di capeggiare una lista rigorosamente apartitica sul tema. Ho finito per cedere, un po' perché ho il DNA granata (che significa incapacità fisiologica di arrendersi) e un po' perché, se il Fila finisse davvero male, i miei pronipoti devono almeno sapere che il bisnonno le aveva provate tutte, ma proprio tutte.
 A quel punto la scelta era fatta: non c'era che da raccogliere le firme in fretta e prepararsi: quella poteva essere l'ultima vera occasione, anche grazie alla visibilità elettorale, per far capire a chi - a livello imprenditoriale, ma anche politico - era interessato a quel progetto urbanistico che quell'idea doveva essere abbandonata perché i veri torinesi (e torinisti) non l'avrebbero mai accettata. "Il nostro budget - scriveva ancora Collino nel 2004 - era francescano: ci siamo 'tassati' di 100 euro a testa, per non mettere in imbarazzo i meno abbienti in lista fra noi. In tutto 1800 euro, quando solo un riquadro formato cartolina su To/Cronaca ne costava 1000! Tutti gli altri candidati ne hanno comprati a paginate intere, su tutti i giornali, oltre a fare spot sulle Tv. Noi invece siamo a malapena riusciti a far stampare 800 volantini e 50 manifesti a cranio. In pratica sapevamo già, partendo, che avremmo potuto contare solo sul passaparola dei giusti e sulla catena e-mail". 
La lista, in ogni caso, fu presentata: la corsa di Collino alla presidenza della provincia venne sostenuta dal Movimento Filadelfia, il cui simbolo ospitava su fondo blu il toro - ovviamente granata - che riprendeva in gran parte il logo della squadra degli anni '80 e una stilizzazione dello stadio stesso, giusto per far arrivare il messaggio a chiunque. "Fai rinascere un sogno" era lo slogan scelto per i volantini e i pieghevoli, sui quali era riportato per intero il programma della lista, centrato sul rispetto e sulla valorizzazione della pagina di storia rappresentata dal Toro, ma con l'idea di tenere in generale un atteggiamento improntato al buonsenso e alla rettitudine, "trasversalmente a tutte quelle logiche di appartenenza partitica e di schieramento" consuete in politica, nonché alla "determinazione nell’opporsi agli interessi costituiti e ai poteri forti quando questi, in nome di alleanze, compensazioni e strategie estranee ai casi specifici, danneggiano le buone ragioni dei cittadini". 
Si era individuata una ventina di punti, molto netti: si prevedeva innanzitutto la rinuncia alla costruzione di qualunque edificio sull'area dell'ex campo ragazzi, tra Via Tunisi e il cortile, nonché a qualunque intervento anche parziale che alteri il cortile o l'ingresso storico di via Filadelfia; la destinazione esclusiva del campetto alle esigenze sportive delle squadre giovanili e della prima squadra del Torino (prevedendo gli spazi necessari per consentire gli allenamenti); la conservazione e restauro di tutti gli elementi architettonici rimasti dopo la demolizione del Filadelfia (anche se non espressamente tutelati dalla Soprintendenza) e il recupero di ogni altro elemento storico comunque conservato altrove - inclusi i palloni di cemento e le ringhiere - per riportarlo nel perimetro del Filadelfia; si pensava anche a mantenere le "stesse righe di gesso che pestò Mazzola" (costruendo il nuovo campo esattamente sul perimetro del precedente) e di un manto erboso naturale (evitando l'erba sintetica). Si voleva realizzare una tribuna che rimandasse a quella originale in legno e ghisa e garantire all'impianto la maggior capienza possibile, nonché affidare all'Associazione memoria storica granata il museo e il circolo soci da collocare sotto le gradinate. Si pensava poi di creare la "Casa Granata" (per rappresentare la storia del Torino) nell’area dietro la basilica di Superga, realizzando pure un monumento alla squadra nel piazzale davanti alla basilica, restaurando le tombe dei caduti al cimitero monumentale e progettando una "segnaletica granata" per quei luoghi; intitolazione al Grande Torino dello stadio Comunale (dal quale doveva sparire la pista di atletica) e di Corso Sebastopoli (togliendolo il nome della via alla Continassa nella zona dello stadio Delle Alpi, "diventata zona bianconera"). Tra le altre iniziative previste, non mancavano la realizzazione (presso il campo Nebiolo o nel Parco Ruffini) di un centro di cultura e scuola calcistica, gestita dalle due società principali di Torino, e la "diffusione tra i giovani delle scuole, attraverso conferenze, corsi, seminari, proiezioni, visite al museo, dei valori di sportività, semplicità, correttezza, tenacia e stile di vita che caratterizzarono l’epopea del Grande Torino".
Alla fine arrivò il 12 giugno, giorno indicato per le elezioni europee, comunali e provinciali
. La scheda per queste ultime, come anticipato, era affollatissima e il rispettivo manifesto era enorme: 19 aspiranti presidenti e 32 liste, 9 delle quali per il centrosinistra, quattro per il centrodestra, inclusa l'Unione pensionati di Onorato Passarelli. I seniores, in ogni caso, avevano l'imbarazzo della scelta, visto che sulle schede c'erano anche i Pensionati per l'Europa (a sostegno di Liliana Cavallo) e - alla prima uscita di rilievo - i Pensionati e invalidi che candidavano la loro fondatrice, Luigina Staunovo Polacco. Non possono poi lasciare indifferenti chiunque appartenga alla categoria dei #drogatidipolitica le candidature alla presidenza di Valerio Cignetti per la Fiamma tricolore (allora molto attivo in loco), di Antonio Piarulli con il Ppa - Movimento Politico Pensiero e Azione, di Denis Martucci per la lista Da sempre Ci siamo (nome assunto dalla Democrazia cristiana guidata da Giuseppe Pizza dopo la bocciatura del simbolo con lo scudo crociato) nonché di Maurizio Lupi (stavolta senza Verdi-Verdi, ma con le liste No inceneritore e Pace) e di Renzo Rabellino (sostenuto da No Euro e Noi automobilisti); da segnalare anche la probabile prima presenza della lista No Tav, in appoggio alla candidatura di Ivana Galliano.
Vinse già al primo turno il candidato del centrosinistra Antonio Saitta, seguito da Franco Maria Botta (centrodestra) e Arturo Calligaro (Lega Nord). Quanto a Manlio Collino, riuscì a raccogliere 8.346 voti (0,68%), mentre il Movimento Filadelfia ne ottenne giusto un po' meno, 7.526 (0,69%). I numeri a uno sguardo distratto possono sembrare poca cosa, ma non fu affatto così, se si ricorda che la lista non aveva mezzi finanziari a disposizione per una vera campagna e nonostante ciò il candidato presidente fece meglio di altri sette concorrenti e ottenne solo un migliaio di voti in meno rispetto a Cignetti, figura di riferimento per la Fiamma in Piemonte. Anche nel collegio di Torino-Pozzo Strada, l'unico in cui non era presente il simbolo del Movimento Filadelfia per la mancanza di un aspirante consigliere locale, Collino ricevette comunque 188 voti, pari allo 0,67%, in linea con la percentuale ottenuta a livello provinciale; soprattutto, nel collegio Torino-Lingotto, quello che comprendeva già allora il borgo Filadelfia, il candidato alla presidenza ottenne 314 voti (1,17%) e il simbolo della lista arrivò all'1,27% (299 voti). In più, Collino considerava un successo avere ben più che doppiato le 2.715 preferenze raccolte in provincia di Torino, nello stesso giorno, da Diego Novelli (già sindaco di Torino e considerato responsabile - in qualità di presidente della fondazione che avrebbe dovuto puntare al recupero del Filadelfia, insieme ad altri personaggi politici - del degrado devastante dello storico impianto.
Quel dato era rilevante non solo di per sé, ma soprattutto in proiezione futura: "Nel 2004 non fui eletto - ricorda Collino - ma il nostro 'velato ricatto' funzionò. Capirono che c'era davvero il popolo granata dietro di me, e che se avessero fatto quella 'bastardata' [con riferimento al progetto di snaturare del tutto l'area del Filadelfia, ndb] mi sarei candidato alle comunali". Certamente presentando lo stesso programma ai soli cittadini di Torino in una consultazione elettorale centrata su quel comune, magari riuscendo nel frattempo a raccogliere più risorse per la campagna elettorale, il numero di consensi sarebbe aumentato e l'obiettivo dell'elezione non sarebbe stato affatto lontano: nel 2001 nella coalizione di maggioranza i Verdi erano entrati in consiglio con poco più di 6mila voti, la Lega Nord nel centrodestra ce l'aveva fatta con poco più di 11mila voti; per chi si fosse presentato fuori dai poli la corsa sarebbe stata un po' più difficile (sarebbe servito qualche migliaio di voti in più), ma l'impresa non si presentava impossibile. Era invece possibilissimo che a più di qualche "politico di professione" quel risultato fosse andato di traverso, magari temendo ostacoli in più verso le nuove elezioni comunali.
Il Movimento Filadelfia, in ogni caso, non arrivò sulle schede elettorali torinesi del 2006: da una parte, il progetto di speculazione edilizia in quell'area - tanto combattuto dai tifosi - sembrava tramontato, dall'altra nel 2005 il Torino fallì e dovette ripartire con una nuova proprietà; in più, in quello stesso anno, un grave lutto (la scomparsa della figlia in un incidente) cambiò decisamente la vita di Collino, portando anche alla chiusura di Fegato Granata. Quell'avventura elettorale dunque non si ripeté, ma le tracce lasciate sono assai rilevanti: "Ho la soddisfazione di poter constatare - spiega ancora l'ex demiurgo di Movimento Filadelfia - che la mia lotta ha sensibilizzato molte persone, soprattutto giovani, che l'hanno continuata in piazza, nelle tv e anche su Facebook e sui social, fino a ottenere che il Fila fosse ricostruito. Magari non come lo speravamo in tanti, ma sempre meglio che un giardino pubblico con una targa ricordo del Grande Torino, come volevano fare...". 
Che quella battaglia per il vecchio stadio potesse risultare elettoralmente interessante, peraltro, lo avevano capito anche altre persone. Sulla scheda elettorale delle comunali del 2006, infatti, non finì il Movimento Filadelfia, ma si videro lo stesso il colore granata e il Filadelfia, addirittura in due liste schierate in due schieramenti diversi. Quella che nel nome sembrava riprendere maggiormente l'esperienza di due anni prima era la Lista Granata per il Filadelfia, inclusa nella coalizione a sostegno di Alessandro Lupi (fratello di Maurizio): otto liste in tutto, inclusi i Veri Ambientalisti (mutazione dei Verdi-Verdi, ma con l'orsetto sorridente al suo posto), la Lista del Sindaco Torino 2006 (con il numero scritto alla maniera olimpica), Uniti per il centrosinistra (che in un primo tempo era Uniti e Prodi per il centrosinistra, ma la commissione elettorale si era opposta), Noi Meridionali (da cui era stata tolta la croce prestampata) e l'imperdibile Sì ad un futuro senza caccia, con Daffy Duck che spaccava un fucile.
Manco a dirlo, quella lista con il Movimento Filadelfia non aveva nessun legame, così come non lo aveva Forza Toro, schierata invece tra le sei liste che appoggiavano Denis Stefano Martucci: sì, lo stesso di Da sempre Ci siamo di due anni prima, stavolta senza ri-democristiani ma con il sostegno della Fiamma tricolore, dei Pensionati e invalidi, della rabelliniana No Euro, di Immigrati Basta (passati da Rabellino a Max Loda), dell'imperdibile lista Franco Buttiglione (cugino del più famoso Rocco, candidato sindaco del centrodestra, un'operazione che tanto ricordava Rosso Sindaco...) e, appunto, di Forza Toro. Qui il fondo era bianco, mentre era granata il nome e il toro rampante (verosimilmente quello dello stemma del comune di Torino, ma tinto tutto del colore della squadra); in seguito il simbolo sarebbe tornato sulle schede sempre per iniziativa del gruppo di Renzo Rabellino, ma a colori invertiti, con il vecchio logo della squadra e con la parola "Toro" in grande evidenza.
Appare quasi inutile dire che quelle liste non raccolsero affatto l'eredità del Movimento Filadelfia: Forza Toro ottenne 960 voti (0,25%) e la Lista Granata 876 (0,23%), risultati la cui somma stava ben al di sotto degli oltre 3500 voti ottenuti due anni prima da Collino nei collegi riferibili al capoluogo. Era il segno che elettrici ed elettori torinesi avevano ben compreso il diverso significato di quelle due operazioni elettorali rispetto al progetto del 2004. Qualcosa di quel disegno si è attuato: il Toro oggi gioca ancora all'ex Comunale - che ora si chiama, oltre che "Olimpico" anche "Grande Torino", come voleva Collino - e si allena al nuovo centro sportivo realizzato da circa tre anni nell'area dell'impianto precedente. Del vecchio Fila resta oggettivamente poco, ma la soluzione raggiunta rispetta molto di più la storia granata, quella dell'intero calcio torinese e italiano. E, a suo modo, dà ulteriore senso a quell'avventura elettorale di oltre quindici anni fa, una scorribanda concepita in fretta e attuata con pochissimi mezzi, ma che si è fatta riconoscere e, soprattutto, ricordare.