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martedì 12 marzo 2013

Comunisti vietati. Anzi, no

Nel 1992 finiscono le batterie della X legislatura, il voto è fissato per il 5 e il 6 aprile. Per i cronisti sono soprattutto le prime elezioni senza il Pci, con la curiosità di vedere che strade avrebbero preso gli oltre 10 milioni di voti andati cinque anni prima al partito di Natta. Nella seconda metà di febbraio si svolge il rito del deposito dei simboli, il primo a colori della storia italiana: le bacheche traboccano di segni, tra immagini nuove e simboli vecchi ridisegnati per adattarli alla stampa cromatica.
Vale anche per i segni tradizionali del comunismo, già a colori da anni sulle scenografie e sui manifesti del Pci e ancora visibili nel logo alla base della nuova quercia. Ma gli stessi colori e oggetti tornano anche nell'emblema sfoggiato dal Partito della rifondazione comunista: si tratta precisamente di «falce, martello e stella di colore giallo su bandiera rossa, inastata, distesa, inclinata a sinistra»; niente bandiera italiana sotto a quella rossa, niente vento a incresparla, in compenso al di sotto c’è un arco di cerchio a bande tricolori e in alto, sempre ad arco, la scritta maiuscola «Partito comunista».
Il 21 febbraio i simboli iniziano ad arrivare in bacheca, il 24 per i funzionari del Viminale i simboli vanno bene così. Garavini e Cossutta sembrano contenti, ma il giorno dopo la doccia è gelida. Un fax del ministero fa marcia indietro: «l’uso del nome Partito comunista si pone in contrasto con i principi dell’uso esclusivo del nome già appartenente a partito tuttora presente in Parlamento». In parole povere, il Pci ha cambiato nome, ma gli elettori l’hanno sempre chiamato “comunista” e l’aggettivo spetta a quel gruppo: i nuovi usino pure la falce e il martello (non si può impedire a chi professa l’idea di adottare quei segni), si sentano pure comunisti, ma cambino parola.
Nel quartier generale dei rifondatori circolano espressioni come «atto illiberale», «atto di intimidazione», «inammissibile violazione dei diritti di libertà» (parole del segretario Garavini). Se la prendono con i funzionari del ministro Vincenzo Scotti, ma soprattutto con il Pds: sempre secondo Garavini, dalle Botteghe oscure sarebbe arrivato un esposto per «difendere l’immagine del “vecchio” Pci». Nega il pidiessino Ugo Pecchioli, nega Scotti, sostenendo che al Viminale hanno deciso per conto loro.
Armando Cossutta non ci crede nemmeno per sbaglio: per lui «Il Pds ha perduto la testa, ha paura, e con ignobile arroganza […] pretende di impedire ad altri, a chi è comunista e vuole continuare ad essere comunista, di usare il nome di Partito comunista». Dal Bottegone non la prendono bene e persino Occhetto dice la sua: a chi gli dice che secondo Cossutta le vicende del simbolo rientrano in un accordo tra lui e il diccì Antonio Gava: risponde duro che «è un’affermazione ridicola». Alla fine, in qualche modo, l’atmosfera si calma, ma di sostituire il simbolo non si pensa proprio: tocca dunque all’Ufficio elettorale centrale presso la Cassazione decidere. E in Cassazione il giudizio si ribalta.
«In Italia – si legge nella decisione – sono esistiti il Partito comunista d’Italia, il Partito comunista italiano e il Partito comunista marxista-leninista», nessuno di essi è ora in Parlamento, quindi «il nome Partito comunista non può ingenerare confusione alcuna né trarre in inganno»; l’unico a potersi opporre era il Pds ma all’Ufficio non risulta niente di simile, quindi il nome incriminato può tornare al suo posto. Quelli di Rifondazione comunista, manco a dirlo, brindano: «È una vittoria non solo di Rifondazione ma di tutti gli antifascisti italiani» assicura Luciana Castellina e Garavini è finalmente soddisfatto. Al Bottegone non commentano la riammissione, anche se Massimo D’Alema tiene a precisare che «Sono loro che si sono cacciati nei guai perché sono degli imbroglioni»: il motivo per cui, dopo aver scelto di chiamarsi «Rifondazione comunista», abbiano scelto di rifarsi al nome storico del Pds sembra sfuggirgli del tutto.
Come che sia, sulle schede gli elettori trovano la vecchia bandiera con gli arnesi alla base della quercia del Pds e nella nuova versione stilizzata scelta da Rifondazione: alla Camera il partito di Occhetto ottiene oltre 6 milioni di voti, Garavini e Cossutta si limitano a superare i 2. La somma dei consensi è piuttosto lontana dal risultato del Pci del 1987, ma all’ombra della quercia si mastica amaro perché in tanti hanno segnato le loro preferenze accanto al simbolo di Rifondazione, come se avessero confuso i due partiti o per lo meno i loro simboli: per Veltroni – lo scrive Stefano Marroni su Repubblica – lo scherzetto è costato almeno un punto percentuale. Per i rifondatori, ovvio, sono sciocchezze: «Se uno degli elettori di Occhetto non ha capito che non è più del Pci – conclude lapidario Lucio Magri – vuol dire che è un cretino». A conti fatti, non sembrano nemmeno pochi.

venerdì 22 febbraio 2013

Falce e martello in tribunale

Alla fine, come era prevedibile, in tribunale la falce e il martello ci finiscono sul serio, e non certo come strumenti di un omicidio. Oddio, una specie di morto in realtà c'è, almeno secondo Garavini, Cossutta e compagni: con quel congresso di Rimini dell'inizio del 1991, infatti, la maggioranza dei delegati del Pci non si era limitata a cambiare il nome al partito, ma aveva "ripudiato la sua precedente identità politica" e operato - come suggerito probabilmente da uno dei difensori degli scissionisti, l'esperto di diritto industriale Giorgio Floridia - una "dismissione volontaria e irreversibile del suo precedente patrimonio simbolico". Morale: avete cambiato faccia, nome e simbolo, volete pure impedire a noi di chiamarci come ci siamo sempre chiamati?
Messo così, ovviamente, il discorso al Partito democratico della sinistra non va bene per niente: "Siamo noi a essere gli stessi di prima, il nome l'abbiamo cambiato ma secondo le regole, eppoi il simbolo l'abbiamo tenuto anche se in piccolo - assicurano da via delle Botteghe oscure -. Voi invece ve ne siete andati e avete fondato un altro partito". Quando i dirigenti del Pds vengono citati davanti al tribunale di Roma dal Pci di Garavini, i loro avvocati - compreso un gigante della materia come Francesco Galgano e Romano Vaccarella non ancora arcinoto come difensore di Fininvest - precisano che, se c'è qualcuno deve smettere di usare il vecchio segno e la sigla del Pci, quello è proprio Garavini. E deve smetterla subito.
A decidere la questione è una sezione del tribunale civile, presieduta da Mario Delli Priscoli - lo stesso, a quanto pare, che molti anni dopo da procuratore generale della Corte di cassazione, avrebbe avviato azioni disciplinari contro Luigi De Magistris e Clementina Forleo. Il caso è molto delicato, l'attenzione e la prudenza con cui viene trattato lo mostrano: l'ordinanza che risolve in prima battuta (e in sede cautelare) il caso, la numero 9043 del 26 aprile 1991 (scritta dallo stesso Delli Priscoli), diventa una sorta di pietra miliare per tutti coloro che devono occuparsi delle scissioni dei partiti e delle loro conseguenze in tema di nomi e simboli.
Per prima cosa, i giudici ricordano che i partiti sono associazioni non riconosciute, ma godono comunque di diritti della personalità, specie quelli relativi al nome, alla sigla e al simbolo (cioè gli unici segni con cui quei soggetti possono essere identificati dalla società); partiti e sindacati, poi, meritano su questo piano una tutela ancora maggiore rispetto alle altre associazioni, per il ruolo che la Costituzione riconosce loro. Forse il discorso non è nuovo, ma è la prima volta che viene esposto in modo piuttosto completo: da qui in avanti nessuno ne dubiterà più.
Ai partiti in gioco, tuttavia, questa premessa preme relativamente poco. I giudici mettono subito in chiaro che non si può chiedere loro di valutare la continuità ideologica di un'associazione: fare gli esami del sangue ai soggetti di una scissione per decidere chi sia più rispettoso delle tradizioni - chi sia più comunista o davvero comunista, in questo caso - equivale a dare un giudizio politico e i giudici non possono farlo. Il parametro di giudizio, quindi, dev'essere un altro. Per Garavini e Cossutta, il simbolo del "vecchio" Pci appartiene alla tradizione comunista e non permetterne l'uso è una lesione dell'identità personale; per Occhetto, invece, quel simbolo nella sua interezza appartiene all'associazione che si chiamava Pci e ora si chiama Pds, per cui non possono usarlo altri.
Il fatto è che, secondo il giudice, il Pds non ha affatto "dismesso" la falce e il martello: li ha rimpiccioliti, sì, ma alla base dell'albero della sinistra si vedono bene e, se li usasse qualcun altro, la gente si confonderebbe e si creerebbero equivoci tra gli elettori. Sono le stesse regole, in fondo, che valgono per le elezioni e per un ambito solo apparentemente diverso, quello dei marchi: alla base c'è sempre "una esigenza di carattere generale di chiarezza e non confondibilità". In più, se il Pds è lo stesso soggetto che prima era noto come Pci, significa che chi è rimasto al suo interno (pur col cambio di nome, simbolo e idee) è ancora titolare dei vecchi segni: chi come Garavini e gli altri se n'è andato, anche se per perseguire gli antichi ideali, ha fondato un soggetto nuovo e sul vecchio patrimonio (anche simbolico) non ha più diritti.
A vincere la prima battaglia, dunque, è il Pds, che può tenere la falce e il martello alla base della quercia; il Pci di Garavini e Cossutta, invece, deve cambiare nome e simbolo. La vecchia etichetta della mozione, "Rifondazione comunista", torna utile; quanto al simbolo, c'è tempo per pensarci. Almeno fino alle elezioni del 1992, in tempo per un altro litigio epico.

giovedì 14 febbraio 2013

Falce e martello alle radici della Quercia

Quando Achille Occhetto, il 31 gennaio 1991, apre a Rimini il XX congresso del Partito comunista italiano, militanti e giornalisti lo sanno già con certezza: sarà anche l’ultimo con quel nome. Il leader del partito, del resto, l’aveva già fatto sapere il 9 ottobre dell’anno precedente, nella direzione nazionale più delicata del suo mandato: se gli iscritti avessero seguito lui, il “nome della Cosa” sarebbe stato «Partito democratico della sinistra» e il simbolo sarebbe stato una quercia. Così, per lo meno, il segretario aveva interpretato il disegno cui Bruno Magno, grafico del Pci fin dal 1972, aveva iniziato a lavorare dall’inizio di luglio, quando un giovane Walter Veltroni gli aveva chiesto di produrre l’emblema della “nuova” formazione politica.
«È l’albero, non un albero. Volevo rappresentarne l’idea, l’immagine che viene in mente a tutti» spiega Magno a una giovanissima (e non ancora glam) Concita De Gregorio, mentre nelle settimane precedenti si era favoleggiato di uomini, fiori, colombe. Per Veltroni, il nuovo simbolo deve rappresentare «forza, sviluppo, rinnovamento, crescita e rispetto delle tradizioni»: ai primi quattro punti provvede la quercia, l’ultimo è presidiato dalla falce e dal martello. Già, perché l’emblema tradizionale, con tanto di sigla «P.C.I.» incorporata, sta alla base dell’albero: è rimpicciolito, ma si vede ancora bene e nessuno dei dirigenti sembra volersene liberare del tutto.
Tempo tre giorni e la storia del Pci finisce: il cammino iniziato un anno prima all’indomani della caduta del muro di Berlino, lo sforzo di Occhetto per trasformare il più forte partito comunista dell’Europa occidentale in una formazione di sinistra ma riformatrice, trova in qualche modo un sigillo anche formale. Indolore, però, non lo è affatto. Già, perché alla sola idea di cambiare nome e simbolo, una porzione rilevantissima del partito è colta da malesseri di ogni natura, se non da un autentico orrore. Armando Cossutta, del resto, lo ha dichiarato fin da settembre del 1990, prima ancora che uscissero i nuovi segni distintivi: «Nome e simbolo contano e parecchio – rimarca in un suo intervento a Perugia – cambiarli comporta un rifiuto, una negazione, rompere in maniera definitiva con il comunismo». 
E quindi? «Se il congresso del Pci deciderà di cambiare nome e simbolo per dare forma a un partito non più comunista, sarà inevitabile che nasca un organismo davvero neo-comunista e per questo nuovo, forte, popolare». La parola «scissione» nel discorso del compagno Armando non c’è, ma è come se fosse stampata a caratteri cubitali. Quando poi il nuovo emblema viene svelato, a Cossutta per fare a pezzi la quercia bastano tre parole, più affilate di un’accetta: «Sembra un garofano». Con lui ci sono nomi di tutto rispetto: Lucio Magri, Luciana Castellina, Aldo Tortorella, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, perfino il mitico Giancarlo Pajetta. Per loro gli arnesi, la falce e il martello con la stella, devono restare dove sono.
Eppure, si diceva, a Rimini la storia del Pci finisce. Ci si conta, in un rito quasi drammatico – i congressi e i cambi di nome, in quel periodo, sono cose dannatamente serie – e la linea Occhetto conta su 807 voti. Tanti, per carità, compresi alcuni riconquistati ai contrari (a partire da Ingrao) ma è la prima volta che si registrano 75 voti contrari, cui aggiungere 49 astenuti e i 328 che non hanno proprio partecipato al voto. Una mazzata, per chi ha creduto fino a quel momento al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Logo del 1° congresso
di Rifondazione comunista
Il fronte del «no», in ogni caso, non perde tempo. Sempre il 3 febbraio, mentre si chiude il congresso del Pci, un gruppo degli scissionisti (formato soprattutto da chi aveva sostenuto la mozione "Rifondazione comunista") va dal notaio e costituisce una nuova associazione, che si dà il nome – guarda caso – di «Partito comunista italiano». Per Cossutta, Sergio Garavini – la scissione, in fondo, l’aveva certificata lui a Rimini – Lucio Libertini e altri, la priorità è soprattutto una: mettere al sicuro nome e simbolo. Dal Pds, certo, ma anche da altre formazioni comuniste. 
Garavini da una parte cerca di far registrare l’emblema come marchio, dall’altra fa un timido passo di disponibilità verso il Pds: «Se il problema formale del nome e del simbolo si porrà solo fra noi e il Pds, non credo che saranno i tribunali a decidere. Sono convinto che finiremo per metterci d’accordo». Forse è una frase convenzionale, forse lo pensa davvero; sta di fatto che, in tribunale, la falce e il martello ci andranno eccome e faranno persino scuola, da lì in avanti, per tanti altri casi di scissione.