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sabato 4 maggio 2024

Europee, solo Alternativa popolare ripescata, taglio alle esenzioni ridotto - Il quadro completo delle liste presentate e ammesse

In fondo all'articolo si trova l'elenco delle liste depositate e ammesse nelle varie circoscrizioni.

Insieme alla composizione delle liste principali per le prossime elezioni europee fissate per l'8 e il 9 giugno prossimi, la comunità dei #drogatidipolitica (e non solo) attendeva di conoscere soprattutto l'esito dei ricorsi di Alternativa popolare e del Partito animalista - Italexit per l'Italia, che avevano visto bocciare la loro tesi di esenzione dalla raccolta delle firme in virtù dell'adesione a un partito politico europeo rappresentato a Strasburgo (o almeno della connessione con un partito di un paese europeo in quella stessa condizione) in quattro circoscrizioni su cinque, a causa dell'entrata in vigore delle nuove norme più severe sugli esoneri, mentre la loro posizione era stata accolta in Italia meridionale. Ieri, nel tardo pomeriggio, è arrivata una vera e propria sorpresa dall'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione: la lista di Alternativa popolare, infatti, è stata riammessa nella circoscrizione Centro, ma è probabile che questo accada a breve anche con riferimento agli altri territori (e, nell'ipotesi più "generosa", a beneficio di altre liste), se si considera il ragionamento operato dal collegio.
La decisione n. 3 dell'Ufficio elettorale nazionale, depositata ieri alle 17.05, è lunga ben dieci pagine, cosa che alle europee non risulta sia mai capitata. Le premesse in effetti occupano quasi sei pagine, ma le altre quattro dedicate a motivare la scelta della riammissione già fanno pensare che il collegio abbia ritenuto opportuno sostenere in modo più solido il proprio ragionamento, anche se poi nessuno avrebbe poi potuto metterlo concretamente in discussione: come si è già detto, quando una lista viene ammessa (dagli uffici elettorali circoscrizionali o, in seconda battuta, da quello nazionale) non ci sono più strumenti per chiederne la ricusazione.
Il testo ripercorre le argomentazioni dell'Ufficio elettorale della circoscrizione Centro (presieduto da Tommaso Picazio, magistrato impegnato nelle operazioni di ricezione e vaglio delle candidature anche alle ultime due elezioni politiche), secondo le quali dopo l'entrata in vigore della legge n. 38/2024 - che ha convertito, modificandolo, il decreto-legge n. 7/2024 - non era più sufficiente "la mera affiliazione o il collegamento concordato con un partito politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo con un proprio gruppo parlamentare", visto che le nuove norme erano state introdotte tra l'altro per "superare precedenti ambiguità interpretative". Per la depositante di Alternativa popolare, Raffaella Del Santo, le norme introdotte durante la conversione del "decreto elezioni 2024" violano invece vari articoli del Trattato sull'Unione europea e la raccomandazione della Commissione n. 2023/2829 (specie il richiamo al Codice di buona condotta elettorale della Commissione di Venezia, che chiede di non modificare gli elementi fondamentali della legge elettorale a meno di un anno dal voto), limitando i diritti politici ed elettorali del partito, "direttamente vantati in relazione alla propria qualità di membro del Partito popolare europeo". Secondo la depositante, alcuni documenti relativi all'iter legislativo (in particolare un dossier sul disegno di legge in questione) dimostravano - citando le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale - un approccio delle Camere opposto rispetto a una lettura che restringa gli spazi per candidarsi senza sottoscrizioni; lo stesso Manuale elettorale 2024 redatto dalla Camera, peraltro, tra le ipotesi di esenzione indicava quella riguardante i partiti "che nelle elezioni precedenti per il Parlamento europeo abbiano ottenuto almeno un seggio e che siano affiliati a un partito politico europeo costituito in gruppo parlamentare al Parlamento europeo nella legislatura in corso al momento della convocazione dei comizi", senza specificare che il seggio dev'essere stato ottenuto in Italia. 
La difesa di Alternativa popolare ha poi rilevato come le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale del 2014 che aprirono la strada all'esenzione "per via europea" precedessero l'entrata in vigore del regolamento n. 1141/2014 sui partiti europei (che, tra l'altro, ha istituito l'Autorità per i partiti politici europei e le fondazioni politiche europee e, secondo Ap, imporrebbe "una lettura costituzionalmente orientata e conforme alla normativa" europea "tale da non comprimere o limitare l'autonoma rappresentanza politica dei partiti europei e di coloro che ne sono formalmente membri") e pure l'emanazione della citata raccomandazione della Commissione n. 2023/2829. In definitiva, l'adesione di Alternativa popolare come member party al Partito popolare europeo, che nel 2019 ha ottenuto seggi al Parlamento europeo (per giunta - si aggiunge qui - anche in Italia, sia pure attraverso altri membri, cioè Forza Italia e la Svp) e si è costituito in gruppo, e l'inserimento esplicito del logo del Ppe nel contrassegno elettorale dovrebbero bastare a garantire l'esenzione: in particolare si era sostenuto che la rappresentanza parlamentare richiesta dalla nuova norma doveva essere "riferita al Parlamento europeo e ai partiti europei in quanto tali, avendo questi ultimi autonoma e distinta soggettività [...] che, da sola, consente l'applicazione della previsione di esenzione [...] in quanto, come rilevato nella comunicazione inviata dal Ministero dell'interno in data 29/4/2024 [...] è il partito politico europeo che deve aver ottenuto un seggio al Parlamento europeo, non quello nazionale, tanto che il partito nazionale che eventualmente lo abbia ottenuto, ma non aderisca ad un gruppo politico o partito europeo, non può beneficiare dell'esenzione dalla raccolta firme". In via subordinata, il ricorso sottolineava pure come lo stesso Partito popolare europeo si sarebbe potuto considerare come presente al Parlamento italiano grazie ai gruppi parlamentari di Forza Italia contenenti nella denominazione il riferimento al Ppe.
L'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo, per prima cosa, ha chiarito come quella da esso svolta sia "una funzione pubblica neutrale, di natura amministrativa e non già giurisdizionale" (citando a sostegno le sentenze della Corte costituzionale n. 259/2009 e n. 48/2021, quella relativa alle disposizioni in materia di raccolta firme ed esenzione da questa per le elezioni politiche): per questo motivo il collegio non poteva sollevare questioni di legittimità costituzionale o attivare la procedura di rinvio pregiudiziale alla Corte di Giustizia dell'Unione europea, non potendo nemmeno disapplicare la norma nazionale ritenuta "chiaramente in contrasto con disposizioni dell'UE [...]". Il riferimento immediato all'approvazione della "norma taglia esenzioni" "nella pendenza del termine di 180 gg. prima della data delle elezioni europee entro cui effettuare la raccolta delle sottoscrizioni" - si ricordi che l'art. 14 della legge n. 53/1990 dispone che le sottoscrizioni delle candidature e le relative autenticazioni "sono nulle se anteriori al centottantesimo giorno precedente il termine fissato per la presentazione delle candidature" - non lascia però dubbi sull'idea che il collegio ha di quell'intervento normativo, così come non ne lascia il riferimento alla necessità di interpretare la disposizione di nuovo conio anche alla luce dei principi costituzionali e della "pur non vincolante" raccomandazione della Commissione n. 2023/2829. 
Quella necessità di interpretazione sorge perché, si legge nella decisione (con una prosa imperdibile), l'esegesi del nuovo comma 4 dell'art. 12 della legge n. 18/1979 "non appare dar luogo a un sicuro approdo", emergendo invece "potenziali antinomie" (dunque contraddizioni) nel confronto con gli altri commi dello stesso articolo. Da una parte i membri dell'Ufficio (e in particolare la relatrice) rilevano che il comma 3, "esentando dalla sottoscrizione i partiti o gruppi politici costituiti in gruppo parlamentare anche in una sola Camera, nella legislatura in corso al momento, alla sola condizione che abbiano ottenuto almeno un seggio in una delle due Camere, non richiede affiliazione di sorta" e non si capisce perché questa sia invece richiesta per i partiti che abbiano eletto rappresentanti al Parlamento europeo. La lettura del passaggio virgolettato fa sorgere, a dire il vero, qualche perplessità in chi scrive ora: la titolarità di almeno un gruppo parlamentare o l'ottenimento di almeno un seggio in ragione proporzionale o in un collegio uninominale, infatti, sono due criteri distinti tra loro, pur fondandosi entrambi sulla rappresentanza parlamentare; non è dunque chiarissimo perché siano stati abbinati (se una forza politica ha un gruppo, di solito ha eletto più parlamentari; se ne ha eletto solo uno in un collegio uninominale, in base alla norma vigente ha l'esenzione anche se non ha costituito un suo gruppo), mentre ha più senso leggere quest'argomentazione limitandosi all'ultima parte, per cui l'Ufficio rileva che il partito che ha eletto un numero di parlamentari non sufficiente a formare un proprio gruppo ottiene comunque l'esenzione (anche se gli eletti aderiscono al gruppo misto), mentre quest'onere verrebbe richiesto ai partiti che hanno eletto almeno un europarlamentare
Dall'altra parte, il collegio rileva come il comma 4 (quello dell'esenzione "europea") continui affermando che "l'esenzione dalla sottoscrizione della lista è riconosciuta solo in rapporto al carattere composito del contrassegno, nel quale sia contenuto quello di un partito o di un gruppo politico esente da tale onere". Qui è giusto il caso di osservare che l'esenzione per i contrassegni compositi riguarda ovviamente tutte le ipotesi, non solo quella dell'esenzione per via europea: l'esonero, cioè, scatta purché un contrassegno contenga almeno il simbolo o di un partito costituito in gruppo parlamentare, o di un partito che abbia concorso alle ultime elezioni politiche e abbia eletto - anche in un collegio uninominale - almeno un parlamentare, o di un partito che abbia ottenuto nelle circoscrizioni italiane almeno un europarlamentare; sembra di poter affermare che per l'Ufficio dire che "l'esenzione dalla sottoscrizione della lista è riconosciuta solo in rapporto al carattere composito del contrassegno" significhi non che è "necessario", ma che è "sufficiente" che il contrassegno abbia natura composita.
In ogni caso, sulla base delle due considerazioni sopra riportate, l'Ufficio elettorale nazionale ritiene che esistano "due distinte opzioni ermeneutiche, entrambe plausibili": una richiede sia il conseguimento (in Italia) del seggio al Parlamento europeo sia l'affiliazione certificata a un gruppo costituito in quell'assemblea; l'altra, "in coerenza col testo previgente del medesimo quarto comma dell'art. 12 cit., e con la relativa tradizione interpretativa formatasi a partire dai precedenti [di] questo Ufficio del 2014, pone in alternativa tra loro i predetti due requisiti". Se evidentemente l'Ufficio elettorale circoscrizionale per il Centro ha scelto la prima opzione interpretativa (comunque, come si è detto, ritenuta plausibile), l'Ufficio elettorale nazionale "ritiene di attribuire prevalenza alla seconda opzione ermeneutica, ritenendola maggiormente conforme sia ai principi costituzionali in materia, come riassunti (sebbene ad altri fini) dalla nota pronuncia n. 1/2014 della Corte costituzionale, sia alla Raccomandazione (UE) 2023/2829". Se i "drogati di politica" con formazione costituzionalistica non restano certo indifferenti di fronte alla sentenza n. 1/2014, con cui erano stati colpiti due punti fondamentali della "legge Calderoli" del 2005 (i principi cui fa riferimento l'Ufficio sono probabilmente quello di uguaglianza del voto e i più generici principi di proporzionalità e ragionevolezza), merita di essere riportato per intero il "considerando n. 10" della più volte citata Raccomandazione della Commissione Ue 2023/2829:
La stabilità della legge elettorale è fondamentale per l’integrità e la credibilità dei processi elettorali. Frequenti modifiche delle norme o modifiche che intervengano subito prima delle elezioni possono confondere gli elettori e gli addetti alle operazioni di voto e possono comportare distorsioni o applicazioni erronee delle norme. Tali modifiche possono inoltre essere percepite come uno strumento inteso a influenzare i risultati a favore del governo già insediato. In conformità alla linea guida II.2.b del codice di buona condotta elettorale pubblicato dalla Commissione europea per la democrazia attraverso il diritto del Consiglio d’Europa (la «Commissione di Venezia»), gli elementi fondamentali della legge elettorale nazionale non dovrebbero poter essere modificati meno di un anno prima delle elezioni. Tra questi elementi fondamentali figurano in particolare le norme relative alla trasformazione dei voti in seggi, all’appartenenza a commissioni elettorali o ad altri organi che organizzano la votazione, nonché alla definizione dei confini delle circoscrizioni elettorali e alla ripartizione dei seggi tra le circoscrizioni. Sebbene non sia opportuno invocare il principio della stabilità della legge elettorale per mantenere una situazione in contrasto con le norme internazionali in materia elettorale, nulla nella presente raccomandazione dovrebbe essere inteso come un invito agli Stati membri ad adottare misure in contrasto con la linea guida II.2.b del suddetto codice di buona condotta elettorale.
Soprattutto sulla base del testo appena riportato, l'Ufficio elettorale nazionale ritiene "improbabile [...] che il legislatore, nella pendenza del termine di 180 gg. per la raccolta delle firme, e per di più solo in sede di conversione del D.L. n. 7 del 2024, abbia inteso operare deliberatamente uno stravolgimento delle regole pregresse in tema di esenzione dalle sottoscrizioni, configurando l'affiliazione come requisito ulteriore solo per i partiti o gruppi politici già rappresent[at]i nel Parlamento europeo, e prescindendone, invece, per quelli già rappresentati in una delle due Camere del Parlamento italiano". Leggendo questo passaggio sembra di capire - anche se qualche dubbio interpretativo non si dissolve - che si ritenga incoerente richiedere contemporaneamente l'elezione di europarlamentari in Italia e l'affiliazione del partito italiano a quello europeo, mentre per i partiti che eleggono deputati o senatori non è richiesta per la partecipazione senza firme nessuna affiliazione al partito politico europeo (diversamente non si spiegherebbe quale altra "affiliazione" potrebbe essere richiesta al soggetto italiano, essendo quel termine poco adatto per riferirsi all'adesione a un gruppo parlamentare). 
Sembra invece difficile da smentire un giudizio piuttosto severo sull'operato del legislatore (e, indirettamente, su quello di chi ha proposto e promosso l'emendamento "tagliaesenzioni") che ha introdotto una disciplina restrittiva nel pieno dei sei mesi previsti per la raccolta delle firme; ciò appare più verosimile considerando le dichiarazioni del primo firmatario delle versioni dell'emendamento in questione, Marco Lisei, rilasciate a metà febbraio ad Ansa ("I maggiori partiti sono esentati perché il fatto stesso che abbiano rappresentanti eletti nelle Camera dimostra de ipso che abbiano una rappresentanza reale. Esentarli significa eliminare burocrazia e contenziosi sull’accertamento delle firme. I piccoli partiti invece è giusto che raccolgano le firme perché devono così dimostrare un minimo di radicamento. Anche perché il numero delle firme non è così alto") e le parole del senatore Costanzo Della Porta (anch'egli di Fratelli d'Italia, anch'egli firmatario), che il 13 marzo nell'aula di Palazzo Madama si è espresso così: "con il decreto-legge in esame poniamo anche un freno alle cosiddette liste fasulle. [...] alle scorse elezioni europee si presentarono 18 liste, dieci delle quali hanno preso meno dell'1% e sette di queste dieci hanno preso meno dello 0,5%. Pertanto, nessuno vuole vietare la libera partecipazione alle consultazioni elettorali, però non dobbiamo neanche alterare le regole del gioco; [...] restringere l'ambito di chi può partecipare non avendo consenso ci sembra un fatto piuttosto naturale". Leggere che per l'Ufficio elettorale nazionale è "improbabile che il legislatore, nella pendenza del termine di 180 gg. per la raccolta delle firme, e per di più solo in sede di conversione del D.L. n. 7 del 2024, abbia inteso operare deliberatamente uno stravolgimento delle regole pregresse in tema di esenzione dalle sottoscrizioni" suona, oltre che come una conferma delle proprie posizioni precedenti (del 2014, seguite anche da vari Uffici elettorali circoscrizionali nel 2019), come una critica all'operato della maggioranza parlamentare celata in una trama di eleganza, rispetto istituzionale e ironia. 
L'incoerenza evidenziata, in ogni caso, per il collegio si può superare ritenendo sufficiente l'affiliazione certificata a un partito politico europeo costituito in gruppo al Parlamento europeo. (e il riferimento ai 180 giorni per la raccolta firme non rende assurdo pensare che quella proposta sia una lettura una tantum, necessaria questa volta per poi lasciare spazio al criterio più severo che emerge dalle nuove disposizioni; alcune delle contraddizioni rilevate dall'Ufficio però rimarrebbero, quindi ci si dovranno aspettare altri contenziosi, se le norme non saranno modificate). Nell'ultima pagina della decisione si cita l'affiliazione - idoneamente certificata - di Alternativa popolare al Ppe, "costituito in gruppo parlamentare al Parlamento europeo nella legislatura in corso" (sulla base della dichiarazione di costituzione in gruppo, altrettanto autenticata dall'autorità consolare italiana a Bruxelles) e si evidenzia la presenza del riferimento al Ppe nel contrassegno elettorale: su tali basi "la lista Alternativa popolare soddisfa il requisito della certificata affiliazione a un partito politico europeo costituito in gruppo parlamentare al Parlamento europeo [...] e dev'essere ammessa alla partecipazione all'elezione dei membri del Parlamento europeo spettanti all'Italia". Non sfugge che nella motivazione della decisione manca qualunque riferimento alla comunicazione del Ministero dell'interno del 29 aprile scorso (il che fa pensare che questa non fosse particolarmente utile ai fini del ragionamento che ha portato alla riammissione, nel senso che - senza minare ovviamente il valore dell'operato del Viminale - forse il suo contenuto non si adattava particolarmente alla situazione). 
In ogni caso, la lista di Alternativa popolare è stata riammessa nella circoscrizione Centro
 (con grande soddisfazione del coordinatore Stefano Bandecchi, che ha subito diffuso la notizia) ed è probabile che nelle prossime ore altrettanto avvenga con riferimento alle altre circoscrizioni. C'è attesa a questo punto per scoprire come si esprimerà l'Ufficio elettorale nazionale sui ricorsi relativi alla lista di Partito animalista - Italexit per l'Italia: proprio questa mattina è previsto un presidio di queste forze politiche davanti alla Corte di cassazione, dove dovrebbero essere in decisione i ricorsi relativi alle circoscrizioni diverse da quella del Sud. Occorre dire però che, sulla base della decisione appena commentata, il ricorso potrebbe non essere accolto, non risultando al Parlamento europeo un gruppo di Animal Politics Eu, il soggetto politico europeo (pur non riconosciuto come partito) cui il Partito animalista aderisce.
Si può invece immaginare con ragionevole certezza che la decisione presa ieri dall'Ufficio elettorale nazionale produca una profonda insoddisfazione per la lista Pace Terra Dignità e, ancora di più, nelle forze politiche che avrebbero voluto presentare liste con il simbolo Patto autonomie ambiente. In entrambi i casi, infatti, le due liste avrebbero goduto del sostegno di un partito politico europeo con proprio gruppo al Parlamento europeo (Partito della Sinistra europea - tramite Rifondazione comunista - per Pace Terra Dignità, Alleanza libera europea [Efa, formante gruppo con i Verdi europei] - tramite il Patto per l'autonomia - per Patto autonomie ambiente) e, secondo la lettura avallata dall'Ufficio elettorale nazionale presso la Cassazione, avrebbero avuto diritto a presentarsi senza raccogliere le firme. 
Com'è noto, il Patto autonomie ambiente ha rinunciato all'idea di presentare liste (impegnandosi soprattutto nel comitato Referendum per la rappresentanza "Io voglio scegliere", promotore di vari quesiti referendari in materia elettorale), ma certamente sapere che avrebbe potuto presentare le liste secondo l'interpretazione appena fornita dai magistrati di Cassazione sarà una ben magra consolazione rispetto ai progetti non andati in porto (al di là della candidatura individuale nella lista di Azione - Siamo Europei nel Nord-Est di Giovanni Poggiali, espressione di Romagna Unita, gruppo parte del Patto autonomie ambiente). Pace Terra Dignità ha invece scelto di raccogliere le firme e depositare comunque le liste, ma senza inserire riferimenti alla Sinistra europea: al momento le liste sono state accolte nelle circoscrizioni Nord-Est, Centro e Sud, mentre è stata ricusata quella del Nord-Ovest (perché, a quanto si apprende, alcune autenticazioni senza indicare la qualifica avrebbero reso insufficienti le firme raccolte in Valle d'Aosta) e per il momento non è stata ammessa quella nelle Isole (perché, pur essendo sufficienti le firme raccolte, non ci sarebbero tutti i certificati, ma oggi - considerato che il verdetto dell'Ufficio circoscrizionale è arrivato tardi - un rappresentante della lista consegnerà i certificati mancanti e ottenuti oltre il termine dai comuni). Il quadro delle liste, insomma, non è ancora completo: occorrerà attendere almeno qualche altra manciata di ore.

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AGGIORNAMENTO DEL 4-5 MAGGIO 2024
: L'Ufficio elettorale nazionale ha respinto i ricorsi presentati dalla lista Partito animalista - Italexit per l'Italia (anche se manca ancora la decisione sulla circoscrizione Isole).
I collegi di magistrati che si sono espressi hanno espressamente seguito lo stesso ragionamento che si ritrova nelle decisioni che hanno riguardato Alternativa popolare (a conferma del giudizio non positivo sull'innovazione normativa), ma l'esito è stato diverso. Questo perché l'ipotesi della affiliazione al partito politico europeo avrebbe richiesto che quel legame fosse "certificato" con una dichiarazione del presidente del gruppo parlamentare europeo autenticata da notaio o da un'autorità diplomatico-consolare italiana. In sede di deposito delle candidature, invece, sono stati presentati gli stessi documenti che nel 2019 avevano portato all'ammissione della lista: evidentemente in quell'occasione non era stata prodotta una simile dichiarazione. Si rileva poi che non risulta, dai documenti presentati, che i soggetti politici i cui simboli sono stati inseriti nel contrassegno siano forze esenti in grado di assicurare l'esonero alla lista: in una delle decisioni si precisa che "la nozione di 'gruppo politico' diverge da quella di 'gruppo parlamentare'", altro motivo che probabilmente non ha consentito di riconoscere l'esenzione (peraltro nelle decisioni si fa riferimento anche al simbolo del gruppo GUE, l'onda rossa-verde, che sinceramente chi scrive non era riuscito a ritrovare nel contrassegno... fino al momento in cui ha allargato l'immagine del simbolo e ha notato il piccolo fregio all'interno della pulce di Animal Politics EU!). Cristiano Ceriello, leader del Partito animalista, ha comunque già annunciato il ricorso al Tar per fare valere le sue ragioni (incluso il rinvio alla prossima tornata elettorale delle innovazioni normative adottate troppo a ridosso del voto, il che avrebbe dovuto consentire l'ammissione senza firme alle stesse condizioni di cinque anni fa).
Anche le liste dei Pirati, presentate nelle circoscrizioni Nord-Ovest e Centro, non sono state riammesse dal collegio di magistrati di Cassazione; una delle loro decisioni, tra l'altro, è stata registrata con il numero 1 (è stata depositata in segreteria venerdì 3 maggio alle 16 e 54, mentre la prima relativa ad Alternativa popolare è stata depositata lo stesso giorno alle 17 e 05), quindi dimostra in qualche modo che il collegio - identico a quello che ha deciso su Ap, anche se il relatore è differente - ha tenuto lo stesso metro di giudizio "meno severo", almeno con riguardo alla possibilità di ottenere l'esenzione grazie al solo collegamento con un partito europeo esonerante, anche senza eletti in Italia cinque anni prima.
In particolare, già in questa sede l'Ufficio ha rilevato l'impossibilità - da parte di un organo che esercita una "funzione pubblica neutrale, di natura amministrativa e non già giurisdizionale" - di attivare gli strumenti della questione di legittimità costituzionale o del rinvio pregiudiziale alla Corte di Lussemburgo, sottolineando però la necessità di interpretare le disposizioni di nuova introduzione anche alla luce dei principi costituzionali e della Raccomandazione della Commissione UE n. 2023/2829. Risulta pressoché identica a quanto già visto per Ap la parte del ragionamento sull'opportunità di considerare di fatto alternativi i criteri indicati per l'esenzione "per via europea" (dunque l'affiliazione certificata a un partito europeo costituito in gruppo a Strasburgo come fattore esonerante di per sé, anche senza l'ottenimento di un seggio europeo in Italia cinque anni prima), incluso il giudizio sulla scelta (valutata come "improbabile") di cambiare profondamente le regole sull'esenzione a meno di sei mesi dal termine di presentazione delle candidature. In questo caso, però, se non si è eccepito nulla sulla natura dell'affiliazione al Partito pirata europeo, presente con propri eletti al Parlamento europeo (in effetti la dichiarazione di collegamento, debitamente autenticata, c'era), il collegio ha comunque rilevato che quel partito europeo non è costituito in gruppo parlamentare a Strasburgo e che la stessa dichiarazione di affiliazione ai Pirati europei non proviene dal "presidente del gruppo parlamentare" (che non può esservi, visto che non esiste): quell'elemento, infatti, dopo la modifica normativa ora è qualificato come "indispensabile condizione" per ottenere l'esonero dalla raccolta firme, anche volendo perseguire la lettura alternativa dei criteri di esenzione "europea" praticata dai magistrati di Cassazione.
Mentre si scrive si apprende anche che non hanno avuto successo nemmeno i ricorsi presentati da Forza Nuova, che - com'è noto - nel 2019 era riuscita a presentare le proprie liste in tutte le circoscrizioni, anche grazie alla registrazione come partito politico europeo dell'Alleanza per la pace e la libertà (Apf) nel 2018, benché pochi mesi dopo il partito fosse stato cancellato dal registro perché - in base ai nuovi criteri di registrazione introdotti sempre nel 2018 (il partito europeo o i partiti membri dovevano avere, in almeno un quarto degli Stati membri, eletto o acquisito deputati al Parlamento europeo, ai parlamenti nazionali, alle assemblee regionali, oppure dovevano avere ricevuto almeno il 3% alle ultime europee in almeno un quarto degli Stati membri) - la sua condizione non soddisfaceva più i requisiti fissati; la domanda di iscrizione al registro, reiterata dall'associazione politica nel 2020, è stata comunque respinta perché la presenza qualificata era riferita solo a 3 Stati (Germania, Spagna e Grecia) quando, per raggiungere il quarto dei membri indicato dal regolamento, ne sarebbero serviti almeno 7. 
Bocciate le liste da parte degli Uffici elettorali circoscrizionali, sono stati presentati i ricorsi all'Ufficio elettorale nazionale. Ci si poteva aspettare che, a dispetto della lettura meno rigida delle disposizioni di nuovo conio in materia di esenzione, sia stata contestata la mancata costituzione in gruppo parlamentare e, dunque, l'assenza di una dichiarazione certificata di affiliazione da parte di un presidente di gruppo parlamentare al Parlamento europeo. Nell'unica decisione che si è potuto consultare (quella relativa alla circoscrizione Centro), tuttavia, il ricorso è stato dichiarato inammissibile perché si sarebbe concentrato solo sulla denuncia della ritenuta incostituzionalità dell'art. 4-bis del decreto-legge n. 7/2024 (la disposizione che di fatto ha reso quasi impraticabile l'esenzione "per via europea"), con riferimento agli artt. 3 e 10: il collegio, senza alcuna valutazione di merito, si è limitato così a rilevare che non rientra nelle sue facoltà sottoporre alla Corte costituzionale la norma indubbiata. Forza Nuova ha comunque scelto di rivolgersi al Tar, per contestare anche nel merito le esclusioni delle liste.
L'Ufficio elettorale nazionale ha respinto anche il ricorso di Pace Terra Dignità al Nord-Ovest, ritenendo che la mancata indicazione della qualifica di un'autenticatrice in Valle d'Aosta, traducendosi nell'assenza dell'elemento che consente di verificare la legittimazione ad autenticare, causi la nullità insanabile dell'autenticazione e delle sottoscrizioni contenute in quei moduli (né si è ritenuto applicabile il c.d. "soccorso istruttorio" per sanare la carenza): tutto questo ha causato il mancato raggiungimento del numero necessario di firme in Valle d'Aosta e la conseguente bocciatura della lista. La decisione è ritenuta discutibile dai promotori della lista, inclusa Rifondazione comunista (specie a fronte del metro meno rigido emerso dalle decisioni su Alternativa popolare, che le firme non le ha raccolte), per cui è stato annunciato il ricorso al Tar del Lazio.
 
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Il quadro completo delle liste, circoscrizione per circoscrizione

Nord-Ovest: 11 liste ammesse, 8 non ammesse
Liste ammesse: Fratelli d'Italia, Lega Salvini Premier, Forza Italia - Noi moderati, Alternativa popolare, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle, Azione - Siamo europei, Stati Uniti d'Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Libertà, Rassemblement Valdotain.
Liste e candidature non ammesse: Pace Terra Dignità, Democrazia sovrana popolare, Forza Nuova, Partito animalista - Italexit per l'Italia, Pirati, Italia dei diritti, Pensioni & Lavoro - Risveglio europeo, Parlamentare indipendente (Lamberto Roberti).
 
Nord-Est: 12 liste ammesse, 5 non ammesse
Liste ammesse: Fratelli d'Italia, Lega Salvini Premier, Forza Italia - Noi moderati, Alternativa popolare, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle, Azione - Siamo europei, Stati Uniti d'Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Libertà, Südtiroler Volkspartei, Pace Terra Dignità.
Liste non ammesse: Forza Nuova, Italia dei diritti, Unione cattolica italiana, Democrazia sovrana popolare, Partito animalista - Italexit per l'Italia.

Centro: 12 liste ammesse, 7 non ammesse
Liste ammesse: Fratelli d'Italia, Lega Salvini Premier, Forza Italia - Noi moderati, Alternativa popolare, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle, Azione - Siamo europei, Stati Uniti d'Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Libertà, Pace Terra Dignità, Democrazia sovrana popolare.
Liste e candidature non ammesse: Forza Nuova, Pirati, Italia dei diritti, Unione cattolica italiana, Partito animalista - Italexit per l'Italia, Pensioni & Lavoro - Risveglio europeo, Parlamentare indipendente (Lamberto Roberti).

Sud: 12 liste ammesse, 5 non ammesse
Liste ammesse: Fratelli d'Italia, Lega Salvini Premier, Forza Italia - Noi moderati, Alternativa popolare, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle, Azione - Siamo europei, Stati Uniti d'Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Libertà, Pace Terra Dignità, Partito animalista - Italexit per l'Italia.
Liste e candidature non ammesse: Forza Nuova, Democrazia sovrana popolare, Italia dei diritti, Unione cattolica italiana, Parlamentare indipendente (Lamberto Roberti).

Isole: 11 liste ammesse, 3 non ammesse
Liste ammesse: Fratelli d'Italia, Lega Salvini Premier, Forza Italia - Noi moderati, Alternativa popolare, Partito democratico, MoVimento 5 Stelle, Azione - Siamo europei, Stati Uniti d'Europa, Alleanza Verdi e Sinistra, Libertà, Pace Terra Dignità (riammessa dopo integrazione certificati di iscrizione dei sottoscrittori).
Liste non ammesse: Forza Nuova, Democrazia sovrana popolare, Partito animalista - Italexit per l'Italia.

lunedì 8 agosto 2022

Forza Italia, dietro Berlusconi spunta il simbolo con riferimento al Ppe

AGGIORNAMENTO DEL 9 AGOSTO 2022:
Poco più di 24 ore dopo questo articolo, è arrivata sostanziale conferma del "sospetto che avevamo avuto in un primo tempo sul possibile nuovo contrassegno elettorale di Forza Italia. Alle 11 e 30, infatti, i profili social del partito hanno adottato come foto profilo il nuovo simbolo con il riferimento al Partito popolare europeo e lo stesso è stato presentato in conferenza stampa: le uniche differenze rispetto all'immagine che questo sito aveva diffuso ieri riguardano lo spessore della circonferenza e la consistenza del carattere usato per il riferimento al Ppe, in entrambi i casi maggiore, in modo da facilitare la leggibilità.
Valgono ovviamente le considerazioni fatte ieri sul valore di questo riferimento, mai adottato prima da Fi alle elezioni politiche ("E' la nostra scelta europeista, un significato importante, siamo legati alla tradizione di De Gasperi, siamo parte della famiglia di maggioranza del parlamento europeo" ha detto il coordinatore Antonio Tajani): si è dunque di fronte a un segnale lanciato alle elettrici e agli elettori moderati, perché possano ritrovarsi ancora in un partito che intende rappresentare il centro (in qualche modo erede della storia e del ruolo che era stato della Democrazia cristiana, o almeno come tale vorrebbe porsi), senza dare troppo peso alle posizioni più recenti che l'hanno fatto apparire fin troppo simile alla Lega (al punto da causare l'addio di figure di rilievo). Mentre però - è notizia di oggi - la Lega per Salvini premier avrebbe pensato di conservare lo stesso contrassegno coniato per le elezioni del 2018, senza altre modifiche, Forza Italia ha già presentato la sua nuova veste. Sempre oggi si parla di una possibile fusione delle due liste moderate (Noi con l'Italia - Italia al Centro e Coraggio Italia - Udc): altri cambiamenti, dunque, sono attesi.  
 
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Simbolo ricostruito
Com'è noto, tra i simboli di lista svelati in questi giorni dalle forze politiche non ci sono stati quelli dei cinque partiti che, essendosi costituiti in gruppo parlamentare fin dall'inizio della legislatura, sarebbero stati certamente esonerati dalla raccolta firme. Con riguardo al Partito democratico, per esempio, si attende di capire se il contrassegno definitivo sarà più o meno simile a quello - con la dicitura "Per un'Italia democratica e progressista" su segmento rosso - che era stato diffuso per pochissimo tempo e poi ritirato. Del MoVimento 5 Stelle si è saputo che l'emblema non conterrà il riferimento al presidente del partito, Giuseppe Conte, potendo per il resto essere uguale o molto simile all'ultima versione del simbolo (quello con la data del 2050 su segmento rosso nella parte inferiore). 
Quanto al centrodestra, si è ricordato che il 2 agosto sui profili social di Silvio Berlusconi è apparso il contrassegno unitario della coalizione per la circoscrizione Estero, che al suo interno ospita le miniature dei simboli di Lega, Forza Italia e Fratelli d'Italia: è facile notare che - essendo lo stesso contrassegno composito usato nel 2018 - quelle miniature sono identiche ai simboli dei rispettivi partiti schierati nel 2018, quindi in fondo si potrebbe pensare che effettivamente quelle tre formazioni politiche non ritoccheranno il loro emblema. 
Se si guarda sui profili di Forza Italia, per esempio, o direttamente sulle pagine o sui profili di Silvio Berlusconi, tutte le grafiche pubblicate contengono il contrassegno elettorale usato nel 2018, dunque quello a fondo bianco, con la bandierina che in parte esce dai confini del cerchio e con il riferimento a "Berlusconi presidente", con il cognome in netta evidenza (l'espressione fu molto criticata quattro anni fa, visto che lui non era candidabile, ma l'uso non era comunque illegittimo). Anche questi materiali di propaganda online, ovviamente, suggeriscono che il simbolo da schierare sulle schede sarà identico a quello di quattro anni e mezzo fa e il pensiero è assolutamente sensato, anche perché in fondo non ci sarebbe alcun bisogno di modificare il fregio.
Si sa, tuttavia, che Berlusconi è molto attento ai particolari e che nulla, nella sua comunicazione, è lasciato al caso. Così, nei video pubblicati sui social con le "pillole del programma" di Forza Italia e del centrodestra, registrati nello studio di Villa San Martino ad Arcore, è facile notare dietro lo stesso Berlusconi, alla sua sinistra, una cornice che contiene un simbolo di Forza Italia. Quel simbolo, tuttavia, a un occhio attento può apparire diverso da quello che nel video precedente registrato nello stesso luogo - e diffuso l'11 luglio - si poteva scorgere. Quel fregio, infatti, ha la bandiera di nuovo tutta contenuta nel cerchio e, guardando bene, si nota una piccola scritta ad arco tra il tricolore e il bordo del contrassegno stesso. Ingrandendo quel dettaglio, si può notare che ora intorno alla bandierina si legge "Partito popolare europeo" in maiuscolo. Lo stesso simbolo, tra l'altro, si vede in alcune immagini di manifesti affissi in alcune città (in particolare gira una foto scattata a Milano da Clemente Marmorino per Imagoeconomica, ma non la si riporta per non violare diritti).
Difficile pensare che il simbolo sia stato messo per caso, senza alcun intento particolare. Viene in mente, in qualche modo, la scelta di Matteo Renzi di intervenire al Tg1 utilizzando come sfondo i pannelli con quel logo tondo con la R rovesciata e il suo cognome: si era parlato di un possibile test per un eventuale nuovo simbolo di Italia viva, mostrato senza ancora presentarlo ufficialmente. Nel caso dell'emblema forzista, si tratta di una modifica assai meno radicale, ma comunque significativa: la scelta di inserire nel simbolo un riferimento al partito europeo di riferimento - il Ppe - non è certo nuova per Fi (l'aveva fatto nel 1999 e nel 2004), ma non era mai successo in prossimità delle elezioni politiche. Non è assolutamente detto che la variante del simbolo di Forza Italia comparsa dietro Berlusconi sia destinata a diventare contrassegno elettorale, ma se così fosse potrebbe leggersi come tentativo di segnalare all'elettorato moderato che il partito, a dispetto delle posizioni ritenute "schiacciate" sulla Lega (e dell'addio di varie persone di primo piano per la mancata fiducia al governo Draghi), deve essere ancora visto come "casa dei moderati" e vero centro politico, a differenza di altre proposte emerse nel frattempo. Quale sarà il contrassegno elettorale di Forza Italia, in ogni caso, si saprà tra pochi giorni, o forse - se Berlusconi deciderà di divulgarlo prima del deposito - tra poche ore.

lunedì 15 aprile 2019

Europee 2019, anche la Cassazione dice no alla Dc (che ricorre al Tar Lazio)

Lo si era detto qualche giorno fa, quando sono state rese note le decisioni della Direzione centrale dei servizi elettorali sull'ammissibilità dei contrassegni per le elezioni europee: era facile prevedere che l'opposizione della Democrazia cristiana all'invito a sostituire il suo emblema, togliendo lo scudo crociato (troppo simile a quello dell'Udc) e il riferimento al Ppe (inserito indebitamente) sarebbe stata respinta dall'Ufficio elettorale nazionale presso la Corte di cassazione. Così effettivamente è stato: venerdì il collegio di magistrati di cassazione ha respinto l'atto presentato dal depositante del contrassegno Maurizio Benedettini e dal segretario amministrativo (e legale rappresentante) della Dc Nicola Troisi, aderendo pienamente alle osservazioni formulate dai funzionari del Viminale.
In particolare, per quanto riguarda l'illegittimità dell'uso dello scudo crociato, la decisione avrebbe fatto propria la posizione ministeriale: in base a essa, da una parte, si sarebbe ribadita la presenza nelle aule parlamentari dell'Udc dal 2002 (e, a seguito di elezioni, almeno dal 2006), per cui il suo uso consolidato sarebbe stato da tutelare nell'interesse degli elettori; dall'altra, l'organo avrebbe rilevato che dopo la fine del 1993 la Dc avrebbe cessato la propria attività, non avrebbe avuto eletti e nessun partito avrebbe dimostrato di agire in continuità giuridica con il partito attivo fino all'inizio del 1994, cosa che avrebbe potuto denotare un titolo all'uso dello scudo crociato di maggior valore rispetto a quello dell'Udc. 
Per quanto riguardava il secondo profilo contestato, cioè l'inserimento indebito del riferimento al Ppe (volto, come è facile immaginare, a evitare la raccolta firme per presentare le liste), l'Ufficio elettorale nazionale si sarebbe limitato a notare che, anche in base alle fonti europee rilevanti (raccomandazioni della Commissione europea 2013/142/UE e 2019/234/UE e la risoluzione del Parlamento europeo 2013/ 21 02 INI), i partiti che desiderano usare simboli o nomi di partiti europei devono fornire la prova del loro uso legittimo, facendo valere come precedenti vincolanti le sue decisioni precedenti del 2014 (relative ai Verdi europei e non solo), in cui si era considerato il pregio della posizione di chi aveva prodotto la dichiarazione di affiliazione al partito europeo (e conseguente delega all'uso dell'emblema) firmata dal legale rappresentante di quella stessa formazione. 
La querelle, peraltro, non si ferma qui: oggi stesso, infatti, Benedettini e Troisi hanno presentato ricorso al Tar del Lazio (cosa possibile per gli atti preparatori alle elezioni europee), contestando la decisione dei magistrati di cassazione sotto entrambi i profili. Sulla questione dello scudo crociato, per i ricorrenti la posizione del ministero - acriticamente recepita dall'Ufficio elettorale centrale nazionale - sembra avere "solo ed esclusivamente valore 'politico' per danneggiare gli interessi della Democrazia Cristiana, tralasciando una valutazione, indipendente, neutrale ed oggettiva di carattere tecnico-giuridico prendendo solo spunto e riferendosi ad una confermata valutazione di prassi e precedenti che solo privi di qualsivoglia base giuridica, favorendo in tal modo gli interessi dell'Udc". In particolare, Benedettini e Troisi contestano la cessazione dell'attività della Dc e la mancata continuità giuridica: lo fanno citando la nota sentenza delle sezioni unite della Corte di cassazione n. 25999/2010, confermativa della sentenza n. 1305/2009 della Corte d'Appello di Roma, e ritenendo ancora valido quanto detto dalla decisione n. 19381/2006 del Tribunale di Roma (c.d. "sentenza Manzo", riformata dalla pronuncia di seconde cure), in base alla quale la Dc non si sarebbe mai estinta. Per i ricorrenti, insomma, l'uso tradizionale dello scudo crociato è quello della Dc, non quello derivato dell'Udc, mentre - a loro dire - con le sue valutazioni di natura politica "il Ministero dell'Interno avalla, permette e traghetta in modo amministrativo l'uso di un contrassegno che già di suo il sistema giudiziario italiano in ogni ordine e grado ha negato in modo definitivo".
Nel ricorso si sostiene che i funzionari del Viminale e i magistrati di cassazione non avrebbero nemmeno letto gli atti allegati dai rappresentanti della Dc; lo studioso che non ha alcun interesse di parte e si limita a mettere in gioco la propria conoscenza - approfondita... - della vicenda si permette di interrogarsi sul livello di lettura e di comprensione di quegli stessi atti da parte di chi intende farli valere. Non si capisce, infatti, in quale fase una sentenza abbia inibito all'Udc l'uso - men che meno in ambito elettorale - dello scudo crociato. La c.d. "sentenza Manzo" del 2006 - che pure partiva da presupposti sbagliati - si limitava a dire che il Cdu non poteva molestare la Dc (allora guidata da Giuseppe Pizza, anche se il processo era iniziato sotto la segreteria di Angelo Sandri), non certo che quest'ultima aveva diritto a un uso esclusivo del segno; la sentenza d'appello del 2009, nel riformare la "sentenza Manzo" e un'altra pronuncia sempre del 2006 (favorevole invece all'Udc), disse in sostanza che nessuna delle parti del processo - Dc, Cdu, Udc - aveva titolo per inibire alle altre l'uso - di diritto privato, non elettorale - dell'emblema perché nessuna poteva vantare su di esso un diritto esclusivo. 
La tanto citata sentenza della Cassazione a sezioni unite del 2010, nel dichiarare inammissibili (per ragioni solo formali) i ricorsi di tutte quelle parti, semplicemente ha consolidato la decisione del 2009, precisando anche - dichiarando infondato il ricorso del Partito popolare italiano - che le considerazioni sull'invalidità dell'atto con cui la Dc aveva cambiato nome in Ppi avevano valore solo tra le parti del processo e non avevano dichiarato nullo un bel niente: come dire che, in effetti, non è vero che la Dc ha concluso la propria esistenza giuridica dopo la fine del 1993, ma soltanto perché il soggetto giuridico Dc è lo stesso che dal 1994 si chiama Ppi (anche se ha cambiato nome nel modo sbagliato, in violazione dello statuto) e che dal 1995 ha adottato il gonfalone come suo simbolo (ed è attualmente ancora esistente). Nessuno dei procedimenti avviati nel corso del tempo per "risvegliare" la Dc, dunque nemmeno quello che ha visto la convocazione dell'assemblea dei soci disposta dal Tribunale di Roma e che aveva portato all'assemblea di febbraio 2017 (che elesse alla presidenza Gianni Fontana) e al congresso dell'ottobre 2018 (che ha portato alla segreteria Renato Grassi), ha mai seriamente contestato - e forse nemmeno preso sul serio - questo punto, che pure emerge con una certa chiarezza dalla sentenza di Cassazione del 2010 e da quella d'appello del 2009.
Il ricorso della Dc, invece, insiste nel dire che l'esclusione del proprio simbolo dalle elezioni comporta per il partito "un danno all'immagine ed un danno patrimoniale di ingenti quantità", perché di fatto si consente l'uso dello scudo crociato all'Udc nata ben dopo la Dc (ma non c'è una sola sentenza, tra quelle passate in giudicato, che accerti la continuità giuridica della Dc-Grassi-Fontana con la Dc del 1943: lo stesso Tribunale di Roma, disponendo alla fine del 2016 l'assemblea dei soci, si era basato sull'elenco degli iscritti del tentativo di riattivazione del 2012 e non aveva certo fatto alcuna valutazione sulla bontà di quella lista); proprio all'Udc, anzi, dovrebbe essere inibito l'uso dello scudo, protrattosi illegittimamente fino a oggi, perché prima della valutazione sulla presenza o meno in Parlamento di un partito dovrebbe venire quella sulla legittimazione originaria all'uso del segno, che per i ricorrenti è senza dubbio della Dc ora in attività (come se fosse esattamente lo stesso soggetto giuridico in opera dal 1943); nel ricorso peraltro si mette in dubbio l'effettivo uso tradizionale del simbolo dal parte dell'Udc ("il simbolo utilizzato negli anni [...] è stato modificato in tutte le tornate elettorali") e la stessa presenza del partito nelle aule parlamentari (i tre senatori ad esso riconducibili farebbero parte del gruppo di Forza Italia, dopo essere stati eletti nei collegi uninominali e non, come si legge nel ricorso, nella lista Noi con l'Italia, che non aveva raggiunto la soglia del 3%).
Sulla questione legata alla legittimazione all'uso del simbolo del Ppe, il ricorso sottolinea che l'onere di fornire la prova della legittimazione all'uso in capo ai partiti nazionali è contenuto in atti non vincolanti e obbligatori (raccomandazioni della Commissione europea e una risoluzione del Parlamento europeo), avendo questi mero valore di "indicazioni e riferimenti per lo sviluppo del fine e dello spirito europeo"; né sarebbero vincolanti, in questo senso, le decisioni precedenti dell'Ufficio elettorale nazionale citate in precedenza, anzi considerarle tali viene equiparato a "un delirio giuridico" in cui lo stesso ufficio sarebbe caduto. "L'unica norma di legge che deve essere rispettata da tutti in relazione all'indicazione di un contrassegno e/o denominazioni di partiti europei nel contrassegno nelle elezioni nazionali - si legge nel ricorso - è l'art. 3-ter della decisione (UE Euratom) n. 994 del 2018 nel quale si permette l’indicazione di un'affiliazione di un partito nazionale ad un partito europeo", mentre nessuna norma primaria interna impone obblighi di dare prova della legittimazione all'usol'affiliazione, anzi, sarebbe "una mera dichiarazione di volontà, un atto unilaterale e non un contratto tra le parti" (anche in senso etimologico, la parola indicherebbe "condivisione di valori, di etica, d'ideali e principi che non necessariamente richiede un'iscrizione formale tra le parti"), dunque sarebbero "ultronee ed irrituali" le osservazioni inviate dal Ppe, "in quanto non sono parte del procedimento e quindi non possono e non devono essere prese in considerazione".
In definitiva, i rappresentanti della Dc chiedono la riammissione del proprio contrassegno nella sua interezza (scudo crociato ed emblema del Ppe), la contestuale esclusione dell'emblema dell'Udc e, da ultimo, che "vengano sospese e congelate le operazioni elettorali preparatorie per le elezioni europee del 2019", ottenendo un termine di almeno 7 giorni dalla notifica della sentenza per depositare le liste per le europee. La decisione dovrebbe arrivare in un paio di giorni; difficile, in ogni caso, che la sentenza sia di segno diverso rispetto a quanto è stato deciso fin qui

martedì 9 aprile 2019

In attesa del Viminale, la Dc blocca la Dc: "Via quel simbolo dalle elezioni"

Domani saranno rese note le decisioni del Ministero dell'interno sull'ammissibilità dei contrassegni presentati in vista delle elezioni europee del 26 maggio 2019. Vale la pena attendere gli esiti della valutazione, senza prodursi in troppi pronostici; si può però già pensare che le bocciature (temporanee) legate espressamente ai simboli saranno ben poche, mentre potrebbero essere di più - e non prevedibili, visto che non è dato sapere quali documenti siano stati depositati da ciascuna forza politica - quelle generate da una documentazione incompleta. 
Tra i pochi casi certi di invito alla sostituzione, tuttavia, c'è quello relativo al contrassegno della Democrazia cristiana, depositato in nome e per conto del partito che si riconosce nella segreteria di Renato Grassi, successore di Gianni Fontana. La bocciatura dovrebbe arrivare "a prescindere", per "colpa" della presenza dello scudo crociato che potrebbe innescare una confusione con l'Udc (che è presente con alcuni eletti in Parlamento, sia pure sotto il segno composito di Noi con l'Italia - Udc); si è però saputo che sul tavolo del Viminale è arrivato anche un esposto direttamente dalla Dc. Non, ovviamente, la Dc di cui si diceva, ma il comitato iscritti alla Dc del 1993, guidato da Raffaele Cerenza e Franco De Simoni.
Costoro, ritenendo di essere legittimati a "rappresentare la Democrazia Cristiana", si sono formalmente opposti alla possibile ammissione dell'emblema - il quinto depositato in questa #maratonaViminale - ricordando che presso il Tribunale di Roma è pendente un processo (avviato nel 2017) seguito all'impugnazione degli atti della famosa assemblea tenutasi all'hotel Ergife a Roma il 25 e 26 febbraio 2017, durante la quale era stato eletto segretario dell'associazione Gianni Fontana; Cerenza e De Simoni, peraltro, nel frattempo avevano impugnato davanti allo stesso tribunale anche gli atti del successivo "congresso" che ha eletto Grassi alla segreteria, lamentando irregolarità nelle procedure di convocazione (in sede processuale, tra l'altro, si è scoperto che la persona scelta per il ruolo di segretario amministrativo, certo Nicola Troisi, sarebbe residente a Durazzo in Albania, cosa che ha complicato le procedure di notifica degli atti).
L'esposto-opposizione al Ministero è stato presentato "a titolo di collaborazione con codeste Istituzioni pubbliche incaricate della gestione delle liste elettorali nazionali e regionali affinché valutino l’adozione di qualsiasi opportuno provvedimento nel caso di specie, anche
in via di autotutela", ma anche per "non prestare acquiescenza in nessuna sede alle iniziative attuate" da Grassi, Troisi e altri, in attesa che il tribunale decida sui contenziosi ricordati. "Ci sono già sentenze che hanno accertato che quella associazione - la Dc Grassi-Fontana, ndb - non è in alcun modo erede della Dc storica e che quindi non può utilizzarne i simboli né il nome. Fino a quando non si terrà un congresso unitario con gli iscritti Dc del 1993 - si legge in una nota di Cerenza - nessuno potrà utilizzare i simboli e il nome della Dc storica. La nostra associazione è sempre vigile. E sarà molto attenta anche nella verifica della validità delle firme che devono essere presentate a sostegno della lista" (anche se, vista la presenza del simbolo del Ppe, è probabile che i presentatori della lista non pensino affatto di presentare firme). 
In poche parole, non bastasse la sola esistenza dell'Udc, il compito di impedirle alla Dc la corsa alle elezioni se l'è assunto un'altra Dc: una situazione in apparenza paradossale, ma giuridicamente fondata, cui studiosi e curiosi hanno ormai fatto l'abitudine.

mercoledì 16 gennaio 2019

Europee 2019, la Dc correrà sotto la bandiera del Ppe?

Non sarà così, ovvio,
ma a qualcuno piacerebbe...
Ogni tanto è sempre opportuno dare uno sguardo a cosa accade in casa democristiana, anzi, tra coloro che ritengono di essere i continuatori, politici e anche giuridici, della Democrazia cristiana. A meno di tre mesi dalla presentazione dei simboli per le elezioni europee e a poco più di quattro mesi dal voto congiunto di europee e amministrative (il turno più nutrito, quanto a numero di comuni coinvolti), qualcosa sembra muoversi in quell'area, in termini politici, elettorali e organizzativi ed è il caso di darne conto.
Su questo sito si è già parlato della conferenza stampa che il 19 dicembre Gianfranco Rotondi ha tenuto alla Camera per presentare non un nuovo partito o una lista, ma un patto programmatico tra le varie forze politiche e sociali che si richiamano alla Democrazia cristiana. Il documento, cui sta lavorando l'ex europarlamentare Vitaliano Gemelli, sarà al centro anche dell'evento Popolari. Oggi. Da Sturzo al Nuovo Millennio che si terrà dopodomani all'auletta dei gruppi sempre della Camera, a partire dal centenario della nascita del Partito popolare italiano di don Luigi Sturzo: tra i relatori, oltre a Rotondi e Gemelli, il programma prevede anche il direttore del Tg2 Gennaro Sangiuliano, figure Dc storiche come Rocco Buttiglione, Calogero Mannino e Roberto Lagalla, nonché il segretario del Nuovo Cdu Mario Tassone e Renato Grassi, qualificato come "segretario nazionale Democrazia cristiana". Vale a dire della Dc che, dopo l'assemblea convocata all'Ergife nel febbraio 2017 su disposizione del tribunale di Roma, in ottobre ritiene di aver celebrato il proprio XIX congresso eleggendo un nuovo segretario (appunto Grassi) dopo che all'Ergife era stato scelto come presidente provvisorio dell'assemblea dei soci l'ex ministro Gianni Fontana.  
Proprio questa Democrazia cristiana, al momento, sarebbe impegnata in una doppia azione. A livello locale, a detta di chi è parte di quest'impresa, l'attività di ricostruzione ferve: "Ci stiamo impegnando - spiega Emilio Cugliari, membro della direzione nazionale - perché in ogni regione ci sia un coordinamento, abbiamo necessità di ricostruire la base del partito dopo un quarto di secolo dal 1994. Certo, non possiamo pensare di ricostruire la Dc di allora, anche solo per un fatto di età: occorre coinvolgere in questo progetto i giovani, per poter formare una classe politica locale che possa essere credibile e spendibile sui territori e in seguito anche ai livelli superiori. Penso sia questa l'unica via possibile: parafrasando le parole di papa Francesco, credo sia meglio essere atei che cattivi democristiani". 
Se dalla scala locale si passa a quella nazionale, le ambizioni di coloro che ritengono di avere riattivato la Dc non vengono nascoste e passano anche attraverso le prossime elezioni europee: "La Dc - continua Cugliari - oltre che concorrere al voto amministrativo per essere presente nei comuni, vuole partecipare alle elezioni sotto la bandiera del Ppe, proprio a partire da quel patto programmatico di cui Rotondi ha parlato a dicembre e che coinvolge, oltre che lui e noi Dc, anche il Nuovo Cdu di Tassone, Costruire insieme di Ivo Tarolli e altre realtà, compresi anche i Popolari per l'Italia di Mario Mauro. Se ci saranno le condizioni per una collaborazione più lunga la proseguiremo, ma per noi è i valori della Dc devono prevalere su tutti, non vogliamo signorie di altro tipo". 
Un progetto ideale, dunque? Anche, ma forse non solo. Perché Cugliari - che nel partito rappresenta il gruppo "Uniti al centro - Dc", presente assieme ad altri due raggruppamenti vicini rispettivamente al segretario Grassi, che ora gode della maggioranza relativa, e al presidente del consiglio nazionale Fontana - insiste particolarmente sulla costruzione di una lista "sotto le insegne del Ppe", facendo capire che potrebbero essere in preparazione candidature autonome rispetto alle altre liste che saranno in campo (in particolare rispetto a quella di Forza Italia cui potrebbe partecipare l'Udc e, forse, la Svp) e con all'interno del simbolo un riferimento grafico al Ppe (al quale oggi appartengono Svp, Patt, Forza Italia, Alternativa popolare, Udc e Popolari per l'Italia). Non viene detto espressamente, ma è probabile che l'inserimento di quel simbolo avrebbe lo scopo di evitare la raccolta firme, vero primo ostacolo da superare per partecipare alle elezioni europee; accanto al simbolo del Ppe dovrebbe esserci il nome "Democrazia cristiana", che Rotondi ritiene di avere diritto a usare, e secondo Cugliari è necessario che ci sia anche lo scudo crociato, senza avere paura del contenzioso che inevitabilmente ne scaturirebbe. 
Certo, la raccolta firme non sarebbe l'unico problema da affrontare: ancora più difficile sarà trovare le risorse per la campagna elettorale e, soprattutto, superare lo sbarramento al 4%: "Purtroppo la Consulta l'ha mantenuto e questo per noi è un problema - ammette Cugliari - ma ci affidiamo al lavoro di 50 anni di Dc, potremo scrivere nuove pagine gloriose, riportando il partito e l'Italia ai posti che competono loro. Non dovremo più rivendicare i nostri principi e la nostra dignità: credo vada tenuta alta la nostra Costituzione che avventurieri della politica, dopo Tangentopoli, hanno bistrattato e tentato di riformare in modo sbagliato". 
Cugliari vede per la Dc un grande lavoro davanti, avendo soprattutto presente la sovranità popolare e la ricostruzione del paese (lui in particolare ritiene necessari investimenti per "completare l'unità nazionale" e non "ghettizzare" più il Sud, mettendo risorse soprattutto sulla mobilità ferroviaria): per farlo però occorre essere messi in condizione di partecipare pienamente alla vita politica, con un nome e - possibilmente - con un simbolo che hanno caratterizzato gran parte della storia politica italiana. 

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Nel frattempo, peraltro, anche altro si muove in casa Dc. Venerdì e sabato, infatti, presso la "Casa tra noi" a Roma (via Monte del Gallo 113), si svolgerà una manifestazione denominata Stati Generali della Democrazia cristiana, cui gli organizzatori vorrebbero prendessero parte tutte le associazioni e tutti i movimenti interessati alla riunificazione della Dc. La grafica del simbolo utilizzata e il riferimento di posta elettronica indicato per la partecipazione consente di ricondurre l'organizzazione alla Dc che riconosce come proprio segretario politico nazionale Angelo Sandri, che infatti ha provveduto ampiamente a diffondere la notizia dell'evento in rete.
A dispetto del nome, tuttavia, non si tratterebbe esattamente degli Stati Generali che Gianfranco Rotondi aveva immaginato mesi fa, quando si era parlato di costruire una Federazione della Democrazia cristiana (con lui stesso a capo) tra tutti i soggetti che volevano arrivare al ritorno della Dc. Quella Federazione doveva essere costituita con atto notarile, ma non risulta che ciò sia mai avvenuto; la stessa iniziativa sui cent'anni del Partito popolare pare stata programmata in sostituzione - come spiegano in una nota Raffaele Cerenza e Franco De Simoni, dell'Associazione iscritti alla Democrazia cristiana del 1993 - proprio degli Stati Generali, che si dovevano svolgere proprio in quegli stessi giorni. Insomma, viene in mente una frase attribuita a Giulio Andreotti, di cui giusto due giorni fa si è celebrato il centenario della nascita: "Amo talmente la Germania che ne preferivo due". Sarà per questo che la Dc si prova a farla in mille modi?

sabato 23 aprile 2016

Area popolare accontenta il Ppe: via le stelle dal cuore

Certi cambiamenti vengono sbandierati o comunque sottolineati; altri si consumano in silenzio o avvengono in un contesto di "basso profilo", lasciando che sia il singolo ad accorgersi che non è tutto come prima, anche - e soprattutto - quando a cambiare è solo un particolare, più o meno significativo. Sembra sia accaduto proprio questo con il simbolo di Area popolare, che avrebbe iniziato la sua mutazione
Notarlo, obiettivamente, non è immediato: sulla pagina Facebook dei deputati di Ap non è cambiato nulla e anche nel sito del Nuovo centrodestra, almeno in apparenza. Se però si entra nella pagina dedicata alle elezioni amministrative, si scopre un post dedicato all'inizio della campagna elettorale: a prima vista non ci sarebbe stato un motivo particolare per inserirlo, almeno finché non si guarda l'immagine a corredo dell'articolo, che ritrae i simboli che correranno a Roma e Milano per Ncd. A quel punto tutto torna, perché si scopre che dal cuore giallo sfumato, varato solo pochi giorni fa, sono sparite le quattro stelle che rimandavano alla grafica del Partito popolare europeo. Tutto il resto - il fondo blu, la struttura dei contrassegni, ovviamente i riferimenti a Marchini per Roma e a Parisi per Milano - è rimasto uguale, ma quel dettaglio per i microscopisti della politica non è affatto di poco conto.
Solo all'inizio del mese, infatti, il segretario generale del Ppe Lopez Isturiz aveva detto che nessuna lista italiana avrebbe potuto usare il simbolo dei popolari europei nel proprio contrassegno, paventando anche azioni legali qualora fosse stato necessario. Angelino Alfano si era preoccupato di ridurre il problema, dicendo che i due emblemi erano diversi, non sovrapponibili e dunque non si sarebbe posto alcun problema; la prudenza, tuttavia, non sarebbe mai troppa e qualcuno deve avergli suggerito che le grane è meglio evitarle. Al primo uso elettorale del nuovo simbolo, dunque, poteva essere opportuno eliminare alla radice il problema del riferimento troppo esplicito, piuttosto che dover fronteggiare le critiche di qualche avversario e, soprattutto, l'ostilità del Ppe. Detto, fatto: per ora la modifica parte dal basso, ossia dalle città in cui Area popolare si presenta, ma è probabile che presto anche il nascente partito a livello nazionale metta da parte le stelle, affidandosi solo alla luce del cuore (e pazienza se Gianfranco Rotondi ci era arrivato prima, anche lui guardando al Ppe ma tingendolo di rosso, ricordando i colori dell'ultima Dc). Ai cambi simbolici e alle mutazioni sul nascere, del resto, in casa Ncd sono abituati fin dall'esordio...

Grazie a Vito Cardaci per la segnalazione

giovedì 14 aprile 2016

Alfano, il cuore Ppe batterà?

Mancano tre settimane ai giorni in cui si potrà depositare la documentazione per ciascuna lista al nuovo turno di amministrative, simbolo compreso. Dalle parti del Nuovo centrodestra l'idea di utilizzare come emblema elettorale quello nuovo di Area popolare, a fondo blu con il "cuore stellato" sembra ormai una scelta codificata: lo mostrano le scelte simboliche fatte finora a Milano (con Parisi) e Roma (con Marchini), mentre già circola un Napoli popolare ancora privo del nome del candidato sindaco. 
Il "nuovo corso emblematico" lo ha spiegato giorni fa Gioacchino Alfano, coordinatore regionale di Campania popolare: "Il simbolo con cui affronteremo la sfida delle prossime amministrative di primavera richiama fortemente quello del Partito Popolare Europeo. È a quei valori di libertà a cui, con la guida del nostro leader Angelino Alfano, ci ispiriamo e su cui costruiamo ogni giorno la nostra azione politica. Inoltre, ci poniamo in diretta continuità con la coalizione di Governo che si è dimostrata vincente e sta ottenendo ottimi risultati. Siamo aperti al contributo dei movimenti civici e alla società civile. Il simbolo che è costituito da un cuore con quattro stelle su un fondo azzurro. Sarà uguale in ogni città in cui si andrà alle elezioni. L’unica differenza sarà il riferimento alla città in cui ci presenteremo. Sono le città e i territori i protagonisti della politica e delle elezioni. Nella parte bassa del simbolo, nello spazio bianco, ci sarà il nome del candidato sindaco ove possibile e condiviso".
Proprio quel richiamo così evidente al Ppe, tuttavia, potrebbe creare qualche problema. Una decina di giorni fa, infatti, il segretario generale del partito, Antonio Lopez Isturiz, avrebbe detto - nel bel mezzo di suo intervento a un'assemblea politica al Parlamento europeo - che nessun partito in Italia potrà usare il logo del Ppe nelle liste per le amministrative perché "appartiene a tutta la famiglia popolare e non a un solo partito". Il motivo dell'avvertimento, secondo Il Secolo d'Italia, sarebbe lo schieramento del partito di Alfano con Renzi; lo stesso Lopez Isturiz avrebbe aggiunto - si legge sul sito dell'Ansa che ha dato la notizia - che "il Ppe potrebbe essere costretto ad adire le vie legali contro i partiti che utilizzeranno il logo", per lo meno senza un esplicito assenso.
Di nuovo il Secolo ha ospitato la replica di Alfano, per il quale non sorgeranno problemi col Ppe "anche perché non c’è nessuna sovrapposizione tra il nostro simbolo e il loro": sarebbe stata adottata "una serie di varianti tecniche e stilistiche" sull'emblema italiano, pienamente in linea con la "ispirazione popolare" della formazione evoluzione di Ncd (l'Udc sembra avere preso una via di nuovo autonoma). Di certo al titolare del Viminale non è piaciuta la sortita di Lopez Isturiz, del quale si ricordano i rapporti cordiali con Silvio Berlusconi e Forza Italia: "Se gli ispiratori italiani e milanesi delle informazioni che sono arrivate a Bruxelles si fossero risparmiati questa fatica, avrebbero risparmiato anche un fastidio e un danno alla coalizione e a Parisi", avrebbe detto Alfano a margine di una cena elettorale proprio a sostegno del candidato unitario del centrodestra a Milano.
Premesso che del Ppe fanno parte, oltre a Ncd e Udc, anche ciò che resta dei Popolari per l'Italia di Mario Mauro, la Svp come osservatrice e - appunto - Forza Italia, difficilmente il Ppe potrebbe dare l'assenso a uno solo di questi di utilizzare il proprio emblema in elezioni nazionali (diverso sarebbe il discorso per il rinnovo del Parlamento europeo, per cui ogni partito potrebbe indicare anche graficamente il proprio soggetto politico europeo di appartenenza). Per Alfano, tuttavia, i simboli non sono sovrapponibili, proprio grazie a quelle varianti: questo è vero, ma è altrettanto vero che, per usare un'espressione che si trova più volte in giurisprudenza (anche nella lunga e mai finita vicenda contenziosa dello scudo crociato), "il risultato percettivo" dell'emblema di Area popolare e di quello del Ppe è indubbiamente e volutamente molto simile e le parole del coordinatore campano in qualche modo avvalorano la tesi. 
In un'eventuale azione legale, insomma, non è detto che il nascente partito di Alfano esca sicuramente vincitore; certo è che - come ha ricordato Cesare Maffi su Italia Oggi - "i simboli dei partiti europei hanno in Italia una scarsissima conoscibilità" e, dunque, sarebbe tutto da dimostrare il "guadagno" che l'emblema simile potrebbe apportare in termini di visibilità e di voti. Non è detto, però, che questo basti a evitare grane e carte bollate.