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domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

domenica 7 marzo 2021

"Comunisti d'Italia", persone che si fanno simbolo (di un partito e del Paese)

Il 2021, come si è già ricordato nelle scorse settimane, è l'anno del centenario della nascita del Partito comunista d'Italia, poi Partito comunista italiano, per molti semplicemente "il Pci". L'anniversario arriva, come chiunque sa, quando il partito nato a Livorno nel 1921 di fatto non esiste più, dopo il cambio di nome ufficializzato nel 1991, la scomparsa anche del simulacro del vecchio simbolo dall'emblema del Partito democratico della sinistra (nel nuovo soggetto denominato Democratici di sinistra) nel 1998 e, come ultimo passo, la nascita del Pd. A quella forza politica - che peraltro non sembra godere di ottima salute - vi hanno partecipato (e continuano a farne parte) non poche persone che hanno vissuto quella storia, ma quella nuova non può in alcun modo essere accostata alla storia che si è chiusa nel 1991, così come non può essere messo realmente sullo stesso piano alcun partito che abbia deciso di condividere e portare avanti gli ideali che furono del Pci.
Chi studia la politica italiana, a costo a volte di usare la lente d'ingrandimento se non il microscopio, sa che di simboli con falce e martello ne circolano vari; almeno uno - quello del Pci rifondato nel 2016 - riprende quasi per intero il simbolo che per oltre trent'anni ha quasi sempre aperto le schede elettorali ("in alto a sinistra"). Eppure, senza nulla voler togliere a chi ancora oggi si impegna per mantenere vive e presenti quelle idee, solo quella del Partito comunista d'Italia, poi Partito comunista italiano è stata una vera storia di storie, quelle cioè delle tante persone che hanno scelto di credere in quel partito al punto da votarlo, farlo votare, iscriversi, militare, dedicare tempo, energie, sostanze perché potesse avvicinarsi la Rivoluzione in cui credevano. E in fondo non importava nemmeno quale forma avesse quella Rivoluzione nelle singole menti: poteva essere anche solo "una forza, un volo, un sogno [...] uno slancio, un desiderio di cambiare le cose, di cambiare la vita" come dicevano Giorgio Gaber e Sandro Luporini in Qualcuno era comunista. Che poi in realtà ci si vergogna a scrivere "solo": come se davvero noi potessimo permetterci di relegare quella forza, quel volo, quel sogno o quel desiderio tra le cose di seconda scelta, come se davvero avessimo titolo per dire che erano di poco valore. Quelle persone, che ci hanno creduto davvero, sono diventate loro stesse simboli del Pci, come e forse ancora di più di quel fregio con falce, martello e stella su cui hanno messo la croce tante volte nel corso della loro vita.
Occorre essere grati, dunque, a chi cerca di riunire in poco più di duecento pagine un centinaio di ritratti di questi simboli, concreti e tangibili, anche ora che purtroppo hanno quasi sempre concluso la loro vita. L'ha fatto Matteo Pucciarelli, livornese come il Pcd'I, classe 1984 da tempo approdato a Milano, giornalista della Repubblica particolarmente attento alle vicende politiche (di ogni colore), nel suo ultimo libro uscito alla fine del 2020 con Typimedia editore, Comunisti d'Italia. Era inevitabile cogliere il centenario della storia comunista in Italia - anche se, come ricorda l'autore, quella storia aveva messo radici molto prima, almeno a metà dell'Ottocento, con le società di mutuo soccorso e del socialismo che guardava alla rivoluzione francese - per cercare di scrivere qualcosa: si trattava di capire come farlo. Pucciarelli, insieme alla narratrice storica Sara Fabrizi, ha scelto di offrire una galleria di persone e delle loro vite, unite da alcune fondamentali parole chiave, declinate in vari modi: uguaglianza, diritti sociali, libertà democrazia. Concetti forti, sentiti e vissuti sulla pelle, non di rado accostati a vocaboli e situazioni di maggiore durezza, fino al conflitto di chi lotta perché è convinto di ciò in cui crede (pur senza mancare di capire, anche con amarezza, quando si sbaglia o si incontrano i propri limiti).
Una galleria di vite, dunque, una per ogni anno della storia che si voleva raccontare (attraverso quelle storie vissute). 100 storie per 100 anni, dunque, anzi 103 storie, perché in qualche caso non era proprio possibile separarne una dall'altra. Vale per una coppia ben nota come Dario Fo e Franca Rame, che ha portato arte e spettacolo dove si lottava e si resisteva (e ha pagato di persona le proprie scelte, con la censura e il drammatico episodio di violenza subito dalla donna), come pure per nomi meno noti che si ha il diritto di conoscere sfogliando queste pagine e scoprendo nuovi frutti della violenza e del crimine: i sindacalisti contadini di Partinico Giuseppe Casarrubea e Vincenzo Lo Iacono, uccisi la sera del 22 giugno 1947 da una bomba lanciata contro la sede del Pci dagli uomini di Salvatore Giuliano, e Fausto Tinelli e "Iaio" Iannucci, uccisi nella periferia milanese nel 1978 perché da giovani militanti di sinistra avevano creduto che combattere contro la droga fosse un modo per fare del bene alla società ma qualcuno era di diverso avviso.
Per tutte le persone - non personaggi, perché non c'è fiction in queste pagine, nemmeno per chi ha esercitato la sua professione scrivendo, su un palco, dietro o davanti una macchina da presa - il format è lo stesso: due pagine e un paio di foto ad accompagnare il testo. Impossibile racchiudere una storia in così poco spazio, ma il libro non ha nemmeno quest'intenzione. Il libro, se si vuole continuare con Gaber e Luporini, è lo slancio per ricordare, conoscere, scoprire, approfondire: per chi vuole proseguire, ci sono altre strade, altre fonti e il piacere di cercare e trovarle.
Matteo Pucciarelli non ha nemmeno la pretesa di fornire, con le sue cento storie, un elenco esaustivo: è lui stesso, nel suo testo iniziale, a snocciolare varie assenze di rilievo o meno percettibili ("da Luigi Longo ad Adalgisa Breviglieri, da Sergio Garavini a Cesare Pavese e moltissimi altri"). Le presenze, però, son tutte di gran pregio: quelle note e quelle semisconosciute (e ci si rende conto che era un peccato che fossero tali), quelle che ci si attendeva di trovare e quelle che lasciano un pizzico di sorpresa, perché magari quel lato non si conosceva e, dopo aver letto, il quadro è più completo.
Come si accennava prima, tutte le persone che si avvicendano pagina dopo pagina - tranne Luciana Romoli, classe 1930, "antifascista a 8 anni, staffetta a 14" e ancora lucida testimone di coerenza - sono scomparse. Alcune davvero da poco, come Carla Nespolo (prima donna a presiedere, dal 2017 fino alla sua scomparsa lo scorso anno, l'Anpi senza essere stata partigiana, insistendo sulle battaglie civili dell'associazione) o Andrea Camilleri ("Molte cose del comunismo, nella sua attuazione pratica, sono state sbagliate e si sono trasformate in errori tragici proprio nel conteggio di vite umane. Ma - diceva, prima di morire nel 2019 - continuo a ritenere che l'aspirazione all'uguaglianza, al diritto uguale per tutti sia il dettame più cristiano che io abbia mai sentito. Cristiano, non cattolico"). Ci hanno lasciato nel 2020 anche Germano Nicolini (il "comandante Diavolo", al Dièvel, partigiano, sindaco di Correggio e accusato ingiustamente dell'omicidio di don Umberto Pessina, per il quale scontò dieci anni di carcere da innocente) e Vittorio Cantelmi: lui, morto nel 2020 in piena pandemia, il 15 febbraio del 1944 aveva contribuito a salvare tanti partigiani da un rastrellamento nazifascista nella Marsica, pedalando a perdifiato per chilometri e avvertendo chiunque trovasse (continuando il suo impegno politico e sociale dopo la guerra).
Altre persone invece sono scomparse da molti anni. Addirittura risale al 1921, cioè all'anno in cui si fa iniziare la storia che si racconta, la morte di Spartaco Lavagnini, ferroviere e sindacalista aretino, che a gennaio era tra i fondatori del Partito comunista d'Italia a Livorno e trucidato il 27 febbraio dalle camicie nere. Avevano visto terminare la loro vita prima della fine della guerra Tina Modotti (artista della pellicola fotografica usata come strumento di denuncia, morta nel 1942 a 45 anni in Messico), Irma Bandiera (giovane bolognese che, dopo la scomparsa in guerra del fidanzato, si unì alla Resistenza e agì con fierezza, fino a quando fu catturata, torturata e trucidata) e tre delle persone uccise alle Fosse Ardeatine: Ferdinando Agnini (di Montesacro, antifascista e tra i fondatori dell'Associazione rivoluzionaria studentesca italiana), Nicola Ugo Stame (tenore senza mai la tessera del partito fascista e partigiano) e Sisinnio Mocci, morto dopo aver girato il mondo per la libertà. Non arrivò a vedere la Liberazione nemmeno Giulio Sacripanti, pittore e partigiano, più volte imprigionato e deportato a Mauthausen, dove morì.
Sono profondamente diverse tra loro le storie dei "comunisti d'Italia" scelte e raccontate da Pucciarelli, ma le accomuna il riferirsi tutte a "patrioti che hanno costruito la democrazia", come si legge in copertina. E a nessuna persona sembrino esagerate queste parole: queste persone e molte altre che hanno creduto e praticato il comunismo "hanno lottato per il Paese libero e democratico in cui oggi viviamo, l'hanno difeso e molti di loro sono morti per questo", come ha scritto nella sua prefazione il direttore di collana Luigi Carletti, che pure non dimentica le "pagine scritte con il sangue" da varie generazioni di "compagni che sbagliano", senza che queste possano per alcuna ragione macchiare le altre, anche nei loro lati più ruvidi. 
Ogni pagina ha il suo carico di sogni, di impegno, di costanza. Nessuna lettrice, nessun lettore si stupirà nel trovare nella galleria del centenario i nomi di Antonio Gramsci, Camilla Ravera, Umberto TerraciniPalmiro Togliatti, Pietro SecchiaEnrico Berlinguer, Lucio MagriGiancarlo Pajetta, Giorgio Amendola, Nilde Iotti, Pietro Ingrao, Armando Cossutta; è interessante ritrovare anche figure più legate ai territori, come Giulio Dolchi (il "partigiano Dudo", poi sindaco di Aosta per dodici anni) e Giuseppe Dozza (per più di vent'anni primo cittadino di Bologna ed esponente storico della "via emiliana al socialismo"), Luigi Petroselli (sindaco di Roma dal 1979 al 1981, amatissimo e colpito da un infarto durante un discorso) o Pio La Torre, ucciso nel 1982 dalla mafia mentre era segretario regionale del Pci perché, disse Berlinguer, era "un uomo che faceva sul serio". Suoneranno familiari le presenze di persone legate soprattutto al sindacato come Giuseppe Di Vittorio, Guido Rossa, Luciano Lama e Bruno Trentin, ma non vanno sottovalutate figure come quella di Aldo Tozzetti, passato dalle lotte partigiane a quelle contro l'emergenza abitativa a Roma, o di Cesare Terranova, prima magistrato antimafia e poi deputato indipendente di sinistra ucciso da Cosa nostra nel 1979.
La galleria di persone, che si apre con Agnini e con Sibilla Aleramo (la scrittrice e poetessa aderì al Pci nel 1946: "Dopo essermi tutta la vita illusa nella creazione d'amore per singoli individui, ecco, la mia fede comunista è la sola cosa concreta"), si chiude con Vera Vassalle, partigiana viareggina di inestimabile coraggio, morta nel 1985. Nel mezzo, ci sono i percorsi più diversi, con curiosi accostamenti dovuti all'ordine alfabetico: capita per esempio che subito dopo Antonio Banfi, figura centrale dello studio della filosofia (che coinvolse nella Resistenza vari suoi studenti della Statale di Milano) e senatore del Pci fino al 1957, compaia Ilio Barontini, già "comandante Dario", deputato nel 1948 quando riuscì a evitare la rivolta nella sua Livorno dopo la notizia dell'attentato a Togliatti.
Non ci si stupisce nemmeno della presenza di nomi di assoluto rilievo ascrivibili al mondo dell'arte (da Renato Guttuso a Giulio Carlo Argan), della letteratura e dell'editoria (oltre ad Aleramo, Italo Calvino, Giangiacomo Feltrinelli, Alberto Moravia, Pier Paolo Pasolini, Gianni RodariEdoardo Sanguineti), del cinema (Mario Monicelli, Elio Petri, Gian Maria Volonté) e del giornalismo (Mario Lenzi, Miriam Mafai, Tina MerlinRossana Rossanda e, a suo modo, Peppino Impastato). Figure note, ma non per questo da dare per scontate: anche nella coppia di pagine dedicata a ciascuna di loro si può trovare qualcosa di prezioso.
Si permetta, in chiusura, di dire che nessuna storia è uguale all'altra e nessuna può valere allo stesso modo: per questo, alcune hanno suscitato in chi scrive sensazioni particolari, a volte anche solo legate all'averle trovate già scorrendo l'indice. Certamente a questo catalogo emozionale, pieno di gratitudine, vanno ascritte - senza far torto a chiunque altro o altra - le vite di Rodari (come ben immagina chi frequenta questo sito) e di Tina Merlin (l'unica vera cronista - e inascoltata monitrice - del Vajont), quelle di Adriano Ossicini (che prima salvò decine di ebrei diagnosticando un inesistente "morbo di K" e poi da cofondatore del Partito della sinistra cristiana diede un altro orizzonte a chi credeva, e pazienza se fu stroncato) e di Margherita Hack (che davvero non ha bisogno di presentazioni, anche se la "signora delle stelle" ci ha lasciato da un po'), quelle di Teresa Noce (che si impegnò in prima persona, anche alla Costituente, e concepì l'esperienza straordinaria dei "treni della felicità") e di Stefano Rodotà (uomo prezioso di riflessioni giuridiche e umane). Ma anche quelle di due straordinari uomini di Dio che il sottoscritto ha avuto il dono di incontrare: Eugenio Melandri (saveriano sospeso a divinis quando nel 1989 fu eletto europarlamentare per Democrazia proletaria, tornato nel clero bolognese poche settimane prima di morire nel 2019, dopo atroci sofferenze fisiche, grazie alla disponibilità del cardinale Matteo Maria Zuppi) e Andrea Gallo (sì, lui, il "prete da marciapiede" di San Benedetto al Porto, con il suo sigaro e l'ammirazione sconfinata per Faber). E poi, per finire, tra le storie che non conoscevo (colpevolmente), quella di Zelina Rossi. Colei che il 21 marzo 1945, con la sua bicicletta, pedalò per undici ore da Milano alla sua Bagnolo in Piano (Pieve Rossa, per l'esattezza) per portare nella sua sacca le disposizioni del Comitato di liberazione nazionale Alta Italia per "l'insurrezione finale". La Liberazione si conquista anche così, guai a dimenticarlo.

giovedì 21 gennaio 2021

1921, la scissione comunista: il congresso socialista parola per parola

Quando fu convocato a Livorno (al teatro Carlo Goldoni), per i giorni che andavano dal 15 al 21 gennaio 1921, il XVII congresso del Partito socialista italiano, anche nel nostro paese lo scontro tra riformisti e rivoluzionari nell'alveo socialista era in pieno svolgimento. Alla fine di quell'assise congressuale, non c'era più solo il partito socialista: continuava a esistere il Psi, ma già dalla mattina del 21 gennaio si erano compiuti i primi atti per creare il Partito comunista d'Italia. L'assemblea di fondazione del Pcd'I si tenne presso il teatro San Marco, a poco più di un chilometro di distanza (un quarto d'ora a piedi) e certamente quello fu un passaggio fondamentale della storia politica italiana; troppo spesso, però, si rischia di dimenticare il passaggio precedente, cioè proprio il congresso livornese. Lì, in quella settimana, si sono confrontate e scontrate le tesi che, inaugurata l'epoca dei partiti di massa, hanno dato luogo alla prima scissione partitica italiana di portata così ampia, destinata a produrre i propri effetti anche a distanza di un secolo.
Oggi è di nuovo possibile ripercorrere passo a passo e - letteralmente - parola per parola quei giorni di interventi, discussioni, interruzioni e scontri grazie al volume 1921. Resoconto di una scissione, curato da Pierluigi Regoli (già responsabile nazionale dei giovani della Federazione Laburista ed ora militante nel Pd Roma, in precedenza curatore della riedizione di Fuga in quattro tempi di Carlo Rosselli). Il libro (387 pagine, distribuito su Amazon e prodotto in autopubblicazione, per rendere disponibile a un pubblico più ampio una fonte storica di sicuro rilievo) raccoglie gran parte dei materiali - quelli strettamente relativi all'assise congressuale - contenuti nel Resoconto stenografico del XVII Congresso Nazionale del Partito Socialista Italiano: un'opera monumentale pubblicata dalle Edizioni Avanti nel 1962 (e ristampata l'anno successivo), dunque a oltre quarant'anni di distanza da uno degli eventi più importanti della storia partitica italiana. Il valore di quel documento è dato, oltre che dal tema, dalla sua forma: trattandosi di un resoconto stenografico, esso "non solo presenta tutti gli interventi, compresi i saluti delle delegazioni straniere - così annota il curatore nella sua premessa - ma anche le interruzioni, i battibecchi, le scazzottate e le risse sedate a stento. Leggendolo, quello che colpisce oltre alle parole sono i suoni, fedelmente trascritti in corsivo, che sembrano voler uscire fuori dalla carta". Contano i dicta, ma anche i facta. Contano cioè ovviamente le parole pronunciate, ma anche la "fisionomia", ciò che accade nel teatro e viene ridotto e costretto tra parentesi, eppure esiste e ha riflessi su ciò che viene detto.
Rendendo di nuovo disponibile il racconto di quel congresso "parola per parola, rumore per rumore" (come sottolinea Regoli), ciascuno può farsi l'idea di come si sia svolto il congresso, senza mediazioni rispetto ai contenuti. "I documenti originali - scrive nel suo testo introduttivo Nicola Zingaretti - sono la colonna portante di ogni memoria storica perché, come in questo caso, ci restituiscono nudi e diretti, gli estremi di un dibattito allo stesso tempo appassionato e lacerante". Non si offrono chiavi di lettura o "lenti" che possano deformare o predeterminare l'interpretazione: chi scorre il volume ha tra le mani il documento, che mette per iscritto ciò che chi era presente ha potuto ascoltare e cerca di rendere ciò che si poteva vedere. Pagina dopo pagina ci si addentra in un evento (e in un documento) "storicamente così importante e politicamente così drammatico", come nota Valdo Spini nel suo intervento. L'aggettivo "drammatico" non è fuori luogo: etimologicamente la parola richiama i concetti di "azione" e "rappresentazione", adatte a un evento di grande portata, per di più svoltosi in un teatro; si avverte però anche il dolore dello strappo, della separazione tra due parti di qualcosa che era unito. La scissione ha fatto nascere una storia nuova (quella del Partito comunista d'Italia, poi Pci) e ha dato nuovo senso a una storia che c'era già (quella socialista). In questo senso appaiono più chiare le parole di Spini, che definiscono la scissione e la nascita del Pci "una sorta di parto, doloroso come tutti i parti, ma un dolore necessario". Anche se proprio la scissione e la successiva prevalenza organizzativa del Pci sulle compagini socialiste, sempre per Spini, rappresentano "la radice storica delle debolezze della sinistra di oggi" e la ragione principale dell'assenza di un governo a maggioranza socialista nell'Italia repubblicana.

Tra le pagine 

Non siamo quasi più abituati alla parola "partito" e al concetto stesso; eppure queste pagine ricche di parole, storie personali e collettive, idee e convinzioni sanno dare il senso di un partito come "parte" organizzata, solida e allo stesso tempo in grado di abbandonarsi alle tensioni e anche di spaccarsi, proprio perché è "drammaticamente" viva. Dall'inizio c'è la consapevolezza che la storia - non si sapeva ancora in quale forma - sarebbe passata da Livorno: "È stato scritto che il presente Congresso sarà detto storico per le conseguenze gravi che usciranno dalle sue decisioni - disse il presidente provvisorio Giovanni Bacci all'apertura dell'assise -. C'é, infatti, in quest'ora qualche cosa di solenne, perché nell’animo di ciascuno di noi già sentiamo enorme la responsabilità del voto che stiamo per dare. È appunto la solennità del momento che inspira alle nostre discussioni la reciproca tolleranza delle opposte dimostrazioni e affermazioni, la serenità dei discorsi nella estrema e pur necessaria vivacità dei dibattiti. Questo Partito, cosciente e organico anche nella varietà delle sue manifestazioni vitali, glorioso per i suoi atteggiamenti morali, per il suo coraggio civile, il coraggio più difficile contro i pregiudizi di ogni specie, dal patriottico al giuridico, all’economico, al religioso [...] può guardare al suo passato con un intimo e profondo senso di soddisfazione e di legittimo orgoglio. (Applausi). Potranno dividerci le tendenze; le valutazioni delle situazioni politiche e sociali del momento, potranno trovarci discordi; ma questa gloria del Partito socialista italiano fu e resterà patrimonio comune (applausi)". La decisione era davvero grave: si trattava di decidere se espellere la componente riformista dal partito, come chiedeva la Terza Internazionale, oppure continuare sulla strada battuta sino ad allora. 
Chi cerca un punto di svolta tra gli interventi, spesso lo trova nel discorso di Filippo Turati, il primo pronunciato nel pomeriggio del 19 gennaio. Rivendicò per i riformisti il "diritto di cittadinanza nel socialismo, che è il comunismo, che non è per noi il socialismo comunista e il comunismo socialista, perché in queste denominazioni artificiose, ibride, evidentemente l’aggettivo scredita il sostantivo, e il sostantivo rinnega l’aggettivo"; confermò che il fine del socialismo anche per loro era "la conquista del potere da parte del proletariato costituito in Partito indipendente di classe", ma il punto di distanza rispetto ai comunisti "puri" era su come arrivarci. "La violenza, [...] che alcuni accettano in toto e vogliono organizzare e preparare [...], che altri accettano a mezzo, guadagnando tutte le conseguenze dannose e nessun utile che la violenza potrebbe per avventura, nella mente di quegli altri, contenere in sé, noi, come programma, la rifiutiamo. La dittatura del proletariato, per noi, o è dittatura di minoranza, e allora è imprescindibilmente dispotismo tirannico, o è dittatura di maggioranza, ed è un vero non senso, perché la maggioranza non è dittatura, è la volontà del popolo, è la volontà sovrana". Pure la "persecuzione dell'eresia", la "costrizione del pensiero all'interno del partito" era una forma di violenza da rinnegare. Occorreva invece puntare sull'azione, "che non è l’illusione, che non è il miracolo, la rivoluzione in un giorno o in un anno, ma è la abilitazione progressiva, faticosa, misera, per successive graduali conquiste, obiettive e soggettive, nelle cose e nelle teste, della maturità proletaria a subentrare nella gestione sociale: sindacati, cooperative, potere comunale, parlamentare, cultura, tutta la gamma, questo è il socialismo che diviene! E non diviene per altre vie: ogni scorciatoia non fa che allungare la strada; la via lunga è la sola breve". Quella linea, candidata all'espulsione dal partito, finì per convincere la maggioranza dei delegati.
Anche quando non si sapeva ancora come sarebbe finita la conta, era però apparso chiaro che il partito non sarebbe rimasto unito. Lo dimostrò l'intervento, poco dopo quello di Turati, di Nicola Bombacci, deputato del Regno e già segretario del partito dall'11 ottobre 1919 al 25 febbraio 1920. Stando alle sue parole, la separazione della strada dei riformisti da quella degli altri era inevitabile: "a vicenda - disse - sappiamo tutti il perché noi siamo chiamati a dividerci dall’altra parte del Partito, ed anche coloro che ci stimano sanno che è in noi altrettanto forte che in loro il dolore che sentiamo nel compiere questo dovere. Tanto per coloro che se ne vanno come per coloro che restano". Restava però convinto Bombacci che il paradigma dell'azione graduale non fosse realistico, essendoci invece "ad intermittenza [...] dei periodi rivoluzionari vulcanici che, come il terremoto, portano alla necessità di una tattica nel campo dell'azione che non è identica alla continuità evolutiva della storia". Invocò la disciplina internazionale - quella dunque del Comintern che chiedeva l'estromissione dei riformisti - e la personale coerenza di chi stava per fare una scelta diversa, volendo portare la rivoluzione a livello internazionale: "Noi siamo e saremo minoranza, usciamo oggi dal Partito, ma non usciamo dal socialismo. Se il socialismo è comunismo, come diceva Filippo Turati, noi da oggi entriamo nella realtà comunista. Noi da oggi ci incamminiamo sulla via che ci è tracciata dalla storia, non con dei discorsi grandi o piccoli, ma coi fatti, che non si cancellano né col discorso di Turati né di nessun altro. Noi andiamo avanti, dietro la luce, sia pure piena di terrore, sia pure piena di dolori, della rivoluzione russa. È il pensiero di Marx che inizia la sua realtà, è il comunismo che esce dagli scaffali dell’accademia e comincia a realizzarsi, è il proletariato che inizia la sua vita nuova!".
Scorrendo le pagine del libro, si nota che nei resoconti congressuali di fatto non appaiono le donne: come approfondisce nel suo saggio iniziale Graziella Falconi (che si premura di ricostruire in chiave più ampia la questione femminile nel movimento operaio, socialista e comunista), nessuna donna intervenne nell'assise, eppure c'erano e ci sarebbero state anche tra le fondatrici del Partito comunista d'Italia e nei suoi primi passi (pur se non nei primi organi eletti dopo la fondazione e pur non avendo mai all'interno del Pci il ruolo e il rilievo che avrebbero meritato). 
Completano il volume due testi extracongressuali, scelti da Andrea Catena e inseriti come a voler completare le riflessioni politiche su quello snodo storico, ricorrendo anche allo sguardo di chi comunista non era. Ciò vale in particolare per alcune pagine scritte da Piero Gobetti, liberale ma attento osservatore di ciò che si muoveva in altre aree di pensiero: nell'estratto dall'articolo Storia dei comunisti torinesi scritta da un liberale (pubblicato il 26 marzo 1922 sulla Rivoluzione liberale) emerge il ritratto di una realtà - considerata da Gobetti come nucleo del Partito comunista - che "si presenta con un'organicità di pensiero e una serietà di intenzioni che suscitano meraviglia e interesse anche in un avversario". Un movimento che aveva apportato una concezione realmente rivoluzionaria e i cui aderenti "avevano superato la fraseologia demagogica e si proponevano problemi concreti" soprattutto attraverso l'esperienza dei Consigli di fabbrica. Scelte coerenti, che non avrebbero potuto restare a lungo nell'alveo del Partito socialista per come questo era diventato nel corso del tempo. 
L'altro scritto è proprio del protagonista di quella realtà torinese, Antonio Gramsci (tratto dall'Ordine nuovo del 15 marzo 1924): nel testo riportato nel libro intendeva caratterizzare il Pci come il partito dell'ottimismo sulla possibilità della rivoluzione, da praticare in ogni circostanza, a differenza del pessimismo gli ex compagni di viaggio socialisti e perfino alcuni gruppi comunisti. "Che differenza esisterebbe - scrisse - tra noi e il Partito socialista [...] se anche noi sapessimo lavorare e fossimo attivamente ottimisti solo nei periodi di vacche grasse, quando la situazione è propizia, quando le masse lavoratrici si muovono spontaneamente per impulso irresistibile e i partiti proletari possono accomodarsi nella brillante posizione della mosca cocchiera? Che differenza esisterebbe tra noi e il Partito socialista, se anche noi, [...] avendo sia pure un maggior senso di responsabilità e dimostrando di averlo con la preoccupazione fattiva di apprestare forze organizzative e materiali idonee per parare ogni evenienza, ci abbandonassimo al fatalismo, ci cullassimo nella dolce illusione che gli avvenimenti non possono che svolgersi secondo una determinata linea di sviluppo, quella da noi prevista, nella quale troveranno infallibilmente il sistema di dighe e canali da noi predisposto, incanalandosi e prendendo forma e potenza storica in esso?" 

"La nostra insegna, la Falce ed il Martello"

Chi volesse approfondire il contenuto del volume potrebbe trovare spunti interessanti nella prima presentazione che ne è stata fatta sulla Rete il 14 gennaio, organizzata dalla Fondazione Circolo Rosselli e dalla Fondazione Gramsci Emilia-Romagna (il filmato verrà riportato alla fine dell'articolo). Qui si preferisce dare conto dell'unico riferimento esplicito al simbolo del partito socialista che emerge dal resoconto stenografico del congresso: l'intervento che qui interessa venne fatto da Pietro Abbo, contadino e sindacalista. Nato a 
Lucinasco in provincia di Imperia, Abbo fu deputato del Regno d'Italia per i socialisti dal 1° dicembre 1919 al 25 gennaio 1924; dopo essersi impegnato nella Resistenza, ha continuato la sua militanza politica, ma questa volta proprio nel Partito comunista italiano. 
Elezioni del 1921, simboli dei socialisti e dei comunisti
Abbo, che partecipava al congresso come delegato, parlò nella sessione pomeridiana del 18 gennaio, quando formalmente la scissione non si era ancora compiuta ma ormai era davvero alle porte, questione appunto di un paio di giorni. Il deputato non sembrava volere alcuna scissione: teneva a qualificarsi semplicemente come "socialista" e avrebbe sperato che tutti, socialisti e comunisti, restassero sotto la stessa bandiera. Proprio come tutti i delegati erano passati sotto quel simbolo con falce e martello collocato all'ingresso della platea, negli occhi di ciascun oratore al congresso: quel simbolo dei Soviet che era stato scelto l'11 ottobre 1919 e per quanto se ne sa sarebbe stato proposto dal neosegretario Bombacci. Paradossalmente, alle elezioni politiche tenutesi il 15 maggio 1921 (dunque quattro mesi dopo il congresso), tanto i socialisti quanto i comunisti avrebbero mantenuto la falce e il martello, ma l'immagine con il sole nascente sul fondo e una corona di spighe di grano sarebbe rimasta al Pcd'I (sempre su impulso di Bombacci, che peraltro dopo aver fondato il partito comunista dagli anni '30 si sarebbe avvicinato sempre di più al fascismo, fino alla fucilazione a Dongo il 28 aprile 1945), mentre i socialisti sotto gli arnesi avrebbero collocato un libro aperto e sfogliato. La parola dunque ad Abbo, anche se solo per alcuni stralci del suo intervento.

Sono venuto al Partito venti anni fa, bambino, e leggevo limitatamente, come potevo, nelle ore di riposo, dopo terminata la giornata lavorativa, ed al modesto lume di una candela; leggevo il «Manifesto dei comunisti», leggevo gli opuscoli che i nostri compagni ci davano a pascolo, il pane del pensiero. Ebbene io avevo sempre creduto, sinceramente, che «socialismo» volesse dire «socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, abolizione di tutte le classi per una classe sola, sovrana, padrona di tutte le ricchezze che la madre natura ha messo a disposizione di tutto l'uman genere, senza privilegi né politici né economici. Ebbene, compagni, cosa è oggi il comunismo? Ha esso qualche cosa di diverso o vuole raggiungere invece lo stesso fine; non ha esso la stessa aspirazione, cioè la «socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio»? Cioè la terra ai contadini perché la lavorino per conto dell’umanità? Cioè le ferrovie ai ferrovieri perché le gestiscano per conto della collettività? [...] Compagni, [...] se noi pensiamo che quella che deve essere la nostra forza maggiore nella battaglia di domani, se noi, ripeto, ci richiamiamo un po' alle condizioni ambientali, intellettuali del proletariato agreste, io vi dico che esso nulla capirà delle nostre discussioni e delle nostre definizioni. Ed io mi domando compagni che invece di fare così tanta teoria, che si perde inutilmente e può servire solo agli studiosi, perché non pensiamo che il nostro verbalismo potrebbe essere molto meglio utilizzato nella Sardegna e nella Sicilia, nella Bassa Italia... (Applausi, approvazioni). [...] Non è però così facile andare in mezzo ai contadini ad insegnare le teorie nostre, compagni! Teniamo sempre presente che non è il solo proletariato industriale che bisogna organizzare, ma bisogna organizzare il proletariato agreste, perché non dimenticate che quando la borghesia si è accorta che il proletariato industriale non accettava più le menzogne della stampa borghese e venduta, essa ha fatto nascere il Partito popolare. (Approvazioni). 
[...] I compagni sono impazienti di sapere per quale frazione io parlo. Siete impazienti di questo? Sono socialista e mi basta. (Applausi, rumori, urla, fischi. Il baccano dura qualche minuto, sedato a stento dalla presidenza e dalle guardie rosse). Per me non vi sono frazioni. Per me sono tutti compagni e socialisti. Per me sono tutti rivoluzionari. (Applausi, interruzioni). Perché quando cosi non fosse siamo noi che dobbiamo giudicare. Siamo noi che dobbiamo cacciare chi non sente la dignità di sé stesso, chi non sente più coscientemente di dovere dividere l’idea e la responsabilità. Ah! no, io non sono per il Partito grosso che tutti accetta, che tutti iscrive, io sono per la milizia sincera, cosciente, volenterosa che nessun mezzo ripudia pure di conquistare il fine. E ripeto quello che poc'anzi dicevo. Non applaudite, non esaltate gli Uomini: essi nulla contano. Per l'ultimo gregario come per il grande maestro vale il detto «chi l’ha rotta la paga», «chi non è più con noi è contro di noi». (Approvazioni)
La disciplina è la più grande arma, l’arma per spezzare il dominio della borghesia. [...] Io ricordo quante volte fu sulle labbra nostre un verso di quell’inno scritto da Filippo Turati: «Un esercito diviso la vittoria non corrà». Ma diviso non si intende solo negli uomini, diviso nella coscienza, nella volontà. È una volontà che ci deve animare e una è la disciplina, per tutti, dal più grande al più piccolo, al più modesto. [...] E quando voi comunisti dite a noi socialisti che non possiamo essere con voi perché abbiamo nel nostro seno una frazione di uomini che ne hanno commesse di tutti i colori, francamente, permettetemi di dire che io non so atteggiarmi a giudice di quanti delitti abbiano commesso, ma io vi dico che se questi uomini che voi volete chiamar imputati, si sono resi colpevoli di lesa disciplina, ricordatevi che la misura deve essere unica per tutte le frazioni e per tutti gli uomini, ricordatevi che sulla stessa bilancia deve essere pesato l'uomo che parla francese e l’uomo che parla italiano, quello che parla il tedesco e quello che parla l'inglese. (Approvazioni). Per noi che siamo internazionalisti non vi sono lingue, per noi c’è l’umanità dolorante che vuole essere redenta e agli uomini diciamo: Non ci importa della tua patria, sii un buon soldato dell'Internazionale, accettane i postulati e la disciplina. (Approvazioni)
VOCE: Oh! oh! (Rumori). 
MAIEROTTI: Vieni con noi 
ABBO: Quando, compagni, io sento l’invito, anche se viene dal sesso gentile: «Vieni con noi», rispondo: Ah! no, perché quando mi dite di venire con voi, vuol dire che volete dividere il proletariato. (Approvazioni, applausi). [...] Senza tante discussioni, chi ha volontà di operare, di fare lealmente... (Interruzioni, rumori, violento incidente nella sala fra comunisti e socialisti). Ed allora, compagni, se la meta è una sola, una sola deve essere la disciplina... (Nuovo incidente, interruzioni violente da parte dei comunisti). A chi vuole venire, le nostre porte sono aperte. (Bravo!). L’insegna nostra è la Falce ed il Martello. (Rumori, interruzioni dei comunisti). [...] Io ho lo sguardo diretto ad un cartello che giganteggia sopra la porta di entrata. Sovra quel cartello è disegnata la nostra insegna, la Falce ed il Martello: chi è passato là sotto ha accettato quello stemma. (Interruzioni, rumori). Io pensavo dieci anni fa, e lo penso anche adesso, che la via che ci conduce alla comune meta non è la via più facile di questo mondo, ma di ciò non mi sono mai spaventato, come nessuno di voi, perché raggiungeremo ad ogni costo la meta con tutti i mezzi. Ed io pensavo allora e penso oggi che non è tanto difficile la conquista del potere politico quanto è il mantenimento del potere politico ed economico insieme. Occorre quindi che noi prepariamo in antecedenza gli organismi che debbono darci la possibilità di mantenere le posizioni conquistate. (Rumori). Ed appunto per questo, a fianco dell'organismo politico, è necessario vi sia anche l’organismo economico. Un tempo nel nostro Partito fu derisa la cooperazione, un tempo si è dispregiato il movimento cooperativo poiché si diceva che esso era un movimento riformistico. Si è dileggiato, si è insultato, si è deriso perché lo chiamavano il pannicello caldo che allontanava dalla meta rivoluzionaria. Ma mi pare che ora, almeno per quel che si legge, Lenin e la Terza Internazionale hanno avuto parole di elogio per quel movimento cooperativo che si è creato nel Reggiano, ed hanno detto che quell’opera, sia pure riformista, è utile non solo, ma necessaria per avere in mano il mezzo per potere fare la distribuzione all’indomani della conquista del potere politico. (Applausi). [...] E io penso, compagni, che non tutti possiamo essere oratori o scrittori, che nell’umano genere c’è colui che ha attitudine per le matematiche, colui che ha attitudine per la geografia, colui che ha attitudine per la lingua... [...] Se, come dicevo, le attitudini umane sono diverse, anche i bisogni sono diversi. Gl’individui che non parleranno le lingue, che non faranno le conferenze, faranno le cooperative. Nel nostro Partito tutte le attività sono non soltanto utili, ma necessarie. (Bravo!). Ed allora, se tutte le attività sono utili, perché escludere qualcuno, quando questo, modesto o grande che sia, viene e dice che è con noi per la grande rivoluzione sociale e non esclude nessun mezzo e vuole coscientemente con noi arrivare? 
E qui, compagni, non dimenticate la responsabilità che tutti abbiamo in questo storico Congresso. Oh! non è vana accademia questa: non dimenticate che domani, anche quelli che non sanno leggere ma che sanno intuire, potranno ad ognuno di noi fare presenti in tutte le ore le grandi responsabilità che ci siamo assunte coi nostri atti in questo Congresso. (Approvazioni). [...] Ed allora occorre che facciamo un po' di esame di coscienza, non quell'esame di coscienza che fanno le beghine andando a ricevere il premio della loro credenza. Si, siamo credenti anche noi, ma in che cosa, compagni, crediamo? Forse ad una divinità ipotetica? No, crediamo ad una cosa immortale, che ci manca, che avevamo come nostro patrimonio e che la divisione fra le classi ci ha strappato, che l'usurpazione della borghesia ci ha tolto, dando il godimento solo ad una piccolissima classe. [...]. 
Nella storia romana si dice che erano le vestali che avevano il compito di tenere acceso eternamente il fuoco sacro della Dea Vesta.. Ebbene, quel fuoco, se sono scomparse le vestali colla scomparsa della mitologia, quel fuoco arde ancora sull’ara rivoluzionaria, formato dal sacrificio di tutti i nostri morti, dalle ossa dei morti, non solo dei morti in guerra, ma anche di quelli morti nella guerra borghese di tutti i giorni. Quel fuoco che arde sull’ara formata da tutti i nostri morti e da tutte le lacrime e da tutto il sangue, non si estinguerà mai. [...] Accostiamoci a quell’ara perché essa vuole dire la fiamma che arde in noi, che è tutto il nostro patrimonio, che è tutta la nostra vita, che è tutta noi stessi. Portiamo su quella fiamma tutte le nostre passioni, i nostri odii, tutta la nostra libertà, tutta la nostra persona. Ricordiamoci di una cosa: che ritornando dall'ara, noi saremo puri e, socialisti e comunisti, credenti davvero ad una cosa sola: alla socializzazione dei mezzi di produzione e di scambio, senza esclusione di mezzi e di colpi, contro la borghesia di tutti i colori, internazionale! Permettete che io chiuda con un augurio: Viva il Comunismo, Viva la Rivoluzione sociale! (Applausi calorosi su tutti i banchi del Congresso).

 

Fronte comunista, un progetto per far ripartire la lotta

Da più parti la giornata di oggi è dedicata al ricordo della nascita a Livorno, esattamente cent'anni fa, del Partito comunista d'Italia, che dal 1943 avrebbe preso il nome di Partito comunista italiano. La ricorrenza merita certamente attenzione e lo si farà in modo più approfondito in seguito; intanto però è giusto registrare che, oltre che della memoria, per qualcuno è il tempo di rielaborare e riprogettare un cammino unitario, soprattutto in un'area che da molto tempo si presenta frammentata. Così, con un giorno di anticipo sul centenario del Pcd'i-Pci, in Rete si è diffusa la notizia della nascita - ma in realtà del lancio - del Fronte comunista progetto politico che 
"non vuole essere un ulteriore elemento di divisione e frammentazione della classe e dell'area politica comunista": il suo obiettivo è invece "esercitare un ruolo nel raggruppamento e nell’unificazione delle forze rivoluzionarie in un partito comunista che sia forte, coerentemente marxista-leninista, omogeneo ideologicamente e politicamente, chiaro e conseguente nella tattica e nella strategia, adeguato alla fase storica in cui viviamo e alle lotte che attendono i lavoratori contro gli attacchi indiscriminati del fronte padronale", con un radicamento effettivo "nella classe operaia e tra tutti gli sfruttati".
Si diceva che, più che di nascita si tratta di un lancio, di una proposta a tutte le persone interessate: il Fronte comunista, infatti, è stato fondato a novembre del 2020"dopo una lunga fase di discussione e approfondimento che ha coinvolto tutti i livelli dell’organizzazione" e ora il tempo è stato ritenuto propizio per diffondere la notizia e invitare all'adesione. Alla base del progetto c'è la rinnovata consapevolezza della "crisi capitalistica, aggravata dalla pandemia di Covid-19". 
"La continuità dell'attività dei settori economici legati alla produzione, alla distribuzione e al trasporto delle merci, i quali non hanno sperimentato alcuna chiusura neppure durante il lockdown, dimostra il ruolo insostituibile della classe operaia per la sopravvivenza dell'intera societàsi legge nel comunicato ufficiale -. Le scelte compiute in materia di chiusure dai capitalisti e dai governi che li rappresentano hanno messo in chiara luce l'inconciliabilità fra massimizzazione del profitto dei padroni e salute delle classi popolari. In questo contesto, le disuguaglianze sono aumentate a ritmo esponenziale, in sintonia con la tendenza generale della distribuzione della ricchezza in condizioni capitalistiche: i ricchi sono divenuti sempre più ricchi mentre il proletariato e i ceti popolari hanno visto peggiorare ulteriormente la propria condizione. I processi di ristrutturazione del capitale stanno producendo e produrranno un'ulteriore concentrazione della ricchezza e la formazione di nuovi monopoli, consentendo ai padroni di continuare a massimizzare i propri profitti anche attraverso un sempre più massiccio attacco ai salari, ai diritti dei lavoratori e alle condizioni di vita delle classi popolari in generale".
Capitalismo e interessi dei lavoratori si sarebbero dunque dimostrati inconciliabili (ciò sarebbe emerso con maggiore nettezza in questa crisi pandemica): per i promotori dei Fronte è necessario dunque lottare per abbattere il capitalismo e il potere borghese "attraverso un processo rivoluzionario che, affermando il ruolo centrale ed egemone della classe operaia, abbia per suo fine l'edificazione del socialismo-comunismo come unica alternativa al capitalismo e allo sfruttamento, come unica via per il superamento delle crisi, delle guerre e delle loro conseguenze sulla società". Tutto questo appare incompatibile "con il riformismo, con l'opportunismo e con le derive elettoraliste intese come adozione del parlamentarismo come principale orizzonte di lotta". 
Per i fondatori del Fronte comunista, tuttavia, non basta individuare i "corretti nodi teorici" (da sciogliere "unicamente in una costruzione a caldo, nel fuoco della lotta, a cui i nostri compagni sentono di appartenere") per ricostruire la soggettività politica comunista in Italia: occorre prendere atto di una "fortissima disgregazione delle forze di classe", a partire da quella operaia, individuata comunque come "motore del cambiamento sociale", per cui serve avviare "un processo di ricomposizione di classe".
Secondo i promotori, "la costituzione del Fronte Comunista vuole essere un elemento essenziale nella costruzione di un partito comunista che sia effettivamente avanguardia dei processi di lotta concreti della classe operaia". Preso atto dell'attuale debolezza e frammentazione politica e sindacale del movimento operaio in Italia, si rileva che "sul piano sindacale hanno influito e influiscono negativamente le scelte, arrendevoli, rinunciatarie e addirittura cogestionali, delle dirigenze dei sindacati confederali, alle quali gli elementi più avanzati del sindacalismo di base solo in parte sono riusciti a contrapporre una prospettiva di lotta generalizzata, stanti la loro stessa frammentazione e il loro radicamento non uniforme in tutti i settori". La considerazione più dura è però riservata al piano politico: per il Fronte comunista "pesa negativamente l'incapacità di quei soggetti politici di area comunista che, nell’arco del trentennio successivo allo scioglimento di un Pci già deviato su una prospettiva socialdemocratica, revisionista e riformista, si sono limitati a riprodurne derive e storture in partiti via via sempre più minoritari e distanti dalla classe operaia, senza volere o riuscire a rompere con l'opportunismo".
Occorre dunque partire dalla "ricomposizione del proletariato e della ricostruzione della sua coscienza di classe" per poi essere in grado di "ripristinare la funzione storica dei comunisti come avanguardia della classe operaia che, organizzandone gli elementi più avanzati, sia in grado di guidarla alla conquista del potere politico". Tutto ciò, oltre che in un programma politico molto dettagliato, si esprime anche attraverso un simbolo a fondo rosso, ovviamente con falce e martello (qui parzialmente nascosti dal nome del progetto, posto nella parte bassa dell'emblema, ma ben leggibili); c'è anche la stella (simbolo dell'Italia e del comunismo), ma questa volta è stata collocata in alto, com'era nella bandiera dell'Unione sovietica. Non stupisce che nel sito del Fronte comunista - oltre a non essere presente un solo riferimento alle persone che hanno promosso il progetto - non si parli di elezioni: non solo il progetto è ancora giovane, ma non parlare del voto è forse il miglior modo per sfuggire alle citate e deprecate "derive elettoraliste". Anche lontano dalle urne, del resto, il lavoro da fare non manca di certo.

mercoledì 5 agosto 2020

Falci e martelli, i simboli del Pci (e non solo) alle prossime regionali

Il simbolo per il Veneto
Si è ricordato più volte nelle settimane scorse che il taglio sensibile al numero di sottoscrizioni richieste per presentare liste in questo appuntamento elettorale produrrà una notevole proliferazione di liste, alle elezioni regionali come a quelle amministrative. Lo si è già cominciato a vedere, in effetti, con le anticipazioni di questi giorni (soprattutto in Campania e Puglia), ma è interessante notare anche come certi partiti dal nome e dal simbolo storici, ma assenti dalle aule parlamentari, stiano cercando di cogliere l'occasione per essere presenti con loro candidature sulle schede elettorali. Tra i soggetti politici interessati c'è sicuramente anche il Partito comunista italiano, che probabilmente avrà in queste elezioni l'occasione più importante di mostrare il proprio emblema da quando, nel 2016, è stato rifondato (non era purtroppo riuscita la raccolta firme per le elezioni europee del 2019).
Ovviamente la situazione può ancora cambiare, ma il Pci guidato da Mauro Alboresi sembra intenzionato a correre da solo in Toscana, mentre in altre regioni si sta lavorando per presentare liste insieme ad altre forze politiche omogenee. A volte lo storico simbolo della doppia bandiera con falce, martello, stella e tricolore non si vedrà: è il caso - già analizzato su queste pagine - della Campania, in cui il Pci concorrerà alla presentazione della lista Terra insieme ad altre forze politiche della stessa area, pur rinunciando del tutto alla propria visibilità. Altrove, invece, il simbolo si vedrà, sia pure in diversi modi e composizioni grafiche, a seconda delle altre forze che parteciperanno alle liste.
In Veneto, per esempio, si sta lavorando a candidature comuni insieme a Rifondazione comunista. Nel simbolo prevalgono decisamente il verde e il rosso, usati come colore di fondo; nel segmento rosso, in alto a destra, sono state inserite le parole d'ordine della lista, cioè Solidarietà ambiente lavoro. Risulta interessante la fusione grafica dei due simboli realizzata in basso a sinistra: la struttura di base è quella del fregio del Prc (i due archetti irregolari verdi e rossi, la parola "Rifondazione" in maggiore evidenza in alto), ma in basso c'è la sigla del Pci nello stesso carattere usato nel simbolo ufficiale; quanto alle bandiere centrali, sono appunto due e sventolanti come nel simbolo del Pci, ma inclinate e con una sola asta rossa come quella del Prc (che invece è un romboide schematico).
In Puglia, invece, la miniatura del simbolo del Pci è ospitata all'interno di un contrassegno che contiene pure gli emblemi di Rifondazione comunista (questa volta è quello ufficiale e integrale, con la "lunetta" della Sinistra europea) e di Risorgimento socialista, in una delle sue pochissime apparizioni. Il fondo qui è tutto rosso, anche se appare leggermente sfumato (difficile capire se e quanto la sfumatura sarà percettibile sulle schede elettorali stampate); se la parte inferiore è dedicata ai simboli - con un effetto che fa un po' troppo "biliardo", ma per lo meno le miniature si leggono chiaramente - quella superiore ospita il nome della lista, simile a quello visto in Veneto, Lavoro ambiente Costituzione
Se ancora non si sa cosa accadrà in Liguria, se dunque il Pci cercherà di presentare una propria lista, occorre dare conto di una possibile candidatura nelle Marche di una lista denominata semplicemente Comunista!, con una bandiera convessa - che ha un accenno di asta, ma fine com'è dà piuttosto l'idea di uno stuzzicadente - sulla quale falce, martello e stella diventano bianchi, con una leggera ombra. Pur non essendoci dubbi sulla collocazione ideale, è evidente che non si è di fronte a un simbolo di partito; è altrettanto evidente, però, che se la lista sostiene la candidatura a presidente di Fabio Pasquinelli, segretario regionale del Pci, il colore utilizzato per i segni comunisti rimanda piuttosto al Partito comunista di Marco Rizzo, mentre il Pci non ha alcuna visibilità. A quanto si è capito, si è fatta una scelta d'area ma formalmente indipendente dai rispettivi partiti (e pare che a livello nazionale il Pci abbia scelto di non sostenere quella corsa elettorale). C'è comunque ancora tempo per chiarire meglio la situazione.