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mercoledì 4 febbraio 2026

Vannacci e l'azzardo (del marchio) di Futuro nazionale

Sembra difficile dire oggi se il 24 gennaio scorso, il giorno in cui Roberto Vannacci ha depositato presso l'Ufficio Proprietà intellettuale dell'Unione europea (Euipo) la domanda di marchio per Futuro nazionale - tanto in versione verbale, quanto in versione grafica - l'europarlamentare e (allora ancora) vicesegretario della Lega per Salvini premier avesse già l'idea di divulgare il proprio progetto politico con i tempi effettivamente seguiti - in particolare con il lancio del "manifesto" della "Destra Vitale" avvenuto ieri nel tardo pomeriggio sui social network dello stesso Vannacci - oppure se la divulgazione della notizia del deposito della domanda di marchio da parte di Adnkronos, il 27 gennaio scorso, abbia improvvisamente accelerato i tempi. Certo è che l'emergere del fregio di Futuro nazionale ha scatenato varie reazioni, alcuni delle quali meritano di essere considerate anche dal punto di vista del "diritto dei marchi" e il diritto elettorale: sotto alcuni punti di vista, la scelta di puntare sul marchio Futuro nazionale pare avere le sembianze di un vero e proprio azzardo, nel senso che è difficile prevederne l'esito. 
 
 

La querelle con Nazione Futura

Com'è noto, tra i primi soggetti collettivi a reagire c'è stata l'associazione Nazione Futura, think tank di destra, presieduto da Francesco Giubilei. In un primo tempo - lo si è visto - l'associazione ha per prima cosa negato segnalato che "l'Associazione Nazione Futura e l'omonima rivista nulla hanno a che fare con il nuovo soggetto lanciato", riservandosi la possibilità di esperire azioni di tutela, ritenendo che i segni depositati da Vannacci siano simili tanto sul piano nominale, quanto sul piano grafico (essendo il logo di Nazione Futura descritto come "un cerchio su sfondo blu con scritta bianca e bandiera tricolore stilizzata", anche se nel corso del tempo ha conosciuto due distinte realizzazioni visive); non era mancato un giudizio politico, in base al quale "qualsiasi iniziativa che nasce al di fuori dell'attuale coalizione di governo" doveva essere considerata come "un favore alla sinistra".
Il 2 febbraio in effetti l'associazione è andata oltre, con l'emissione di un ulteriore comunicato, di seguito interamente riportato.
 
Oggi abbiamo provveduto a depositare l'atto di opposizione all'ufficio dell’Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) nei confronti della domanda di registrazione del marchio "Futuro Nazionale" di Roberto Vannacci. 
Lo abbiano fatto per l’elevato rischio di confusione e di somiglianza con il nostro simbolo e il nostro nome e per tutelare il diritto anteriore del nome e del simbolo dell'associazione "Nazione Futura". 
L'uso effettivo del nome e del segno di "Nazione Futura" può impedire la registrazione di un marchio, come quello utilizzato da Vannacci, sostanzialmente identico al nostro, che è idoneo a generare confusione nel pubblico, specie se i segni sono identici o altamente simili e coprono ambiti di attività sovrapponibili. Poiché il marchio "Nazione Futura" gode di notorietà su tutto il territorio nazionale, ciò costituisce un impedimento relativo alla registrazione del marchio di "Futuro Nazionale". 
Ai sensi dell’articolo 8, paragrafo 4 del Regolamento sul Marchio dell’Unione Europea (RMUE), il nome "Nazione Futura" è infatti equiparato a un diritto anteriore opponibile, capace di impedire la registrazione del marchio "Futuro Nazionale" in quanto quest'ultimo è privo del requisito della novità e della distintività. È infatti composto dalle medesime componenti verbali del segno preesistente "Nazione Futura", semplicemente invertite nell'ordine. 
Precisiamo che la domanda di registrazione del marchio "Futuro Nazionale" di Roberto Vannacci risulta ancora "in fase di esame e valutazione" presso l'ufficio dell'Unione europea per la proprietà intellettuale (EUIPO) e perciò non è ancora approvata. 
Spiace infine che Roberto Vannacci, che ha più volte partecipato ad iniziative, convegni ed eventi promossi e organizzati da Nazione Futura, abbia imitato il nostro nome e il nostro simbolo per la sua iniziativa politica.  
Contestualmente l'Associazione "Nazione Futura" ha aperto il tesseramento 2026 con lo slogan "Leali e coerenti" sottolineando come il nostro collocamento sia nell'area culturale e politica del centrodestra e ritenendo ogni iniziativa che da destra nasce al di fuori dell’attuale coalizione di governo un favore alla sinistra.  
Abbiamo appreso di numerose persone che, deluse da Vannacci, stanno abbandonando la sua associazione "Il mondo al contrario" e ci rivolgiamo a loro: iscrivetevi all'Associazione "Nazione Futura", una comunità fondata sui valori di lealtà e coerenza, che uniscono anzichè dividere.

Il presidente Francesco Giubilei - Il vicepresidente Ferrante De Benedictis - Il direttivo nazionale 
 
Non si intende ovviamente commentare qui ogni giudizio di natura politica, restando ogni soggetto nel pieno diritto di esprimere valutazioni in termini di "lealtà" e "coerenza", come pure sul rapporto tra "ogni iniziativa che da destra nasce" e la coalizione politica che oggi esprime il governo. Si conferma il diritto di un soggetto collettivo a non farsi identificare con altri soggetti e a contenere il rischio di perdere iscritti e simpatizzanti (cogliendo anche l'opportunità di farsi conoscere a un pubblico più ampio), senza che però questo crei di per sé diritti su nomi e fregi. Anche il fatto che in passato Roberto Vannacci abbia "più volte partecipato ad iniziative, convegni ed eventi promossi e organizzati da Nazione Futura" non è, di per sé, sufficiente a integrare una condotta che potrebbe dirsi dolosa - e forse nemmeno colposa - sulla scelta di un nome o di un emblema politico, anche se indubbiamente qualunque persona può considerare anche quell'elemento per formare un proprio giudizio personale (non importa di quale segno) sull'iniziativa di Vannacci. Il resto del comunicato merita invece di certo più attenzione.
Innanzitutto pare utile segnalare che il logo di Nazione Futura è stato anch'esso depositato come marchio europeo, a nome di Francesco Giubilei, il 29 gennaio scorso, dunque dopo l'emersione del deposito da parte di Vannacci: questo, ovviamente, non significa che prima il simbolo non fosse stato usato, avendo caratterizzato dal 2017 - nelle sue due successive versioni - l'attività dell'associazione - think tank. Le categorie per cui si è richiesta la registrazione in parte coincidono con la domanda di Vannacci: sono identiche, in particolare, le categorie di beni e servizi n. 16 (Adesivi in plastica per la cartoleria o per uso domestico; Nastro adesivo di carta; Carta e cartone; Carta per stampa offset per opuscoli; Immagini; Immagini sotto forma di disegni; Immagini sotto forma di fotografie stampate; Impressioni grafiche; Rappresentazioni grafiche; Bandiere di carta; Bollettini di informazione; Carta da giornale; Circolari; Comunicati stampa stampati; Copertine in carta per libri; Giornali; Libretti; Libri; Libri commemorativi; Libri d'informazioni; Libri di testo; Libri manifesto; Libri manoscritti; Libri, riviste, quotidiani stampati e altri mezzi di comunicazione su carta; Libri regalo; Periodici; Pubblicazioni anche pubblicitarie; Manifesti pubblicitari"), 35 (Servizi pubblicitari, di marketing e promozionali; Servizi di pubblicità politica; Relazioni pubbliche; Servizi di relazioni con i media) e 41 (Pubblicazione, comunicazione e redazione di testi; Consulenza editoriale; Creazione [redazione] di podcast; Diffusione di notizie tramite agenzie di stampa; Editoria multimediale e musicale; Giornalismo; Informazioni in materia di editoria; Microeditoria; Pubblicazione di libri; Conduzione e organizzazione di convegni, seminari e congressi; Fornitura di informazioni su eventi congressuali; Organizzazione d'esposizioni per scopi culturali o educativi; Organizzazione di attività ludiche; Coaching e formazione per dibattiti politici). Manca la categoria 25 (Magliette; T-shirt; Felpe; Abbigliamento), mentre è stata indicata la 45 (Servizi nell'ambito della politica; Consulenza politica; Servizi d'informazione e comunicazione politica; Ricerca e analisi politica; Organizzazione di manifestazioni e riunioni politiche; Servizi di lobbying politica; Consulenza in materia di campagne politiche).
Ovviamente, se si parla di date, è facile notare che l'atto di deposito della domanda di marchio europeo da parte di Nazione Futura (del 29 gennaio) è diverso dall'atto di opposizione (del 2 febbraio) alla registrazione delle due domande di marchio presentate da Vannacci, entrambe risultanti - come correttamente indicato nel comunicato del 2 febbraio - in corso d'esame e (con riguardo a quella grafica) "pubblicata per opposizione" (dunque per permettere a eventuali avento diritto di opporsi alla registrazione, come ha reso noto di aver fatto Nazione Futura. Secondo l'associazione, il regolamento Ue 2017/1001 sul marchio dell'Unione europea verrebbe in soccorso, con particolare riguardo all'art. 8, par. 4: "In seguito all'opposizione del titolare di un marchio non registrato o di un altro segno utilizzato nella normale prassi commerciale e di portata non puramente locale, il marchio richiesto è escluso dalla registrazione se e in quanto, conformemente a una normativa dell'Unione o alla legislazione dello Stato membro che disciplina detto segno: a) sono stati acquisiti diritti a detto contrassegno prima della data di presentazione della domanda di marchio UE, o della data di decorrenza del diritto di priorità invocato per presentare la domanda di marchio UE; b) questo contrassegno dà al suo titolare il diritto di vietare l'uso di un marchio successivo". Nazione Futura non risulta essere un marchio registrato in Italia, ma è certamente un segno "di portata non puramente locale"; più difficile appare riscontrare l'uso nella "normale prassi commerciale", anche se non può escludersi che l'uso in ambito politico possa in parte rientrare in quel settore (sul punto si tornerà più tardi).
Per l'associazione Nazione Futura il nome che Vannacci intende utilizzare "è privo del requisito della novità e della distintività", essendo "composto dalle medesime componenti verbali del segno preesistente 'Nazione Futura', semplicemente invertite nell'ordine" e sarebbe "idoneo a generare confusione nel pubblico, specie se i segni sono identici o altamente simili e coprono ambiti di attività sovrapponibili" (quello politico nell'area della destra). Il ragionamento non è privo di pregio, vista la delicatezza della nominazione in ambito politico, ma non sembra inutile considerare anche altri aspetti. Proprio nella politica, infatti, i concetti di novità e capacità distintiva finiscono per essere molto sfumati, soprattutto perché è impossibile concepire l'esclusiva su determinate idee, ispirazioni e forme organizzative: questo vale senz'altro per l'uso di parole quali "partito", "movimento" o "lega" oppure per gli aggettivi come "popolare", "comunista", "socialista"; si è già ricordato come il concetto di "futuro" sia stato impiegato molto spesso in ambito politico-elettorale (come nome o come aggettivo) e lo stesso può dirsi per il concetto di "nazione" e ancor più per l'aggettivo "nazionale". 
Potenzialmente a ricevere di solito maggiore tutela è proprio l'uso combinato di determinate parole di per sé non originali, per cui a essere ritenuto dotata di capacità distintiva è la combinazione. Si tratta proprio di quanto rivendica Nazione Futura, quando sostiene che sono state usate nel segno di Vannacci le "medesime componenti verbali del segno preesistente [...] semplicemente invertite nell'ordine". Si tratta anche della ragione per cui alla fine del 2010 il tribunale di Roma aveva inibito ai Popolari liberali fondati da Carlo Giovanardi l'uso di quel nome perché ritenuto lesivo dei diritti dell'associazione Liberal popolari: "da un lato - si leggeva nella decisione - le denominazioni delle due associazioni sono composte da identici termini e, dall'altro gli scopi associativi sono analoghi, concernendo entrambi la promozione del dibattito nella cittadinanza in materia politico economica nell’area moderata, a cui storicamente si iscrive la cultura popolar-liberale, e il cittadino che culturalmente e politicamente si riconosce in tale area". Proprio quella decisione, tuttavia, aveva parlato di "identici termini" e questo non sembra un elemento da non tenere in considerazione: il concetto può essere indubbiamente simile e fare presa sulle stesse persone, ma formalmente "Futuro nazionale" non sembra del tutto sovrapponibile a "Nazione futura" (un conto è immaginare il futuro di uno Stato e della sua comunità, un conto è immaginare come potrà essere il concetto di nazione più avanti nel tempo). 
Nel 2021 sempre il Tribunale di Roma aveva - in sede di prime cure e di reclamo - accolto la domanda del Partito liberale italiano affinché fosse inibito ad altra formazione politica nata successivamente l'impiego della denominazione "Partito liberale europeo"; quando quella formazione, in seguito, ha assunto il nome di Partito degli Europei e dei Liberali, indicando sul simbolo l'espressione Partito Europei Liberali, non risulta che siano continuate vittoriosamente azioni legali e il simbolo è stato ritenuto ammissibile dal Viminale alla vigilia delle elezioni politiche del 2022. E, sempre in tema di diritti di esclusiva in materia di segni distintivi in ambito politico, non sembra inutile citare l'ordinanza con cui lo stesso Tribunale di Roma, a settembre del 2020, aveva respinto la domanda con cui Teofilo Migliaccio aveva chiesto di inibire a Gianluigi Paragone l'uso del termine Italexit, parte del nome dell'associazione fondata dal primo, del nome a dominio registrato e del marchio altrettanto registrato: per il giudice "Italexit" era "un concetto astratto non riconducibile immediatamente a nessuna forza politica" ma anzi poteva essere "comune anche a forze politiche appartenenti alla medesima area che però si presentano alle elezioni con denominaziono politiche e simboli diversi [...] pur mantenendo una assonanza in relazione alla medesima area politica di appartenenza".
 

Il marchio già registrato (ma scaduto)

Alla querelle con Nazione Futura, peraltro, Roberto Vannacci ha dovuto aggiungere anche un altro fronte problematico, svelato ieri sera da Franco Bechis sulla testata Open: egli ha scoperto, infatti, che il nome "Futuro nazionale" "è già stato registrato il 25 febbraio 2011 all’Ufficio brevetti e marchi del ministero delle Imprese della Repubblica italiana. A depositarlo il 3 settembre 2010 fu un promotore finanziario di Giulianova, Riccardo Mercante. Tre anni dopo l'accettazione della registrazione Mercante si candidò con successo nel Movimento 5 stelle al consiglio regionale dell'Abruzzo, e per tutta la legislatura conclusa nel 2019 è stato consigliere regionale diventando anche capogruppo M5s". Bechis fa sapere che "il titolare del marchio 'Futuro nazionale' oggi non c'è più. Ad appena 50 anni ha perso la vita il 16 settembre del 2020 in moto scontrandosi con un’auto lungo la bonifica del Salinello. Dopo la morte il marchio è entrato nella successione ereditaria. Oggi la compagna di Mercante e i suoi due figli sono proprietari del nome. Il generale Vannacci dovrà quindi chiedere loro il permesso di utilizzare il nome del suo partito politico o fare una proposta economica agli eredi Mercante per acquistare il marchio regolarmente registrato".
Quel che ha scoperto Bechis è senz'altro corretto. Sembra però giusto rilevare che il marchio - di natura esclusivamente verbale, consistente "nella dicitura Futuro nazionale, che può essere riprodotta in qualsiasi carattere e dimensione" - depositato e registrato per la già citata categoria 41 della classificazione di Nizza, non risulta essere stato rinnovato alla scadenza decennale del titolo di privativa, guardando almeno al contenuto della banca dati dell'Uibm. Questo significa che il marchio registrato da Mercante, all'origine valido, al momento appare scaduto.
Questo, naturalmente, non significa in automatico che quel segno distintivo non abbia più valore: non è possibile sapere che uso ne sia stato fatto nel corso del tempo (prima o dopo la morte di Mercante), anche a prescindere da eventuali altri atti al momento non noti per prolungare la durata del titolo riconosciuto dalla legge. Certo è che, come marchio propriamente detto, sono sufficienti due anni trascorsi dalla scadenza del titolo per non vedersi contestata la novità in sede di nuova registrazione. 
 

Il problema della mossa del marchio

Entrambi i casi emersi in questi giorni, dunque, possono apparire come grattacapi di cui è utile che Roberto Vannacci e il suo staff si occupino, se non altro per evitare di dover affrontare conseguenze improvvise di portata non irrilevante, nell'ottica di un percorso politico formalmente appena iniziato. Potrebbe infatti non essere privo di conseguenze se Vannacci si dovesse trovare - al di là del "menefrego" divulgato due giorni fa via social - nella condizione di dover cambiare il proprio nome ad attività già iniziata, o a causa di un provvedimento di un giudice o per qualunque altra ragione, anche solo di opportunità (per evitare sul nascere intralci di qualunque natura).
Paradossalmente, tuttavia, la situazione si è almeno in parte complicata proprio per la scelta di cercare di proteggere il futuro simbolo vannacciano attraverso lo strumento del marchio d'impresa. Si è detto più volte su questo sito che è sempre più diffusa l'abitudine di trattare i potenziali simboli di partito (anche) come marchi, anche se i due ambiti sono profondamente diversi all'origine: aveva scritto il Tribunale di Roma nel 1999 (in una delle prime ordinanze emesse contro la Dc-Piccoli) che "Gli scopi che il legislatore si è prefisso al momento di dettare le norme destinate a regolare i rapporti tra gli imprenditori in funzione di un più rigoglioso sviluppo dell'economia nazionale non sono coerenti con la natura giuridica dei partiti politici così come delineata dalla Carta costituzionale". Vero è che il contesto politico è sempre più simile a un mercato - e non è una buona notizia, tranne che per chi fa ricerche o si occupa di marketing politico - ma fa sempre una certa impressione l'idea che qualcuno possa trattare come un prodotto un partito, un progetto politico o chi lo promuove (e come consumatori gli elettori o i simpatizzanti). In ambito politico, va detto, il miglior modo per tutelare un simbolo è utilizzarlo, perché più lo si usa e più se ne dimostra la titolarità, avendo ovviamente l'accortezza di non adottare un nome pressoché identico ad altri già esistenti o un simbolo troppo simile a qualcosa di piuttosto noto. A proposito, i problemi sembrano dati più dal nome che dal simbolo, il cui nucleo era descritto dall'entourage di Vannacci non come una variante della fiamma tricolore, ma come "due ali che ci fanno volare alto e un'onda che travolge": per quanto Nazione Futura abbia lamentato anche una somiglianza grafica, è facile notare che l'uso di un elemento tricolore su fondo blu accompagnato a un testo bianco è tutt'altro che originale in campo politico (basti pensare al simbolo del Popolo della libertà, col suo arcobalenino tricolore su fondo azzurro o blu), dunque il problema starebbe altrove.
Altrettanto vero è che un piano ancora diverso da quello del fregio politico e del marchio d'impresa è quello del contrassegno elettorale, cosa che peraltro Nazione Futura non è mai stata (almeno finora). Al momento non ci sarebbe alcun motivo di ritenere inammissibile il simbolo scelto per Futuro nazionale e nessun'opposizione in tal senso, da parte di alcun soggetto politico o para-politico esistente, se presentata, potrebbe avere successo. Forse, se tutto fosse rimasto in ambito politico-elettorale, il fregio politico avrebbe avuto il tempo di rafforzarsi e si sarebbe "blindato" anche sul piano giuridico; l'azzardo della mossa del marchio, tuttavia, si è subito scontrato con l'impiego del medesimo strumento. E tutto questo mentre nulla si sa ancora - né si può sapere - sui dettagli della legge elettorale che probabilmente sarà oggetto di discussione nelle prossime settimane, soprattutto con riferimento all'altezza dell'asticella da superare (leggi: sulla percentuale della soglia di sbarramento, in coalizione o "in solitaria") e, ancora prima, al numero di firme da raccogliere (sicuramente non ci sarà nessuna esenzione utile, nemmeno per via europea). Questi sono elementi che non possono lasciare indifferenti i drogati di politica, al netto di ogni commento dei principali esponenti leghisti o degli elettori dello stesso partito circa il progetto reso noto da Roberto Vannacci. Quanto alle sue dimissioni da europarlamentare invocate da più parti, a motivo della elezione sotto il simbolo della Lega, è appena il caso di ricordare che anche per i parlamentari europei vale l'assenza di vincolo di mandato; tra le poche certezze c'è che Vannacci non rimarrà senza gruppo parlamentare (dopo l'abbandono del gruppo Patriots), anche perché lo status dei deputati europei senza gruppo è particolarmente svantaggioso.

mercoledì 15 gennaio 2025

Il simbolo della Lega, i marchi di Salvini e le nuove norme in materia

Si era quasi persa la memoria delle domande che Matteo Salvini aveva presentato nel 2018 per registrare come marchio tre versioni del simbolo della Lega, tutte accomunate dalla presenza dell'immagine del monumento al guerriero di Legnano (identificato nella figura di Alberto da Giussano): una era identica al contrassegno utilizzato per la prima volta alle elezioni politiche del 2018 (per tenere graficamente insieme la Lega Nord - senza la seconda parola - e la Lega per Salvini premier), un'altra era costituita dalla stessa grafica privata del segmento inferiore con la dicitura "Salvini premier" e la terza vedeva solo la statua all'interno della circonferenza, senza nemmeno la parola "Lega".
Due giorni fa un lancio di Adnkronos, puntualmente firmato da Antonio Atte, ha fatto sapere che lo scorso 9 gennaio l'Ufficio italiano brevetti e marchi ha accolto le tre domande di marchio depositate a metà di giugno del 2018 da Salvini (quando, oltre che leader delle due Leghe, era anche vicepresidente del Consiglio e ministro dell'interno da un paio di settimane). In quel lancio di agenzia ci sono alcune brevi dichiarazioni di Andrea Valente Cioncoloni, avvocato (dello Studio Consulenza Brevetti Cioncoloni Srl) che ha supportato Salvini nella pratica di deposito e registrazione dei segni distintivi. Secondo l'avvocato, in particolare, sarebbe "a tutti gli effetti il titolare del logo di Alberto da Giussano", mentre la lunghezza notevole - e non consueta - del procedimento di registrazione sarebbe dovuta "alle tempistiche d'ufficio. Ad ogni modo, i rilievi sono stati superati e siamo riusciti ad arrivare a dama".
Non è dato sapere formalmente quali siano stati i rilievi che l'Ufficio italiano brevetti e marchi ha mosso alle tre domande e cui il 31 luglio del 2023 il rappresentante di Salvini ha risposto. In mancanza di documenti originali (che potrebbero ovviamente smentire la tesi qui riportata), tuttavia, non è da escludere che quei rilievi riguardassero la nota e già trattata questione dei "segni con significazione politica" alla cui registrazione come marchio il Ministero dell'interno - quando è stato richiesto di un parere - si è sempre opposto, principalmente per non consentire o facilitare aggiramenti delle norme sul procedimento elettorale (come ha ricordato il recente caso del MoVimento 5 Stelle). In ogni caso, è probabile che alla fine il simbolo sia stato registrato come segno notorio (in base all'art. 8, comma 3 del codice della proprietà industriale), superando la previsione in materia di segni con significazione politica (contenuta all'art. 10, comma 2 della stessa fonte).  
Una volta appresa la notizia della registrazione dei marchi, viene spontaneo domandarsi quali effetti questa novità possa produrre. Innanzitutto si può rilevare che è più raro che sia il leader di un partito a chiedere personalmente la registrazione del simbolo del suo partito come marchio, essendo più frequente che a ciò provveda l'associazione stessa, in modo che in caso di cambio al vertice della forza politica non ci siano dubbi sulla titolarità dei diritti. Secondariamente, Matteo Salvini è titolare del marchio (anzi, di quei tre marchi, nonché di "Salvini premier", di "Prima gli Italiani" e del simbolo che fu di Noi con Salvini) e - si presume - dei diritti di sfruttamento economico dello stesso (o almeno è nella posizione di doverlo autorizzare), ma non del simbolo della Lega come segno politico o come elemento di identificazione: quello non può che restare nel patrimonio della Lega Nord e della Lega per Salvini premier. 
In terzo luogo, è ormai ben chiaro che la titolarità del marchio non comporta in automatico una titolarità del contrassegno elettorale, anche se uno dei tre marchi è identico al fregio utilizzato dalla Lega a partire dal 2018. Ciò vale a maggior ragione dopo che, lo scorso anno, in sede di conversione del decreto-legge n. 7/2024 ("decreto elezioni 2024"), è stata inserita con un emendamento di Fratelli d'Italia la disposizione - art. 2-bis - in base alla quale "La registrazione come marchio d'impresa di simboli o emblemi usati in campo politico o di marchi comunque contenenti parole, figure o segni con significazione politica non rileva ai fini della disciplina elettorale e, in particolare, delle norme in materia di deposito dei contrassegni, di liste dei candidati e di propaganda elettorale". La stessa norma che non garantirebbe alla Fiamma tricolore l'uso pacifico del suo simbolo ove la sua domanda di marchio venisse accolta (a causa dell'uso parlamentare della fiamma da parte di Fdi) non renderebbe automaticamente "più forte" la posizione salviniana sul piano elettorale; la forza, casomai, verrebbe anche qui dalla presenza del partito in Parlamento, che tutela di riflesso la Lega per Salvini premier attraverso la tutela [dell'affidamento] del suo elettorato dalla presentazione di eventuali simboli simili. Non è dato sapere perché Salvini allora avesse provveduto al deposito: erano ancora di là da venire le iniziative guidate da Gianni Fava e Gianluca Pini circa la possibilità di impiegare il simbolo della Lega Nord alle elezioni o il tentativo (non riuscito) di far riconvocare il congresso di quello stesso partito. In ogni caso, si vedrà se la registrazione come marchio dei simboli leghisti sarà invocata in qualche occasione e a quale scopo.

martedì 21 febbraio 2023

Ancora sul rapporto tra simboli e marchi: il caso di +Europa

A volte le coincidenze esistono o forse, più semplicemente, sono inevitabili. Era stata avviata fin dalla fine del 2022 la macchina congressuale di +Europa, che offrirà a partecipanti e osservatori il suo momento più importante dal 24 al 26 febbraio, quando i delegati delle varie liste/mozioni si ritroveranno per discutere del futuro politico del partito, per eleggerne i nuovi organi e modificare le norme dello statuto. Solo all'inizio di questa settimana - dunque ieri - si era però deciso di dare spazio al congresso di +E su questo sito (prestando particolare attenzione ai simboli delle liste presentate), essenzialmente per il poco tempo a disposizione e per trattare senza troppo anticipo l'aspetto congressuale più interessante per chi frequenta questo spazio. 
A distanza di appena un giorno, tuttavia, si rende necessario parlare di nuovo del percorso congressuale di +Europa, non più con riferimento ai loghi delle liste/mozioni, ma proprio a proposito del simbolo ufficiale del partito. Tutto è nato dalla notizia diffusa da Adnkronos - in un pezzo a firma di Antonio Atte e Francesco Saita - in base alla quale il simbolo di +Europa è stato depositato come marchio giusto ieri a nome di Benedetto Della Vedova e Riccardo Magi, rispettivamente segretario e presidente di +E (nonché unici deputati eletti dal partito nei pochi collegi uninominali vinti dal centrosinistra), insieme a Emma Bonino, militante storica e già parlamentare del Partito radicale (nonché della lista che portava il suo nome e prima ancora quello di Marco Pannella), oltre che senatrice proprio di +Europa nella scorsa legislatura. Si sarebbe trattato di una notizia di per sé, ma lo è ancora di più se si considera che il deposito è avvenuto a pochi giorni dall'apertura del rito finale del congresso e che Della Vedova e Magi - oltre che figure di vertice del partito - sono anche capilista di due delle sei mozioni in campo, che insieme esprimono 119 dei 250 delegati della platea congressuale, numeri che da soli potrebbero non essere sufficienti a determinare la nuova guida del partito (anche con l'apporto dei 4 delegati della mozione guidata da Stefano Pedica). 
Tanto è bastato per scatenare tensioni all'interno del partito, in particolare tra coloro che sostengono la candidatura alla segreteria di Federico Pizzarotti, ex sindaco di Parma e approdato di recente a +E. Sempre l'agenziAdnkronos, peraltro, haggiunto dopo qualche ora una dichiarazione riferibile a "fonti del partito", in cui si parlava di un deposito "meramente precauzionale" e già ritirato.

Il deposito del simbolo come marchio

La veridicità della notizia del deposito dell'emblema del partito è facile da verificare consultando il registro dell'Ufficio italiano brevetti e marchi. Con una rapida ricerca si trova la scheda relativalla domanda di marchio, presentata e depositata appunto lunedì 20 febbraio (dunque ieri) e relativalla grafica che "consiste nella dicitura '+EUROPA' in carattere stampatello maiuscolo di fantasia con il simbolo '+' sovrapposto alla lettera 'E'. Tale dicitura è in vari colori: giallo, blu, azzurro, verde, rosso, viola e fucsia, ed è posta all’interno di una circonferenza blu. Il tutto su sfondo bianco". Se si mette a confronto la descrizione appena vista con quella contenuta nello statuto - "Cerchio con fondo bianco e bordo blu, con: nella parte centrale, la dicitura '+Europa', in stampatello maiuscolo con grafica multicolore ('+' in giallo e 'Europa' in blu, turchese, verde, violetto, rosso corallo, fucsia)" si può dire che, al netto di alcune differenze di poco conto, si tratta esattamente del simbolo ufficiale del partito elaborato da Stefano Gianfreda e non, ad esempio, di una delle versioni impiegate alle elezioni (magari con la parte inferiore colorata di giallo a taijitu - e magari con un nome contenuto all'interno, come nel 2018 e nel 2022 o con le bandiere d'Italia e d'Europa, come nel 2019 per il simbolo in condominio con Italia in Comune e Pde).
La domanda di marchio è relativalle classi di beni e servizi 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali), che come al solito seguono la "classificazione di Nizza"Quanto a coloro che figurano come richiedenti, la domanda indica tre quote divise in parti uguali tra Benedetto Della Vedova, Riccardo Magi ed Emma Bonino (nello stesso ordine in cui la scheda li riporta), mentre mandatari risultano essere ben 14 professionisti, tutti legati alla Giambrocono & C. S.p.A., vale a dire uno dei maggiori studi Italiani di consulenza in tema di proprietà industriale.

Il caso, la prassi e le sue insidie "circolari" 

Per Federico Pizzarotti, candidato alla segreteria sostenuto innanzitutto dalla lista/mozione che lo nomina nel simbolo, vale a dire Energie Nuove, il cui capolista è Piercamillo Falasca (in passato vicesegretario di +E, con Della Vedovalla segreteria) e che da sola può contare su 87 delegati su 250 (il numero più elevato di tutte le compagini) la scelta dei vertici attuali e uscenti di +Europa di depositare il simbolo come marchio suona come "una vera e propria dichiarazione di guerra", secondo quanto riporta l'agenzia: 
Abbiamo saputo del deposito del simbolo, il mondo è piccolo... L'azione non mi sembra una delle più lungimiranti: è un gesto che certamente non va nella direzione di trovare soluzioni di dialogo. Spero ci sia la possibilità di un ripensamento. Dal punto di vista pratico è un'azione che non porterà ad alcun risultato se non a quello di dare l'immagine di una chiusura, che è antitetica rispetto allo spirito di +Europa. Quindi spero che i tre firmatari ritirino questa richiesta di registrazione.
I lanci di agenzia continuano citando quella di cui si sta parlando come l'ultima puntata della "sfida tra gli eredi del Partito Radicale pannelliano e le sue anime", citando un caso avvenuto pochi mesi prima e relativo stavoltal percorso pre-congressuale di Radicali Italiani (l'atto finale del congresso si è tenuto a Rimini dal 9 all'11 dicembre 2022): si fa in particolare riferimento a un post apparso alla fine di novembre sul sito di Ri a firma di Massimiliano Iervolino, Giulia Crivellini e Igor Boni (segretario, tesoriera e presidente), in cui si lamentava come "le peggiori pratiche di gestione del potere, le stesse che Marco Pannella ha denunciato per cinquant'anni, sembra[sser]o essersi affermate anche tra alcuni radicali". Poco prima che il comitato nazionale di Ri decidesse le regole congressuali, in una manciata di ore erano "arrivate quasi novanta iscrizioni (pari a un quinto delle iscrizioni di un anno intero), la maggior parte delle quali riguardavano persone che non avevano mai avuto nulla a fare col movimento, cioè non risultavano presenti nell’indirizzario costituito da oltre 100mila persone e frutto di anni di appelli, raccolte firme e piccoli contributi", peraltro "dopo che era circolata una bozza informale di regolamento [...] in cui si ipotizzava che solo chi si fosse iscritto entro la mezzanotte di giovedì stesso avrebbe potuto partecipare e votare al congresso online", senza presentarsi presso la sede congressuale: un potenziale tentativo relativamente facile - secondo i denuncianti - di influenzare l'esito del congresso.
Per Radicali italiani sul banco degli imputati era finito per l'ennesima volta il tesseramento, specie quello "massivo" e "in zona Cesarini", magari di chi al partito non aveva mai aderito prima. E se nel 2021 ci si era scontrati anche in +Europa sulla regolarità del tesseramentoanche questa volta vari casi sono stati sottoposti alla commissione di garanzia (presieduta da Carlo Cottarelli): questa ha escluso 85 iscrizioni su un totale di 4758 (ma i casi dubbi erano circa 800), quando ha ritenuto che non fosse stato rispettato il principio del pagamento personale della quota di iscrizione e del divieto di iscrizioni collettive.
Lasciando da parte la questione delle tessere, però, qui rileva la questione del simbolo e del suo tentativo di registrarlo come marchio, ottenendo dunque diritti di privativa temporalmente e "merceologicamente" definiti su di esso. Si è già detto che nel tardo pomeriggio "fonti di +Europa" interpellate dAdnkronos hanno sostanzialmente sgonfiato il caso, precisando:
Il deposito del logo di +Europa era una iniziativa predisposta in via meramente precauzionale e tale era destinata rimanere, essendo peraltro noto che la procedura di assegnazione è lunga e articolata. Il deposito del logo di +Europa è stato ritirato.
In ogni caso, sembra opportuno analizzare la questione nel dettaglio, visto che presenta vari profili di interesse. La polemica sul simbolo-marchio è divampata anche perché un rapido giretto su una delle pagine del Ministero delle imprese e del Made in Italy (già Ministero dello sviluppo economico) permette di leggere che non possono essere registrati come marchio, dunque come segno distintivo qualificato, gli "stemmi di partiti politici". Se fosse semplicemente così, ovviamente, il problema semplicemente non esisterebbe: il deposito del simbolo di +Europa come marchio sarebbe destinato a un fallimento e si concluderebbe con la reiezione della domanda. In realtà la questione è assai più complessa, come la stessa pratica può facilmente dimostrare.
Se si spulcia di nuovo il database dell'Ufficio italiano brevetti e marchi, infatti, magari interrogandolo cercando la parola "Partito" o "Movimento" nella denominazione/descrizione, si trova un gran numero di domande di marchio relative a emblemi di partito reali o futuribili: di questi, non poche sono state respinte, altre sono state accolte, altre ancora sono tuttora sotto esame. Negli ultimi anni, per esempio, ce l'hanno fatta il Partito della Follia creativa di Giuseppe Cirillo, il Partito della Cultura di Alberto Veronesi, il Partito Valore Umano, il MoVimento 5 Stelle (2018), il Pd (rinnovato nella registrazione), il simbolo precedente del Psi (e quello col garofano di Panseca); niente da fare, invece, per il Partito liberale europeo, per il Partito Gay, per il Partito del Nord, per vari emblemi del Pli e per una marea di segni spesso sconosciuti o quasi. Gli esiti delle domande di marchio relative ai simboli di partito (esistenti, passati o potenziali), dunque, non sono univoci e consentono di escludere subito che "gli stemmi di partiti politici" non siano registrabili.
Da dove si dovrebbe trarre l'affermazione riportata dal sito del ministero? Di solito, in effetti, chi vuole depositare un emblema politico come marchio trova sulla sua strada l'art. 10 del codice della proprietà industriale. Se il comma 1 nega la registrabilità dei "segni  contenenti
simboli, emblemi e stemmi che rivestano un interesse pubblico" (ma non possono oggettivamente rientrarvi i simboli dei partiti, essendo peraltro possibile l'autorizzazione della "autorità competente", ruolo che non può essere rivestito da un partito), il comma 2 precisa che se il potenziale marchio contiene "parole, figure o segni con significazione politica o di alto valore simbolico", l'Ufficio italiano brevetti e marchi deve mandare il marchio per un parere alle amministrazioni pubbliche interessate o competenti: se queste sono contrarie alla registrazione del marchio, la domanda viene respinta. In quei casi, specialmente quando il deposito riguardava simboli di uso partitico nuovi o appena nati, il ministero finiva per interpellare spesso il Viminale e puntualmente i richiedenti si vedevano rispondere picche, essenzialmente per i dubbi circa l'uso che i titolari del "marchio politico" potrebbero fare sotto elezioni. 
Il Ministero dell'interno, in particolare, in varie sue note aveva spiegato di temere che la registrazione come marchio permettesse di aggirare le regole e i termini per il deposito dei contrassegni elettorali: visto che l'Ufficio italiano brevetti e marchi non valuta la confondibilità rispetto i contrassegni depositati, qualcuno poteva far circolare marchi simili ai simboli destinati alle schede invocando le norme sui marchi a proprio favore. Ancora di più, però, c'era il timore che registrare i simboli come marchi permettesse di aggirare le norme sulla propaganda elettorale: magari, dicendo che un certo emblema era utilizzato come marchio e non come contrassegno elettorale, si poteva fare "pubblicità" alle rispettive liste in tempi e modi non concessi per la propaganda. E visto che per il Viminale a identificare il contrassegno elettorale era "la caratteristica forma di cerchio", in quelle note indirizzate al Ministero dello sviluppo economico si precisava che il logo con significazione politica da registrare "dovrebbe comunque non presentare alcuna forma circolare": sotto questo profilo, non stupisce che vari simboli politici di forma quadrata abbiano superato il vaglio, assai più di quanto sia accaduto a quelli rotondi (lo stesso Piercamillo Falasca ne è del tutto consapevole, come si vide a suo tempo).
Lo stesso Ministero dell'interno, peraltro, finiva per suggerire una possibile via per consentire la registrazione di un simbolo di partito come marchio: quella di considerarli segni notori ai sensi dell'art. 8, comma 3 dello stesso codice della proprietà industriale. Si legge che "se notori, possono essere registrati o usati come marchio solo dall'avente diritto, o con il consenso di questi [...] i segni usati in campo [...] politico [...], le denominazioni e sigle di [...] enti ed associazioni non aventi finalità economiche, nonché gli emblemi caratteristici di questi". Pure in questo caso, in effetti, le note del Viminale chiedevano di evitare la forma circolare, ma di fatto le registrazioni viste sopra hanno mostrato delle eccezioni.  
Visto tutto questo, si può dire che la scelta di depositare il simbolo di +Europa come marchio si inserisce in un fenomeno molto più ampio di tentativi di tutelare un segno politico anche attraverso uno strumento - la registrazione come marchio - che certamente non è nato per questo scopo e, anzi, non sembra particolarmente adatto a questo. Benedetto Della Vedova, quale segretario (pro tempore), sembrava in qualche modo titolato al deposito del segno, così come volendo lo poteva essere Riccardo Magi quale presidente: lo statuto assegnal segretario la rappresentanza legale del partito e al presidente il compito di coadiuvare il segretario. Più delicato e difficile da spiegare sembrava il ruolo di Emma Bonino, che nel partito non hincarichi: si era peraltro scelto di non depositare il simbolo contenente il suo nome (nella versione del 2018 o del 2022), quindi si spiega meno il suo eventuale ruolo di "avente diritto", al di là ovviamente del suo "peso" politico.
Di certo i tempi di vaglio della domanda sarebbero stati del tutto incompatibili con l'eventuale sorgere di diritti subito dopo un potenziale verdetto sfavorevole del congresso. Sembranche ben difficile pensare che un'eventuale registrazione del marchio potesse impedire usi elettorali del segno da parte di soggetti diversi dai depositanti o senza la loro autorizzazione: le elezioni e i partiti sono regolate/i da norme diverse rispetto a quelle del diritto della proprietà industriale e si devono applicare quelle. Soprattutto, però, anche se il simbolo poteva e può oggettivamente ritenersi un segno notorio (tale è grazie all'uso fatto a partire dal 2018), non era scontato che l'ostacolo della forma circolare fosse tranquillamente superabile: non pochi emblemi politici tondi, anche noti, sono infatti ancora sotto esame. Benché ormai sia chiuso, dunque, il caso del simbolo di +Europa depositato come marchio è stato un'ottima occasione per richiamare alcune regole e alcune insidie, troppo spesso trascurate.

venerdì 30 dicembre 2022

Il futuro marchio del Comitato Nord (approdato in Regione Lombardia)

Chi voleva avere la dimostrazione che il Comitato Nord - progetto politico
voluto da Umberto Bossi (e coordinato dall'europarlamentare Angelo Ciocca e dall'ex deputato ed ex segretario della Lega Lombarda Paolo Grimoldi) per rinverdire l'attenzione per l'obiettivo dell'autonomia di Lombardia e Veneto e per altri temi "classici" leghisti tra gli iscritti alla Lega per Salvini premier - puntasse a un'attività duratura probabilmente ora può contare su un indizio di una certa consistenza. Il 23 dicembre, infatti, è stata depositata per il logo del Comitato Nord - nel frattempo registrato come associazione, con sede a Pavia - la richiesta di registrazione come marchio. La notizia è stata data oggi dAdnkronos e merita di essere considerata con una certattenzione.
Il fregio - che viene ufficialmente descritto come "consistente in due campi sovrapposti, rispettivamente verde e blu, su cui sono apposte le due parole Comitato e Nord rispettivamente di colore bianco e giallo", senzfare riferimento alla forma complessiva di freccia - risulta essere stato depositato proprio a nome del Comitato Nord, attraverso lo studio milanese Fumero Srl (esperto in brevetti e titoli di proprietà industriale). Sono ben 8 le classi di prodotti e servizi della classificazione di Nizza per le quali si richiede protezione: le numero 6 (Metalli comuni e loro leghe; materiali per costruzione metallici; costruzioni metalliche trasportabili; materiali metallici per ferrovie; cavi e fili metallici non elettrici; serrami e chincaglieria metallica; tubi metallici; casseforti; minerali), 16 (Carta e cartone; stampati; articoli per legataria; fotografie; cartoleria; adesivi per la cartoleria o per uso domestico; materiale per artisti; pennelli; macchine da scrivere e articoli per ufficio; materiale per l'istruzione o l'insegnamento; materie plastiche per l'imballaggio; caratteri tipografici; cliché), 18 (Cuoio e sue imitazioni; pelli di animali; bauli e valigie; ombrelli e ombrelloni; bastoni da passeggio; fruste e articoli di selleria), 24 (Tessuti e loro succedanei; coperte da letto e copri tavoli [ma vi rientrano pure le bandiere, i foulard e i gagliardetti]), 25 (Articoli di abbigliamento, scarpe, cappelleria), 35 (Pubblicità; gestione di affari commerciali; amministrazione commerciale; lavori di ufficio), oltre alle più consuete classi 41 (Educazione; formazione; divertimento; attività sportive e culturali) e 45 (Servizi giuridici; servizi di sicurezza per la protezione di beni e di individui; servizi personali e sociali resi da terzi destinati a soddisfare necessità individuali [in cui rientrano molti servizi di natura politica]).
L'impressione, dunque, è che la registrazione del logo sia stata chiesta per "coprire" vari usi politici possibili di quella grafica da parte dell'associazione (della cui costituzione ha dato notizia sempre Adnkronos il 13 dicembre), inclusi quelli legati a molteplici forme di merchandising, per la produzione di gadget anche molto diversi tra loro (dalle bandiere al materiale d'ufficio, fino agli accessori di abbigliamento). Si tratta quindi di un segno che suggerisce la volontà di dare al Comitato Nord un'esistenza duratura e strutturata, non per forza che lo si intenda far agire come un partito, magari in conflitto con la Lega per Salvini premier.
Quest'impressione, in effetti, è però più facile averla da un paio di settimane, cioè da quando - il 9 dicembre - nel consiglio regionale della Lombardia si è formato un gruppo consiliare denominato proprio Comitato Nord (e contrassegnato dal logo già visto), cui hanno aderito subito Roberto Mura, Federico Lena e Antonello Formenti, con l'adesione pochi giorni dopo di Massimiliano Bastoni. Tutti loro, pur avendo garantito il sostegno alla giunta Fontana in questi ultimi mesi di attività, sono stati espulsi dalla Lega per Salvini premier: gli organi del partito hanno visto come una ragione sufficiente per motivare quella decisione le critiche (non condivise) circa il "malessere interno", la "non predisposizione all'ascolto delle innumerevoli criticità territoriali" e "l'abbandono totale delle tematiche autonomiste nordiste" rese note dai consiglieri usciti dal gruppo leghista. Non è da escludere che proprio la formazione del gruppo in seno al "Pirellone" abbia suggerito l'opportunità di fondare l'associazione. Occorre poi considerare la richiesta, fatta direttamente da Bossi ad Attilio Fontana il 20 dicembre, di "farsi parte attiva con gli alleati di coalizione al fine di riconoscere il Comitato Nord come lista all’interno della coalizione di centrodestra": lista che, se esistesse, concorrerebbe inevitabilmente con la Lega per Salvini premier - Lega Lombarda, uno scenario che di certo non sembra facile daccettare per il partito. Poiché le elezioni regionali ormai sono state fissate per il 12 e il 13 febbraio, le liste dovranno essere consegnate entro le ore 12 del 14 febbraio: fino ad allora ci sarà tempo per nuove evoluzioni. Intanto online è comparso il "numero unico" di Comitato Nord Informa, nel quale è presente un testo "ufficiale" in cui il gruppo si presenta. Eccolo di seguito: 

Il Comitato Nord nasce dalla volontà di Umberto Bossi di dare voce alla militanza. Dopo le sue numerose battaglie per il nord e, il presidente a vita della Lega ha deciso di riportare il tema dell'autonomia al primo posto dell'agenda politica. il Comitato Nord nasce il 1° ottobre dalla volontà di Umberto Bossi per riconquistare gli elettori del Nord, visto il risultato elettorale del 25 settembre, e per rilanciare la spinta autonomista; come ribadito più volte dallo stesso Bossi è un comitato interno alla Lega e alla base c'è il rispetto della militanza. Il vessillo è quello che ha fatto grandi gli ideali della Lega: l'autonomia per il Nord. Il fazzoletto e la cravatta verdi sono i simboli di libertà.
Diverse le iniziative del comitato Nord sul territorio di grande partecipazione ed interesse. Sale piene agli incontri di Milano, Pavia, Busto Arsizio, Monza, Melegnano, Rovato, Lecco e Sondrio. Sette i punti fondamentali: avviare le iniziative istituzionali per attribuire a Lombardia e Veneto le condizioni di Regioni autonome; concedere competenze dirette alle regioni su temi come lavoro, salute, istruzione, ambiente, trasporti, legislazione e beni culturali; trattenere sui territori una parte significativa delle imposte delle regioni (IRPEF ed IVA); preservare la cultura, la storia, le tradizioni del Nord; tutelare agricoltura, artigianato e commercio che rappresentano le risorse imprescindibili per i territori; difendere il patrimonio delle generazioni precedenti dalla svendita e dalla delocalizzazione all'estero e salvaguardare gli interessi delle regioni del Nord presso le istituzioni nazionali ed europee. 
Le persone alle quali Umberto Bossi hdato mandato per l'organizzazione sono l'europarlamentare Angelo Ciocca, con il compito di tenere i rapporti con i militanti e le istituzioni europee, e Paolo Grimoldi per gestire le relazioni regionali. Angelo ciocca ribadisce che "Noi non siamo una corrente della Lega, Siamo gli antinfiammatori del nostro movimento. Siamo una specie di Voltaren in triplice dose che vuole recuperare il 30% degli iscritti che non hanno rinnovato la tessera della Lega. Facciamo tutto questo solo ed esclusivamente per il bene della Lega". Paolo Grimoldi dichiara: "Sono onorato del fatto che mi abbia contattato: è dal 1991 che sono in Lega, non capita tutti i giorni di essere chiamati da Umberto Bossi e spiegare le ragioni del Movimento. Sono l'ultimo segretario eletto della Lega Lombarda. Ora va di moda la Lega dei nominati, ma io sono più affezionato alla vecchia Lega degli eletti sul territorio". Tanto lavoro ma molte soddisfazioni, poiché i militanti hanno diritto di essere ascoltati. Contano le persone, le idee, gli ideali e non i like.