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domenica 1 maggio 2022

Ettore Vitale, una lezione da sfogliare (ben oltre il garofano del Psi)

Capita di dover attendere a lungo certi appuntamenti, rimandati più volte per la difficoltà di incastrare tutto e per nuove cause di forza maggiore: quando finalmente arrivano, riescono a non perdere un grammo del loro valore. Questo vale anche per gli appuntamenti da sfogliare, che chiedono e meritano tanta attenzione e - va da sé - tanto tempo, per prepararli in ogni dettaglio e poi per goderseli in pieno (e prendendosi il lusso di tornare indietro di qualche pagina, riguardare meglio, cercare qualche particolare che forse era sfuggito o - perché no - aprire a caso, certi che apparirà qualcosa di valido e di interessante).
Questo è certamente il caso del volume di Ettore Vitale Segno Memoria Futuro. In questo sito ne era stata annunciata l'uscita come imminente oltre due anni fa, quando si era pubblicata la ricca conversazione con il suo autore, nata per raccontare la genesi del simbolo adottato dal Partito socialista italiano nel 1979, con il garofano come elemento dominante. Già in quell'occasione era apparso chiaro che focalizzare l'attenzione su quella creazione, per quanto importante fosse (soprattutto per i #drogatidipolitica), significava perdere di vista o trascurare troppe tappe di un percorso intenso, sviluppatosi in molte direzioni e mai - davvero mai - in maniera banale. Il volume in uscita, agli occhi di chi scrive, avrebbe offerto un'ottima occasione "per tenere insieme tutte le puntate di una storia", quindi bastava aspettare un po' per poterne parlare. L'avvento dell'era Covid-19, oltre a imporci il "suo marchio speciale di speciale disperazione" strappando vite e infliggendo dolori, ha anche rallentato di molto il percorso verso la pubblicazione, rendendolo accidentato. Da un paio di mesi, per fortuna, il libro è diventato realtà, pubblicato da Aiap Edizioni, la casa editrice dell'Associazione italiana design della comunicazione visiva (Aiap): sul sito è possibile acquistare il volume (440 pagine, 58 euro, prezzo ridotto a 46 euro per gli studenti, un riferimento - come si vedrà tra poco - per nulla casuale), preparandosi a un viaggio lungo, ricco di tappe, scoperte e riscoperte.

Un libro-lezione nato da un incontro  

Ricevuto il libro - la cui mole già racconta da sé l'ampiezza del viaggio cui ci si appresta - diventa inevitabile dare una prima scorsa veloce, per rendersi conto di cosa si sta per vedere. E mentre varie immagini si avvicendano e alcuni tratti comuni o costanti iniziano ad emergere (fin dalla prima pagina "riassuntiva"), si ha l'impressione di trovarsi di fronte a un catalogo di un'attività iniziata nei primi anni '70 (e in realtà anche prima). Può sembrare questo, eppure non è così: Segno Memoria Futuro è innanzitutto una lezione da sfogliare. Innanzitutto perché all'origine del volume c'è proprio una lezione, che alcuni anni fa Ettore Vitale è stato chiamato a tenere a studenti del Corso di Laurea Magistrale in Design, Comunicazione Visiva e Multimediale della Sapienza Università di Roma, ateneo nel quale Vitale aveva già tenuto un corso di grafica (l'intervento era stato intitolato dal relatore Il campo della grafica, immagine particolarmente felice: un campo ha una sua estensione, va seminato e curato perché possa portare frutti, con una dedizione che richiede tempo e - prima ancora - deve essere "educata"). 
C'era molto da mostrare, ovviamente, ma soprattutto da raccontare e da spiegare a persone che volevano affacciarsi al mondo della grafica e provavano interesse per l'esperienza di un professionista (un "progettista grafico", così si definisce lui stesso) che per molti anni ha legato il proprio nome a tanti progetti in settori diversi e con tecniche differenti. Era un peccato, però, che quel racconto fosse limitato solo alle persone presenti a quella lezione, anche perché i progetti e le creazioni di Ettore Vitale negli ultimi cinquant'anni hanno incrociato gli sguardi e le vite di un gran numero di italiane e italiani - anche senza che loro se ne accorgessero - attraverso la grafica politica e sociale, la comunicazione di servizio, la pubblicità, le sigle televisive e altri tipi di linguaggio. Questa storia meritava di essere raccontata a un pubblico ben più vasto e con il tempo necessario, con tante immagini di quella ricca galleria di creazioni accompagnate parole dell'autore e quelle di chi nel corso degli anni si è occupato di quei progetti, osservandoli e analizzandoli.
Ettore Vitale per Autovox
Segno Memoria Futuro
 è nato proprio così, traducendo quest'idea in pagine da sfogliare: i testi introduttivi per collocare a dovere l'esperienza di Vitale in quel "campo della grafica" di cui si parlava; i pensieri dell'autore stesso, validi come "chiave" per tutta la sua opera di progettista grafico; tante, tantissime immagini dei lavori prodotti, arricchite dai commenti di Vitale e di chi - come critico, artista, esperto o giornalista - aveva già scritto di quelle stesse creazioni. Completano il volume la traduzione in inglese di gran parte dei testi abbinati alle immagini (per una fruizione non limitata al solo pubblico italiofono) e un'amplissima raccolta dei testi critici che nel corso del tempo sono stati dedicati all'opera di Vitale. Difficile, a questo punto, parlare solo di un catalogo: è piuttosto una guida a un'esperienza unica, chiaramente con uno sguardo al passato (e alla memoria dei suoi tanti episodi, più o meno noti), ma sempre pronta a rivolgersi al futuro, per chiunque voglia addentrarsi in quel campo e provare ad attraversarlo, a coltivarlo a suo modo, a trovare sentieri non battuti o comunque stimolanti.  

Alle origini e nei dintorni del segno

Ettore Vitale per Arflex
Per poter inquadrare nel modo migliore l’opera creativa (e costruttiva) di Ettore Vitale, lunga mezzo secolo, è difficile prescindere dal saggio che Carlo Martino (professore ordinario di design alla Sapienza Università di Roma, proprio il docente che ha invitato Vitale a intervenire nel suo corso) ha posto in apertura del volume. Il titolo scelto per il testo - Lasciare il segno - appare particolarmente azzeccato: con un numero rilevante di idee, progetti, realizzazioni, Vitale è riuscito a "rimanere impresso nella memoria"; anche quando la singola opera ha goduto di minore fama, a essere rimasto impresso - lasciando appunto il segno - è stato lo stile stesso di Ettore, ben riconoscibile in molte delle realizzazioni ospitate nel libro.
Ettore Vitale per Comforto
Un ruolo fondamentale e - per dirla con Edmondo Berselli - seminale è stato riconosciuto agli anni '70 e, in particolare, alla grafica politica di quei tempi, specie quella con base a Roma: i nomi più rilevanti e ricorrenti, guarda caso, sono quelli di Michele Spera (Pri), Bruno Magno (Pci) e, ovviamente, Ettore Vitale (Psi, ma non solo). Quell'ambiente si è evoluto e ha cambiato forme e manifestazioni, ma fin dall'inizio Vitale ha mostrato la sua poliedricità, abbinata a un'inesauribile - ed essenziale - curiosità, pronta a trasformarsi in eclettismo. Chi avesse in testa soprattutto i manifesti e le campagne concepite da Ettore Vitale per il Psi, la Uil e altre realtà politiche potrebbe rimanere particolarmente colpito vedendo che tra i suoi primi progetti notevoli (raccolti puntualmente nel libro) ci sono le campagne promozionali per Autovox (con l'avvento dei televisori a colori marcato da "uno schermo tv costruito da fasce orizzontali bianche su fondo nero che si apre formando un occhio con la pupilla a fasce colorate, una composizione dichiaratamente optical": per Martino è un "occhio che guarda, in alternativa allo schermo che solitamente viene guardato, [...] una sorta di grande fratello che però, grazie all'introduzione del colore e alla rivisitazione del tema delle fasce cromatiche dello schermo, nonché al rimando alla solarità/mediterraneità delle persiane alla veneziana, risulta nel complesso un messaggio caldo e non inquietante"), la progettazione delle vetrine per l'azienda di mobili Arflex (si trattava di allestimenti in cui si collocava il prodotto "fuori dalla logica dell’arredamento inserendolo, invece, nel segno") e, in seguito - oltre a lavori per Bpd-Snia e Tecnolyte - vari progetti grafici per un'altra azienda di mobili, la tedesca Comforto. Già qui emergono il rigore grafico, l'attenzione alla geometria (piana e solida, a dispetto del supporto bidimensionale) e al testo (con un uso prevalente della font Helvetica), il tema dei "fili" (rossi, ma non solo) che si affacceranno ciclicamente o in modo costante in tante creazioni di Vitale.
Ettore Vitale per la Rai: Primo Piano
Negli anni '80 un campo di rilevante espressione per il progettista grafico è stato rappresentato dalle sigle televisive, tutte realizzate per la Rai: ai primi effetti speciali, che in quel periodo andavano per la maggiore, Vitale ha scelto di contrapporre un uso più consapevole e schietto dell'immagine, diretto a raccontare e rappresentare davvero il programma (cosa che, a ben guardare, sarebbe il compito vero e originale di una sigla televisiva), più che a stupire lo spettatore potenziale o affezionato.
Ettore Vitale per la Rai: Il breve volo della giovinezza
e La Lanterna magica di Ingmar Bergman
Vitale ha ottenuto questo risultato adottando varie tecniche, alternando l'illustrazione (con il gusto della sfumatura e del colore morbido) all'impiego delle fotografie e alle costruzioni geometriche, trasportate dall'universo immobile delle stampe o degli allestimenti all'ambito mobile per eccellenza della televisione. Ciò che può sembrare una "deviazione" rispetto a quanto di Vitale si è visto sin qui o a quanto è più noto acquisisce in realtà rilievo come "via personale" al genere interpretato, come strada battuta con convinzione senza mai omologarsi, ma cercando una soluzione originale e, anche per questo, destinata a farsi riconoscere.
Anche le campagne statiche e bidimensionali realizzate per la Rai nel corso degli anni sono riuscite a comunicare l'idea di qualcosa che si muove, di un "fermoimmagine" di una realtà dinamica, che attende di svolgersi (come un nastro, una forma in movimento o un contesto di fili pulsanti) davanti e con lo spettatore o il partecipante al singolo evento. L'impressione è che i progetti e le rappresentazioni di Vitale tendano di norma a rappresentare la complessità in modo semplice (con strumenti lineari e comprensibili), senza avere tuttavia la pretesa di semplificarla, come oggi capita sin troppo spesso.
In tutto questo emerge forte il ruolo del "segno", come Ettore Vitale aveva già messo in luce nella conversazione ospitata su questo sito. Lui stesso scrive nel volume che "il segno grafico è portatore di significato quando è il risultato di un'analisi e di un processo mentale. Una combinazione il cui risultato è racchiuso nella forma derivante dal contenuto"; Carlo Martino aggiunge che il segno è "una sintesi di un percorso di analisi, di una successiva fase di conoscenza, seguita dall'individuazione delle problematiche e dalle possibili soluzioni - Design Thinking - e ammette, anche nel suo comporsi, la casualità". Quel frutto pensato dell'unione di significato e significante (che, con riferimento ai partiti, dovrebbe essere rappresentato - guarda caso - dal simbolo, come unione tra espressione identitaria e rappresentazione concreta) può vivere di vita propria, anche al di fuori del contesto originario (e al di là del significato che gli era stato attribuito dal creatore: lo stesso Vitale l'ha sperimentato, anche suo malgrado). Quando questo riesce, ha il sapore di una sfida vinta.
Poco importa, in fondo, che ciò riguardi un prodotto da pubblicizzare, un'idea politica da comunicare e far arrivare a chi guarda, un nuovo luogo da identificare e far conoscere (com'è avvenuto per il logo e l'intero sistema di comunicazione dell'Auditorium Parco della Musica di Roma). Ciò che conta davvero è che, come scrive Mario Piazza (già presidente Aiap) nel suo testo introduttivo, "i segni per Arflex, per il Partito Socialista, per la Uil, per la Rai, per Autovox, per l'Auditorium di Roma ci mostrano il 'museo' della grafica di Vitale, ma soprattutto sono 'tizzoni ardenti' per farci riflettere, discutere e ancora da usare per comunicare". Questo perché il grafico, il progettista grafico non è, come sottolinea l'attuale presidente di Aiap Marco Tortoioli Ricci, "un semplice prestatore di servizi e di manualità, ma un autentico interprete del proprio tempo, non solo capace di portare avanti un proprio stile, quanto piuttosto di intercettare le necessità di una comunità di riconoscersi in una voce collettiva, di avere uno sguardo alto e prendere posizione".

Vitale e il Psi: non solo il garofano

Volendo parlare del libro di Ettore Vitale su questo sito, è impossibile non dedicare una parte importante dello spazio ai progetti e ai materiali prodotti per il Partito socialista italiano, a partire dai primi due manifesti, commissionati allo stesso Vitale per il 25 aprile e il 1° maggio del 1973. Due manifesti, due immagini potenti, che sono rimaste impresse nella mente di chi le ha viste (lasciando, appunto, il segno). E se il libro contiene un bellissimo dettaglio del foglio nero strappato su fondo rosso (quasi a voler far apprezzare il dettaglio della frattura da sanare, da un punto di vista finora riservato a chi aveva visto il manifesto originale da vicino), non si può restare indifferenti davanti al manifesto del 1° maggio - e non a caso quest'articolo viene pubblicato proprio oggi - che riaccosta due segni tradizionali del socialismo, il pugno chiuso e il garofano, ridando vita (anche socialista) al primo e restituendo piena visibilità al secondo, preparandolo a diventare simbolo del Psi.
Il volume, pur non dedicando spazio alla nascita del simbolo tra il 1978 e il 1979 (per cui si rimanda interamente alla nostra conversazione con Ettore Vitale), contiene vari manifesti che contengono quello stesso simbolo (e anche, per quelli più recenti, il nuovo fregio col garofano elaborato da Filippo Panseca). Nel dare conto della propria opera ventennale per il Psi, in un passaggio cruciale Vitale sottolinea un concetto con attenzione, come a voler chiarire definitivamente ogni equivoco: "Ho mantenuto sempre un rapporto esclusivamente professionale con la grafica politica. Non mi sono mai iscritto al Partito Socialista e a nessun partito, pur avendo da sempre un orientamento di sinistra, perché ritengo l'appartenenza ad un partito una condizione limitante della propria visione della realtà politica e sociale, specialmente con riferimento alla mia attività di comunicatore visivo".
Sempre con riferimento alla lunga opera prestata per il Psi, poco più avanti è molto significativa un altro intervento di Ettore: "Rinnovare l’immagine di un partito non è una operazione facile, vanno superate barriere dovute alla storia di quel partito e alla insicurezza dei dirigenti nell’affrontare l’idea di novità. Fortunatamente il Psi ha capito la necessità di intraprendere la via di un nuovo linguaggio per la propria comunicazione". In queste poche frasi emerge chiaro un punto fermo (che chi scrive ha potuto apprezzare anche nelle varie conversazioni avute con l'autore): a guidare il rinnovamento dell'immagine del Psi è stato Ettore Vitale, non il partito stesso e chi era al suo vertice. Con i primi due manifesti del 1973, così diversi da quelli consueti fino a quel tempo, Vitale ha certamente rischiato, andando incontro alla possibilità che quei progetti non fossero compresi e graditi e che, dunque, il rapporto con il committente non proseguisse: non fu così e il Psi si affidò a Vitale fino al 1992. Di certo lo fece avendo intuito l'importanza e il bisogno prima di cambiare linguaggio, poi - soprattutto con l'arrivo di Bettino Craxi alla segreteria - di renderlo sempre vivo; a decidere la direzione, le forme e i linguaggi, tuttavia, è stato sempre Vitale, che "ha fatto del proprio personale impegno civile una cifra stilistica", come ha sottolineato nel suo testo Luciano Galimberti, presidente dell'Adi - Associazione per il disegno industriale (vale a dire il soggetto che ha assegnato per tre volte a Vitale il Compasso d'oro, nel 1984 proprio per l'immagine coordinata del Psi).
La stessa cifra stilistica emerge nei progetti politici non relativi al Psi, a partire dal lungo e articolato lavoro svolto per l'Unione italiana del lavoro, a partire dalla fine degli anni '70 e per oltre un ventennio. Lo stesso Vitale racconta come in una prima fase sia stato necessario "dare alla Uil una identità attraverso un coordinamento della comunicazione visiva", in particolare adottando "immagini strutturate geometricamente, con forme solide, per comunicare l’idea di aggregazione e di costruzione di una rinnovata immagine", recuperando anche l'idea del "filo rosso" adottata già in precedenza.
Il lavoro per il sindacato è proseguito in molte direzioni, con particolare attenzione per alcuni momenti fondanti della vita della Uil, inclusi i congressi: dell'undicesima assise, tenutasi nel 1993, il volume ricorda l'impresa dell'allestimento scenografico del congresso - di cui Vitale aveva già parlato nella nostra conversazione - e la grafica congressuale del nastro multicolore che, dopo vari usi e adattamenti, nel 1998 sarebbe diventato il nuovo marchio del sindacato (che, pur con altre modifiche, resiste tuttora).
Molto prima dell'idea di quel nastro, peraltro, si può trovare il "segno gestuale" (così lo chiama Vitale) che campeggia sul mensile Pace e Guerra (legato a Luciana Castellina, Claudio Napoleoni e Stefano Rodotà): "le due forze opposte - spiega l'ideatore - si fronteggiano in una situazione di stallo. Le due frecce, in una configurazione dinamica, sembrano non avere né l'una né l'altra la possibilità di contrastare la forza contraria. Nel segno non sappiamo quale sia la pace e quale la guerra, proprio perché queste due opposte visioni del vivere sono sempre state in un equilibrio instabile e identificarle visualmente risulta purtroppo ancora impossibile". Un segno che tuttora, purtroppo, mantiene forte la sua drammatica attualità.
Questa spiegazione è ora accessibile, grazie al volume di Vitale; certo non era scontato che lo stesso, identico messaggio passasse al tempo in cui il segno fu coniato. Eppure la forza di quest'ultimo è indubbia, anche a distanza di tanto tempo: è la prova, una volta, di più, tanto del valore del segno quanto dell'innovazione che sta dietro. Non a caso, nella pagina del volume dedicata alle conclusioni, Vitale si rivolge così ai lettori, agli appassionati e agli aspiranti grafici: "Insistere sul concetto di unicità del segno che ci appartiene perché, appunto, tracciato da noi senza alcuna mediazione o condizione esterna, ci riporta, in relazione al concetto di innovazione, alla convinzione che ognuno di noi ha una potenzialità - a volte inespressa o sottovalutata - che ci consente di sviluppare concetti innovativi spesso assopiti per ragioni di 'tranquillità' intellettuale. Perché la ricerca dell’innovazione presuppone impegno e consumo di energia". Di certo Segno Memoria Futuro è ricco di questa energia, riversata nei tanti progetti cui Ettore Vitale ha dato corpo in oltre mezzo secolo di attività. Di tutto questo, chi ha vissuto anche solo un briciolo di quegli anni (o magari tutti) deve davvero essergli grato. Dimostrarlo è facile, anche solo sfogliando il volume una volta di più, per cercare un manifesto, un dettaglio, un segno da riscoprire.

lunedì 17 febbraio 2020

Ettore Vitale e il Psi: "Il garofano, un segno per comunicare una storia"

Nella storia della cosiddetta Prima Repubblica il nome di chi ha dato forma e - quando è stato possibile - colore ai simboli che milioni di persone hanno scelto in cabina elettorale non sempre è stato ricordato e valorizzato a dovere. Eppure in alcuni casi i passaggi simbolici sono stati rilevantissimi, se non cruciali per determinate aree politiche. Lo si poteva dire certamente per l'avvento dell'emblema del Partito democratico della sinistra, analizzato a fondo alcuni mesi fa nella conversazione con il suo creatore, Bruno Magno. Lo stesso vale per un altro simbolo di partito in cui falce e martello sono stati ridotti di importanza rispetto al passato.
Tra il 1978 e il 1979, infatti, il simbolo del Partito socialista italiano vede ridimensionati falce, martello, libro e sole nascentei segni che lo avevano caratterizzato fin dall'Assemblea costituente (e in realtà fin dal 1919); l'elemento di identificazione e riconoscimento principale diventò il garofano, ben visibile nel nuovo emblema. Artefice di quella trasformazione, voluta da Bettino Craxi in persona, a un paio d'anni dalla sua elezione alla segreteria del Psi, è stato il visual designer Ettore Vitale. Non è mai stato iscritto al partito, eppure ne ha curato l'immagine da professionista per vent'anni (oltre ad aver dato corpo alla sua svolta simbolica alla fine degli anni Settanta). 
L'immagine del Psi è una delle attività per cui è più noto, ma il rapporto tra Vitale e la grafica è assai più ricco e fecondo. Nessuno meglio di lui può raccontarlo: lo ha appena fatto in un volume - Ettore Vitale. Segno memoria futuro - in uscita per Aiap Edizioni, dedicato ai giovani, nel quale ripercorre tutta la propria attività e, con essa, racconta a suo modo ruolo, strumenti e tecniche del graphic designer. Lo fa per chi c'era, ha visto e ricorda, pur essendosi perso qualche pezzo, ma soprattutto per chi è venuto dopo e non ha avuto la possibilità di costruire quel mestiere giorno per giorno. 
L'uscita del volume era un'occasione troppo ghiotta per non cercare di incontrare l'autore e farsi raccontare direttamente da lui anche il suo rapporto con il Psi e la sua comunicazione e, ovviamente, la genesi del primo simbolo con il garofano. Fiore che nel 1973 lo stesso Vitale aveva riesumato dalla storia della sinistra e del socialismo in Italia per un manifesto. 
L'appuntamento, in un pomeriggio freddo, è presso il suo studio in via del Babuino, a due passi da Piazza del popolo. Suono, salgo le scale e lui apre la porta: "Ciao, ben arrivato!". Il "lei" delle telefonate degli anni scorsi e dei giorni precedenti (per fissare l'incontro) si è già dissolto e ha lasciato il posto al "tu". 
Basta il colpo d'occhio che si ha appena si mette piede nello studio per capire che lì si respira grafica da anni e certo non solo di natura politica. Al di là di una marea di libri, cataloghi, premi e volumi d'arte e disegno, guardando la parete cui si appoggia il tavolo da lavoro salta all'occhio la gigantografia della celebre immagine creata da Vitale nel 1971 per Autovox, una campagna per annunciare e promuovere l’arrivo della televisione a colori: la sagoma di un televisore individuata da righe orizzontali bianche e nere, mentre tra quelle centrali si fa largo una sfera multicolore, creando l'effetto di un occhio e dando l'idea della terza dimensione. Non ha nulla a che fare con la politica, ovviamente, ma con il segno e con la comunicazione sì: un avvertimento, fin dall'inizio, che la conversazione sarà lunga e ricca.  

Ettore, come sei arrivato a occuparti di grafica?
Ho iniziato ad avere sensibilità per la grafica in generale quando ero piuttosto giovane. Essendo allora "strutturato" a sinistra, ero attratto dalla comunicazione politica, quindi ho iniziato a vedere quali possibilità ci fossero per fare questo mestiere, quello del grafico: tieni conto che allora non esistevano le opportunità e i corsi di studio di cui disponiamo oggi per imparare questo lavoro. Si può dire che allora era un mestiere totalmente da inventare: ci si poteva appoggiare a cose che si conoscevano, si guardava cosa facevano gli altri...
Oppure si andava "a bottega" da chi già lavorava...
Sì, ma io non l'ho mai fatto, non ho mai lavorato con un altro studio grafico. Mi sono strutturato da solo, un po' vedendo, un po' cercando di capire e un po', come si dice, da ragazzo avevo già "la mano" per disegnare, quindi ero naturalmente attratto da quel mondo. La mia intenzione, peraltro, era chiara fin dall'inizio: volevo accostarmi alla grafica per i servizi, per la società; non volevo essere in alcun modo un grafico pubblicitario. Posso dire che ci sono riuscito, anche se nel corso degli anni ho ricevuto una serie di proposte da alcune agenzie, così come certe persone mi hanno detto "ma perché non mettiamo in piedi un'agenzia? Io ho i clienti giusti". Il fatto è che tutto questo non era nei miei piani, perché sapevo che avrei dovuto per forza di cose trattare con clienti che magari non mi interessavano, quindi ho preferito dire di no. Ho cercato insomma di spostare la mia attività sulla comunicazione, sull'organizzazione di immagine per aziende e soprattutto per il sociale: posso dire che il mio tentativo è andato nel verso giusto, perché questo ho fatto.
In un certo senso anche curare l'immagine di un partito è nello stesso solco...
Esatto. Come ti dicevo, il mio tentativo di avvicinarmi alla grafica politica nasce dalla mia appartenenza politica di sinistra. Sono stato vicino al manifesto e ho fatto come grafico militanza politica con quel gruppo, così come con il Partito di unità proletaria ho fatto una serie di cose, per esempio il progetto del mensile Pace e Guerra. Nei primi anni Settanta, poi, sono stato contattato da persone vicine al Psi.
Quindi, precisiamo: tu eri e ti ritenevi più a sinistra di questi che ti hanno cercato. 
Beh, sì, secondo la mia idea sì; c'era anche chi mi considerava maoista. Diciamo che in quegli anni molti giovani di sinistra stavano da quella parte: non tutti ovviamente, ma molti sì.
Diciamo che era impossibile classificarti come socialista, meno che mai della stagione di Bettino Craxi.
Su questo possiamo discutere più a fondo, se vuoi; in ogni caso non mi sono iscritto al Psi e a nessun altro partito, proprio perché lavorando da interno in una struttura che sia politica o no si "respira" un’aria in qualche modo di omologazione che non è quella che si respira da professionista esterno.


Certamente non è mai stato organico al Psi, eppure Ettore Vitale è riuscito a lavorare per quel partito vent'anni di fila, pur senza abbandonare gli altri committenti. Il suo lavoro è riuscito a interpretare perfettamente il corso politico socialista tra gli anni Settanta e Ottanta (o forse gli ha consentito di esprimersi al meglio con il suo linguaggio segnico) al punto che la comunicazione di quegli anni si identifica pienamente con il Psi; di più, nel fare questo Vitale è stato talmente innovativo da vincere il Compasso d'oro - il premio che l'Adi - Associazione per il disegno industriale assegna periodicamente. L'assegnazione è arrivata nel 1984 ed è stata addirittura doppia: per l'immagine coordinata del Psi ("Una strategia dell'immagine - recitava la motivazione della giuria - è necessaria per trasmettere i messaggi politici. Il grafico Ettore Vitale ha elaborato quella del Partito socialista italiano con efficienza comunicativa, applicando il vocabolario e la grammatica della avanguardia con rigore, e perciò rifiutando le simmetrie e le assonanze della accademia e del post-moderno"), ma anche per quattro sigle televisive realizzate per la Rai (Il cinema dei fratelli Taviani; Il cinema di Wajda; Una vetrina per sette registi; Al pubblico con affetto firmato Comencini). Dimostrazione, una volta di più, che l'impegno di Vitale non si può ridurre alla grafica politica.

Come arrivò il contatto con il Psi? 
All'inizio degli anni Settanta collaboravo con l'Arflex, un'azienda milanese leader nel settore dei mobili di design. Nell'ambito di quella collaborazione nel 1971 avevo organizzato la mostra Serigrafia e graphic design, che aveva lo scopo di sperimentare la stampa serigrafica: questa esisteva da tempo ma era poco utilizzata dai grafici progettisti. 
Avevo coinvolto quattro grafici di Roma e quattro di Milano: ciascuno di loro doveva realizzare due manifesti a tema libero, con l’intento di sperimentare la tecnica di stampa serigrafica. Io proposi due manifesti di contenuto politico. Il tema era Nascita dell'uomo tecnologico, poiché pensavo che la tecnologia con il tempo avrebbe liberato l'uomo dalla schiavitù del lavoro: una sorta di "democratizzazione del lavoro". Quel tema lo resi attraverso immagini politiche, legando al David di Michelangelo le immagini di Che Guevara, Marx e degli operai: una visione futura della società, purtroppo in parte mi sbagliavo. Due giornalisti Rai vicini al Psi, Antonio Capocasa ed Emilio Colombino, in visita alla mostra, mi proposero di progettare due manifesti per il partito.
Possiamo dire che il primo seme della storia del garofano Psi fu gettato allora.
Esattamente. Tieni conto che il Psi di allora era all'opposizione, c'erano i vari Nenni e Lombardi, il segretario era Francesco De Martino. 
Dicevi di quei manifesti...
La prima richiesta che ricevetti dalla sezione Stampa e propaganda riguardò due manifesti, legati alle ricorrenze del 25 aprile e del 1° maggio del 1973. Per quest'ultimo ho immaginato di unire due icone tradizionali della storia della sinistra e del movimento dei lavoratori. La prima era quella del pugno chiuso, un segno davvero classico... 
Che però in quel periodo rischiava di sembrare da "duri e puri", da sinistra rivoluzionaria o da Lotta Continua.
Vero, ma io in quel pugno ho messo un garofano, l'altra icona recuperata. Si tratta di un fiore storico della sinistra italiana, utilizzato nei primi anni del Novecento dal Partito socialista. Quel garofano entrò con forza nella comunicazione politica del Psi. Con il pugno e il garofano si fece una campagna politica e il 40° congresso del partito. Mi sento di poter dire con quella intuizione del 1973 sono stato il precursore dell'inserimento del garofano nell'identità del Psi, poi con Craxi il garofano è entrato ufficialmente nel simbolo del partito. Non a caso, ancora oggi i socialisti si identificano con quel fiore rosso. 
Hai parlato di due manifesti: qual era quello del 25 aprile?
L’immagine per la ricorrenza della Liberazione è un foglio nero strappato sul fondo rosso del manifesto: una contrapposizione politica dei colori rosso e nero. A proposito del concetto di segno e di innovazione che ho cercato di raccontare nel libro Segno memoria futurodevo dire che con il progetto di questi due manifesti considerati innovativi, specialmente in quegli anni, ho "rischiato" come rischia chiunque intraprenda la via della ricerca nel progetto di comunicazione visiva. Quei due manifesti potevano essere rigettati, non compresi perché, appunto, nuovi e proposti da un giovane grafico, e non avrei portato avanti la lunga collaborazione con il Psi durata venti anni. Per fortuna, invece, il gruppo dirigente aveva capito il carattere innovativo della mia proposta e si rendeva conto che il partito aveva bisogno di una comunicazione più attuale o comunque diversa..
Torniamo al garofano: in effetti quando uno pensa all'uso pre-craxiano di quel fiore, pensa soprattutto alla rivoluzione dei garofani in Portogallo...
... che però è datata 1974, quindi dopo il mio manifesto. Anche la rosa nel pugno francese in Italia è datata dopo il mio manifesto [in effetti venne inserita nella testata di Liberazione solo il 13 settembre 1973, finì sulle tessere radicali dal 1974 e nel 1976 divenne il simbolo del partito; lo stesso autore francese del disegno le poing et la rose, Marc Bonnet, lo depositò come titolo di proprietà industriale solo nel 1974 e soltanto l'anno dopo fu pagato dal Partito socialista francese per cedere al Ps l'esclusiva sul segno per la Francia, ndb]. 
Sicuramente si tratta di esperienze venute dopo, ma mi interessa capire quali valori volevi richiamare quando hai scelto il garofano come ingrediente di quel manifesto.
Beh, come ho detto prima volevo recuperare un fiore che era stato un simbolo storico della sinistra e, nello specifico, del Partito socialista italiano, un simbolo "dimenticato" per molti anni: la scelta è stata, direi, naturale...
Come dire che era facile...
Era facile, ma ci dovevi pensare. Nell'iconografia storica del Partito socialista il garofano è presente in molte occasioni, interpretato con un disegno liberty; il mio garofano era fotografico. In questo modo, ho compiuto un salto incredibile rispetto a tutto quello che era presente nella comunicazione politica: il fondo bianco e l'immagine fotografica. 
Tieni conto che il garofano era un fiore importante per la sinistra in senso generale: ricordo che una volta, qualche anno dopo l'adozione del garofano come emblema del Psi, mi trovai a parlare con una persona legata alla propaganda del Pci. Mi disse, scherzando ma non troppo: "tu ci hai fregato, avremmo potuto usarlo noi il garofano ma non ci abbiamo pensato". Certamente non avrebbero voluto impiegarlo come simbolo, ma il fatto che quel fiore fosse nato come simbolo del movimento operaio, lo rendeva appetibile anche per l'iconografia dei comunisti. 
Prima hai parlato del garofano e del pugno, che campeggiavano anche nel manifesto del 40° congresso, celebrato a Roma dal 3 al 7 marzo del 1976: allora De Martino fu rieletto alla segreteria, ma qualche mese dopo finì sfiduciato dal comitato centrale, che elesse al suo posto proprio Bettino Craxi. Il punto cruciale per la storia che stiamo raccontando, però, sarebbe arrivato con il 41° congresso del partito, che era previsto a Torino e che si sarebbe svolto dal 29 marzo al 2 aprile del 1978. 
Esatto. Mentre ci si avvicinava al congresso, Craxi ebbe l'idea di inserire il garofano nel simbolo del Psi e io fui incaricato di disegnare il garofano per quell'occasione: un garofano grande, che riempiva gran parte del cerchio interno dell'emblema ed era racchiuso in una corona rossa, nella quale trovavano posto i vecchi segni del socialismo. Quel simbolo era presente tanto sul manifesto del congresso, quanto nella scenografia del Palasport, con una gigantografia posta proprio al centro del fondale, dietro la tribuna degli oratori: una soluzione di grande effetto, anche se preciso che non ero io a curare gli allestimenti per i congressi.
Effetto indubbio, come mostrano ancora oggi le foto di quel congresso allestito da Filippo Panseca, eppure non andò tutto liscio.
Proprio a quel congresso, scoppiò la contestazione a quel simbolo. Bada bene, non al garofano, ma alla riduzione di falce, martello, libro e sole fin quasi a renderli illeggibili, il che era ovviamente frutto di una precisa scelta della dirigenza del partito, per mettere da parte il marxismo-leninismo. Ai più giovani piaceva, ai militanti storici molto meno, perché era uno stacco molto forte rispetto al passato. In ogni caso, i commenti negativi o gelidi sul simbolo furono parecchi.
Una protesta che sortì i suoi effetti...
All'indomani del congresso, infatti, la direzione nazionale del Psi mi diede l'incarico di realizzare il nuovo simbolo del partito; mi fu detto esplicitamente, però, che rispetto al simbolo del congresso bisognava in qualche modo ridare importanza ai segni che erano stati ridotti; si trattava di valutare come farlo. Lì iniziò un processo lunghissimo e laborioso, lavorando sulle dimensioni dei singoli elementi: un'alchimia incredibile per trovare una formula che potesse andare bene a tutti. Uno di questi passaggi finalmente fu approvato.
E così il Partito socialista italiano ebbe il suo nuovo simbolo ufficiale, col garofano grande e gli altri emblemi già presenti. 
Sì, realizzai infatti anche un "Codice di applicazione" per il nuovo simbolo, che a sua volta rappresentava una novità assoluta per la politica italiana: quando mai un partito prima si era preoccupato di regolare nel dettaglio l'uso del proprio simbolo, dandosi una "immagine coordinata" che considerasse i vari modi in cui questo poteva essere impiegato?
Manifesto per il 25 aprile 1978
Secondo te fu un passaggio graduale o rapido, sul piano politico e grafico?
Graduale, pur nella nettezza della scelta fatta a Torino. Ricordo che, tra la fine del congresso e l'adozione ufficiale del nuovo simbolo, iniziò un periodo di transizione anche sul piano grafico: nei manifesti di quel periodo, infatti, convivevano il simbolo in bianco e nero in uso fino al 1978, disegnato da Sergio Ruffolo, e il garofano utilizzato al congresso, non inserito in un cerchio. 
Vorrei fare un passo indietro, al periodo che separa il tuo manifesto del 1973 col garofano dalla decisione di adottare quel fiore come simbolo per il partito. Si è detto da più parti che Craxi, convinto di voler ridimensionare o mettere da parte gli "arnesi" marxisti del passato, avesse pensato come prima scelta alla rosa nel pugno adottata dai socialisti francesi e avesse rinunciato perché nel frattempo quel segno lo avevano già adottato i radicali. Ti risulta?
Non mi risulta assolutamente. Non ho le prove e può darsi che qualcuno abbia pensato qualcosa di simile, ma se ci pensi è un ragionamento piuttosto strano. Perché si sarebbe dovuta usare come simbolo una rosa e non il garofano, che era il fiore della sinistra, era stato l'emblema del Partito socialista in Italia per molti anni e proprio in seno alla propaganda-comunicazione del Psi era riemerso nella vita politica italiana? La scelta del garofano mi pare molto più logica.
In un'ottica italiana probabilmente sì, in chiave europea penso che potesse aver spazio anche la scelta della rosa: questa infatti, come ricorda lo storico Frédéric Cépède, era stata adottata, pur con varianti grafiche, dai partiti socialisti in Belgio (1973), Lussemburgo (1977) e Spagna (1977) e nel 1979 sarebbe diventata l'emblema dell'Internazionale socialista.
Anche il garofano però aveva avuto rilievo almeno europeo, proprio grazie alla rivoluzione portoghese del 1974. Come ti dicevo, non ho mai sentito o letto che Craxi avesse pensato alla rosa nel pugno come prima opzione simbolica per il partito, anche se non posso escludere che sia andata così. 
La presidenza del congresso di Torino del 1978
(foto De Bellis, da Sferapubblica.it)
Torniamo allora al congresso del 1978, anzi, alla preparazione di quel congresso. Ti era stato chiesto di realizzare il fondale col garofano o era stata un'idea tua?
A me dissero che c'era l'idea di inserire il garofano nel simbolo e quindi mi chiesero di realizzare un simbolo per il congresso, con il progetto di trasformarlo poi nel simbolo del partito. 
Ti era stato chiesto di ridurre di molto quegli elementi o lo hai proposto, scelto tu?
Certamente non fu un'idea mia: nel disegnare quel simbolo risposi a una richiesta della direzione del partito, anche se non ricordo esattamente in che termini mi venne formulata. L'idea fondamentale, comunque, era che il Psi avesse come simbolo il garofano e, se guardi l'emblema creato per il congresso di Torino, l'immagine del partito coincide proprio con il garofano; gli elementi grafici del passato ci sono ancora, ma sono quasi sullo sfondo e si prepara, in qualche modo, la loro scomparsa dal simbolo. 
Tu condividevi l'idea di minimizzare i vecchi segni del partito, fino a farli sparire?
Ti rispondo così. Anche se ero riconosciuto come "il grafico del Psi", non sono mai stato art director interno al partito, in via del Corso: il mio studio è stato sempre questo e il Psi, assieme ad altri soggetti come la Uil, è stato un mio importante cliente. Riconoscevo però nel Partito socialista il suo essere una forza di sinistra non massimalista e questa cosa la condividevo: a dispetto delle mie origini assai più a sinistra, capivo però che il massimalismo del Pci in Italia era insostenibile e un Psi più aperto ad altre istanze dava l'idea di qualcosa che stava cambiando. Negli anni seguenti, quando Craxi avrebbe tentato di proporre una diversa idea del partito, si sarebbero create le condizioni perché il garofano soppiantasse del tutto i simboli condivisi con i comunisti.
Prima pagina dell'Avanti!, 15 febbraio 1979
Prima hai parlato di un processo lungo e complesso per "aggiustare" il simbolo dopo il congresso. In effetti il nuovo simbolo disegnato da te fu presentato da Bettino Craxi e dal responsabile dell'ufficio Propaganda, Francesco Tempestini, solo il 14 febbraio 1979: loro, come si legge sull'Avanti!, sottolinearono come il nuovo simbolo avesse recuperato le radici del socialismo in Italia, prima che falce, martello, libro e sole fossero codificati nel 1919. In quell'anno, infatti, la riforma elettorale proporzionale con scrutinio di lista aveva imposto l'uso di un contrassegno per le schede, che peraltro poteva essere diverso nei vari territori; in quell'occasione, il Partito socialista aveva scelto di presentarsi con lo stesso emblema in tutti i collegi per apparire coeso e ben riconoscibile. 
Durante la transizione, come come ti dicevo prima, avevamo scelto di far convivere sui manifesti il simbolo in bianco e nero e il garofano del congresso. Forse qualcuno esterno al partito sarà rimasto disorientato da quella scelta, ma si trattava di una strategia comunicativa piuttosto logica di preparazione alla nuova immagine del Psi e credo che all'interno del partito il senso dell'operazione sia stato colto bene.

Se il congresso era finito all'inizio di aprile del 1978 e l'emblema definitivo è stato divulgato alla metà di febbraio del 1979, occorre mettere da parte la tentazione di pensare che l'aggiustamento dell'emblema congressuale sia durato una decina di mesi: è vero che Vitale ha parlato di un lavoro lungo e complesso, ma sarebbe decisamente troppo immaginarlo così lungo
Sfogliando l'archivio del Corriere della Sera, si trova sul numero del 7 settembre 1978 che la direzione nazionale svoltasi il giorno prima aveva deciso di "affiancare ufficialmente il garofano alla falce, martello e libro nel simbolo tradizionale" del partito; l'Avanti! dello stesso giorno precisa meglio che "la Direzione, nell'ambito del progetto di riforma dello statuto, ha deciso di proporre al prossimo Comitato Centrale la modifica della normativa relativa al simbolo del Partito nel senso di aggiungere alla falce, martello e libro la figura del garofano rosso". Il lasso di tempo da considerare, dunque, finisce almeno per dimezzarsi ed è altrettanto probabile che non siano stati impiegati tutti quei cinque mesi per rimettere mano al simbolo. Per soppesare ed equilibrare i vari elementi, però, certamente ci volle più di qualche settimana.


Proviamo a scomporre il nuovo emblema del 1979 disegnato da te, mettendolo a confronto con quello precedente, disegnato da Sergio Ruffolo e adottato nel 1971. Il simbolo conteneva il nome, a differenza di molti altri partiti contemporanei (il Pri e i radicali lo facevano: Pdup, Pci, Pli e Msi si accontentavano della sigla; Dc e Psdi nemmeno quella). anche se era stato ridotto a "Partito socialista", senza più l'aggettivo "italiano".
Quella fu una richiesta della direzione del Psi: "Lo chiamiamo Partito socialista", mi dissero. Mi parve allora che quella scelta fosse frutto della decisione di configurarsi come proiezione italiana di un più grande Partito socialista, di dimensione europea e internazionale.
In effetti, mentre lavoravi al simbolo, l'unico appuntamento elettorale certo era costituito dalle europee del 10 e 11 giugno 1979, che finirono per tenersi una settimana dopo il voto politico anticipato, per le tensioni Dc-Pci che misero in crisi il governo di unità nazionale guidato da Giulio Andreotti. Poi ci sono falce, martello, libro e sole: sono stati semplicemente ridotti rispetto al passato?
La forma di quegli elementi è esattamente la stessa che si può vedere nel simbolo di Ruffolo, dal quale sostanzialmente ripresi tale quale la parte inferiore: anche la sigla del partito, leggermente ridotta e adattata alla forma della corona circolare, viene dal simbolo precedente. 
Studi preparatori (Centro Studi
e Archivio della Comunicazione,
Università degli Studi di Parma)
Cambiano casomai le proporzioni: il manico del martello, in particolare, era stato accorciato e questo aveva permesso di rimpicciolire anche il contorno del sole, che a quel punto spuntava da dietro il libro, fin quasi a congiungersi con la curva esterna della falce. In questo modo, sembrava che i due archi formassero un tutt'uno e che, allo stesso tempo, il garofano entrasse nella falce e martello, legandosi a quei segni. Anche la corona circolare rossa, a ben guardare, sostituisce lo spazio bianco del simbolo precedente che contiene la scritta "Partito socialista italiano".
Arrivando all'elemento principale del simbolo creato da te, il garofano era stato reinterpretato rispetto alla forma del fiore pensato per il congresso del 1978: la corolla enorme e con una "gobba" a destra diventava più regolare; il calice, il gambo e le foglie apparivano più solidi e "compatti", mentre prima sembravano realizzati a stencil. Lo avevi ridisegnato per qualche motivo particolare?
Curai quell'operazione perché, se ben ricordo, riflettei che si stava preparando un simbolo di partito che, di fatto, era un marchio: c'era bisogno quindi di un disegno più regolare e meno illustrativo. Un conto è un'illustrazione per un congresso e un conto è un marchio politico, che ha altri scopi e segue codici diversi.
Ecco, tu hai parlato ora di "marchio": quando hai disegnato il simbolo del Psi, lo hai pensato come simbolo o come marchio? 
La copertina del codice
Io la vedo così: per me il simbolo è il garofano, la falce e martello, il libro e il sole. Nel momento in cui lo si va a disegnare fisicamente, si sta disegnando un marchio. Occorre dunque tener presente tutto ciò che significa disegnare un marchio e il modo in cui questo dovrà essere usato: ecco perché io, che ero già un grafico prima di accostarmi alla grafica politica e mi ero occupato dell'immagine di aziende, mi sono occupato del simbolo del Psi come se avessi dovuto disegnare un marchio. 
Quello che dici si può esprimere con le categorie della semiotica: il simbolo è il significato, il marchio è il significante. E, come ogni marchio, le regole vanno rispettate sia quando lo si concepisce, sia quando lo si usa. Ed ecco perché hai creato il Codice di applicazione di base.
Esattamente e, come ti dicevo, proposi alla direzione il codice per mettere in condizione di utilizzare correttamente il marchio tutti coloro che avevano interesse a usarlo, in qualunque luogo e in qualunque condizione. Era fondamentale evitare di lanciare messaggi diversi a seconda del territorio; ancor più importante era evitare di commettere errori grafici, "maltrattando" il segno, magari alterando i colori: io avevo quest'esperienza per il mio lavoro con le aziende e l'ho portata in questo nuovo contesto, trovando l'approvazione della direzione.
Alcune pagine del codice
Con quali indicazioni hai evitato gli errori di cui parlavi?
Nel codice avevo riportato le tonalità di colore esatte da riprodurre. Avevo precisato che, se ci fosse stata la possibilità di utilizzare solo due colori, il simbolo avrebbe dovuto essere riprodotto tutto in rosso; con il bianco e nero tutti gli elementi avrebbero dovuto essere neri o, al più, si poteva mettere il gambo in grigio, che poi altro non era che il retino del nero. Nel codice erano riportati anche esempi di targhe, adesivi, bandiere, carte intestate, manifesti e volantini, anche l'indicazione del carattere Helvetica per comporre i testi. Il codice era stato inviato a tutte le sezioni, perché tutti avessero gli strumenti per una comunicazione chiara, omogenea e quindi più efficace.
Una curiosità, visto che prima parlavi di colori: questo simbolo l'hai concepito a colori con la possibilità di adattarlo al bianco e nero, oppure è avvenuto il contrario? In fondo il bianco e nero caratterizzava ancora buona parte della propaganda di base e le stesse schede elettorali erano ancora così.
Il simbolo l'ho concepito certamente a colori; proprio perché sapevo che in varie circostanze sarebbe stato necessario un impiego in bianco e nero, però, nel codice avevo indicato fin dall'inizio come riprodurlo correttamente avendo a disposizione solo il nero o, comunque, solo un colore.

La "modernità" delle scelte di Vitale, anche solo nell'immaginare l'uso che di un emblema avrebbero potuto fare tante persone diverse, in luoghi distanti e con sensibilità differenti, porta inevitabilmente a domandarsi quanto gli interlocutori del grafico avessero compreso di quella modernità e quanto l'avessero semplicemente accettata per la validità delle soluzioni proposte. Se la professionalità del graphic designer è fondamentale, sul risultato non può non influire anche l'atteggiamento del committente e la sua capacità di comprendere ciò che gli viene presentato.  

Con chi ti rapportavi all'interno del Partito socialista italiano?
Quando ho iniziato a collaborare col Psi, con quei due manifesti di cui ti ho parlato, il responsabile dell'ufficio propaganda era Fabrizio Cicchitto, che allora era lombardiano, della sinistra del Psi; nel corso degli anni sono poi arrivati Mauro Seppia, Francesco Tempestini, Claudio Martelli e, per ultimo, Angelo Molaioli.
Hai mai incontrato Bettino Craxi tu?
No, mai. So che in più di un'occasione lui aveva detto "Fatemi conoscere questo Vitale", ma non è mai accaduto. Andare da lui presupponeva che qualcuno ti ci portasse, ma non si sono mai create le condizioni perché questo avvenisse e mi spiace moltissimo, poi ad Hammamet non c'è più stata l'occasione. Anche se non ci siamo mai incontrati, però, io avevo ovviamente piena contezza del suo ruolo e, a sua volta, Craxi sapeva quello che facevo e come lo facevo. Ricordo bene un episodio, che risale a una fase in cui Craxi era al governo e il partito era di fatto guidato da Claudio Martelli. 
Cos'era accaduto?
Per una serie di vicissitudini era diventato lui il mio interlocutore e avevamo fatto varie cose insieme. A un certo punto Martelli aveva chiesto di preparare una tessera del partito in cui fossero state presenti figure di giovani che avrebbero dovuto occuparsi dei bambini o comunque della famiglia, probabilmente con un'attenzione al futuro della società. Martelli pensava a una realizzazione con un tipo di illustrazione che però non era proprio nelle mie corde: glielo feci presente e comunque realizzai alcuni studi e qualche prova, ma evidentemente a lui quello che avevo fatto non piaceva, probabilmente voleva qualcosa di diverso dal mio rigore formale. A quel punto Martelli scelse in autonomia, senza comunicarmelo, di incaricare uno studio milanese per realizzare la campagna di iscrizione; tessere e manifesti vennero stampati. Quando ci furono le prime affissioni, pare che Bobo Craxi le abbia viste e si sia domandato: "Strano manifesto, ma che è successo a Vitale?", per poi telefonare a suo padre e informarlo di ciò che era accaduto. Morale: quei manifesti sparirono dalla circolazione, la tessera che era stata realizzata non vide mai la luce e io preparai normalmente la tessera di quell'anno.
Un bel riconoscimento, in tutti i sensi.
Sì, soprattutto per un professionista non "organico" quale ero: evidentemente la linea comunicativa che avevo tracciato e portato avanti per tanti anni era stata riconosciuta come adeguata da tutto il partito e da chi lo guidava.
Al di là del simbolo del Psi di cui abbiamo parlato, tu hai curato l'immagine della propaganda politica del partito per vent'anni. In questo lungo cammino, c'è qualche manifesto che - al di là dei primi due, di cui abbiamo già detto - ti è rimasto particolarmente impresso e merita di essere raccontato?
Del lungo lavoro che ho fatto per il Psi è stato detto e scritto che ha dato una svolta importante alla grafica politica italiana, un titolo che condivido con Michele Spera per il suo grande lavoro d'immagine fatto per il Partito repubblicano italiano: ognuno di noi lo ha fatto, con proprie logiche e diversi vissuti. Michele è stato più lineare e geometrico, per un partito sostanzialmente d'élite; il mio compito è stato più difficile, perché dovevo cercare di imprimere novità alla comunicazione di una storia così lunga, importante e assimilata da iscritti, militanti e semplici simpatizzanti come quella del socialismo italiano.
Quando ho iniziato la collaborazione con il Psi, fin dai primi due manifesti, ho portato avanti la mia idea di progettazione segnica. In questo solco, ho cercato sempre di essere innovativo e non omologato. Penso per esempio al manifesto dedicato a Giacomo Matteotti, nel pieno della stagione del terrorismo nero: con i tratti del suo viso drammatizzati da un contrasto molto marcato, abbinati solo a una linea rossa e al testo "10 giugno 1924. I fascisti hanno ucciso Giacomo Matteotti. Oggi uccidono ancora". La linea rossa è spezzata, ma riprende il suo percorso: una chiara allusione a una vita spezzata, ma a un'idea che continua.
In pratica, in quel manifesto, avevi espresso la consapevolezza che quell'assassinio non aveva fermato le idee di Matteotti e, insieme, un avvertimento, un invito ai militanti e ai simpatizzanti a tenere gli occhi aperti.
In tema di grafica politica vorrei evidenziare anche il mio lavoro per il coordinamento d'immagine del sindacato Uil. Quando alla fine degli anni Settanta Giorgio Benvenuto mi chiamò per una collaborazione, la Uil non aveva una immagine ben definita: un primo passo è stato quello di intervenire con immagini geometriche, volumetriche per comunicare il concetto di aggregazione e costruzione di una nuova identità visiva. Il passaggio da questa prima fase ad una svolta significativa è avvenuto con il congresso di Firenze del 1985: quell'immagine era molto evocativa ed ebbe un grande successo. 
Ricordi qualche episodio significativo di quell'esperienza con il sindacato?
A proposito dei rischi che si corrono quando si tenta la via dell'innovazione, ricordo che per un successivo congresso Uil, quello che si celebrò nel 1993, rischiai davvero tantissimo. L'evento si teneva al Palazzo dei congressi di Roma e venne approvato il mio progetto di allestimento, in base al quale le pareti laterali avrebbero dovuto essere coperte da grandi immagini del mondo del sindacato. Il problema era come tradurlo in pratica: in Italia non trovai soluzioni valide per la stampa dei teli di quelle dimensioni, la stampa digitale non aveva allora la qualità di oggi. Sapevo che a New York c'era una ditta in grado di fare stampe eccezionali partendo da un fotocolor già montato:  presi i  contatti attraverso una società di Roma, preparai le diapositive e le inviai. Ricevemmo i rotoli delle stampe digitali mentre stavamo allestendo la sala del Congresso: tolte le legature, apparvero immagini di altissima qualità che placarono la mia ansia.

Allestimento del congresso Uil, 1993
Il riferimento ai lavori fatti per la Uil, quindi con una diversa fattispecie di comunicazione politica, spinge naturalmente a una panoramica sul lavoro di grafico di Vitale: quello che lui si è proposto di analizzare con il suo libro in uscita, frutto di un lungo lavoro su una mole di materiale amplissima ed eterogenea (nelle forme, ma non nell'atteggiamento che si coglie). Non si presenta come una monografia e non è un catalogo: è una lunga lezione per i giovani, una guida a un mestiere, ai suoi percorsi e al modo di seguirli, con tanti esempi concreti da guardare e meditare.

Il libro Ettore Vitale, segno, memoria, futuro, vero e proprio racconto di un'attività e di una professione. Cosa ti ha spinto a questo impegno realmente corposo?
Nel corso degli anni sono uscite alcune pubblicazioni sulla mia attività. Tra queste, Ettore Vitale visual designer (Electa, 2001), curata da Arturo Carlo Quintavalle, fondatore del Centro Studi e Archivio della Comunicazione presso l'Università degli Studi di Parma. Lui, molti anni prima, volle incontrarmi con l'intenzione di raccogliere parte del mio materiale: gli studi di base, lavori preparatori, storyboard delle sigle, lavori stampati e altro per alimentare quell'archivio ormai ricchissimo di arte, fotografie, disegni di architettura, design, moda e grafica. In effetti inizialmente ero un po' geloso di ciò che avevo e che rappresentava la mia storia, pensavo di non dargli nulla; alla fine però ho donato molto materiale al Csac, tuttora consultabile dagli studiosi, e a partire da quei materiali è stata prodotta poi quella monografia.  
Un altro importante libro, Il Segno, pubblicato dalle edizioni Progresso Grafico nel 2006, con una lunga conversazione con Giovanni Anceschi, è una mia ricerca sul valore, appunto, del segno: verificare se i segni da me progettati nel tempo potessero avere una propria autonomia compiendo il gesto di toglierli dal loro contesto. 
Quest'ultimo libro - Segno memoria futuro - nasce invece dalla mia esigenza di trasmettere ai giovani studenti e ai grafici il valore del segno e il valore e l’esigenza dell’innovazione. Le tante pagine del libro si sviluppano come una lunga lezione illustrata e in effetti nascono anche dall'esperienza del corso di grafica che anni fa ho tenuto alla Facoltà di Architettura dell'Università di Roma "La Sapienza", come pure da vari interventi che mi sono stati richiesti sempre in sede universitaria. Perché è necessario far conoscere ai giovani che dovranno intraprendere questo esaltante mestiere, l’esaltante emozione della grafica. 

Nel libro, dopo gli interventi iniziali di Marco Tortoioli (presidente di Aiap - Associazione italiana design della comunicazione visiva), Luciano Galimberti (presidente Adi), Stephen Heller (art director statunitense), Mario Piazza (grafico e professore di Progetto della comunicazione visiva al Politecnico di Milano) e Carlo Martino (docente di Disegno industriale all'Università di Roma "La Sapienza"), Ettore Vitale racconta la sua visione dell'attività di graphic designer: analizza il rapporto tra segno e società, l'avvento del computer nel progetto grafico, l'ampiezza dell'ambito grafico, il legame tra progetto e innovazione, fino alla crescente (e avvilente) "eclissi del segno", nel senso che negli ultimi anni la grafica pare essersi dimenticata del segno, il suo elemento fondante e "parlante". 
Due pagine di Ettore Vitale. Segno memoria futuro
La maggior parte del libro, ovviamente, è occupata dai frutti dell'attività di Vitale, per vedere messe in pratica le sue riflessioni sul segno e sul progetto: così scorrono pagina dopo pagina la campagna di Autovox con l'occhio 3D a colori nella tv in bianco e nero ("riuscii a far passare la mia idea mentre tutt'intorno si vedevano immagini con gli schermi televisivi pieni di fiori..."), gli allestimenti rivoluzionari per gli arredi di Arflex, i manifesti più "segnici" concepiti per il Psi e per la Uil, ma anche il materiale curato per le formazioni di sinistra, le sigle per la Rai (basate soprattutto sulle illustrazioni a scorrimento o in dissolvenza, in un tempo in cui la prima computer graphic dominava) e molto altro.   

Quando gli chiedo di darmi la sua definizione personale di "segno" - concetto che torna di continuo nei suoi discorsi e nel libro, Vitale mi risponde così: "Se ho un incarico professionale da un committente, che mi chiede di realizzare un progetto, ho due strade: posso fare qualcosa che sia nell'aria, così che il cliente la riconosca, dica che va bene e il progetto "passa", a prezzo però di appiattirsi orizzontalmente sull'esistente; oppure, in alternativa, posso cercare di proporre qualcosa che deriva dalle esigenze del cliente, ma che si inserisca in un concetto più ampio, nel progetto globale". 
Nel libro, Vitale usa un'immagine eloquente: "Quando progettiamo abbiamo due punti di riferimento: il committente e il progetto globale. Noi siamo il terzo elemento di un triangolo che ha al suo vertice alto il progetto, alla base ci siamo noi da una parte e il committente dall'altra. Quando progettiamo, non dobbiamo guardare negli occhi il committente, ma in alto verso il 'dio' progetto: è con lui che dobbiamo dialogare". Un'immagine che spiega come occorra prendersi il tempo per guardare in alto, senza distogliere gli occhi dal cliente: se questo non si può fare o non si riesce a fare, è facile che l'esito non sia soddisfacente.

Dopo l'esperienza del Psi, Vitale non ha più lavorato per alcun partito e non ha avuto nessun ruolo nemmeno nella riproposizione del garofano del 1978 all'interno del simbolo del Nuovo Psi di Gianni De Michelis, Bobo Craxi e, per breve tempo, Claudio Martelli: "Mi ero accorto di quell'uso; nessuno allora m'interpellò sull'opportunità di riutilizzare quel segno creato per il congresso di Torino. Alla fine però non reagii: tanto non val la pena dire nulla, men che meno fare causa...".
Per chiudere la nostra lunga conversazione, viene naturale domandare cosa tenga lontano Ettore Vitale da quel mondo che ha frequentato con grande successo per vent'anni: cosa manca all'immagine politica di oggi, al punto tale da non farlo più sentire a proprio agio? Per lui la risposta è facile, persino ovvia: "Quando ho iniziato a lavorare nei primi anni Settanta, esistevano i partiti e ti riconoscevi in quelli: anche nel loro leader, ovviamente, ma assai più nei partiti, per cui nella propaganda e nella comunicazione politica era il partito a parlare. Strada facendo, anche con l'avvento di Craxi ma soprattutto di chi è venuto dopo, il partito ha iniziato a scomparire e sono emersi in maniera preponderante i leader. Ci sono le loro foto, le loro parole e i partiti, quando va bene, sono sullo sfondo e quasi mai si racconta cosa vogliano; quando va male, non ci si ricorda nemmeno il nome della singola forza politica. Non c'è nemmeno spazio per il segno nella comunicazione, che è ancora peggio dell'eclissi: non può esserci segno se non c'è un partito che possa comunicare". 
Il problema, come si vede, non si riduce affatto alla grafica o alle sue regole: c'è una mancanza di fondo più grave. Basta sfogliare le pagine della carriera di Vitale - come di ogni grafico che abbia lavorato nei o per i partiti di rilievo fino all'inizio degli anni Novanta - per notare la differenza tra ieri e oggi. Una differenza di contenuto, di segno e di senso abissale, che l'armamentario tecnologico assai più fornito del presente non è in grado da sé di colmare. 

Grazie di cuore a Ettore Vitale per la fiducia, il tempo e il materiale messo a disposizione. Grazie anche al Centro Studi e Archivio della Comunicazione dell'Università degli Studi di Parma, in particolare a Paola Pagliari e a Marco Pipitone, per la ricerca e la gentile messa a disposizione delle immagini conservate presso CSAC.