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lunedì 9 settembre 2019

Gabbiano e rosa bianca: l'unione mai celebrata tra Di Pietro e Tabacci

Generalmente è importante la storia, quella che si fa con i fatti avvenuti e documentati. Ma gli stessi documenti possono dare conto di evoluzioni che erano state immaginate e progettate - dunque in qualche modo avevano prodotto fatti - ma poi non si sono sviluppate perché le vicende hanno preso pieghe diverse: il futuro mai nato o, se si preferisce, concepito ma mai cresciuto. Così può capitare che, mettendo ordine tra le carte accumulatesi nel tempo, a qualcuno spunti un simbolo con un gabbiano dai colori dell'arcobaleno e una rosa bianca: sulle schede non ci è mai finito, ma avendolo davanti agli occhi la macchina dei ricordi si mette inevitabilmente in moto.
Non ci sono date su quell'emblema, ma evidentemente dev'essere stato creato tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 2008. Il 24 gennaio il Senato aveva negato la fiducia al governo Prodi-bis e c'era stata subito aria di elezioni: il 30 gennaio il presidente della Repubblica Giorgio Napolitano aveva voluto comunque verificare la possibilità di cambiare almeno la legge elettorale prima del voto (visto che in tanti si erano lamentati delle incertezze che avevano segnato la prima applicazione), affidando un mandato esplorativo al presidente del Senato Franco Marini, ma davvero in pochi credevano che il ritorno alle urne sarebbe stato spostato più in là. Meglio prepararsi per tempo, come aveva fatto Walter Veltroni con la costituente del Pd il 27 ottobre 2007, seguito un mesetto dopo dal "discorso del predellino" di Silvio Berlusconi, anticipatore della nascita del Popolo della libertà come confluenza di Forza Italia e Alleanza nazionale. Caduto il governo Prodi e destinato al fallimento il tentativo di Marini, già a fine gennaio bisognava concretizzare qualcosa, almeno per l'ipotesi di tornare al voto con il Porcellum.
In quei giorni l'inquietudine era molta. Proprio il 30 gennaio, in coincidenza con il mandato a Marini, avevano abbandonato l'Udc Mario Baccini e Bruno Tabacci, ritenendo sbagliata la scelta di non partecipare a un eventuale governo riformatore ove non avessero partecipato anche i partiti del centrodestra: per alcuni era la prosecuzione della polemica che andava avanti da qualche settimana, legata alla scelta del leader di fatto dell'Udc di non allontanarsi troppo da Berlusconi, benché il partito avesse già scelto al congresso dell'aprile 2007 l'indipendenza dalla Casa delle libertà. Ci voleva una nuova sigla, che fosse chiaramente cristiana ma non guardasse troppo a destra nel nome: si pensò a "la Rosa Bianca", che faceva un po' "bianco fiore, simbol d'amore", un po' il ricordo di varie esperienze cristiane straniere e italiane; il nome, in ogni caso, era già stato impiegato da Tabacci a livello locale. 
Da soli, però, Tabacci e Baccini - ai quali nel frattempo si era aggiunto Savino Pezzotta, dopo il suo mandato di segretario della Cisl - non sarebbero andati lontani: per il Porcellum, infatti, una lista da sola alla Camera (dove era più facile eleggere qualcuno) doveva ottenere il 4% su scala nazionale; in coalizione con altre forze la soglia si abbassava al 2% e c'era spazio anche per la lista "miglior perdente" sotto il 2% (ma la coalizione doveva arrivare comunque almeno al 10%, altrimenti l'asticella si rialzava al 4% per ogni lista). Una fatica improba in ogni caso. Il caso volle che in quei giorni per questioni di legge elettorale fossero molto inquieti anche dalle parti dell'Italia dei valori. Veltroni, infatti, aveva appena ribadito che il Pd alle elezioni si sarebbe presentato da solo, senza apparentamenti: un po' per fare il contrario dell'Unione del 2006 che aveva vinto sul filo di lana unendo una dozzina di sigle ma si era sbriciolata, un po' perché comunque il partito che aveva in mente Veltroni era quello "a vocazione maggioritaria" e quindi avrebbe dovuto proporre da solo il programma di governo. Antonio Di Pietro e l'Idv, dunque, avrebbero dovuto prepararsi a una corsa solitaria: il 2,3% ottenuto alle elezioni del 2006 non faceva sperare molto bene nell'esito di una candidatura fuori dai poli.
In quelle condizioni, dei contatti tra Tabacci e Di Pietro ci furono, verosimilmente nei primissimi giorni di febbraio, anche se probabilmente i due si erano visti anche prima. Infatti, nella conferenza stampa di presentazione della Rosa Bianca (che si può ascoltare grazie all'archivio di Radio Radicale), Tabacci fece riferimento a "un'operazione vista nei mesi scorsi", di cui aveva parlato con i vari interlocutori in campo, compreso Di Pietro, con il quale c'erano state "intese, talvolta anche qualche dibattito televisivo simpatico". Tabacci sottolineò di aver pensato non a una confluenza nell'Idv, ma a "una cosa nuova che si collocava al centro, in piena autonomia e in forte contrasto con lo schema attuale" e che poteva avere la possibilità di superare il 4% alla Camera per tentare di scardinare il bipolarismo. Un minimo di consistenza quei contatti dovevano averla avuta, visto che si era arrivati a concepire un simbolo composito, basato su quello dell'Idv del 2006: al posto del nome evidentissimo di Di Pietro - che spariva per la prima volta dal 1998 - c'era un bocciolo di rosa bianca, con il peduncolo che si confondeva con la seconda "I" di "Italia". Lo scartabellio tra i vecchi documenti ha consegnato addirittura due versioni del contrassegno: una con la rosa piccola e un'altra con il fiore più grande (ma con la corolla trasparente, che lasciava intravedere sotto la sagoma colorata del gabbiano). 
Come sarebbero andare le cose è ormai ben noto. Benché Veltroni avesse invitato Silvio Berlusconi e il nascente Popolo della libertà a fare come il Pd e a correre da solo, il fondatore di Forza Italia non pensò mai di non apparentarsi alla Lega Nord o di chiedere a Bossi di rinunciare al simbolo di Alberto da Giussano e di entrare nel cartello del Pdl: i leghisti non avrebbero mai accettato e sarebbe stato folle rischiare di perdere i loro consensi (o di non intercettarli tutti, nell'inverosimile ipotesi di rinuncia al simbolo). A quel punto, visto il centrodestra correva "a due punte", Veltroni non volle essere da meno e pensò di scegliersi un solo partner per il Pd.
L'interlocutore ideale era proprio l'Italia dei valori, che in quel periodo sembrava la forza più consistente dell'area (con grande scorno dei Radicali italiani, che chiesero invano un accordo simile, salvo poi accontentarsi di una delegazione radicale candidata nelle liste del Pd). In una prima fase si ipotizzò addirittura di inserire il riferimento del sostegno a Veltroni, spostando o rimpicciolendo un po' il gabbiano per farcelo stare, posto che il nome più evidente nel simbolo sarebbe stato quello di Di Pietro. Alla fine, invece, l'Idv mantenne semplicemente il simbolo del 2006, senza aggiunte o modifiche (del resto, anche nel centrodestra il nome di Berlusconi campeggiò solo nel simbolo del Pdl, mentre in quello della Lega c'era il riferimento a Bossi); in compenso, anche senza il cognome di Veltroni sul simbolo nelle liste dell'Idv finì Jean Leonard Touadi, già assessore di Veltroni al comune di Roma.
E la Rosa bianca? Dopo la presentazione del simbolo ufficiale il 12 febbraio (stavolta col fiore stilizzato su fondo blu) e dopo le pronunce del tribunale di Roma che obbligarono a usare un nome diverso per il sito (visto che esisteva da anni un'associazione denominata La Rosa Bianca in ambito cattolico e giornalistico), proseguì il cammino come "Movimento civico federativo popolare", noto come "Rosa per l'Italia" e alla fine di febbraio stipulò un accordo con l'Udc - sì, proprio il partito da cui Pezzotta e Tabacci si erano allontanati, motivo per cui il progetto perse i sostenitori di Italia popolare (Gerardo Bianco e Alberto Monticone) che nel frattempo avevano mostrato interesse - per una lista comune. Lista che alla Camera ottenne il 5,62%, unica forza fuori dai poli a entrare a Montecitorio (con l'elezione di Tabacci, Baccini e Pezzotta). L'Idv, per parte sua, arrivò al 4,37%, che in coalizione col Pd era più che sufficiente per eleggere deputati; ma chissà come sarebbe andata, con il gabbiano in volo sulla rosa...

sabato 1 ottobre 2016

Di Pietro - Occhetto, un simbolo che non ha pace

Certi simboli sembrano nascere con grandi progetti - e di solito è così, altrimenti non verrebbero nemmeno creati - ma in un secondo tempo possono trasformarsi in ricordi amari e, per giunta, diventare forieri di problemi e liti giudiziarie anche a distanza di molti, molti anni. Si prenda, per esempio, il simbolo dell'Italia dei valori, ma non quello attuale o di un anno qualunque della sua attività: quello con cui il partito scelse di correre alle elezioni europee del 2004. Spiccava nell'emblema, subito sotto al cognome del fondatore Antonio Di Pietro, quello di Achille Occhetto, colui che dieci anni prima aveva perso le politiche contro Silvio Berlusconi, dopo aver calato il sipario sul maggior partito comunista d'Europa.
Quella storia, in realtà, era iniziata maluccio: dopo vari tira e molla, la joint venture tra l'ex magistrato e l'ex segretario comunista era partita - col proporzionale senza sbarramento, l'impresa non era impossibile - ma col piede sbagliato. Nel simbolo dell'Idv, infatti, venne inserita la scritta "per il nuovo Ulivo": Occhetto aveva costituito poco prima i Riformatori per l'Ulivo, non voleva andare troppo lontano dal "triciclo" di centrosinistra (Ds, Margherita e Sdi, ma c'erano pure i Repubblicani europei) e riteneva comunque che il segno dell'Ulivo non potesse essere un'esclusiva di quella parte. Quelle forze, però, avevano costituito il cartello Uniti nell'Ulivo e non gradivano che qualcun altro usasse il riferimento alla coalizione del 1996 (in quell'anno, del resto, ne avrebbero fatto le spese anche i Verdi, che si sarebbero visti accettare dal Viminale il loro simbolo solo dopo aver tolto l'espressione "con l'Ulivo"). 
Di Pietro e Occhetto, così, si erano visti recapitare una letterina di diffida da Andrea Zoppini, legale dell'Ulivo, che lamentava come nome e simbolo della creatura prodiana fossero stati utilizzati "illegittimamente e senza alcuna autorizzazione": la lista Di Pietro - Occhetto non era parte della coalizione e mancava il consenso degli aventi diritto. Rispose piccata la strana coppia (trovarono "inconcepibile" che, nel mezzo della "politica guerrafondaia del centrodestra" in Iraq, i partiti del centrosinistra perdessero tempo ed energie "tramite avvocato e con minacce di azioni legali" in "tante inutili polemiche e distinzioni di lana caprina") e replicò ancora più piccato il gruppo di Uniti nell'Ulivo, infastidito perché quella lettera doveva restare privata e quella polemica sembrava fatta apposta per fare danni. 
Alle elezioni comunque ci si era arrivati e, almeno all'inizio, la strada era parsa in discesa. I primi exit poll erano stati molto favorevoli, al punto da far gongolare Occhetto: "se il dato che ci riguarda venisse confermato saremmo la seconda lista dell'Ulivo e potremmo liberare Prodi dalla gabbia in cui si è messo per dar vita tutti insieme al vero, grande Ulivo". Alla fine, però, arrivò solo il 2,14%, non malissimo, ma meno di Rifondazione comunista, Verdi e Comunisti italiani: abbastanza, comunque, per eleggere a Strasburgo Antonio Di Pietro e - al posto di Occhetto, che aveva rinunciato - il giornalista Giulietto Chiesa.
Qualcosa di buono c'era, eppure quella vicenda ha strascichi sgradevoli ancora oggi. Giusto quattro giorni fa Repubblica.it dava notizia di un decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Roma su istanza proprio di Giulietto Chiesa: lì si chiederebbe ad Antonio Di Pietro di pagare 2 milioni e 694mila euro - se si è ben capito - all'associazione "Cantiere per il bene comune", fondata nel 2005 - tra gli altri - da Occhetto e Chiesa. Quel soggetto, a detta della difesa di Chiesa, sarebbe il "successore" giuridico dei "Riformatori per l'Ulivo", il gruppo costituito all'inizio del 2004 da Occhetto, Chiesa e altri e che, alleandosi con l’Idv, avrebbe permesso la presentazione delle liste della "Società civile" alle europee del 2004.
Proprio in ragione di quell'alleanza (e dell'elezione di uno dei due europarlamentari), già all'epoca sarebbe stata chiesta la metà dei rimborsi elettorali spettanti alla lista Di Pietro - Occhetto, soldi che l'ex pubblico ministero non ha mai ritenuto di dover versare, sostenendo tra l'altro che le spese della campagna elettorale fossero state sostenute interamente dall'Idv. Il decreto ingiuntivo di cui si diceva - cui certamente Di Pietro farà opposizione entro i 40 giorni di rito - è solo l'atto più recente (e non certo l'ultimo) di una vicenda lunga oltre un decennio: basta fare qualche ricerca in rete per scoprire che episodi simili si sono ripetuti più volte (soprattutto a partire dal 2010, ma anche prima), hanno interessato pure la magistratura penale e hanno visto chiamare in causa persino l'amministrazione della Camera dei Deputati. 
Già, perché Francesco Paola, avvocato di Chiesa, si è lamentato, tra l'altro, del fatto che i rimborsi elettorali spettanti al partito Italia dei Valori sarebbero stati in realtà incassati - a suo dire - da un'associazione omonima, ma distinta, di cui sarebbero stati soci Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e Silvana Mura come tesoriera: un'associazione che, sempre secondo la ricostruzione di Chiesa e Paola, non avrebbe avuto alcun titolo per ricevere quel denaro, che avrebbe invece permesso al gruppo di Chiesa di proseguire la propria attività politica con più risorse.
Per parte sua, in una notaDi Pietro ha categoricamente smentito tutte le pretese di Chiesa, così come in passato (soprattutto nel 2010 e nel 2014) aveva nettamente smentito che esistesse un'associazione "parallela" al partito Italia dei Valori. In più, oggi come allora, l'ex magistrato ha mostrato due documenti relativi alle elezioni europee del 2004: si tratta dei moduli firmati da Chiesa e Occhetto - con tanto di autenticazione notarile - all'atto dell'accettazione della candidatura, con cui costoro riconoscevano, tra l'altro, che "compete[va] all'Italia dei Valori il diritto a richiedere e usufruire dei rimborsi" elettorali. Come a dire che Di Pietro al gruppo di Occhetto e Chiesa non doveva proprio nulla.
Appare chiaro, già solo da qui, che la vicenda è tutt'altro che chiusa: tempo qualche mese e forse una sentenza arriverà. Nel frattempo, volendo trarre un insegnamento da questi fatti, l'occasione invita a guardare con la massima attenzione, una volta di più, alla regolazione dei partiti e delle loro vicende "interne". E' vero che, in prospettiva, non ci si porrà più il tema dei "rimborsi" elettorali, ma resterà quello della selezione dei candidati e della partecipazione di gruppi esterni alle liste e alla campagna di un partito. Nel 2010 Giulietto Chiesa ammise ad Alessandro Gilioli dell'Espresso che tra le carte firmate davanti al notaio, assieme all'accettazione della candidatura, c'era anche l'attribuzione dei rimborsi all'Idv, ma nessuno aveva letto quel foglio "se non altro per educazione", salvo poi scoprirlo dopo il voto, a cose fatte. In quel documento si riconosceva pure che era "facoltà dell'Italia dei Valori poter utilizzare il simbolo della lista 'Società civile - Di Pietro - Occhetto' anche in relazione ad altre elezioni". La storia, nemmeno a farlo apposta, inizia con una lite su un simbolo e si chiude nel segno di un altro simbolo, in attesa del prossimo scontro in tribunale.

domenica 26 gennaio 2014

Sel, Vendola cancella il suo nome

Vuoi vedere che, a ventidue anni dalla prima apparizione di un cognome all'interno di un simbolo - quello di Marco Pannella sull'emblema della lista nata per candidare gli esponenti radicali - la parabola grafica dei partiti personali è ormai in fase discendente? Sembra di poterlo dire, a guardare la cronaca: dopo che l'Idv ha tolto il nome di Antonio Di Pietro, anche Sel vedrà forse sparire il nome di Nichi Vendola.
La decisione è stata presa dall'assemblea del secondo congresso di Riccione, che si è concluso proprio oggi, ma a chiedere la cancellazione è stato proprio Vendola, il cui nome è stato tirato più volte in ballo in vicende giudiziarie nei mesi scorsi. Nel suo primo intervento ha lamentato di aver visto "rovesciato il senso medesimo della mia vita", di essersi sentito "spellato e lapidato dall'uso strumentale e sensazionalistico di fatti giudiziari". Precisando di aver ricordato questo "solo perché il mio cognome compare nel simbolo del nostro partito. E io spero che vogliate accogliere la mia richiesta di restituzione di quel cognome". 
L'applauso, partito dai delegati presenti, ha solo parzialmente coperto la spiegazione fornita al suo gesto: "Non sono il proprietario del partito, io sono una persona e non ho sempre voglia di sventolare come una bandiera". Niente bandiera, dunque, e nemmeno arredo o accessorio di richiarmo di un contrassegno, per sperare di acchiappare qualche consenso in più.
La scelta di Vendola, in fondo, guarda al passato, per l'esattezza alla fine del 2009, quando i Verdi avevano lasciato il cartello delle elezioni europee Sinistra e libertà (erano rimasti solo gli ecologisti di Loredana De Petris) e poco dopo se n'erano andati anche i socialisti del Psi. In quella fase (mentre tutto il testo del contrassegno era in maiuscolo), il segmento rosso non ospitava nessun nome ed era disomogeneo, quasi fosse riempito a frottage con un pastello. A prescindere dalla grafica, la scommessa di Vendola va oltre lo sguardo all'indietro: togliere il suo nome dal simbolo significa in qualche modo dire che Sel può (e deve) esistere anche senza il governatore pugliese. Cosa su cui pochi giornalisti e analisti sarebbero disposti a scommettere volentieri (e forse anche qualche iscritto).  

sabato 14 settembre 2013

L'Italia dei valori, si cambia nella continuità

L'aveva promesso e, alla fine, l'ha fatto sul serio. Ora il nome di Antonio Di Pietro non è più sul simbolo dell'Italia dei Valori. Lui resta presidente onorario, ma ha in qualche modo liberato un posto. 
Non si è limitato a mettersi in posizione defilata, come alle regionali del 2005, quando il nome c'era ma più in basso (pur mantenendo lo stesso font corposo che lo rendeva piuttosto visibile). Questa volta il cognome non c'è proprio e nessun patronimico lo sostituisce: "Per noi questo è un vantaggio - ha spiegato il fondatore del partito - perché si deve proseguire nel cammino di spersonalizzazione della politica. La nuova Idv deve avere la forza, il coraggio e l’umiltà di non essere più un partito personale. Ora bisogna essere squadra". In primo piano, dunque, c'è solo il nome della forza politica, con un carattere bastone molto pulito, con grande evidenza per le parole Italia e Valori, rigorosamente in maiuscolo grassetto.
"Un cambiamento grafico nella continuità per un partito che cambia logo e segretario senza però discostarsi troppo dal passato": così definisce il nuovo segno gratico Niccolò Bertorelle, studente di Comunicazione Politica e Sociale all'Università Cattolica di Milano (e collaboratore del blog Pane & Politica). Nell'emblema, presentato stamattina alla festa dell'Idv a San Sepolcro da Di Pietro e dal segretario nazionale Ignazio Messina, c'è ancora il gabbiano dei colori dell'arcobaleno, anche se è in posizione più defilata, in alto a destra (lasciando ai maligni tutte le interpretazioni del caso). Sotto all'elemento testuale, poi, spunta per la prima volta un accenno di tricolore, una striscetta leggera e sfumata, quasi una sottolineatura del nome che il contrassegno contiene. "Non è un caso che abbiamo voluto inserirlo nel simbolo - ha spiegato Ignazio Messina -. Per noi è un riferimento alla Costituzione, quella Costituzione che abbiamo sempre strenuamente difeso e che altri vogliono invece stravolgere".
Il tutto è su un fondo azzurrino, leggermente sfumato in modo radiale, con la parte più chiara al centro: a guardarlo meglio, peraltro, si scopre che è un cielo, con nuvole quasi impercettibili. Eppure, la prima resa grafica del nuovo simbolo introduce qualcosa di nuovo, una sorta di effetto tridimensionale quasi inedito per un contrassegno politico: lo sfondo colorato, come nota anche Bertorelle, è infatti inserito in una coroncina bianca, con il contorno interno marcato di azzurro scuro, come se l'emblema avesse una sorta di cornice, sulla quale peraltro il tricolore e il gabbiano in parte finiscono. Una sorta di idea tridimensionale e parzialmente dinamica, assente dagli altri segni di identificazione delle forze politiche attualmente presenti in Parlamento.
Come è noto, l'Idv questa volta non ha eletti, visto che era parte di Rivoluzione civile che non ha superato gli sbarramenti previsti dalla legge elettorale. Inizia dunque da San Sepolcro un percorso di nuovo radicamento e partecipazione che, per l'Idv, non sarà facile. E' significativo che, in qualche modo, questo inizio sia marcato dal cambio di emblema: non è un taglio netto con la storia di prima, è solo un modo per girare pagina nello stesso libro. Sperando che il nuovo capitolo dia più soddisfazione di quello precedente.

venerdì 28 dicembre 2012

La bandierina democratica di Donadi e Tabacci sul Centro

L'avevano annunciato da giorni, come una sorta di "parto programmato": Bruno Tabacci e Massimo Donadi, alle prossime elezioni, saranno a fianco del Pd con un loro simbolo. Loro, che hanno storie politiche così diverse - Tabacci ex democristiano, ex Udc, fino al passaggio all'Api con Rutelli e Ubaldi e ora "battitore libero" del centrosinistra, forte anche dell'esperienza di assessore della giunta Pisapia a Milano; Donadi, per anni tra i più noti esponenti dell'Italia dei valori assieme ad Antonio Di Pietro, ma che poche settimane fa ha sbattuto la porta proprio in dissenso con il leader fondatore e si è portato dietro Formisano, Pedica e altri - si ritrovano uniti in una formazione chiaramente di centrosinistra, che contribuirà in modo manifesto al programma del Partito democratico che dovrà essere incarnato da Pierluigi Bersani.
Il contrassegno sembra almeno in parte parente di quello scelto poco tempo fa dallo stesso Donadi per la sua nuova formazione, Diritti e libertà: il semicerchio inferiore arancione (colore che, a quanto pare, a sinistra va molto di moda) c'era più o meno anche prima, così come è conservato un elemento tricolore, che però stavolta riprende la sigla della nuova formazione, ricordando un po' il logo del Pd. La denominazione del partito di Donadi è comunque presente, ma in una posizione quasi defilata, nella parte alta del simbolo ma con un font molto sottile. 
C'è chi è pronto a giurare che questo accorgimento grafico dipenda dalle lamentele di un'altra associazione preesistente, denominata proprio "Diritti e libertà", attiva nel volontariato e che si è sentita almeno in parte "defraudata" del proprio nome. «Siamo davvero rammaricati - ha detto Donadi -. Ci eravamo affidati a una società incaricata di verificare se esisteva già quel nome, quel marchio. Evidentemente abbiamo sbagliato società. Ma abbiamo anche dato rassicurazioni a queste persone che abbiamo provveduto a cambiare il nome del nostro movimento, visto che ci presenteremo alle elezioni con una lista diversa». Il Centro democratico, appunto.
A voler essere del tutto fiscali, non è proprio nuova nemmeno la sigla appena inaugurata da Tabacci e Donadi: a spulciare l'archivio dei contrassegni presentati dal 1946 in poi, si trovano - a parte ovviamente il Ccd di Casini - un "Movimento centro democratico" alle elezioni per la Costituente, un "Centro democratico" alle politiche del 1979 e del 1983 e un altro, diverso movimento omonimo alle politiche del 1994. Difficile però che quei soggetti possano avanzare pretese sul nome, in questo caso: di tempo ne è passato anche troppo e parentele grafiche non se ne riscontra nemmeno una (tricolore a parte, ma nessuno può farlo interamente suo).
Sono Tabacci e Donadi, casomai, che cercano di mettere una bandierina sul "centro" (non a caso, è la parola scritta con maggiore evidenza sul contrassegno) prima che lo facciano prevedibilmente tutti gli altri. In quell'area politica, infatti, ci sarà il consueto sovraffollamento, irrimediabilmente complicato dalla presenza di Monti, Montezemolo e compagnia centrante: «Il centro non sarà più il luogo delle ambiguità, dove ci si posiziona comodi in attesa di capire da che parte conviene girarsi - scrive ancora Donadi -. Da oggi, c’è una forza di centro che si assume le sue responsabilità». Se centro dev'essere, insomma, che sia almeno democratico: tutti gli altri, montiani compresi, sono avvertiti.

giovedì 8 novembre 2012

Donadi lascia l'Idv: e se fosse un Moderato?



Ai mal di pancia hanno fatto seguire la loro personale cura, levandosi di torno. Massimo Donadi e Aniello Formisano, fino a ieri tra i volti più noti dell’Italia dei valori, hanno annunciato oggi il loro addio al partito guidato da Antonio Di Pietro. Nella sala delle conferenze stampa della Camera sono state pronunciate parole pesanti: «“Attacchi sconsiderati” al Presidente della Repubblica; “continue aggressioni” al teorico principale alleato, il Pd; mancanza di un indirizzo politico; gestione “verticistica e carismatica” del partito; distruzione della foto di Vasto, continui “ondeggiamenti inaccettabili”; drastico calo dei consensi in Sicilia» riassume il sito di Rai News, citando proprio Donadi.
Lui e Formisano si sono già iscritti al gruppo misto, ma dovranno fare altrettanto i “superstiti” Idv a Montecitorio, poiché ora non sarebbero più in numero sufficiente per costituire un gruppo autonomo, secondo il regolamento della Camera. Gli occhi, ora, sono puntati sul futuro di questi due esponenti, per capire quale strada prenderanno dopo aver lasciato il gabbiano iridescente.
Qualche dritta, in realtà, l’hanno data loro stessi: in conferenza stampa hanno detto che da ora lavoreranno «alla costruzione di un nuovo soggetto politico che prende le mosse dalle centinaia di dirigenti dell'Idv che ci hanno contattato e ci hanno chiesto di andare fino in fondo; un soggetto che sarà presentato entro la fine del mese con il suo simbolo e la sua squadra», magari con un occhio di riguardo per persone come Luigi De Magistris, che nell’Italia dei valori hanno iniziato un percorso salvo poi distaccarsi da quel soggetto politico, pur senza rinnegarne le idee.
Sarebbe da attendere un nuovo partito dunque, di area moderata, e non l’ingresso in una formazione già esistente. Proprio ieri, tuttavia, ci sarebbero stati contatti – lo ricorda anche Il Messaggero – tra Donadi e Giacomo Portas, eletto nel 2008 alla Camera come indipendente nelle liste del Pd, in quanto segretario del partito «I Moderati». Portas è sardo di origine, ma il movimento «I Moderati» è nato e si è radicato in Piemonte a partire dal 2005, quando si presentò per la prima volta a Torino. Gran parte dei suoi aderenti della prim’ora provenivano da Forza Italia e almeno in parte il simbolo sembra rivelarlo: il tricolore nel segmento circolare superiore e l’azzurro (con tanto di dodici stelle europee) in quello inferiore rimandano almeno in parte al linguaggio cromatico cui il mondo berlusconiano ci aveva abituato negli ultimi anni. Poi, per carità, Ilvo Diamanti (e con lui molti tra storici, politologi ed esperti di comunicazione) lo ricordano da tempo, verde, bianco, rosso e azzurro sono i colori dell’Italia e usarli non significa affatto essere berlusconiani – tutt’al più, usare solo quelli può significare poca fantasia o la difficoltà di stabilire un’identità precisa – ma di certo l’idea di moderazione viene ampiamente comunicata.
Dal 2008 i Moderati sono vicini al Pd e in questo periodo stanno sostenendo Bersani nella campagna per le primarie; anche Donadi ha dichiarato che alle primarie voterà Bersani, in quanto «federatore». Lui, tra l’altro, non sarebbe il primo idivino a prendere la via dei Moderati: uno dei fondatori del partito era Giovanni Pizzale, già responsabile nazionale per la sicurezza dell’Italia dei valori. Moderati vogliono esserlo di certo, Donadi e Formisano; probabilmente non saranno pronti a traslocare a casa Portas, ma potrebbero tranquillamente essere buoni vicini.

giovedì 1 novembre 2012

L'Italia dei valori, senza (più) nome



Lo ricorda spesso Pierluigi Castagnetti: «Il primo a mettere il suo nome nel simbolo di un partito politico, destando molta impressione perché allora non usava proprio così, fu Marco Pannella». È probabile che abbia ragione, ma sicuramente dopo il buon Giacinto ne sono venuti molti e molti altri. E non si parla solo di quelli che, soprattutto dagli anni Duemila in poi, hanno piazzato il loro nome nell’emblema (Berlusconi certo, «ma anche» Veltroni, Casini, Fini, Boselli, Bossi, Pionati, per citare solo alcuni che non hanno saputo resistere, per non parlare ovviamente di tutta la pletora di candidati alle elezioni regionali e amministrative): per qualcuno, il cognome del leader sembra essere parte integrante dell’emblema, ben difficile da rimuovere.

Proprio ieri, Antonio Di Pietro ha ripetuto di nuovo una cosa ben precisa: «Alle elezioni toglierò il mio nome dal simbolo». Già nel 2010 però, a un congresso dell’Italia dei valori – lo ha ricordato Il Post – disse esattamente questo: «È inimmaginabile che negli anni a venire si possa continuare a fare politica sotto la coperta di un partito che porta nel proprio simbolo il nome di una persona sola, anche se quel nome è il mio che ne sono stato il fondatore. [...] Dobbiamo togliere appena possibile dal simbolo il mio nome». Ora, lasciamo stare – ma non troppo – l’effetto Report (che non è affatto detto che possa far morire l’Idv, a differenza di quanto dichiarato dal suo fondatore): le elezioni ormai sono vicine e se quel nome deve sparire, sparirà.

Ancora più che con Bossi, questa è proprio la fine di un’epoca. Già, perché quel nome, «Di Pietro», sul contrassegno c’è dal 1998, quando l’Idv nacque come movimento e si presentò qua e là alle elezioni amministrative (prima di dare vita all’esperienza dei Democratici). Nel 2001 ricomparve e finì sulle schede elettorali delle elezioni politiche: da allora non si è mai schiodato da lì, mantenendo sempre lo stesso font, accanto al gabbiano color arcobaleno.

Qualche manovra, a dire il vero, era stata fatta, ad esempio nel 2004, quando alle europee a Di Pietro si aggiunse Occhetto e si volle marcare la presenza della «società civile», oppure nel 2005, quando alle regionali si cercò di dare più rilievo al nome del progetto politico, facendo scivolare il riferimento al leader in basso: non dovette sembrare una grande trovata, infatti dall’anno dopo le scritte sul simbolo erano tornate come prima. Che succederà al gabbiano ora, senza più quel riferimento rimasto fermo per quasi quindici anni? Si accettano pronostici su dove potrebbe planare.

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P.S. Dal momento che occorre essere precisi, faccio ammenda rispetto all'immagine precedente. Quello con la dicitura "1998" in realtà è il simbolo presentato dall'Idv alle politiche del 2001. Ho appena scovato il simbolo che alla fine del 1998 fu utilizzato dal movimento politico per presentarsi ad alcune elezioni amministrative. Non sposterà granchè, ma per la precisione, errori non se ne possono lasciare (soprattutto se uno se ne accorge...)