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venerdì 31 luglio 2026

Partito Capibara: accelerare per rallentare (e speronare il Parlamento)

Il loro primo scopo, probabilmente, lo hanno già raggiunto. Da varie settimane, infatti, non pochi media hanno dedicato articoli e interviste a un progetto politico destinato a non passare inosservato, per le sue proposte e per la sua immagine, ma anche - da qualche settimana a questa parte - per la dichiarata intenzione di partecipare alle prossime elezioni politiche (adempimenti burocratici e preparatori permettendo). Si tratta del Partito Capibara, un progetto le cui radici risalgono a una decina di anni fa: il nerbo risale almeno al 2019, ma ha preso maggiore concretezza - e anche un simbolo, anzi, più simboli da poco più di un anno. Nel progetto la Rete e i social network hanno avuto e hanno un ruolo fondamentale, ma comunque complementare rispetto all'elaborazione di pensiero e di proposte, in bilico tra utopia e realizzabilità. 
I media giustamente si sono concentrati sugli elementi fondamentali del progetto politico, a partire dalla settimana lavorativa ridotta a 24 ore (con più tempo per vivere grazie ai frutti dell'automazione, ma senza che alcuna persona sia licenziata) mantenendo lo stesso stipendio, senza comunque scendere sotto i 1560 euro netti al mese (15 euro netti l'ora) e dalla riforma fiscale (nessuna imposta sul patrimonio fino a quella cifra, poi imposizione progressiva fino al prelievo totale della parte che eccede i 666mila euro annui, con tetto massimo alla ricchezza di 6,66 milioni di euro), fino alla gratuità dei bisogni fondamentali - in particolare casa, cibo, utenze, trasporti, salute, istruzione , tempo e cultura - come punto chiave della filosofia del gratuitismo per disinnescare il "ricatto del lavoro". Qui, però, vale forse la pena di analizzare un po' meglio il percorso del partito, oltre che le scelte simboliche fatte sin qui. Chi scrive ne ha parlato con uno dei principali promotori del progetto, Davide Dibitonto, in rete noto con il nickname xenodibi, per avere qualche delucidazione in più.  
Innanzitutto, dove si potrebbe collocare la data di nascita di questo progetto "politico" (in senso lato): "Dovremmo collocarla circa dieci anni fa - spiega Dibitonto -. Alla base del nostro progetto c'è un pensiero che si sviluppa nel Regno Unito: #Accelerate, di Robin Mackay e Armen Avanessian, è del 2014, Inventing the Future, di Nick Srnicek e Alex Williams, è del 2015; britannico è anche Mark Fisher, autore assolutamente di riferimento per noi". Tiene a precisare xenodibi che questa corrente di pensiero è arrivata in Italia tramite i meme, cioè quelle unità di senso (soprattutto idee in forma di immagini, video o grafiche) destinate a replicarsi per imitazione e a diffondersi in modo virale, soprattutto grazie a Internet. "Negli anni di cui ti parlavo si è registrata un'orda di comunità memetiche, in particolare legate a un vecchio gruppo Facebook, Sinistralibro (più esattamente 'Suona come il Sinistralibro italiano ma va bene', a partire dalla traduzione pedissequa dell'inglese Leftbook, ndb), per cui si sono diffusi meme della Pimpa in chiave 'comunista', sono nati vari gruppi come 'Automatizzato Comunismo Memetico' e così via: tanti personaggi inventati, dunque, hanno veicolato in Italia questa corrente di pensiero, senza passare attraverso la via classica di studi, libri e paper tradotti (al di là dell'apporto della casa editrice Nero, con la collana Not)".
In quella fase la componente creativa e di gioco aveva una parte molto importante, ma il "seme partitico" a quanto pare era già presente. "La realtà - continua Dibitonto - è che in questo contesto i meme già dall'inizio iperstizionavano l'idea di un partito, cioe la facevano autoavverare". La stessa lingua inglese è tuttora involontariamente (o forse no) complice nel gioco e nella creatività: uno degli ultimi eventi, dedicato a una delle figure di riferimento, l'autore di Realismo capitalista, è stato denominato "Mark Fisher Party", ove party qui significa "festa", ma notoriamente significa pure "partito"; non a caso a queste comunità è molto caro il concetto di free party, inteso come "festa libera" ma leggibile anche come "partito gratis" o "della gratuità".
Di certo per arrivare al progetto più concreto, con la messa in moto di una strategia politico-partitica, ci è voluto più tempo: "Ci siamo mossi soprattutto dalla primavera dello scorso anno". Il progetto, dalla chiara matrice anarchica, trova ispirazione in una poesia di Belgrado Pedrini (Schiavi!), poi divenuto con un testo modificato uno dei brani più noti del canzoniere anarchico, cioè Il galeone. "L'ammutinamento degli schiavi sul galeone e la loro trasformazione in pirati è il presupposto per la loro decisione di impadronirsi della nave e di mandarla a schiantarsi contro i frangenti delle rive: è un po' come guidare quella stessa nave contro la cabina di comando del sistema, un po' come la strategia della Flotilla. In questo senso, concepiamo il Partito capibara come un galeone, una Flotilla appunto, su cui far salire compagne e compagni del movimento, per andare dritti verso la cabina di comando e speronarla: questa cabina l'abbiamo identificata nel Parlamento". 
Al di là della cornice anarchica, in queste settimane l'iniziativa del Partito Capibara è stata di norma presentata come inserita nel filone dell'accelerazionismo di sinistra, come teoria che propone di puntare sull'accentuazione dell'automazione e in generale dell'evoluzione tecnologica, perché questa non sia inquadrabile in una logica di profitto o di sfruttamento capitalistico, ma dia frutti soprattutto per migliorare la qualità della vita di tutte le persone. Certo, sentire parlare di accelerazionismo (e di gratuitismo) porta con sé il rischio che chi legge o ascolta - a patto che abbia buona memoria televisiva - si veda comparire davanti Corrado Guzzanti nei panni del dottor Armà, che dagli schermi di TeleProboscide magnifica il Sorpresismo e il Nascondismo di Tonino Mutandari, quindi occorre dire qualcosa di più su questo concetto. "Per noi - chiarisce xenodibi - 'accelerare' significa riattivare il movimento storico che si era impantanato nella post-modernità, per fare un passo avanti nell'evoluzione. Non deve sfuggire, però, che il futuro verso cui vogliamo accelerare è fatto di lentezza, sul modello della decrescita felice, reso però possibile dall'evoluzione dell'automazione perché tutti possano riceverne effetti davvero positivi, con la liberazione dal 'ricatto' del lavoro".
Prima ancora delle evoluzioni della primavera del 2025, però, è necessario un passo indietro alla fine dell'estate del 2022, quando sempre in Rete - in particolare su Instagram - si era consumato un rito surreale, ma del tutto pertinente con il progetto che si narra qui: quello delle Elezioni iperstizionali 2022: "Quell'esperienza - racconta Dibitonto - è stata fondamentale nell'elaborazione del programma del Partito Capibara: il motore dell'immaginazione era di certo sempre il gioco, ma giocando e scherzando si è sedimentato qualcosa che ha finito per avere radici nella realtà e può arrivare a trasformarla. A settembre del 2022, come ricordi bene, c'erano le elezioni politiche, ma per noi erano estremamente noiose, tristi e misere dal punto di vista politico: per questo il Circolo Nomade Accelerazionista, di cui ho sempre fatto parte e che radunava varie persone in dibattiti e laboratori d'immaginazione, una rete informale insomma, decise di dare vita a un grande gioco". 
L'idea era di avere sempre liste concorrenti, che però si sfidavano come in un torneo su Instagram: il primo post fu del 6 settembre, nei giorni successivi vennero rese note le 8 liste concorrenti, con tanto di simbolo e programma di base. Tre simboli erano relativamente vicini a quelli che nel corso del tempo erano finiti sulle schede elettorali: Potere al capibara! (con la testa del capibara coronata di basco stellato all'interno del doppio arco amaranto), Rifondazione accelerazionista (nella bandiera rossa romboidale era stato inserito il tema della copertina di Inventare il futuro nella traduzione pubblicata da Nero) e Partito xenocomunista dei postlavoratori (il simbolo del Pcl era stato rivisitato con la falce abbinata a un bicchiere da cocktail al posto del martello, concetto simile a quello che aveva già caratterizzato i Comunisti gaudenti); del tutto inventati erano i loghi di Sinistra Fuxia (un fucile spezzato... anzi no, un kalashnikov e un dildo su fondo fucsia), Confederalismo cosmolocalista (un globo grigioverde con edifici tutti connessi, collocato su una stella gialla in campo rosso, con un font squadratissimo inconfondibile), Movimento parassita rivoluzionario (un ragno nero su fondo bianco), Azione ecoterrorista (variazione del simbolo anarchico su fondo verde) e Coalizione postumana (un misto di tecnologia, automazione, allucinazione e alienazione). 
Il 13 settembre venne pubblicato il "tabellone" della competizione, completo di ricostruzione del contesto ("Grazie ad un ponte xenocybertemporale apertosi oltre gli strati chimerici del nostro universo, assisteremo a una lotta senza tregua tra 8 liste iperstizionali che si contenderanno il potere supremo. La competizione si giocherà con un torneo a eliminazione diretta, affinché la democrazia rappresentativa possa assicurare un potere illimitato e senza alcun controllo alla lista vincitrice. Giorno dopo giorno, le liste si scontreranno una contro l'altra. Solo i voti del popolo decreteranno l'esito di questi feroci combattimenti. Che la democrazia rappresentativa abbia inizio!!"). Ogni scontro si produceva sui programmi elaborati per ciascuna lista e il voto avveniva con le reazioni alle stories. Alla fine, l'8 ottobre, risultò prevalente il Partito xenocomunista dei postlavoratori, con i seguenti punti programmatici: divieto assoluto di lavorare più di 12 ore a settimana; reddito di base universale di 2000 euro al mese; salario minimo di 24 euro l'ora; piano nazionale per la piena automazione di tutti i lavori di merda; piena gratuità di tutti i mezzi di trasporto e abolizione dei caselli; distribuzione obbligatoria di una casa a testa, massimo due, e abolizione dell'affitto; abolizione delle bollette a uso domestico; espropriazione di tutti i patrimoni sopra il tetto massimo di 66,6 milioni di euro.
"Quell'esperienza - ricorda Dibitonto - fu molto divertente per noi, ma è stata soprattutto un laboratorio d'immaginazione di programmi: del resto l'immaginazione si libera quando si sospende il giudizio, quando cioè si ragiona come un bambino che non si vergogna di immaginare qualcosa perché lo ritiene troppo assurdo. Quell'utopia immaginifica bambina si è potuta poi evolvere in punti programmatici più dettagliati e approfonditi, che appunto nella primavera del 2025 hanno costituito la base per immaginare il Partito Capibara". Già prima di quelle "elezioni iperstizionali", del resto, si era fatta strada ed era diventata virale l'immagine dei capibara - roditori prima sconosciuti ai più - che in Argentina, in piena pandemia da Sars-Cov-2, avevano finito per invadere in massa le strade, i giardini privati e perfino le piscine delle residenze di uno dei quartieri più ricchi (il Nordelta, a nord di Buenos Aires), riconquistando gli spazi che un tempo erano le "loro" zone umide.
Nel 2022, come si è detto, a quelle curiose elezioni non vinse Potere al Capibara (la cui unica rivendicazione era "Portare al potere il Capibara"), eppure l'attuale Partito Capibara costituisce la sintesi evolutiva di quell'esperienza. "In effetti - precisa Dibitonto - la prima versione del nostro progetto era una pura performance situazionista: avevamo in mente un partito illegale che candidasse soltanto compagne e compagni carcerati, da Luigi Mangione ad Alfredo Cospito. Era un'idea decisamente provocatoria pensata per smuovere le coscienze. In seguito è però iniziata un'opera di "raffinamento e smussamento", per rendere il progetto più incisivo, in grado di trasmettere il senso di realtà della proposta; la strategia si è perfezionata nel tempo anche nella visione elettorale. "Abbiamo immaginato - continua xenodibi - una 'squadra parlamentare' composta da compagne e compagni del movimento in equilibrio intersezionale, rappresentando dunque le diverse intersezionalità della lotta, dall'antispecismo al transfemminismo, dall'abolizione del carcere ai diritti delle persone migranti, dalle battaglie per la salute a quelle per la scuola, e così via, facendo salire tutte e tutti loro sul galeone perché vadano a speronare il Parlamento, comportandosi in piena autonomia relazionale. Si tratta di una strategia chiaramente anarchica, che intende utilizzare il partito come arma per un'incursione istituzionale ,senza mai davvero giocare al gioco parlamentare come lo si intende di norma: per questo il progetto intercetta anche l'attenzione di militanti che non amano i partiti".
Evidentemente l'idea di speronare il Parlamento, in questo caso, è stata vista come più efficace rispetto al proposito, già sentito, di aprirlo come una scatoletta di tonno. "Non a caso, nel nostro statuto scriveremo che il Partito Capibara non farà accordi di governo con nessuna forza politica, potendo governare solo avendo la maggioranza assoluta". "E a quel punto faremo la rivoluzione", viene da pensare recuperando un'altra performance indelebile di Corrado Guzzanti, stavolta nei panni di Fausto Bertinotti al Pippo Chennedy Show (mentre più tardi, di nuovo all'Ottavo nano, l'imitatore del segretario di Rifondazione comunista si sarebbe inventato la fase "dei grandi scherzi", non del tutto inappropriata in questa sede) Eppure quella rivoluzione concretamente il Partito Capibara non sarà in grado di farla: "Pensa alla patrimoniale che abbiamo in mente, che fa perdere tutto il potere ai multimilionari, anche se questi restano tali. Esperienze come quella di Salvador Allende in Cile o come la Comune di Parigi insegnano che i veri padroni, i veri potenti della terra sono internazionalisti e non permetteranno che una cosa simile avvenga. Del resto il nostro galeone sa che, proprio come la Flotilla, quasi certamente sarà bloccata prima di arrivare contro le rive, ma sa anche che il tragitto risveglia le coscienze del popolo ed è proprio questo il vero obiettivo del Partito Capibara, così com'era l'obiettivo di Mark Fisher, che nel suo ultimo libro incompiuto, Comunismo acido, s'interrogava sull'origine di quell'incredibile iperstizione collettiva che è stata il Sessantotto. Il nostro vero obiettivo è appunto risvegliare le coscienze, rivelando che viviamo nell'abbondanza e abbiamo tutti gli strumenti materiali per costruire una società della cura: la società si prende cura di noi e la cura è un atto incondizionato, gratuito, che non chiede nulla in cambio e garantisce la vita; quando questi pensieri saranno diventati senso comune, sarà come mettere piede nei nuovi anni Sessanta-Settanta". 
In ogni caso, lasciata alle spalle l'esperienza delle elezioni iperstizionali del 2022, l'idea di lanciare un progetto simil-partitico doveva andare di pari passo con l'identificazione in un simbolo. Il Capibara è tornato utile, ma occorreva dargli forma: "All'inizio - ricorda Dibitonto - abbiamo scelto di prendere come simbolo un meme, dunque i capibara che invadono giardini e piscine dei ricchi in Argentina, perché un meme buca l'attenzione, un cavallo di Troia, se preferisci un capibara di Troia". Il concetto non è difficile da capire: in Italia, ad esempio, non si può dimenticare l'immagine bersaniana della mucca in corridoio, in qualche modo traduzione italica dell'elefante nella stanza, quindi perché non affidarsi a un animale molto meno conosciuto, cercando peraltro di renderlo simpatico piazzandolo in piscina, magari con tanto di occhiali da sole?
Era nato, ridendo e scherzando, il simbolo del nuovo progetto. "La prima versione, poco più che una bozza, era stata generata con l'AI - continua xenodibi - poi però questa è stata modificata e trasformata per renderla più cute". All'inizio l'immagine era circondata da una corona rossa scura, con il testo bianco in un classico Franklin Gothic; poco dopo però fu prodotta una seconda versione, con la corona rossa schiarita e molto più spessa, per permettere l'uso di un carattere assai consistente e più giocoso (un'atmosfera quasi da salvagente, visto il tema grafico invocato); qualche ritocco al disegno del capibara in piscina ha reso l'immagine comunque più leggibile, pur avendo meno spazio a disposizione. 
"A un certo punto - riprende Dibitonto - si è sviluppata una riflessione nell'ambito di un gruppo di comunicazione al nostro interno. Quel processo però è stato particolarmente lungo e laborioso e alla fine ha prodotto un logo dichiaratamente provvisorio, destinato a essere sostituito con i successivi passi del progetto". Il simbolo provvisorio ha eliminato la piscina: il capibara qui è visto di profilo, su sfondo viola sfumato verso il fucsia, contornato da una corona lillina contenente anche il nome del partito (nero, raccordato da due archi viola chiaro). La dichiarata provvisorietà del logo non ha impedito a qualcuno di coniare subito una versione hackerata di quello stesso emblema, riletta in chiave decisamente anarchica: i colori e le proporzioni non cambiavano, ma il capibara aveva sul proprio corpo il simbolo anarchico pennellato nero (ma con una stella rossa con falce e martello e fucile) e in testa una feluca da pirata.
Esiste poi una quarta versione del capibara, che già si può vedere in alcuni siti (a partire da Sinistraverso) e che comparirà nel costruendo sito del Partito Capibara: più che un simbolo, a dire il vero, è una vera e propria mascotte, vale a dire una raffigurazione dell'animale sempre in versione cute, di nuovo con gli occhiali da sole ma stavolta seduto, senza piscina.
Viene peraltro spontaneo domandarsi il motivo di questa proliferazione di emblemi, peraltro non ancora esaurita. "In generale - spiega Dibitonto - la riflessione che abbiamo fatto riguarda proprio il vedere il capibara come una mascotte e non come un simbolo. Per noi servirebbe un partito visto come un protocollo free open source, per cui qualunque raffigurazione del capibara diventa rappresentazione del partito: si tratta del tentativo di sussumere il prodotto culturale del capibara, che è diventato un meme gigantesco, e politicizzarlo, cioè assegnargli un significato politico. Avere un unico simbolo in cui identificarsi non è una scelta automatica per una comunità anarchica che preferisce, appunto, un protocollo free open source, che ognuno può modificare a suo piacimento e diffondere". A livello comunicativo si tratta di una scelta problematica, visto che non aiuta affatto nell'identificazione in un soggetto chiaro, che tra un'interpretazione e l'altra potrebbe modificarsi notevolmente. Lo stesso Dibitonto, poi, riconosce che, se si vorrà davvero partecipare alle elezioni, sarà necessario adottare e definire un simbolo da usare ovunque all'interno della stessa competizione: in quel caso sarà come se la scheda elettorale venisse vista in modo dinamico: "essendo il contrassegno sempre in evoluzione, le schede stampate sarebbero una sorta di fermo immagine, offrendo agli elettori il simbolo di quel preciso momento, mentre un attimo prima o un attimo dopo la grafica sarebbe stata anche solo in parte diversa. Siamo comunque consapevoli della necessità di affrontare tutta una parte burocratica, inclusa la redazione dello statuto che contenga, oltre che i principi, le regole di funzionamento del partito ed è un compito tutto meno che banale e semplice". 
Naturalmente tra il proposito e la partecipazione alle elezioni sarà necessario affrontare vari passaggi, incluso quello della raccolta delle firme, ancora una volta in forma cartacea (almeno 1500 per ogni collegio uninominale, da raccogliere in almeno un terzo dei collegi per finire sulle schede), senza che si sia riusciti a ottenere - almeno per ora - la sottoscrizione in forma digitale, che per un progetto come questo sarebbe stata a dir poco perfetta. Nonostante ciò - anzi, proprio per questo - il Partito Capibara darà il via a una raccolta di firme online, per preparare il terreno a quella ufficiale. Occorre tenere a freno l'idea che i promotori del progetto somiglino a una banda di "scappati di casa dal basso", che arrivano con mazze, pietre e fionde al momento d'intraprendere l'impresa più ambiziosa di sempre: "Noi in realtà una strategia di lungo periodo ce l'abbiamo - precisa xenodibi - ma il fermento ha un ruolo fondamentale, quindi appena c'è un'idea la si prende e la si lancia subito, poi la si misura sul campo e lì la si sistema, la si rifinisce ma intanto se ne spara un'altra, quindi è tutto molto energetico, se vogliamo".
Tra le prossime idee, per dire, c'è la preparazione di un momento di riflessione di natura economica, da svolgere a Roma in ottobre, con il professor Luigi Corvo, e contemporaneamente di pubblicare in forma cartacea un volume che illustra nel dettaglio la riforma della settimana lavorativa di 24 ore; a marzo del prossimo anno sarà il turno della riforma sanitaria. Nel frattempo, forse, si saprà quando si terranno le nuove elezioni politiche e, magari, sarà pronto anche il nuovo simbolo del Partito Capibara.

Bonus track: ad articolo scritto, è emerso che la nascita in Rete del Partito Capibara ha prodotto effetti, tra i quali la nascita del Partito Lontra, che potrebbe definirsi "contromemetico": poiché la piena automazione non esiste e in ogni caso non renderebbe il contesto in cui è impiegata ("la demagogia, l'illusione, la menzogna, la corruzione della società capitalistica non sono accidenti secondari della sua struttura, sono inerenti al disordine, allo scatenamento di brutali passioni, alla feroce concorrenza in cui e per cui la società capitalistica vive") e "Sì, comunque ci meritiamo tutto gratis, ma purtroppo ci sono i famosi 'rapporti di produzione' da rompere", la soluzione proposta è "viva il comunismo e la libertà". Con una Lontra comunista a pugni chiuso.
Se non vi basta, c'è anche un Partito Quokka, marsupiale (che saluta un po' come l'orsetto dei Verdi Verdi) che invece non è contro le posizioni del Partito Capibara: il gratuitismo sarebbe il primo stadio da raggiungere, ma con l'obiettivo più ambizioso di abbattere direttamente lo Stato, attraverso le parole d'ordine "Più tempo libero, libertà dal salario, nessuno sfruttamento". Di sicuro altri animali saranno pronti a dare il volto a nuovi partiti memetici: è solo questione di tempo...

giovedì 30 luglio 2026

Psdi, (prima) ordinanza del tribunale di Milano sull'uso di nome e simbolo

Chi segue le vicende della cosiddetta "Seconda Repubblica" sa fin troppo bene che nessuno dei simboli dei principali partiti che avevano animato l'Italia nel cinquantennio precedente si è salvato da dispute sulla titolarità, schermaglie sull'uso e contenziosi nelle aule giudiziarie, in vista delle elezioni ma non solo. Se in questo sito si è parlato moltissimo dello scudo crociato (se non altro per la quantità di episodi che si sono accumulati; il conteggio, peraltro, non sembra finito), si sa che la tendenza non ha risparmiato il garofano socialista, la fiamma tricolore, il tricolore di area liberale, l'edera repubblicana e, per certi versi, nemmeno falce e martello (sia pure, in quest'ultimo caso, soprattutto con riferimento all'uso elettorale). 
Non può dirsi immune da liti e contese, tuttavia, nemmeno il sole nascente, vale a dire il simbolo storico del Partito socialista democratico italiano: martedì un'ordinanza cautelare del tribunale di Milano si è pronunciata sull'ultima disputa (o, almeno, su un suo fronte) circa la titolarità e la legittimazione all'uso del nome e del fregio del partito fondato nel 1947 con la scissione di Palazzo Barberini, riconoscendo legittima la segreteria di Paolo Preti. La decisione è provvisoriamente esecutiva e, anche se quasi certamente sarà impugnata e il tribunale dovrà di nuovo pronunciarsi in sede di reclamo, merita di essere commentata.
Non si tratta certamente - va ricordato - della prima lite giudiziaria sviluppatasi intorno al sole nascente dal mare: le prime di cui si ha memoria, in effetti, sorsero nel 1995 tra Enrico Ferri (che del Psdi era stato segretario fino all'inizio di quell'anno, quando aveva scelto di schierarsi con il centrodestra) e Gianfranco Schietroma, eletto segretario proprio alla fine di gennaio del 1995 e vittorioso davanti al tribunale di Roma (anche allora in sede cautelare); quella stessa disputa si riaccese, sia pure per poco tempo, subito prima e subito dopo le elezioni europee del 1999. In questo sito si era già ricordato in passato, poi, il contenzioso sorto nel 2005, quando il nuovo segretario Psdi, Giorgio Carta, presentò un ricorso contro il Partito socialdemocratico (fondato da Luigi Preti e Vittorino Navarra nel 2001) e, sempre in sede cautelare, ottenne ragione presso il tribunale di Roma (mentre Preti riadottò, modificandolo lievemente, il simbolo utilizzato in precedenza dal 1996, Rinascita socialdemocratica; lo stesso gruppo avrebbe continuato a utilizzarlo, salvo che nella breve parentesi - tra il 2006 e il 2007 - del tentativo di dar vita al Partito dei socialdemocratici con il gruppo di Franco Nicolazzi). Alla fine del 2006 scoppiò una nuova querelle all'interno del partito, che vide arrivare alla segreteria Renato D'Andria: in sede cautelare la sua elezione venne sospesa con due pronunce nel 2007 (estensore della prima fu Francesco Manzo, lo stesso incontrato nella vicenda contenziosa della Dc), poi nel 2011 fu confermata dalla sentenza di primo grado (la prima decisione a cognizione piena sul caso) e Mimmo Magistro, che dal 2007 fino ad allora aveva guidato il partito, preferì dimettersi dalla segreteria invece che "intraprendere nuove e costose contrapposizioni giudiziarie". L'attività del Psdi guidato da D'Andria fu piuttosto ridotta negli anni a venire - tra le attività svolte rientrarono i depositi del simbolo alle politiche del 2013 e del 2018 - e si riprese a parlarne di più nel 2022, quando D'Andria rassegnò le dimissioni. 
In qualche modo la contesa attuale si ricollega a quel punto: prima delle elezioni politiche del 2022, infatti, si era data notizia dell'assemblea di maggio in cui, al posto di D'Andria fu eletto l'ex ministro Carlo Vizzini, poi passato alla presidenza, mentre segretario è divenuto Paolo Preti. Sempre prima delle politiche, però, si era appreso dell'esistenza di un'associazione denominata Proposta Socialista Democratica Innovativa - P.S.D.I., presieduta da Mario Calì: il suo sito era www.psdi.it e il simbolo era quasi uguale a quello del Psdi, fatta eccezione per l'inserimento dei puntini della sigla e per la sostituzione della parola "Socialdemocrazia" con "Socialismo democratico". Quella associazione inserì candidati all'interno delle liste di Impegno civico, ma già a partire dal 2023 Calì e gli altri associati si presentarono come rappresentanti del Psdi, rivendicando di essere legittimamente titolari e fruitori del nome e del simbolo storici del partito e diffondendo, tra l'altro, una lettera di gennaio del 2013 in cui l'allora presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ringraziava dell'invito a partecipare alla celebrazione dell'anniversario della scissione di Palazzo Barberini (tutto risalirebbe, a quanto pare di capire leggendo vecchie pagine web, ai mesi successivi alla ricordata sentenza del 2011 del tribunale di Roma: dopo le dimissioni di Magistro - che diede vita a I SocialDemocratici - Calì avrebbe assunto la reggenza per continuare il  percorso del Psdi). 
Il simbolo dell'associazione P.S.D.I. era stato presentato a sostegno della candidatura a sindaco di Vincenzo Drago a Catania nel 2023, ma la commissione elettorale circondariale - dopo un esposto di Dino Madaudo di SocialDemocrazia - aveva chiesto di sostituire il contrassegno). In seguito anche i puntini sono spariti dalla sigla Psdi, rendendo il simbolo nuovo ancora più simile a quello del passato (fatta eccezione per la dicitura "Socialismo democratico"); nel frattempo, Mario Calì nel sito è indicato come segretario del Psdi, mentre  Magistro sarebbe rientrato come presidente dell'Assemblea Nazionale.
Di fatto, dunque, in questi mesi hanno agito due Psdi; più correttamente, due gruppi di persone avrebbero agito in nome dello stesso soggetto, con due simboli lievemente diversi. Era sostanzialmente inevitabile che la situazione arrivasse a una collisione: da un lato, sul sito www.psdi.it si può leggere da mesi una "denuncia querela" di Mario Calì, che lamentava come la creazione del sito www.psdi-nazionale.it e l'indicazione di Paolo Preti come segretario in concreto producessero l'usurpazione di nome, simbolo e cariche associative, nonché altri reati. Il 25 marzo, per parte sua, il Psdi guidato da Preti ha depositato presso il tribunale civile di Milano - attraverso l'avvocata Sabrina Lardieri, che ha seguito la procedura insieme a Marika Forense, responsabile nazionale giustizia del Psdi-Preti - un ricorso a norma dell'art. 700 del codice di procedura civile contro Mario Calì, lamentando come questi, senza essere iscritto al partito (né ricoprendo cariche al suo interno), continuasse ad attuare "condotte gravemente lesive dell’identità del Psdi e dei suoi segni distintivi", utilizzando senza autorizzazione il nome, la sigla e il simbolo del partito, nonché spendendo la qualifica di segretario nazionale e rappresentante legale dello stesso (all'interno di siti, canali social e attività politica): ciò avrebbe gravemente pregiudicato il Psdi stesso, compromettendo l'identità politica e la riconoscibilità del partito, presso elettori e iscritti, anche attraverso la divulgazione dei media. Per questo, il Psdi-Preti aveva chiesto che fosse accertato l'uso illegittimo dei segni distintivi del Psdi e della qualifica di segretario o di legale rappresentante da parte di Calì, che si ordinasse la cessazione di ogni ulteriore comportamento simile e la rimozione degli usi tuttora in corso, prevedendo anche una astreinte, cioè una penale - regolata dall'art. 614-bis del codice di rito civile - per ogni nuova violazione o per il ritardo nell'esecuzione dell'ordine del giudice.
Chiaramente diversa era la posizione di Mario Calì (difeso da Salvatore Frisenda): questi - in base a quanto si può capire leggendo l'ordinanza di martedì, non essendo in possesso dell'atto di costituzione, come del resto del ricorso introduttivo - avrebbe sostenuto che il Psdi-Preti non avrebbe precisato "in quale occasione ovvero evento politico si fossero determinate le condotte lesive attribuite" a lui; soprattutto, però, per Calì il Psdi-Preti sarebbe "una associazione non riconosciuta di recente costituzione", diversamente dal partito fondato - come Psli - l'11 gennaio 1947 e di cui lo stesso Calì si qualifica come segretario nazionale. 
La giudice Stefania Novelli ha innanzitutto ricordato che anche nel campo dei partiti politici, rientranti tra le associazioni non riconosciute, è possibile utilizzare lo strumento del ricorso ex art. 700 c.p.c. (mezzo, peraltro, già incontrato più volte su queste pagine) per garantire i titolari di un diritto da pregiudizi imminenti e irreparabili, sia perché non esistono altri strumenti previsti dall'ordinamento per chiedere, "in campo associativo, la tutela del nome e, quindi, [la] protezione dell’identità del partito", sia perché come alle associazioni può aspettare una tutela risarcitoria in caso di violazioni. Dopo avere ricordato il filone giurisprudenziale, assai praticato già dagli anni '90, che applica anche ai partiti (come alle associazioni) il "diritto al nome" (previsto per le persone dall'art. 7 del codice civile), come pure quello all'immagine e all'identità personale, l'ordinanza ha innanzitutto valutato - sia pure non in modo approfondito, perché così funziona nel processo cautelare - la legittimazione di Paolo Preti come segretario del Psdi. La continuità rispetto al partito storico sarebbe data, oltre che dalla già citata sentenza del 2011 del tribunale di Roma, dal "verbale all’assemblea del 09.05.2022 dove, a seguito delle dimissioni di D’Andria, venne eletto, come Segretario Nazionale, Carlo Vizzini" e dal successivo "verbale del congresso nazionale del 24.05.2025, nel quale fu eletto, per acclamazione degli aventi diritto, Paolo Preti, come" segretario nazionale del Psdi. Mancherebbero invece prove circa la qualità di segretario del Psdi in capo a Calì: non sono state ritenute adeguate "la schermata dell'Agenzia delle Entrate denominata 'Dati Anagrafici del ricorrente'" o l'invito a Calì affinché partecipasse "alla Cerimonia celebrativa dell'80° anniversario dell'elezione dell'Assemblea Costituente" (al più, si intende leggendo l'ordinanza, si intuisce che c'è chi ritiene Calì segretario, ma ciò non prova che lo sia).
Secondo la giudice, poi, è verosimile che Calì abbia tenuto una "condotta usurpativa", in particolare impiegando i segni distintivi del partito e spendendo il titolo di segretario del Psdi sui social network (anche attraverso la pubblicazione di filmati in cui spende quella carica); in più da altri documenti risulterebbero giudizi pesanti di Calì su Preti e sui dirigenti del partito nominati sotto la sua guida, "prima diffidati e successivamente denunciati". 
Se gli elementi precedenti per la giudice integrano il fumus boni iuris, quindi il sospetto che il ricorrente possa avere ragione, è stato ritenuto esistente anche il cosiddetto periculum in mora (cioè la considerazione per cui il pregiudizio subito diventerebbe irreparabile se non si intervenisse subito): si legge che "i danni prodotti dalla alterazione della dialettica democratica sono in buona parte non riparabili" e che "tale alterazione continuerebbe a prodursi nel tempo necessario alla definizione di un giudizio di merito, con conseguenze non prevedibili quanto alla adesione di nuovi adepti, alla identificazione degli autori di singoli momenti di azione politica di parte del pubblico, nonché al possibile sviamento nell'ambito delle future competizioni elettorali". Ciò accadrebbe perché il Psdi-Calì "si pone in competizione" con il Psdi-Preti, "rivolgendosi idealmente al medesimo pubblico o, meglio, al medesimo elettorato dell'odierno ricorrente", per cui usare un nome e un simbolo uguali (in effetti quasi uguali) per rivolgersi agli stessi elettori "può ritenersi di per sé sufficiente a creare confusione con le iniziative e l'attività svolte dal ricorrente, con evidenti ricadute sul piano dell'immagine". Ricorda utilmente la giudice che il vero scopo della tutela dei segni d'identificazione per evitare la confondibilità è diverso da quello della tutela dei marchi (che riguarda la "garanzia di interessi economici"), perché serve "a proteggere quel complesso di valori e finalità perseguite dal gruppo attraverso la propria partecipazione alla vita collettiva", azione costituzionalmente fondata (artt. 2, 21 e 49 Cost., ma si potrebbe aggiungere anche il 18).
Per tutte queste ragioni, secondo la giudice la richiesta di tutela doveva essere accolta inibendo a Calì l'uso dei segni distintivi del Psdi e la spendita della qualifica di segretario, nonché ordinando allo stesso di "rimuovere dai social media i messaggi da lui pubblicati, nei quali utilizzò il nome, il simbolo e ogni altro segno distintivo" del Psdi. La giudice non ha ritenuto invece che si potesse applicare l'astreinte, misura che riguarderebbe solo il "processo di esecuzione di provvedimenti di condanna", non le decisioni legate al procedimento cautelare; ciò non ha peraltro impedito di applicare la soccombenza per le spese, per cui Calì è stato condannato a rifondere al Psdi-Preti le spese per il procedimento cautelare di prime cure.
L'ordinanza, provvedimento per sua natura provvisorio, è comunque esecutiva, dunque il dispositivo dovrebbe essere già ottemperato dalla parte soccombente. Mentre si scrive, in realtà, il sito www.psdi.it e i post sui rispettivi canali social sono ancora intatti; è però molto probabile - considerando anche la comune dinamica in questi casi - che Calì interponga reclamo contro l'ordinanza cautelare emessa martedì (sottoponendo la questione, sempre in sede cautelare, a un collegio di tre giudici) e magari chieda anche la sospensione dell'efficacia dell'ordinanza emessa. Come è noto, in passato ci sono stati casi in cui l'ordinanza di reclamo ha confermato il verdetto di prime cure, altri in cui lo ha ribaltato (si pensi alla querelle interna al Nuovo Psi, tra la fine del 2005 e l'inizio del 2006) e altri ancora in cui è stata la sentenza di primo grado a decidere diversamente dalle ordinanze cautelari (com'è accaduto proprio nel 2011 con la sentenza del tribunale di Roma che aveva ristabilito di fatto D'Andria alla segreteria del Psdi).
L'ordinanza emessa martedì, dunque, non chiude affatto i contenziosi sulla titolarità di nome e simbolo, anche perché lo stesso Psdi-Preti in un comunicato ha sottolineato che si attendono i "riscontri dei due procedimenti penali instaurati presso le Procure di Nuoro e Milano, nonché gli esiti del ricorso pendente a Roma". Certamente l'avvicinarsi di un nuovo periodo elettorale nel 2027, connotato anche dalle elezioni politiche, carica il contenzioso di ancora maggiore importanza. Il sole nascente tornerà sulle schede, anche solo all'interno di altri contrassegni, senza ulteriori dispute?

domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

domenica 19 luglio 2026

Padri in Movimento, un simbolo per trasformare la rabbia in programma

"C'è un momento nella storia di ogni grande cambiamento in cui la protesta smette di urlare nel vuoto e diventa progetto. In cui la rabbia si trasforma in programma, il dolore in piattaforma, la solitudine in comunità. Quel momento, per centinaia di migliaia di padri separati italiani, è adesso". Iniziava così un post pubblicato il 3 giugno sulla pagina dell'associazione culturale Padri in Movimento, fondata il 1° agosto 2018 con l'intento di "tutelare il principio della bigenitorialità, promuovendo l'importanza del ruolo di entrambi i genitori nella crescita e nell'educazione dei figli": per questo l'associazione - presieduta da uno dei fondatori, Jakub Stanislaw Golebiewski - ha scelto di agire promuovendo l'equa distribuzione di diritti e doveri dei gentitori, offrendo ai padri separati supporto legale in materia di affidamento, nonché supporto emotivo e psicologico, e impegnandosi a sensibilizzare l'opinione pubblica e le istituzioni sulla necessità di riformare le norme in materia di affidamento dei figli e combattere contro i pregiudizi culturali che, secondo quanto è dichiarato nel sito, "penalizzano i padri nelle decisioni di affidamento".
Ma quale momento sarebbe arrivato, quale progetto, quale comunità sarebbero stati avviati, oltre a quelli già relativi all'associazione? L'idea, il progetto è di diventare una forza politica nazionale, denominata semplicemente Movimento politico Padri in movimento. Un'idea lanciata poco prima dell'inizio dell'estate e da concretizzare subito dopo la sua fine. "A fine settembre - si legge sempre nell'articolo - verrà depositato lo Statuto del Movimento Politico Padri in Movimento. Un atto formale, sì, ma anche un atto rivoluzionario: per la prima volta nella storia repubblicana, i genitori separati avranno un partito che li rappresenta, uno statuto che li tutela, una struttura che li organizza da Nord a Sud". L'idea è di tenere una Costituente, un'assemblea fondativa a Roma in ottobre: lì dovrebbero essere "presentati i membri del direttivo, l'Ufficio legislativo, la Segreteria, l'Ufficio stampa", con tanto di nomina di coordinatori nazionali, per il Nord, il Centro, il Sud, quelli regionali e i responsabili territoriali di "una rete vastissima e capillare, radicata nel territorio, presente in ogni angolo del Paese. [...] Nessuna città, paese o borgo escluso". Gli autori del testo avvertono fin d'ora: "Non sarà una cerimonia. Sarà una dichiarazione di guerra politica all'indifferenza istituzionale". Una "guerra politica" sui generis, ovviamente, condotta proponendo "una piattaforma chiara, identitaria, non negoziabile", costituita da alcuni punti fondamentali: traguardo della bigenitorialità "reale e garantita per legge", una riforma profonda del sistema dell'affidamento (che non preveva prelievi coatti, non consenta l'"affidamento esclusivo mascherato da condiviso come regola di fatto", praticando invece la "custodia condivisa come diritto inviolabile dei figli"), dell'assegno di mantenimento (rendendolo "proporzionale, sostenibile, aggiornato alle reali condizioni economiche) e dei servizi sociali (ritenuti dai promotori "troppo spesso arbitri non neutrali, strumenti di discriminazione di genere nei tribunali") e la previsione di una tutela abitativa per i padri separati ("un padre senza casa non può essere genitore, e nessun bambino dovrebbe crescere sapendo che il suo papà dorme a casa dei nonni o in macchina").
La campagna politica si rivolge, oltre che "ai quasi quattro milioni di padri separati italiani", pure "alle madri che credono nella famiglia equa, ai nonni a cui è stato negato il nipote, agli avvocati che ogni giorno combattono in aule sorde, ai figli adulti che ricordano cosa significa crescere senza un genitore", nonché "a chiunque, in questo Paese, abbia subito l'ingiustizia silenziosa di un sistema che separa invece di unire, che punisce invece di proteggere, che dimentica il superiore interesse del minore non appena quest'ultimo smette di fare notizia".
Il progetto, oltre che un nome, ha già un simbolo, perché - sono sempre i promotori a dirlo - "Ogni movimento che si rispetti ha un volto. Un simbolo non è mai solo grafica: è manifesto, è riconoscimento, è appartenenza".  Il comunicato lo descrive così: "Un padre, una madre, un figlio al centro. Il tricolore sotto. Un cerchio che non divide, ma abbraccia. [...] è il simbolo di milioni di italiani che hanno subito in silenzio, che hanno pianto da soli, che si sono sentiti dire 'ci dispiace, ma non possiamo fare nulla, purtroppo funziona così'. Quando lo vedrete sui manifesti, sulle schede elettorali, nelle piazze d'Italia, saprete cosa significa: che qualcuno si è alzato, ha smesso di soffrire ed aspettare e ha deciso di cambiare le cose dall'interno delle istituzioni". Qualche giorno prima, il 19 maggio, sulla pagina Facebook il simbolo era già apparso corredato da queste parole: "Non è solo un logo. È una dichiarazione politica. Due figure adulte. Un bambino al centro. Mani che si toccano, che proteggono, che camminano insieme. È la famiglia che lo Stato italiano ha troppo spesso ignorato, frammentato, abbandonato a se stessa, padri che ogni giorno si alzano e lottano per restare nella vita dei propri figli".
In effetti, il fregio non nasce dal nulla: si tratta della rielaborazione del logo adottato dall'associazione il 22 giugno 2025, dunque praticamente un anno prima. In quell'occasione, sulla stessa pagina Fb era comparso un lungo post in cui l'associazione illustrava ogni elemento del suo nuovo emblema distintivo, in gran parte conservato nel fregio del nascente movimento politico (a parte il riferimento alla natura del nuovo soggetto, la novità principale è data dall'inserimento del tricolore e dalla scomparsa del colore giallino). Essendo raro che un'associazione spieghi così nel dettaglio il suo segno identificativo, si riporta di seguito il testo illustrativo quasi per intero:

La Figura Centrale del Bambino con le Braccia Alzate: Questo è il cuore pulsante del nostro logo e, in un certo senso, della nostra missione. Il bambino, con le braccia aperte verso l'alto, rappresenta la gioia, la speranza, la libertà e il potenziale illimitato. Simboleggia il futuro che vogliamo costruire per i nostri figli, un futuro in cui possano crescere sereni, sicuri e pienamente realizzati. Le braccia alzate esprimono anche un senso di protezione e accoglienza, l'essenza stessa dell'essere genitore.
 
Le Figure Laterali (Padre e Madre/Accompagnatore): Le due figure che affiancano il bambino rappresentano i genitori. Sebbene il nostro nome sia "Padri in Movimento", abbiamo voluto che il simbolo riflettesse la realtà e l'importanza di entrambi i ruoli genitoriali, o di chiunque si prenda cura del bambino. La loro postura dinamica, con una figura che sembra "muoversi" e l'altra che offre un punto di riferimento, simboleggia il movimento che è intrinseco al nostro nome: il movimento verso una genitorialità più consapevole, partecipativa e responsabile. Rappresentano il supporto, la guida e l'amore che i genitori offrono costantemente ai loro figli.
L'Unione e il Cerchio: Le tre figure sono interconnesse, formando un'unica entità all'interno di un cerchio. Il cerchio è un simbolo universale di totalità, unità, inclusione e protezione. In questo contesto, rappresenta la famiglia come nucleo fondamentale, unita e protetta. Sottolinea anche il nostro impegno a creare una comunità inclusiva per tutti i padri e le famiglie che desiderano intraprendere questo percorso con noi. 
Il Colore Blu: Il blu, tradizionalmente associato alla fiducia, alla stabilità, alla calma e all'affidabilità, è stato scelto per riflettere i valori su cui si fonda "Padri in Movimento". Vogliamo essere un punto di riferimento affidabile per i padri, un luogo dove trovare supporto, comprensione e strumenti per affrontare al meglio la genitorialità. 
Il Testo "PADRI IN MOVIMENTO": Il nome della nostra associazione è chiaramente leggibile e circonda il simbolo iconico. La sua posizione circolare rafforza il concetto di inclusione e di un movimento continuo e in espansione. 
Questo nuovo simbolo è più di un semplice logo; è una dichiarazione visiva della nostra identità e delle nostre aspirazioni. Rappresenta l'amore incondizionato per i nostri figli, il dinamismo della genitorialità moderna, la forza dell'unità familiare e l'impegno di "Padri in Movimento" a supportare e responsabilizzare i padri in ogni fase del loro viaggio.

Il fregio adottato lo scorso anno ha sostituito la grafica precedente, il cui nucleo era costituito da varie figure umane stilizzate (figli e genitori), rese in vari colori e accostate per formare tre coppie con un figlio che si tenevano per mano tra loro. Senza dubbio il logo del 2025 appare di più immediata lettura; in più, la forma rotonda si prestava già allora a una conversione all'uso politico-elettorale, con o senza l'aggiunta di altri elementi.
Naturalmente il percorso verso le schede elettorali sarà tutto meno che agevole: la raccolta firme, infatti, comporterà anche per i Padri in Movimento la ricerca di almeno 1500 sottoscrittori per ogni collegio plurinominale, con la necessità di essere presenti validamente in almeno un terzo delle circoscrizioni per poter finire sulle schede (senza contare la necessità che le liste siano composte non solo da "padri", ma anche anche da almeno il 40% di donne, come le norme prevedono). La sfida, in ogni caso, è iniziata. La battaglia, la si condivida o meno, ha diritto di misurarsi sul terreno della ricerca del consenso, alla pari delle altre e merita rispetto. Lo stesso rispetto che i promotori certamente sapranno avere per l'opinione di persone - e ci sono, come ci sono quelle di cui parla il nascente movimento politico - che hanno conosciuto come figli o figlie il dolore prodotto dalla separazione (e non lo augurerebbero ad altre), ma sarebbero cresciute certamente peggio (con più dolore, più ipocrisia, più tensioni) se in quel caso si fosse ritenuto di misurare col bilancino diritti (quelli rivendicati dai genitori, anche per conto dei figli che magari non la pensavano così), doveri, tempo - in qualità o quantità - e prestazioni, magari senza tenere conto del loro pensiero o del loro sentire (o ritenendolo certamente viziato).