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martedì 19 febbraio 2019

Piscinas, A.D. 1994: quelle spighe spuntate dal nulla sulla Sardegna

Il simbolo giusto sui manifesti...
Il caso di Pisa appena visto è probabilmente senza eguali, nel senso che non è mai stato necessario tanto tempo per rimediare a un errore di stampa delle schede elettorali (anche se un minimo di continuità grafica tra il simbolo sparito e quello usato per sbaglio c'era); ciò non significa affatto che questo sia stato l'unico. A volte l'errore non è stato determinante per l'esito (come con la sparizione del riferimento alla candidatura di Giorgio Gori nel simbolo del Pd alle ultime regionali in Lombardia, con riguardo alle schede del mantovano); in altri casi, invece, l'errore è stato più grave e si è arrivati alla ripetizione delle elezioni, sempre per via giudiziaria, ma stavolta con meno tempo. E' quello che è accaduto a Piscinas, comune cagliaritano (oggi provincia di Sud Sardegna) del Sulcis con poco meno di mille abitanti, nel 1994, quando sulle schede un emblema fu scambiato per un altro, che in comune con il primo aveva soltanto la sagoma della Sardegna.
Erano tre i candidati in quelle elezioni che, il 12 giugno 1994 - le prime a svolgersi in un solo giorno, assieme alle europee e alle regionali sarde, e le prime con elezione diretta per il comune di Piscinas - si contendevano la poltrona di sindaco: Antonio Atzori (detto Antonello) con Impegno e progresso, Francesco Muscas con I giovani per cambiare Piscinas e Andrea Casu con Uniti per il paese. La grafica dei loro emblemi, a dire il vero, era piuttosto elementare: il palazzo comunale stilizzato per Casu, una lampadina accesa per Muscas e il profilo verde della regione - con tre cerchi a indicare la posizione di Piscinas - per Atzori. 
... e quello sbagliato sulle schede
Proprio l'unico candidato che aveva scelto di dare visibilità all'isola, tuttavia, al momento del voto incappò in una brutta sorpresa. Il sorteggio gli aveva riservato la prima posizione, ma se nei manifesti il primo simbolo mostrato era effettivamente il suo, in alto a sinistra sulla scheda gli elettori delle due sezioni elettorali di Piscinas trovarono tutt'altra raffigurazione. La Sardegna, in effetti, era sempre al suo posto, ma questa volta era tinta di verde e sopra erano comparse due spighe gialle: un simbolo molto simile a quello adottato nelle contemporanee elezioni regionali dalla Federazione democratica (la formazione del presidente regionale uscente, Antonello Cabras), ma che nulla aveva a che fare con l'emblema originale di Atzori, senza contare che quel contrassegno al proprio interno presentava anche il nome della lista, dunque era più difficile sbagliare (almeno in teoria).
Qualcosa, però, andò evidentemente storto in fase di preparazione del modello di scheda, con la stampa e il successivo controllo da parte della prefettura. I presidenti di seggio avvertirono tempestivamente il comune, che a sua volta informò debitamente la prefettura; il prefetto, a stretto giro e via fax, comunicò che le operazioni di voto e scrutinio dovevano proseguire regolarmente, così com'era avvenuto a Pisa quattro anni prima, e allo stesso modo - senza bisogno di ricorsi - si arrivò alla proclamazione degli eletti. Naturalmente, però, Atzori fece ricorso, proprio sulla base dell'errore di stampa nelle schede. 
Il Tar della Sardegna - con la sua sentenza n. 1905/1994 - riconobbe che l'impiego di un'immagine sbagliata violava effettivamente le disposizioni della legge elettorale comunale, perché l'errore aveva comportato lo svolgersi delle elezioni "senza che fosse completamente garantito il diritto del ricorrente di essere individuato e valutato anche sulla base del contrassegno con il quale intendeva qualificarsi; perciò egli [poteva] ragionevolmente lamentarsi che il risultato elettorale ottenuto [potesse] essere diverso da quello che avrebbe ottenuto se la scheda elettorale fosse stata realizzata correttamente"; a nulla valeva il fatto che, anche con il contrassegno sbagliato, la candidatura di Atzori non fosse confondibile con quella dei due concorrenti (per le differenze nei simboli e per l'indicazione del nome accanto al simbolo, circostanza non presente nel caso pisano del 1990 dal momento che si votava con un sistema diverso), perché per i giudici "l'impatto rispetto all'elettorato [poteva] essere diverso da quello ricercato con il contrassegno effettivamente prescelto e depositato nei modi di legge".
Per evitare l'annullamento delle elezioni, tra l'altro, i due avversari di Atzori avevano provato a contestare un'altra doglianza del ricorrente, che aveva lamentato proprio la possibilità di essere confuso con schieramenti facenti capo al partito Federazione democratica: questi avevano sostenuto che in realtà a creare la confondibilità - al di là dell'errore in fase di stampa - avrebbe provveduto proprio Atzori, presentandosi come esponente di sinistra. Per il collegio giudicante, tuttavia, "la circostanza che la lista del ricorrente facesse riferimento ad un elettorato su posizioni progressiste non comporta[va] che fosse indifferente per i possibili elettori l'esistenza di un contrassegno riconducibile all’area" di Cabras, ex Psi. Ultimo elemento che depose a favore dell'annullamento delle elezioni fu il risultato finale: Atzori aveva sì perso le elezioni, ma solo 8 voti lo avevano separato dal vincitore Casu (313 a 305), per cui si poteva ben dire che la differenza tra il contrassegno sui manifesti e quello sulle schede poteva "aver influito in maniera determinante sul risultato della valutazione". 
L'anno dopo, il 23 aprile 1995, si rivotò, ma stavolta la procedura riprese dall'inizio e i candidati erano solo i due più votati, Atzori e Casu: in quel caso - e probabilmente proprio con il simbolo giusto sparito in un primo tempo - Atzori vinse, anche se con uno scarto di poco maggiore rispetto a quello che lo aveva fatto perdere (339 a 325). La sua esperienza finì con un anno di anticipo rispetto alla scadenza del mandato, per dimissioni della maggior parte dei consiglieri, ma l'esito delle elezioni del 1995 aveva mostrato che i motivi per ricorrere c'erano tutti. Anche se, in fondo, si trattava solo di due spighe, apparentemente inoffensive.

sabato 20 dicembre 2014

Le spighe identitarie di Sovranità

Non è ancora un partito, anche se probabilmente desidera diventarlo "da grande". Per ora non ha nemmeno un sito, si accontenta di una pagina Facebook e di un account di Twitter, in compenso un simbolo da usare è già pronto. E' nata sempre nel nome di Matteo Salvini e delle sue battaglie l'associazione "Sovranità - Prima gli Italiani", che al leader leghista punta a dare un sostegno "politico, culturale e organizzativo", mediante "un bagaglio di idee, di strutture e di parole d'ordine" che consenta di "sostenere una proposta politica che oggi può essere l'unica speranza affinché l'Italia non cessi definitivamente di essere un soggetto collettivo dotato di storia, eredità e destino".
Al pari di Salvini, i promotori di Sovranità se la prendono con "l'espropriazione della sovranità italiana da parte della Ue" (sul piano monetario, ma non solo), il "succedersi di governi non eletti e diretta espressione della troika", lamentano "il convergere della destra e della sinistra 'moderate' verso il progetto renziano" e denunciano il progressivo impoverimento della popolazione, "una tassazione cieca che strangola i settori produttivi", la disoccupazione giovanile galoppante e, last but not least, l'accelerazione degli ultimi governi "su progetti etnocidi, da Mare Nostrum alla progettata revisione dello ius sanguinis".
La reazione quasi naturale, secondo le prime anime di Sovranità, è "una proposta politica sovranista, sociale, identitaria, che si faccia portavoce degli interessi del popolo italiano in un momento in cui le caste politiche, economiche e culturali non riescono più a capire ciò che accade nell'Italia rimasta fuori dai salotti". C'è chi l'ha chiamato “lepenismo italiano”; loro lo chiamano semplicemente Sovranità, come il primo dei tre pilastri che l'associazione si è data (gli altri due sono identità e lavoro).
Alla presentazione del simbolo "Noi con Salvini" ieri c'erano anche alcuni rappresentanti di Sovranità (che ancora non spende nomi ufficiali su di sé). E, ironia della sorte, l'emblema dell'associazione - reso noto già all'inizio di dicembre - sembra imparentato con il nuovo marchio salviniano, almeno dal punto di vista cromatico. Il fondo è sempre blu, anche se è più chiaro nella maggior parte del cerchio e più scuro nel segmento inferiore, che riporta il nome completo del gruppo (scritto in bianco e giallo). Sempre il giallo lo si ritrova a colorare l'elemento figurativo che contraddistingue il logo: tre spighe stilizzate, collocate al centro.
Quelle infiorescenze non sono certo nuove nella politica italiana: c'erano già sulle schede per eleggere la Costituente, sui segni del Partito dei contadini d'Italia, del Partito democratico del lavoro e del Partito socialista riformista (niente a che vedere con quello, di molto successivo, fondato da Enrico Manca e Fabrizio Cicchitto). In tutti quei casi, tra l'altro, le spighe erano proprio tre, così come sono tre nell'emblema di oggi. Non c'è una spiegazione ufficiale per quell'emblema grafico, anche se indubbiamente richiama il "pilastro" del lavoro (e, volendo, anche un po' quello dell'identità, perché di grano in Italia se ne coltiva parecchio).
Non è esattamente probabile che il simbolo già pronto veda le schede, visto che il sostegno diretto è a quanto sta facendo e farà Matteo Salvini. In Italia, tuttavia, non si può mai sapere: il fatto stesso di avere già preparato un emblema tondo non esclude che, almeno a qualche piccola corsa elettorale, qualche "sovranista" abbia fatto un pensierino. 

Post scriptum del 23 dicembre: tra i sostenitori del progetto Sovranità si può annoverare a tutti gli effetti Casa Pound Italia, come si evince da questa intervista al vicepresidente nazionale Simone Di Stefano“Sovranità - dichiara - è un progetto esterno e indipendente a cui CasaPound ha dato la sua adesione. Si tratta di un contenitore che vuole raggruppare tutti quelli che amano la patria e che vogliono collaborare con la proposta di Matteo Salvini”.

sabato 2 febbraio 2013

La Repubblica di Salò in grafica 0.0?

All'improvviso gli sguardi cadono meglio, sbatti le palpebre e le fai calare un attimo, per poi riaprire gli occhi subito dopo e stringerli, così da vedere con più attenzione. Così ti accorgi che avevi visto bene, altroché. Non c'era solo una croce latina, in quel contrassegno esposto insieme agli altri in bacheca al Viminale, una croce che ovviamente non ci doveva stare. C'era tutto il nome del partito riportato all'interno, RSI Nuova Italia. Ove RSI, non c'è dubbio, sta per Repubblica sociale italiana. Eppoi, nel ben mezzo di una grafica tricolore del tutto minimale e assolutamente 0.0 (per arrivare all'1.0 bisognerebbe almeno installare un programma decente e comprare una stampantina anche di seconda mano), la sagona del Paese, due spighe e, a sormontare tutto, un'aquila ad ali spiegate.
E' così che si è fatto conoscere a una piccola-grande parte d'Italia un nuovo partito, RSI Nuova Italia appunto, fondato giusto a fine 2012, con sede ad Ascoli Piceno e si pone come valori di base la libertà, l'uguaglianza, la dignità, la solidarietà, la fratellanza e il rispetto. A vedere sciorinati nello statuto quei valori qualche dubbio sorge: non è che magari RSI significa altro e ci si è caduti come polli, in un tranello ben preparato da alcuni? Quell'aquila sembra lasciare pochi dubbi, mentre la descrizione del simbolo presente nello statuto non aiuta più di quel tanto: "Il simbolo assume come colori dei propri simboli il bianco, rosso e verde della bandiera italiana CON un'aquila dominante e la spiga di grano a conferma della coerenza del Partito alla Repubblica, alla protezione dell’unità nazionale, ed alla cristianità". Nient'altro, nessun elemento in più per decifrare in altro modo la sigla.
Nemmeno il Viminale deve aver avuto altri elementi per farlo, se ha ritenuto di ricusare quel contrassegno, e non solo per quella croce latina che faceva capolino sul bianco sfondo dell'emblema. Nella nuova versione del simbolo - troppo pulita e precisa per non essere passata attraverso il Poligrafico - infatti, non c'è più la croce, ma anche la sigla RSI si è volatilizzata, lasciando spazio a un'altra parolina di tre lettere, molto più inoffensiva, "Una": "Una nuova Italia", in fondo, la promettono tutti, non dovrebbe essere poi difficile riuscirci. Eppoi niente più aquila, per lo meno niente disegno figurativo: a dare l'idea di un volatile curioso e pur sempre ad ali spiegate, provvedono due nastrini (uno verde  euno rosso), che piegati ad arte richiamano almeno un po' l'apertura alare di quella creatura.
Così, a guardare bene quello che fanno i funzionari elettorali del Viminale, si scopre che per loro non solo la RSI, ma anche l'aqula è una condotta a rischio di ricostituzione del partito fascista e, qundi, andava potata o scacciata senza troppi scrupoli. Probabilmente si poteva fare, per carità, ma qualche dubbio rimane. Soprattutto se hai una memoria decente, ti vai a scartabellare i contrassegni ammessi nel 2001, sfogli le pagine e pah!, ecco il Partito del lavoro. E lasciate stare il nome - per non pensare al lavoro che non c'è - lasciate stare il tricolore e concertratevi sulla bandiera. Sopra al tricolore, impossibile non vedere un'altra aquila, ad ali spiegate, quasi identica a quella delle forze armate durante la Repubblica di Salò; eppoi quell'asta, che più che un'asta è una manciata di fasci, uno sopra l'altro, manca giusto la scure ma si riconoscono perfettamente. Eppure, se quel simbolo sta sul libretto del 2001, significa che l'hanno ammesso, che per il Viminale andava bene così. Che è successo in dodici anni per cambiare così tanto idea? E che avranno fatto di male, quelli di RSI Nuova Italia, per ricevere un trattamento molto più severo rispetto a CasaPound, il cui simbolo non creerà problemi ma di preoccupazioni ne dà in abbondanza?