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mercoledì 19 dicembre 2018

"La Politica dei Giovani" con grafica Pdl, ma chi c'è dietro?

Le proposte di candidatura possono arrivare dovunque e in qualunque momento, ma forse non è frequente che arrivino via posta elettronica. Eppure, negli ultimi giorni, a più di un indirizzo è arrivato un curioso messaggio, il cui testo recita così: "Buonasera, la contattiamo perché tra qualche mese ci saranno le Elezioni Europee e le proponiamo di poter presentare la nostra lista con il nostro Simbolo insieme alla sua candidatura". 
Il #drogatodipolitica non può non essere attirato da quella maiuscola che nobilita la parola "simbolo", così la lettura continua, anche per capire chi sia il soggetto proponente: "Da oggi in tutta Italia è iniziata la raccolta delle firme per poter presentare alle prossime Elezioni Europee 2019 le liste del nostro Movimento La Politica dei Giovani". Ecco, il nome del soggetto, presumibilmente della lista, è La Politica dei Giovani (anche qui maiuscole senza risparmio). Di seguito si invita a scaricare i moduli per la raccolta firme e, per i potenziali candidati, per l'accettazione della candidatura "a consigliere del Parlamento europeo" (sic! Forse c'è bisogno di un corso accelerato di diritto costituzionale...) e la dichiarazione di candidabilità.
A quel punto sorge l'interesse a saperne di più, anche perché il famoso "Simbolo" di cui parla la mail nel messaggio non si vede, quindi si va sul sito www.lapoliticadeigiovani.it. Qualche frazione di secondo e scatta subito la sensazione del déjà-vu, inevitabile guardando l'emblema proposto per il partito. Perché il simbolo è quasi la copia carbone di quello del Popolo della libertà, la versione a fondo tutto blu, senza il riferimento a Silvio Berlusconi; unica differenza è il carattere usato, diverso dall'Helvetica adottato a lungo da Cesare Priori.
L'operazione, a prima vista, appare temeraria, innanzitutto perché si propone di rimettere in pista un emblema che era stato accantonato perché non scaldava il cuore, proprio come il partito di riferimento, cioè il Pdl. Ma temeraria anche perché, ovviamente, mai e poi mai quel simbolo potrebbe finire sulle schede: difficilmente il Ministero dell'interno lo ammetterebbe e, in ogni caso, arriverebbe di sicuro una diffida dal Popolo della libertà, quello vero e mai sciolto (sempre perché in Italia sciogliere un partito è difficilissimo, dal punto di vista burocratico e giuridico), magari attraverso il segretario amministrativo nazionale, Salvatore Sciascia, tuttora senatore forzista.
Con queste premesse, viene naturale cercare di capire chi possa celarsi dietro quel sito. Impresa non facilissima perché all'interno gli elementi utili sono pochi e, tra l'altro, non si riesce a sapere nulla sull'organigramma: se si va sulla pagina dedicata al segretario, c'è un messaggio firmato "il Segretario nazionale", ma senza alcun nome all'interno
Cos'altro c'è nel sito? C'è il carrello di un negozio, ma la pagina relativa a quest'ultimo è ancora vuota. E i contenuti del programma? Si legge che è fondato su tre punti (La Rivoluzione necessaria, cioè "accompagnare il nostro Paese nel concreto raggiungimento della sostenibilità e dell’indipendenza"; la tutela del Made in Italy, con l'opposizione ai trattati Ue, Ttip e Ceta; nuovo lavoro e lavori nuovi, per "far crescere l’Italia in termini di produttività, investendo 2 miliardi di euro nel mondo del lavoro e accrescendo la spesa sociale"
Più in generale, nella descrizione del "Chi siamo", si parla di un "movimento politico indipendente, nato con l'obiettivo di ricostruire il paese con una proposta politica nuova: nelle facce, ma soprattutto nelle idee", un soggetto che vuole perseguire il bene del paese con una "proposta politica liberale e popolare, federalista e riformista", chiaramente di centrodestra, con l'idea che quell'area debba ripartire "dai problemi delle persone". Se però viene lo sfizio di cercare se queste frasi in rete siano già state usate altrove, si scopre che sono identiche a quelle già riferite ad Azione politica, movimento abruzzese guidato da Gianluca Zelli (non ci si azzarda a dire quale dei due testi sia più vecchio, facendo il gioco dell'uovo e della gallina, però…). E se si va su Privacy Policy, il testo inserito nel sito sembra il clone di quello già adottato dal sito di Fratelli d'Italia, considerando che è riportato anche l'indirizzo della sede nazionale di Fdi (Piazza Paganica 13, Roma), mentre la sede nazionale dal sito risulta essere a Torino, con tanto di orari di apertura.
E allora, come se ne esce? Se si prova a vedere a chi è intestato il sito, il dominio risulta registrato nel 2010 (in pieno Pdl, effettivamente) da una persona di Torino. Se poi si guarda nelle vecchie versioni del sito salvate in rete, si trova un simbolo ancora diverso, sempre in stile Pdl con l'arcobalenino, ma con la dicitura "Partito unico repubblicano", il riferimento alla destra e, accanto all'Italia blu, la foglia d'edera repubblicana (quanto al testo dello statuto del partito, porta due diverse date, una del 2010 e una del 2012...).
Basta molto meno al #drogatodipolitica per essere divorato dalla curiosità, quindi scatta la ricerca in rete di "La Politica dei Giovani". Una ricerca semplice, che permette di scoprire che la stessa formula, con la variante della pubblicazione dell'annuncio su portali, era stata utilizzata in passato per altre competizioni elettorali. E nell'articolo di RivieraTime dedicato all'annuncio relativo al comune di Sanremo, si legge che "La Politica dei Giovani è un’associazione nata di recente. Un elemento attrattivo per avvicinare i giovani alla politica partecipata". Più che le parole, però, conta chi le pronuncia, vale a dire Antonio Piarulli, ossia il fondatore e segretario nazionale del Ppa-Partito Pensiero Azione. Queste parole sono riportate subito dopo la frase "Abbiamo contattato gli autori dell'annuncio": si deve dunque pensare che La Politica dei Giovani sia legata a Piarulli e al Ppa? Al momento non è dato saperne di più, anche perché i moduli per le candidature riportano il logo della PdG, mentre il Ppa ha altre mire, probabilmente più ambiziose. Questa, però, è un'altra storia, da raccontare a parte.

martedì 19 dicembre 2017

Noi con l'Italia, una "quarta gamba" che sa di antico (e di già visto)

L'avevano detto, l'hanno fatto. Questa mattina, com'era stato annunciato da giorni, è stato presentato il simbolo della "quarta gamba" del centrodestra al Grand Hotel de la Minerve - lo stesso, per gli amanti del, in cui il 18 gennaio 1994 nacque il Centro cristiano democratico. Stavolta però Pier Ferdinando Casini non c'è e non ci sono nemmeno i centristi veterodemocristiani, che probabilmente sceglieranno una diversa via, sempre centrista ma meno liberale e meno spersonalizzata.
Il contenitore scelto come lista, infatti, si chiama Noi con l'Italia, quasi una risposta nominale a Noi con Salvini coniato alla fine del 2014 (e che, salvo sorprese, non dovrebbe presentarsi come lista, potendo al massimo essere contenuto come pulce nell'emblema della Lega-non-più-Nord): non si sta con un personaggio, ma con il Paese intero. Certo, a dispetto del "noi" identitario, il nome e il concetto di fondo sono piuttosto generici e non poteva essere diversamente: all'interno del progetto politico-elettorale, infatti, trovano posto i gruppi di Direzione Italia di Raffaele Fitto, Fare! di Flavio Tosi, Cantiere popolare (ex Popolari per l'Italia domani) di Saverio Romano, nonché - in qualità di "transfughi" - quello che resta dell'esperienza "ufficiale" di Scelta civica con Enrico Zanetti e coloro che nelle ultime settimane hanno abbandonato Alternativa popolare per fare ritorno nel centrodestra, in particolare gli ex ministri Enrico Costa e Maurizio Lupi. All'ultimo minuto, peraltro, si è sfilato un quinto ministro, vale a dire Gaetano Quagliariello, fondatore di Idea: su Repubblica Monica Rubino scrive che si sarebbe "defilato con tanto di rinuncia davanti al notaio, nonostante sia stato tra i promotori dell'iniziativa", anche se per qualcuno - come riporta sempre il quotidiano romano - sarebbe pronta una sua candidatura "garantita da Silvio Berlusconi".
Era così ampio e variegato - per non dire disomogeneo, se si guarda a Tosi rispetto alle altre figure coinvolte - il ventaglio di soggetti coinvolti da Niccolò Ghedini in quest'impresa politica (nata, si dice, per portare almeno due punti in più al centrodestra, senza dunque che sia scontata l'elezione di qualche esponente della stessa lista, vista la soglia del 3%) che ci voleva un simbolo piuttosto generico, senza troppe connotazioni anche se chiaramente identificabile come "di centrodestra". La soluzione? "Riverniciare" il simbolo del Popolo della libertà, quanto bastava per adattarlo al nuovo marchio politico. Così riecco il fondo blu (certamente più scuro rispetto al passato, con lo stesso carta da zucchero mutuato da Scelta civica - Cittadini per l'Italia, ma anche dal vecchio Ncd), riecco il nome bianco in Helvetica Inserat o Black Compressed (e con un piccolo, lezioso inserto di un carattere graziato corsivo, così da far risaltare come nome "Noi Italia") e riecco anche l'arcobalenino tricolore, per l'occasione trasformato in una pennellata.
Insomma, il simbolo che secondo Silvio Berlusconi non scaldava il cuore dei suoi elettori (anche a causa del nome), va invece bene per essere sostanzialmente riciclato per la "quarta gamba" che ha soprattutto lo scopo di portare voti ai candidati dei collegi uninominali del centrodestra (e se riuscirà a ottenere seggi superando il 3%, tanto meglio). Per ampio che sia, in ogni caso, il nuovo progetto - "Non è una federazione, né un cartello elettorale, ma un vero e proprio soggetto politico", si dice alla presentazione, come annota puntualmente Maurizio Ribechini - non comprende tutti: non vi rientrano, per esempio, Energie PER l'Italia di Stefano Parisi, né Rivoluzione cristiana di Gianfranco Rotondi (per lui la candidatura sarà direttamente in Forza Italia); si sta lavorando, come si diceva, anche a una lista post-democristiana, che sotto il simbolo appena un po' modificato dell'Udc potrebbe raccogliere anche il ridestato Udeur(2) di Clemente Mastella, il Nuovo Cdu di Mario Tassone e - se non ci saranno scontri in merito - la presunta riattivata Dc guidata da Gianni Fontana.
La "quarta gamba", insomma, parte con un simbolo usato (e, nell'ultima parte della sua vita, nemmeno particolarmente gradito da chi l'aveva voluto). Anche il nome scelto, tuttavia, non è del tutto nuovo: Noi con l'Italia, in particolare, è già un'associazione che opera da anni essenzialmente nel comune salernitano di Angri sul piano della cittadinanza attiva e dell'impegno sociale. Ovviamente questo non dovrebbe creare nessun problema alla neonata forza politica, che opererebbe su un territorio molto più vasto e non era certo tenuta a conoscere anche quella realtà associativa molto più piccola; si può solo rilevare che le combinazioni della fantasia politica sembrano essere limitate, anche per chi rinuncia alla parola "partito" (o rifugge da questa).

sabato 22 luglio 2017

L'Italia civica berlusconiana per chi torna all'ovile (ma già opzionata)

Il simbolo scelto non sarà così,
#sischerza ma neanche troppo
Che si voterà nel 2018 ormai è chiaro; il problema è capire come, cioè con quale legge elettorale, dopo che nelle scorse settimane gli accordi sono saltati. La questione, per prevedere gli schieramenti elettorali, non è di poco conto. 
Con un proporzionale, anche nella forma del sistema tedesco, probabilmente si vedrebbero varie liste (specie se lo sbarramento non fosse esagerato): ognuno correrebbe per sé, poi "si vedrà". Un maggioritario potrebbe complicare le cose, specie se non consentisse di coalizzarsi: si dovrebbero inventare contenitori o accoppiare simboli per aggregare consensi e vincere. Se spuntassero le coalizioni, però, il discorso cambierebbe: si potrebbe correre "a più punte" e colpire uniti, sperando che ciascuno guadagni qualcosa; varrebbe per il maggioritario, ma anche in caso di sistema proporzionale, visto che al Senato in qualche modo le coalizioni sono rimaste e oggi allearsi conviene ai partiti minori, visto che si abbatte la soglia di sbarramento (ma sono i partiti grandi a decidere se la coalizione si fa e, dunque, se l'asticella si abbassa). 
Nel caso di un sistema a premio di maggioranza eventuale, con possibilità di coalizioni, non ci sarà spazio per gli schizzinosi: se qualcuno vorrà tornare nell'area di origine dopo un'avventura (vantaggiosa) nello schieramento avverso, non sarà facile lasciarlo alla porta. Silvio Berlusconi lo sa, fin dal giorno del ritorno a Forza Italia. La platea dell'ultimo consiglio nazionale Pdl gridava "Tra-di-to-ri" ad Angelino Alfano e compagni, usciti il giorno prima per creare il Nuovo centrodestra, ma lui la placò: "Non fate dichiarazioni nei loro confronti: quel gruppo ora apparirà un sostegno al Pd, ma dovrà poi necessariamente far parte della coalizione dei moderati, comportiamoci con loro come facciamo abitualmente con la Lega e con Fratelli d’Italia". I suoi non gli hanno dato troppo retta (e anche lui, a volte, si è dimenticato delle sue parole), ma ora le elezioni si avvicinano e la musica cambia.
Non ci si stupisce, allora, se ieri La Stampa, in un articolo a firma di Ugo Magri, parla di un Berlusconi pronto a lanciare "una vasta offensiva che mira a impossessarsi rapidamente dell’area centrista, sgretolando lo Stato cuscinetto di Alfano". Un'operazione che mira a costruire un nuovo contenitore che in breve tempo "prenderà le sembianze di un vero e proprio movimento, destinato a fiancheggiare il partito berlusconiano". 
Lo spazio per gli alfaniani pentiti (e magari anche per lo stesso Alfano, anche se a qualche forzista convinto il suo ritorno potrebbe provocare una gastrite) e per altri soggetti interessati viene definito, da parlamentari in vena di facezie, alternativamente "un bel secchio in cui accogliervi a braccia aperte" (parole molto trash di Franco Carraro) o "la bad company di Forza Italia" (copyright di Fabrizio Cicchitto, che chiama così l'eventuale casa degli "impresentabili" del centrodestra). Eppure il piano ci sarebbe e, per Magri, il nome già pronto sarebbe Italia civica. Il nome ricorda le esperienze civiche che ormai da anni fioriscono nei comuni, a volte solo per nascondere i partiti che non vogliono mostrarsi come tali. Da un po' di tempo a questa parte qualcuno aveva cercato di portare lo stesso spirito nella politica nazionale, a partire dalla montiana Scelta civica, il cui cammino non è stato proprio glorioso. 
Anche questo dettaglio, peraltro, potrebbe non essere un passo falso. Perché per quel progetto politico, cui starebbe lavorando Niccolò Ghedini con pieno mandato berlusconiano, quel nome potrebbe calzare a pennello. Intanto consentirebbe di far entrare un ampio spettro di soggetti: oltre agli alfaniani, infatti, l'articolo della Stampa cita anche il gruppo di Flavio Tosi, l'Udc rimasta fedele al segretario Lorenzo Cesa, addirittura il Partito pensionati (negli ultimi anni stabilmente nel centrodestra) e forse addirittura il Movimento animalista di Michela Vittoria Brambilla (la sorpresa ovviamente non sarebbe lei, ma quella sigla, lanciata con tanto clamore per poi essere destinata a stemperarsi in un italico civismo, con relative candidature).
Quei voti farebbero comodo - l'articolo azzarda una quota intorno al 2% - ma Berlusconi sarebbe più interessato a mantenere la partnership con Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Così, il nome Italia civica servirebbe a non inquietare i leader di Lega Nord e Fratelli d'Italia (hanno ripetuto sempre "niente riciclati", è il caso di confonderne le insegne d'origine) e soprattutto a far "pagare dazio" a certi figliuoli prodighi di ritorno a casa: per candidarsi nel centrodestra e sperare nell'elezione, dovrebbero accettare di stare in un contenitore anonimo e dal blasone nominale poco appetibile. E, pure se non si parla (ancora) di simboli, il colmo sarebbe se a Italia civica venisse data la veste grafica del Popolo della libertà, una sigla che Berlusconi aveva voluto, ma l'ha cambiata dopo essersi reso conto che "il Pdl" non suscitava emozioni. Quale miglior nemesi, per gli ex alfaniani e altri compari aggregati, del dover accettare un nome similmontiano con una grafica pidiellina?
Unico ostacolo sulla strada del progetto, al momento, sembra essere il fatto che qualcuno sul nome avrebbe già messo una bandierina. Lo si legge in un articolo pubblicato sempre ieri da Formiche.net, scritto da Lorenzo Bernardi:
Quel nome è già stato opzionato, e non certo da un berlusconiano. Semmai, ironia della sorte, da un montiano, o ex montiano. Si tratta di Gianmarco Gabrieli. È lui il titolare del dominio Italiacivica.it, e digitando il nome del sito su Google spunta proprio il suo blog personale. Gabrieli, classe 1974, è un imprenditore nel settore informatico, navale e dell’abbigliamento, attivo nell'associazionismo imprenditoriale e già presidente dei Giovani di Confindustria Bergamo. Sul fronte politico, è stato membro del comitato di presidenza di Scelta Civica, oltre che portavoce regionale della Fondazione Italia Futura, che fa capo a Luca di Montezemolo. Attualmente iscritto al Pd, ma l’unica etichetta che gradisce vedersi appuntata è “semplicemente liberale”. 
Se fosse così, al momento in realtà Berlusconi potrebbe sempre utilizzare quel nome. In fondo gli era già andata bene quando aveva pensato di utilizzare l'espressione "Partito della libertà", dopo che la Federazione dei liberali aveva già acquistato il dominio www.partitodellaliberta.it: la questione finì in tribunale e i giudici decisero che aver acquistato il sito senza averlo realmente usato - come qui: c'è un semplice redirect - e senza aver utilizzato il nome in altre occasioni fa sì che un eventuale uso della stessa etichetta da parte di altri non produca alcuna usurpazione.
Certo è che qualcuno dell'entourage di Luca Cordero di Montezemolo, nel momento in cui guardava alla politica, a fare qualcosa di italiano e di civico doveva averci pensato prima di Monti: il 7 novembre 2012 risulta depositata la domanda di marchio per Civica Italia, ossia per il marchio che è riportato a destra ("un'impronta raffigurante la dicitura Civica Italia in caratteri di fantasia, le due porzioni essendo poste l'una sopra l'altra e racchiuse tra due segmenti verticali, rientranti verso l'interno rispettivamente alle estremità superiore ed inferiore"). Titolare del segno distintivo risulta essere proprio Italia Futura, la fondazione legata a Montezemolo. Potrebbe mettersi di traverso rispetto al disegno berlusconiano? Non è dato saperlo, anche perché - tanto per dire - "Civica Italia" e "Italia civica" non sono esattamente la stessa cosa; in passato, però, Carlo Giovanardi ha dovuto rinunciare a denominare i suoi Popolari liberali, dopo il ricorso (accolto) dei Liberal popolari. Previsioni, allora, è meglio non farne: tanto, magari, tempo qualche settimana e tutto cambia, nomi compresi.

mercoledì 23 marzo 2016

Bolzano, centrodestra spaccato e con simboli retrò

Il fenomeno sembra noto fin dagli anni '60 (in area socialista, ma non solo): in certe condizioni, l'uso delle parole "unità" e "uniti" si applica puntualmente a un contesto di divisione o frammentazione. Sembrava di poterlo dire alcuni giorni fa per la "Sinistra unita" a Trieste; ora c'è la forte tentazione di dirlo per il centrodestra a Bolzano. Comune che ritorna al voto dopo appena un anno dall'ultima tornata elettorale: a settembre erano arrivate le dimissioni del sindaco di centrosinistra Luigi Spagnolli, che pochi mesi prima aveva iniziato il terzo mandato (era in carica dal 2005) ma non era riuscito a trovare in consiglio comunale una maggioranza coesa. 
Il capoluogo altoatesino, dunque, andrà alle urne al turno di fine primavera e il centrodestra, secondo alcuni, avrebbe avuto più di una possibilità di vincere, a patto naturalmente che si presentasse unito. E questa è l'impressione che si potrebbe avere guardando il simbolo della lista che dovrebbe sostenere alle elezioni l'odontoiatra (già candidato al Senato per il Pdl) Mario Tagnin: leggendo "Il Centrodestra - Uniti per Bolzano", con "Uniti" scritto a caratteri cubitali, si potrebbe davvero pensare che tutto è fatto, tutto è pronto per una corsa unitaria verso il municipio.
Mentre si riflette, tra l'altro, si potrebbe notare con curiosità che l'emblema ricalca in tutto e per tutto quello del Popolo della libertà, o per lo meno il suo primo disegno, quello che non prevedeva l'indicazione "Berlusconi presidente". "Non è la grafica del PdL - precisa Alessandro Urzì, guida del gruppo L'Alto Adige nel cuore (già candidato sindaco alle scorse comunali) che sostiene Tagnin - è una nostra ideazione che, se richiama l'idea di una casa comune, in ogni caso può avere anche un senso". L'arcobalenino, è vero, è leggermente diverso e le scritte pure, ma è difficile dire che l'impressione grafica che si ricava dall'emblema coniato per Tagnin, anche grazie ai colori e alla font usata, sia diversa da quella trasmessa dal marchio dell'antico Pdl.
Se però ci si guarda intorno, si scopre che l'unità di cui parla l'emblema non è proprio così ampia (al più va interpretata nel senso che di liste a sostegno di Tagnin ce ne sarà una sola). Alla conferenza stampa di presentazione della candidatura di Tagnin, infatti si vedevano gli emblemi dell'Alto Adige nel cuore, di Forza Italia, della Lega Nord e di UnItalia, una formazione di destra radicata in quel territorio. L'accordo sul candidato è stato siglato il 17 marzo, ma con uno strascico notevole di polemiche, legate soprattutto alla partecipazione di Forza Italia. Se infatti a spingere per Tagnin era stata la componente "ufficiale", che fa capo a Elisabetta Gardini, commissaria del partito in quell'area, di diverso orientamento era il gruppo legato invece a Michaela Biancofiore, che nei giorni precedenti aveva invece spinto sul nome "fuori dai partiti" dell'avvocato Igor Janes. 
Quella candidatura non è stata accettata (con grande ) e, a quel punto, è tornato in gioco Giorgio Holzmann, che l'Ansa definisce "storico esponente della destra con radici nel Msi"  Già più di un mese fa era stato presentato l'emblema di Alleanza per Bolzano, che certamente richiamava nel nome e nella struttura (scritta su semicerchio superiore azzurro, semicerchio inferiore bianco) l'emblema di An; in questi ultimi giorni, quando la candidatura ha ripreso corpo, nella parte inferiore si sono aggiunte le "pulci" delle varie forze che hanno reso esplicito il sostegno allo stesso Holzmann. Anche in questo caso si è scelta la via della lista unica, un po' per semplificare il quadro politico e un po' per evitare di farsi male con la legge elettorale (che richiederebbe a eventuali liste coalizzate di raggiungere una soglia minima che, a tutta evidenza, alcuni simboli rischierebbero di non superare). 
Sono così apparsi i "bottoni" di Fratelli d'Italia, del Nuovo Psi, dei Conservatori e riformisti, dell'ex sindaco Giovanni Benussi e - da una manciata di giorni - anche dell'adinolfiano Popolo della Famiglia. Nessun riferimento alla Biancofiore, che però a Pietro De Leo del Tempo ha dichiarato di valutare seriamente il sostegno a Holzmann, anche con una propria lista. Insomma, da una parte si parla di unità, dall'altra di alleanza, ma la spaccatura nel centrodestra sembra difficile da sanare e il tempo per ricucirla è sempre meno.

giovedì 8 ottobre 2015

Pensioni & Lavoro, quando il successo poteva partire da Courmayeur

Come si può far conoscere agli elettori un partito che magari non è agli esordi, ma fino a quel momento non ha avuto troppo riscontro? Cercando di trarre vantaggio dall'attenzione che attirano gli altri competitori, ad esempio. Ci aveva provato, sinceramente, Ugo Sarao da Bagnone in Lunigiana, per anni cancelliere tra il tribunale di Cassano D'Adda e la corte d'appello di Milano e, anche prima della pensione, creatore di nuovi partiti con relativi simboli. Una delle sue creature più recenti, la cui durata probabilmente ha battuto tutte le altre, è Pensioni & Lavoro, nata nel 1996 e spesso presente nelle bacheche del Viminale e in alcune competizioni locali. Una delle storie che mi ha raccontato Ugo l'Inesauribile per il mio libro Per un pugno di simboli ha davvero dell’incredibile e passa per Courmayeur: la faccio raccontare direttamente da lui. Buon divertimento... 
Nell’estate del 2007 le agenzie di stampa battono la notizia: Silvio Berlusconi si sarebbe presentato alle elezioni comunali di Courmayeur con il Popolo della libertà, alla prima uscita. Una splendida occasione per un partito, come Pensioni & Lavoro, che voleva farsi conoscere dal grande pubblico, sfruttando i riflettori puntati sul Cavaliere. Così il sottoscritto Ugo Sarao, da buon alpino, incomincia a pensare come dare la scalata al Municipio di Courmayeur.  
Chi è pratico di elezioni lo sa: la difficoltà maggiore è la raccolta delle sottoscrizioni. "Fortunatamente le firme necessarie per Courmayeur sono soltanto 13", pensai, ma commetto un errore metropolitano perché raccogliere 13 firme in Val d’Aosta è come raccoglierne 130 a Milano. La voglia di partecipare, comunque, è tanta ed è più forte di qualsiasi ragionevole ripensamento; il dietro-front, invece, lo fa Berlusconi che, subodorato un probabile insuccesso, rinuncia alla competizione.  
Berlusconi o no, alle prime luci dell’alba di un giorno di ottobre il sottoscritto Sarao, Marilena Sohnel (candidata vice-sindaco), Carlo Muccio (candidato consigliere), partono da Cassano d’Adda per Courmayeur portandosi un tavolino, due sedie pieghevoli, alcune bandiere, la modulistica ed un rotolo di manifesti. I tre vengono raggiunti sul posto dalla seconda pattuglia elettorale, formata dal candidato sindaco Cesare Valentinuzzi, scortato da Nigi Macchi alla guida della generosa NigiMobile; per ultima arriva la terza pattuglia composta da Salvatore Quarta, dalla moglie Angela Pesaro e dal loro secondogenito.
Nessuno di tutti loro sa che quello è un giorno sbagliato! Fantozzi avrebbe detto: "Trattasi di tragico affondamento degli equipaggi in giorno semi-festivo con pochissime persone in strada, negozi ed esercizi commerciali chiusi". In più c’era il problema di reperire un Pubblico Ufficiale per autenticare le firme: in questo li aveva aiutati il Tribunale di Aosta il cui Presidente, memore del suo trascorso ambrosiano nella stessa città in cui prestava servizio Sarao, aveva autorizzato alla bisogna la dottoressa Emanuela Chieppi, cancelliere di quel Tribunale, che si era imbarcata ad Aosta sull’auto della terza pattuglia. 
Finalmente si può allestire la postazione e i nostri attivisti si mettono al lavoro, che consiste nello spiegare ai pochi increduli passanti il motivo della loro presenza. Da non credere, ma le 13 firme vengono raggiunte allo scadere della quinta ora. Il mese successivo il gruppo torna a Courmayeur per comiziare, affiggere manifesti e partecipare ad un paio di dibattiti pubblici. Per far capire a chi non c’era l'impossibilità di prendere voti, basta citare i nomi delle tre liste concorrenti: Courmayeur la nuova via, Noi Courmayeur-Nous Courmayeur, Courmayeur domani… quando tutti i candidati erano parenti e/o amici di tutto l’elettorato possibile e immaginabile. 
Nonostante tutto, a lasciare attoniti è il finale. Tredici firme, tredici voti raccolti da Pensioni & Lavoro: unico caso al mondo in cui i sottoscrittori sono rimasti fedeli a una lista per più di un mese!

sabato 15 agosto 2015

Quando Forza Piacenza (insieme) non era Forza Italia

Somiglianze galeotte: se a volte le affinità - più o meno legittime - riguardano due simboli presentati nello stesso turno elettorale e fanno litigare i depositanti, figurarsi quante polemiche possono scoppiare quando il richiamo grafico o verbale c'è, ma colpisce un emblema che quella volta non partecipa al voto. 
Si torni con la mente, per dire, al 2012 e ci si teletrasporti a Piacenza, città in cui si votava per rinnovare l'amministrazione comunale, dopo dieci anni sotto il segno di Roberto Reggi. Il centrosinistra praticamente tutto intero avrebbe conquistato nuovamente la città con Paolo Dosi, il Pdl schierava Andrea Paparo, senza però poter contare sulla Lega Nord, che candidava Massimo Polledri; il M5S presentava Mirta Quagliaroli, mentre sulla griglia di partenza c'erano anche Pier Angelo Solenghi (Piacenza Bene comune), Pierpaolo Gallini (Udc) e Pietro Luigi Tansini (Pensionati piacentini).
Se per i drogati di politica, nella coalizione di centrosinistra, uno dei pochi dettagli davvero interessanti poteva essere la presenza di una lista dei Moderati di Giacomo Portas, formazione nata e presente soprattutto in Piemonte, ma che nelle urne piacentine ha superato addirittura il 13% (la lista per l'occasione si chiamava Moderati e piacentini per Dosi), nell'area di quel centrodestra spaccato c'era una chicca davvero imperdibile. Perché il fatto che Massimo Polledri, oltre che dalla Lega, fosse appoggiato da una lista chiamata Forza Piacenza insieme non era piaciuto nemmeno per sbaglio né al vicecoordinatore provinciale del Pdl, Werner Argellati, né al coordinatore nazionale Sandro Bondi, che aveva tuonato in un esposto all'ufficio elettorale contro "un contrassegno riproducente dicitura e/o raffigurazione grafica che riteniamo possa facilmente confondersi con quello notoriamente usato dal movimento politico Forza Italia".
Il fatto è che la lista Forza Piacenza insieme, di cui era portavoce Gianmarco Lupi, era comparsa alla fine di marzo - pochi giorni prima del deposito delle candidature - fin dall'inizio come punto di riunione di "persone rimaste deluse dalle precedenti amministrazioni", ma era certamente di centrodestra e l'idea iniziale era di chiedere a quell'area politica di presentarsi compatta e con una linea comune al voto, senza sfrangiarsi su tre diversi candidati sindaci (Paparo, Polledri e Gallini). Alla fine il disegno unitario non si era compiuto e, tra i tre nomi disponibili, Lupi ha scelto Polledri, mettendosi direttamente in concorrenza con il candidato del Pdl, che tra i suoi simboli - oltre a quello del Pdl - ne aveva un altro tricolore, quello di Piacenza viva (lista di candidati nuovi alle istituzioni e con al suo interno alcuni esponenti di Fli: la figura che emerge nel semicerchio rosso sembra essere uno dei cavalli del Mochi, in particolare quello dedicato ad Alessandro Farnese). 
Non stupisce granché, allora, che i dirigenti del Pdl abbiano lamentato il tentativo di Forza Piacenza insieme di "ingenerare confusione nell'elettorato con la lista Forza Italia, presentata alle elezioni comunali del 2007", anche grazie all'inserimento di "Forza Piacenza" in una banda tricolore "che richiama il simbolo di Forza Italia". La commissione elettorale, tuttavia, aveva ammesso il simbolo e probabilmente non aveva torto. Per iniziare, la legge elettorale per le comunali è più permissiva rispetto a quella delle elezioni di rilievo nazionale (in quel caso l'emblema sarebbe sicuramente stato bocciato): le somiglianze a quel livello generalmente sono punite solo tra simboli che coesisterebbero sulla scheda, non quando quello imitato o simile non è stato presentato. In più, il tricolore piacentino è ben diverso, perché è ribaltato (in alto c'è il rosso e non il verde come nella bandierina di Fi) e dà molto più spazio al bianco. Il vero problema, casomai, era l'intera grafica davvero poco felice, soprattutto la scelta del carattere Tahoma con la banda blu nella parte alta di "Piacenza": i giudizi estetici, tuttavia, esulano fortunatamente dai compiti delle commissioni elettorali.
A dare torto a Bondi e Argellati sul rischio di confusione, in ogni caso, furono gli stessi cittadini piacentini: Paparo andò al ballottaggio con Dosi, Polledri arrivò quarto dopo il M5S, ma soprattutto Forza Piacenza insieme ottenne lo 0,66%, terribilmente meno anche delle liste a sostegno dei candidati sindaci "solitari" (andò peggio solo la terza lista legata a Polledri, che univa Pensionati emiliani e Movimento cristiano, con lo 0,24%). Chi voleva votare Forza Italia, probabilmente, aveva comunque scelto il Pdl o, al più, non aveva votato; difficile che i nostalgici del 1994 abbiano messo per sbaglio una croce su Forza Piacenza, rimasta ovviamente fuori dal nuovo consiglio.

martedì 4 novembre 2014

Calabria: un piccolo tetto (della Casa) per il centrodestra (di Mauro Bondì)

Aria di ritorni nel centrodestra, anche se sotto abiti diversi. Che il marchio tutto berlusconiano della Casa delle Libertà - elaborato nel 2000 e varato a tutti gli effetti alle elezioni politiche dell'anno successivo - fosse pronto per essere riesumato dalla soffitta in cui era stato relegato nel 2008 (con la nascita del Pdl) era qualcosa di più che una voce da alcuni mesi; che la "riesumazione" avrebbe avuto contorni assai più striminziti di quelli di una grande corazzata di sigle, capaci di unirsi e sconfiggere il "renzismo", era assai meno prevedibile. 
Come che sia, su uno dei simboli depositati dieci giorni fa in Corte d'appello a Catanzaro è riemerso il nome "Casa delle Libertà" e lo stesso ricomparirà sulle schede elettorali il prossimo 23 Novembre, in occasione delle elezioni regionali della Calabria. A valersi del brand, tuttavia, è una semplice "lista del presidente", a sostegno della candidata del centrodestra Wanda Ferro accanto a Forza Italia e Fratelli d'Italia. Di grandi alleanze, dunque, nemmeno l'ombra (Nuovo Centrodestra e Udc difatti correranno da soli, particolare che potrebbe spianare la strada, già ben disposta, al candidato Pd Mario Oliverio): resta solo un piccolo richiamo grafico, in un contrassegno che non brilla per l'impatto. La font utilizzata per la Casa, tra l'altro, è quella storica del Popolo della Libertà, così come i colori sono gli stessi, classici del "sugo berlusconiano" proprio a partire dalla Cdl; poco gradevole, soprattutto sul piano grafico, l'espressione "Ferro Presidente", testimonianza della causa molto locale e poco ampia cui è stato piegato il vecchio nome. Sembrano davvero lontani i fasti di un tempo per il marchio, sia sul piano grafico (anche se la Cdl inaugurò la serie dei simboli "affollati"), sia nei numeri che probabilmente usciranno dalle urne. 

domenica 3 agosto 2014

Popolari Liberali o Liberal Popolari? Scambiando gli addendi, il risultato cambia

Che poi uno se lo potrebbe anche chiedere: che fine hanno fatto i Popolari liberali di Carlo Giovanardi? Per lui è facile la risposta – ultimamente ha cercato di fare il sindaco di Modena, senza esagerata fortuna – ma che ne è del partito nato a febbraio del 2008 dalla corrente omonima dell'Udc, con il chiaro intento di rimanere nel centrodestra (a differenza di Casini e soci) per poi approdare nel Pdl, cose puntualmente accadute?
In effetti, a spulciare in rete, il sito www.popolariliberali.it c'è ancora, anche se sembra piuttosto fermo, per lo meno al 2010; il simbolo campeggia ancora nella pagina web del senatore Giovanardi, c'è addirittura l'invito ad aderire al gruppo, ma il link rimanda direttamente alle adesioni al Pdl. Questo nonostante la nuova casa politica di Giovanardi sia il Nuovo centrodestra, di cui – a dare retta a Wikipedia – i Popolari liberali sarebbero diventati una corrente o, per lo meno, un elemento di apporto politico. Tutta questa esposizione, tuttavia, il simbolo non ce l'ha e, a spulciare un po' in giro, si scopre qualcosa di interessante: quel nome, infatti, a qualcuno non era proprio andato giù.
Sì, perché in quel di Roma esistevano già i Liberal Popolari ed erano nati da un pezzo, esattamente il 10 novembre 1995. Confondere i due segni, dal punto di vista della grafica, è difficile. L'emblema dell'associazione guidata da Alfio Pulvirenti è così descritto: "In un cerchio esterno di colore blu viene riportata la scritta, in negativo, 'Liberal Popolari'. Un cerchio lo separa da un tondo blu nel cui interno vengono raffigurati due delfini contrapposti, uno di colore rosso e bianco ed uno di colore verde e bianco; sullo sfondo degli stessi compaiono in forma circolare sette stelle". Tutt'altra cosa, evidentemente, rispetto al cerchio carta da zucchero con filetto tricolore centrale di Giovanardi. Le parole del nome, però, erano praticamente identiche: cambiava l'ordine e c'era una "i" di differenza, ma secondo Pulvirenti non era sufficiente a scongiurare il rischio di confusione o di associazione tra i due gruppi (e in effetti qualche giornale più di una volta ci è cascato).
La questione inevitabilmente è finita davanti al tribunale di Roma e il partito di Giovanardi – stando all'ordinanza del 23 dicembre 2010 – ha avuto la peggio. Il giudice infatti ha riconosciuto, oltre alla quasi identità dei nomi, che "gli scopi associativi sono analoghi, concernendo entrambi la promozione del dibattito nella cittadinanza in materia politico economica nel’area moderata, a cui storicamente si iscrive la cultura popolar-liberale, e il cittadino che culturalmente e politicamente si riconosce in tale area". Il conflitto tra i due nomi, dunque, era del tutto plausibile e, almeno per quanto riguardava i nomi, doveva concludersi con la vittoria di Pulvirenti. Da una parte la sua associazione è nata almeno dieci anni prima del gruppo di Giovanardi e ha sempre fatto uso del suo nome; dall'altra, è vero che a luglio del 2008 era stato depositato presso l'Ufficio italiano brevetti e marchi l'emblema dei Popolari liberali (registrato quasi due anni dopo, evidentemente senza che il Viminale in quel caso si sia opposto), ma il logo dei Liberal Popolari era stato depositato presso l'Ufficio per l'armonizzazione del mercato interno già a dicembre del 2007 e un anno dopo era arrivata la registrazione come marchio comunitario. 
Giovanardi e soci, insomma, erano comunque arrivati tardi, per cui la giudice Gabriella Muscolo aveva inibito loro in via cautelare l'uso del nome "Popolari Liberali". Non sembra che l'etichetta sia stata abbandonata del tutto – del resto non è nemmeno noto se la vicenda processuale sia andata avanti – ma di certo tra i motivi della parziale sparizione dell'ennesimo simbolo a cromia nazionale allargata (il tricolore e l'azzurro/blu) potrebbe esserci anche questo piccolo e poco conosciuto inciampo legale.

venerdì 4 gennaio 2013

"Moltiplicazione dei Monti" vietata? No, ecco perché

La partita simbolica legata alla "salita in politica" di Mario Monti si sta allungando, arrivando quasi ai limiti della zona Cesarini: i tempi di presentazione dei contrassegni si assottigliano e i giornali parlano di bozzetti a non finire che affollano il tavolo del Professore, senza soddisfarlo pienamente.
Non nascondo che avevo appreso con grande soddisfazione, nella conferenza stampa tenuta da Monti per presentare il suo progetto politico, che il nome provvisorio scelto per la lista al Senato era "Agenda Monti per l'Italia", proprio come questo sito aveva suggerito (anche su impulso di un esperto di sistemi elettorali come il professor Fulco Lanchester); il nome poi sembra sia stato leggermente modificato, ma è nell'ordine delle cose e non stupisce. Era giusta anche la previsione di almeno due liste alla Camera, una delle quali sicuramente a vantaggio dell'Udc, per le considerazioni già viste sullo scudo crociato. Proprio alla Camera, però, a quanto pare si sta giocando la partita più insidiosa.
Ad aprire il fuoco, le dichiarazioni di Giuseppe Calderisi, già radicale, da tempo finito in Forza Italia e ora nel Pdl, ma soprattutto riconosciuto esperto di sistemi e procedimenti elettorali. "Il testo unico DPR n. 361/’57 obbliga le liste che si collegano in coalizione per cercare di conseguire il premio di maggioranza a depositare lo stesso programma e l’indicazione dello stesso capo della coalizione, ma obbliga altresì tutte le liste [...] ad utilizzare contrassegni diversi, non confondibili tra loro e che pertanto non possono avere in comune lo stesso logo, neppure ’singoli dati grafici’ o ’espressioni letterali’, o ’parole o effigi costituenti elementi di qualificazione degli orientamenti o finalità politiche connesse al partito o alla forza politica di riferimento, anche se in diversa composizione o rappresentazione grafica’. Oltre al rischio di confondibilità, la legge  vuole evitare anche il rischio di annullamento dei voti espressi dagli elettori che appongono più segni su più contrassegni recanti la stessa dicitura". 
Per Calderisi, insomma, il nome di Monti o diciture che lo contengano non possono stare su più contrassegni. La legge, tuttavia, non lo dice. L'articolo 14, comma 4 del testo unico del 1957 che il parlamentare Pdl cita quasi per intero, infatti, non prevede che due emblemi elettorali non possano avere in comune un'espressione letterale o un elemento qualificante: dice che parole ed elementi "costituiscono elementi di confondibilità". Non è proprio la stessa cosa: altrimenti i simboli che usassero la parola "partito", o tutti coloro che si fregiassero di aggettivi come "democratico" o "comunista" sarebbero fuorilegge (tutti tranne il primo depositato, ovviamente) e questo il Consiglio di Stato l'ha precisato con chiarezza in un parere del 1992
Ora, perché mai la stessa regola non dovrebbe valere anche per l'indicazione del capo della coalizione? Tanto più che lo stesso Ministero dell'interno ha sostanzialmente riconosciuto come quei nomi, in quanto evidente indicazione del programma politico della lista che li utilizza, consentono un rapporto più chiaro con gli elettori, dunque aumentano la chiarezza, invece che diminuirla (infatti il Viminale richiede soltanto, benché questo non sia espressamente previsto, l’autorizzazione dell’avente diritto all’uso del proprio nome, in applicazione della normativa per la tutela della privacy). L'idea che tutti i simboli coalizzati possano avere l'indicazione del capo della forza politica non è un elemento di disturbo, semmai di trasparenza.
Un vero ostacolo alla presenza del nome di Monti su più simboli, dunque, non c'è. A meno che quel nome, per la posizione e la resa grafica, costituisca elemento di confondibilità, che invece dovrebbe essere sanzionato dal Ministero con la ricusazione. Al più, dunque le liste coalizzate dovranno rinunciare a riprodurre lo stesso elemento grafico in cui inserire il nome di Monti e faranno bene a tenere i loro simboli tradizionali (quelli dei partiti ovviamente) ben in vista - più dell'indicazione del leader - in modo da scongiurare il rischio di confondibilità: a queste condizioni, per la "moltiplicazione dei Monti" lo spazio dovrebbe esserci.

martedì 18 dicembre 2012

La scissione di La Russa e l'amnistia di Pannella

Alla fine è andata esattamente come pensavamo: il simbolo quadrato che Massimo Corsaro ha presentato solo pochi giorni fa, per definire i "Circoli del centrodestra nazionale", è già pronto per dare voce alla scissione guidata da Ignazio La Russa e Maurizio Gasparri, che pure non hanno intenzione di allontanare troppo la loro strada dal Pdl. Cancellate la parola "Circoli" e "nel Pdl", proprio come avevamo ipotizzato una manciata di giorni fa, il contrassegno del Centrodestra nazionale sembra bell'e pronto. 
A La Russa e Gasparri dovrebbero (a detta loro) aggiungersi anche gli antimontiani di Crosetto e della Meloni, mentre in tutta l'Italia gruppuscoli con la nuova sigla piuttosto debitrice della vecchia Alleanza nazionale sorgono come (piccoli) funghi, pronti ad allearsi con il Popolo della libertà o per lo meno quello che ne resta. Dicono che in politica 2 più 2 non faccia mai 4, al massimo 3 e mezzo, per cui qui probabilmente si tenta la strada opposta, di ritornare a 4 spacchettando un Pdl ormai fiacco. Staremo a vedere che succederà.

Potrebbe essere questo il simbolo
della lista invocata da Pannella
Colpisce, invece, l'appello straziante e straziato di Marco Pannella, che continua il suo cammino non violento di sciopero della fame e della sete per chiedere che si arrivi quanto prima all'amnistia «come unica soluzione per la fuoriuscita dalla condizione di flagranza criminale dello Stato italiano, che con i suoi 5 milioni di processi pendenti nel solo settore penale nega qualsiasi possibilità di amministrare la giustizia e, con essa, l'appendice carceraria»
Pannella si rivolge anche a persone di spicco e comuni cittadini perché sostengano la proposta portata avanti con il suo corpo anche in sede elettorale, manifestando fin d'ora la disponibilità a candidarsi nelle liste "Amnistia, Giustizia, Libertà". Il simbolo utilizzato per identificare le liste è ancora la Rosa nel Pugno, utilizzato per la prima volta in Italia nel 1976 dal Partio radicale (nel 1969 Marc Bonnet aveva disegnato la rose au poing per il Partito socialista francese) e ripreso più volte, fino all'ultimo uso intensivo nel 2006, per la lista presentata insieme ai socialisti di Boselli. Le parole scelte questa volta per accompagnare l'immagine molto forte ed evocativa della rosa sono forse le più "imponenti" che i radicali abbiano mai utilizzato: meritano, se non altro, rispetto da parte di tutti.

venerdì 14 dicembre 2012

Scilipoti, un uomo da quattro simboli (in due anni)

Il 9 dicembre 2010 è stato un giorno da ricordare, a suo modo, per il Parlamento italiano: quel dì, la filosofia confuciana e la religione taoista hanno messo piede nella sala delle conferenze stampa a Montecitorio. O, per lo meno, il loro simbolo più noto, il T'ai Chi T'u, quel cerchio bianconero che rappresenta l’unione, la complementarietà e la commistione dei due principi opposti, lo yin e lo yang: lo stesso finito in varie rappresentazioni, compresi braccialetti, pendagli e disegnini vari.
A portarlo in Parlamento, a dire il vero, ci avevano provato i radicali, presentando quell’emblema alle politiche del 1979, ma il Viminale lo bocciò perché si trattava di un simbolo in sovrannumero (al pari della storica Marianna con berretto), visto che era già stata accettata la “rosa nel pugno”. Ci è riuscito, invece, l’ineffabile Domenico Scilipoti, «laureato in medicina e chirurgia», con «specializzazione in ginecologia e ostetricia» e dedito all’agopuntura. Sarà forse questa familiarità con la medicina non convenzionale ad avere ispirato al medico di Barcellona Pozzo di Gotto (già nota per aver dato i natali ad Emilio Fede) la scelta di quel simbolo per la sua creatura nuova nuova, il «Movimento di responsabilità nazionale»: lui, che aveva abbandonato l’Italia dei Valori al suo primo mandato parlamentare, cofondò il Mrn assieme ai transfughi Massimo Calearo (Pd) e Bruno Cesario (Api, già Pd) e coniò la maggiore distorsione che il termine «Responsabili» abbia mai conosciuto.
Dunque, T'ai Chi T'u fu, sia pure piegato alle italiche esigenze, per cui fu colorato di verde e di rosso. Quel simbolo, piuttosto cheap nella grafica, con le sue sfumaturine sottili e quel «di» in stile Script quasi bambinesco, visse giusto un giorno: il tempo di disegnarlo, stamparlo, mostrarlo ai giornalisti in conferenza stampa e archiviarlo: un record, senza dubbio. Fin dai giorni successivi, infatti, fu utilizzato un nuovo contrassegno, con il simbolo accerchiato dall’immancabile blu (un po’ italiano, un po’ democristiano, un po’ berlusconiano). Tempo qualche settimana e l’emblema cambiava di nuovo, quasi a voler trovare il bilanciamento perfetto: fondo bianco stavolta, simbolo taoista ridotto per lasciare spazio al nome del partito e, soprattutto, alla sigla in formato gigante, proposta in un vezzoso tono azzurrino.
Tre simboli in tre mesi e mezzo di vita era un primato invidiabile, che meritava una certa riflessione, così Scilipoti per un po’ ha trovato requie, almeno fino al tesseramento 2012, quando ha sfoderato la quarta puntata della storia, tanto per dire chiaramente dove voleva collocarsi. Ecco allora il suo emblema precedente dovutamente ridotto, per lasciare il posto al suo cognome in bella vista, bianco su fondo blu, con arcobalenino tricolore a linee rette a suddividere il campo blu da quello bianco. Una clonazione del Pdl, ovviamente, e un occhio strizzato ai tentativi fatti dalla Fiamma tricolore già nel 2009, per ricordare un po’ il vecchio contrassegno di Alleanza nazionale: il simbolo multiuso, signori, è servito.

venerdì 30 novembre 2012

Quei circoli che fanno tanto An

Il passaggio, nei telegionali, è stato fulmineo, quasi da renderne difficile la visione a chi non si fosse trovato davanti agli schermi in quei pochi secondi. Eppure qualuno se n'è accorto, eccome. A quasi cinque anni dalla sparizione dalle schede del contrassegno di Alleanza nazionale, dopo la nascita del Pdl, spunta un nuovo marchio, che di quello che ha identificato il partito nato nel 1995 dalla svolta di Fiuggi è chiaramente debitore. Si tratta dell'emblema scelto dai "Circoli del centrodestra nazionale", circoli che "raggruppano persone che si vogliono identificare nella battaglia di partecipazione alle primarie del centrodestra" ha dichiarato su Rai3 ad Agorà il loro presidente, Massimo Corsaro, ora vicecapogruppo vicario del Pdl a Montecitorio dopo una militanza in An lunga quanto la vita politica del partito.
"Non è un simbolo di partito" si è affrettato subito a precisare Corsaro, salvo ammettere, a distanza di pochissimo tempo: “Non so se è un simbolo che ci sarà alle elezioni di marzo; non ho difficoltà a dire che, qualora ci fosse, sarei sotto quel simbolo”. Dovesse esserci, gli elettori non avrebbero poi molte difficoltà a identificare la provenienza, visti i tanti elementi che rimandano alla storia di Alleanza nazionale. Stessa campitura azzurra della parte superiore, restando bianca quella inferiore; il nome dei circoli scritto in bianco maiuscolo nell'area azzurra, con "Nazionale" che mantiene le stesse proporzioni del contrassegno di An; il cerchietto bianco bordato di nero che quasi si adagia sul fondo, anche se non contiene più la fiamma tricolore del vecchio Msi, bensì il nodo tricolore di corde che An aveva usato nella campagna "Più sicuri. C'è Alleanza" del 2008, quando nacque il Pdl. Quelle stesse corde marcano la divisione tra il campo azzurro e quello bianco, paradossalmente come aveva fatto il Movimento sociale Fiamma tricolore nel 2009, quando aveva tentato di presentare un emblema alle elezioni europee, ma il Ministero dell'interno lo ritenne troppo simile a quello di An (che da un anno non operava più politicamente).
In effetti basterebbe proprio poco a rendere "elettorabile" (che brutta parola!) l'emblema dei Circoli di Corsaro. Innanzitutto bisognerebbe "stondarlo", visto che è stato disegnato quadrato (a quello, peraltro, ci abbiamo già pensato noi su questo sito); fatto questo, resterebbe solo da togliere l'espressione "Circoli del" e quella noticina "del PDL" che occhieggia delicatamente dal cerchietto bianco. I quattro colori dell'Italia ci sarebbero tutti, la connotazione politica anche; resterebbe solo da convincere effettivamente l'elettorato di centrodestra a mettere la croce proprio lì e non su altri segni tricolori che dovessero esserci. Questa, tuttavia, è un'altra storia: ci penserà Corsaro, nel caso...