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giovedì 13 febbraio 2014

Se chi lancia Rotondi clona i neogollisti francesi

Inutile negarlo: il feeling tra Italia e Francia è ormai cosa accertata. Per lo meno, dal punto di vista simbolico: l'ultimo capitolo di una storia troppo poco esplorata potrebbe scriverlo il forzista (ma intimamente democristiano) Gianfranco Rotondi, fresco candidato alle futuribili primarie del centrodestra, aggiungendo così un passaggio al centro a una vicenda che, negli anni '70, aveva già messo radici a sinistra e in fondo a destra. 
Apripista, manco a dirlo, fu il leggendario e leggendifico Marco Pannella, che nel 1971 era al congresso di Epinay del Partito socialista francese, quello in cui fu adottata la rose au poing come emblema ufficiale: si narra di una contesa tra il leader radicale e il socialista Giacomo Mancini, che si sarebbe conclusa - stando a voci incontrollate - a notte fonda, con François Mitterand che in pigiama avrebbe ceduto il simbolo a Pannella, dopo che questi si era accertato che il suo competitore del Psi fosse tra le braccia di Morfeo.
Attese fino al 1976 Pannella per sfoderare la splendida rosa nel pugno di Marc Bonnet - che peraltro all'inizio del decennio successivo gli avrebbe fatto causa, vincendola pure, forse perché nessuno aveva chiesto il permesso a lui di usare il simbolo - mentre fin dal 1972 Jean-Marie Le Pen, per il neocostituito Front National aveva adottato la fiamma tricolore del Msi, limitandosi a sostituire il verde con il bleu d'Oltralpe.
Ora che, secondo alcuni, anche nel centrodestra italiano deve tirare di nuovo aria di primarie - dopo quelle che nel 2012 sono state strillate ma non si sono fatte - e che Silvio Berlusconi non è candidabile, è già pronta la candidatura di Rotondi, accolta dall'Unione dei movimenti popolari. Il richiamo nemmeno troppo velato all'esperienza democristiana è evidente, ma qui si rischia di fare il gioco dell'uovo e della gallina: l'emblema del gruppo - che, come gli aderenti si premurano di precisare, "non si tratta di un nuovo partito, perché al movimento aderiscono personalità che operano in vari partiti e lo stesso candidato premier" - infatti è la clonazione in chiave italica della grafica adottata dall'Union pour un mouvement populaire, nata nel 2002 subito dopo la vittoria di Jacques Chirac alle presidenziali. Difficile dire, dunque, se la sigla sia conseguenza del nome o, piuttosto, se il nome sia nato per far uscire quella sigla e "su calco" del precedente francese.
L'acronimo è scritto esattamente con la stessa font, antica e graziata; il bleu e il rosso-bordeaux lasciano il posto al verde e al rosso nostrani e tutta la rappresentazione viene costretta nel consueto cerchio (perché il gruppo non è ancora un partito, ma non si sa mai, e poi gli occhi degli italiani sono abituati a questo). Il cambio più sensibile riguarda l'albero raffigurato nell'emblema: nell'originale francese c'è l'arbre de la liberté, raffigurato come una quercia o, secondo altri, un melo; nella rilettura italiana il tronco è molto più smilzo, al punto da rendere più difficile capire di che pianta si tratti. 
A dire il vero non l'ha capito nemmeno Rotondi, che non ha responsabilità in quell'emblema ("Anche a me sembra più simile alla quercia del Pds - mi ha spiegato - ma io ho già il simbolo di Forza Italia, anche se non impedisco ad altri di disegnarne uno"): gli interessa più che altro sottolineare l'affinità del progetto con la realtà francese ("Indica la strada già percorsa da un paese che ha avuto una robusta Democrazia cristiana, il cui blocco sociale è transitato, con dinamiche variabile, nel gollismo"). Toccherà forse al democristiano Giampiero Catone, che su Facebook sta promuovendo l'evento romano del 1° marzo in cui la candidatura sarà in qualche modo ufficializzata, spiegare che pianta sia quella del logo. Il tempo c'è: a sentire Rotondi, non si vota più tra qualche mese, ma tra qualche anno. 

P.S. Come previsto, è intervenuta l'interpretazione autentica di Giampiero Catone: il logo, disegnato da Alex Di Gregorio, contiene la raffigurazione di un pino marittimo, "una pianta tipicamente italiana". Qualcosa di meno impegnativo dell'albero della sinistra marchiato Pds-Ds (in effetti, che fosse una quercia non lo aveva deciso Bruno Magno, che di quel simbolo fu il padre), qualcosa di più nostrano e più italiano, anche se - come annota diligentemente Wikipedia - "la pianta è stata inserita nell'elenco delle 100 tra le specie esotiche invasive più dannose al mondo". Maldicenze vegetali a parte, il logo viene sfoderato ora, e non è affatto detto che venga accantonato in fretta.

mercoledì 6 marzo 2013

Se l'Intesa popolare cammina con lo scudo (crociato)

Non ce l'ha fatta questa volta a entrare in Parlamento Giampiero Catone, tuttora alla guida dei Circoli de "La Discussione" ed eletto deputato prima nelle liste di Forza Italia (nel 2006), poi in quelle del Pdl (nel 2008). Questa volta lui partecipava alla competizione come segretario politico di Intesa popolare, movimento alleato proprio con il Pdl cui avevano aderito vari movimenti già esistenti in Italia (compreso, tra gli altri, Alleanza democratica dell'ex Dc Giancarlo Travagin) e di cui era divenuto portavoce nientemeno che Vittorio Sgarbi.
Cosa accadrà da qui in avanti a Catone - che del quotidiano La Discussione è tuttora il direttore politico - e ha coloro che hanno deciso di seguirlo, si vedrà. Nel frattempo, è stata fissata una riunione della direzione nazionale del movimento per sabato mattina a Roma, per fare soprattutto il punto sull'esito delle elezioni e sulla preparazione delle consultazioni amministrative previste per i prossimi mesi.
La riunione, tuttavia, non si svolgerà in modo isolato. Congiuntamente, infatti, si riunirà anche la direzione nazionale della Democrazia cristiana guidata da Angelo Sandri. Dopo un primo contatto con la Federazione dei Cristiano Popolari di Mario Baccini (gruppo interno al Pdl), uno dei tanti partiti sedicenti titolari dello scudo crociato ha stretto un accordo proprio con Intesa popolare di Catone: sarà appunto comune la discussione sul risultato elettorale e sulle prossime elezioni amministrative (in Friuli e nel resto d'Italia).
La direzione nazionale congiunta, tuttavia, potrebbe essere anche il punto di partenza di un cammino comune: all'ordine del giorno, infatti, ci sono sia "proposte riorganizzative dei rispettivi partiti e movimenti", sia la discussione "sui rapporti con altri partiti e movimenti di area centrista". La voglia di centro, a quanto pare, in Italia non si spegne; il desiderio inconfessabile che quel centro sia grande, magari sotto l'insegna dello scudo crociato, nemmeno. Non a caso, protagonisti dell'operazione in questo caso sarebbero Angelo Sandri (che prova a far rivivere la Dc fin dal 1998, quando ci provò Flaminio Piccoli) e Giampiero Catone (che, oltre a dirigere il giornale che fu di De Gasperi, ha al suo attivo militanze in Dc, Ccd, Cdu, Udc, Dca). Proprio pochi mesi fa, tra l'altro, lo stesso Catone aveva dato rappresentanza a Montecitorio (all'interno del gruppo Popolo e territorio, dal nome pressoché infinito) alla Democrazia cristiana: non quella di Sandri, però, bensì a quella di Gianni Fontana. Nessuno lo ha detto chiaramente, ma che i militanti di Intesa popolare abbiano il desiderio nemmeno tanto segreto di occupare il posto che era stato della Balena bianca, magari proprio con chi creda di portare in dote lo scudo crociato, è difficile da smentire. Per ora ci sono solo lo 0,08% di voti al Senato e lo 0,07% alla Camera per Intesa popolare: di strada da fare ce n'è parecchia.

mercoledì 19 dicembre 2012

Un'Intesa popolare in salsa (neo)democristiana

Non c'è che dire: essere «popolare» è decisamente popolare (si perdoni l'ignobile bisticcio), soprattutto nelle ultime settimane. Mentre Berlusconi e Monti litigano sul Ppe, Alemanno e soci si convocano sotto il nome di «Italia popolare» e Gerardo Bianco e Alberto Monticone (che quella denominazione l'avevano coniata e usata anni prima) cercano di impedirglielo a costo di intraprendere azioni legali, qualcuno ha già iniziato a muovere i primi passi e ha già sfoderato un emblema, aggiungendolo al ginepraio che già popola la vita politica italiana attuale. 
La sigla è la stessa valida per Alemanno, Ip, che stavolta è l'acronimo di «Intesa popolare»: a simboleggiarla, la sagoma azzurrina di una famigliola al completo (rigorosamente eterosessuale, con padre, madre e due figli di età diverse) che si tiene per mano, a rafforzare il concetto di "intesa"; sullo sfondo, l'immancabile tricolore e tre case stilizzate che si stagliano, con una incomprensibile prospettiva (al punto che potrebbero sembrare rilievi o la facciata di una chiesa progettata da un architetto in preda alla gastrite). L'idea delle silhouette legate all'idea di «popolare», del resto, non è certo nuova: di recente se n'erano serviti, tra gli altri, i movimenti «Rinascita popolare - Rifondazione Dc», «Rinnovamento popolare cristiano» e, prima di loro, l'«Associazione popolare italiana della verità».
Non si tratta, a rigore, di un nuovo partito, ma di un'esperienza federativa che riunisce varie sigle tra movimenti e associazioni politiche. Le agenzie ne dettano alcune: Al servizio del cittadino, Circoli de La Discussione, Cristiani Democratici Italiani, Il Tulipano, Lega Cristiana, Movimento Italiani Giovani Europei e Partito della Terra; si sarebbe unita anche Alleanza democratica, che non è la formazione di Bordon degli anni '90 ma quella di Giancarlo Travagin (ex Rinascita della Democrazia cristiana) e nientemeno che dell'ex portiere azzurro Stefano Tacconi.
Il portavoce, peraltro, è una vecchia conoscenza dei lettori attenti delle cronache parlamentari: si tratta infatti di Giampiero Catone, di cui questo blog si è già occupato tempo fa, essendo stato il deputato che ha ridato rappresentanza parlamentare alla Democrazia cristiana (o, per lo meno, alla formazione con quel nome guidata da Gianni Fontana), dopo aver militato nel Ccd, nell'Udc, nella Dca di Rotondi, nel Pdl e aver attraversato come una meteora l'area di Fli. Catone ottiene l'incarico di portavoce nazionale mantenendo la guida dei Circoli de La Discussione e la direzione politica della testata che fu di De Gasperi, ma ora in Parlamento ha preferito usare come insegna quella nuova nuova di Intesa popolare. La federazione vedrà riunirsi tra due giorni la direzione nazionale e ha tutta l'intenzione di partecipare alle elezioni di febbraio: si definiscono "partito dei volontari della buona politica" e puntano all'esercizio di una finanza più democratica, con un'equa ripartizione fiscale. Riusciranno a farsi capire?

giovedì 2 agosto 2012

La Dc torna in Parlamento... e nessuno ce lo dice

La Dc del 1992 ... e del 2012 forse

Non se n’è accorto quasi nessuno, persino i due maggiori quotidiani italiani non sembrano aver dedicato una sola riga all’evento, ma lo scorso 17 maggio è accaduta un fatto di portata quasi storica: in Parlamento è tornata la Dc. 
Certo, è tornata ben lontana dai numeri del 1948 (305 deputati e 148 senatori) o anche solo del 1992, le ultime cui lo scudo crociato “storico” abbia partecipato (quell’anno conquistò 206 seggi alla Camera e 107 al Senato): attualmente può contare soltanto su un deputato, che ovviamente non può fare gruppo a sé. Soprattutto – e qui le cose si fanno maledettamente difficili, anche per chi è abituato a seguire le cronache politiche – non ha nulla a che vedere con l’Udc di Casini (ovviamente), ma nemmeno con la Democrazia cristiana (poi precisata come “per le autonomie”) di Gianfranco Rotondi. È forse la Dc di Giuseppe Pizza, finita qualche volta agli onori delle cronache? Nient’affatto. Allora magari è la Dc di Angelo Sandri (sempre più difficile, visto che la conoscono davvero in pochi)? Men che meno.
Allora, di quale Democrazia cristiana stiamo parlando? A sentire i protagonisti della storia, proprio della “vera” Dc, quella originale. Oddio, nemmeno questa sarebbe una novità (l’avevano proclamato, per dire, anche Sandri e Pizza e poi ancora Sandri per le loro formazioni), ma il segretario politico della formazione Gianni Fontana e gli altri iscritti al partito ne sono pienamente convinti. Per loro, all’inizio del 1994, quando ha mosso i suoi primi passi il Partito popolare italiano di Martinazzoli, nessuno ha sciolto la Democrazia cristiana e questa avrebbe continuato a esistere, sia pure “in sonno”, dormiente”, finché qualcuno non l’ha “risvegliata”. A chi l’arduo compito? Ma a Fontana & co., ovviamente, i quali hanno chiesto invano di convocare il consiglio nazionale della “vecchia” Dc all’allora presidente, Rosa Russo Jervolino e, non avendo ricevuto uno straccio di risposta, hanno provveduto ad autoconvocarlo attraverso l’annuncio firmato da un “campione di democristianità”, Clelio Darida, consigliere anziano di quell’organo non più riunitosi dal 1994.