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sabato 20 aprile 2019

Liste per le europee: esclusioni confermate, restano i dubbi sulle esenzioni

Nessuna modifica al quadro delle liste ammesse a partecipare alle elezioni europee 2019 dalle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale: oggi, infatti, sono state pubblicate le cinque decisioni che ieri hanno respinto altrettanti ricorsi presentati da tre dei soggetti esclusi dalle candidature (dunque confermando quanto era già stato deciso dagli Uffici elettorali circoscrizionali interessati). In tutti i casi si trattava di partiti che avevano cercato di partecipare al voto europeo senza raccogliere le firme richieste dalla legge.
Due dei ricorsi erano stati presentati dal Movimento Gilet arancioni, con riguardo alle circoscrizioni Nord-Ovest e Centro. Costoro ritenevano di avere titolo di correre alle elezioni senza firme perché il 10 febbraio 2019 sarebbe entrato a far parte di quel movimento un altro soggetto politico, Alleanza democratica, di cui si dichiara l'adesione all'Alde: il presidente del movimento, Giuseppe Pino, invocava dunque "un'interpretazione evolutiva" dell'art. 12, comma 4 della legge elettorale n. 18/1979, in modo da comprendere tra i partiti esenti anche quelli europei come l'Alde. In ogni caso, Alleanza democratica - secondo il ricorrente - si porrebbe, proprio per la sua appartenenza all'Alde, come "soggetto politico dell'Unione Europea, per cui non sono applicabili nei suoi confronti le norme sulla raccolta firme della legge italiana" (sarebbe meritevole d'indagine la presunta identificazione che il ricorso fa tra l'Alleanza democratica che ha operato dal 1994 sotto la guida di Willer Bordon e l'Alleanza democratica da sempre guidata da Giancarlo Travagin; dovrà comunque essere un altro il momento per occuparsene).
L'Ufficio elettorale nazionale, tuttavia, ha negato che il Movimento Gilet arancioni - legato soprattutto al generale dei Carabinieri Antonio Pappalardo - possa trovarsi in una delle condizioni previste dalla legge per godere dell'esenzione dalla raccolta firme. E questo anche volendo già praticare una lettura in senso estensivo del testo, esonerando dall'obbligo di sottoscrizione anche "i partiti per i quali risulti dimostrato il collegamento con un partito o gruppo politico europeo rappresentato nel Parlamento europeo in carica nel momento delle votazioni", collegamento desunto nel 2014 da "una serie di elementi convergenti", ossia la dichiarazione di affiliazione fatta dal legale rappresentante del soggetto europeo, dal pagamento delle quote associative e dall'inserimento dell'emblema del partito europeo all'interno del contrassegno di lista italiano (si tratta in sostanza del riassunto delle decisioni prese con riguardo al caso dei Verdi Europei). Nel caso di specie, mancherebbe tanto un "atto di affiliazione da parte di un partito europeo", quanto - soprattutto - un contrassegno composito che espliciti all'elettore quel collegamento: ci sarebbe solo la dichiarazione di appartenenza di Alleanza democratica ai Gilet arancioni (da parte del suo presidente Giancarlo Travagin), ma nient'altro.
Altri due ricorsi erano stati presentati da Lamberto Roberti, che aveva depositato il contrassegno Parlamentare indipendente: nelle circoscrizioni Nord-Ovest e Nord-Est (alle quali i ricorsi erano riferiti) Roberti aveva presentato la propria candidatura individuale, configurandola come lista "composta da un solo nominativo" (il suo): gli uffici elettorali lo avevano escluso, ritenendo di trovarsi di fronte a una lista composta da un numero insufficiente di candidati (dovrebbero essere almeno tre) e nemmeno in grado di assicurare il rispetto dell'equilibrio di genere. Il ricorrente, peraltro, ha insistito nella sua posizione di difesa del diritto del singolo a candidarsi individualmente anche alle elezioni del Parlamento europeo.
I magistrati di Cassazione hanno correttamente ribadito che il numero minimo di componenti di una lista è tre, mentre Roberti si era limitato nella sua azione a rivendicare "un'indeterminata libertà nella formazione delle candidature per la elezione dei membri italiani presso il Parlamento europeo"; hanno anche aggiunto che alla candidatura non era allegata alcuna firma a sostegno (né esistevano motivi di esonero dalla raccolta firme), ma soprattutto hanno rilevato che mancava la dichiarazione di trasparenza, dunque già solo per questo il contrassegno non avrebbe consentito la presentazione di liste (e stupisce che l'Ufficio elettorale circoscrizionale non abbia minimamente fatto emergere il problema, almeno stando al riassunto contenuto nella decisione).
Da ultimo, il collegio si è espresso anche sul ricorso presentato da Ora rispetto per tutti gli animali, escluso dalle elezioni nella circoscrizione Nord-Est (l'unica in cui aveva presentato liste). Qui l'ufficio di seconde cure non ha fatto altro che confermare ciò che era già stato rilevato in precedenza, cioè che non era stato prodotto né un numero sufficiente di firme per la presentazione della lista, né qualche documento che attestasse il diritto della forza politica a godere di qualche tipo di esenzione dalla raccolta delle firme. Su questa base, era inevitabile il rigetto del ricorso, con conseguente conferma dell'esclusione già decisa in prima battuta.
Fin qui le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale, a meno che in un secondo momento non se ne aggiunga qualcuna. Qualche informazione, pur se ovvia, la danno, ma non danno risposta - e non per colpa dell'ufficio in questione - a due questioni fondamentali. Innanzitutto non si trova alcuna considerazione sui passaggi logici seguiti dagli Uffici elettorali circoscrizionali per ammettere senza firme le liste di partiti che hanno legittimamente ospitato nei loro contrassegni le "pulci" di partiti di paesi europei che elessero europarlamentari nel 2014: ciò si spiega soprattutto perché, come si è detto giorni fa, se è possibile ricorrere contro l'esclusione di una lista (o di singole candidature), nessuno può impugnare un provvedimento di accettazione perché non nuoce a nessuno. Il fatto è che, da una parte, sarebbe stato utile capire i passaggi logici di un ragionamento (non svolto, in effetti, dai magistrati di cassazione) che avrebbe meritato qualche riga di spiegazione da parte degli uffici circoscrizionali, visto l'ampliamento notevole rispetto ai precedenti del 2014 che lo stesso collegio nazionale cita. Dall'altra parte, appare strano e non del tutto coerente veder citate dai magistrati di Cassazione, come fonte in cui trovare "specifica informazione" circa la "necessità" dei vari elementi per dimostrare l'adesione a un partito europeo rappresentato all'Europarlamento, le Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature, compilate dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno: fonte che proprio gli Uffici elettorali circoscrizionali hanno dimostrato di non aver seguito, ampliando a dismisura i casi di esonero dalle firme (in particolare, accontentandosi del contrassegno composito e della dichiarazione di collegamento con il partito di un paese europeo rappresentato al Parlamento europeo, senza chiedere il pagamento delle quote associative, difficilmente configurabile in questo caso).
Secondariamente, non si trova alcuna spiegazione di un caso oggettivo di incoerenza nel comportamento degli Uffici elettorali circoscrizionali, che a Milano, Roma e Napoli hanno escluso le liste del Ppa - Popolo partite Iva, mentre a Venezia i candidati sono stati ammessi. Bisogna ammettere, pur con molto tatto, che l'anomalia originale è rappresentata proprio da quest'ultimo caso, perché non si capisce davvero con quali argomenti la lista sia stata ammessa a partecipare senza firme a sostegno. Chi conosce Antonio Piarulli, deus ex machina del Ppa, sa che già alle politiche del 2018 aveva proposto una lettura singolare delle disposizioni, per cui nel dire "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici..." la congiunzione "o" sarebbe utilizzata in senso disgiuntivo, per cui la presenza parlamentare con un gruppo o con un eletto diretto (in questo caso, alle Camere o al Parlamento europeo) sarebbe richiesta solo ai soggetti politici diversi dai "partiti" inseriti nel Registro previsto dalla legge: indubbiamente la tesi è seducente, ma poco praticabile sul piano sistematico (a partire dal fatto che l'art. 12, comma 4 della legge n. 18/1979 ripete per tre volte l'espressione "Nessuna sottoscrizione è richiesta per i partiti o gruppi politici...", per cui se la lettura fosse quella data da Piarulli non ci sarebbe alcun bisogno di ripetere per tre volte il riferimento ai partiti, essendo questi già esonerati in ogni condizione). 
Evidentemente, però, l'Ufficio elettorale della circoscrizione Nord-Est ha accettato un ragionamento simile, cosa che non hanno fatto gli altri citati: si è dunque creata un'incoerenza tra i due uffici, che non si sarebbe potuta sanare con la ricusazione dell'unica lista ammessa (proprio perché nessuno poteva impugnare quella decisione), mentre si sarebbe potuto tentare di ottenere la riammissione delle liste bocciate nelle altre circoscrizioni proprio sulla base della decisione veneziana. Si era immaginato un ricorso di Piarulli all'Ufficio elettorale nazionale, anche nella speranza che il collegio facesse chiarezza su questo punto, ma al momento non si ha notizia di alcuna decisione (e non si sa nemmeno se i ricorsi siano stati presentati). In caso di nuove notizie, se ne darà debitamente conto.

sabato 2 marzo 2013

Se il Parlamento fosse vietato ai partiti

Esercizio di fantademocrazia: si immagini di essere, chessò, nel 2035, con i cittadini che esercitano il loro diritto di voto in ogni comune della Repubblica. Niente di nuovo a prima vista, ma la novità arriverebbe in seguito: a votare, infatti, gli Italiani tornerebbero soltanto dopo cinque anni, senza nessun appuntamento intermedio. In quell’unico turno, infatti, sarebbero eletti tutti coloro che attualmente occupano ogni livello elettivo, dal consiglio di circoscrizione al Parlamento europeo. Non si tratta di un testo dell’assurdo: è casomai la traduzione in concreto della teoria della democrazia solipsista, elaborata nei primi anni ’90 da Lamberto Roberti. Proprio lui, in occasione delle ultime elezioni politiche, si era messo pazientemente in fila per depositare il proprio contrassegno. Un emblema destinato a non passare inosservato, al punto che Stefania Craxi e Carlo Taormina sarebbero rimasti incuriositi ad ammirarlo, arrivando persino a sostenere che fosse il più bello di tutti: non sapevano, probabilmente, che le bacheche del Viminale l’avevano già ospitato due volte. «Il simbolo l’ho inventato nel 2000, prima ad acquerelli poi ne ho proposto alcune varianti – racconta ora Roberti –. È stato frutto di un crescendo di alcuni mesi, col tempo l’ho ripreso più volte in mano, anche incollando dei particolari a mano; bozza dopo bozza, le differenze si avvertivano».
Ha studiato tutto con attenzione Roberti, fin dall’aspetto cromatico: «L’arcobaleno – precisa – comprende tutti i colori e dà come somma il bianco, il che è come dire che non si fa alcuna scelta di parte o, peggio, di partito». La parte centrale, invece, gronda Europa in ogni punto, con il «blu Europa» e le stelle – 12, anche se allora i paesi compresi nell’Unione europea erano già 15 – il tutto in piena coerenza con il sentirsi «cittadino europeo» sempre avvertito da Roberti. Anche se ora, indubbiamente, per lui qualcosa non va: «A distanza di anni, considerando che l’Europa ha preso una piega solo economica, sono un po’ dispiaciuto – ammette – ma il simbolo lo mantengo: spero che in futuro si torni ad avere un’Europa anche politica».
A colpire, tuttavia, è anche quella scritta quasi centrale, «Parlamentare indipendente», quasi un ossimoro per chi si candida. Lo è molto meno se si ha ben presente il motto che lo stesso Lamberto Roberti ha elaborato e fatto proprio: «Uomini in Parlamento, non partiti». È questo lo spirito che dovrebbe animare, sempre secondo Roberti, un nuovo corso profondamente rinnovato, quello della «democrazia solipsista» appunto. Quella basata sull’individuo e che in esso trova compimento. «È una costruzione filosofica che ho inventato nel 1993 – ricorda lui – Sono partito dalla Costituzione e ne ho concluso che la democrazia è tutta della persona, il suo principio è proprio l’individuo: non a caso tutti gli articoli della Carta che si occupano di elezioni sono incentrati proprio sul cittadino».
Non ce la faceva più Roberti a sentirsi dire che, in fondo, non esiste un modo per applicare la democrazia in modo compiuto: così, nel 1992, da chimico biologo che era si è trasferito armi e bagagli sulle montagne al confine con l’Umbria, vivendo a 750 metri in mezzo ai boschi («Del resto io vengo comunque dalla terra» tiene a precisare). Dal suo “ritiro” in quota ha elaborato una filosofia politica particolare: è piuttosto complessa, ma merita attenzione.
«Il disegno della mia teoria comprende l’eliminazione dei partiti e delle varie tornate elettorali oggi previste per riempire gli organi rappresentativi dei vari livelli di governo». Non si tratta di buttare all’aria tutto, casomai solo di calibrare (molto) diversamente ciò che già c’è. E votando solo una volta, magari ogni cinque anni, nel più piccolo consesso possibile, cioè il municipio o la circoscrizione: «Si tratterebbe di eleggere, in quell’unica occasione, un numero di individui che poi, nell’arco di alcuni anni, verrebbero spalmati su tutti i gradi di governo». Come funzionerebbe? «Si tratterebbe di fare la somma di tutti gli eletti ora presenti tra circoscrizioni, comuni, province, regioni, Parlamento italiano e Parlamento europeo e distribuire proporzionalmente quel numero su tutta la popolazione, in modo da sapere in ogni circoscrizione quante persone devono essere elette. Dopo le elezioni, quelle persone operano tutte a livello circoscrizionale finché, dopo sei mesi o un anno, resta a quel livello solo il numero di eletti necessario ad assicurare il funzionamento dell’ente, mentre gli altri vanno tutti nel livello superiore».
In pratica, nel comune si ritroverebbero persone provenienti da varie circoscrizioni, nella provincia eletti in vari comuni e così via. «Si darebbe il tempo a questi individui di conoscersi meglio e lavorare tra loro – continua Roberti – poi dopo un anno si riproporrebbe il passaggio all’ente superiore di coloro che non sono essenziali per la guida dell’ente e così fino al Parlamento europeo». Per andare a regime con un sistema simile occorrerebbe qualche decina di mesi, sostituendo via via, in modo non traumatico, gli attuali livelli di governo con quelli della democrazia solipsista. Nessuno degli eletti, soprattutto, avrebbe alcuna appartenenza di partito, trattandosi esclusivamente di candidature individuali: «A chi ritenesse illiberale questo punto – precisa Roberti – vale la pena ricordare che nessun partito oggi ha un ordinamento democratico, come richiesto dall’articolo 49 della Costituzione, al punto che manca perfino una legge che regoli la democrazia interna ai partiti». E come dargli torto…  
Nel tentativo di far conoscere meglio queste sue idee, Lamberto Roberti si è candidato al Senato nel 2001, alle europee nel 2009 e – come visto – alle ultime elezioni politiche. Gli elettori, però, non hanno potuto votare per i Parlamentari indipendenti e la cosa ancora lo disturba: «Avevo lanciato anche via Facebook un appello per trovare candidati – chiarisce – ma in varie regioni i capilista, spesso provenienti dal Popolo Viola, si sono ritirati negli ultimi giorni utili, molto probabilmente su pressioni dei partiti di riferimento, così mi hanno lasciato sguarnito».
Sarebbe dunque questa la ragione principale che ha impedito a uno degli ultimi simboli creati a mano della storia italiana («Non è nato su Photoshop», precisa il suo autore con orgoglio) di finire sulle schede. Roberti ha comunque avuto a disposizione un po’ più tempo rispetto al 2009, l’anno delle elezioni europee: «Ricordo che arrivai trafelato a Roma per depositare l’emblema – racconta –ma non avevo ricevuto dai ragazzi della tipografia le copie necessarie del simbolo: ho dovuto portare per forza con me il simbolo che il Ministero mi aveva restituito dopo le elezioni del 2001». Un simbolo già ammesso dunque, ma che portava addosso qualche cicatrice: «Il foglio dell’emblema era rimasto a lungo piegato nella busta gialla con cui ho riottenuto la mia copia del contrassegno: sulla piega centrale il colore è venuto meno e, in bacheca, alla fine si vedeva». Anche stavolta, a dire il vero, il simbolo è stato riutilizzato, ma Roberti si è armato di pennarelli e ha cercato di porre rimedio al danno. A giudicare dal risultato finale, lo scopo sembra raggiunto: più facile sistemare quello, in fondo, che inaugurare la democrazia solipsista.