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venerdì 19 aprile 2019

Europee, simboli di Pensioni & Lavoro e Dc fuori anche per il Tar Lazio

Non è stata fortunata la via della giustizia amministrativa per  i due partiti che avevano scelto di ricorrere al Tribunale amministrativo regionale del Lazio nel tentativo di vedere riammessi i loro contrassegni in vista delle elezioni europee 2019 (chiedendo contestualmente di essere messi nella condizione di presentare le liste, dal momento che il termine era scaduto due giorni fa). Ieri, infatti, la sezione II-bis del Tar Lazio  ha respinto i ricorsi della Democrazia cristiana e di Pensioni & Lavoro.
La questione più ampia riguardava, come si è visto nei giorni scorsi, la Democrazia cristiana, alla quale erano stati contestati dalla Direzione centrale dei servizi elettorali del Ministero dell'interno sia l'uso dello scudo crociato (impiegato da anni anche nelle aule parlamentari dall'Udc), sia l'impiego senza titolo del nome e del logo del Partito popolare europeo: si è detto anche che Maurizio Benedettini e Nicola Troisi (rispettivamente depositante del contrassegno e segretario amministrativo della Dc) avevano contestato la tesi dello scioglimento del partito dei democristiani (citando le varie pronunce culminate con la nota sentenza di Cassazione a sezioni unite del 2010), ritenendo di essere i continuatori sul piano giuridico dell'attività del partito nato nel 1943 e, in quanto tali, rivendicando la legittimità dell'uso esclusivo dello scudo crociato, indebitamente utilizzato dall'Udc (del cui emblema avevano chiesto l'esclusione); i ricorrenti avevano poi sostenuto la non necessità di esibire documenti che provassero l'adesione formale della Dc ai popolari europei, essendo sufficiente la condivisione di quegli stessi ideali per consentire l'indicazione del partito europeo di riferimento (che la Dc storica aveva contribuito a fondare).
Il ricorso, tuttavia, secondo il collegio giudicante (tutto composto da donne, presieduto da Elena Stanizzi) è affetto da "sicura infondatezza". Per quanto riguarda lo scudo crociato, la legge è chiara nel non consentire la presentazione di contrassegni che contengano simboli "usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento", come può dirsi appunto per l'Udc (mentre la Dc storica non è presente in Parlamento dalla fine del 1993 - inizio del 1994). I ricorrenti in effetti non hanno contestato questo (e nemmeno la confondibilità dei contrassegni in sé), ma si ritenevano legittimati in quanto sostenevano di essere proprio la stessa Dc che aveva smesso di operare all'inizio del 1994, per cui erano i soli titolari legittimi dell'emblema: si è detto più volte in questo sito che le cose stanno diverdamente, le magistrate però su questo si sono espresse solo in modo collaterale, rilevando che i ricorrenti si sono "limitati ad affermare, senza fornire alcun concreto elemento a comprova, l’identificazione del proprio partito con quello della Democrazia Cristiana 'storica”', emergendo, per contro, proprio dalle stesse sentenze del Giudice Ordinario richiamate dalla difesa dei ricorrenti e prodotte in atti, nella loro integralità, dalla difesa dei controinteressati, che tutti gli attuali soggetti che pretendono di accreditarsi nell’opinione pubblica come Partito della Democrazia Cristiana, non hanno in verità, alcuna continuità storico giuridica con tale soggetto"; al di là di questo, il collegio ha precisato che "esula dal presente giudizio ogni accertamento circa l'effettiva spettanza del diritto assoluto sui segni distintivi, neppure ricompreso nell’ambito della giurisdizione di questo giudice". Come dire che l'infinito contenzioso sul piano civile su chi rappresenti la Dc e sia titolare dei suoi segni non interessa quando, in sede elettorale, si deve solo decidere se un contrassegno può creare confusione tra gli elettori, qualora voglia usarlo una formazione diversa da chi lo ha usato a lungo e fino a ieri (e vorrebbe continuare) nelle aule parlamentari, a differenza del gruppo che rivendica il segno. Viene insomma confermata la posizione che il Viminale e l'Ufficio elettorale naziomale hanno almeno dalle europee del 2004 (a tutela degli elettori dell'Udc; in realtà avevano già iniziato prima).
Quanto al veto posto all'uso del fregio del Partito popolare europeo senza un'adesione documentata, le giudici si limitano a notare che "la nota dell’8 aprile 2019 inviata dal Vice Segretario Generale e rappresentante legale del PPE al Ministero dell’Interno" prova che i partiti aderenti al Ppe sono solo sei (Forza Italia, Sudtiroler Volkspartei, Popolari per l’Italia, Alternativa Popolare, Partito Autonomista Trentino Tirolese e l'Udc) e che il partito europeo "ha espressamente negato l’uso del proprio simbolo a formazioni diverse da quelle sopra indicate" (in più si sposa la tesi del Vimimale, per il quale dalla disciplina europea emergerebbe "la necessità della prova della legittimazione all'utilizzazione del simbolo del partito europeo, dovendosi, comunque, escludere che la mera dichiarazione di volontà unilaterale di affiliazione da parte della formazione politica nazionale possa ritenersi idonea a fondare una pretesa di utilizzo", per salvaguardare i diritti dei titolari dell'emblema ed evitare di confondere gli elettori circa la reale appartenenza a un partito europeo). Il ricorso dunque è stato respinto, con tanto di condanna dei ricorrenti Dc a rifondare le spese di giudizio all'Udc (3500 euro), "tenuto conto della sussistenza di un orientamento consolidato della giurisprudenza sulle questioni controverse".

Quanto invece al ricorso del depositante di Pensioni & Lavoro, con cui (secondo la "dottrina" del Gran Cancelliere Ugo Sarao), si rivendicava l'uso legittimo del simbolo del Labour Party britannico, il Tar ha rilevato che il ricorrente, "al di là di generiche riflessioni sulla riconducibilità del simbolo della rosa alla Internazionale Socialista e a numerosi partiti europei", ha insistito sulla non necessità dell'autorizzazione del partito laburista, "per l’inesistenza di una norma nazionale o comunitaria che stabilisca il corrispondente obbligo" e perché anche secondo lui l'affiliazione sarebbe solo un atto unilaterale: in realtà l'affiliazione tra partiti a livello europeo rappresenta, alla luce delle norme nazionali ed europee, "un preciso istituto giuridico, subordinato all'accordo tra due formazioni politiche ed alla relativa prova" e le stesse Istruzioni del Viminale aveano richiesto di "produrre l’attestazione/dichiarazione del presidente segretario o altro rappresentante legale del partito europeo di riferimento che affermi l’esistenza di un collegamento (o affiliazione /associazione) con detto partito nazionale e la conseguente legittimazione all'utilizzo del simbolo e/o della denominazione del partito o gruppo politico europeo all'interno del contrassegno che il medesimo partito nazionale deposita al Ministero dell’interno".
Di più, il collegio nota che il divieto di confondibilità deve essere applicato anche a tutela dei partiti europei, "anche in base alla natura europea della consultazione, ed al conseguente aumento del rischio di confusione degli elettori e di lesione del principio di trasparenza e chiarezza del voto", tutela garantita dal rilascio del consenso all'uso del simbolo. Una soluzione che, come detto in precedenza dai magistrati di Cassazione, risponde a "evidenti ragioni di equità".
Bocciatura dunque anche per l'intero contrassegno di Pensioni & Lavoro: la sua esclusione, come per la Democrazia cristiana, potrebbe essere definitiva, a meno che uno dei due partiti scelga di impugnare la rispettiva sentenza e rivolgersi al Consiglio di Stato. Sperando di ottenere da Palazzo Spada quel provvedimento favorevole che finora è mancato (anche se questo comporterebbe inevitabilmente lo stop alla macchina elettorale, cosa che rende più improbabile una sentenza di accoglimento).

mercoledì 9 aprile 2014

Simboli per le europee: scudi crociati? No, bocciati

A mezzogiorno è arrivato il verdetto dal Ministero dell’Interno (agli interessati: i giornalisti hanno dovuto aspettare ore). Poche bocciature (almeno come numero, in proporzione era pur sempre il 12.5%), ma ben mirate. Dei 64 simboli effettivamente presentati per le elezioni europee, la Direzione centrale per i servizi elettorali ne ha provvisoriamente cassati 8, invitando i depositanti a sostituirli entro 48 ore (oppure, se sono convinti di avere ragione, a impugnare la decisione davanti all’Ufficio elettorale nazionale).
Grande e inevitabile vittima dell’esame del ministero è stato lo scudo crociato: se ne contavano cinque o sei ed era chiaro fin dall’inizio che almeno quattro sarebbero stati bocciati. Stando alle regole vigenti, che danno tutela ai partiti rappresentati in Parlamento, non poteva che essere risparmiato lo scudo dell’Udc, inserito nell’emblema composito con il Nuovo centrodestra.Non stupisce dunque che i primi esclusi siano stati gli scudi – con bordo arcuato, del tutto identici tra loro – delle due Democrazie cristiane, quella rappresentata da Angelo Sandri (anche se si è messa in fila 16 posizioni prima dello scudo vincitore) e quella, depositata in extremis dal combattivissimo Leo Pellegrino, in qualità di iscritto al partito dal 1975 (egli è anche membro del comitato di iscritti guidato da Raffaele Lisi ed Emilio Cugliari, ma non è con questa qualità che ha presentato il segno).
Per il Viminale poco importa che varie pronunce (ormai divenute definitive) abbiano messo in dubbio i passaggi che hanno portato dalla Dc al Partito popolare italiano e gli accordi che hanno attribuito al Cdu di Buttiglione lo scudo crociato nel 1995: la tutela ai partiti presenti in Parlamento, come disciplina speciale, prevale e quindi salva comunque l’Udc.
“I giudici hanno sentenziato che la Dc non è stata sciolta, questo significa che la Dc c’è ancora e il simbolo, come il patrimonio, deve tornare alla Dc – ci spiega Pellegrino – perché tutti questi che sono venuti nel frattempo e si dichiarano tutti cristiani non l’hanno restituito? Quanto al Ministero, continua a interpretare e applicare a piacimento il testo unico delle elezioni della Camera: come si fa a dire che l’Udc ha usato tradizionalmente lo scudo crociato, quando il vero uso tradizionale è quello della Dc?“. Per tutte queste ragioni, Pellegrino si opporrà alla decisione del Ministero, affidandosi all’Ufficio elettorale nazionale.
Bocciato per lo stesso motivo lo scudo stiracchiato e deformato del Cdu rimesso in pista da Mario Tassone. I Popolari italiani per l’Europa dell’europarlamentare uscente Peppino Gargani hanno invece passato l’esame: il loro scudo crociato appena sfumato può restare. Anche lo scudo con croce sfumata del Ppi, fatto depositare per precauzione da Pierluigi Castagnetti, è stato considerato ammissibile, essendo sempre stato il simbolo dei Popolari dl 1995.
Si fa poi notare l’ennesima bocciatura del Grillo parlante di Renzo Rabellino: nel 2008 non andava bene la scritta “Grillo” enorme con “parlante” piccola e leggerissima, per cui si dovette parlare di “Grilli parlanti”; l’anno scorso la dicitura al plurale ma con “Grilli” enormi era stata comunque bocciata, dovendo ingrandire di molto la seconda parola. Stavolta “Parlante” era ancora più grande, ma quel “Grillo” continua a non andare bene, anche se Rabellino è pronto da sempre a schierare in lista il “suo” Beppe Grillo, nato a Bra e non a Genova. Nel gruppo di Rabellino però è stata curiosamente bocciata anche Lega Padana, che l’anno scorso era stata ammessa esattamente con lo stesso segno.
Bocciata anche la fiamma tricolore delle Destre unite, per confondibilità con la fiamma (molto più piccola e dalla forma diversa) di An nel simbolo di Fratelli d’Italia. Non c’era l’intenzione di usare quell’emblema, ma certamente l’esclusione è arrivata inattesa per il depositante Massimiliano Panero.
“Una bocciatura del tutto inspiegabile – ci ha detto Panero – tanti altri simboli, specie con le falci e i martelli, sono simili tra loro e sono sopravvissuti, mentre è stato bocciato il nostro. Non avevamo dichiarato il nostro disegno come fiamma e, in ogni caso, la forma era ispirata a quella di Le Pen, non a quella usata da Fratelli d’Italia: mi domando cosa sarebbe accaduto se si fosse presentata anche la Fiamma tricolore”. Non ha ancora deciso se sostituire il contrassegno o fare opposizione: deciderà in queste ore.
Al momento sono stati bocciati anche i simboli del Movimento sociale per l’Europa e quello senza dubbio più chiacchierato, Forza Juve Bunga Bunga. Non è ancora chiaro cosa abbia provocato la ricusazione: domani se ne saprà qualcosa di più.
Da segnalare, poi, i cosiddetti contrassegni “senza effetti”: quelli cioè che non possono proseguire il loro cammino non perché violino qualche regola, ma perché la documentazione presentata era incompleta (ad esempio perché mancava il programma o l’indicazione dei delegati per il deposito delle liste). Di solito questo è il sistema adottato dai partiti ormai cessati che non vogliono partecipare alle elezioni, ma vogliono comunque poter contestare simboli troppo simili al loro. A questo giro è accaduto con Rifondazione comunista, i Comunisti italiani, il Partito delle Aziende e il Fronte dell’Uomo Qualunque.

Tratto e rielaborato dal pezzo scritto per Termometro Politico