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mercoledì 27 settembre 2023

Suppletive a Monza, simboli e candidature sulla scheda

Concluse le procedure di presentazione e ammissione delle candidature per le elezioni suppletive per il Senato relative al collegio uninominale n. 6 (Monza-Brianza), fissate per i giorni 22 e 23 ottobre, vale la pena dare uno sguardo complessivo all'offerta elettorale che si troverà davanti chi parteciperà al voto e riceverà la scheda, al di là del clamore suscitato in queste settimane da singole persone candidate.
Si può dire innanzitutto che quest'elezione ha stabilito ed eguagliato un primato: con le sue otto candidature, infatti, è la suppletiva più affollata da quando vige la "legge Rosato-bis" che ha reintrodotto le suppletive (il precedente record di quel periodo - 7 concorrenti - si era registrato nel 2021, con le suppletive nel collegio di Siena per la Camera, elezioni vinte da Enrico Letta); lo stesso numero era però stato raggiunto nel 2004, alle suppletive - sempre per la Camera - tenutesi nel collegio Lombardia 1 - 3 (comprendente parte del territorio di Milano) svoltesi per sostituire Umberto Bossi (dopo la sua opzione per il Parlamento Europeo) e che elessero Roberto Zaccaria. Solo per completezza, si può aggiungere che non appartiene a queste elezioni il record di contrassegni sulla scheda nelle suppletive, raggiunto invece in occasione del voto svoltosi nel 1998 nel collegio camerale Lombardia 1 - 6 (sempre relativo a parte del comune di Milano): allora si confrontarono sette concorrenti - incluso il vincitore, Gaetano Pecorella, che sostituì Achille Serra dopo le sue dimissioni - ma sulla scheda i contrassegni erano 11, visto che la legge consentiva a ogni persona candidata di essere sostenuta da un massimo di cinque contrassegni (oggi invece è possibile presentare un solo emblema che, come si è già visto e si vedrà, può ovviamente essere composito).
Non risulta che siano state escluse candidature per difetto di documentazione, dunque le otto persone che si contenderanno il seggio conquistato il 25 settembre 2022 da Silvio Berlusconi coincidono in pieno con le candidature presentate. Ecco dunque l'analisi dell'offerta elettorale, ovviamente con particolare attenzione per i simboli, presentati in ordine di sorteggio.

Lillo Massimiliano Musso - Forza del Popolo

L'estrazione delle candidature ha collocato al primo posto Lillo Massimiliano Musso, avvocato cassazionista e amministrativista, nato a Tagliacozzo (nell'aquilano) e operante a Ravanusa (Ag), fondatore tra l'altro di Mille avvocati per la Costituzione (collegio attivo contro le "misure radicali di imposizione di trattamenti sanitari legati all'emergenza Covid-19"). Musso è il segretario di Forza del Popolo, "laboratorio democratico per il miglioramento delle condizioni umane, sociali ed economiche, attraverso la progressiva destrutturazione del 'potere dello stato' e la contestuale ricostruzione del sistema istituzionale in 'organi a servizio del cittadino'", diventato partito dal 12 agosto 2021 per riaffermare il "primato della coscienza personale, della sovranità popolare e della sovranità monetaria, il federalismo nazionale e l’autonomia dei Comuni, la concezione universalistica dei diritti dell’Uomo e il diritto di autodeterminazione dei popoli". Il contrassegno è lo stesso visto nelle bacheche del Viminale e in qualche scheda elettorale nel 2022: arco tricolore e nome nella parte superiore, insieme al logotipo blu e rosso centrale (con la sigla del partito); segmento blu nella parte inferiore con la dicitura "Musso premier" (sulla scorta del simbolo salviniano, ma non solo), sormontato dalla dicitura "con amore e libertà". 
 

Marco Cappato - Con Cappato

La seconda posizione sulla scheda è stata attribuita alla candidatura di Marco Cappato, tra i primi ad annunciare l'intenzione di partecipare alla competizione monzese. Il co-presidente di Eumans! e tesoriere dell'associazione Luca Coscioni (nato a Milano e cresciuto a Vedano al Lambro, comune compreso nel collegio chiamato al voto) imposta la sua campagna "per i diritti, per l'ambiente, per la partecipazione e la democrazia e lo fa - unico in questa competizione - senza alcun simbolo di partito, pur potendo contare sul sostegno, oltre che di Radicali italiani e +Europa (cioè delle forze più vicine alla lunga militanza in area radicale), di Azione, Alleanza Verdi e Sinistra, Psi, Volt, Libdem europei (il movimento di Andrea Marcucci), Possibile, nonché M5S e Partito democratico (a dispetto dei malumori espressi da vari dirigenti e amministratori locali del Pd per la mancanza di un candidato dem legato al territorio). Il contrassegno presentato da Cappato è il più semplice e diretto di questa competizione, con il nome scritto in blu e rosso in carattere bastoni e un po' stondato (e con la forma che ricorda un megafono rovesciato: una delle prime grafiche di propaganda riportava anche la mano che impugnava il manico); al di sotto si legge anche la dicitura "Senato 2023" (queste, del resto, con molta probabilità saranno le uniche suppletive di quest'anno). Vista l'assenza di simboli di partito con doppio gruppo nel contrassegno, anche la candidatura di Cappato ha avuto bisogno delle sottoscrizioni.
  

Giovanna Capelli - Unione popolare

La terza candidatura sorteggiata è quella di Giovanna Capelli, 78 anni, già preside e dirigente scolastica, soprattutto ex senatrice nella XV legislatura, eletta con Rifondazione comunista (e segretaria regionale del Prc dal 2012 al 2014). Dopo le candidature alle elezioni del 2013 con Rivoluzione civile e del 2018 con Potere al Popolo!, si ripresenta questa volta con Unione popolare, dunque il cartello di forze della sinistra creato in vista delle scorse elezioni politiche. Il contrassegno presentato riproduce in pieno la prima versione del simbolo della lista, con il nome bianco scritto in carattere bastoni (Futura?) e un arcobaleno orizzontale degradante, entrambi su fondo sfumato rosso-viola (in questo caso, dunque, non è stato inserito il riferimento a Luigi De Magistris, inserito in seconda battuta l'anno scorso). 
 

Andrea Brenna - Democrazia e sussidiarietà

Quarto aspirante senatore nella competizione che si sta analizzando è Andrea Brenna, già segretario del Popolo della Famiglia, vicesindaco di Grandate (Co) e soprattutto portavoce nazionale di Democrazia e sussidiarietà, partito fondato da lui un anno e mezzo fa (proprio dopo l'abbandono del Pdf). Si tratta di una forza politica ispirata alla Dottrina sociale della Chiesa e all'impegno popolare cristiano in politica. Il simbolo - identico a quello visto l'anno scorso Lodi - ha il fondo color carta da zucchero (più chiaro di quelli del Popolo della Famiglia e di Alternativa popolare), che in basso ha un doppio cuore (blu e giallo) in alto contiene un sottile archetto tricolore; il contrassegno, oltre al nome, propone anche alcune parole chiave (Vita, famiglia, lavoro, solidarietà e popolo).
 

Adriano Galliani - Fdi - Fi - Noi moderati - Lega

Si trova al quinto posto la prima candidatura di cui si è parlato, quella di Adriano Galliani, senatore di Forza Italia nella XVIII legislatura, dal 2018 amministratore delegato del Monza di proprietà Fininvest (dopo essere stato ad del Milan berlusconiano), nonché unico candidato nato a Monza. Il contrassegno depositato, molto simile a quelli visti in passato per i candidati unitari del centrodestra, contiene in miniatura i quattro simboli delle forze principali della coalizione, disposti a quadrato a 45 gradi: in alto Fratelli d'Italia (con il nome di Meloni), in mezzo Lega (con la dicitura "Salvini premier" e senza la "pulce" della Lega Lombarda, benché l'elezione si svolga solo in quel territorio) e Forza Italia (stesso simbolo visto alle elezioni politiche, con il riferimento al Ppe e il cognome di Silvio Berlusconi ancora presente), in basso Noi moderati (che in questa forma, come evoluzione del partito Noi con l'Italia di Maurizio Lupi, appare per la prima volta alle elezioni politiche). Vista la presenza di ben tre simboli dotati di doppio gruppo parlamentare, Galliani è il solo candidato a non avere dovuto raccogliere firme.
 

Domenico Di Modugno - Partito comunista italiano

La rassegna delle candidature in ordine di sorteggio continua con Domenico Di Modugno, lavoratore autonomo nel settore alimentare, impegnato nel sociale nel territorio interessato dal voto. Di Modugno si candida con il simbolo del Partito comunista italiano,  dunque con la doppia bandiera leggermente mossa dal vento e ad aste blu, con falce, martello e stella su fondo rosso sovrapposte al tricolore e la sigla PCI senza punti. Il partito guidato da Mauro Alboresi ha partecipato alle ultime elezioni politiche, ma non ha avuto eletti: anche per questo è stata necessaria la raccolta firme.
 

Daniele Giovanardi - Democrazia sovrana popolare

Tra le candidature annunciate da forze politiche di livello nazionale c'era anche quella di Daniele Giovanardi, medico, già direttore del pronto soccorso del policlinico di Modena (è fratello dell'ex parlamentare Carlo Amedeo) e contraddittore di varie scelte adottate in tempo di pandemia Covid-19. Giovanardi è stato presentato da Democrazia sovrana popolare, la formazione costituita e guidata da Marco Rizzo e Francesco Toscano per proseguire l'esperienza della lista elettorale Italia sovrana e popolare insieme ad altri gruppi (anche se parte di coloro che avevano concorso a quella formazione elettorale hanno nel frattempo preso altre strade). Del simbolo coniato lo scorso anno è conservata la stellina rossa (usata come "puntino sulla i" prima su "Italia", ora su "Democrazia"), l'uso di una parte manoscritta in rosso (prima "e popolare", ora "sovrana") e il tricolore: nel nuovo contrassegno - che approda per la prima volta a una competizione di livello nazionale - sembra facile riconoscere le tracce di pastello inventate da Bruno Magno per i Progressisti nel 1994.
 

Cateno De Luca - Sud con Nord

Chiude l'offerta elettorale di queste suppletive monzesi-brianzole, come ultima candidatura sorteggiata, quella di Cateno De Luca, sindaco di Taormina (dopo esserlo stato di Fiumedinisi, Santa Teresa di Riva e Messina) e fondatore del partito Sud chiama Nord, in quest'occasione ritoccato in Sud con Nord. Pur avendo eletto due parlamentari nei collegi uninominali, quella forza politica non dispone di un gruppo in ciascuna Camera, quindi è stata necessaria la raccolta firme; il simbolo, in ogni caso, è uno dei tre (insieme a quelli di Musso e Cappato) a contenere il nome della persona candidata, anche se qui è poco visibile (nella fascetta rossa) rispetto al rilievo del nome nero-rosso della formazione elettorale (con freccia incorporata) collocato nella parte superiore su fondo giallo.

venerdì 2 settembre 2022

Elezioni politiche 2022, i simboli del Trentino - Alto Adige al Senato

Dopo avere passato in rassegna i contrassegni depositati presso il Ministero dell'interno e quelli che si ritroveranno nel collegio uninominale della Valle d'Aosta, restano da vedere soltanto i simboli che concorreranno nei sei collegi uninominali individuati in Trentino - Alto Adige per la sola elezione del Senato (la legge non prevede alcun collegio plurinominale per Palazzo Madama). Anche in questo caso era previsto - come per la Valle d'Aosta - il deposito dei contrassegni unitamente alle candidature tra il 21 e il 22 agosto, operazione compiuta presso la Corte d'appello di Trento. Il quadro che seguirà sarà comunque piuttosto complesso: per quanto vari simboli sulla scheda siano uguali a quelli visti nel resto d'Italia, si troveranno alcuni emblemi specifici per questo territorio che uniscono alcune forze politiche (in particolare nell'ambito del centrosinistra), ma solo in certi collegi e perfino in composizione variabile tra un collegio e l'altro; occorre ricordare che anche in Trentino - Alto Adige (per il solo Senato) non sono previsti collegamenti in coalizione per i collegi uninominali, dunque le forze politiche che desideravano fare fronte comune dovevano presentare un contrassegno unitario a sostegno della persona candidata prescelta. 
L'ordine che si seguirà per i simboli non è particolarmente indicativo; si cercherà piuttosto di volta in volta di dare conto della presenza dei contrassegni nei vari collegi. Quanto alla provincia autonoma di Trento, in particolare, il collegio U-01 ha come città principale Trento; il collegio U-02 è quello di Rovereto; il collegio U-03 è denominato "Pergine Valsugana". Passando in Alto Adige, il collegio U-04 è legato a Bolzano; il collegio U-05 è quello di Merano; il collegio U-06, infine, prende il nome da Bressanone.

* * *

Südtiroler Volkspartei - Partito autonomista trentino tirolese

Pensando al voto in Trentino - Alto Adige, il primo simbolo che viene in mente, per presenza consolidata e continuità grafica, è quello della Südtiroler Volkspartei; come si è visto durante il deposito al Viminale, anche questa volta la Svp ha scelto di ospitare nel proprio contrassegno elettorale anche il Partito autonomista trentino tirolese (che dunque ha rinunciato a una delle sue due stelle alpine). In questo modo la federazione Svp-Patt (in cui rientra anche Progetto Trentino) sarà presente con lo stesso contrassegno in tutti e sei i collegi uninominali della regione: correranno Patrizia Pace (funzionaria provinciale, Patt) a Trento, Stefano Bresciani (imprenditore, Patt) a Rovereto, Roberta Bergamo (impiegata nella Comunità Alta Valsugana, Patt) a Pergine Valsugana, Manfred Mayr (sindaco di Cortina all'Adige) a Bolzano e i membri del Senato uscenti (entrambi per la Svp, come Mayr) Juliane Unterberger a Merano e Meinhard Durnwalder a Bressanone.
 

MoVimento 5 Stelle

Risulta presente in tutti e sei i collegi senatoriali della regione - favorito anche dall'esenzione dalla raccolta firme legata al doppio gruppo parlamentare, mentre alla Svp-Patt spetta per la natura di partito di minoranza linguistica che ha eletto almeno un parlamentare - anche il MoVimento 5 Stelle, con lo stesso contrassegno impiegato a livello nazionale (dunque con il fregio classico con la V rossa e le stelle, con in più il riferimento all'anno 2050 per la neutralità climatica nel segmento inferiore rosso). Il M5S ha scelto dunque di non partecipare ad alcuna alleanza, come ha fatto invece in Valle d'Aosta.
 

Italia sovrana e popolare

Dovendo raccogliere le sottoscrizioni previste dalla legge, è riuscita a essere presente in quattro collegi su sei (i tre della provincia di Trento e quello di Bolzano) Italia sovrana e popolare, anche in questo caso schierata con lo stesso emblema depositato presso il Ministero dell'interno (nome nella parte superiore del cerchio, scritto in maiuscolo nero - con stellina sulla seconda "i" - e in carattere manoscritto sottile rosso, segmento tricolore inferiore). Come per altri soggetti elettorali minori, le candidature in questi collegi uninominali per Isp (che unisce Partito comunista, Ancora Italia, Azione civile, Riconquistare l'Italia e Rinascita repubblicana) sono essenzialmente di testimonianza, essendo pressoché impossibile la conquista di quei seggi (e sapendo che i voti ottenuti lì non concorrono nemmeno al raggiungimento della soglia di sbarramento nazionale).
  

Unione popolare con De Magistris

La stessa presenza nei collegi uninominali senatoriali dimostrata da Italia sovrana e popolare in Trentino - Alto Adige è stata raggiunta da Unione popolare con De Magistris: il raggruppamento di sinistra che unisce Rifondazione comunista, Potere al Popolo!, DemA e ManifestA è riuscito a raccogliere le firme nei tre collegi della provincia autonoma di Trento e nel collegio uninominale di Bolzano. Il contrassegno impiegato nelle province autonome di Trento e Bolzano è identico a quello - fondo viola sfumato con arcobaleno orizzontale altrettanto sfumato - depositato al Viminale e usato a livello nazionale. 
 

Alleanza democratica per l'autonomia (Campobase - +Europa - Alleanza Verdi e Sinistra - Partito democratico - Azione-Italia viva)

Come si accennava prima, il centrosinistra mostra una "geometria variabile" nei sei collegi. In particolare, nei tre collegi uninominali della provincia autonoma di Trento, è stato presentato un contrassegno unitario - denominato Alleanza democratica per l'autonomia - che riunisce Campobase, +Europa, Alleanza Verdi e Sinistra (il simbolo usato è quello con le diciture anche in tedesco e ladino), Partito democratico e Azione-Italia viva (al posto del riferimento a Calenda c'è la parola "Trentino"); non c'è invece Futura. A Trento si candida Pietro Patton (presidente di Consorzio Vini del Trentino, Pd), a Rovereto c'è la senatrice uscente (Iv, già Fi) Donatella Conzatti, mentre a Pergine Valsugana si trova Michele Sartori (già sindaco di Levico).

Democrazia Ambiente Futuro (Partito democratico - +Europa - Alleanza Verdi e Sinistra)

Con riguardo al solo collegio uninominale di Bolzano, invece, un centrosinistra più ristretto - ridotto soltanto al Partito democratico, a +Europa e all'Alleanza Verdi e Sinistra - si presenta unito in una federazione denominata Democrazia Ambiente Futuro: il nome nel contrassegno è riportato anche in lingua tedesca (mentre in questo caso la miniatura di Alleanza Verdi e Sinistra contiene solo le scritte in lingua italiana). Il candidato qui è Luigi Spagnolli, sindaco di Bolzano tra il 2005 e il 2015.

Partito democratico

Il Partito democratico correrà invece da solo - e con il proprio contrassegno presentato a livello nazionale, senza varianti linguistiche viste in passato, ma che stavolta forse sarebbe stato più difficile inserire nel cerchio - nei collegi uninominali di Merano (candidando Daniela Rossi, già aspirante sindaca di quel comune nel 2020) e Bressanone (proponendo Renate Prader, presidente del consiglio comunale proprio di Bressanone). In quegli stessi collegi, dunque, l'area di centrosinistra si divide tra candidati diversi, in competizione tra loro.
 

Alleanza Verdi e Sinistra

Negli stessi collegi uninominali senatoriali di Merano e Bressanone si trovano sulle schede due candidature autonome espresse dall'Alleanza Verdi e Sinistra, che in questo caso riprende il contrassegno con le diciture in tedesco e ladino già depositato ufficialmente al Viminale lo scorso 13 agosto. Per il seggio attribuito a Merano è stata candidata la direttrice generale dell'Associazione Musei dell'Alto Adige Marlene Messner, mentre nel collegio di Bressanone è stato indicato Hans Heiss, già consigliere provinciale dei Grüne dal 2003 al 2018.
 

Azione - Italia viva

In tutti e tre i collegi uninominali della provincia autonoma di Bolzano la federazione tra Azione e Italia viva esprime proprie candidature, distinte da quelle del Pd (senza dunque la stessa collaborazione trovata nel territorio trentino e sfociata in un contrassegno comune). L'emblema schierato sulle schede elettorali di questi collegi è lo stesso depositato al Ministero dell'interno per il territorio nazionale, con le miniature dei simboli di Azione e Iv nella parte superiore blu, mentre il segmento inferiore bianco contiene il cognome di Carlo Calenda e il riferimento al gruppo parlamentare europeo renew europe. La federazione candida a Bolzano la coordinatrice di Italia viva Stefania Gander, a Merano la dirigente provinciale Giovanna Valentini e a Bressanone l'analista Massimo Rapi.
 

Die 
Freiheitlichen

Risulta presente - raccogliendo le firme - solo nei tre collegi senatoriali dell'Alto Adige il simbolo del partito Die Freiheitlichen ("I libertari"), che non ha invece presentato proprie candidature per la Camera dei deputati (motivo per cui non figura tra i contrassegni depositati presso il Ministero dell'interno tra il 12 e il 14 agosto). Il fregio utilizzato è lo stesso ormai da molto tempo, con la F del nome su fondo blu, tranne la parte di cerchio in basso a destra, campita di giallo. Il partito conferma dunque la propria presenza radicata sul territorio, sia pure con la scelta di correre solo per i seggi di Palazzo Madama.
 

Team K

Ha scelto, raccogliendo le firme, di limitare la propria presenza "visibile" ai collegi di Merano e Bressanone il Team K, che invece ha deciso di sostenere il centrosinistra nei collegi alla Camera (candidando il proprio consigliere provinciale Franz Ploner nel collegio plurincominale di Bressanone) e la lista Democrazia Ambiente Futuro nel collegio senatoriale di Bolzano (il Team K in quel caso ha collaborato con +Europa). Le candidature di Markus Hafner (Merano) e Monica Senfter (Bressanone) sono distinte dal simbolo ufficiale del partito, a fondo giallo, con un fumetto contenente la sagoma della provincia di Bolzano e il nome al di sotto, con la K (di Paul Köllensperger) in un tondino rosso.
 

Vita

Ha raccolto le firme ed è riuscita a essere presente in quattro collegi su sei (in particolare nella competizione per il seggio di Rovereto e sulle schede per i tre collegi senatoriali della provincia autonoma di Bolzano) il soggetto politico denominato Vita, legato alla deputata uscente Sara Cunial (nota in quelle zone: si ricorda la sua scelta di fissare nel 2021 il proprio domicilio parlamentare in un albergo di San Candido, oggetto di un'ordinanza provinciale di chiusura temporanea dopo il mancato rispetto dell'obbligo del porto di mascherine). Il contrassegno delle quattro candidature è lo stesso - con albero della vita tricolore su fondo blu - usato a livello nazionale.
 

Lega per Salvini premier - Forza Italia - Noi moderati - Fratelli d'Italia

Chiude la rassegna sui simboli presentati per le prossime elezioni politiche in Trentino - Alto Adige il contrassegno composito presentato dal centrodestra unito, che raccoglie su fondo azzurro le miniature dei fregi di Lega per Salvini premier, Forza Italia, Noi moderati e Fratelli d'Italia, evidentemente allo scopo di rendere competitiva quell'area politica nei collegi uninominali. L'emblema è uguale per le schede di tutti i collegi: accompagnerà Martina Loss (deputata leghista uscente) a Trento, la storia esponente del centrodestra locale Michaela Biancofiore (prima Forza Italia ora Coraggio Italia) a Rovereto, Elena Testor a Pergine Valsugana (stesso collegio in cui era stata eletta nel 2018, allora per Fi mentre ora è leghista), Maurizio Bosatra (commissario della Lega in Alto Adige) a Bolzano, Rita Mattei (presidente leghista del consiglio provinciale bolzanino) a Merano e il senatore uscente (di Coraggio Italia) Andrea Causin a Bressanone.

mercoledì 19 maggio 2021

"Lanciami le componenti!" pure al Senato, moderatamente (e con dubbi)

Adelante con juicio
. Si potrebbe riassumere così il parere votato (si suppone a maggioranza) dalla Giunta per il regolamento del Senato sulla possibilità di costituire componenti politiche all'interno del gruppo misto anche a Palazzo Madama. Ci sono volute ben quattro sedute della Giunta per il regolamento del Senato, con un percorso iniziato addirittura lo scorso anno (2 dicembre 2020, 27 gennaio, 17 marzo e, appunto, 11 maggio 2021), per arrivare a una decisione sul punto, di fronte alle numerose richieste di formare delle componenti - praticamente non normate nel regolamento del Senato - e nella necessità di adottare una linea definita, senza dover adottare al momento una modifica puntuale del regolamento stesso (se ne riparlerà, probabilmente, quando si dovrà rimettere mano al testo in vista della prossima legislatura, dopo la riduzione del numero dei parlamentari).
Mentre si scrive, in effetti, non è ancora disponibile il resoconto sommario dell'ultima seduta, dunque non si può ancora conoscere il contenuto della discussione sul parere approvato. Questo, però, è già noto perché è stato letto in aula dalla presidente Maria Elisabetta Alberti nella seduta di ieri, martedì 18 maggio, ed è stato riportato per intero nel resoconto stenografico. Ecco, di seguito, il testo: 
Tenuto conto della disciplina prevista per i Gruppi parlamentari dall'articolo 14, comma 4, terzo periodo, del Regolamento, è consentita la costituzione di componenti politiche all'interno del Gruppo Misto purché rappresentino partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali. I senatori che intendono costituire una componente politica all'interno del Gruppo Misto devono essere autorizzati a rappresentare il partito o movimento politico detentore del contrassegno presentato alle elezioni, mediante dichiarazione sottoscritta dal legale rappresentante di tale formazione politica.
Va detto che il parere peraltro prosegue, esprimendosi sulla possibilità di esprimere dichiarazioni di voto in dissenso rispetto alle indicazioni del gruppo misto, visto che le richieste di dare voce a quei dissensi sono aumentate di pari passo con l'affollamento del gruppo misto, che si è fatto dunque più disomogeneo. Sul punto, la Giunta ha deciso che spetta alla Conferenza dei capigruppo stabilire i tempi aggiuntivi previsti dall'articolo 109, comma 2-bis del Regolamento e i tempi assegnati ai senatori che intendono dissociarsi dalle posizioni espresse dal rappresentante del Gruppo Misto. Il regolamento prevede che, qualora si preveda un solo intervento per gruppo, anche per il gruppo misto valga un limite massimo di dieci minuti, ma se più membri chiedono di parlare quel limite passa a quindici minuti e va distribuito tra i vari interventi; non è espressamente regolata l'ipotesi delle dichiarazioni di voto in dissenso - come invece si fa per i gruppi in generale, prevedendo che chi si discosta dal voto del gruppo possa parlare per un massimo di tre minuti - ma quindi ora dovrà essere la Conferenza dei capigruppo ad assegnare quei tempi in più.
Tornando alla questione delle componenti del gruppo misto, al momento sembra che la lunga discussione abbia prodotto una soluzione "minima", che regola in via di convenzione ciò che non è previsto a chiare lettere dal regolamento del Senato (che cita una sola volta le componenti, all'art. 156-bis, ma per una fattispecie minore, cioè la possibilità di presentare ogni mese una sola interpellanza con procedimento abbreviato). L'accordo che emerge dal parere votato dalla Giunta pare voler conservare anche per le componenti l'orientamento restrittivo introdotto dalle modifiche regolamentari approvate alla fine del 2017, in materia di formazione dei gruppi parlamentari. Come si ricorderà, quell'intervento aveva lo scopo di scoraggiare la frammentazione: ora è consentita solo la formazione di gruppi di almeno dieci membri - al di là del gruppo di almeno cinque persone riferito alle minoranze linguistiche - che rappresentino un partito o comunque una lista che abbia presentato candidature alle elezioni del Senato con un proprio contrassegno, ottenendo l'elezione di senatori; quanto al sorgere di gruppi in corso di legislatura, è possibile solo per gruppi espressione di "singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati". Si è già visto come in passato solo l'accordo con il Psi abbia consentito a Italia viva la costituzione di un gruppo autonomo, proprio perché si è ritenuto che il Partito socialista, come parte del cartello Insieme, si sia presentato alle elezioni "unito" ad altre forze politiche (avendo eletto in Senato Riccardo Nencini, sia pure in un collegio uninominale e non sotto le dirette insegne della lista cui partecipava il suo partito).
Evidentemente, nella discussione in Giunta sulla linea di condotta da tenere in materia di requisiti per consentire la costituzione di componenti, si è ritenuto di dover tenere conto della scelta severa fatta dal Senato alla fine della scorsa legislatura. In passato non era stato così: anche sulla base del fatto che quelle componenti di fatto non contavano quasi nulla, ma erano essenzialmente "etichette" per riconoscersi, nel gruppo misto di Palazzo Madama poteva costituirsi qualunque componente, anche di una sola persona, senza che questa dovesse corrispondere a un partito che aveva partecipato alle elezioni, addirittura senza dover per forza corrispondere a un partito (fu il caso soprattutto di Insieme per l'Italia di Sandro Bondi e della compagna Manuela Repetti, denominazione addirittura priva di simbolo, come ben sa chi segue da tempo I simboli della discordia). Ora, invece, chi vorrà costituire una componente politica del gruppo misto al Senato potrà farlo solo se questa rappresenta uno tra i "partiti o movimenti politici che abbiano presentato con il proprio contrassegno, da soli o collegati, candidati alle ultime elezioni nazionali" e, per giunta, sarà necessario farsi rilasciare dal legale rappresentante del partito di cui si vuol costituire la componente una dichiarazione ad hoc per dire che quelle persone elette al Senato sono "autorizzate a rappresentare" la forza politica che detiene il contrassegno usato alle elezioni. Per essere chiari, se questa convenzione fosse stata valida nella scorsa legislatura, non sarebbe potuta nascere, in autonomia dalla Lega Nord, la componente della Lega per Salvini premier nel gruppo misto (costituita invece il 3 novembre 2017, un mese e mezzo prima che le modifiche al regolamento del Senato fossero approvate, da Roberto Calderoli, allora come ora membro della Giunta per il regolamento...) e quel soggetto politico, dunque, non avrebbe nemmeno potuto chiedere l'inserimento della stessa Lega per Salvini premier nel Registro dei partiti politici (la procedura può essere iniziata solo a seguito della partecipazione alle elezioni europee, politiche o regionali o potendo contare su un gruppo parlamentare o, appunto, una componente del gruppo misto). 
Sulla soluzione adottata si può fare qualche osservazione, senza nascondere alcune perplessità, anche sul linguaggio utilizzato (ma le riflessioni dovranno essere riconsiderate quando sarà reso noto il contenuto della discussione in Giunta). Innanzitutto qui non si è indicato alcun requisito numerico, dunque si deve immaginare che anche una sola persona eletta in Senato possa costituire una componente. Si chiede poi che il partito di cui si vuole costituire la componente abbia partecipato "alle ultime elezioni nazionali", dunque esso può essersi presentato anche solo alla Camera, mentre l'art. 14, comma 4 del regolamento del Senato chiede che i candidati siano stati presentati (anche o solo) al Senato e per giunta sia stato eletto un senatore (peraltro, per coloro che leggono l'art 14, comma 4, penultimo periodo come norma a sé, slegata dal resto del comma, nessuno di questi due requisiti sarebbe richiesto per i gruppi autonomi sorti in corso di legislatura, ma finora non pare che questa posizione abbia trovato sponda in Senato). Si tratta di una differenza non secondaria, ma non irragionevole, se non altro perché è molto più facile che uno o più senatori, invece che fondare un nuovo partito (che avrebbe problemi a costituire un gruppo), scelgano di aderire a un soggetto politico già esistente e che magari aveva presentato candidature solo alla Camera, anche senza eleggere nessuno. Per inciso, qualcuno potrebbe anche tentare di sostenere che pure le elezioni europee sono da considerarsi "nazionali", essendo regolate dalla stessa legge in tutta l'Italia (legge che peraltro rimanda spesso a quella per le politiche) e prevedendo un deposito centralizzato dei contrassegni al Ministero dell'interno: non sembra questo l'intento, ma considerando che in passato in Senato si è vista anche la componente dell'Altra Europa con Tsipras, qualcuno potrebbe pensarci.
Qualche riserva, invece, non si può evitare con riguardo al requisito in base al quale i soggetti politici cui si riferiscono le varie componente debbano avere presentato candidature alle ultime elezioni nazionali "con il proprio contrassegno, da soli o collegati". Ci si vuole probabilmente riferire alle situazioni delle liste "sciolte" o "coalizzate", ma il parere dimentica di trattare il caso di un partito o di un movimento che abbia partecipato in modo visibile a un "cartello elettorale", inserendo dunque il proprio simbolo nel contrassegno. L'esempio del Psi è eloquente: dal 4 giugno 2018 al 17 settembre 2019 Riccardo Nencini è risultato unico membro della componente del Psi, inizialmente costituita come Psi-Maie-Usei, poi dal 6 aprile solo Psi-Maie. In base alle regole stabilite ora in via convenzionale, quella componente forse sarebbe potuta sopravvivere come "continuazione" della compagine costituita all'inizio della legislatura, ma se Nencini avesse chiesto di costituirla ex novo a legislatura iniziata avrebbe avuto difficoltà, poiché il suo partito a rigore non si è presentato alle elezioni del 2018 né "da solo" (non ha presentato liste per conto proprio), né "collegato", ma casomai "unito" (a Verdi, Area civica e ulivisti nel cartello Insieme), però quella parola non è stata ripresa nel parere votato dalla Giunta per il regolamento
Naturalmente può essere che nel più stia il meno, per cui se si consente a un partito presentatosi "unito" di costituire un gruppo autonomo a maggior ragione questo dovrebbe poter costituire una componente del gruppo misto; le parole però hanno un peso, soprattutto se sono quelle di un parere che deve "integrare" un regolamento parlamentare, quindi il fatto che una certa parola non sia presente non può essere considerato come trascurabile. Anche perché il parere citato parla di "contrassegno", che è l'emblema con cui le liste (o le candidature singole nel collegio uninominale della Valle d'Aosta, oltre che in caso di elezioni suppletive) si presentano agli elettori, mentre ogni partito e movimento si identifica con il "simbolo", che in caso di lista presentata da una sola forza politica può essere utilizzato come contrassegno, ma non di rado è utilizzato come elemento di un contrassegno composito, più ampio (come appunto quello della lista Insieme). Non a caso, quando il regolamento parla della costituzione di gruppi autonomi (in corso di legislatura) all'art. 14, comma 4, penultimo periodo, non parla affatto di contrassegni, ma di partiti o movimenti "che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati": non c'era dubbio sul fatto che il Psi potesse costituire un proprio gruppo, mentre sarebbe lecito averlo con riferimento alle componenti. L'impressione, insomma, è che il parere sia stato redatto mescolando i termini usati per due fattispecie leggermente diverse, creando una certa confusione: il problema si può risolvere, ovviamente, ma era meglio non crearlo, visto che si stava cercando di chiarire una situazione poco definita.
In base al parere, in ogni caso, potrebbero sorgere componenti politiche di tutte le formazioni che hanno partecipato alle elezioni (e che ovviamente non hanno già un gruppo a Palazzo Madama), quali Potere al popolo, il Popolo della Famiglia, Partito comunista, fino ai soggetti più piccoli, cui si potrebbero aggiungere - in caso di interpretazione estensiva del parere stesso - i partiti che hanno presentato liste congiuntamente con altre forze politiche (a partire da Noi con l'Italia, Centro democratico e dai tanti soggetti presenti all'interno di Civica popolare). Bisogna anche dire che il fatto che le persone elette al Senato che vogliano costituire (da sole o collettivamente) una componente politica debbano essere "autorizzat[e] a rappresentare il partito" cui il contrassegno si riferisce dal legale rappresentante del partito stesso consente, in linea teorica, la formazione della componente anche a chi non fa parte di quel partito, "accontentandosi" del consenso esplicito e formale del legale rappresentante di un partito al sorgere di una componente con quel nome. Oggettivamente al Senato dovrebbe avere un rilievo assai ridotto: a Palazzo Madama, a differenza di quanto previsto per la Camera, le componenti non sono automaticamente dotate di risorse e spazi per il loro funzionamento, quindi dovrebbe esserci meno interesse alla costituzione o al mantenimento di una componente. Certo è che qualche persona eletta al Senato, magari fuoriuscita dal proprio gruppo originario, potrebbe essere interessata a costituire una componente per avere un minimo di visibilità (e, in qualche caso, di tempo riservato per gli interventi in dissenso) e così potrebbe incrociare l'interesse di un soggetto politico esterno alle Camere ad apparire nei lavori di aula: in questo senso, potrebbero aver interesse - anche solo per provocazione - ad entrare in aula senza aver eletto nessuno CasaPound Italia e Forza Nuova (anche per cercare di "blindare" la loro esistenza attraverso la presenza a Palazzo Madama), come pure il Partito comunista dei lavoratori, il Partito valore umano o il vecchio Pri. 
La formulazione del parere, tra l'altro, in teoria potrebbe essere interpretata come l'art. 14, comma 5 del regolamento della Camera, per cui la componente deve rappresentare il partito che ne consente il sorgere, ma si tollera che a quel nome ne sia abbinato un altro, cioè quello in cui effettivamente si identificano i membri della componente. Il fenomeno è noto fin dalla XV Legislatura e si è ripetuto anche in quella attuale (si pensi alle componenti nate grazie a 10 volte meglio, Alternativa popolare e Federazione dei Verdi), anche se al Senato la ricordata assenza di risorse dedicate alle componenti non incoraggerebbe operazioni simili; esse potrebbero comunque essere tentate - visto che il parere non parla in alcun modo di elezione di senatori, dunque qui non si potrebbe far valere alcuna differenza rispetto al regolamento della Camera - dai rappresentanti di formazioni politiche nate in corso di legislatura. L'unica certezza, infatti, è che partiti e movimenti nati dopo le elezioni non possono costituire alcuna componente con il proprio nome, come denunciato in aula da Mattia Crucioli, che si riconosce in L'alternativa c'è e ha parlato di interpretazione "liberticida", perché non consente in alcun modo alle compagini nate in corso di legislatura, di maggioranza e soprattutto di opposizione, di avere visibilità (nessuno di L'alternativa c'è, tra l'altro, partecipa alla Giunta: per il gruppo misto l'unico membro presente è la presidente Loredana De Petris, di Leu). 
Proprio Crucioli e le altre persone elette in Senato che rappresentano L'alternativa c'è - forza politica che, incidentalmente, non ha ancora scelto il suo simbolo - stanno protestando da ore, soprattutto per (ri)ottenere la possibilità di parlare in dissenso rispetto alla posizione del gruppo misto (della questione si occuperà la Conferenza dei capigruppo); sulla questione della componente, tuttavia, potrebbero cercare di percorrere la strada prima ricordata dell'abbinamento dei nomi - a patto, ovviamente, di trovare tra le formazioni che si sono presentate alle elezioni un soggetto disponibile -  visto che ciò è stato permesso per il gruppo di Italia viva e alla Camera continua a essere praticato senza troppi problemi (ricordando, come si diceva, che per le componenti non ci sarebbe nemmeno il problema di dover annoverare tra i membri una persona eletta con il partito che si vuole rappresentare, ma basterebbe la dichiarazione del legale rappresentante del partito che si prestasse a un'operazione simile). Non si tratterebbe, bisogna dirlo, di una pagina splendida del diritto parlamentare, ma c'è chi potrebbe ritenere che sia ancora peggio consentire solo a una parte dell'opposizione di esprimersi in modo visibile, comprimendo in sostanza le posizioni dell'altra parte, magari nata proprio in occasione della formazione del nuovo governo. In ogni caso, ora che una regola pur minima è stata fissata - almeno temporaneamente - anche al Senato, qualcuno nell'aula di Palazzo Madama potrebbe perfino adottare come grido di battaglia, alla Jeeg Robot, "Lanciami le componenti!"

mercoledì 20 gennaio 2021

Il futuro del gruppo Italia viva - Psi, dopo la fiducia di Nencini a Conte

Archiviato il rito della fiducia al governo Conte-bis nei due rami del Parlamento con un doppio esito positivo - ma con una maggioranza piuttosto risicata al Senato e in ogni caso lontana dalla maggioranza assoluta di 161, non essenziale per la sopravvivenza / legittimazione dell'esecutivo, ma oggettivamente importante per poter sperare di operare in modo efficace - restano aperte varie questioni da approfondire. Una di queste, inevitabilmente, riguarda la situazione all'interno del gruppo Italia viva - Psi al Senato, dopo che ieri sera senatrici e senatori di Iv hanno scelto di astenersi, mentre il socialista Riccardo Nencini - una volta riammesso al voto dopo la mancata risposta alla prima e alla seconda "chiama" - ha votato "Sì" alla questione di fiducia posta dal governo.
Naturalmente un dissenso o un voto disomogeneo all'interno di un gruppo parlamentare non è necessariamente qualcosa di drammatico (anche su questioni non di coscienza): è accaduto spesso, senza produrre per forza conseguenze per chi ha votato difformemente dalla maggioranza del gruppo. Qui tuttavia l'attenzione suscitata sulla questione si giustifica sotto vari profili. Da una parte, infatti, la scelta di Nencini di votare a favore del governo spicca se messa a confronto con l'astensione di tutti gli altri membri del gruppo presenti in aula, riferibili a Italia viva; dall'altra, non si dimentica che proprio Nencini, come unico candidato del Psi eletto in Senato (sia pure in un collegio uninominale) e facente riferimento a un partito che col suo simbolo aveva concorso alle elezioni (sia pure all'interno di un cartello elettorale, Insieme) era nelle condizioni - in base alle ultime riforme del regolamento senatoriale - di costituire un gruppo autonomo a Palazzo Madama cui partecipare insieme a senatrici e senatori di Iv: costoro, senza un aiuto esterno, non avrebbero avuto la possibilità di emergere come soggetto collettivo al Senato, dovendo limitarsi a egemonizzare il gruppo misto. A molti è venuto dunque spontaneo, già nei giorni precedenti, domandarsi cosa sarebbe stato del gruppo parlamentare Iv-Psi, se Nencini avesse deciso - come era parso di capire appunto dopo le dimissioni della delegazione vicina a Matteo Renzi - di continuare sostenere il governo Conte-bis come "costruttore" a differenza di coloro che appartenevano allo stesso gruppo costituito su sua richiesta e con il beneficio legato al suo partito.

Le parole scritte e dette

La questione si è puntualmente concretizzata proprio ieri sera - alle porte della notte - dopo il "Sì" rocambolesco in "zona ultraCesarini" previa riammissione al voto dopo il controllo delle immagini della chiusura della votazione. Sulla sua pagina Facebook, Nencini ha giustificato il ritardo nell'ingresso in aula ("La segreteria del partito è durata diverse ore con strascichi altrettanto lunghi") e ha parlato della sua scelta: "La mia posizione era nota: astensione benevola in attesa di capire se le aperture del presidente Conte all'area socialista fossero davvero fondate. Avrei comunque votato a favore dello scostamento di bilancio e del decreto Ristori e di qualsiasi altra misura per fronteggiare la pandemia. Una posizione che è emersa chiaramente dal mio intervento in aula. E che è stata apprezzata dalla maggioranza. Insomma, una posizione responsabile che teneva conto dello stato difficile del Paese e metteva in risalto la diversità rispetto al voto di Italia Viva". Anche la scelta di non rispondere alle "chiame" e di non partecipare al voto, in effetti, sarebbe stata diversa rispetto alla posizione di Iv, ma alla fine è arrivato il voto favorevole. Intervistato dal Fattoquotidiano.it appena uscito dall'aula, l'ex segretario Psi aveva detto qualcosa di più sulla sua decisione: "Ho ascoltato la relazione del presidente del Consiglio, che avevo già ascoltato ieri a Montecitorio; sulla base di quella c'è stata una risposta anche nella replica che abbiamo valutato". Il tono, soprattutto nella parte finale, non sembrava esageratamente convinto; in ogni caso si è capito che si è trattato di una scelta scaturita da una valutazione collegiale, evidentemente maturata nella segreteria terminata poco prima dell'ingresso in aula.
Nencini e il Psi, dunque, hanno scelto di restare in maggioranza (e anche per questo il senatore rifiuta ogni tentativo di associarlo "a parlamentari che hanno votato la fiducia provenendo dall'opposizione", ritenendo che si tratti di "due storie completamente diverse"); Italia viva, al contrario, ha scelto di non fare più parte di quella maggioranza, così come le forze di maggioranza hanno manifestato l'idea di non ritenere più affidabile quel partito come interlocutore. Si può dunque pensare che nello stesso gruppo convivano e continuino a convivere una forza di maggioranza e una di opposizione? E, se la convivenza dovesse terminare, il Psi toglierebbe al gruppo dei renziani i benefici legati al proprio simbolo?
La questione non è semplice e merita di essere trattata con attenzione. Innanzitutto bisogna notare che sul tema non ci sono interventi ufficiali del Partito socialista italiano o del suo segretario, Enzo Maraio. Per l'esattezza, l'unica posizione ufficiale era quella approvata dalla segreteria il 17 gennaio e divulgata. Lì si è ribadita l'esigenza di "formare una maggioranza organica dentro un quadro politico certo, senza immaginare soluzioni di fortuna", cercando invece di "ricostruire l’unità delle forze di maggioranza": per questo c'era bisogno di affrontare questa fase "con coraggio e visione lunga", ad opera di "un governo autorevole" e "ripartendo da questa coalizione, che va rafforzata e allargata alle forze di ispirazione europeista presenti in parlamento". Nello stesso documento si dava mandato a Maraio e Nencini "di gestire la fase di crisi dell’esecutivo nel rapporto con le forze politiche di maggioranza".

Ipotesi sul futuro del simbolo e del gruppo

Se si considera tutto questo, è facile immaginare che - anche in mancanza di notizie ufficiali, che probabilmente non arriveranno in una situazione ancora decisamente fluida - non sia all'ordine del giorno del Psi la scelta di revocare all'alleanza con Italia viva i benefici legati al simbolo socialista. Certo, ieri sera è accaduto qualcosa di nuovo, con un voto diversificato tra gli esponenti di Iv e l'unico rappresentante del Psi (che ha votato in coerenza con le posizioni precedenti); non è però la prima volta che questo avviene, potendosi ricordare la sfiducia ad Alfonso Bonafede votata da Nencini a maggio dell'anno scorso (mentre Italia viva all'epoca scelse, sia pure con fatica, di opporsi), così come si ricordano altre divergenze, ad esempio in materia di giustizia e di scuola. 
Proprio sulla base di questi precedenti, non ci si potrebbe stupire se Nencini decidesse di rimanere nel gruppo attuale (e il Psi confermasse che il gruppo lo rappresenta) continuando a votare in maniera autonoma, anche difforme rispetto a senatrici e senatori di Italia viva. Nessuna norma di alcun tipo vieta o scoraggia questo scenario, che sarebbe certamente singolare e al limite anomalo, ma certo non irregolare: a dirla tutta, poi, in Senato si è visto di ben peggio (basti pensare alle disomogeneità del gruppo Grandi Autonomie e Libertà nella scorsa legislatura: è vero che quel gruppo non sarebbe mai potuto nascere vigente il regolamento attuale, ma è esistito e bisogna prenderne atto). Lasciare immutato il gruppo Italia viva - Psi, insomma, sarebbe un modo per riconoscere il percorso fatto sin qui (e tenere fede a un accordo stipulato un anno e mezzo fa), senza rinunciare all'autonomia e alla libertà nell'esercizio del mandato parlamentare di ciascun membro e ciascuna componente.
Almeno un'altra ragione, peraltro, fa apparire irrealistica ogni discussione sulla revoca del simbolo Psi e dei suoi benefici all'attuale gruppo parlamentare. In una fase in cui il governo ha bisogno di ampliare la maggioranza che lo sostiene, nessuno può essere pienamente certo che coloro che oggi si riconoscono in Italia viva (e nella scelta di astenersi) non possano in un secondo momento ritrovarsi nella proposta dell'esecutivo. Non si può dunque escludere che la maggioranza che ha operato finora in appoggio al governo Conte-bis non possa ricostituirsi e magari ampliarsi: se fosse così, sarebbe inutile pensare di disporre diversamente del simbolo e del gruppo (che, facendo ipotesi, potrebbe essere il nucleo di una compagine parlamentare europeista, in cui i socialisti non si sentirebbero certo a disagio).
Si tratta naturalmente, come si diceva, solo di ipotesi, per quanto tutt'altro che implausibili. Naturalmente sarebbe altrettanto sbagliato pensare che possano andare bene a chiunque: per quanto il documento della segreteria Psi sia stato approvato all'unanimità, non tutti erano favorevoli a mantenere il sostegno al governo. L'aveva chiarito già prima della segreteria del 17 gennaio, ad esempio, Mauro Del Bue: lui lì si sarebbe schierato contro l'appoggio in Senato "a quel che resta del governo Conte", ma anche contro "lo scioglimento del gruppo Psi-Italia viva", mentre avrebbe valutato positivamente il sostegno a "un governo forte e rappresentativo capace di affrontare come si deve la pandemia, e di gestire al meglio il Recovery [...]. Dunque un esecutivo guidato dalla persona più autorevole e rappresentativa disponibile. E che possa contare su una maggioranza europeista, poggiata su partiti d'impronta socialista e popolare". Quanto accaduto in Senato ieri sera non ha soddisfatto Del Bue che, nel rassegnare le proprie dimissioni da direttore dell'Avanti! on line, ha dato un giudizio molto duro sul "Sì" di Nencini: "Un voto a favore di Conte all’ultimo minuto dopo certo Ciampolillo non è una cosa dignitosa. Oltretutto indecifrabile. Incomprensibile".

Renzi: "Nencini non può togliere il simbolo". Eppure...

Tornando al simbolo, in ogni caso, bisogna registrare anche una dichiarazione di Matteo Renzi, rilasciata durante la puntata di Porta a porta: a Bruno Vespa che gli diceva come Nencini avesse dichiarato di "non togliere il simbolo del Psi a Italia viva", l'ex presidente del Consiglio ha risposto "Il senatore Nencini non può togliere il simbolo: il simbolo è servito per costituire il gruppo. Dopo la costituzione del gruppo noi ci siamo candidati e una delle condizioni è quella che si siano candidate in altre elezioni - in questo caso elezioni regionali in Campania, in Toscana... - quindi questa storia del gruppo non esiste. Il senatore Nencini deciderà che cosa fare della sua esperienza parlamentare, ma il logo non lo toglie perché non lo può togliere".
Si prende atto con rispetto dell'opinione di Renzi; è altrettanto necessario però contestare questa ricostruzione, o almeno precisarla e correggerla a dovere.
 Certamente il simbolo del Psi - o meglio, l'apporto del Psi in quanto partito che aveva partecipato alle elezioni politiche con propri candidati e un contrassegno e aveva eletto almeno un senatore - è servito a costituire il gruppo, tant'è che ad annunciare la costituzione del gruppo è stato proprio Nencini, unico esponente Psi della compagine. Allo stesso modo è vero che , una volta costituito il gruppo, Italia viva ha presentato liste in altre competizioni elettorali: lo ha fatto, in particolare, alle regionali in Campania (da sola), Liguria (con Psi e +Europa nella lista Massardo presidente), Marche (con Psi, Demos e civici), Puglia, Toscana (con +E), Valle d'Aosta (con forze locali) e Veneto (con Civica per il Veneto, Pri e Psi), nonché in varie elezioni comunali. 
Basta questo per dire che "questa storia del gruppo non esiste" perché "una delle condizioni" (si suppone perché il gruppo parlamentare continui a esistere) è l'aver partecipato ad "altre elezioni", genericamente intese? In teoria non lo si può escludere, ma si deve dire che la lettura che sembra proporre Renzi sarebbe del tutto contraria allo spirito con cui era avvenuta la riforma del regolamento del Senato nel 2017. Cerchiamo di capire, innanzitutto, su cosa dovrebbe fondarsi la tesi renziana. Stando al testo vigente dell'art. 14, comma 4 del regolamento, "Ciascun Gruppo dev'essere composto da almeno dieci Senatori e deve rappresentare un partito o movimento politico, anche risultante dall’aggregazione di più partiti o movimenti politici, che abbia presentato alle elezioni del Senato propri candidati con lo stesso contrassegno, conseguendo l’elezione di Senatori". Si è già visto che la richiesta del Psi di costituire il gruppo contenente la propria denominazione è stata ritenuta rispondente ai requisiti indicati dalla disposizione, tanto a quello numerico (per il concorso degli aderenti a Italia viva) quanto a quello elettorale-politico (per la partecipazione del Psi alle liste di Insieme e l'elezione di Nencini); si è anche detto che, in realtà, questa lettura del regolamento andava esattamente contro il disegno anti-frammentazione con cui si erano introdotte le nuove regole, volte a non consentire la formazione di gruppi legati a partiti nati dopo le elezioni; il nuovo partito - Iv - era però riuscito a ottenere di fatto un suo gruppo col concorso di un solo eletto riferibile a un partito che aveva corso alle elezioni - il Psi - e che peraltro aveva ottenuto l'elezione non in una lista del partito, ma in un collegio uninominale.
Questo significa che l'accordo tra il Psi e Italia viva obbliga le forze politiche fino alla fine della legislatura, senza poter essere sciolto? Ovviamente no: non solo Nencini potrebbe certamente decidere di abbandonare il gruppo e approdare altrove, ma - se lo facesse - potrebbe chiedere al segretario Psi di revocare l'uso del nome e del simbolo al gruppo attualmente condiviso con Italia viva, per il solo, evidente fatto che quel gruppo non rappresenterebbe più (anche) quella forza politica e non si potrebbe costringere un partito a lasciare i suoi segni distintivi - noti e definiti - in uso a una forza politica con cui non ha più legami. Neanche l'avere presentato alle citate regionali liste in cui figurano uniti i simboli di Psi e Iv vincolerebbe in qualche modo i socialisti: ogni elezione, com'è facile immaginare, fa storia a sé, non influenzando in automatico accordi nazionali né venendone influenzata.
Bisogna allora forse interpretare diversamente le parole di Renzi, ad esempio sostenendo che anche qualora Nencini e il Psi decidessero di abbandonare il gruppo e di revocare a questo nome e simbolo socialisti, il gruppo di Italia viva potrebbe continuare a esistere senza quell'apporto: ciò vuoi perché le caratteristiche per costituire il gruppo devono esistere certamente all'inizio ma non è richiesto esplicitamente che debbano permanere anche in seguito, vuoi perché nel frattempo Italia viva potrebbe avere acquistato un titolo autonomo a esistere come gruppo, in particolare grazie alla partecipazione ad elezioni. Entrambe le letture sono astrattamente possibili, ma presentano altrettante criticità che vanno evidenziate.
Sotto il primo profilo, è vero che formalmente l'art. 14, comma 6 prevede come unica ipotesi esplicita di scioglimento di un gruppo il caso in cui la compagine "perda pezzi" fino a scendere sotto i dieci membri (e lo scioglimento non è automatico, ma va dichiarato), mentre non è espressamente previsto lo scioglimento qualora un partito ritenga che un gruppo non lo rappresenti più e gli revochi nome e simbolo (un'ipotesi cui forse chi aveva concepito le nuove norme non aveva pensato, magari credendo che un partito che aveva partecipato alle elezioni ed eletto senatori non avrebbe mai negato a se stesso l'uso delle proprie insegne). Trattandosi di regole nuove, non ancora sottoposte a stress, non ci sono precedenti direttamente invocabili; parrebbe però irragionevole ritenere che, a fronte della sanzione dello scioglimento in caso di venir meno del requisito numerico, non accada nulla qualora venga meno il requisito politico che aveva permesso al gruppo di nascere, solo perché nulla in proposito si dice. In più, se si guarda alla Camera (che pure ha prassi diverse dal Senato), la ratio di alcuni precedenti non depone a favore della tesi renziana. Si pensi al caso, qui già trattato, della scissione interna a Scelta civica: nel 2016 il segretario Enrico Zanetti e altri eletti abbandonarono il gruppo per costituirne un altro con meno di venti membri - il regolamento di Montecitorio lo permette ai gruppi legati a partiti che hanno partecipato alle elezioni ed eletto deputati - dicendo che era il nuovo gruppo a rappresentare il partito, non più il vecchio (il che prova che un partito può ben dire di non essere più rappresentato da un certo gruppo). Il gruppo più risalente rimase sì in vita (con un nome che non creasse confusione), ma con l'intesa che in tempi rapidi avrebbe dovuto raggiungere la consistenza minima richiesta agli altri gruppi (non riuscendovi, il gruppo venne sciolto).
Esisterebbe, dunque, una condizione diversa per permettere a un gruppo di continuare a vivere anche dopo il "disconoscimento" da parte del partito che l'aveva fatto nascere? Renzi, come si è visto, ha fatto riferimento alla partecipazione elettorale del partito: potrebbe bastare a legittimare la permanenza del gruppo di Italia viva? In via del tutto teorica qualche margine potrebbe esserci: il terzo periodo dell'art. 14, comma 4, in cui si dice che "è ammessa la costituzione di Gruppi autonomi, composti da almeno dieci Senatori, purché corrispondenti a singoli partiti o movimenti politici che si siano presentati alle elezioni uniti o collegati", parla genericamente di presentazione "alle elezioni", senza ulteriormente specificare. Limitandosi a interpretare quel periodo, insomma, si potrebbe pensare che un partito che abbia presentato liste in una competizione elettorale (a maggior ragione se in più casi e a livello regionale) insieme alla forza politica con cui ha costituito il gruppo parlamentare, con contrassegni che mettano in evidenza entrambi i simboli, potrebbe a sua volta creare un gruppo autonomo in corso di legislatura sulla base di quel requisito elettorale (oltre che di quello numerico). 
Detto questo, bisogna subito mettere in luce i gravi limiti di questa lettura. Innanzitutto questa non terrebbe conto del complesso dell'articolo e del comma: all'inizio del comma 4, infatti, è preciso il riferimento alle "elezioni del Senato"; in seguito si parla solo di "elezioni", ma almeno nel periodo seguente è chiaro che quelle elezioni possono essere solo le stesse elezioni senatoriali, altrimenti la frase non avrebbe senso; sarebbe dunque ragionevole riferire anche la presentazione "alle elezioni" del periodo che interessa qui alle "elezioni del Senato" di cui al primo periodo. Soprattutto, però, è impossibile non notare che, se davvero fosse sufficiente una partecipazione congiunta di due partiti a una qualunque elezione, senza altre precisazioni, verrebbe del tutto meno qualunque limite alla frammentazione dei gruppi che pure era palese in sede di elaborazione delle nuove norme regolamentari. Proprio perché non si precisa nulla in quel periodo sul tipo, sul livello e sul numero di elezioni da considerare, qualunque partito nato in corso di legislatura potrebbe chiedere di formare un gruppo di almeno dieci senatori per il solo fatto di aver presentato anche una sola lista in un solo comune (e ogni anno si tengono elezioni comunali...) con un partito titolare di un gruppo già presente in Parlamento: se, ad esempio, dodici membri del gruppo del Pd volessero costituire il gruppo senatoriale autonomo di Europa Verde, potrebbero farlo per il solo fatto di aver presentato una lista comune alle regionali in Valle d'Aosta l'anno scorso. Un meccanismo simile potrebbe ripetersi un numero indefinito di volte (limitato solo dalle dimensioni dei gruppi parlamentari esistenti...), con effetti incalcolabili sulla composizione dell'assemblea e sulle risorse da destinare ai gruppi.
Dovrebbe bastare questo a ritenere non percorribile l'ipotesi enunciata da Renzi a Porta a porta. Si ripete però che, proprio perché non ci sono precedenti, potenzialmente il primo caso potrebbe anche essere deciso nel modo inteso dal fondatore di Italia viva (non è nemmeno da escludere che lui o altri membri del gruppo abbiano parlato di queste ipotesi con qualche funzionario parlamentare, valutandone la percorribilità). Non si dimentichi nemmeno che, in caso di interpretazione dubbia del regolamento, la Presidenza del Senato si potrebbe rivolgere alla Giunta per il regolamento, di cui fanno parte esponenti di tutti i gruppi (per Italia viva c'è Davide Faraone): pur fondata su argomenti giuridici, è innegabile che la scelta di interpretare in un modo o in un altro le disposizioni regolamentari è sempre di natura politica, perché politiche sono le posizioni di chi compone l'organo e i motivi che stanno alla base di una tesi o dell'altra (specie se ciascuna di esse ha almeno una parte di ragione). Se il problema si porrà, dunque, lo si affronterà a tempo debito; magari, come detto, non ce ne sarà nemmeno bisogno, perché il Psi e il suo simbolo resteranno dove sono ora.

mercoledì 10 giugno 2020

1948: per Angiolillo venne "Il Tempo" di candidarsi

"Per ogni cosa c'è il suo momento, il suo tempo per ogni faccenda sotto il cielo". Quante volte si è ripetuto questo frammento del libro di Qoelet (o Ecclesiaste, per chi era affezionato al vecchio nome biblico), a proposito e a sproposito di ogni cosa, magari semplicemente per giustificare una scelta sbagliata, una decisione ragionevole presa nel momento sbagliato o, semplicemente, per dire che era arrivato il momento di cambiare musica rispetto al passato? Di certo moltissime, probabilmente troppe. Solo una persona, tuttavia, avrebbe potuto ben dire, parafrasando una delle sentenze successive di quel capitolo di Qoelet, che "c'è un Tempo per dirigere e un Tempo per candidarsi". La maiuscola, peraltro abbinata al corsivo, non è affatto casuale e non è nemmeno una mera maiuscola di rispetto: è semplicemente dovuta, visto che la persona in questione si chiamava Renato Angiolillo.
Chi ha un minimo di pratica con la storia del giornalismo e della politica italiana ha certamente già capito che si è di fronte a colui che, il 5 giugno 1944, aveva fondato ufficialmente Il Tempo, il più longevo dei quotidiani romani (pur se con respiro nazionale) e che ne rimase direttore fino alla sua morte, nel 1973 (essendone anche proprietario/editore per alcuni anni). A dirla tutta, anche alcuni suoi successori alla direzione della testata alle elezioni politiche sono riusciti a farsi eleggere (è il caso di Giovanni Mottola) o si sono candidati con meno fortuna (come Mario Sechi), né si può dimenticare il caso decisamente unico di Gianni Letta, per anni parte del mondo politico al fianco di Silvio Berlusconi senza mai una candidatura o addirittura un'iscrizione a un partito. Soltanto Renato Angiolillo - anzi, "Angiolillo Renato Massimo", come si leggeva sulla scheda elettorale - si è candidato ed è riuscito a diventare parlamentare con la lista del Tempo.
Che il fondatore del giornale che da anni ha sede a palazzo Wedekind su piazza Colonna (ma nell'immediato dopoguerra la sede era in piazza di Pietra) fosse diventato senatore della Repubblica nelle prime elezioni politiche successive al voto per la Costituente era cosa nota; meno ricordato fu il fatto che proprio la testata  - acquistata da Angiolillo in periodo di occupazione nazista - a contrassegnare la sua candidatura. Quest'ultima era maturata grazie alla posizione peculiare del quotidiano, di impostazione nettamente conservatrice, ma aperta ai contributi degli intellettuali di ogni fronte, a quelli della Repubblica e a quelli post-fascisti: nell'Italia impegnata nella ricostruzione e nella scrittura della Costituzione, con non poche frizioni sul piano politico e parecchi "conti aperti" con l'immediato passato, Angiolillo - senza mai scrivere di proprio pugno sul giornale - invitava alla pacificazione nazionale e a concentrare le energie sul futuro.
Su queste basi, non stupisce che più di una forza politica, in particolare legata a quell'area conservatrice-borghese che aveva trovato nel Tempo un punto di riferimento, abbia ritenuto naturale proporre a Renato Angiolillo di candidarsi alle elezioni. Già il 23-24 febbraio 1948 sull'edizione della notte del Corriere d'informazione si leggeva che il direttore del quotidiano romano si sarebbe candidato in collegamento con la Democrazia cristiana "ma come indipendente" al Senato a Bari; il giorno dopo il Corriere confermava la notizia. Il collegio scelto non era affatto casuale: proprio a Bari era stato a lungo negli anni '30, dedicandosi all'editoria pubblicitaria (raccontando la Puglia d'oro attraverso le sue famiglie più illustri. 
La questione del collegamento era assolutamente rilevante: dal momento che al Senato la competizione era in collegi uninominali all'interno della stessa circoscrizione regionale, la legge elettorale per quel ramo del Parlamento (legge n. 29/1948) prevedeva che ciascuna persona interessata presentasse la propria candidatura (corredata da almeno 300 e non oltre 500 firme di elettori del collegio e, come si vedrà, dal contrassegno) e gli uffici elettorali circoscrizionali potevano accoglierla entro il 35° giorno precedente il voto. Entro il 30° giorno, invece, ogni persona candidata doveva dichiarare "con quali candidati di altri collegi della Regione intende[sse] collegarsi" (e i collegamenti ovviamente dovevano essere reciproci): in Molise ci si poteva collegare a un solo candidato, altrove occorreva legarsi almeno ad altre due candidature (e, visto che ciascuno poteva candidarsi anche in tre collegi nella Regione prescelta, era permesso che l'aspirante senatore/senatrice si collegasse con sé stesso/a).
Tornando ad Angiolillo, oltre alla Democrazia cristiana, anche il Partito liberale italiano mostrò interesse per la sua figura e, alla fine, fu proprio quell'area a intestarsi la candidatura. Il "gruppo Angiolillo", cioè i candidati con cui lui si collegò, fu composto essenzialmente da persone che si presentavano sotto le insegne del Blocco nazionale, che oltre ai liberali comprendeva anche i candidati del Fronte dell'Uomo qualunque e i nittiani dell'Unione per la ricostruzione nazionale. C'erano però debite eccezioni: la legge elettorale, infatti, ammetteva espressamente "il collegamento tra candidati aventi diverso contrassegno" e, nel richiedere che chi aspirava a candidarsi depositasse un modello di contrassegno senza esigere che questo fosse uno di quelli già presentati al Ministero dell'interno, di fatto consentiva alle singole persone candidate di correre davvero da indipendenti, pur essendo collegate ad almeno altre due della stessa Regione.
A Monopoli, per esempio, il candidato era Giuseppe Manfredi (o Manfridi) del Partito nazionale monarchico (con il classico simbolo di stella e corona), mentre oltre a quella di Angiolillo c'era un'altra candidatura indipendente, sempre proveniente dal mondo del giornalismo: Leonardo Azzarita (in seguito direttore generale dell'Ansa e del Corriere delle Puglie) aveva scelto di distinguersi con l'immagine di due bandiere incrociate, che peraltro richiamavano quella del Pli. Angiolillo, invece, non espresse alcuna assonanza politica nel suo emblema, ma trasformò nel proprio marchio l'esperienza che lo aveva impegnato negli ultimi anni e aveva creato le condizioni per la sua candidatura. Non fu il solo ad adottare come emblema un orologio e, in particolare da tasca, come a dire che era il momento di scegliere (possibilmente proprio la persona che aveva schierato l'orologio); lui però rese quel contrassegno unico e totalmente a sua misura, facendo riprodurre la testata del suo giornale sul quadrante della "cipolla". In teoria si era di fronte a una tautologia, a un concetto al quadrato, essendo ripetuto nel testo e in grafica; eppure in quel momento non sembrò esserci una soluzione più indicata per Renato Angiolillo che identificare in pieno la sua proposta elettorale con il quotidiano da lui fondato e diretto.
Che quella candidatura, intestata ai liberali, avesse comunque anche il placet almeno della Dc poteva evincersi dal fatto che, in quel collegio, i democristiani non presentarono candidature col loro simbolo (alla pari dei liberali, ma a dire il vero sulla scheda non finì nemmeno il simbolo del Msi: si videro solo quelli del Pri, del Psdi, dei monarchici e ovviamente Garibaldi con la stella per il Fronte democratico popolare). Il risultato fu pressoché scontato: con 45.732 voti, pari al 51,42%, Angiolillo fu il più votato del suo gruppo e venne eletto a Palazzo Madama, dove aderì al gruppo liberale. Finita la prima legislatura, nel 1953 si ricandidò direttamente con il Pli, sempre al Senato ma in quell'occasione nel collegio di Rieti: superato lì dai candidati di Dc, Pci, Psi e Msi, non fu rieletto. 
Probabilmente quella mancata riconferma non gli avrà fatto del tutto piacere ma, come c'era stato un Tempo per candidarsi, arrivò di nuovo il Tempo per dirigere, ovviamente Il Tempo, al cui timone Renato Angiolillo sarebbe rimasto altri vent'anni. Avrebbe contato ancora molto nel giornalismo e nella politica, così come avrebbe esercitato notevole influenza dopo la sua morte la moglie Maria Girani, che definire "la regina dei salotti romani" era probabilmente riduttivo (chiedere a Gianni Letta, che fu direttore dopo Angiolillo per quattordici anni, per averne cerimoniosa conferma). Di certo, a guardare oggi quel simbolo che nel 1948 portò all'elezione del fondatore del Tempo, appare assai più sensato e ben pensato (e persino bello da vedere), rispetto a molti emblemi che affollano le schede o vorrebbero arrivarci, ma sono brutti anche se concepiti nell'era di Photoshop. O forse, chissà, proprio per questo.