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giovedì 15 maggio 2025

Genova, simboli e curiosità sulla scheda


Si è già segnalato che il comune più rilevante, tra quelli chiamati anticipatamente al voto in questo turno ordinario di elezioni amministrative (nonché unico capoluogo di regione a statuto ordinario) è certamente Genova. L'elezione di Marco Bucci alla presidenza della giunta regionale della Liguria ha reso necessario il ritorno anzitempo alle urne nel capoluogo ligure, dopo il precedente appuntamento elettorale del 2022. Si affronteranno 7 aspiranti sindaci, sostenuti da 17 liste: stesso numero dei contendenti di tre anni fa, ma le liste erano due in più. Di seguito si passano in rassegna i contrassegni secondo l'ordine di sorteggio, non prima di aver espresso un rammarico per il manifesto elettorale pubblicato sul sito del comune di Genova: si può apprezzare il proposito di non creare un file troppo pesante, ma la qualità delle immagini lascia davvero a desiderare... (i simboli, pertanto, sono stati rintracciati in rete).
 
* * *
 

Silvia Salis

1) Partito democratico - Possibile - Partito socialista italiano

Il sorteggio ha collocato in prima posizione la candidatura di Silvia Salis, scelta dal centrosinistra "allargato" (se si preferisce, campo abbastanza largo) per tentare il ritorno alla guida del comune di Genova. La sostiene una coalizione di cinque liste: la prima estratta è quella presentata dal Partito democratico, forza politica di punta dell'area. Si tratta peraltro - come in passato - di una formazione elettorale composita: il logo dem è stato ridotto e spostato in alto per lasciare spazio, in basso, a un segmento circolare rosso a base curvilinea; all'interno, oltre alla dicitura "Silvia Salis sindaca" (in passato assente), lungo il contorno trovano posto in miniatura - e in negativo - i loghi di Possibile (con il segno dell'uguale al posto della O) e del Partito socialista italiano (solo la sigla e il garofano, quasi come nel contrassegno del 2022 ma senza cerchio contenitivo). Capolista è il capogruppo Pd uscente Davide Patrone.
 

2) Alleanza Verdi e Sinistra

Come seconda lista è stata sorteggiata quella di Alleanza Verdi e Sinistra. Se nel 2022 Sinistra italiana aveva presentato una propria lista ed Europa Verde ne aveva formata una insieme a Linea condivisa, questa volta le due forze politiche concorrono alla stessa formazione elettorale utilizzando esattamente lo stesso contrassegno comune e composito, creato in vista delle elezioni politiche del 2022 e replicato di frequente in seguito. Come capolista è stata scelta la consigliera uscente Francesca Ghio.
 

3) Lista civica Silvia Salis sindaca

Dopo due liste chiaramente politiche, la terza ha natura dichiaratamente civica. Infatti la Lista civica Silvia Salis sindaca è una delle più vicine alla candidata, già atleta (con prestazioni notevoli nel lancio del martello) e dirigente sportiva. La lista include varie figure del "civismo progressista" - inclusi alcuni nomi espressi da Volt Italia e Linea Condivisa - ed è guidata dall'architetta e professoressa di design del prodotto Silvia Pericu (figlia di Giuseppe, già sindaco di Genova per il centrosinistra dal 1997 al 2007). Il simbolo, dal fondo azzurro sfumato radiale, contiene il nome della lista (con evidenziato il cognome della candidata, rosso su un rettangolo bianco) con la carica correttamente declinata al femminile e un piccolo segmento rosso; gli stessi colori e il motivo grafico hanno caratterizzato l'intera campagna elettorale della candidata.
 

4) Riformiamo Genova con Silvia Salis

Può essere considerata civico-politica la quarta lista, Riformiamo Genova con Silvia Salis: accanto a figure qualificabili come civiche, infatti, nella lista sono schierati candidati riconducibili a Italia viva, Azione, +Europa e Demos (tra loro ci sono anche alcuni consiglieri uscenti provenienti dal centrodestra, come Arianna Viscogliosi, Angiolo Veroli e Stefano Costa). Anche per sottolineare la varia provenienza dei candidati, il simbolo ha un fondo sfumato (che vira tra giallo, rosso, magenta, viola e verde, tinte che riassumono buona parte dei partiti che concorrono alla lista), che emerge anche all'interno della parima parte del nome della formazione, ricavato in negativo su un cerchio interno bianco; sotto al riferimento alla candidata, un piccolo segmento circolare contiene la croce di san Giorgio del comune.
 


5) MoVimento 5 Stelle

La coalizione a sostegno di Salis si completa con la lista del MoVimento 5 Stelle, che dunque si pone nuovamente a sostegno di una candidatura genovese condivisa con il centrosinistra, dopo l'appoggio ad Ariel Dello Strologo nel 2022. Il simbolo schierato su manifesti e schede, naturalmente, è lo stesso utilizzato alle elezioni precedenti, con il riferimento al 2050 come anno della neutralità climatica nel segmento rosso inferiore, collocato al di sotto del nucleo grafico del simbolo.
 

Raffaella Gualco

6) Genova unita

La seconda candidatura estratta è quella di Raffaella Gualco, avvocata civilista di lungo corso (con impegno anche nel diritto scolastico. La sostiene una sola lista, Genova unita: si tratta dell'evoluzione di un progetto già avviato in precedenza, in particolare da Aristide Massardo (docente di Sistemi energetici e ambientali a Genova e già candidato alla presidenza della Liguria nel 2020 col sostegno di +Europa, Italia viva e Psi: questa volta è il capolista) e da Gianluca Chiaramonte (ex dirigente Pd uscito dal partito, coordinatore della lista ma non candidato) e che in un primo tempo aveva individuato come aspirante sindaco Filippo Biolé, fino al dissidio che ha portato al cambio di candidatura. Il simbolo raccoglie in un cerchio bianco bordato di blu il nome della lista (blu e rosso, molto sottile), il profilo di alcuni monumenti genovesi - apre la Lanterna, chiude la Porta Soprana delle mura - e un segmento color aviatore con il riferimento alla candidatura (anche qui con l'uso della parola "sindaca").
 

Francesco Toscano

7) Democrazia sovrana popolare

Altra candidatura monolista è quella di Francesco Toscano, già candidato alla presidenza della regione Liguria lo scorso anno. Pure in quell'occasione si era presentato con il sostegno di Democrazia sovrana popolare, il partito di cui è presidente e figura più nota insieme all'altro fondatore, Marco Rizzo. La lista - che impiega il simbolo ufficiale del partito, con il nome collocato sotto alle due tracce verdi e rosse di pastello e la parola "sovrana" in stile handwriting - è frutto anche di un accordo con Indipendenza e con Alessandro Rosson, che per il partito guidato da Gianni Alemanno e Massimo Arlechino si era candidato alla guida della Liguria (Rosson si presenta col sostegno di Dsp come presidente del I municipio). 
 

Pietro Piciocchi

8) Noi moderati - Orgoglio Genova

Quarta candidatura estratta è quella di Pietro Piciocchi, vicesindaco reggente di Genova, dunque in continuità con l'amministrazione di Marco Bucci. La sua è la coalizione più nutrita: sette liste, tra politiche e civiche. La prima formazione sorteggiata ha entrambe le nature: lo stesso contrassegno, infatti, ospita Noi moderati e Orgoglio Genova, la cui parentela con Orgoglio Liguria che sostenne Bucci alle regionali dello scorso anno è evidente. L'elemento che più spicca nel simbolo blu, infatti, è proprio il cognome dell'attuale presidente della regione ed ex sindaco; nessun elemento cromatico rimanda al partito guidato da Maurizio Lupi, di cui resta solo la denominazione proposta con il carattere originale (capolista - e, stando alle anticipazioni, potenziale vicesindaca - è però Ilaria Cavo, deputata di Noi moderati ed ex assessora delle giunte regionali guidata da Giovanni Toti).
 

9) Lega

La seconda lista della coalizione di centrodestra è quella della Lega, il cui simbolo non desta particolari sorprese: la base è sempre il contrassegno inaugurato alle elezioni politiche del 2018, con Alberto da Giussano al centro, stretto tra la parola "Lega" in alto, la bandiera ligure a sinistra, il riferimento rosso alla Liguria a destra e, nel segmento inferiore blu, la dicitura "Piciocchi sindaco" - con il cognome in evidenza in giallo - al posto di "Salvini premier". Curiosità: la capolista è l'assessora uscente al commercio "Paola Bordilli detta Bordi e Boldrini e Bordini".
 

10) Forza Italia

Terza lista, tutta di natura politica, è quella di Forza Italia, che indica come capolista l'assessore uscente all'urbanistica e demanio marittimo Mario Mascia e subito dopo il capogruppo uscente Paolo Aimé. Il simbolo impiegato in quest'occasione è quasi identico a quello in uso dalle elezioni politiche del 2022, quindi con la bandierina tricolore stretta tra il riferimento al Partito popolare europeo e il cognome di Silvio Berlusconi; manca solo la parola "presidente" (così come ogni riferimento al territorio o al candidato sostenuto).
 

11) Piciocchi sindaco - Vince Genova

Sembra avere natura decisamente civica - e risultare la più vicina al candidato sindaco, avvocato e docente a contratto di diritto pubblico - la lista Piciocchi sindaco - Vince Genova, parente stretta della lista Vince Genova presentata nel 2022, quanto a natura e grafica: in alto c'è sempre la bandiera ligure leggermente mossa (che lascia intravedere un fondo blu), in mezzo il riferimento al candidato sindaco blu su fondo bianco, in basso il nome "Vince Genova" sul fondo arancione (di conio totiano). Uniche variazioni riguardano il colore di quest'ultima parte di testo (blu e non più bianco) e le sue dimensioni, aumentate anche perché il cognome di Piciocchi è stato scritto più piccolo di quello di Bucci (essendo più lungo) e ha lasciato più spazio da occupare. Oltre al capolista Carmelo Cassibba "detto Carmelo", presidente uscente del consiglio comunale, e all'assessore uscente Enrico Giuseppe Costa, si segnala la presenza di due ex calciatori di rilievo, Stefano Eranio (ex Genova e Milan) e Luca Pellegrini (già capitano della Sampdoria dello scudetto 1990-91).  
 

12) Unione di centro

La coalizione di centrodestra che sostiene la candidatura di Piciocchi prosegue con la lista dell'Unione di centro, che indica come capolista il commissario provinciale Paolo Carini. Il simbolo corrisponde praticamente a quello ufficiale del partito, allegato allo statuto: lo scudo crociato apportato dal Cdu sta in primo piano, sopra le vele che furono del Centro cristiano democratico e - sotto - di Democrazia europea, su fondo azzurro; in alto, al posto della parola "Italia", il segmento circolare rosso contiene il riferimento alla Liguria. 
 

13) Fratelli d'Italia

Non poteva mancare, all'interno della coalizione a sostegno di Piciocchi, la lista di Fratelli d'Italia, che ha scelto come propria capolista l'assessora uscente al turismo Alessandra Bianchi. La formula grafica del contrassegno è la stessa già vista in varie altre occasioni, con il simbolo ufficiale di Fdi inserito all'interno di un cerchio bicolore, che nella parte superiore blu contiene il riferimento tanto alla presidente (e attuale presidente del Consiglio) Giorgia Meloni, la parola "per" in corsivo e il riferimento a "Piciocchi sindaco". 

14) Nuovo Psi - Democrazia cristiana

Pure l'ultima lista della compagine che appoggia Piciocchi è politica, presentata dal Nuovo Psi e dalla Democrazia cristiana; il contrassegno si basa sull'ultima versione del simbolo del Nuovo Psi. Nel cerchio bianco bordato di rosso, il riferimento a "Piciocchi sindaco" sostituisce la dicitura "Liberali e riformisti", ma i colori sono ribaltati (di solito la scritta è bianca sul segmento blu a base concava, qui la scritta è blu, inserita nello stesso segmento bianco bordato di blu); in basso una circonferenza più piccola contiene il garofano e la sigla nPSI, lasciando il posto a un cerchio blu con il nome della Dc. Il mancato uso di un simbolo - non si sa se la scelta sia stata fatta dall'inizio o se sia frutto di una richiesta di sostituzione - non aiuta a capire di quale Democrazia cristiana si tratti; il carattere usato fa pensare a un gruppo vicino al partito guidato nel tempo da Gianni Fontana, Renato Grassi e Totò Cuffaro. Tra le persone candidate non sfugge la presenza di Carlo Carpi, già candidato più volte alle comunali genovesi e imperiesi e alle regionali, e di Cosimo Damiano Cartellino, già citato in questo sito come depositante al Viminale dei contrassegni del Partito dei valori cristiani e Partito Unione nazionale italiana.
 

Antonella Marras

15) Sinistra alternativa

Esauriti i candidati sostenuti da coalizioni, il sorteggio ha indicato la candidatura di Antonella Marras, volto ben noto delle battaglie della Valpolcevera e a favore delle periferie. Già candidata sindaca per La Sinistra insieme nel 2022 (e in passato per Potere al popolo!), Marras conta sul sostegno della lista Sinistra alternativa, promossa dal Partito della rifondazione comunista, Partito comunista italiano e Sinistra anticapitalista. Le miniature dei tre simboli sono al centro del contrassegno, su fondo bianco, mentre il nome è diviso tra i due segmenti rossi ricavati nella parte superiore (che ospita pure una stella) e in quella inferiore.
 

Mattia Crucioli

16) Uniti per la Costituzione

Si ripresenta come aspirante sindaco di Genova anche Mattia Crucioli, avvocato ed ex senatore - nella scorsa legislatura - eletto con il MoVimento 5 Stelle e poi tra le anime del gruppo Alternativa dopo il dissenso sul sostegno al governo Draghi. Come nel 2022 Crucioli si candida appoggiato dalla lista Uniti per la Costituzione, la stessa che aveva sostenuto lui tre anni fa e Nicola Morra nel 2024 alle regionali liguri: il contrassegno è dominato dalla figura rossa di san Giorgio che uccide il drago, collocata nella parte superiore bianca (mentre il nome è posto su tre righe nel segmento inferiore rosso).
 

Cinzia Ronzitti

17) Partito comunista dei lavoratori

L'ultima candidatura indicata dal sorteggio è la sola che possa dirsi una "tricandidatura consecutiva". Come nel 2017 e nel 2022, infatti, si presenta come aspirante sindaca Cinzia Ronzitti, già commessa e ora attiva all'interno della Cgil. Ronzitti anche stavolta è sostenuta dal Partito comunista dei lavoratori, di cui è coordinatrice a Genova; il capolista è Francesco (Franco) Grisolia, già candidato a sindaco di Roma nel 2021 per lo stesso partita e nativo di Genova. Il Pcl schiera il suo simbolo consueto, con la falce e il martello di colore rosso leggermente ombreggiati, posti sul globo azzurro con meridiani e paralleli, mentre il nome del partito è disposto ad arco sopra e sotto alla grafica.

lunedì 23 maggio 2022

Genova, simboli e curiosità sulla scheda

In Liguria i capoluoghi di provincia chiamati a rinnovare la propria amministrazione sono due, La Spezia e il capoluogo di regione, Genova. A contendersi la carica di sindaco saranno sette persone, incluso il primo cittadino uscente, Marco Bucci, sostenuto da tutto il centrodestra e da altre formazioni; i simboli sulla scheda sono invece 19. Quando Bucci fu eletto, nel 2017, gli aspiranti sindaci erano in numero maggiore (9, anche a causa della frammentazione e dei dissidi nell'area del MoVimento 5 Stelle), in compenso le liste erano solo 16; molto più affollata, in proporzione, era la scheda del 2012, con 13 candidati alla guida della città - incluso Marco Doria, poi risultato eletto - e ben 25 contrassegni di lista (ma non scherzava nemmeno quella del 2007, con 10 candidature e 23 simboli). 

Cinzia Ronzitti

1) Partito comunista dei lavoratori

Il sorteggio ha collocato in prima posizione l'unica altra ricandidatura alla guida di Genova, oltre a quella di Bucci: come nel 2017, infatti, si presenta come aspirante sindaca Cinzia Ronzitti, già commessa e ora collaboratrice del coordinamento dei disoccupati della Cgil. Come cinque anni fa, Ronzitti è sostenuta dal Partito comunista dei lavoratori, che impiega il suo simbolo consueto, con la falce e il martello di colore rosso leggermente ombreggiati, posti sul globo azzurro con meridiani e paralleli, mentre il nome del partito è disposto ad arco sopra e sotto alla grafica.
 

Martino Manzano Olivieri

2) Movimento 3V

Si presenta anche a Genova il Movimento 3V, che dunque continua a cercare di essere presente nel maggior numero possibile di capoluoghi di provincia, nel tentativo di diffondere il proprio radicamento e intercettare possibili consensi. Il soggetto politico, che candida come sindaco Martino Manzano Olivieri (ristoratore e con varie esperienze all'estero), impiega anche nel capoluogo ligure il simbolo già noto, con la corona rossa che racchiude la sigla 3V al centro ("Vaccini vogliamo verità") e intorno le parole d'ordine del movimento ("Verità" e "Libertà").
  

Ariel Dello Strologo

3) Europa Verde con Sansa - Linea condivisa

Al terzo posto è stata sorteggiata la candidatura di Ariel Dello Strologo, avvocato, già presidente della Porto Antico e scelto dal centrosinistra come candidato sindaco. La sua coalizione è composta da cinque liste e la sorte ha indicato per prima la lista presentata da Europa Verde - Verdi e Linea condivisa, formazioni che hanno partecipato alle ultime elezioni regionali liguri. Europa Verde occupa due terzi del cerchio, ma rimpicciolisce di molto i suoi elementi per fare posto all'enorme cognome di Ferruccio Sansa, già candidato alla presidenza della Liguria per il centrosinistra e la cui lista è federata con Europa Verde; il segmento inferiore tocca a Linea condivisa, legata a Gianni e Luca Pastorino e per la prima volta la grafica è del tutto visibile (ciò non toglie che il simbolo sia fin troppo pieno così).
 

4) Partito democratico - Articolo Uno - Psi

La seconda lista della coalizione di centrosinistra è di nuovo condivisa tra più forze politiche. La formazione è innanzitutto e soprattutto legata al Partito democratico, che occupa con il suo logo gran parte del simbolo, su fondo bianco (si segnala, rispetto al solito, che il bordo del cerchio è molto più spesso). Nel segmento rosso a base convessa ricavato in basso non trova posto il nome del candidato sindaco; ci sono invece le miniature - curiosamente in negativo e in bianco, una novità e una particolarità grafica - di Articolo Uno e del Partito socialista italiano, che contribuiscono con proprie candidature alla lista.

5) Sinistra italiana

Presenta una propria lista autonoma, all'interno della coalizione di centrosinistra, Sinistra italiana. Si tratta della prima volta che a Genova la formazione guidata a livello nazionale da Nicola Fratoianni corre con il proprio simbolo - con le lettere della sigla del nome composte da tre linee e, al di sotto, la denominazione stessa del partito, su due righe e sottolineata  - a Genova: probabilmente la scelta è stata fatta per rendere visibile l'apporto della sinistra all'interno della coalizione, magari con l'idea di replicare lo schieramento anche in futuro.
 

6) Genova civica

L'unico simbolo in cui compare il nome del candidato sindaco del centrosinistra è quello della sua "lista personale", sorteggiata al quarto posto: Genova civica. Il contrassegno è diviso in due parti, la parte superiore a fondo giallo scuro e quella inferiore blu sfumata (con il riferimento al candidato); anche in alto si trova una sfumatura, con un segmento circolare fucsia che a poco a poco si confonde col giallo, subito sopra il nome della lista. L'uso di tanti colori non è affatto casuale, ma vuole indicare l'eterogeneità della coalizione e la varietà delle candidature proposte dalla lista.
 

7) MoVimento 5 Stelle

Dopo il percorso decisamente accidentato del 2017 (prima la candidatura autonoma di Paolo Putti, candidato del 2012, poi lo scontro anche giuridico sulle comunarie, con la scelta caduta sullo sconfitto Luca Pirondini e la presentazione autonoma di Marika Cassimatis), il MoVimento 5 Stelle si ripropone ad elettrici ed elettori di Genova (dunque nella città del suo fondatore, Beppe Grillo) e - come alle regionali - concorre all'interno della coalizione di centrosinistra. Il simbolo è l'ultimo adottato, con il riferimento al 2050 nel segmento circolare rosso sotto al cuore grafico del simbolo del M5S.
 

Mattia Crucioli

8) Uniti per la Costituzione

A parte la nuova corsa di Marco Bucci, la prima candidatura annunciata a sindaco di Genova è stata quella di Mattia Crucioli, avvocato, senatore eletto con il M5S e ora a capo del neogruppo di opposizione Costituzione ambiente lavoro - Alternativa (creato grazie a Pc e Idv). Paradossalmente, il sorteggio ha collocato il simbolo di Crucioli, Uniti per la Costituzione (che nella parte superiore contiene l'immagine di San Giorgio che infilza il drago) subito dopo quello del MoVimento 5 Stelle. Si tratta della terza candidatura appoggiata da una sola lista: ne mancano altre due.
 

Antonella Marras

9) La Sinistra insieme

Una quarta candidatura monolista emerge subito dopo, visto che l'estrazione a sorte ha messo al quinto posto Antonella Marras, impiegata, indicata come aspirante sindaca da tre forze politiche di sinistra marcata. Alla lista La Sinistra insieme concorrono Rifondazione comunista, il Partito comunista italiano e Sinistra anticapitalista (in una delle sue rare partecipazioni manifeste alle elezioni), nel tentativo di raccogliere voti sufficienti per entrare in consiglio: i loro simboli sono disposti a triangolo all'interno del contrassegno, anche se (come si è visto) un altro simbolo con falce e martello - quello del Pcl - ha scelto di correre autonomamente. 
 

Marco Bucci

10) Genova Domani

Conta ben 9 liste - ed è il primato netto di questa competizione elettorale - la coalizione che sostiene Marco Bucci, sindaco uscente, nel suo tentativo di riconferma. La prima estratta, Genova domani, è una formazione civica vicina al sindaco uscente: il simbolo intende riassumere "il retaggio storico e culturale di Genova in una proiezione verso il domani, radicato sulla bandiera, segno distintivo di chi vuole agire per il bene comune, per il consolidamento del rilancio di questa città". Così si legge in una nota, che indica anche l'azzurro colore del mare come tinta prevalente: sopra il nome appare una punta di freccia rossa (come la croce di San Giorgio di Genova), pensata per legare le due parole e per puntare "verso il futuro". In questa lista sono stati inseriti alcuni candidati di Azione.
 

11) Fratelli d'Italia

Seconda estratta della coalizione di centrodestra che sostiene il sindaco uscente è la lista di Fratelli d'Italia, già presente nel 2017 con un risultato di poco superiore al 5% e questa volta proiettata decisamente più in alto. Rispetto ad allora, la fiamma e il nome di Giorgia Meloni sono più visibili, ma è cambiata la struttura del simbolo: il riferimento a Bucci è stato inserito subito sotto al nome della leader (piuttosto ridotto rispetto al format del contrassegno elettorale lanciato nel 2018) e i due cognomi hanno lo stesso peso visivo; essendo due patronimici brevi, peraltro, ai lati è rimasto molto spazio vuoto.
 

12) Liguria al Centro - Toti per Bucci

Tra i primi simboli presentati, alla fine di marzo (e proprio a Genova), c'era anche quello di Liguria al Centro, declinazione locale di Italia al Centro, il nuovo progetto politico di Giovanni Toti. Fin dall'inizio era stato chiaro che il nome sarebbe stato modificato di città in città, ma a Genova e La Spezia il simbolo sarebbe stato di fatto una variante grafica della lista Toti presidente, già vista alle ultime regionali, con la sagoma della Liguria sul fondo. Così è stato, ma se in un primo tempo si era immaginato di scrivere il nome della città sotto al cognome gigantesco di Toti, in seguito è prevalsa l'idea di inserire direttamente il riferimento al candidato, comunque ben visibile in blu su fondo arancione.
 

13) Vince Genova

La stessa coppia di colori - arancione e blu - appare all'interno del simbolo più legato al sindaco uscente: quello della lista Vince Genova. Quella formazione ha già corso alle comunali del 2017 (più votata di Forza Italia e battuta solo dalla Lega Nord), ma quei colori erano molto più visibili e il nome stesso della lista spiccava nella parte superiore del cerchio su fondo blu. Stavolta, invece, è stato relegato in una "lunetta" nella parte inferiore, molto più piccolo rispetto all'espressione "Bucci sindaco", con il cognome in grassetto. Appare più visibile del nome della lista anche la bandiera con la croce di San Giorgio, posta non più in mezzo, ma in alto, con i suoi confini in qualche modo marcati da segni blu. In questa lista sono stati inseriti alcuni candidati di Italia Viva.
 

14) Nuovo Psi - Liberal socialisti

Chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica non può non avere un sussulto guardando il quinto simbolo della coalizione di Bucci: si tratta infatti dell'ultima veste grafica del Nuovo Psi (ora richiamato nel simbolo semplicemente come NPsi), con il garofano veritiero collocato al centro e intorno la corona verde (non più rossa), recante nella parte alta la dicitura "Liberal socialisti". Per ritrovare una partecipazione autonoma del Nuovo Psi (peraltro quello originario di Gianni De Michelis e Bobo Craxi) alle elezioni genovesi occorre tornare al 2002, quando il partito sosteneva Matteo Fusaro come candidato sindaco. 
 

15) Forza Italia

All'appuntamento elettorale si ripresenta ovviamente anche Forza Italia, utilizzando anche qui come base il contrassegno schierato alle elezioni politiche del 2018 (bandierina in alto con vertici superiori fuori dal cerchio); in questo caso, però, sotto al cognome grande di Berlusconi c'è un segmento azzurro con il riferimento a Bucci e il suo patronimico, grazie soprattutto alla sua brevità, appare più evidente rispetto a quello del fondatore del partito (ma è stato usato un carattere diverso e si poteva ottenere un risultato grafico migliore). A separare il fondo bianco dall'azzurro provvede una striscetta con la riproduzione della bandiera genovese e ligure.
 

16) Unione di centro

Tra le liste legate ai partiti presentate a Genova all'interno della compagine che sostiene Bucci c'è anche quella dell'Unione di centro: si tratta in qualche modo di un ritorno, perché l'ultima volta dell'Udc sulle schede elettorali amministrative genovesi risale al 2007, quando il candidato del centrodestra era il liberale (allora in Forza Italia) Enrico Musso. In questo caso si è impiegato il simbolo ufficiale nazionale, con lo scudo crociato e le due vele in filigrana su fondo azzurro e il nome sotto; unica differenza, nel segmento rosso superiore, al posto di "Italia" è stato messo il riferimento ben visibile al candidato sindaco.
 

17) Lega Liguria

La rassegna delle liste legate ai partiti si chiude con le candidature presentate dalla Lega: si tratta della prima volta in cui a Genova corre il partito con il nuovo nome (e non più quello di Lega Nord); come in passato, il simbolo è schierato nella sua versione regionale, con il riferimento alla Liguria e con la bandiera a croce di San Giorgio. Un dettaglio, tuttavia, non può assolutamente sfuggire: a Genova, il posto di norma occupato dal cognome di Matteo Salvini qui è stato ceduto allo stesso sindaco Bucci, unico nome inserito all'interno del simbolo. 
 

18) Gente d'Italia per Genova

Chiude la coalizione a sostegno del sindaco uscente la lista denominata Gente d'Italia per Genova: si tratta della declinazione locale di un nuovo soggetto politico nato da poco per "dare voce e forza nell'agire a tutti coloro che non si sentano adeguatamente rappresentati dalle istituzioni del nostro Paese". Il simbolo è costituito da "un cerchio contornato da una corona circolare di colore blu" (contenente il nome della lista e l'espressione "Popolo libero solidale"), mentre l'interno è diviso in due semicerchi, con nella parte superiore altri semicerchi in vari toni di arancione, come a ricordare il sole che sorge (mentre in basso ci sono due archi e la sigla del partito entrambi tricolori). Simbolo nuovo, ma non particolarmente riuscito.
 

Carlo Carpi

19) Insieme per Genova

Ultima candidatura estratta è quella di Carlo Carpi, una vecchia conoscenza per chi segue le candidature liguri. Imprenditore, candidatosi nel 2018 a sindaco di Imperia, nel 2019 a Sanremo e nel 2020 a Presidente della Liguria (candidatosi mentre era detenuto), ora ci riprova a Genova. Come da tradizione, i suoi simboli sono di colore blu; la lista Insieme per Genova stavolta ha una grafica più elaborata e si accompagna a un'immagine stilizzata della Lanterna di Genova, con tanto di croce dello stemma che, fuori contesto, poteva anche sembrare un simbolo religioso (ma nessuno evidentemente ha chiesto di toglierla). 

domenica 27 marzo 2022

Toti vara a Genova Italia al Centro, con i suoi primi simboli locali

Può dirsi iniziato ieri in modo ufficiale - con la sua prima assemblea nazionale, svolta in parte in presenza e in parte da remoto - il cammino di Italia al Centro, il progetto politico guidato da Giovanni Toti insieme a Gaetano Quagliariello e Paolo Romani: al momento si tratta di un'aggregazione di esperienze locali e regionali (che si tradurranno innanzitutto in liste alle elezioni comunali che si svolgeranno nella tardissima primavera), ma la prospettiva è di presentarsi in modo unitario e visibile alle prossime elezioni politiche (ed è ancora presto per dire con chi, anche a causa dell'incognita della legge elettorale). 
La presentazione nazionale - a livello locale qualcosa si è già fatto nei giorni scorsi - si è tenuta all'Acquario di Genova, uno dei comuni più importanti tra quelli interessati dal prossimo voto amministrativo e certamente uno dei comuni in cui Italia al Centro sarà presente alle elezioni, sia pure - come si vedrà tra poco - con una veste ad hoc
Non è senza significato, peraltro, che a presentare l'evento Dalle città all'Italia, una proposta per il Paese sia stata Mariarosaria Rossi, senatrice della componente del gruppo misto al Senato Italia al Centro (che include anche Quagliariello e Romani, oltre alle senatrici e senatori Massimo Berutti, Andrea Causin, Raffaele Fantetti, Sandra Lonardo, Marinella Pacifico e Sandro Biasotti, già presidente della Regione Liguria e anch'egli presente ieri; c'erano anche alcuni deputati connessi a distanza, incluso Marco Marin di Coraggio Italia). "Giovanni Toti - ha detto in apertura dell'evento - ci dice che oggi in troppi parlano di centro e vi si collocano, per tatticismi o giochi di palazzo, per differenziarsi dagli estremismi o per creare alleanze in vista delle campagne elettorali, ma ancora nessuno ha provato a guardarci dentro: il centro sono i nostri fabbisogni, le speranze, i nostri bambini, il nostro ambiente, il Centro siamo noi, ma dobbiamo tornare tutti a pensare a un progetto che ci accomuna, per riportare il paese al Centro". Appare interessante la ricostruzione politica del cammino fatto sin qui, proposta dalla stessa Rossi: "Ognuno di noi proviene da esperienze diverse, ma se siamo tutti qui insieme è perché abbiamo trovato in Toti la sintesi: lui ci ha portato nella sua comunità di Cambiamo!, che poi si è unita a Idea di Quagliariello, in seguito si è aggregata con Coraggio Italia di Luigi Brugnaro e oggi si allarga ancora con Italia al Centro".
Del quadro internazionale ha parlato il capo delegazione al Senato, Paolo Romani, ma lui stesso ha fornito alcune riflessioni importanti anche sul piano elettorale: "Abbiamo vissuto una stagione di bipolarismo vincente e netto, in cui chi vinceva governava e chi perdeva andava all'opposizione: era un bipolarismo non malato, che forse non ha aiutato l'Italia dal punto di vista economico ma sicuramente la domenica sera gli italiani sapevano chi vinceva e chi perdeva. In parte dal 2013, ma sicuramente dal 2018 tutto questo non è più avvenuto: noi che siamo sempre stati per il maggioritario dobbiamo convertirci, come fecero i padri della nostra Repubblica, a una legge elettorale proporzionale. Non vorrà dire che quella sera sapremo chi ha vinto, ma che ogni italiano saprà che il suo voto è andato a un partito che conserverà i valori e i contenuti per i quali ha espresso quel voto. Di questi cartelli, che non hanno più funzionato perché si trasformano, si rompono - noi stessi abbiamo migrato, siamo i primi a essere parte di quel sistema che non funziona più - ho l'impressione che qualcuno ragionevolmente si debba occupare". I #drogatidipolitica guarderanno soprattutto a queste frasi, anche se a conquistare l'attenzione dei più è stata la frase successiva: "Dirò una cosa scomoda: a me fa paura che con questo sistema elettorale che si chiama Rosatellum qualcuno che si chiama Meloni o Salvini possa andare a Palazzo Chigi, non tanto per le cose che non sanno fare perché non hanno studiato abbastanza, quanto per la possibile reazione di Bruxelles, di cui tutto sommato dobbiamo tenere conto".
Si è configurato come più rivolto alla politica interna (ma non solo) il discorso di Gaetano Quagliariello: "In questa sala ci sono fondamentalmente, in gran parte, gli eredi del '94, di quelli che allora si opposero a un'apparentemente scontata vittoria della gloriosa macchina da guerra" (che, per la cronaca, in realtà era "gioiosa", anche se perse), per cui coloro che sono parte del progetto sono "liberali in economia, atlantisti in politica estera, conservatori nei costumi. Negli anni '90 pensavamo di avere vinto, di non avere più concorrenti, ma sono arrivate le smentite; pensammo con un po' di arroganza che la democrazia si potesse esportare con le baionette e, riguardando quel periodo, dovremmo fare un po' di autocritica; sovranismi e nazionalismi sono nati anche come reazione alle nostre sconfitte occidentali, ecco perché qualcuno ha pensato di rinnovarsi guardando a Putin che guardava direttamente agli zar. Noi ora abbiamo la grande occasione di rigenerare culturalmente quella parte che nel nostro paese è sempre stata egemone e in passato ha fatto grande l'Italia, anche grazie al fatto che ora a Palazzo Chigi c'è una persona ha i nostri stessi valori. Nessuno qui vuole trovare un lavoro a Mario Draghi, ma è legittimo che qui si lavori perché tra un anno non si torni alla situazione umiliante che c'era prima di lui. Il centro è un'esigenza sociale da riempire di contenuti ed esiste a prescindere dalla legge elettorale, altrimenti non ci sarà davvero". Sul piano organizzativo, Quagliariello ha insistito sul concetto di "piramide rovesciata", che deve porre in alto la base territoriale con le sue istanze, per poi dare vita agli altri livelli che di quelle istanze dovranno necessariamente tenere conto.
Dopo gli interventi dai territori - tra cui quello di Sandro Biasotti, per il quale i valori di Italia al centro "sono quelli della Dc e di Forza Italia" e fanno parte dei punti di forza, insieme alla squadra e al leader ("Gli elettori arriveranno, ma a Giovanni dico: andiamo con calma, non andiamo a sposarci con Renzi o Calenda, sarei a disagio, dovrebbero venire loro casomai") - la chiusura è toccata allo stesso Giovanni Toti: "Oggi attraversiamo una vera crisi di sistema, solo in parte mitigata da un governo in cui ci riconosciamo e che è nato anche grazie a noi. Servono risposte complesse, senza nascondere la polvere sotto il tappeto. Le due coalizioni sono testimonianza di tempo che fu, non il presente né tanto meno il futuro. Che progetto di paese ha il centrodestra, che valori lo uniscono? Non credo che il centrodestra si sia sciolto come neve al sole durante l'elezione del Presidente della Repubblica: è arrivato lì cercando di rimettere insieme qualcosa che in realtà si era già sciolto prima, in questa legislatura non è mai stato insieme un'ora dalla stessa parte in Parlamento e già questo qualche riflessione dovrebbe farcela fare. Il centrodestra è quello dei vaccini o quello che dice che c'è una dittatura sanitaria? Quello che crede nelle riforme di Draghi o è quello che contesta ogni singola riforma e pensa a un isolazionismo, una sorta di forma di autarchia? Ho difficoltà a pensare Forza Italia, Lega, Fratelli d'Italia, noi ed altri su un palco insieme: chiudiamo questa nefasta parentesi del governo Draghi o cerchiamo di fare tesoro di quello che abbiamo imparato in questi mesi sulla pragmaticità, sulla necessità di governare e fare le riforme? Nell'altra coalizione non c'è meno nebbia, anzi, se possibile ce n'è anche di più".
Sul progetto politico Italia al Centro, Toti ha detto: "Il Centro che vogliamo non è fatto di tattica e strategia ma ha dei valori. Non abbiamo fretta, non vogliamo scorciatoie ma seguiamo un percorso complesso, magari anche confuso, come la realtà è. Credo serva uno sforzo - forse meno sexy per i giornalisti ma necessario - per definire che cosa vogliamo: il Centro non è un contenuto, ma è un contenitore di contenuti, non ci si dichiara di centro per sentirsi nel giusto, ma ci si sente di centro quando in quel Centro si sono messe cose che si ritengono utili per Paese. Non usciamo di qui dicendo con chi saremo alleati nel '23: lo saremo di chi condivide i nostri valori e vogliamo riportare al Centro la cultura di governo". Cos'è dunque Italia al Centro? "Come figura retorica è una metonimia, il contenitore per il contenuto. Non credo sia passo indietro rispetto a Cambiamo, Idea, Coraggio Italia, ma un passo avanti e credo che ne faremo altri: se la nostra vocazione è aggregare persone sulla base di contenuti, noi dobbiamo fare il cerchio dell'insieme solo per quei contenuti, altrimenti rischiamo di fare l'ennesima cosa autoreferenziale. Vogliamo essere la somma di tante esperienze civiche, associative, con nomi diversi e che correranno anche con geometrie diverse sul territorio. Credo che il nostro partito debba mettere insieme comunità anche diverse, le migliori espressioni di città, movimenti, amministrazioni, dando uguali opportunità a tutti. Siamo velleitari? Forse, il nostro è un progetto che può tranquillamente fallire, però siccome siamo a Genova ricordiamo che Cristoforo Colombo diceva che non si attraversa l'oceano senza paura di perdere di vista la sponda da cui si è partiti".
Non è stato presentato al momento alcun simbolo di Italia al Centro, anche perché è prematuro: come detto, il primo appuntamento sarà costituito dalle elezioni amministrative, che vedranno anche una grafica variabile. A Genova e La Spezia, capoluoghi liguri che andranno al voto, il simbolo sarà una variazione di quello della lista Cambiamo con Toti presidente, vista alle regionali: il cognome del presidente della Liguria campeggerà in blu su fondo arancione e sulla sagoma della regione, con in basso il riferimento alla singola città (Toti per Genova, Toti per Spezia); unico riferimento al progetto nazionale sarà l'espressione "Liguria al Centro" posta ad arco nella parte alta del simbolo. Altrove, invece, si userà il formato "[comune] al Centro": pochi giorni fa è stato presentato il simbolo di L'Aquila al Centro, che usa gli stessi colori che dominano nei simboli di Cambiamo! e delle liste liguri, ma al contrario (fondo blu, silhouette dell'Italia arancione, con un cuore in prossimità del capoluogo). Nelle prossime settimane si vedrà come sarà declinato il simbolo in altre città, guardando alle somiglianze e alle differenze; per capire quanto di quella grafica sarà conservato nell'emblema di Italia al Centro ci vorrà più tempo, ma basterà avere pazienza.

martedì 1 marzo 2022

Crucioli, San Giorgio e la Costituzione verso le amministrative a Genova

A pensarci solo un attimo, fa un certo effetto: si è votato all'inizio di ottobre - cioè cinque mesi fa - per l'ultimo turno nutrito di elezioni amministrative e c'è già chi presenta la propria candidatura per il nuovo voto? In realtà, pensandoci giusto un po' di più, tutto torna: in periodi "normali", infatti, questo sarebbe il periodo normale per far conoscere le proprie intenzioni, specialmente per le persone che hanno bisogno di un po' più di tempo per farsi conoscere da cittadine e cittadini. 
Allo stato sembra probabile che non si ricorra a un nuovo rinvio del voto all'autunno (a meno di nuovi peggioramenti legati alla pandemia, decisamente non auspicabili): si dovrebbe dunque votare questa primavera, anche se non si conosce ancora la data del voto. Si parla del 22-23 maggio, del 29-30 maggio o dell'ipotesi che si vada alle urne due settimane più in là; in ogni caso probabilmente si accorperebbero referendum sulla giustizia da poco ammessi dalla Corte costituzionale al primo turno delle amministrative, in base al contenuto di un ordine del giorno a prima firma del leghista Igor Iezzi, approvato a larga maggioranza alla Camera (mentre la ministra dell'interno Luciana Lamorgese aveva ipotizzato l'accorpamento ai ballottaggi). 
Tra i comuni interessati dalla prossima tornata, ci saranno anche vari capoluoghi di provincia (tra i quali Parma, che necessariamente dovrà cambiare sindaco, visto il doppio mandato di Federico Pizzarotti), ma soprattutto torneranno al voto come capoluoghi di regione - oltre a Palermo, che come data potrebbe non coincidere - L'Aquila e Genova. E proprio con riguardo a Genova ieri Mattia Crucioli, avvocato e senatore (eletto proprio nel collegio di Genova - San Fruttuoso) aderente al gruppo misto, ha presentato il suo progetto di candidatura alla guida della città, mostrando anche il contrassegno elettorale della sua lista, Uniti per la Costituzione.
Il rosso è il colore dominante dell'emblema, tanto nel segmento inferiore (quasi un semicerchio) che contiene il nome della lista e il riferimento al candidato e alla carica cui aspira, quanto nell'elemento iconografico collocato nella parte superiore, su fondo bianco: l'immagine proposta è una sagoma di San Giorgio che trafigge il drago, figura molto popolare per la città (pur non essendone il patrono), come del resto i colori del contrassegno sono quelli cittadini (senza che si citi la croce identificata con il nome dello stesso santo). Non stupisce che per Crucioli quello scelto sia "un simbolo importante per Genova, che rimarca il valore dell'unità e dei principi costituzionali", visto il nome scelto. 
Il contrassegno non contiene invece i simboli delle forze politiche (Alternativa, Italexit, Ancora Italia, Riconquistare l'Italia e Partito Comunista) che aderiscono al progetto per Genova proposto da Crucioli e sosterranno la lista che lo candiderà come sindaco: si è trattato di una scelta precisa, "proprio per dare maggiore importanza all'azione collettiva, all'unità di intenti di queste forze che vogliono raggiungere diversi obiettivi su scala nazionale e locale". A livello nazionale, quei soggetti politici vorrebbero far ripartire da Genova un'azione forte di segno opposto a un clima generale giudicato come di "attacco ai diritti e scarsa democrazia" - ad opera di partiti formalmente distinti ma ritenuti omologati tra loro - sfruttando anche ogni altra occasione elettorale disponibile; a livello locale, ovviamente, l'idea è di offrire al corpo elettorale un'alternativa reale all'amministrazione cittadina uscente e alle altre proposte in campo. 
"Una città migliore in un Paese più libero" è uno degli slogan che si propongono di unire i due livelli di impegno, mentre i promotori della lista non hanno mancato di esprimersi anche sulla situazione bellica russo-ucraina ("L'Italia resti fuori dalla guerra, restare neutrale, non inviando truppe o materiale bellico letale; usi piuttosto la sua terzietà per mettersi al servizio di una mediazione che possa superare in maniera pacifica questo conflitto"). Il primo passaggio importante, tuttavia, sarà la raccolta delle firme a sostegno della lista: a questo proposito, salvo errore, non si è ancora appreso di nuovi tagli una tantum al numero di sottoscrizioni richieste dalla legge, come quelli che nel 2020 e nel 2021 avevano ridotto a un terzo i sostenitori necessari per le elezioni comunali e regionali. Da una parte il voto in condizioni "quasi normali" lo rende improbabile (come del resto non si era operata alcuna riduzione per le elezioni suppletive); dall'altra paradossalmente il primo voto in condizioni simili a quelle precedenti, ma seguito a due tornate "eccezionali", potrebbe suggerire un ritorno graduale alla normalità, magari con una riduzione meno marcata delle firme rispetto al passato (con un taglio della metà o di un terzo). Sicuramente, per ora, non è stato approvato alcuno degli emendamenti visti nei giorni scorsi che puntavano ad ampliare le ipotesi di esenzione dalla raccolta firme per le elezioni politiche: per ora saranno esonerati solo i cinque partiti dotati di gruppo parlamentare in entrambe le Camere (M5S, Lega, Pd, Fi e Fdi).

lunedì 29 novembre 2021

M5S, sentenza di secondo grado sulla titolarità di nome e simbolo

Sono trascorsi ormai quasi quattro anni da quando il 20 dicembre 2017, in uno studio notarile milanese, Luigi Di Maio e Davide Casaleggio costituirono come soggetto giuridico il MoVimento 5 Stelle attualmente operante sulla scena politica italiana (il terzo con quel nome), passato dalla guida politica di Di Maio a quella (temporanea) di Vito Crimi, fino a quella attuale di Giuseppe Conte. Più o meno a metà di questo periodo, cioè due anni fa (nel mese di ottobre del 2019), il tribunale di Genova decise in primo grado l'azione giudiziaria intrapresa dal curatore speciale del "primo" M5S, fondato da Beppe Grillo nel 2009, contro le due associazioni omonime costituite in seguito: in quella sentenza la giudice sostenne che il M5S-1 non avesse titolo per ottenere la disponibilità del sito www.movimento5stelle.it e l'esclusiva titolarità del nome e del simbolo del MoVimento, ritenendo però che il primo M5S, per poter agire (su un sito diverso), avesse bisogno dei dati degli iscritti per poterli contattare. Quella decisione è stata ora confermata in secondo grado: la corte d'appello di Genova ha infatti appena rigettato l'appello proposto dal curatore speciale nell'interesse del M5S-1. 

I precedenti e le richieste

È bene cercare di capire meglio la situazione, riepilogando le precedenti "puntate". Poche settimane dopo la fondazione del M5S-3 (2017), il 12 gennaio 2018, il tribunale di Genova aveva nominato un curatore speciale per il primo MoVimento 5 Stelle (2009, quello che prima si è chiamato M5S-1): un gruppo di iscritti della prim'ora aveva infatti lamentato un conflitto di interessi di Beppe Grillo perché rivestiva un ruolo di vertice nei tre MoVimenti creati via via, distinti tra loro (anche per regole e programmi) e come tali confondibili. Poco più di un mese dopo la nomina Luigi Cocchi, cioè l'avvocato scelto come curatore speciale, aveva a sua volta presentato ricorso al tribunale di Genova: aveva chiesto di inibire l'uso del nome e del simbolo a Grillo e alle altre associazioni MoVimento 5 Stelle fondate nel 2012 (M5S-2) e nel 2017 (M5S-3), perché il primo soggetto giuridico (la "non associazione") avrebbe visto tutelata la sua identità personale e la possibilità di agire solo avendo la titolarità esclusiva di quei segni distintivi; allo stesso tempo, il curatore aveva chiesto che fossero consegnate al M5S-1 le banche dati delle persone iscritte alla "non associazione", in modo che i nuovi rappresentanti del primo MoVimento potessero comunicare di nuovo con gli aderenti.
Visto che per Cocchi la confondibilità dei tre soggetti giuridici con lo stesso nome rischiava di pregiudicare irreparabilmente i diritti del M5S-1, il tribunale di Genova era intervenuto innanzitutto in sede cautelare. Una prima ordinanza (il 27 marzo 2018) aveva respinto le richieste del curatore, distinguendo la "non associazione" del 2009 dai due MoVimenti fondati in seguito (qualificabili come partiti, a differenza del primo soggetto) e ritenendo che mancasse la prova della titolarità del nome, del simbolo o del diritto al loro uso in capo al M5S-1; la richiesta di ottenere i dati degli iscritti era poi stata giudicata "sproporzionata e sbilanciata", perché avrebbe comportato la consegna di molti dati personali a fronte di una richiesta di pochi iscritti rispetto al numero di aderenti. In sede di reclamo, una nuova ordinanza (emessa il 24 maggio 2018) confermò di non trovare indizi per poter attribuire solo alla "non associazione" la titolarità del nome e del simbolo del M5S, ma aggiunse - pur senza pronunciarsi sull'esclusivo accesso al sito www.movimento5stelle.it - che aprire un nuovo sito-sede del M5S-1 per poter operare di nuovo sarebbe stato possibile solo dopo la consegna dei dati degli iscritti al curatore speciale (non agli iscritti). 
La prima giudice (quella che aveva emesso l'ordinanza del tutto sfavorevole al ricorrente), nella citata sentenza di primo grado, confermò in pieno il verdetto del collegio di reclamoPosto che la causa era relativa a diritti della personalità e non di diritti di uso economico di un marchio (benché il simbolo del M5S fosse stato registrato anche così), per la giudice nessuno aveva contestato alla "non associazione" il diritto a chiamarsi MoVimento 5 Stelle e a usare il simbolo, mentre questa voleva ottenere l'esclusiva su quei segni. Il fatto era che non ci sarebbe stata alcuna scissione seguita a una trasformazione di un soggetto politico, ma un contenzioso tra un soggetto collettivo destrutturato che si qualificava come "non associazione" (M5S-1) e due associazioni strutturate, qualificabili come partiti e non frutto di scissioni (anzi, in continuità politica con la "non associazione"). Mancava poi la prova che il M5S-1 fosse il solo titolare del nome e del simbolo: dal "non statuto" e da altri documenti sarebbe emersa una titolarità dei segni in capo a Beppe Grillo, né il curatore non aveva provato che l'uso elettorale del simbolo fosse stato autorizzato dal M5S-1 (anzi, la versione del "non statuto" approvata nel 2015 attribuiva la titolarità al M5S-2, poi la V rossa e le cinque stelle erano già parte del simbolo della Lista CiVica a 5 Stelle, legata a Grillo), quindi nome e simboli non erano parte del patrimonio esclusivo della "non associazione" del 2009. I tre soggetti omonimi, per la sentenza, denotavano continuità politica ed evoluzione rispetto al M5S-1, senza rischi di confusione per gli elettori; in più, le lamentele di pochi soci non bastavano per dire che il M5S-2 e il M5S-3 avevano usato nome e simbolo contro la volontà del M5S-1. Nonostante ciò, pur mancando prova della titolarità in capo alla "non associazione" del sito e del dominio www.movimento5stelle.it, senza la disponibilità del sito il M5S-1 non poteva più operare e per poter continuare l'attività su un sito analogo doveva disporre dei dati essenziali degli iscritti (frattanto consegnati al curatore speciale).
La decisione di primo grado evidentemente non aveva soddisfatto il curatore speciale del MoVimento 5 Stelle (2009), che nel mese di gennaio del 2020 ha impugnato la sentenza. Cocchi, innanzitutto, ha contestato la mancata dimostrazione della titolarità esclusiva del nome in capo alla "non associazione", ribadendo che ogni soggetto giuridico ha diritto al nome e all'identità personale e negando che la presentazione precedente delle Liste Civiche a 5 Stelle (e quella seguente di altri gruppi locali) potesse escludere quella titolarità esclusiva di cui si è detto e che Beppe Grillo, quale titolare del marchio del M5S, fosse anche automaticamente titolare del nome. Il ricorrente, poi, ha contestato la ricostruzione della lite come contrapposizione tra una "non associazione" che nega di essere un partito e due associazioni-partito, trattandosi giuridicamente di tre associazioni non riconosciute (e nessuna delle tre è stata inserita nel registro dei partiti), senza contare che il nome è il principale segno di identificazione di un soggetto e va tutelato a prescindere dalla sua natura. Nessun rilievo avrebbe avuto la volontà del M5S-3 di usare il nome del M5S-2 per porsi nello stesso contesto politico di questa o della "non associazione" (anzi, sarebbe comunque stato grave scegliere di usare un nome esistente, dichiarando di essere e agire in piena continuità con il soggetto di cui si è ripresa la denominazione); da ultimo, il fatto stesso che in primo grado il M5S-3 avesse rifiutato una proposta di conciliazione che aveva previsto l'adozione come proprio statuto del "non statuto" del M5S-1, ritenendo che questo fosse "inconciliabile" con quello dell'associazione del 2017, dimostrava per il ricorrente che non c'era alcuna continuità politica tra la "non associazione" del 2009 e l'associazione del 2017. 
Quanto al simbolo, per il curatore speciale del M5S-1 la sentenza di primo grado si contraddiceva nel sostenere prima che non si dovesse applicare il "diritto dei marchi" e nel negare poi che la "non associazione" avesse la titolarità esclusiva del simbolo sulla base delle frasi del "non statuto" o del regolamento che parlavano del contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo e dei post che avrebbero riaffermato la titolarità in capo allo stesso Grillo: per Cocchi, il M5S-1 aveva comunque usato per primo il simbolo (prima della registrazione come marchio dello stesso) e in ogni caso doveva prevalere il diritto all'identità personale della "non associazione" che per anni si è fregiata dell'emblema; di più, i soci del M5S-1 non avrebbero accettato di "spogliarsi" della titolarità del loro emblema a favore del M5S-2 (fondato nel 2012), anche dopo le modifiche al "non statuto" e al regolamento intervenute tra il 2015 e il 2016. Altri motivi di appello riguardavano il rigetto della richiesta di rientrare nella disponibilità del sito www.movimento5stelle.it (ribadendo che di questo doveva ritenersi titolare la "non associazione" e che comunque questa l'aveva pacificamente usato fino alla fine del 2017, quando ne è stata spogliata) e la questione del risarcimento del danno (per Cocchi i danni esistevano, anche solo quanto all'impossibilità di mantenere i contatti con i soci che non si erano iscritti al M5S-3 e di presentare candidature con il proprio nome e simbolo).
Nell'appello, dunque, il curatore speciale aveva chiesto di restituire al M5S-1 la piena ed esclusiva disponibilità del sito, di accertare e dichiarare la titolarità esclusiva del nome e del simbolo del M5S in campo alla "non associazione" (inibendo l'uso dei segni o di nomi e fregi confondibili a Grillo e ai MoVimenti costituiti in seguito), nonché di condannare gli appellati al risarcimento dei danni. Ben diversa, ovviamente, era la posizione di Beppe Grillo e delle associazioni denominate MoVimento 5 Stelle. In particolare, Grillo e il M5S-2 avevano chiesto di rigettare per intero i motivi di appello (chiedendo anzi che quella intentata da Cocchi fosse considerata "lite temeraria", cioè in malafede o con colpa grave); analoga richiesta era venuta dal M5S-3 (qui non era stata chiesta la lite temeraria, ma comunque che si disponesse il pagamento di "una somma equitativamente determinata").

La sentenza di secondo grado

Il collegio di giudici della terza sezione civile della corte d'appello di Genova ha ritenuto infondato l'appello e l'ha respinto in pieno. Per la corte innanzitutto sarebbe toccato al curatore speciale dimostrare che la "non associazione" aveva avuto la titolarità esclusiva del nome e del simbolo descritto nel "non statuto" (confermando che nessuno aveva mai contestato al M5S-1 il diritto a usare quei segni): per il collegio il tenore dell'art. 3 del "non statuto" ("Il nome del Movimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso") è inequivocabile. Quella frase non potrebbe essere letta ritenendo che Grillo fosse titolare esclusivo solo del simbolo e non del nome: anzi, per i giudici sarebbe una lettura "capziosa", essendo "evidente che i 'diritti d'uso', posti alla fine del periodo, non possono che riferirsi tanto al nome quanto al contrassegno, indicati all’inizio del medesimo periodo". Il collegio ha ribadito poi la natura del M5S-1 quale "realtà del tutto destrutturata" (aderendo alla ricostruzione del M5S-2, in base alla quale - si cita dalla sentenza che verosimilmente riassume il contenuto degli scritti di parte - "occorre quasi fare una forzatura per qualificarla come associazione non riconosciuta perché anche quest’ultima soggiace alla disciplina prevista dagli artt. 36 e segg c.c. mentre nel caso in esame non si rinviene alcuna disposizione relativa al funzionamento degli organi deliberativi dell’ente. In realtà si trattava solo di un sito internet volto a favorire lo scambio di opinioni e il confronto tra quanti intendevano accedervi"): basterebbe questo per qualificare i MoVimenti fondati nel 2012 e nel 2017 come "evoluzione dell’Associazione del 2009", la cui costituzione formale è stata necessaria per partecipare alle competizioni elettorali. 
La mancanza di titolarità esclusiva (sul nome e) sul simbolo del M5S in capo alla "non associazione" emergerebbe anche dalle disposizioni del "non statuto" sulla designazione dei candidati alle elezioni e dall'art. 3 dello statuto del M5S-2 (nel quale si dichiarava che Grillo, titolare esclusivo del contrassegno, lo metteva a disposizione dell'associazione costituita nel 2012 giusto per il perseguimento dei fini di questa): non poteva dunque dirsi che il regolamento approvato nel 2016 riferisse la titolarità del contrassegno alla "non associazione" del 2009 (M5S-1) invece che all'associazione del 2012 (M5S-2). Per i giudici non serviva alcuna altra argomentazione relativa alle liste presentate con quel simbolo: era sufficiente riferirsi al testo del "non statuto" per rilevare che tra i diritti di cui può fregiarsi la "non associazione" non c'è "l'esclusività dell'uso del nome e del simbolo" (né il M5S-1 avrebbe potuto invocare a suo favore una sentenza del tribunale di Roma del 2018, passata in giudicato, in cui si diceva che "l’esistenza di detto M5S costituito nel 2009 e la sua operatività sia reale che virtuale nel periodo precedente alla formale costituzione dell’Associazione Movimento 5 Stelle del 2012 possono ritenersi pacifiche fra le parti", visto che quella controversia riguardava tra l'altro la legittimità del regolamento pubblicato da Grillo nel 2014, sulla base del quale erano state decise alcune espulsioni, dunque un oggetto del tutto diverso).
Quanto al motivo di appello relativo al sito, per i giudici era da ritenere infondato: all'inizio la sede del Movimento era collegato "in modo ancora più marcato" a Beppe Grillo (www.beppegrillo.it, eletto come sede del M5S-1) e sarebbe stato già rilevato nella sentenza di primo grado che il dominio www.movimento5stelle.it, creato il 9 ottobre 2009, era stato venduto alla Casaleggio Associati s.r.l. il 9 novembre 2010 e poi ceduto nel 2015 al M5S-2, che ne è titolare. Il curatore speciale del M5S-1 non avrebbe invece provato che fosse della "non associazione" la titolarità esclusiva di quel dominio (in più, secondo i giudici, si si sarebbe dovuto impiegare un diverso strumento processuale per essere reintegrati nel possesso del sito). Da ultimo, la corte d'appello ha ribadito che la domanda di risarcimento danni del curatore speciale della "non associazione" doveva essere respinta, poiché non sarebbe stata dimostrata "alcuna condotta lesiva da parte delle appellate cui causalmente potere ricondurre gli asseriti fatti lesivi da cui sarebbero scaturiti i danni".
Essendone stati respinti tutti i motivi, l'appellante (il curatore speciale) è stato condannato - per il principio della soccombenza - a rifondere alle parti appellate le spese di questo secondo grado di giudizio (non anche del primo); la corte d'appello non ha invece ritenuto che quella del curatore speciale fosse una lite temeraria (non sarebbe stata dimostrata "l'effettiva e concreta esistenza di un danno" dovuto al comportamento processuale dell'avversario, tenuto per giunta con dolo o colpa grave (cioè sapendo che le proprie tesi erano infondate o che i mezzi per agire erano "irrituali o fraudolenti").

Qualche riflessione

Fin qui il contenuto della decisione di secondo grado, del quale si prende certamente atto. Nel pieno rispetto di chi ha emesso la sentenza, sembra comunque opportuno fare qualche riflessione.
Ci si vede costretti, innanzitutto, a ripetere quanto detto nel commentare la sentenza di primo grado: si può anche discutere sul fatto che il M5S-1 non volesse diventare un partito e non avesse una struttura definita, a differenza dei MoVimenti costituiti in seguito, ma sul piano giuridico rileva soltanto che tanto la "non associazione" del 2009 (a dispetto dell'etichetta scelta), quanto le associazioni fondate nel 2012 e nel 2017 sono associazioni non riconosciute, in base all'articolo 36 del codice civile. Di queste due, la prima non ha mai chiesto di essere inserita nel Registro dei partiti politici previsto dalla legge (e non ha  mai sottoposto a esame il suo statuto); non risulta che lo abbia fatto finora nemmeno l'associazione fondata nel 2017, anche se ora potrebbe doverlo fare, se portasse avanti l'idea di accedere al finanziamento indiretto, cioè alla ripartizione del 2 per mille del gettito Irpef (per accedervi, però, occorre appunto che la Commissione di garanzia degli statuti e per la trasparenza e il controllo dei rendiconti dei partiti politici dichiari lo statuto del M5S conforme alle previsioni di legge). Non si mette certo in dubbio che le associazioni del 2012 e del 2017 presentino differenze rispetto alla "non associazione" del 2009 (a  differenza di questa, sono state costituite con atto notarile e hanno partecipato alle elezioni, oltre ad avere un diverso contenuto statutario); non per questo, però, sembra di poter dire che da tali differenze si possono far derivare differenze nella titolarità e nel godimento di diritti. Con queste parole non si sta escludendo che ci siano altre ragioni per dire che il M5S-1 non ha la titolarità esclusiva dei suoi segni di identificazione (nome e simbolo): si dice solo che non sembra possibile affermare che il M5S-1 non è titolare esclusivo di questi sulla base del fatto che è un soggetto collettivo destrutturato, mentre gli altri soggetti omonimi sono partiti.
La sentenza di appello si concentra poi sul passaggio del "non statuto" del 2009 per cui "Il nome del MoVimento 5 Stelle viene abbinato a un contrassegno registrato a nome di Beppe Grillo, unico titolare dei diritti d’uso dello stesso": per i giudici è ovvio che Grillo è "unico titolare" non solo dei diritti d'uso del simbolo, ma anche del nome, ritenendo che non si possano scindere nome e contrassegno. Da un certo punto di vista la posizione è comprensibile, poiché il contrassegno è in gran parte la "visualizzazione" del nome. Non sono però mancati casi in cui si è distinta la titolarità giuridica del nome e del simbolo: un precedente noto è legato alla vicenda di Scelta civica per l'Italia, quando Mario Monti si era opposto all'uso del nome del partito da lui fondato per distinguere un nuovo gruppo parlamentare, ma gli era stato eccepito dall'Ufficio di Presidenza della Camera che in base ai documenti da lui prodotti era titolare del simbolo del partito, non anche del nome. In passato (specie in questo contributo sui raggruppamenti politici delle Camere uscito sulla Rivista AIC, alle pagine 44 e 45) ho espresso perplessità sulla decisione, sostenendo che allora le vicende giuridiche di nome e simbolo del partito erano state "di fatto disgiunte" con leggerezza: ne resto convinto, ma le mie perplessità nascevano soprattutto dal non aver potuto vedere il contenuto dei documenti in base ai quali Monti si riteneva titolare anche del nome. 
Tornando al caso del M5S, pur comprendendo il ragionamento "logico" dei giudici, credo anche che i pochi testi rilevanti vadano "presi sul serio": se il "non statuto" dice che Grillo è "unico titolare dei diritti d'uso dello stesso", al singolare, è evidente il riferimento al contrassegno registrato a suo nome, ma solo a quello; pure lo statuto del M5S-2 (2012) indica Grillo come "titolare esclusivo del contrassegno", senza parlare del nome. Quando si interpreta un testo giuridico, anche quello di un atto tra privati, l'argomento letterale è sempre il primo a dover essere applicato: se si è scritta una cosa, quella è, almeno finché non si decide di cambiarla (cosa che è sempre possibile). Certamente non va dimenticato che, in base all'art. 1362 del codice civile, "[n]ell'interpretare il contratto si deve indagare quale sia stata la comune intenzione delle parti e non limitarsi al senso letterale delle parole" (anche se questo non è esattamente un contratto); è anche vero però che le parole quelle sono e da lì si deve partire. Naturalmente dire che il "non statuto" e altri documenti non sembrano assegnare a Beppe Grillo la titolarità esclusiva del nome del M5S non significa concludere in automatico che titolare esclusivo del nome è il M5S-1 (2009); anche qui si intende solo che un'attenta lettura suggerisce di non usare le disposizioni viste sin qui per attribuire la titolarità esclusiva del nome a un soggetto diverso dal M5S-1 (per negarla a questo).
Quanto alla continuità dei tre soggetti giuridici (associazioni non riconosciute) che portano il nome di MoVimento 5 Stelle, continuità ovviamente solo politica (nessuno mette in dubbio che si tratti di entità giuridiche diverse), resta valido ciò che si è scritto due anni fa: usare il metro della continuità politica per avallare l'uso di un segno identificativo è almeno in parte pericoloso, perché - applicandolo in modo esteso - in questo modo si potrebbe consentire a chiunque voglia porsi in continuità con un soggetto associativo/politico esistente l'uso del nome e della grafica di quello stesso soggetto, senza che questo possa opporsi (magari eccependo che il nuovo ente giuridico ha un programma diverso, politiche di alleanza diverse contrastanti con l'identità originaria, etc.). Naturalmente la vicenda è complicata dal fatto che il nome "MoVimento 5 Stelle" fa parte del segno grafico registrato come marchio (italiano e comunitario) da Beppe Grillo, per cui i piani dei segni di identificazione e dei marchi hanno finito per sovrapporsi e confondersi; i giudici intervenuti in questa vicenda hanno escluso che si discutesse di diritto della proprietà industriale, ma pur limitando la causa ai profili del diritto al nome e dell'identità personale si sono avvalsi ugualmente dei riferimenti a un "contrassegno registrato". 
Va poi richiamato un altro profilo già affrontato due anni fa. Di certo il giudice non può valutare la continuità o la coerenza politica di un soggetto rispetto ai suoi programmi (la cosa è nota e accettata da tempo). Di certo però il M5S-3, ente giuridico diverso al M5S-1 e costituito con l'idea di "travasarvi" gran parte degli iscritti alla "non associazione" (ritenuta non più in condizione di operare), è ormai soggetto molto lontano dal MoVimento 5 Stelle del 2009: se questo valeva nel 2019, vale ancora di più oggi, dopo il corso impresso al M5S dalla guida di Giuseppe Conte). Ora, considerando che l'art. 5 del "non statuto" individua tra i requisiti di ammissione il non far parte "di partiti politici o di associazioni aventi oggetto o finalità in contrasto con quelli sopra descritti" e che il venir meno di tale requisito è presupposto per la cancellazione dell'utente, se si rinvenissero contrasti tra il M5S-3 e il M5S-1, questi renderebbero incompatibili le iscrizioni ai due soggetti (comportando un recesso dalla "non associazione") e a quel punto qualche problema in più legato all'uso dei nomi ci sarebbe. Anche la corte d'appello di Genova, infatti, ha ribadito che nessuno ha mai contestato al M5S-1 il diritto a usare il nome o il simbolo usato in passato (privato, si immagina, del riferimento al sito di Beppe Grillo). Su questa base, in teoria, chi è tuttora aderente alla "non associazione" dovrebbe poter organizzare indisturbato una manifestazione, locale o nazionale, spendendo il nome e il simbolo di questa senza impedimenti; di più, se gli aderenti al M5S-1 avessero deciso di aprire il nuovo sito per riprendere le loro attività sulla base dei dati degli iscritti ricevuti, sempre in teoria dovrebbero poterlo fare. 
Si deve dire in teoria perché, ovviamente, i problemi ci sarebbero: i poteri del curatore speciale sono limitati alla rappresentanza in giudizio, ma non è il rappresentante legale del M5S-1, per cui non sarebbe agevole capire chi avrebbe titolo per convocare riunioni, organizzare eventi, ricostruire un sito usando i dati consegnati da Grillo. Lo stesso discorso varrebbe per un'ipotesi anche più delicata: se il diritto del M5S-1 (2009) a usare il nome e il simbolo usati in precedenza non è contestato, pur non essendo esclusivo, che succederebbe se decidesse di partecipare alle elezioni con quei segni identificativi? Qui il discorso si complicherebbe di molto: com'è noto, le elezioni sono regolate da norme speciali - non si applicano quelle legate ai segni di identificazione o ai marchi - e si dà parecchio peso all'affidamento degli elettori, che non devono essere sviati con l'uso di simboli simili a quelli di partiti o movimenti presenti in Parlamento (come il M5S-3). Sarebbe anche difficile individuare l'eventuale soggetto titolato a presentare il contrassegno o le candidature (o a delegarne la presentazione); certo è che sembrerebbe oggettivamente strano sostenere che un soggetto politico può utilizzare un nome e un simbolo (pur senza pretendere di essere l'unico a farlo) e poi impedirgli di usarlo nella sede più importante (quella elettorale). Non ci si sente, poi, di intervenire sulla questione relativa al sito internet, troppo complessa e delicata per essere liquidata in poche righe. 
Quanto si è detto finora, tuttavia, sembra dare sufficienti elementi per sostenere che la sentenza di secondo grado su questa vicenda, sempre nel rispetto di chi ha avuto il compito di decidere, lascia aperti alcuni dubbi non irrilevanti e alcuni problemi che potrebbero sorgere da questa. Alcuni problemi, ovviamente, non dovevano essere risolti da questo collegio giudicante (come quelli legati a possibili usi del nome e del simbolo operati dal M5S-1, sulla base di quanto non è stato contestato a questo ente); allo stesso tempo, bisogna ricordare che decisioni diverse da quella presa avrebbero potuto oggettivamente porre la forza politica più votata nel 2018 (e tuttora con una buona rappresentanza parlamentare, pur se ridotta rispetto a qualche anno fa) nella condizione di non operare o, per lo meno, di non operare più con lo stesso nome e lo stesso simbolo e che in ogni caso, il ricordato intreccio tra prassi, norme sui diritti della personalità e segni distintivi ha contribuito a creare una matassa complessa, difficile da dipanare. Per ora ci si limita alle riflessioni fatte sin qui; in caso di eventuali sviluppi, ci sarà altro da commentare.