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martedì 14 giugno 2022

Simboli sotto i mille (2022): preparando il viaggio e prime tappe notevoli (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

Dopo il viaggio nei principali capoluoghi (anche se ci sarà forse tempo per recuperare le tappe mancanti), arriva puntuale l'itinerario nei comuni con meno di mille abitanti, alla scoperta delle dinamiche elettorali che interessano la microItalia che vota e, a monte, si candida senza firme. Guida e maestro di cerimonie, come di consueto, è Massimo Bosso, sempre attento a indagare ciò che di interessante accade nei piccolissimi centri di cui sono ricche soprattutto certe Regioni italiane. Chi gestisce questo blog, al solito, si introduce qua e là, accostando le immagini necessarie (ovviamente a base di simboli) e scandagliando le curiosità che incontra, grato a chi gli ha aperto le porte del microcosmo diffuso dei microcomuni. Buon viaggio!


All'annuncio del 12 giugno come data del voto per le amministrative, la macchina per dare conto delle vicende elettorali "sotto i mille" era già pronta a partire. Eppure, proprio com'era avvenuto nell'autunno del 2021, anche quest'anno il nostro viaggio - ormai un classico per i #drogatidipolitica - non era scontato, anzi, era piuttosto "in forse". Chi legge con assiduità questo sito, infatti, ricorderà che da mesi giace alla Camera un progetto di legge volto tra l'altro a introdurre anche nei comuni fino a mille abitanti l'onere di far sostenere ciascuna lista da un certo numero di firme (variabile a seconda del numero di abitanti e, in ogni caso, piuttosto contenuto). 
Arrivato all'attenzione di Palazzo Madama (per iniziativa del senatore leghista Luigi Augussori) soprattutto dopo i casi - emersi nel 2020 - legati alle liste presentate soprattutto per ottenere "licenze elettorali", il testo era stato approvato al Senato oltre un anno fa, con la speranza che alla Camera si intervenisse in tempo per rendere applicabili le norme già alle elezioni del 2022: a Montecitorio, invece, il testo non è ancora stato esaminato dall'aula, dunque anche per queste elezioni si sono applicate le regole consuete e le liste di extra muros (per le licenze, ma non solo) sono puntualmente riapparse in maniera massiccia, in particolare nel Centro-Sud. La richiesta di quel piccolo numero di eviterebbe sicuramente il proliferare di liste che nulla hanno a che fare con la politica "vera"; allo stesso tempo, però, questa soluzione toglierebbe la possibilità a piccoli movimenti di ottenere un minimo di visibilità anche nei piccoli centri (e, in ogni caso, se ne andrebbe anche molto del fascino che le elezioni "sotto i mille" hanno acquisito ai nostri occhi nel corso degli anni).
 
Visto dunque che di episodi da raccontare ce ne sono parecchi, è il momento di prepararsi a partire per il nostro viaggio "sotto i mille". Per chi, tuttavia, avesse scoperto solo ora questo mondo e volesse unirsi a noi per la prima volta, sembra opportuno un piccolo riepilogo, giusto per "viaggiare informati". Tutto iniziò nel 1993, quando fu approvata la legge n. 81, che introdusse l'elezione diretta del sindaco ma andò oltre: da una parte, chiunque avesse voluto presentare una lista avrebbero dovuto raccogliere le firme (anche i partiti presenti in Parlamento o le liste sostenute "tecnicamente" da questi); dall'altra parte, si precisò che nei comuni fino a mille abitanti non era più necessario presentare firme (prima ne occorrevano dieci), un po' perché in quei luoghi - si diceva - tutti si conoscono, un po' per evitare dinamiche spiacevoli legate al rendere noto chi, in comunità tanto piccole, aveva scelto di sostenere il vincitore o l'avversario del vincitore. Nel 1999 negli altri comuni il numero di firme richieste è stato sensibilmente ridotto (e negli ultimi tre anni, causa emergenza legata alla Covid-19, si è ogni volta applicato un ulteriore taglio di due terzi); la norma che solleva dalla raccolta delle sottoscrizioni nei comuni con meno di mille abitanti, invece, per ora è rimasta intatta. 
Il numero di abitanti considerato è quello dell'ultimo censimento utile (che può essere diverso dal numero reale) e tiene conto dei soli residenti: gli elettori iscritti nelle liste elettorali del comune ma residenti all’estero non concorrono alla "popolazione legale", ma fino al 2020 erano conteggiati sempre tra gli elettori: spesso, dunque, in certi microcomuni il numero degli elettori superava quello dei residenti e, visto che era improbabile che molti residenti all'estero affrontassero lunghi viaggi per votare, difficilmente si recava alle urne la metà più uno degli aventi diritto (uno dei requisiti allora necessari per la validità delle elezioni qualora in un comune si fosse presentata una sola lista). Il fenomeno dei residenti all'estero, ovviamente, non era un problema per i comuni in cui si affrontavano due o più liste (il risultato è valido anche se vota una sola persona); nei comuni con scarsa o inesistente competizione, per cui si faticava a presentare anche solo una lista, era diventata frequente la pratica delle "liste di comodo", presentate allo scopo di rendere irrilevante il tasso di affluenza (e il raggiungimento del quorum) per la validità della competizione. A volte si provvedeva direttamente, con persone vicine all'unica lista di paese; in altri casi certe elezioni sono state "salvate" grazie alla partecipazione delle famigerate "liste per licenze". Come sappiamo, le cose sono cambiate dal 2021: durante la conversione del "decreto elezioni", infatti, si è previsto che le persone iscritte all'Anagrafe degli italiani residenti all'estero non siano conteggiate ai fini del quorum se non partecipano al voto e che, in più, la soglia minima di votanti per la validità in presenza di una sola lista sia abbassata al 40%. Ciò lo scorso anno ha reso rarissimi i casi di elezioni non valide; la norma è stata prevista anche dal "decreto elezioni 2022" e diventerà "stabile" quando sarà approvato il "ddl Augussori". 

Per inquadrare meglio le "liste extra muros" possiamo cercare di individuarne alcune macro-categorie:
  • liste di piccoli movimenti politici in cerca di visibilità (e magari di qualche eletto);
  • liste presentate in accordo con la lista locale “forte” allo scopo di superare il quorum (specie dove non si è certi nemmeno di superare il 40% oggi richiesto);
  • liste presentate per evitare "forestieri" in consiglio comunale (spesso composte da familiari o amici del candidato sindaco principale);
  • liste per le licenze elettorali: spesso impiegano simboli dalla grafica elementare o riciclati parecchie volte, ma in qualche caso utilizzano anche simboli di movimenti realmente esistenti.
  • liste di partiti presenti in Parlamento (o espresse direttamente da questi): si tratta di casi rari, ma capita che certe liste sembrino presentate per garantire una nuova elezione a qualche amministratore che siede in consiglio provinciale (in modo che non decada) o per raggranellare voti di consiglieri per le elezioni provinciali, di comunità montane o consorzi di comuni.
  • "ma perché?": in quest'ultima categoria finiscono le liste che non riusciamo a collocare in nessuno dei casi precedenti e la cui presentazione, priva di ogni logica, è avvolta dal mistero.

Snocciolate la categorie, la domanda successiva è: come individuare le liste "da approfondire"? Per le liste di movimenti nazionali il compito è facile: basta la presenza del simbolo e uno sguardo attento ai voti raccolti. Per le altre ipotesi indicate, l'esperienza da osservatori maturata nel corso degli anni rende alcuni episodi plausibili, altri probabili (specie in caso di improbabili affollamenti di liste in comuni piccolissimi) e altri ancora assolutamente cristallini, anche perché - come si diceva - spesso vengono utilizzati nomi e simboli ricorrenti e non di rado simili tra loro; anche i nomi di vari candidati possono ormai considerarsi "vecchie conoscenze", al punto che qualcuno vanta già candidature in doppia cifra in vari microcomuni, come aspirante sindaco o anche solo come aspirante consigliere
.
Un controllo sulle candidature, ovviamente, è più facile disponendo dei manifesti delle liste ammesse nei comuni interessati: così è possibile disporre di buone riproduzioni dei contrassegni, ma soprattutto si possono passare in rassegna le persone inserite nelle liste (specie quelle "indiziate"), controllando se certi nomi si ripetono (nello stesso anno o rispetto agli anni precedenti) e potendo ragionare a partire dai luoghi di nascita di chi si candida (se la maggior parte delle persone in una lista non è per nulla legata al territorio di candidatura, qualche dubbio viene). Quei manifesti, oltre a essere affissi sulle varie plance dai vari comuni interessati, dovrebbero essere inseriti nei siti ufficiali delle rispettive amministrazioni comunali (in formato pdf o almeno jpg, originale o scansionato): la ricerca, però, a volte sembra una caccia al tesoro. Si è già detto lo scorso anno, infatti, che le prassi sono diverse da comune a comune: c'è chi pubblica il manifesto nella pagina relativa al singolo turno elettorale (insieme ad altri documenti). c'è chi lo pubblica come "notizia" a parte; più frequente è il caso di manifesti pubblicati solo nell'albo pretorio, poiché ogni comune deve provvedere all'affissione (almeno) elettronica entro l'ottavo giorno che precede il voto. Non tutti gli albi però sono fatti allo stesso modo (ce ne sono vari formati diffusi) e, soprattutto, il manifesto può essere inserito sotto voci diverse: lo si può trovare tra gli "Atti elettorali", le "Affissioni elettorali" o i "Manifesti elettorali", semplicemente tra i "Manifesti", o ancora - se quelle voci non ci sono o non si trova quel che si cerca - tra gli "Avvisi" o gli "Avvisi pubblici". A volte il manifesto non salta comunque fuori o si trova un avviso che avverte che "la dimensione dei manifesti non ne consente la scannerizzazione" per cui "il Servizio Elettorale metterà in visione un esemplare tipo, per ciascun manifesto, nella bacheca posta [...] presso lo stesso Servizio Elettorale" (entrambe le cose sono capitate in due comuni capoluogo... roba da non credere).     
Già nella fase di ricerca di questi manifesti, avendo davanti agli occhi l'elenco dei comuni al voto e lo specchietto delle liste presentate, ci si rende conto che il fenomeno delle liste notevoli "sotto i mille" non è affatto omogeneo a livello nazionale: prima di tutto, in alcune Regioni i comuni con meno di mille abitanti sono pochissimi e in qualche tornata elettorale non sono nemmeno chiamati al voto (altri territori, invece, ne sono ricchi). In genere, poi, il Nord Italia non è interessato dal fenomeno delle "liste-licenza" (tranne forse alcune province, soprattutto negli ultimi anni): questo "espediente" è stato registrato con dimensioni rilevanti innanzitutto in Molise e in questa Regione è ancora largamente presente; si è poi diffuso - un po' a macchia d'olio, un po' a macchia di leopardo - in Abruzzo e in Lazio (regioni limitrofe), arrivando a toccare anche Campania, Umbria e Marche. Il fenomeno misteriosamente quasi sparisce in Puglia, Basilicata e Calabria, anche se ha ricevuto - suo malgrado - notorietà nazionale il caso di Carbone, il comune del potentino che nel 2020 vide la partecipazione di due liste tutte "forestiere": le immediate dimissioni della persona eletta come sindaco portarono all'attenzione di molte persone il problema delle liste presentate "non per vincere" e fecero scattare l’inchiesta di Striscia la Notizia.

Anche quest'anno il viaggio che ci apprestiamo a compiere appare piuttosto ricco e ora abbiamo tutti gli strumenti per avventurarci. Prima che inizi il viaggio vero e proprio, vale la pena anticipare quattro casi emblematici di ciò che incontreremo nelle tappe di questo itinerario. 
La prima anticipazione riguarda Castelguidone, comune di meno di 400 abitanti della provincia di Chieti, in cui il sindaco uscente (Donato Sabatino) aveva svolto due mandati consecutivi. 
Fino a pochi mesi fa non si sarebbe potuto ripresentare; la recente legge n. 35/2022 (che tra l'altro ha previsto per i sindaci dei comuni sotto i 5mila abitanti la non ricandidabilità dopo il terzo mandato consecutivo) glielo avrebbe consentito, ma lui ha preferito non candidarsi di nuovo. A queste elezioni ha partecipato un'unica lista, denominata Rinascita Italia: all'interno del suo contrassegno, su fondo verde acqua, compaiono quattro simboli in miniatura. Accanto a quelli - finora poco conosciuti - di Destra italiana, del Movimento per l'Italia sociale e del Movimento diversamente abili, si mostra con maggiore rilievo (per le sue dimensioni e per la sua posizione centrale) il simbolo del partito L'Altra Italia, di cui abbiamo parlato in abbondanza negli anni scorsi (soprattutto a partire dal 2019). Guardando con attenzione i numeri del voto del 12 giugno nel comune abruzzese, si scopre un risultato che ha dell'incredibile: dei 278 elettori, 21 hanno scelto di votare per i contemporanei referendum, ma uno solo di loro - con chissà quale gioia del presidente e del segretario dell'unico seggio - ha accettato anche la scheda per le elezioni amministrative. Già questo sarebbe bastato a rendere nulla la consultazione elettorale e a provocare - come in effetti è stato - il commissariamento del comune; si deve però aggiungere che l'unica persona che ha votato per le amministrative ha scelto di lasciare bianca la scheda, lasciando dunque la lista Rinascita Italia e il suo candidato sindaco, Guglielmo De Santis, a quota zero. Si tratta, con tutta probabilità, del record assoluto di non partecipazione al voto, perfino più eclatante di quello che nel 1997 aveva interessato il comune di Sambuco (in provincia di Cuneo): anche allora il sindaco uscente non si era potuto ricandidare e si era presentata una sola lista messa in piedi da persone dei paesi vicini per dare comunque la possibilità  di votare, ma le 22 persone (su 102 aventi diritto) recatesi alle urne avevano annullato tutte quante la loro scheda.
Cambiando regione, non è meno clamoroso il caso di Laganadi, in provincia di Reggio Calabria. Qui le liste sono due (dunque non c'erano problemi di quorum): una formazione era certamente locale, poi ce n'era un'altra, denominata Liberi di ricominciare. Il nome non era del tutto nuovo (la lista era già apparsa nel capoluogo reggino nel 2014) e in ogni caso lo stesso simbolo è comparso quest'anno in un altro comune della stessa provincia (Calanna). Quando le liste sono due, basta che quella sconfitta prenda un voto perché le spettino tutti i seggi riservati all'opposizione (in questo caso tre): i 226 votanti (su 348 aventi diritto) hanno però votato in massa per la lista Impegno Comune, al di là di uno che ha annullato la scheda e di un altro che l'ha lasciata bianca. Nessuno dunque ha votato per Liberi di ricominciare e, grazie al 224 a 0, tutti i seggi sono andati alla lista locale.
A Castelbottaccio, in provincia di Campobasso (eccoci finalmente in Molise!) le liste erano tre: due - Progetto Castelbottaccio e Uniti per Castelbottaccio - erano certamente locali e hanno preso 95 voti a testa, mentre è stata ininfluente la presenza della lista Paese Mio, rimasta a secco. In ogni caso, la parità tra le due liste autoctone ha generato la necessità di un ballottaggio, che si celebrerà il 26 giugno (a meno che non si decida qualcosa in merito alla scheda contestata di cui dà notizia la piattaforma Eligendo del Viminale, anche se non si conosce il motivo della contestazione); se si terrà il secondo turno,  potrebbero essere decisive le cinque persone che domenica hanno depositato nell'urna una scheda bianca o nulla.
Un ultimo caso che merita l'anticipazione si è avuto a Bastia Mondovì (in provincia di Cuneo, peraltro la stessa in cui troviamo Sambuco). Delle tre liste che si sono sfidate in quel comune, senza dubbio la locale era Insieme per Bastia, che ha ottenuto 332 voti (il 94,32%); le altre due - il Partito Gay ed una non meglio identificata Per Bastia Mondovì - L'Alternativa - hanno ottenuto 10 voti a testa. Certamente entrambe si sono guadagnate l'ingresso in consiglio comunale, ma i seggi dell'opposizione - come si è detto - sono tre: lo stesso sito del Ministero dell'interno informa che "le liste collegate ai candidati sindaco Roberto Brognano e Steve Giusti partecipano al sorteggio di n. 1 seggio". 
Per quanto previsto dalla legge, lo scenario ha dell'incredibile, al punto tale da evocare subito in ogni appassionato fantozziano che si rispetti, la scena del "tremendo sorteggione" che appare quasi subito nel Secondo tragico Fantozzi. E, visto che siamo in Piemonte, terra dell'attore - ed ex granatiere - Antonino Faà di Bruno, diventa inevitabile sentire distintamente la voce del suo personaggio più noto, il Duca Conte Pier Carlo ing. Semenzara, che interrompe perentorio ogni vociare - in sala mensa e non solo - con il suo "Silenzio! Chi è che prega??".

(1 - continua)

lunedì 11 ottobre 2021

Simboli sotto i mille (2021): il Nord e qualche avvertenza prima di partire (di Massimo Bosso e Gabriele Maestri)

D'accordo, anche ai #drogatidipolitica piacciono i grandi eventi e le invasioni di liste assicurate da voti come quelli che, in questo turno elettorale, hanno attirato l'attenzione: Roma, Milano, Napoli, Torino, Bologna, Trieste, un'intera regione come la Calabria... Ma i veri #drogatidipolitica aspettano con ansia anche il voto nei microcomuni, quelli con meno di mille abitanti in base all'ultimo censimento: lì, come ben sa chi frequenta questo sito, per presentare una lista non servono sottoscrizioni a sostegno, ci si candida e si va sulle schede elettorali senza bisogno di raccogliere le firme. Proprio questa maggiore facilità di presentare le candidature produce da oltre un quarto di secolo fenomeni interessanti (e non sempre edificanti), da studiare e far conoscere.
Anche quest'anno, così, parte il nostro itinerario "sotto i mille", in cerca di curiosità, anomalie e stratagemmi della microItalia che va alle urne. Questo, a dire il vero, potrebbe essere l'ultimo viaggio che varrà la pena compiere in quei piccolissimi comuni, anzi, fino a qualche mese fa non era certo che avesse senso svolgerlo. A fine maggio, infatti, il Senato aveva approvato un disegno di legge che, tra l'altro, puntava a introdurre una minima raccolta di firme anche in quei microcomuni (almeno 5 fino a 500 abitanti, almeno 10 fino a 750 abitanti, almeno 15 fino a 1000 abitanti): il polverone sollevato a livello nazionale da Striscia la Notizia (a proposito delle liste esterne ai paesi, legate alle licenze retribuite delle forze di polizia e non solo) aveva probabilmente spinto a muoversi in fretta, ma alla Camera la discussione sul testo non è ancora iniziata (ne parleremo meglio tra qualche giorno), così quest'anno le liste "sotto i mille" si sono potute presentare ancora senza firme.
Quel disegno di legge, peraltro, punta anche a rendere stabile una norma inserita solo per questo turno elettorale "a causa delle oggettive difficoltà di movimento all'interno dei singoli Stati e fra diversi Stati"
: in tutti i comuni fino a 15mila abitanti (non solo quelli "sotto i mille") in cui era stata presentata una sola lista, se di norma occorreva che andasse a votare almeno il 50% degli aventi diritto (e che il numero di voti validi per la lista fosse pari almeno al 50% dei votanti), stavolta bastava che si recasse alle urne il 40% del corpo elettorale comunale e nel conteggio di quest'ultimo non sarebbero rientrati gli elettori iscritti all'Aire (Anagrafe degli italiani residenti all'estero) che non avessero votato. Possiamo già dire che questa misura provvisoria ha salvato dal commissariamento vari comuni nei quali c'era una sola lista; il problema, invece, non si è comunque posto nei comuni in cui le liste erano almeno due, bastando in quel caso anche un solo voto valido o poco di più, come insegna il caso di Sambuco... e se questo nome non vi dice nulla, beh, malissimo!
Sostanzialmente, anche in questa occasione, le liste presentate e degne di nota (accanto a quelle "normali", effettivamente legate al singolo comune in cui si vota) si possono dividere in tre macrocategorie: a) liste espressione di piccoli movimenti, nazionali o meno, in cerca di visibilità e magari di qualche eletto; b) liste presentate per ottenere licenze elettorali; c) liste messe in piedi per evitare il commissariamento in caso di mancato raggiungimento del quorum (che è calato, ma non si sa mai...) oppure per limitare l'accesso al consiglio comunale di eventuali liste esterne attraverso una minoranza "amica" o almeno legata al paese.
Prima di partire per il viaggio, ci si consenta una piccola nota, anche per far capire a chi legge come nasce questo testo. Per poter mappare ciò che accade "sotto i mille" è d'obbligo, a scrutinio finito, uno sguardo accurato al portale Eligendo del Ministero dell'interno, verificando tutti i risultati che interessano e cercando di interpretarli; il lavoro, però, inizia già prima del voto, valutando il quadro delle candidature comune per comune, per individuare in anticipo alcune delle realtà da osservare con attenzione. Negli ultimi anni il Viminale ha dato a suo modo una mano, pubblicando con un po' di anticipo il tabulato che contiene i nomi e la consistenza (quanti candidati, divisi per sesso) di tutte le liste presentate in ciascun comune chiamato al voto. In generale, però, la cosa migliore è cercare di procurarsi il maggior numero possibile di manifesti delle candidature dei comuni interessati dalle elezioni: ciò consente di avere migliori riproduzioni dei contrassegni di lista (quelli che tradizionalmente illustrano i nostri articoli), ma anche di vedere i nomi delle persone candidate nelle varie liste, verificando se certi nomi si ripetono (nello stesso anno o rispetto agli anni precedenti) e avendo qualche indicazione sull'origine di chi è stato messo in lista (ad esempio constatando che la maggior parte delle candidature sotto lo stesso simbolo non è legata a quel territorio). 
Il solo modo per trovare i manifesti (senza disturbare gli uffici elettorali comunali) è passare in rassegna il sito web di ogni comune in cui si vota, cercando la versione Pdf del manifesto. Se quest'operazione appare lunga e complessa, lettrici e lettori non immaginano quanto sia snervante: di frequente la ricerca diventa una sorta di caccia al tesoro o di nascondino. Qualche comune dedica alle sue elezioni amministrative una pagina ad hoc (come fanno i comuni superiori, tenuti a pubblicare i documenti per le norme sulla trasparenza elettorale) o più pagine, una per ogni notizia (così la ricerca si fa meno immediata), ma molti comuni piccoli non lo fanno: guardando certi siti istituzionali è difficile sapere che in quel comune si voterà (a volte c'è solo la relazione di fine mandato). Se manca una pagina dedicata, si deve battere con cura l'albo pretorio digitale (ogni comune per legge deve averlo), cercando la pubblicazione del manifesto (che, sempre per legge, va affisso - anche nell'albo - entro l'ottavo giorno prima del voto). Occorre però armarsi di molta pazienza, che può non bastare. Di solito in effetti il manifesto si trova, ma il problema è dove: a volte è catalogato sotto "Atti elettorali", "Affissioni elettorali" o "Manifesti elettorali", oppure semplicemente tra i "Manifesti"; spesso però quelle voci non ci sono (o ciò che serve non sta lì) e bisogna cercare alla voce "Avvisi" o "Avvisi pubblici". Se il documento salta fuori, si passa a un altro comune, ma a volte il manifesto non c'è proprio, neanche il giorno prima del voto. Quando si trova, peraltro, scatta il disappunto se è stata inserita la scansione del documento, a colori (ma in cattiva qualità) o addirittura in bianco e nero (lo ha fatto persino il comune di Bologna): una scelta inspiegabile, visto che basterebbe affiggere il Pdf chiesto alla tipografia. Per recuperare almeno il simbolo a colori in dimensioni maggiori rispetto a quelli impiegati dal Ministero dell'interno, resta la speranza che il sito della rispettiva Prefettura abbia caricato il fac simile della scheda del comune che interessa: a volte si è fortunati, a volte ci si deve arrendere.     
Una volta raccolto tutto ciò che si è riusciti a trovare e consultati tutti i dati utili, in ogni caso, è tempo di mettersi in viaggio. Si parte dal Nord e, naturalmente, non si può che iniziare da una regione che ci ha sempre regalato grandi soddisfazioni, tanto da meritarsi un libro ad hoc - cioè il nostro, M’imbuco a Sambuco!: andiamo a incominciare, dunque, dal Piemonte.

Il nostro viaggio inizia registrando una new entry, vale a dire un nome e un simbolo che finora non si era mai incontrato. Si tratta del Fronte Piemonte, soggetto politico con una sua pagina Facebook e un suo sito: proprio lì si scopre che quel soggetto politico è nato "
per espressa volontà dei Dirigenti e Militanti di Forza Nuova, con l’arduo compito di aggregare le varie comunità locali piemontesi, per creare una solida realtà che aiuti i figli dimenticati di questo paese"; se in Rete, peraltro, il simbolo riporta un profilo nero montuoso che si staglia su fondo rosso, sulle schede elettorali le montagne sono diventate verdi. Fronte Piemonte si è presentato a Casaleggio Novara e a Montaldo Torinese: se nel primo comune non ottiene seggi a causa della presenza di due liste locali su tre, nel piccolo comune torinese il Fronte è proprio la seconda lista di due e con 22 voti (pari al 6,7%) elegge tre consiglieri. Va aggiunto che Forza Nuova si è presentata con il proprio simbolo a Suno, comune in provincia di Novara intorno ai 2800 abitanti (nel quale dunque si sono dovute raccogliere le firme): anche lì le liste sono solo due, così Fn è riuscita a raccogliere 144 voti (il 16,03%), sufficienti a far conseguire i tre consiglieri di opposizione; uno di loro, tra l'altro, è Lorenzo Borioli, candidato sindaco del Fp a Casaleggio (a ulteriore conferma della vicinanza tra i due progetti politici).
Non è invece una new entry, ma a suo modo una conferma degli ultimi anni, il Partito Valore Umano: affacciatasi per la prima volta alle elezioni e alla notorietà nazionale partecipando con alcune liste alle politiche del 2018, da meno di un mese questa forza politica è riuscita a spuntare persino al Parlamento, pur non avendo eletto nessuno. Il 14 settembre scorso, infatti, al Senato è stata costituita la componente del gruppo misto "
Italexit - Partito Valore Umano": il Pvu, grazie alla sua partecipazione elettorale di tre anni e mezzo prima, ha permesso di al partito di Gianluigi Paragone (a Palazzo Madama rappresentato da lui e dal senatore Carlo Martelli, entrambi eletti nelle liste del M5S) di costituire una componente autonoma e di avere visibilità. 
Tornando al Piemonte, i
l Partito Valore Umano ha proposto tre liste, in particolare a Sant'Agata Fossili, nell'alessandrino, e in due comuni del cuneese, Entracque e Vinadio: nel primo comune sono arrivati 16 voti (7,44%) e un seggio, strappato alla seconda lista - Giovani Insieme per Sant’Agata - che evidentemente non doveva avere un grosso radicamento nel paese (34 voti in tutto). A Entracque le liste invece erano solo due e il Pvu, con il 10,43% raccolto grazie a 44 voti, ha eletto tre consiglieri, ma il risultato ottenuto a Vinadio può dirsi persino entusiasmante per il piccolo movimento: qui i voti sono 104, pari al 28,65%, contro i 105 (28,92%) della lista Diamo una mano a Vinadio (che come simbolo ha … una mano che ne regge un'altra più piccola): un solo voto ha separato le due liste di minoranza, così al Pvu è toccato un solo consigliere dei tre riservati all'opposizione; le due liste sconfitte, però, insieme hanno raccolto più voti di quella vincente (cosa che nei piccoli centri è decisamente rara) e la nuova amministrazione non potrà non tenere conto di questo.
Nel viaggio che prosegue troviamo poi il Movimento Progetto Piemonte, piccola formazione identitaria regionale (legata soprattutto a Massimo Iaretti9 
già vista in passato in queste elezioni nei microcomuni. Quest'anno il Mpp si è presentato ad Albano Vercellese e Cravagliana, sempre in provincia di Vercelli, località dell'Alta Valsesia a pochi chilometri dalla Svizzera. Se ad Albano la competizione tra le due liste locali (finita 95 a 91) ha lasciato un solo voto alla forza politica di cui si parla (appunto nel ruolo di terza lista), a Cravagliana oltre al Mpp c'era una sola lista di paese e con 25 voti, pari al 17,53%, sono arrivati scattano tre seggi: una percentuale di tutto rispetto per una lista oggettivamente esterna al paese. Sul piano grafico, il Movimento Progetto Piemonte ha confermato la scelta della semplicità, con un cerchio a fondo bianco bordato di nero, mentre al centro c'erano ancora le diciture "Lista Civica", "Progetto" con il nome del comune e la sigla del partito, tutte scritte in nero (font Helvetica Black).
Altra formazione certamente locale è Progetto Paese, una lista civica che si è incontrata alcune volte negli scorsi anni (soprattutto dal 2019, ma già presente nel 2018) e che ha ottenuto consiglieri in vari comuni. Il progetto politico-elettorale risulta legato all'associazione no profit Diritti e Libertà e si pone come "gruppo di persone dallo spirito liberale che curano con attenzione i territori, si impegnano a salvaguardare la qualità della vita di ogni cittadino, a proporre idee innovative sui territori e a combattere ogni forma di discriminazione all'interno delle istituzioni": il presidente di Diritti e Libertà è Davide Betti Balducci, candidato sindaco lo scorso anno a Parella e in questa tornata aspirante primo cittadino a Torino, sostenuto dal Partito Gay LGBT+ e dal Partito Animalista. Progetto Paese - che in questo turno elettorale curiosamente torna all'emblema standard usato nel 2019 (quello del 2020 manteneva il paesino stilizzato, ma era personalizzato con il nome del comune al voto), mentre nella sua pagina web il simbolo, a fondo blu con un leggero tricolore, è ancora diverso - si è presentato innanzitutto a Barbaresco (Cn), dove sono arrivati solo 12 voti (3,60%); 
a Lemie, nel torinese, lo stesso numero di voti (10,91%) ha invece fruttato i tre consiglieri di minoranza (incluso il delegato nazionale, Mimmo Dellisanti). Sempre in provincia di Torino, a Borgomasino, è arrivata la percentuale migliore (11,79%; capolista, tra l'altro, era Sara Franchino, già consigliera regionale dei Pensionati per Cota dal 2013 al 2014, nonché riferimento legale per Diritti e Libertà), ma le liste in gioco in tutto erano tre, quindi i 52 voti ottenuti non hanno fatto conseguire seggi (ma quei consensi sono stati ago della bilancia nella competizione elettorale: visto che tra le due liste locali è finita 201 a 188, chissà dove sarebbero finiti i voti di Progetto Paese se non si fosse presentata?).  
L'ultima lista presentata da Progetto Paese la si è trovata a Gravere, sempre in provincia di Torino, ma a pochi passi dalla Francia: lì, con il 4,24% (prodotto da 15 voti), sono arrivati comunque due seggi. Le formazioni in campo, in quel comune, erano infatti tre: una - Gravere 21-26 - era senza dubbio pienamente legata al paese, come dimostra il 92,37% ottenuto; il restante 3,39% (12 voti) e il terzo seggio di minoranza è toccato… alla Democrazia cristiana! Avete letto bene, anche se - visto ciò che si legge con frequenza su questo sito - probabilmente non ne sarete del tutto stupiti. Il simbolo è molto simile a quello coniato dalla Dc nel 1992 (con lo scudo crociato su fondo blu): nella forma attuale, con tanto di bordo bianco intorno allo scudo, è stato usato dal 2006 dalla Dc guidata da Giuseppe Pizza, poi dal primo tentativo di riattivare il partito guidato da Gianni Fontana e, più di recente, dal nuovo processo di riattivazione iniziato nel 2016-2017 e che oggi ha come segretario Renato Grassi. Non è un caso la comparsa del simbolo a Gravere: proprio lì, da una quarantina d'anni, ha una casa Mauro Carmagnola, segretario amministrativo della Dc-Grassi. Proprio Carmagnola si era presentato come candidato sindaco ("
vedo il paese spegnersi. Vale la pena tentare qualcosa" ha scritto sul suo profilo Facebook) e l'unico seggio ottenuto dal simbolo della Dc (cioè da uno dei gruppi che rivendica la continuità giuridica con il partito che, comunque la si pensi, ha avuto un ruolo chiave nella storia d'Italia) è toccato appunto a Carmagnola.
Restando ancora in provincia di Torino, a Brosso troviamo l'unica presenza piemontese di L'Altra Italia, formazione già nota a chi frequenta questo sito (e di cui, dallo scorso anno, si è sentito parlare parecchio). Analizzando la lista si trovano (come sempre) molti candidati nati in Puglia, compreso il candidato sindaco, Vincenzo Miggiano che è uno dei dirigenti del movimento (si tratta in particolare del tesoriere). La competizione elettorale è stata stravinta dalla lista lista locale Caro Brosso con 242 voti (88,32%); il simbolo con l'aquila tricolore (ricavata dalla vecchia fiamma del Msi) è riuscito a raccogliere un solo voto, mentre gli altri se li è aggiudicati una seconda lista, Uniti per Brosso: visto che l'affluenza ai seggi ha superato di pochissimo il 76%, il che fa capire che non c'era alcun problema di quorum da affrontare o prospettare, il risultato ottenuto fa pensare che Uniti per Brosso sia stata messa in piedi soprattutto per evitare l'ingresso di estranei in consiglio comunale.
Si è parlato prima di Barbaresco e, a rischio di ubriacarsi, vale la pena tornarci. Qui, infatti, oltre alla lista vincente, Barbaresco è presente (nel simbolo c'era un bicchiere in cui il vino tracciava la skyline del paese), che ha ottenuto 278 voti (83,48%) e a Progetto Paese di cui si è già detto, c'era un'altra lista, Barbaresco 20 21. L'occhio del #drogatodipolitica, più che dal simbolo (in cui si vede soprattutto un disegno della torre del paese) è attratto dal nome del candidato sindaco, Gianluca Noccetti. Nel torinese lui è ben noto (ne riparleremo), ma proprio a Barbaresco di certo lo conoscevano già: nel 2016 era stato eletto consigliere, quale candidato della Lista dei Grilli Parlanti - No Euro (il candidato sindaco era Franco Grillo) e con gli altri due eletti di quella formazione - le liste in corsa erano infatti solo due e i Grilli parlanti avevano conquistato tutti i seggi di minoranza - aveva poi formato il gruppo della Lega. 
Questa volta, come si è visto, Noccetti si era proposto come aspirante primo cittadino, schierando in lista anche gli altri due consiglieri uscenti del gruppo di minoranza, Giuseppe Franchi e Simone Galfrè: i 43 voti ottenuti, pari al 12,91%, sono bastati a riconfermare i tre seggi. A Lequio Tanaro, della provincia di Cuneo ("la Granda") come Barbaresco, è finita sulle schede una lista omologa: il simbolo di Lequio Tanaro 20 21, peraltro, è ancora più semplice e non contiene nessuna raffigurazione grafica. 
Il candidato sindaco, in questo caso, è Simone Galfrè, come si è già detto consigliere uscente di minoranza a Barbaresco: è stato eletto consigliere, insieme ad altre due persone, grazie ai 34 voti ottenuti dalla lista (9,19%) conto i 336 consensi della formazione locale.
Se si cambia provincia e si torna nel torinese, a Massello si sono presentate tre liste: due erano locali e si sono divise 44 dei 45 voti espressi (si noti che la popolazione legale è di 
56 abitanti, mentre nel 1861 era arrivata a 813 persone: il paese, a 1188 metri sul livello del mare e dalla popolazione in gran parte valdese, è un esempio tangibile dello spopolamento delle montagne), conquistando tutti i seggi del consiglio. L'unico altro voto valido (una persona ha lasciato bianca la scheda) è andato alla lista Piemont, la cui grafica (scritta bianca su fondo blu con drapeau piemontese limitato in un piccolo cerchio) è quasi identica a quella della lista Piemont Liber presentata nel 1992 alle elezioni politiche. Anche considerando questo particolare, non ci si stupisce troppo a trovare in lista alcune persone già viste nelle liste "20 21" (incluso Giuseppe Franchi, consigliere uscente a Barbaresco) o altre con cognomi altrettanto visti in quelle formazioni. Il quadro, peraltro, non sarebbe completo se non si notasse che Gianluca Noccetti, che nel 2016 si era anche candidato a sindaco di Torino (per Forza Toro, Mida Automobilisti, Amici a 4 zampe, Comitato Disoccupati Esodati e Lega Padana Piemont), quest'anno figurava tra i candidati della Lega al consiglio comunale di Torino e con lui c'era anche Roberto Cermignani (consigliere circoscrizionale leghista uscente, ma in passato nell'Italia dei valori, poi coordinatore di Centro democratico in Piemonte e mancato candidato presidente alle regionali piemontesi del 2014, dopo aver presentato al Viminale, prima delle europee, il simbolo Chiamiamolo per il Piemonte). Non è tutto: nella lista della Lega presentata per il voto nella quarta Circoscrizione, infatti, si potevano trovare Cermignani, Marco Di Silvestro (candidato sindaco di Piemont a Massello) e - si legga con attenzione e con rispetto - Marco Rabellino.  
Lasciando Massello - con un pensiero inevitabile a una lunga epoca elettorale intrisa di calcoli e spruzzata di guasconeria, ma che a quanto pare è tramontata, lasciando il passo a scelte più pragmatiche e alla ricomposizione di vecchie ferite - e girando per il Piemonte, la regione in assoluto più ricca di comuni "sotto i mille", si trovano poi alcune liste che sembrano essere state presentate più per evitare il rischio del mancato quorum (anche quando non si è concretizzato, anche avendo riguardo alle vecchie regole) che per competere. Per iniziare la carrellata, nel torinese, a Lusigliè si trova la lista Noi Insieme, che con 20 voti - 8,40% - ottiene tre seggi (alle elezioni si è comunque presentato ai seggi il 56,4% del corpo elettorale). A elezioni finite, tuttavia, si apprende che il neosindaco Angelo Marasca e la sua sfidante (e attuale capogruppo dell'opposizione) Monica Bertuzzi sono marito e moglie: uno scenario da "interno di casa con ospiti" (elettori) che sembra fatto apposta per evitare sorprese legate al quorum.
Spostandoci in provincia di Alessandria, a Montecastello la lista Ansema per Möntecasté (
ansema significa "insieme") si aggiudica come seconda (e unica altra) lista i tre seggi della minoranza con soli 12 voti (7,89%: anche qui vota comunque il 55,67% degli aventi diritto). A Castelnuovo Belbo (At) Uniti per Castelnuovo ha ottenuto 11 voti, pari al 2,00%: qui però le liste sulla scheda elettorale erano tre, per cui i presentatori non si aspettavano forse una seconda locale, che ha preso 191 voti (34,73%), o in alternativa potrebbe essersi trattato di un'operazione politica sfortunata. A Olmo Gentile, sempre nell'astigiano, la lista L'Otto Marzo - la forza delle donne i voti raccolti sono stati solo 4 voti (12,12%), ma sono stati sufficienti per conseguire i tre seggi di minoranza, visto che le liste erano solo due: lì, peraltro, hanno votato solo 37 aventi diritto su 118, una quota al di sotto del quorum del 40% (quindi stavolta la seconda lista è più facile da spiegare).
Passando alla provincia di Biella, merita innanzitutto una visitina il comune di Veglio: anche qui le liste presentate erano soltanto due. Accanto a Giovani x Veglio c'era la lista Giovani amministratori piemontesi: le urne hanno assegnato a quella formazione soltanto 6 voti (pari al 2,97%), ma questi sono bastati a portare a quella formazione i tre consiglieri di opposizione. Non si è trattato, ovviamente, dell'esordio elettorale di quella lista: l'anno scorso, infatti, il simbolo esclusivamente letterale dei Gap è apparso sulle schede elettorali di Tavigliano, ma anche prima la si era già vista. Per quello che si sa, la formazione dovrebbe essere legata alla Lega e, in particolare, alla sua giovanile.
Sempre in provincia di Biella, però, una tappa d'obbligo è Rosazza: questo piccolo comune, infatti, ha offerto ai #drogatidipolitica una delle chicche assolutamente imperdibili in questo turno elettorale. Nel 2016 divenne sindaca Francesca Del Mastro Delle Vedove, sorella di Andrea, deputato di Fratelli d’Italia biellese, e figlia di Sandro, ex parlamentare di AN: allora la lista aveva il simbolo ufficiale di Fdi e - curiosità  già notevole - tra gli eletti c’era Carlo Fidanza, attuale europarlamentare (nemmeno originario di quel territorio). Nel 2021 la sindaca uscente si è ripresentata con un simbolo civico, #Ricostruiamo Rosazza (ma viene da chiedersi: chi l’avrebbe demolita, visto che amministrava lei con le persone di sua fiducia?): il paese ha 124 elettori, hanno votato in 57 e probabilmente qualche rischio di non superare il quorum (anche nella sua nuova versione) esisteva. Si può spiegare così la presenza di una seconda lista che, con notevole esercizio di fantasia, viene chiamata Lista n. 2 (provare, anzi, guardare per credere!)... e il simbolo? "Beh, siam biellesi, perché sprecare colore?", così la scritta nera su fondo bianco con cerchio bordato di nero è stata ritenuta sufficiente. Sarà stato il poco appeal di simbolo e nome, sarà stata la composizione della lista, praticamente tutta fatta di extra muros: come che sia stato, si è verificata un'anomalia assoluta, per cui la seconda lista non è stata scelta da nessuna elettrice o da nessun elettore. Morale, per la serie "Mi piace vincere facile", la competizione elettorale finisce 56 voti a zero e tutti i dieci seggi del consiglio comunale vanno alla lista della sindaca uscente (persino quando le liste sono due, per ottenere i tre seggi di minoranza almeno un voto bisogna prenderlo...).
Facendo, per finire, un salto in provincia di Vercelli, precisamente a Quinto Vercellese, si scopre che lì per la prima volta dopo anni si sono presentate due liste tutte locali: in passato infatti, al di là della presenza stabile della lista Per Quinto (che anche quest'anno ha espresso il sindaco, Giuseppe Ghisio), a rappresentare la minoranza erano stati esponenti di liste esterne di partito o quasi (Fiamma Tricolore, Forza Nuova, una civica di destra nel 2016). La presentazione di una seconda lista locale (denominata Lista civica per il cambiamento, con l'immagine di un libro aperto al centro) ha probabilmente invogliato maggiormente le elettrici e gli elettori a esprimersi: si è recato alle urne ben l'86,02% degli aventi diritto, forse un record a livello nazionale in questo turno elettorale...

In Liguria, essendoci poco da segnalare, ci si trattiene poco. Giusto il tempo di un primo giretto a Orero, in provincia di Genova, dove Giacomo (Mino) Gnecco ha vinto con assoluta tranquillità sulla lista Insieme per Orero, presentata a sostegno della candidatura a sindaco di Iolanda (detta Iole) Bacigalupi vedova Monteverdi: lei ha infatti ottenuto 21 voti (7,05%), comunque sufficienti a portare a casa i tre seggi della minoranza (gli stessi che la lista aveva già ottenuto nel 2016, avendo però raccolto un risultato migliore: 50 voti, pari allora al 15,2%). Si noti che a Orero ha votato il 61,15% del corpo elettorale, quindi non pare che la presenza della lista sia stata suggerita dall'opportunità di evitare problemi di quorum
Prima di lasciare la regione, poi, si può ancora fare un giro ad Armo, in provincia di Imperia. Anche in questo caso elettrici ed elettori trovano sulla scheda due formazioni: ha vinto bene quella dalla grafica più semplice (un campanile con tanto di campane che suonano), vale a dire la lista Pro Armo. Quanto alla seconda compagine in campo, cioè la lista Crescere insieme Armo (con la classica stretta di mano come elemento principale del contrassegno elettorale), ha raccolto in tutto 8 voti (pari al 14,04%) che si sono puntualmente trasformati nei tre seggi di minoranza. Anche in questo caso vale la pena dare un'occhiata all'affluenza e si nota che si è recato alle urne il 64,04%, dunque forse non ci si erano posti particolari problemi di quorum. Appare più probabile che gli abitanti si siano voluti cautelare da eventuali liste esterne e da eventuali sorprese nel risultato finale: qualcosa di simile era accaduto nel 2006, quando la lista Patria e Tradizione - Destra per l'Italia (certamente non legata al paese) con un solo voto si era aggiudicata addirittura 4 seggi (tanti ne spettavano allora alle minoranze nei comuni "sotto i mille").

Qualche tappa in più del nostro percorso si trova in Lombardia, la più popolosa regione italiana: lì, infatti, si scoprono alcuni casi interessanti. Partiamo dal piccolissimo comune di Morterone in provincia di Lecco (28 abitanti, 27 elettori, 22 votanti): lì si presentano due liste composte entrambe di residenti fuori paese (inclusi i sindaci). Ha vinto la lista Monterone insieme - con il profilo del Resegone nel simbolo - grazie a 12 voti (57,14%), sufficienti a ottenere 7 seggi, mentre la seconda lista (anche in base all'ordine sorteggiato per le schede) era del Partito Gay LGBT+, destinatario dei restanti 9 voti (nelle urne si è trovata anche una scheda bianca) e dei tre consiglieri di minoranza. Va segnalato che, a urne chiuse, la lista sconfitta (che proponeva come candidato sindaco Andrea Grassi) ha presentato ricorso, lamentando come Morterone insieme - tutta composta da candidati provenienti da Ballabio, dalla Valsassina e da Lecco - fosse stata ammessa nonostante i documenti fossero stati presentati 30 minuti dopo l'orario limite, mettendo dunque in discussione la regolarità delle elezioni e la vittoria di Dario Pesenti (primo sindaco a non chiamarsi Invernizzi o Redaelli). Il ricorso sarà discusso e magari se ne vedrà l'esito; nel frattempo la vita scorre come può nel paesino a 1070 metri di altitudine, il più piccolo comune d’Italia (e qualcuno potrebbe interrogarsi su quale senso abbia mantenere in vita enti così piccoli). 
Si è parlato poco fa del Partito Gay LGBT+, che certamente non può dirsi confinato ai microcomuni: si è dato conto, nelle settimane scorse, della sua presenza alle consultazioni di importanti città (a partire da Torino, Milano, Bologna, Roma, Napoli). Questa forza politica, in ogni caso, si è presentata pure a Valnegra, nel bresciano, centrando anche lì l'obiettivo di entrare in consiglio comunale con due esponenti, grazie ai 14 voti ricevuti (pari al 12,28%). Il terzo scranno riservato alle minoranze se l'è aggiudicato la lista Impegno civico, sulla base dei suoi 10 voti. Considerando che gli elettori erano 182, 118 dei quali hanno votato, è difficile spiegare la presentazione di una lista dichiaratamente civica (con tanto di montagne nel simbolo, le stesse di cui la lista intendeva evitare lo spopolamento con misure ad hoc) ma dimostratasi ben poco competitiva.
In un certo senso si è ritrovata più logica nella presentazione, nel comune comasco di Veleso, della lista Veleso Futura. Considerando che del 243 aventi diritto al voto si sono recate alle urne solo 119 persone (poco meno della metà, dunque), il rischio di non raggiungere il quorum del 40% del corpo elettorale non era campato in aria (mentre sarebbe stato assai probabile un commissariamento con le regole ordinarie, in base alle quali dovrebbe votare almeno un avente diritto su due). A conti fatti, in ogni caso, la lista in questione ha ottenuto solo 3 voti (2,83%), tanti quanti i seggi di minoranza che le sono stati automaticamente attribuiti, stante la presenza di due sole liste. Bene che si sia evitato il commissariamento, certo, ma casi simili inducono a riflettere sull'opportunità di ritoccare il meccanismo di assegnazione dei seggi (che, in casi come questi, finisce per sovrarappresentare di parecchio le minoranze). 
Nel pavese merita un giretto, invece, innanzitutto il comune di Breme, in cui una lista locale (Lista civica per Breme) fa man bassa di voti, vincendo con il 91,3%. Lì si è presentata anche L'Altra Italia, scelta però soltanto da 3 persone in cabina elettorale. I 27 voti che mancano all'appello sono finiti invece alla lista Patria e Libertà per la Lomellina provincia: questa (inconfondibile con la sua testa di aquila su stella tricolore), con il 7,83%, ha mandato in consiglio comunale Luca Battista, storico esponente della destra sociale della zona (oggi milita in Fratelli d'Italia) e altri due candidati. 
L’Altra Italia ha tentato una sortita elettorale anche a Rognano, sempre in provincia di Pavia, ma anche qui le liste locali erano due e le hanno lasciato solo 4 voti (1,28%). In proporzione è andata decisamente meglio a Sant’Angelo Lomellina alla lista presentata da Grande Nord (ribattezzata in questo caso Grande Sant'Angelo): con 27 voti (pari al 9,34%), infatti, è riuscita a conquistare tutti e tre i seggi di minoranza. Un dettaglio non secondario: considerando che solo il 43,26% del corpo elettorale ha effettivamente esercitato il diritto di voto, qualche rischio di non raggiungere il quorum (anche nella versione "alleggerita" valida per queste elezioni) c'era, quindi la seconda lista aveva oggettivamente una sua utilità, anche se in questo caso non è stata fondamentale.
Se in Emilia-Romagna non si sono registrati casi di comuni "sotto i mille" chiamati al voto (quindi non ci si passa, nemmeno per fare un giro dalle parti di uno degli autori), vale la pena fare una capatina in Veneto, terra di solito poco interessata da questo fenomeno, ma che comunque offre tre spunti degni di nota in altrettanti comuni. I primi riguardano il Partito dei Veneti, movimento dal carattere chiaramente locale: si è presentato a Rotzo, nel vicentino, ma le due liste locali gli hanno lasciato poco spazio, così i voti raccolti sono stati solo 6 (1,25%). 
Oggettivamente è andata un po' meglio a Portobuffolè, in provincia di Treviso: lì sono arrivati 30 voti (pari al 8,85%), trasformati in due dei tre seggi di minoranza. Il terzo se l'è aggiudicato la terza lista presentata, Per Portobuffolè, scelta da 21 tra elettrici ed elettori (6,19%). Vale la pena ricordare che nel 2016 le liste erano state due: se quella vincente era stata sempre Viviamo Portobuffolè - Lega (allora Nord) - i seggi riservati all'opposizione erano toccati tutti a Forza Nuova. Su uno di questi si era insediata Jennipher Gola: proprio lei, in questo turno elettorale, è stata l'aspirante sindaca indicata da Per Portobuffolè (non a caso i media locali hanno parlato della sua come "lista di destra"). 
L'ultima tappa veneta è Selva di Cadore, altro microcomune in cui si sono affrontate due liste (mentre nel 2016 se ne era presentata una sola). La lista Selva c'è! ha vinto senza alcun dubbio, concentrando 289 voti su 300; l'altra formazione, Insieme per Selva di Cadore, ha raccolto i restanti 11 consensi (pari al 3,67%), trasformati nei tre seggi di minoranza. A Selva vota il 65,46% (e anche cinque anni fa l'affluenza, pur risultando più bassa, si era tenuta a distanza di sicurezza dal quorum previsto dalla legge): si può dunque escludere che la presenza della seconda lista sia stata sollecitata dal desiderio di evitare il commissariamento.

La prima parte del viaggio si chiude qui. Nell'attesa di scendere nelle regioni del Centro e del Sud, c'è ancora il tempo di un'ultima segnalazione, un po' piemontese e un po' lombarda. In particolare, a Lozzolo e a Caglio (due comuni rispettivamente in provincia di Vercelli e di Como) hanno partecipato alle ultime elezioni quattro liste, un'anomalia rispetto alle realtà viste sin qui (che non sono mai andate, come si è visto, oltre le tre formazioni in corsa). 
Qui però sembra più difficile pensare a fenomeni strani o potenzialmente torbidi: l'analisi dei risultati (che non danno conto di simboli con un consenso vicino allo zero), infatti, fa pensare quasi sempre a liste espressione di parte delle comunità locali. Ciò non toglie che, a confronto con molti paesi monolista o al più bilista, si sia di fronte a due casi di forte (e insolita) partecipazione alla vita amministrativa. Di più, in entrambi i casi i tre seggi di minoranza sono andati uno a testa alle liste sconfitte (proprio perché non troppo lontane tra loro nei voti ottenuti): per questo, in ciascuno di questi due consigli comunali ci saranno ben quattro gruppi consiliari!

(1 - continua)

domenica 27 settembre 2020

Simboli sotto i mille (2020): Carbone, estraneo che vince... si dimette (di Massimo Bosso)

Poteva forse mancare quest'anno l'aggiornamento sulle elezioni nei comuni sotto i mille abitanti, con le liste presentate senza bisogno di raccogliere le firme? Ovviamente no: quel mondo è cambiato, si è ridimensionato negli ultimi anni (anche per l'uscita di scena di vari personaggi che si erano particolarmente espressi nella presentazione di liste, soprattutto in Piemonte), ma merita ancora di essere raccontato. Sia perché qualcuno ci crede ancora, perfino su scala nazionale, sia perché qualche caso è davvero clamoroso. E visto che uno di questi è balzato all'attenzione dei media, dobbiamo stravolgere la geografia e partire non dal Nord del sempreverde Piemonte e nemmeno dal Centro del Molise (per anni vera "terra di meraviglie" per gli osservatori compulsivi delle elezioni "sotto i mille"), bensì dal Sud. 

La prima tappa del nostro viaggio non può che essere Carbone, piccolo comune in provincia di Potenza, 1033 elettori, ma con una popolazione di 705 abitanti in base al censimento del 2011 (quello che tuttora fa fede per decidere quali regole si applicano per le elezioni comunali); la differenza, incidentalmente, è anche dovuta all'elevato numero di iscritti all'Aire, l'Anagrafe degli italiani residenti all'estero (al Centro-Sud accade spesso). Nel 2015 aveva votato solo il 33,52% degli aventi diritto, ma la presenza di due liste locali non aveva creato alcun problema di quorum. Il sindaco uscente, Mario Chiorazzo, aveva però appena concluso il terzo mandato e non si sarebbe potuto ricandidare; si era reso così necessario trovare un'altra persona disponibile. Questa era stata individuata in Nicola Consiglio, che tra l'altro era stato sindaco nel 2000; la lista Uniti per Carbone - che come simbolo aveva una foto del paese ritagliata sul profilo tridimensionale della Basilicata, per ricordare che anche i piccoli comuni, sempre più svuotati dall'immigrazione e sempre più poveri, avevano bisogno di attenzione - era stata formata, ma essendo stata consegnata con un quarto d'ora di ritardo rispetto all'orario limite per la presentazione, dunque è stata esclusa. 
Il fatto era che, nelle ore precedenti, erano state presentate altre due liste che, invece, non presentavano alcun vizio formale nei pochi documenti necessari per concorrere. Non si dispone del manifesto delle candidature, ma gli articoli di cronaca che si sono già occupati del caso hanno parlato di persone che non solo non risiedono a Carbone, ma a quanto pare nemmeno sul territorio regionale (si sono indicate, in particolare, Calabria, Sicilia e Puglia come regioni di provenienza). La lista n. 2 era L'Altra Italia: la sua presenza non stupisce più di tanto, abituati come si è a vederla in molti comuni, soprattutto "sotto i mille" (se ne avrà la prova durante tutto il viaggio), così come non turba il vedere - come in passato - che ogni volta viene presentato lo stesso programma, prestampato, con lo spazio per indicare volta per volta il comune in cui ci si presenta. 
La lista n. 1, invece, era Onesti e liberi. Il nome formalmente è nuovo, non essendo stato incontrato fin qui; in ogni caso il simbolo dà l'impressione del "già visto", un po' perché la scritta nera in Arial Black su fondo giallo sembra davvero molto semplice e anonimo, un po' perché effettivamente la font e il colore ricordano assai da vicino la lista Obiettivo comune vista nel 2017 nel piccolo comune di Teana, sempre nel potentino (anzi, per l'esattezza Teana confina con Carbone). Allora quella lista non aveva raccolto nemmeno un voto (i consensi se li erano quasi equamente divisi le altre due formazioni in campo, chiaramente autoctone), questa volta invece le cose sono andate diversamente.
Posto che, come ormai ben sappiamo, quando le liste sono soltanto due le elezioni sono comunque valide, purché ci sia almeno un voto valido (è più facile che accada che una delle due liste non riceva voti, per cui resta senza seggi). Alla fine hanno votato in 175 aventi diritto (il 16,94%, mentre per il contemporaneo referendum si sono espressi in 217 su 517, con numeri diversi dovuti al voto per corrispondenza degli iscritti Aire): di quelle 175 persone, 59 hanno lasciato bianca la scheda, 24 l'hanno annullata, 78 hanno segnato il simbolo di Onesti e liberi (un numero enorme, a pensarci bene, per un candidato sindaco proveniente da Messina, che nessuno in paese conosce) e gli altri 14 hanno scelto L'Altra Italia. 
Per i #drogatidipolitica sarebbe fin troppo facile pensare a un bis del "caso Sambuco" del 2007, con la differenza che il sindaco eletto qui non era stato eletto con quattro voti validi su cinque, ma da 78 su 92 voti validi. In realtà uno scenario "simil-Sambuco" - con un sindaco "alieno" ben deciso a restare al suo posto anche a dispetto della volontà dei cittadini - non si verificherà: tempo un paio di giorni dalla proclamazione, infatti, e il sindaco neoeletto Vincenzo Scavello - che probabilmente non avrebbe voluto tutta questa pubblicità - ha prontamente presentato le dimissioni, alla pari dei consiglieri, provocando l'immediato commissariamento del comune e facendo decadere anche i consiglieri appena eletti da L'Altra Italia. 
Carbone, a questo punto, tornerà al voto in primavera e, nell'attesa, sorgono spontanee alcune domande: cosa avrà spinto 78 carbonesi a votare un perfetto sconosciuto? Perché hanno preferito lui al candidato dell'Altra Italia? (Forse, sapendo di dover scegliere tra due forestieri, elettrici ed elettori hanno scelto un simbolo non connotato politicamente e che lasciava ben sperare quanto a valori comunicati). Sopratutto, che senso ha candidarsi a una carica comunque importante (quella di sindaco) per poi rinunciare poche ore dopo un successo insperato? Certo l'episodio precedente del 2017 nella vicinissima Teana fa pensare a un disegno strutturato o comunque ben pensato. Viene facile pensare all'art. 81, comma 3 della legge n. 121/1981 (Nuovo ordinamento dell'Amministrazione della pubblica sicurezza), in base al quale "Gli appartenenti alle forze di polizia candidati ad elezioni politiche o amministrative sono posti in aspettativa speciale con assegni dal momento della accettazione della candidatura per la durata della campagna elettorale e possono svolgere attività politica e di propaganda, al di fuori dell'ambito dei rispettivi uffici e in abito civile"; garanzie assai più ridotte sono previste per i dipendenti pubblici. Non è dato sapere cosa abbia spinto alla candidatura Scavello e i candidati consiglieri della sua lista, né se qualcuno di loro appartenga alle forze di polizia. C'è solo la dichiarazione di Damiano Cosimo (Mino) Cartelli, fondatore e leader dell'Altra Italia, rilasciata a Gazzettadellavaldagri.it: "Fin dall'inizio abbiamo scelto di candidarci in tutta Italia. Mandiamo uomini di provata fede e legalità. I piccoli paesi hanno, in generale, tutti gli stessi problemi, quindi il nostro programma elettorale è il medesimo, perché tutte queste realtà in cui siamo presenti hanno problemi simili. Nella nostra lista non ci sono carabinieri o altri appartenenti alle forze dell’ordine che potrebbero fruire di aspettative pagate dallo Stato". Di queste parole si prende atto, intanto il mistero di Carbone continua.

Postilla di Gabriele Maestri: Già prima che si celebrassero le elezioni, il sindaco uscente Mario Chiorazzo - parlando con il sito LaSiritide - si era dichiarato perplesso di fronte a una norma che "dà la possibilità di poter presentare delle liste composte, come nel caso di Carbone, da persone che nulla hanno a che fare con la nostra comunità, alla comunità completamente sconosciute, che mai sono state nel nostro territorio, che ne ignorano la storia, la cultura, le tradizioni. [...] Tutto questo è legittimo, per carità. Una cosa, però, che la normativa non contempla ma che dovrebbe essere il suo complemento nella sua applicazione è un valore, questo valore si chiama 'etica'. Questo dovrebbe essere alla base sia se si tratta di uomini dello Stato e sia se si tratta di persone che presumono con superficialità di poter amministrare il Comune di Carbone da circa 400 chilometri di distanza, convinti che l’azione amministrativa di una comunità si possa fare in smart working". A spoglio completato e a dimissioni consumate, Chiorazzo ha dichiarato ad AdnKronos: "E' legittimo presentarsi, pure se non si è residenti, ma basta una piccola modifica [delle disposizioni, ndb]. Siccome per i Comuni sotto i mille abitanti non serve il numero di sottoscrittori della lista, basterebbe prevedere anche un minino di firmatari, 20 ad esempio. In questo modo si evita che persone di altre regioni, non interessate ad amministrare, vengano qui a presentare le loro candidature''.
In effetti, prima che venisse approvata la legge n. 81/1993 - quella che ha introdotto, tra l'altro, l'elezione diretta del sindaco - nei comuni sotto i duemila abitanti occorreva raccogliere dieci firme. Quando però la riforma delle norme elettorali di comuni e province arrivò in aula alla Camera per la prima volta, nel testo era già presente la disposizione oggi in vigore, in base alla quale "Nessuna sottoscrizione è richiesta per la dichiarazione di presentazione di liste nei comuni con popolazione inferiore a 1.000 abitanti" (art. 3, comma 2 della legge n. 81/1993). Quel testo non era spuntato a caso: era presente - salvo errore - in una sola delle proposte di legge che la commissione Affari costituzionali di Montecitorio dovette esaminare in materia di elezioni amministrative, cioè quella - la n. 1251 - che aveva come primo firmatario Adriano Ciaffi, assieme ad altri deputati della Democrazia cristiana. Lo stesso Ciaffi, peraltro, era presidente della citata commissione e, nel redigere il testo base, inevitabilmente considerò anche la sua proposta e la inserì.
Curiosamente, quella disposizione non venne motivata né nella relazione della proposta Ciaffi, né in quella di maggioranza che lo stesso Ciaffi presentò alla Camera; non se ne occuparono nemmeno le relazioni di minoranza (affidate a Mario Brunetti del Prc e a Domenico Nania del Msi). A dire il vero, non si trattò di una norma particolarmente avversata: se il primo comma dell'art. 3, che aveva previsto un numero di firme da raccogliere assai più elevato che in passato (al dichiarato scopo di ridurre la proliferazione di liste alle elezioni), era stato oggetto di oltre sei pagine di emendamenti, con riferimento al secondo comma erano state presentate solo due proposte emendative (quella della Lega Nord, a prima firma di Roberto Maroni, puntava a parificare i comuni "sotto i mille" agli altri, obbligando alla raccolta di firme; quella del deputato democristiano Raffaele Tiscar proponeva di esentare dall'obbligo di sottoscrivere la lista solo i comuni con meno di cento abitanti). Entrambi gli emendamenti furono bocciati il 12 gennaio 1993, ma anche in quel caso nessuno si premurò di spiegare in aula il senso della norma contestata o della modifica proposta.
In effetti, durante il dibattito in commissione Affari costituzionali, il deputato Diego Novelli (La Rete) notò l'inutilità della raccolta firme nei comuni più piccoli, "in cui tutti si conoscono". Le ragioni, tuttavia, erano probabilmente anche altre e chi vive o magari opera in paesi così piccoli le conosce o le comprende. Presentare liste nei "comunelli" è semplicissimo sulla carta, ma può comportare qualche problema: candidarsi per sfidare il sindaco uscente o con l'idea di prenderne il posto dopo il secondo mandato può far nascere o esacerbare tensioni in una microcomunità in cui tutti si conoscono. Anche il semplice gesto di sottoscrivere una lista, consentendole di presentarsi, può esporre chi firma ai giudizi delle persone, in particolare di chi lavora in comune o di chi lo amministra: il cittadino o la cittadina potrebbe non voler far sapere al sindaco uscente che sosterrà un suo avversario o che appoggerà una persona a questi non gradita (col rischio magari di compromettere sue successive richieste o anche solo i normali rapporti sociali di un minigruppo di persone); la questione sarebbe aggravata dal fatto che, in luoghi così piccoli, ad autenticare le firme davanti a chi sottoscrive dovrebbero essere per necessità funzionari comunali o gli stessi amministratori in carica. Queste ragioni concrete, unite al numero oggettivamente basso di sottoscrizioni da raccogliere, devono aver guidato il legislatore nell'approvare questa disposizione fin dal primo passaggio parlamentare, semplificando così il procedimento. Certo, né Adriano Ciaffi né tutti coloro che hanno accolto l'esonero dalla raccolta firme nei comuni "sotto i mille" avevano pensato che un giorno gruppi di persone provenienti da altre regioni si sarebbero candidati alla guida di un comune lontanissimo da loro, salvo poi dimettersi di corsa non appena vinta inaspettatamente la sfida. Si tratta di una situazione nuova, da valutare con attenzione: si può lasciare tutto così o si possono reintrodurre le firme da raccogliere, sapendo che una novità simile non piacerà nemmeno agli autoctoni.

Grazie a Nicola Consiglio per avere fornito il simbolo di Uniti per Carbone.