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sabato 8 febbraio 2014

I Popolari per l'Italia: una freccia, in barba ai flop di un anno fa

Bisogna proprio dirlo: a qualcuno i flop del recente passato non fanno paura. Anche quando, in fondo, ricordarli è piuttosto semplice. C'era un minimo di attesa per la presentazione - prevista per oggi - del simbolo dei Popolari per l'Italia, la nuova formazione di Mario Mauro, Andrea Olivero e degli altri fuoriusciti da Scelta civica. Qualcuno, ovviamente, più che all'emblema pensava al problema spinoso della collocazione, visto che l'ex forzista-pidiellino Mauro in questi giorni ha marcato più volte le distanze da Slivio Berlusconi, proprio quando i probabili nuovi compagni di strada dell'Udc hanno annunciato con Pierferdinando Casini il loro ritorno nel centrodestra. Un tempismo invidiabile, non c'è che dire, ma ormai il meccanismo era avviato e il rito dell'emblema doveva compiersi. 
Giusto qualche giorno fa erano circolate alcune protografiche, legate ai primi appuntamenti che hanno sancito la nascita del partito: come ingredienti, i soliti quattro colori nazionali, con una striscia tricolore diagonale crescente su fondo blu, con le scritte sulle bande colorate a seguire il loro andamento. Oggi che l'emblema è stato varato, bisogna riconoscere a chi ha concepito la grafica un tasso di estro contenuto, incurante di alcuni canoni di leggibilità e - come si diceva - dei precedenti dal retrogusto amaro.
Già, perché il tema già anticipato del tricolore diagonale è interpretato con la sovrapposizione di tre frecce, quella bianca sopra le altre, a coprire parzialmente quella verde e quella rossa, pronte a fermare un freccione che, ospitando il nome del partito nel suo corpo, punta in alto (e, viste le dimensioni del partito, è un obiettivo ambizioso) e a destra (si può anche dire avanti, ma difficilmente pare che la strada porti a sinistra). iIl tutto su uno sfondo blu-azzurro, con tre cerchi tangenti, dal più grande scuro al più interno chiaro, a tentare di movimentare un po' il contrassegno.
Il simbolo potrebbe finire sulle schede già alle amministrative (oltre che alle europee), ma non si può non spingere la memoria indietro di un anno e passa, quando le frecce sembravano andare per la maggiore tra gli ultraliberisti antitasse: Tremonti (con il suo 3L) abbandonò in fretta le sue velleità sagittarie, i libertari di Forza evasori - Stato ladro si scontrarono mortalmente con il "no" del Viminale; si salvò solo Fare per Fermare il declino, almeno fino all'incidente dei titoli di Oscar Giannino, che decretò il de profundis elettorale per la formazione che sembrava concretamente avviata a ben altri risultati. Che la freccia potesse portare grane, però, non sembra nemmeno avere sfiorato i grafici dell'ultimo simbolo nato e i loro committenti. Poco superstiziosi, forse, ma il lato estetico lascia a desiderare: il premio per il miglior simbolo del 2014 non lo vinceranno i Popolari per l'italia, poco ma sicuro.
 

mercoledì 16 gennaio 2013

Analisi e considerazioni sull'esame dei contrassegni

Varie conferme e qualche sorpresa nello scorrere la lista delle ricusazioni operate dal Ministero dell'Interno sui 219 contrassegni depositati per le elezioni del 24 e 25 febbraio 2013. Non si terranno in considerazione qui gli emblemi che sono stati considerati senza effetti, per l’incompletezza della documentazione: come è noto, non viene compiuto alcun esame su di essi (potrebbero essere ammissibili, come pure non esserlo, ma semplicemente quel profilo non viene nemmeno valutato visto che non sarebbe comunque possibile presentare candidature), per cui è più interessante capire cosa ha portato a respingere gli altri marchi politici. 
I casi più scottanti, quasi inutile dirlo, erano quelli legati ai simboli "clonati" del Movimento 5 Stelle, di Rivoluzione civile e della "lista Monti" (che pure non era clonata a tutti gli effetti, essendo la grafica molto diversa da quella delle due liste a sostegno del Presidente del Consiglio uscente). Come in molti (a partire dal sottoscritto) avevano previsto, i funzionari del Viminale hanno ricusato i simboli che la stampa ha in fretta battezzato come "falsi", anche se erano stati depositati tra i primi (dunque in teoria in posizione "più forte" rispetto ai simboli "clonati") e anche se i presentatori ritenevano di avere diritto di utilizzare quelle grafiche e quei nomi. 
Per quanto si può immaginare, il Ministero deve avere applicato a questi casi l'ormai noto articolo 14 comma 5 del decreto legislativo n. 361/1957 (testo unico per l'elezione della Camera), in base al quale non è ammessa la presentazione di un contrassegno
"con il solo scopo di precluderne surrettiziamente l'uso ad altri soggetti politici interessati a farvi ricorso". Ciò valeva sicuramente per il M5S, che dal 2010 in avanti ha partecipato a varie tornate elettorali (comunali e regionali) con il simbolo depositato venerdì, ma si può applicare anche alle formazioni a sostegno di Antonio Ingroia e di Mario Monti, che sono alla prima partecipazione elettorale, ma hanno acquistato indubbiamente notorietà negli ultimi giorni grazie all'esposizione mediatica notevole che hanno ricevuto.
Se, nelle loro decisioni, i giudici e l'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Cassazione hanno finora stabilito che questa, come le altre disposizioni dell'articolo 14, sono a tutela innanzitutto degli elettori, si finirebbe per trarli in inganno se si permettesse a soggetti diversi, magari costituiti prima ma certamente meno noti, di utilizzare nomi e simboli che il "pubblico" elettorale ha già collegato ad altri soggetti. 
Se vorranno, i depositari dei tre emblemi in questione potranno modificare le loro icone (ad esempio togliendo la "V" e sostituendo il disegno delle cinque stelle con la dicitura "5 stelle" - ammesso che sia ritenuto sufficiente - oppure riducendo le dimensioni del cognome Monti e aggiungendo il nome Samuele, nel caso del Comitato Monti presidente); non è improbabile, tuttavia, che questi soggetti desistano dalla sostituzione (e il loro emblema sarà definitivamente ricusato) o ricorrano all'Ufficio presso la Cassazione, sperando di avere ragione e di tornare "in corsa".
Per ora, tra l'altro, è saltato anche il simbolo elettorale della Lega Nord, cui per l'occasione è stata aggiunta la "pulce" del movimento 3L di Giulio Tremonti: la ricusazione sarebbe stata causata dall'espressione "TreMonti" (volutamente inserita all'interno del contrassegno), che un po' rimanderebbe indebitamente alla figura del Presidente del Consiglio uscente (senza che sia il capo della coalizione sottoscritto dalla stessa Lega Nord), un po' si porrebbe in contrasto con l'altro nome indicato correttamente sull'emblema, quello di Roberto Maroni. Un semplice ritocco, in ogni caso, e il simbolo tornerà certamente ammissibile (e c'è da scommettere che chi aveva presentato il simbolo se lo aspettasse).
Restando in ambito "grillino", sono stati comprensibilmente bocciati, ma per semplice confondibilità, anche i contrassegni del Voto di protesta - Diritto alla dignità (specie per l'espressione BEPPEciRILLO.IT presente alla base del cerchio, simile a "Beppegrillo.it" ma fondamentale per capire che a presentare il contrassegno era stato il sessuologo Giuseppe Cirillo, già fondatore del Partito Preservativi Gratis e del Partito Impotenti esistenziali) e del Partito dei cittadini: il nome era impossibile da trovare nel contrassegno (c'era solo la sigla Pdc), in compenso era evidentissima la dicitura "5° Fabiola Stella", con il nome di persona piccolissimo e all'interno di un gran numero di stelle. Impossibile confondere le grafiche, ma evidentemente per qualcuno si è comunque passato il segno.
Colpisce assai di più invece l'esclusione - a meno di modifiche dell'ultim'ora - del Movimento No Euro - Lista del Grillo parlante di Renzo Rabellino: nel 2008 in effetti era stato ricusato il contrassegno per la troppa evidenza data alla parola Grillo, ma questa volta il termine usato in partenza era "Grilli", con una raffigurazione simile a quella poi ammessa nel 2008. E' probabile che il Viminale abbia ritenuto fuorviante la presenza di un solo grillo sul simbolo (nel 2008 alla fine ne furono inseriti due e anche l'anno dopo alle europee l'emblema rimase così), ma soprattutto è facile immaginare che l'esame sia stato inasprito rispetto a 5 anni prima, per la reale partecipazione di Beppe Grillo alle elezioni come capo di una forza politica in corsa e per il suo inserimento in un altro contrassegno (anche la quasi invisibilità della parola "parlanti" non ha certo aiutato ad ammorbidire il verdetto). 
E' stato b
occiato anche, sempre per confondibilità, un'altro dei due contrassegni storicamente vicini a Rabellino, la Lega padana. Si noti peraltro che a determinare la ricusazione, probabilmente, non è stato il termine "Lega" (accettato in molte altre varianti), bensì il suo accostamento all'aggettivo "Padana", che lo avrebbe reso confondibile con l'Unione padana di Giulio Arrighini e Roberto Bernardelli (depositato in precedenza e con la croce di San Giorgio lombarda nella parte inferiore dell'emblema) e forse anche con la Lega Nord (che aveva presentato un esposto proprio per quel motivo, contro questo e altri simboli, verso i quali invece non c'è stato successo)
; non a caso, la variante Lega Centro è stata accettata senza problemi. 
I funzionari del Viminale hanno ricusato pure il marchio politico della Lega Padana Lombardia, nome precedente della formazione di Arrighini e Bernardelli, per decisa somiglianza all'altro contrassegno dell'Unione padana (e, forse, per riconducibilità allo stesso soggetto); si noti che la Lega Nord si sarebbe certamente opposta all'ammissione dell'emblema se questo fosse stato accettato dal ministero, ma evidentemente non c'è stato bisogno di porsi il problema (questa volta non si è visto il simbolo della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda di Elidio De Paoli, contro cui puntualmente il Carroccio aveva reagito, ma non per questo gli esponenti leghisti non hanno avuto di che lamentarsi).
Un capitolo delicato del
l'esame degli emblemi riguardava la "moltiplicazione" dei Pirati. Il Viminale alla fine ha deciso di tutelare il Partito Pirata costituito nel 2006, pure se non si era mai presentato alle elezioni e aveva depositato l'emblema dopo un altro "Partito pirata" (di cui è portavoce Marco Marsili) che invece ad alcune elezioni locali aveva partecipato con il suo simbolo "pirata" del jolly roger con le sciabole
Hanno finito per convincere i funzionari del Ministero due ordinanze emesse dal Tribunale di Milano (sezione specializzata in proprietà industriale) l'anno scorso, in cui a Marsili si inibiva - sia pure in via solo cautelare - l'ulteriore uso dell'espressione "Partito pirata" e della bandiera nera tradizionalmente simbolo dei Pirati in Europa. Toccherà a lui, dunque, sostituire l'emblema, verosimilmente privandolo di questi elementi; escluso senza dubbi, invece, il Movimento pirata che aveva utilizzato come unico simbolo la bandiera.
Alcune ipotesi di ricusazione sembrano aver riguardato casi in cui non è stato possibile provare la
continuità giuridica con il partito di cui si voleva utilizzare il simbolo: è il caso quasi certamente del Movimento sociale italiano - Destra nazionale, legato a Gaetano Saya e alla moglie Maria Cannizzaro, non coincidente con il Msi, trasformatosi poi in Alleanza nazionale (l'emblema di Saya era già stato bocciato alle elezioni del 2006 e lo stesso è accaduto nelle occasioni successive, anche se ogni volta il contrassegno veniva modificato in una piccola parte, ma sempre senza toccare il nucleo centrale, vale a dire la fiamma tricolore su base trapezoidale).  
Meno chiaro è cosa sia accaduto all'emblema del Movimento idea sociale, inizialmente facente capo a Pino Rauti, poi a Giuseppe Incardona (non a caso, il simbolo bocciato è proprio quello che lui tentò di presentare nel 2006 alle elezioni politiche): il "vecchio" simbolo di Alleanza nazionale non è stato presentato dalla Fondazione An, che ne è titolare, quindi non è chiaro se questa abbia presentato in qualche maniera un esposto (anche per il caso del Msi di Saya) oppure se il Viminale abbia voluto evitare la confondibilità a prescindere dalla presenza del partito in Parlamento, come a dire che il ricordo dell'uso della fiamma non si era ancora spento del tutto e potevano sorgere confusioni. 
Qualcosa di simile sembra accaduto a quei simboli che imitavano troppo da vicino, anche solo nelle diciture riportate sul contrassegno, il "vecchio" emblema di Forza Italia (che peraltro nessuno in questo caso ha ritenuto opportuno depositare, anche solo per sicurezza e per difendersi da eventuali "copioni"): quella formazione non aveva partecipato nemmeno alle elezioni del 2008, ma anche qui secondo il Viminale gli elettori avevano ancora ben in mente il primo partito di Silvio Berlusconi e non avrebbero dovuto essere in alcun modo tratti in inganno. 
Si è dunque richiesta la sostituzione per confondibilità dei simboli di Viva l'Italia (che ha "taroccato" il testo della bandiera originaria del partito di Silvio Berlusconi), di Forza Italiani (che pure nella grafica - decisamente precaria, tra la bandiera reale al vento e l'arcobaleno - non ha nessuna somiglianza con il simbolo del 1994, che peraltro non conteneva certo l'espressione "Per l'Italia e per l'Europa") e di Nuova ForzaItalia for President: le parole qui sono state ritenute sufficienti, anche per le loro dimensioni, a creare la confondibilità, anche se nemmeno questa grafica - giusto un po' meno improvvisata, con il tricolore creato da tre fiori sullo sfondo - poteva dirsi seriamente imparentata con quella forzista vista nel corso degli anni (interessante, tra l'altro, l'impiego dell'espressione "for President", mai impiegata da Berlusconi ma certamente riconducibile a quell'universo politico; peraltro qui, a dispetto di quelle parole inserite nel contrassegno, manca ogni riferimento a un possibile candidato da proporre per la presidenza.).
Ben due i "Fratelli d'Italia" non ammessi alla fase successiva: nessun problema con la bocciatura del secondo (depositato poco prima della scadenza del termine), per il nome identico anche se basato su una grafica del tutto diversa. La stessa situazione si potrebbe indicare per il primo dei due emblemi ricusati, ma la situazione era indubbiamente delicata: a presentarlo, infatti, è stato il movimento Fratelli d'Italia, fondato nel 2007 a Marsala, che aveva già diffidato Guido Crosetto e Giorgia Meloni (e Micaela Biancofiore prima di loro) dal presentare un emblema con quel nome. Anche in questo caso, però, il Ministero probabilmente ha dato atto a Crosetto e Meloni della notorietà conquistata nei giorni precedenti grazie ai media e ha ritenuto di non dover privilegiare il movimento Fratelli d'Italia, che per di più aveva presentato il suo emblema dopo quello più "noto"
degli ex Pdl: avere una grafica del tutto diversa, con un cavaliere su fondo blu e la base tricolore, non è bastato a salvare il simbolo
Qualcosa di molto simile sembra accaduto anche all'Unione di Centro - Udc, già presentata (sia pure
con un contrassegno più semplice e spoglio) nel 1994 alle politiche da Ugo Sarao; già in quell'occasione, tra l'altro, l'emblema era stato in un primo tempo escluso per la compresenza dell'Unione di centro di Raffaele Costa, ma riuscì a dimostrare che la denominazione l'aveva in qualche modo ideata lui e che la grafica non era affatto confondibile. Le considerazioni sulla grafica rimangono anche oggi, mentre il confronto con l'Udc di Casini ha fatto prevalere questo partito, per la tutela che l'articolo 14 comma 6 attribuisce ai partiti già rappresentati in Parlamento (mentre l'Udc di Costa era alla prima partecipazione)
Devono essere caduti in una somiglianza "pericolosa" anche altri due simboli, del Partito comunista (nuovo nome assunto dai Comunisti sinistra popolare di Marco Rizzo) e
dei Proletari comunisti italiani: le sigle di entrambi rimandano molto al vecchio Pci e devono aver ricordato un po' troppo altri emblemi depositati per tempo, il Partito comunista dei lavoratori e il Partito comunista italiano marxista-leninista; anche il deposito del simbolo da parte di Rifondazione comunista, con falce e martello gialli sul fondo rosso della bandiera, non deve aver aiutato a far ritenere ammissibile l'emblema legato a Rizzo (il quale non sembra aver accolto bene la richiesta di sostituzione del contrassegno).

Accanto alle somiglianze, non sono mancate addirittura le identità tra contrassegni: un'eventualità più rara, ma che può capitare quando ci si contende la rappresentanza del medesimo soggetto politico o la titolarità dello stesso emblema. Ai tavoli del Viminale, infatti, sono arrivate due copie identiche del contrassegno di Alba dorata Italia ed è stata accolta quella depositata per prima da Giorgio Berardi e non quella di Alessandro Gardossi, portata solo successivamente (non c'era del resto altro criterio); lo stesso è accaduto con l'emblema di Grande Sud, di cui è stato riconosciuto regolare solo il secondo deposito (di Giuseppe Fallica) a scapito del primo e di un'altra formazione con un nome molto simile (Grande Sud indipendente) e una grafica più artigianale. 
Manco a dirlo, l'identità che più colpisce riguarda gli scudi crociati. Già, perché a fronte del simbolo dell'Udc che, come previsto e prevedibile, ha avuto tutela rispetto a tutti gli altri usi dello scudo crociato, sulle bacheche del Viminale sono apparse addirittura tre Democrazie cristiane; l'unico modo per distinguere per bene i contrassegni è guardare con attenzione ai dettagli.  
Uno scudo - presumibilmente il più tridimensionale e chiaro, con tanto di riflesso - è stato depositato dalla Dc guidata da Gianni Fontana; un altro - perfettamente identico, se non per il colore del fondo, un briciolo più scuro - è stato presentato da Alessandro Duce (fino a poco tempo fa segretario amministrativo della Dc-Fontana), in qualità di ultimo segretario amministrativo della Dc "storica", a suo dire "riattivata" grazie alla sentenza della Cassazione civile a sezioni unite n. 25999/2010 (che ha confermato la sentenza n. 1305/2009 della Corte d'appello di Roma) sul mancato scioglimento del partito e sul suo cambiamento di nome invalido. 
Un terzo scudo - appena più chiaro del precedente - sarebbe stato conferito per conto della cd. Dc-Pizza, della cui attività negli ultimi mesi si era persa traccia [in realtà in seguito si è saputo che l'emblema era riferito al comitato della Dc guidato da Francesco Mortellaro]. Sono comunque stati tutti bocciati, quegli scudi, perché il diverso scudo che campeggia da anni sul contrassegno dell'Udc ha fatto scattare l'applicazione dell'articolo 14 comma 6 del t.u. Camera, che in caso di confondibilità tutela i partiti già rappresentati in Parlamento (e già votati dagli elettori): di fronte a questo argomento, non c'è sentenza o tentativo di "rianimazione" del partito di De Gasperi che tenga.
Tre simboli tra quelli presentati sono stati ricusati per la presenza di immagini religiose all'interno degli emblemi: si tratta in particolare delle croci presenti in Rsi Nuova Italia, nella Lista civica Militia Christi e nel contrassegno di
Consortio vitae. E' la legge a chiedere che il fenomeno religioso non sia coinvolto nel meccanismo elettorale, dunque non stupisce la decisione del Viminale (che ha invece risparmiato questa volta formazioni come l'Unione cattolica italiana o Italia cristiana, che non hanno più inserito croci riconoscibili nei loro simboli, dopo che negli anni scorsi avevano avuto gli stessi problemi riscontrati dalle formazioni citate). 
Viene piuttosto da domandarsi se sia stata la croce rossa, generalmente legata alla Croce Rossa, a generare l'esclusione della lista No alla chiusura degli ospedali, o se non si sia trattato piuttosto di un uso di segno distintivo non autorizzato. E' questa, infatti, la causa quasi certa dell'esclusione - temporanea o definitiva, a seconda che sia presentato e accettato o meno un emblema sostitutivo - dei contrassegni Noi consumatori - liberi da Equitalia
e di No Gerit Equitalia: in entrambi i casi, l'uso del nome avrebbe dovuto essere permesso dall'avente diritto (da Equitalia in questo caso), mentre non risultava alcun consenso o autorizzazione in tal senso.
Da ultimo, curiosa è la ricusazione che riguarda Forza evasori - Stato ladro
è probabile che il contrassegno della formazione legata a Leonardo Facco sia stato escluso dal Ministero dell'interno perché visto come una sorta di apologia di reato (dell'evasione fiscale, esattamente) e perché il nome stesso ne commetteva un altro, probabilmente uno dei reati di vilipendio previsti dal Codice penale (forse il "vilipendio della Repubblica" ex art. 290). Era un esito almeno in parte prevedibile, considerando che nel 2001 un contrassegno che riportava la scritta "Basta ladri" (Italia unita dei liberaldemocratici), presentato da Luciano Garatti, era stato bocciato proprio per lo stesso motivo e la frase era più sibillina (non è che si desse del ladro allo Stato), per cui fu purgata con un semplice e secco "Basta!" e il nuovo emblema passò. Del criterio non c'è traccia all'interno dell'articolo 14 del t.u. Camera, ma il Viminale è stato fermo nella ricusazione, creando di fatto una nuova regola da seguire in futuro. I rappresentanti di Forza Evasori - Stato ladro hanno già annunciato che non presenteranno un emblema nuovo, né faranno ricorso; c'è ancora tempo, invece, per porre rimedio alle altre ricusazioni.

(versione ampliata dell'articolo pubblicato su LeggiOggi.it il 16 gennaio 2013) 

lunedì 14 gennaio 2013

Quanti Monti in Italia...

Non c'è stata sui simboli della sua coalizione, ma una piccola "moltiplicazione dei Monti" in fondo è arrivata. L'ultimo partito, in ordine di tempo, a darvi corso è stato la Lega Nord: nel nuovo simbolo, sopra al nome di Maroni, ha piazzato una "pulce" con 3L, il partito di TreMonti. Già, perché l'ex ministro dell'economia dei governi Berlusconi non ha più la freccia, in compenso si è guadagnato una M maiuscola che all'anagrafe certamente non risulta, ma tornerebbe comoda come scherzetto al Presidente del Cosniglio uscente (che, notoriamente, non ha mai avuto i favori del Carroccio). A pensarci bene il Viminale dovrebbe bocciarlo - è pur sempre un tentativo di confusione - ma può essere che lasci correre, visto che sulla scheda quella pulce quasi non si vedrà; ricordando che nel 2009, tuttavia, è stata fatta togliere una fiamma microscopica dal contrassegno dell'Autonomia (il cartello che riuniva Pensionati, Adc, Mpa e La Destra: a volere la fiammella era stato Bontempo), quindi anche qui potrebbe accadere.
Certo, il vero scherzetto al Professore l'ha giocato un suo cognonimo molto più giovane, tale Samuele Monti, il quale ha depositato un emblema relativamente bianco (come quello di Mario Monti), con tanto di cuoricino blu e le stelle europee, mettendo in bella mostra la dicitura maiuscola "Monti presidente", aggiungendo in font corsivo "per l'Europa" e chiosando il tutto con un dominio internet, http://www.montipremier.eu, che ovviamente risulta essere in vendita. Tutto questo, riuscendo perfettamente nello scopo prefissato di portare scompiglio, avendo depositato il simbolo giusto una manciata di minuti prima del Monti più famoso del momento: nella fila diligentemente tenuta dall'Imperatrice Mirella Cece, era il numero 7, i collaboratori del Mario Nazionale avevano l'8. Fossero stati scambiati, il giochetto non sarebbe riuscito.
Già, perché di scherzetto ad ogni effetto si tratta. E sì che, in fondo, non doveva essere così difficile scoprirlo. Samuele Monti, infatti, è stato eletto consigliere comunale a Frabosa Soprana, in provincia di Cuneo, con la Lista dei Grilli parlanti - No Euro: la stessa lista che (dopo opportuna ricusazione da parte del Viminale) era stata lanciata giusto cinque anni fa da Renzo Rabellino. E qui bisognerebbe quasi togliersi il cappello. 
Non è possibile una reazione diversa, davanti all'ennesimo guizzo di genio (con tanto di risatina perfida il giusto) dello stesso uomo che, nel 2001, con Torino pronta a cadere nelle mani del forzista Roberto Rosso, era riuscito a rovinargli il giochetto evitandogli di vincere al primo turno grazie alla lista "Rosso sindaco", ove il Rosso in questione era lombardo, faceva il giornalista e si è prestato volentieri a quell'operazione. Non era la prima operazione che faceva, ma quella è rimasta la più famosa, assieme certamente alla Lista del Grillo (parlante), che continua tuttora il suo cammino, anche se allora Grillo non era ancora in politica e ora c'è (se col suo simbolo o no, non è ancora certo). 
Onore, dunque, al nuovo allievo di Rabellino: il simbolo è stato depositato - anche grazie a un gruppo di persone, probabilmente legate a Forza nuova, che nei giorni precedenti hanno tenuto il posto - e ha fatto il rumore previsto. Anche stavolta, probabilmente, il simbolo per correre dovrà aggiungere il nome del Monti junior (che, in ogni caso, ha diritto a mantenere il suo nome), ma intanto l'inesauribile Rabellino ha piazzato un altro colpo degno di sé, mostrando di non avere perso un briciolo di smalto.

domenica 30 dicembre 2012

Tremonti, una freccia contro la paura (della paura)

Mentre i telegiornali sono ricchi di dichiarazioni sul centrosinistra (Pd+Sel+Psi+Cd), sull'area "arancione" (Rivoluzione civile), sul Pdl (o ciò che rimane) e sui possibili alleati, sulla Lega e talvolta sul Movimento 5 stelle: non appare, invece, la formazione guidata dall'ex ministro Giulio Tremonti, il cui programma è tutto meno che semplice, ma è presentato senza mezze misure. Lui, il principale alfiere della "finanza creativa", ha creato la "Lista lavoro e libertà". 3L, per chi volesse far prima.
"Siamo in guerra. Dentro una strana guerra: economica, non violenta, “civile” e per questo diversa da quelle del passato. Ma pur sempre una guerra! Possiamo perderla, questa guerra, se per paura accettiamo di farci colonizzare, se nel 2013 votiamo per dare il nostro richiesto consenso al nostro assistito suicidio". Una frase d'impatto, non c'è che dire, come sorta di preambolo per il programma del partito. Per Tremonti in Italia ci sono "troppe tasse e troppa paura", si fallisce non solo più per debiti, ma anche "per i crediti, perché il denaro – fatto per circolare – non circola".
Per vincere la guerra di cui parla, Tremonti sostiene che occorre vincere la paura "perché è la paura, e solo la paura, che fa paura": a suo dire, l'Italia sarebbe "(ancora) enormemente ricca, più ricca di quanto si dice agli italiani" e, se indubbiamente servono sacrifici, secondo l'ex ministro "avranno un fine ed una fine e non saranno per fare guadagnare gli altri, ma per mettere davvero in sicurezza l’Italia e gli italiani".
Tutto questo, compreso il suo programma - una sberla di 81 pagine, che anche nelle proposte sintetiche non sembra particolarmente chiaro a chi non si ciba normalmente di economia e finanza - dovrebbe stare nella grafica minimalista del simbolo che l'ex ministro ha scelto per la sua creatura politica: una frecciona arancione, che punta in alto a destra (come quella di Fermare il declino, che però viene prima), sormontata soltanto dalla denominazione del partito, blu e di font oblungo come il cognome di Tremonti sovrapposto alla freccia; appena sotto alla punta, la sigla 3L, in un grigio poco entusiasmante (come del resto l'effetto dell'intera cromia non è di quelli da ricordare).
Tremonti ritiene essenziale che a portare avanti il suo progetto, che punta in alto come la sua freccia, sia "una maggioranza di giovani" e che la politica sia messa in quarantena, così che "almeno per un giro [...] per nessun incarico politico si potrà guadagnare più di un precario". Verrebbe da chiedersi: compreso Tremonti stesso?