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martedì 18 marzo 2025

Un #romanzoViminale ante litteram: sfogliando il Corriere del 1948

Chi frequenta abitualmente questo sito non ha bisogno che lo si ricordi: il deposito dei contrassegni destinati alle schede elettorali è da sempre il momento pubblico che caratterizza per primo e in modo più evidente l'avvicinamento al giorno - o ai giorni - del voto per il rinnovo delle Camere o del Parlamento europeo. Sembra di poter dire così soprattutto a partire dal 1958, anno in cui trovarono prima applicazione le norme introdotte dalla legge n. 493/1956 - e trasfuse nel testo unico per l'elezione della Camera, cioè il d.P.R. n. 361/1957 - che avevano previsto un'unica procedura di deposito dei simboli presso il Ministero dell'interno per i partiti, per gli altri gruppi politici e per eventuali soggetti singoli: da quel momento, nel giro di pochi giorni (in origine tra il 68° e il 62° giorno prima dell'apertura delle urne, ora tra il 44° e il 42° giorno prima, considerando solo le elezioni politiche), tutti i soggetti interessati a presentare il proprio emblema - e, almeno in linea teorica, a impiegarlo per distinguere candidature - si ritrovano al Viminale e suscitano puntualmente l'interesse della stampa.
Era così, almeno in parte, anche per le due elezioni politiche precedenti (1948 e 1953), ma con una significativa differenza: era previsto un doppio binario, con i partiti e gli altri soggetti politici organizzati "privilegiati" rispetto ad altri soggetti. In particolare, partiti e gruppi politici organizzati avevano la possibilità di depositare presso il Viminale il contrassegno per le loro liste (circoscrizionali o per il collegio unico nazionale) "non oltre il sessantaduesimo giorno anteriore a quello della votazione", con l'esame di ammissibilità dei simboli da parte del ministero entro tre giorni dalla presentazione; nella fase successiva del deposito delle liste/candidature (presso la cancelleria della Corte d'appello o del Tribunale competente), da effettuare "non più tardi delle ore 16 del quarantacinquesimo giorno anteriore a quello della votazione", i presentatori di ciascuna lista avevano l'onere di dichiarare "con quale contrassegno depositato presso il Ministero dell'Interno" volessero distinguere le candidature o - pensando di impiegarne uno diverso - di depositare il proprio fregio elettorale unitamente alle liste e ai relativi documenti (a partire dalle firme a sostegno), fregio la cui ammissibilità sarebbe stata valutata dai vari uffici elettorali - nei dieci giorni successivi - sulla base della confondibilità con i simboli depositati al ministero (dunque più tutelati) e con quelli depositati in precedenza presso il singolo ufficio.
Questo doppio binario comportava che le liste esclusivamente locali o i candidati ai collegi uninominali del Senato interessati a impiegare un proprio contrassegno - sapendo che sarebbe stato comunque possibile collegarsi in gruppo a persone legate a simboli diversi, in base alla legge elettorale del Senato - non avessero normalmente interesse a presentarsi al Viminale (affrontando magari le spese e le difficoltà del viaggio): per questo motivo, oltre che per l'assenza di un formale termine iniziale per il deposito - anche se si può presumere che in qualche modo il Ministero dell'interno indicasse un giorno e un momento prima dei quali i contrassegni non sarebbero stati accettati - si può supporre che dentro e fuori il Palazzo del Viminale ci fosse meno ressa di quanto accade ora prima delle elezioni politiche ed europee, al punto tale che i contrassegni erano ricevuti direttamente al quarto piano, sede - allora come oggi - dei servizi elettorali.
Questo, ovviamente, non significa che il tempo del deposito fosse meno sentito rispetto a ora. Un documento particolarmente interessante, in questo senso, è rappresentato da un articolo pubblicato in prima pagina dal Corriere d'Informazione - vale a dire l'edizione pomeridiana del Corriere della Sera - nel numero distribuito il 17 febbraio 1948: il pezzo, firmato da Alberto Ceretto (già capo del "servizio italiano", dunque degli interni per Ansa e in seguito resocontista dei lavori della Camera per il Corriere), offre appunto una cronaca della presentazione dei simboli che precedette le elezioni del 18 e 19 aprile - il primo voto politico dell'Italia repubblicana - con un uso abbondante dell'ironia nel raccontare quelle fasi. Il pezzo conferma che il deposito, in quell'occasione, si concluse alle 20 di lunedì 16 febbraio 1948 (esattamente 62 giorni prima che si aprissero le urne), ma si apprende che i primi contrassegni erano stati ricevuti dal Viminale la mattina di martedì 10 febbraio, addirittura una settimana prima. 
Le quattro colonnine di taglio alto offrono uno spaccato tanto della creatività mostrata allora - quando i simboli erano rigorosamente in bianco e nero e, tra l'altro, non erano ancora vietati i soggetti religiosi e il metro della confondibilità era meno severo - quanto delle reazioni della burocrazia ministeriale, specie davanti a un contrassegno presentato "espresso" (cioè appena realizzato) in modo tanto artigianale quanto difforme rispetto alle prescrizioni dettate dagli uffici. Vale la pena leggere quelle righe, cercando di immergersi in quel tempo, fatto di scrivanie che si affollavano di cartelline verdi, simboli in triplice copia consegnati da soggetti passeggianti da quelle parti e non ancora destinati all'esposizione in bacheca (proprio perché il deposito aveva una connotazione più intima e riservata, ma pur sempre solenne).

La pioggia cominciò martedì scorso, alle nove del mattino, e ininterrottamente è durata fino alle ore venti di ieri sera. Non era la consueta pioggia primaverile, l'acquerella che vien giù, sottile e tepida, dal cielo, ma una pioggia di carta che si rovesciava in una stanza del Viminale punto per fedeltà di cronaca, la stanza n. 20 del quarto piano, dove i funzionari del servizio elettorale hanno visto, durante questi giorni, i loro tavoli allagati di contrassegni di lista. Le cartelle verdi, con i simboli e i verbali di deposito, sono diventate una collinetta e quando, iersera, è scoccata l'ora fatale di chiusura, 102 contrassegni risultavano presentati al Ministero degli Interni. Centodue in confronto dei 61 depositati per le elezioni del '46: inflazione anche nei simboli. 
I primi furono presentati martedì scorso da quattro signori, che, quando l'ufficio si aprì, passeggiavano in già nervosamente dinanzi alla famosa porta n. 20. Da quanto tempo misuravano a gran passi il corridoio? Nessuno lo sa: forse erano arrivati quando il cielo appena sbiancava alle prime luci dell'alba, dopo aver pernottato all'addiaccio, ed ora si guardavano con occhio nemico, invidiosi del primo posto che sarebbe toccato a uno di loro, in ordine di presentazione. Perché, vi chiederete, tanta premura? Perché nel campo elettorale, come in ogni competizione agonistica, l'uomo ha le sue teorie e crede nella scaramanzia. L'urgenza di conquistare il primo posto è connessa con la teoria secondo la quale l'elettore vota per istinto, senza studiare la scheda, è portato a segnare una crocetta accanto al primo simbolo su cui posa l'occhio.
Nei tanti simboli piovuti al Viminale, la fantasia s'è sbizzarrita come più non avrebbe potuto. Ci sono, è vero, dei simboli ricorrenti, che molti partiti hanno scelto e che, pertanto, si ripetono, con lievi sfumature di diversità, all'infinito. La stella a cinque punte, per esempio, che i monarchici hanno naturalmente abbinato alla corona, ed i 
«frontisti» hanno invece tratteggiato come sfondo alla testa di Garibaldi. 
Ma, al di fuori di questi motivi, che sono i più comuni, quante estrose invenzioni! Prendete il sole, ad esempio: voi credete che il sole sia unico, uguale per tutti, inconfondibile. Illusione. Basta sfogliare le cartelline verdi per constatare in quanti modi diversi gli uomini vedono il sole: c'è il sole fermo e senza raggi, quello, invece, che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come str
ali, quasi volesse forarlo con la sua vampa; e c'è il sole leonardesco, dei raggi zigzaganti.

 

E poi, perché non considerare il sole nei momenti del suo quotidiano e luminoso viaggio che, proiettato nell'eternità, può somigliare al gran viaggio dell'umanità nel tempo? Ecco, quindi, il sole alto sull'orizzonte, lontano, splendido ed irraggiungibile; ed ecco, invece, il sole nascente, ancora a metà della sua prodigiosa apparizione all'orizzonte. Quest'ultimo, lo conoscete, è il sole che, primamente, scelsero come emblema internazionale i socialisti, ed è riapparso all'orizzonte della camera n° 20 del Viminale, recatovi da Ivan Matteo Lombardo e Simonini, come contrassegno dell'Unione socialista. 
 
E che altro, infine, se non il sole volete che scegliesse come simbolo l'associazione politica naturisti italiani? Il suo astro fulgente, però, a una sorta di carattere pubblicitario, perché la parola naturismo spicca proprio al centro della pancetta del sole, come la «réclame» di una pasticca per la gola. 
Ricostruzione
Se parecchi degli emblemi sono mostruosamente complicati, il più semplice fu quello ideato da un mutilato. Egli arrivò all'ufficio elettorale a mani vuote, prese da un tavolo un pezzo di carta e una matita azzurra, tracciò una macchia blu, vi scrisse sotto 
«mare calmo» e porse il foglio all'impiegato. Questi trasecolò e fece rilevare al presentatore, in primo luogo, che il contrassegno doveva essere disegnato in inchiostro e consegnato in tre esemplari; poiché quella macchia non rappresentava nulla.
«
Voi lo dite, - si scandalizzò l'altro. - Dint'o mare 'nce sta' tutte cose», e la sua voce di napoletano vibrava di commozione in quel semplice inno al mare. Poi si convinse, e tornò, ieri, recando il nuovo emblema del «gruppo politico degli italiani»: l'Italia effigiata in una donna armata di spada e con lo scudo crociato sul seno rigoglioso. Ma una curiosità c'era, anche questa volta, nel disegno, ed era il copricapo, di foggia veramente inusata per una donna. «E' il colbac del Piemonte reale», spiegò il presentatore dinanzi allo sguardo interrogativo del funzionario.
 
La cronaca appena riportata può essere completata con il resoconto puntuale che sempre il Corriere d'Informazione (edizione della notte), uscito proprio il 10 febbraio, offriva della prima mattina di deposito degli emblemi. I primi quattro signori che si contendevano il primo posto nelle procedure di deposito, a quanto pare, dovevano essere lì per depositare i fregi del Movimento nazionale unitario (distinto dal "profilo dell'Italia geografica", con tanto di Venezia Giulia "larga", Istria e Dalmazia, Savoia e Nizzardo e persino un po' di costa africana; presentatore risultava Luigi Gasparotto), del Partito nazionale monarchico (con Alfredo Covelli presentatore ufficiale), del Partito socialista italiano (contrassegno simile a quello del Psiup del 1946 e apportato da Lucio Luzzatto) e del Fronte democratico popolare (con Garibaldi sopra la stella presentato da Virgilio Nasi). L'elenco continuava con il Partito comunista italiano (stesso emblema della Costituente, depositato da Pietro Secchia e presentato - al pari del fregio del Psi - per evitare che altri potessero accampare diritti su quel segno o su segni simili), il Partito democratico del lavoro ("una ruota dentata che racchiude una spiga di grano e una fiamma emergente", presentato - a quanto pare di capire - da Edgardo Longoni), la Gioventù comunista (da cui sarebbe nata la Fgci: depositante fu Giancarlo Pajetta) e il Movimento sociale italiano (con la fiamma tricolore presentata da Giorgio Almirante). La "prima dozzina" si completava con il Blocco popolare unionista (presentato da Santi Paladino), la Concentrazione degli indipendenti per l'indipendenza d'Italia (presentato da Luciano Maria Moretti: "un reticolato con delle fiamme da esplosione, in alto una croce con la scritta 'Per l'indipendenza d'Italia'"), il Fronte liberale democratico dell'Uomo Qualunque (col simbolo della testata di Guglielmo Giannini presentato da Mario Rodinò) e l'Alleanza cattolico-monarchica (emblema presentato da Giorgio Asinari di San Marzano). Secondo un articolo uscito il giorno dopo sull'edizione "principe" del Corriere, al posto numero 13 si era collocato il simbolo della Dc.
Dell'Alleanza cattolico-monarchica, tuttavia, sarebbe stata chiesta la sostituzione del fregio, perché la corona al centro si sarebbe potuta confondere con il simbolo di "Stella e Corona" del Pnm: rimase dunque una corona di alloro, abbinata al nodo Savoia e a una croce. Il 18 febbraio il Corriere d'Informazione diede notizia anche della bocciatura del simbolo del Fronte della Gioventù per la somiglianza col simbolo del "Blocco democratico popolare", anche se una forza con quel nome non c'era: in effetti si trattava del Fronte democratico popolare già ricordato. In effetti, tra i simboli ammessi non figura quello del Fronte della Gioventù (che ovviamente non era il Fdg che si sarebbe affermato come "giovanile" del Msi-Dn, ma la continuazione - o, se si preferisce, quel che rimaneva - dell'organizzazione giovanile partigiana ormai molto vicina al Pci: a depositare il simbolo con il volto di Garibaldi, in effetti, fu Enrico Berlinguer). 
Rileggendo l'articolo scritto da Alberto Ceretto per il Corriere d'Informazione, tra l'altro, si trova citata l'Associazione politica naturisti italiani menzionata nel testo: nel cercare tra i simboli ammessi nel 1948 le grafiche per illustrare l'attento e ironico resoconto, tuttavia, non emerge alcuna traccia Associazione politica naturisti italiani - nome che non figura in alcuna dei simboli presentati pure in seguito - né di un sole contenente la parola "naturismo" (mentre emergono, per esempio il sole "leonardesco, dai raggi zigzaganti" del Movimento sociale rivoluzionario europeo mostrato sopra e quello "alto sull'orizzonte" e "che inonda il creato di raggi, dritti e acuti come strali" del Movimento nazionale fra sinistrati e danneggiati di guerra). Guardando al numero di contrassegni contenuti nella pubblicazione ufficiale del Viminale, peraltro, si nota la presenza di 98 emblemi, a fronte dei 102 di cui parla l'articolo: se uno di quelli mancanti potrebbe essere quello del Fronte della Gioventù depositato da Berlinguer, che qualcosa sia andato storto in fase di esame del contrassegno naturista - da parte dei servizi elettorali guidati dal capo divisione (Angelo?) Vincenti - portando alla sua esclusione? Il mistero, almeno per ora, resta, insieme al fascino di un racconto ex post della #maratonaViminale.
 
Un ringraziamento meritatissimo va a Lorenzo Pregliasco, che ha segnalato l'articolo e ha spinto all'approfondimento sulla vicenda.

mercoledì 24 aprile 2024

Europee, 33 simboli ammessi, 3 non ammessi (per ora), 6 "senza effetti"

AGGIORNAMENTO DEL 28 APRILE: Si apprende - grazie alla pubblicazione sul sito insiemeliberi.it - che Antonino Iracà, secondo il Viminale, avrebbe "di fatto [...] depositato e dato mandato a depositare contemporaneamente due contrassegni", cioe dando mandato ad Andrea Perillo per il deposito di Partito Animalista - Italexit e depositando in proprio Insieme liberi: ciò non è consentito da una disposizione applicabile anche alle elezioni europee, cioè dall'art. 1 del d.P.R. n. 14/1994, che non consente di presentare più di un contrassegno, per questo non sarebbe stato ammesso il contrassegno di Insieme liberi, depositato per secondo. "L'operazione di presentazione alla competizione europea - si legge sempre nel sito Insiemeliberi.it - era volta proprio alla tutela del simbolo, clonato con minimi ritocchi dalla associazione quasi omonima Insieme Liberi Italia ed inserito nel simbolo composito della lista "Libertà", aggiungendo al danno della clonazione anche la beffa della candidatura con la lista condotta da Cateno de Luca, persona del tutto estranea alla battaglia condotta da Insieme Liberi per il rispetto dei valori costituzionali, che De Luca ha oltretutto platealmente calpestato durante la "emergenza" COVID-19 (alle scuse successive con cui si giustifica non segue una dissociazione netta dal sistema responsabile del disastro, che De Luca anzi continua a corteggiare anche danneggiando i partiti del dissenso suoi alleati)".
 
AGGIORNAMENTO DEL 26 APRILE: Trascorse le 48 ore dalla comunicazione degli inviti a sostituire i contrassegni ritenuti confondibili prescritte dalla legge, il quadro "simbolico" di queste elezioni europee non è mutato. A quanto si apprende, infatti, nessun contrassegno si è aggiunto ai 33 ammessi: i 6 emblemi che, per difetti documentali, non consentiranno la presentazione di liste sono rimasti tali (si è nel frattempo saputo che alla base della classificazione del salvadanaio di Use di Enrico Andreoni come simbolo "senza effetti" ci sarebbe la mancata autenticazione notarile della dichiarazione di trasparenza), mentre i 3 fregi di cui è stata chiesta la sostituzione non sono stati sostituiti o modificati.
Di questi tre emblemi, si apprende che ha presentato opposizione all'invito della Direzione centrale per i servizi elettorali Diego Sabatinelli per conto della Lista Marco Pannella, non accettando dunque di cancellare o modificare la dicitura "Stati Uniti d'Europa" all'interno del contrassegno. Nell'opposizione, di cui si è potuto prendere visione, si contesta innanzitutto - anche con riflessioni sistematiche e storiche - l'interpretazione del criterio di confondibilità con i contrassegni "presentati in precedenza" come maggior tutela per chi in vista di quella tornata elettorale ha depositato cronologicamente prima, mentre la protezione dovrebbe essere legata all'uso pubblico fatto dal depositante in tempi precedenti, anche qualora l'uso non si sia tradotto in partecipazioni elettorali (diversamente in futuro si potrebbe scatenare una "corsa al deposito" per vanificare con nuovi emblemi simili i titoli dati da precedenti depositi di simboli). 
Nel ricordare il progetto di lista Stati Uniti d'Europa per il 2019, poi non realizzatosi, ma di cui in rete si trovano varie tracce (e per il quale il contrassegno fu depositato e ammesso cinque anni fa), si rileva come il mancato utilizzo dell'espressione "Stati Uniti d'Europa" nel contrassegno depositato dalla lista Pannella prima delle elezioni politiche del 2022 sia stato dovuto alla diversa natura degli eventi elettorali (europee nel 2019 e nel 2024, politiche nel 2022), dunque non ci sarebbero gli estremi per parlare di abbandono o accantonamento della battaglia per gli Stati Uniti d'Europa da parte della lista Pannella (rivendicata come "elemento costitutivo e fondante della sua iniziativa politica", mettendo in dubbio che possa dirsi altrettanto per la "lista di scopo" denominata Stati Uniti d'Europa, anche se ovviamente su tale ultima questione politica il Viminale e i giudici ben difficilmente potrebbero esprimersi). Sul piano della confondibilità, poi, l'opposizione rileva come sul piano grafico gli elementi di distinzione rispetto al contrassegno presentato per primo siano tali da consentire all'elettore comune di non confondere i due fregi, specie se si considerano i due emblemi nel loro complesso e non sulla base di un singolo elemento testuale legato a un riferimento ideale condiviso. Da ultimo, il presentatore del contrassegno per la lista Pannella contesta di aver compiuto un "deposito emulativo", cioè solo per molestare la lista composita Stati Uniti d'Europa nelle sue aspettative: nell'opposizione si rivendica il preuso nazionale del simbolo contestato, non solo in sede elettorale (soprattutto in vari comunicati e post del Partito radicale), rispetto all'emergere della notizia del progetto di "lista di scopo" denominata Stati Uniti d'Europa.
Toccherà all'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo, organo istituito presso la Corte di cassazione, esprimersi entro domenica su quest'opposizione, così come sulle altre presentate: si apprende, per esempio, dell'opposizione presentata da Lamberto Roberti contro la dichiarazione della Direzione centrale per i servizi elettorali in base alla quale il suo contrassegno Parlamentare indipendente non consentirà la presentazione di liste in mancanza della dichiarazione di trasparenza; per il depositante, infatti, la presentazione dello statuto o della dichiarazione di trasparenza sarebbe prescritta ai fini della presentazione di liste, non di candidature individuali come la sua. 
Al momento non si hanno notizie certe di altri atti di contestazione, ma è probabile che vi siano stati: nel 2022, per esempio, Nino Luciani si oppose alla richiesta di sostituire il contrassegno della Democrazia cristiana. Non è nemmeno da escludere che alcuni presentatori di simboli ammessi vogliano rivolgersi all'Ufficio elettorale nazionale per chiedere l'esclusione di altri emblemi: si era già detto, durante la cronaca del deposito, che il depositante di Italexit aveva presentato una memoria per rivendicare la titolarità della denominazione e contestare l'ammissibilità del Movimento per l'Italexit contenuto nel contrassegno della lista Libertà, dunque quella memoria potrebbe essersi tradotta in un'opposizione all'ammissione del contrassegno depositato per primo.
Quando saranno rese pubbliche le decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale, in ogni caso, si potrà avere più chiaro il quadro delle opposizioni effettivamente presentate e, magari, dei ragionamenti compiuti caso per caso. Se ne darà conto a tempo debito.
 
* * *
 
Compiuto il deposito dei contrassegni, la Direzione centrale per i servizi elettorali del Ministero dell'interno ha compiuto le sue valutazioni sui simboli depositati: a quanto si apprende da contatti con i rispettivi depositanti, sarebbero stati ammessi 33 dei 42 contrassegni depositati tra domenica e lunedì; 3 risulterebbero al momento non ammessi, mentre 6 non consentirebbero la presentazione di liste.
Per questi ultimi il giudizio dovrebbe essere definitivo (si vedrà poi perché); per i 3 oggetto di invito alla sostituzione, invece, i depositanti o i loro mandatari avranno 48 ore di tempo per presentare un contrassegno sostitutivo che possa rispettare le norme vigenti oppure per opporsi alla richiesta di cambiare il simbolo, rivolgendosi dunque all'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo (che a sua volta avrà altre 48 ore di tempo per decidere in via definitiva, fatta salva la possibilità - prevista per le elezioni europee - di ricorrere al giudice amministrativo).

Chiarimenti preliminari

Prima di ogni osservazione, sembra il caso di premettere alcune considerazioni generali, anzi, generalissime. Il giudizio sull'ammissibilità dei contrassegni emesso dal Ministero dell'interno non riguarda la titolarità civilistica di un simbolo o di un altro segno distintivo, dunque sulla base delle regole del diritto privato, e nella quasi totalità dei casi non prende in considerazione quelle norme e i loro effetti. Il giudizio si basa unicamente sui parametri contenuti nell'articolo 14 del testo unico per l'elezione della Camera (d.P.R. n. 361/1957), applicabile anche alle elezioni europee: la disposizione pone dunque il divieto di confondibilità (con i relativi criteri di soluzione dei potenziali conflitti), il divieto di deposito emulativo (effettuato solo per impedire a chi ne avrebbe interesse l'uso di un simbolo) e di impiego di immagini o soggetti religiosi; si deve poi tenere conto di altre norme applicabili alla procedura elettorale (come il divieto di riorganizzazione del disciolto partito fascista, ovviamente non rilevante in questo cammino verso le elezioni). Può dunque accadere che un contrassegno venga ritenuto confondibile e ne sia chiesta la sostituzione anche se chi lo ha depositato ne è effettivamente titolare: può accadere, per esempio, se altri identici o molto simili sono stati depositati prima e il loro uso non appare a prima vista privo di legittimazione (di certo non spetta al Viminale decidere chi rappresenti correttamente un'associazione o a chi spettino i suoi segni distintivi, né ovviamente il Viminale ritiene di poterlo fare).
Allo stesso modo, l'interpretazione delle disposizioni vigenti consente di individuare ipotesi in cui un contrassegno, pur presentato presso il Ministero dell'interno, non consente poi la valida presentazione di liste (un tempo si parlava di contrassegni "senza effetti"): questo accade se, insieme al deposito del contrassegno, "non vengono presentati anche lo statuto del partito o gruppo politico o la dichiarazione di trasparenza, e se non sono designati i rappresentanti del partito o gruppo politico" (così si legge sulle Istruzioni per la presentazione e l'ammissione delle candidature). In questi casi, i relativi contrassegni non sono oggetto di valutazione di confondibilità: probabilmente per ragioni di "economia procedimentale", non si esamina nemmeno un simbolo che non potrà mai finire sulle schede (perché non si è indicato chi potrà depositare le liste o non sono stati indicati gli elementi di trasparenza richiesti dalla legge).
Da ultimo, tutte le valutazioni emesse dal Ministero dell'interno non hanno carattere generale, ma riguardano esclusivamente quest'elezione: possono essere simili ad altre decisioni emesse in passato nei confronti di altri soggetti o perfino dello stesso, ma si riferiscono soltanto ai contrassegni depositati per questa tornata elettorale (dunque in futuro, di fronte a un quadro simbolico diverso, potrebbero aversi scelte differenti). 

I simboli per ora non ammessi

Primo dei tre contrassegni non ammessi, andando in ordine di deposito, sarebbe quello di Stati Uniti d'Europa, presentato per conto della Lista Marco Pannella: questo benché - come si è ricordato - fosse stato depositato già nel 2019 da Maurizio Turco prima delle scorse elezioni europee.
In particolare, il problema sarebbe dato dalla presenza nel contrassegno dell'espressione "Stati Uniti d'Europa", riportata "con caratteri molto grandi e chiara evidenza": per la Direzione centrale per i servizi elettorali questa creerebbe confondibilità con il simbolo della lista composita Stati Uniti d'Europa, depositato precedentemente (con il n. 2, mentre quello a nome della lista Pannella era al n. 20). L'invito a sostituire (che si è potuto visionare dall'interessato), tra l'altro, cita sia i commi 3 e 4 dell'art. 14 del testo unico della Camera (che vietano la confondibilità e ne indicano i criteri di individuazione), sia il comma 5: quest'ultimo, anche se nell'atto recapitato al depositante non è meglio esplicato, indica che si è citata anche la norma che vieta "la presentazione di contrassegni effettuata con il solo scopo di precludere surrettiziamente l'uso del contrassegno ad altri soggetti politici interessati a utilizzarlo".
La Direzione centrale mostra di aver tenuto in considerazione il deposito del simbolo quasi identico operato nel 2019; si sottolinea però che "non può ritenersi che il partito abbia fatto notoriamente uso del contrassegno" contestato alle elezioni, sia perché al deposito elettorale del 2019 non è poi seguita la presentazione di liste, sia perché nel 2022 sempre la lista Pannella ha depositato un diverso contrassegno (allora ugualmente ammesso) privo della dicitura "Stati Uniti d'Europa". Su tale base è stato formulato l'invito a sostituire il contrassegno "mediante la rimozione o la sostanziale modificazione dell'espressione letterale anzidetta".
Il secondo caso che era saltato all'occhio già in sede di deposito riguardava il simbolo della Democrazia cristiana, depositata da Nino Luciani (segretario politico) e Carlo Leonetti (segretario amministrativo). Era facile immaginare, infatti, che sarebbe stato formulato un invito a sostituire il contrassegno con uno che non contenesse lo scudo crociato, già presente nel simbolo dell'Udc, depositato prima (al n. 18, mentre la Dc è arrivata in bacheca con il n. 36, esattamente il doppio) e per giunta presente in Parlamento (con propri eletti e nella denominazione del gruppo di Noi Moderati), per cui l'elettorato in base alla legge dev'essere tutelato dai rischi di confusione o di errore. La stessa decisione era stata presa nel 2022, quando Luciani aveva presentato il medesimo simbolo.
Richiedeva una decisione anche la presenza del contrassegno di Insieme liberi, depositato al n. 37 da Antonino Iracà che in sede di deposito si è qualificato come legale rappresentante dell'omonima associazione (partecipante alle elezioni regionali del Friuli - Venezia Giulia del 2023) e unico titolare del relativo simbolo. Come si era detto lunedì, il contrassegno era pressoché identico al simbolo inserito nel contrassegno ultracomposito di Libertà (apportato dal gruppo guidato da Ugo Rossi, con l'aggiunta della scritta "Uscita"). In assenza di ulteriori informazioni, si può supporre che la Direzione centrale per i servizi elettorali, senza entrare nel merito della diatriba esistente su chi rappresenti il soggetto politico Insieme liberi (o su quale soggetto giuridico sia titolare del nome e del fregio), si sia limitata a rilevare la quasi identità del simbolo n. 37 a una delle pulci inserite nel contrassegno n. 1 (a dispetto della sostanziale illeggibilità di quest'ultima) e, non potendo consentire la compresenza di  due unità grafico-politiche nella medesima competizione elettorale (Iracà aveva indicato i delegati al deposito nelle circoscrizioni, quindi sulla carta potrebbe presentare liste), ha chiesto la sostituzione dell'emblema presentato per secondo con una grafica non confondibile.
Il contrassegno di Libertà - che contrassegnerà la lista esente dalla raccolta firme grazie al risultato elettorale di Sud chiama Nord alle ultime elezioni politiche - è stato dunque ammesso, anche con riguardo al segmento biconcavo contenente il logo del Movimento per l'Italexit; risulta ammesso però anche il contrassegno composito del Partito animalista - Italexit per l'Italia, nonostante il rappresentante di quest'ultimo soggetto politico, Andrea Perillo, abbia presentato già in sede di deposito una memoria per contestare il Movimento per l'Italexit. Non è ovviamente possibile conoscere il ragionamento seguito dal Viminale; si può però immaginare che il nome "Movimento per l'Italexit" sia stato ritenuto diverso rispetto a "Italexit per l'Italia", coincidendo le due denominazioni solo per una parola espressione di un orientamento politico comune, evidentemente non ritenuto caratterizzante una sola forza politica. Benché il Movimento per l'Italexit possa in sostanza apparire come un soggetto politico creato da soggetti che erano stati parte del gruppo dirigente di Italexit per l'Italia, hanno probabilmente avuto un peso da una parte il fatto che la parola "Italexit" sia entrata da tempo nei dizionari dell'italiano (il Vocabolario Treccani la indica nel 2016, ben prima che il partito un tempo promosso e guidato da Gianluigi Paragone fosse fondato), dall'altra il diverso rilievo, foggia e carattere dato alla parola in questione nei due emblemi (nonostante Movimento per l'Italexit sia uno dei pochi elementi del contrassegno di Libertà a risultare visibili anche sulle schede elettorali). In questo caso, si è giudicato che il riferimento a un gruppo nuovo con nome seminuovo potesse convivere con il fregio di una formazione politica dal nome simile, presente in Parlamento nella scorsa legislatura - al punto da potersi iscrivere al registro dei partiti politici - e partecipante alle scorse elezioni politiche (elementi che di per sé rafforzavano la posizione di Italexit per l'Italia rispetto a quella della lista Pannella). Questa situazione in ogni caso, potrebbe produrre un risultato interessante: qualora anche solo una lista del Partito animalista - Italexit per l'Italia fosse ammessa, in quella circoscrizione potrebbero aversi due Italexit sulla scheda e la sorte potrebbe anche divertirsi a collocare vicini i due emblemi.
Restando in tema di somiglianze, non risultano inviti alla sostituzione per nessuno dei due contrassegni "pirata" presentati. Pure in questo caso non si conosce il percorso argomentativo che avrebbe portato alla doppia ammissione; si può ipotizzare però che, al di là della comune appartenenza al "mondo pirata" (anch'esso, di per sé, non esclusivo di una o di un'altra formazione), siano stati valutati in modo positivo i nomi diversi e la grafica molto diversa (tibia affiancata a teschio con bandana su fondo nero per i Pirati, vela nera gonfia inserita in una circonferenza nera, il tutto su fondo verde fluo per il Partito pirata italiano), concretizzando una situazione diversa da quella che si creò nel 2013 sempre in ambito pirata. 
I tre contrassegni di cui è stata chiesta la sostituzione, come si diceva, possono essere modificati o cambiati dai depositanti entro 48 ore dalla notifica dell'invito a sostituire: se l'emblema non venisse sostituito o quello sostitutivo fosse ancora confondibile, l'esclusione diventerebbe definitiva. In alternativa alla sostituzione, come ricordato, è possibile presentare opposizione all'invito della Direzione centrale per i servizi elettorali; nelle 48 ore successive la decisione spetterebbe all'Ufficio elettorale nazionale per il Parlamento europeo presso la Corte di cassazione e, in caso di rigetto dell'opposizione, l'esclusione sarebbe definitiva (restando aperta solo la via dei ricorsi amministrativi). Sempre entro 48 ore, le forze politiche che dovessero ritenersi lese dall'ammissione di un contrassegno possono opporsi e chiederne l'esclusione, sempre attivando il giudizio di seconda istanza dei giudici di Cassazione. 

I simboli che non consentiranno di presentare liste

Se i simboli di cui è stata chiesta la sostituzione sono 3, sono esattamente il doppio, dunque 6, i contrassegni che, come recita la dicitura sopra la rispettiva bacheca, "non consentono la presentazione di liste". 3 su 6 casi erano del tutto prevedibili: i contrassegni di Contro Sistema, di Insieme liberi - Uniti nella Costituzione e del Partito Socialisti per il lavoro non erano accompagnati al di sotto dall'indicazione di alcuna circoscrizione, segno che non erano stati precisati i delegati al deposito delle liste, dunque già questo avrebbe portato a far ritenere "senza effetti" quegli emblemi. Questa situazione, come detto sopra, ha evitato qualunque esame sulla confondibilità dei contrassegni in questione: nemmeno di quello di Insieme liberi - Uniti nella Costituzione, che diversamente avrebbe rischiato qualche rilievo per la parziale sovrapposizione del nome con quello dei due Insieme liberi presenti in altrettanti fregi elettorali. 
Nella stessa bacheca, però, si trovano anche i contrassegni di Parlamentare indipendente (Lamberto Roberti), Use - Stati Uniti degli Stati aderenti all'euro (Enrico Andreoni) e Movimento Poeti d'azione (Alessandro D'Agostini), che le circoscrizioni le avevano indicate. In mancanza di altre notizie, si deve supporre che la valutazione compiuta dalla Direzione centrale per i servizi elettorali riguardi piuttosto l'altro elemento ritenuto necessario per ritenere possibile la presentazione di liste, vale a dire la dichiarazione di trasparenza. In mancanza di ulteriori informazioni, ci si limita alla considerazione appena fatta.

martedì 30 agosto 2022

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero (2022)

Mentre si attende di conoscere il contenuto esatto delle decisioni dell'Ufficio elettorale centrale nazionale sui ricorsi in materia di liste e candidature, chi appartiene alla schiera dei #drogatidipolitica deve in sostanza ritenere "scaduto" il "tempo dei simboli" per le elezioni politiche di quest'anno. Concluse le fasi di deposito, ammissione e riesame da parte dei magistrati di Cassazione, restava da capire quanto certi emblemi rappresentati in Parlamento oppure legati a partiti iscritti all'apposito Registro fossero davvero in grado di esonerare le rispettive liste dalla raccolta firme. A quanto pare, le risposte giunte finora dalla Cassazione - ma note soltanto attraverso i media: appena possibile se ne darà conto nel dettaglio - hanno spento praticamente tutte queste speranze, così sui simboli di questa tornata elettorale è rimasto poco da dire (tranne vedere quelli presentati per il Senato in Trentino - Alto Adige: ci si arriverà).
Per chi frequenta abitualmente questo sito, però, resta ancora un rito ormai consolidato - essendo nato nel 2018 - da compiere: quello della "fantabacheca" che raccoglie alcuni dei contrassegni che non sono stati depositati in vista delle prossime elezioni politiche. I 101 emblemi presentati questa volta, infatti, sono sì più del doppio dei 49 visti al Viminale prima delle elezioni europee del 2019 e poco meno dei 103 esposti prima del voto politico nel 2018, ma sono comunque molti meno di quelli visti in passato e non comprendono alcuni simboli che chi si fregia dell'appartenenza al cerchio dei #drogatidipolitica avrebbe invece visto o rivisto con piacere. In alcuni casi si tratta di emblemi storici, purtroppo non portati da nessuno questa volta; altri fregi sono assai più recenti e magari in bacheca ci erano finiti solo una o due volte sin qui, ma sono riusciti a farsi ricordare e non ritrovarli è un peccato; altri ancora, infine, non sono mai stati esposti nei corridoi del Ministero dell'interno, ma avrebbero assolutamente meritato di finirci questa volta, per varie buone ragioni.
Con questo spirito, dunque, ecco la nuova "bacheca dei non presentati", con 15 contrassegni (più uno) indicati ad assoluta discrezione di chi scrive e di alcuni soggetti "fiancheggiatori": alcuni erano stati scelti anche nel 2018 o nel 2019, altri sono alla prima apparizione. Nella speranza che qualcuno di questi, per buona volontà di qualche figura volenterosa, torni in una delle bacheche vere alla prima occasione utile.
 
* * *
 

1) Lista civica nazionale "Io non voto"

Mai come quest'anno, probabilmente, ci si attende un'affluenza bassa alle elezioni politiche. Quindi sarebbe stato più che normale trovare di nuovo in fila davanti al Viminale Carlo Gustavo Giuliana, classe 1953, palermitano come i colori del suo simbolo ormai storico: quello della Lista civica nazionale "Io non voto", col testo nero su fondo pervinca. L'emblema per l'ultima volta era finito nelle bacheche del Ministero dell'interno nel 2014 e ormai la sua assenza si fa sentire, soprattutto nell'epoca in cui il non-voto - purtroppo - acquista sempre più consenso nel corpo elettorale. Anche questa volta, dunque, votare "Io non voto" non si può: tocca farlo stando a casa.
  

2) Partito Pensionati e invalidi

In occasione del voto politico del 2018 era stata tra le prime a mettersi in fila nel terzo giorno di deposito dei contrassegni; stavolta invece nei corridoi del Viminale non si è avvistata Luigina Staunovo Polacco, fondatrice del Partito Pensionati e invalidiQuella riportata qui a fianco è l'ultima versione ammessa (nel 2018 appunto) del simbolo depositato da Staunovo Polacco: essendo stato ammesso più volte, a dispetto della parziale somiglianza con il fregio del Partito pensionati (più accentuata nella versione non ammessa quattro anni e mezzo fa), anche stavolta non avrebbe avuto problemi, se solo fosse arrivato in bacheca...  
Rispetto al passato, in effetti, è drasticamente calato il numero di emblemi presentati che si rivolgevano a quel gruppo di persone (e l'unico presentato, com'è noto, non è stato ammesso). 
Non si è visto nemmeno, giusto per fare uno dei nomi rilevanti, lo storico Pensioni & Lavoro del Gran Cancelliere Ugo Sarao, depositato da lui in persona, dal segretario Cesare Valentinuzzi o da un soggetto di loro fiducia: nel 2014 e nel 2019 alle europee aveva dato il meglio di sé, concependo una vera e propria "bicicletta" nel tentativo di presentare liste senza raccogliere le firme; nel 2018 era stato depositato "solo" Pensioni e lavoro (mentre nel 2013 si era rivisto Unione di centro, altra creatura di Sarao). Nella bacheca non è stato inserito, ma per gratitudine doveva assolutamente essere riportato almeno qui. 
  

3) Partito internettiano

Tra le assenze di cui occorre dare conto questa volta si deve annoverare anche il Partito internettiano, creatura politica di Francesco Miglino, che personalmente per molti anni ha partecipato come fondatore e segretario dei proprio movimento politico al rito del deposito dei contrassegni al Ministero dell'interno. Nel 2019, in occasione delle europee, era stato addirittura il numero 1 della fila (posto generosamente ceduto da Mirella Cece); era ragionevole attenderlo anche questa volta, per presentare il suo emblema rosso, viola e giallo (il primo a schierare la "at" al suo interno) e dare voce alle sue teorie di partecipazione piena attraverso la Rete (propagate fin dal 2001), ma bisognerà attendere il prossimo voto.
 

4) Partito socialista democratico italiano

In bacheca quest'anno è arrivato il contrassegno della Socialdemocrazia di Dino Madaudo e Umberto Costi e addirittura si è visto - dopo una sua breve avventura negli anni '90 - l'emblema della Socialdemocrazia liberale europea, ma si è atteso invano di veder depositare il simbolo storico del Partito socialista democratico italiano, di cui si era deciso il rilancio pochi mesi fa, eleggendo alla segreteria l'ex ministro Carlo Vizzini. Proprio lui si era premurato di dire che non era il suo partito ad aver concluso un accordo con Impegno civico di Luigi Di Maio (si trattava in effetti dell'associazione Proposta Socialista Democratica Innovativa, guidata da Mario Calì), ma la presentazione del simbolo poteva essere una buona occasione per riaffermare la rivendicata titolarità di nome e fregio.
  

5) Partito socialista italiano

In occasione di queste elezioni politiche il Partito socialista italiano concorre con proprie candidature - ed è cosa nota - alle liste del Partito democratico - Italia democratica e progressista. Se però altre forze politiche, pur partecipando a liste diverse senza inserire la propria "pulce" nel contrassegno composito, hanno scelto di presentare comunque il proprio fregio per tutelarlo, né il Psi né le altre forze convolte nelle liste ampliate del Pd (Movimento Repubblicani europei, DemoS, Volt e Articolo 1) hanno scelto di presentare il loro emblema. Dispiace per le forze politiche che sarebbero apparse per la prima volta, dispiace soprattutto per Mre e Psi, che tornando in bacheca avrebbero portato un'edera e un garofano in più nel panorama simbolico del 2022.
 

6) Parlamentare indipendente

Tra gli emblemi ammessi quest'anno figura anche quello di Tomaso Picchioni, teorico-pratico delle candidature individuali, per evitare che il voto a una persona possa incentivare l'elezione di altri soggetti: uno scenario da studiare, ma che l'attuale sistema (che di fatto lega le candidature nei collegi uninominali alla presentazione di liste) non è possibile. Ma allora sarebbe stato perfetto anche ritrovare in bacheca il simbolo Parlamentare indipendente già presentato più volte da Lamberto Roberti, per sostenere il suo disegno di "democrazia solipsista" che non prevede partiti o liste, ma solo candidature individuali. E invece il simbolo con tutti i colori dell'arcobaleno e le stelle d'Europa al centro non si è visto: tornerà, magari, alle prossime europee.
 

7) Sempre in piazza - Il presenzialista dei Tg

In bacheca, in effetti, non ci è mai finito. Eppure il simbolo Sempre in piazza - Il presenzialista dei Tg è nella disponibilità di Mauro Fortini, l'uomo dalla penna arancione da Guinness dei primati (lui e la penna), immortalato un numero imprecisato di volte dalle telecamere nella "zona parlamentare" di Roma. Quest'anno, se non altro, Fortini ha potuto mostrare il logo personale - realizzato da chissà chi... - in una sua provvidenziale e gentile incursione in un'intervista realizzata a chi scrive da Lanfranco Palazzolo sul deposito dei simboli. E questo perché, ancora una volta, Mauro Fortini era davvero "sempre in piazza" (quella del Viminale, in questo caso): si spera che, la prossima volta, lui abbia la possibilità di depositarlo sul serio.
 

8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Tra le assenze "simboliche" che hanno colpito di più le persone attente alla politica, soprattutto legate a una certa area, va sicuramente annoverata quella del Movimento sociale Fiamma tricolore. Dal 1996 in avanti, infatti, a ogni elezione politica il fregio era stato avvistato nelle bacheche viminalizie, da solo (1996, 2001, 2006, 2013) o all'interno di contrassegni compositi (con la Destra nel 2008, in Italia agli italiani nel 2018). Quest'anno, per la prima volta, il simbolo (che dal 2004 è ufficialmente un "acronimo di goccia tricolore") di coloro che nel 1995 non avevano voluto disperdere il messaggi originario del Msi e per farlo avevano dovuto fondare un partito ad hoc non è nemmeno arrivato in bacheca (dunque nemmeno sulle schede). Un'assenza rilevante, che comunque lascia scoperta un'area non trascurabile.

9) Ora rispetto per tutti gli animali

Dopo la doppia presentazione in grande stile del contrassegno alle elezioni politiche del 2018 e alle europee dell'anno dopo, ci si aspettava un ritorno del simbolo di Ora rispetto per tutti gli animali, nell'anno in cui il Partito animalista tentava di essere presente in tutta l'Italia (grazie a 10 volte meglio) e spuntava il simbolo di Difesa animalista indipendente nazionale organizzata  - Daino. Questa volta, invece, il simbolo del partito guidato da Giancarlo De Salvo (con un orso marsicano e una X color senape) non è tornato al Viminale, così come non si è rivisto Flipper, il cane dei presentatori, mascotte del deposito 2019 (quest'anno c'era in compenso Stella, cagnolina di Max Panero di Destre unite).
 

10) Lista consumatori

Se quest'anno al Ministero dell'interno c'è stata penuria di pensionati, non si può non rilevare l'assenza totale di simboli dedicati ai consumatori, mentre in passato se n'erano visti in gran copia. Dovendo scegliere tra gli emblemi del passato, ci si permette di lasciare da parte i Consumatori uniti di Bruno De Vita (presenti nel simbolo composito di Verdi e Pdci del 2006 e poi confluiti nell'Unione democratica per i consumatori) e si ripesca la Lista consumatori, nata in collaborazione con il Codacons nel 2004 (schierata a partire dalle europee di quell'anno) e caratterizzata da un rospo al centro del simbolo, secondo il famoso motto dell'associazione "Non ingoiare il rospo!". 
 

11) Democrazia cristiana

"Un'altra Democrazia cristiana? Al Viminale ce n'erano quattro, due proprio con quel simbolo!" Si comprende la reazione, ma perché negarsi l'emozione di avere in bacheca una quinta Dc, nell'anno più democristiano di sempre? Quanto al simbolo, si poteva scegliere quello della Dc guidata da Angelo Sandri (che concorre alle liste di noi Di Centro - Mastella - Europeisti), ma si è riutilizzato lo stesso emblema presentato al Viminale dalla Dc-Mortellaro e dalla Dc-Luciani perché è quello impiegato da anni da Denis Martucci per la Dc guidata da lui (e che nel 2018 era presente come DemoCristiana accanto a Italia Reale). Il simbolo non è arrivato al Viminale per protesta, come spiegato in una nota da Martucci: "queste elezioni sono incostituzionali se non nella forma, nella sostanza [...]. Comprendiamo che per le grandi forze [...] la presenza di cittadini indipendenti che senza rimborsi e fondi vari si attrezzano di buona volontà e riescono a presentarsi anche solo in una circoscrizione elettorale, sia un fatto trascurabile. Tuttavia la democrazia non può ridursi ad una mera previsione teorica. Concedere ai cittadini una ventina di giorni (laddove la norma prevede la validità di firme raccolte sino a sei mesi prima!) in agosto per fare sottoscrivere e autenticare centinaia di candidature e circa 60mila sottoscrizioni con l'unica possibilità di trascinare amici e sostenitori (tutti ormai con vacanze prenotate) innanzi alle anagrafi (essendo chiusi gli studi di avvocati e notai), è un ipocrisia che fa invidia ai più rinomati regimi dittatoriali". Per Martucci "allo stato il diritto di cui all'articolo 49 della Costituzione è leso non solo dall'aver reso impossibile ai cittadini la partecipazione a queste consultazioni, ma anche dalle norme sulle esenzioni dalle sottoscrizioni che creano di fatto situazioni di grave, discrezionale e immotivata disuguaglianza tra le associazioni politiche".

12) Verde è Popolare

Più che in un'altra Dc, si sperava nell'arrivo di Verde è Popolare, ultima (per ora) creatura di Gianfranco Rotondi, che cela dietro a due foglie uno scudo crociato, su fondo verde. Finora solo la Democrazia cristiana per le autonomie (in fregio composito col Nuovo Psi), tra i partiti rotondiani, era approdata nelle bacheche durante il deposito generale dei contrassegni: Verde e Popolare invece non s'è visto, forse anche per evitare rilievi sulla presenza dello scudo. Rotondi sarà comunque candidato, non più da Forza Italia ma da Fratelli d'Italia (alla Camera in Sicilia 2-P03 e, per la coalizione, nel collegio uninominale di Avellino): lui ha spiegato che è il tentativo di "riprendere il progetto di un partito di centrodestra senza trattino, una grande forza di massa speculare al Pd, ma infinitamente più forte" (dopo il tentativo mal riuscito del Pdl) e del recupero della lezione di Carlo Bernini: "un democristiano prima guarda dove sta la sinistra, poi si gira a vedere se qualcuno la combatte e può batterla, e vota là". Non stupisce che colui che è affezionato alla definizione di "ultimo democristiano in Parlamento" si candidi là dove voterebbe un democristiano (per avere più chance di essere eletto e di rendere più moderato e inclusivo il progetto di Fratelli d'Italia); peccato però non aver incrociato Rotondi al Viminale col simbolo...
  

13) W la Fisica

Non c'è alcun dubbio: è un simbolo che ha "ballato una sola elezione" (quella del 2018), ma W la Fisica, il soggetto politico fondato da Mattia Butta (ingegnere che lavora all'Università Tecnica Ceca di Praga) per reagire da par suo alle "stupidaggini anti-scientifiche" provenienti da certa politica, si è fatto ricordare da molte persone, non solo quelle appartenenti alla schiera dei #drogatidipolitica. Anche stavolta, come nel 2019, il simbolo molto bianco con tocchi di nero e grigio sfumato non è tornato in bacheca; eppure di un rimedio serio alle panzane anti-scientifiche di varia provenienza ci sarebbe tuttora un dannato bisogno... 

14) Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda

Altra carenza rilevante, nell'ultimo deposito di contrassegni, ha riguardato i simboli delle formazioni autonomiste: si sono visti solo il Partito sardo d'azione, il cartello Svp-Patt, il Movimento Friuli e la Liga Veneta Repubblica, senza altre formazioni sardiste (nel 2018 c'era almeno Autodeterminatzione), friulaniste (come scordare Front Furlan - Vonde Monadis?), piemontesiste (si pensi al lungo impegno di Roberto Gremmo), lombardiste o in generale decentraliste di cui c'era stata abbondanza in passato. Non sfugge, allora, l'occasione di vedere in bacheca almeno il fregio della Lega per l'autonomia - Alleanza lombarda, in passato al centro di una lunga contesa sulla titolarità del simbolo e fondamentale per l'esito delle elezioni politiche del 2006 (v. alla voce "Elidio De Paoli"). Dopo il 2009 il simbolo non si è più visto, ma c'è chi non lo ha dimenticato.  
 

15) Lista dei Grilli parlanti

L'ultima volta che si è visto Renzo Rabellino al Viminale è stata nel 2014: era venuto a depositare insieme a varie persone il simbolo della Lega Padana e altri emblemi a lui legati. C'era anche, ovviamente, la gloriosa Lista dei Grilli parlanti (che poi era in origine del Grillo parlante, ma anche con il nome scritto con un corpo minore rispetto al passato il contrassegno non era stato ammesso, quindi si era tornati al plurale). Inutile girarci troppo intorno: i frutti politico-grafici del genio assonante di Rabellino - e di chiunque abbia provato, in passato e per un certo tempo, a seguirne le orme - mancano a ogni vero #drogatodipolitica che si rispetti. E anche se è finita la "fase dei grandi scherzi" (ci si perdoni il riciclaggio della massima di Bertinotti-Guzzanti), dimenticarla sarebbe un delitto.
 

16) Comitato nazionale per l'Agenda dei draghi

Che Rabellino non sarebbe spuntato al Viminale era probabile; che il secondo e il terzo giorno di deposito dei contrassegni conoscessero lunghe fasi di mortorio era meno prevedibile e - soprattutto - poco gradevole. Nel mezzo delle chiacchiere tra le persone intente a raccontare la #MaratonaViminale, ecco l'idea collettiva tanto malsana quanto appropriata: tentare un'indegna sostituzione di Renzo Rabellino, producendo un simbolo degno di lui. Perché lui di certo un simbolo riferito a Draghi l'avrebbe preparato e presentato. Dopo Grillo e Monti (e, prima, Rosso e Buttiglione), quindi, era tempo di candidare Draghi, anzi, "l'Agenda Draghi" citata da più parti come modello da seguire o da evitare. Si doveva così cercare un'agenda vera e piazzarci sopra due draghi per giustificare il nome scelto; anzi, nel miglior stile rabelliniano, si poteva coniare come denominazione Comitato nazionale per l'Agenda dei draghi, ovviamente riportando solo le ultime tre parole e riducendo in modo sensibile le dimensioni della preposizione. Poco importa che alla fine della terza giornata sia stato depositato il simbolo di Italiani con Draghi: l'Agenda dei Draghi, pur destinata a bocciatura quasi certa, era ben più raffinata (e Moleskine potrebbe farci un pensierino...)  

venerdì 19 agosto 2022

5 simboli riammessi: nuova puntata di #RomanzoViminale

Fonte: www.interno.gov.it
Alle ore 16 di ieri è scaduto il termine per accogliere l'invito del Ministero dell'interno a modificare i contrassegni ritenuti confondibili o usati senza titolo, a integrare i documenti presentati o, al contrario, a presentare opposizione alla richiesta, chiedendo l'intervento dell'Ufficio elettorale centrale nazionale presso la Corte di cassazione. Di quest'ultimo passaggio si potrà dare conto solo nelle prossime ore, quando saranno rese note le decisioni del collegio di magistrati; nel frattempo, in compenso, si può dire che cinque forze politiche hanno seguito le indicazioni del Viminale e hanno visto riammettere il loro fregio elettorale, che dunque figura nell'ultima bacheca dei contrassegni ammessi, in coda a quelli regolarmente "approvati" martedì 16 agosto (dunque dopo Italia dei Diritti).
Dopo le ore 21 di ieri, infatti, sul sito del Ministero dell'interno è apparsa la notizia in base alla quale il numero complessivo degli emblemi ammessi era salito a 75, appunto dopo le ultime riammissioni. Non vengono indicate le ragioni relative ai singoli casi di forze politiche riammesse (né, del resto, era stata data specifica notizia sulle valutazioni che avevano portato a ricusare 14 emblemi e a ritenerne altri 17 non in grado di consentire la presentazione di liste), così ci si deve limitare a ciò che si può intuire attraverso la foto complessiva pubblicata.
Due dei cinque contrassegni riammessi risultano modificati rispetto alla versione depositata al Viminale lo scorso fine settimana: in quei casi, dunque, i problemi rilevati dal ministero riguardavano effettivamente l'emblema elettorale o, almeno, una sua parte. Questo vale, ad esempio, per la prima forza politica ad avere sostituito il proprio simbolo, cioè Dcl - Democrazia cattolica liberale: si era detto, infatti, che l'unico elemento davvero problematico era costituito dal triplo scudo crociato collocato in primo piano nel contrassegno, vista la norma che tutela i simboli tradizionalmente usati da partiti presenti in Parlamento, quale è l'Udc (piaccia o no ai vari gruppi che vorrebbero rimettere in opera la Dc e sostengono che il Viminale tuteli in modo inopportuno e scorretto la posizione del partito guidato da Lorenzo Cesa). Marco Peretti, capo della forza politica, ha evidentemente scelto di rinunciare agli scudi crociati, semplicemente togliendoli: è rimasta l'espressione "Dcl Liberazione", prima leggibile sui bracci orizzontali delle tre croci una dopo l'altra, mentre la sigla Dcl è stata spostata al centro del cerchio, ora non più occupato dagli scudi (e che mostra la sfumatura da blu ad azzurro che, in fondo, ora può ricordare il profilo di uno scudo).
L'unico altro emblema modificato rispetto alla (prima) fase di deposito è quello di Pensiero e azione Ppa. Il contrassegno ora ammesso - il quarto, in ordine di riammissione - non contiene più la miniatura del simbolo della formazione La Politica dei Giovani: si deve quindi supporre - come del resto si era già immaginato quando è stata esposta la bacheca dei simboli non ammessi - che il Ministero avesse rilevato la mancata delega all'inserimento di quel simbolo all'interno del contrassegno di Ppa, mentre è bastato togliere quel riferimento grafico (e far emergere per intero il nastrino tricolore sottostante) per risolvere il problema che in un primo tempo era stato sollevato e far ritenere ammissibile la nuova versione del contrassegno.
Non ha subito modifiche invece il terzo simbolo riammesso, quello di Palamara Oltre il Sistema. Luca Palamara ad Adnkronos ha dichiarato già mercoledì che 
"La dea che sorregge la bilancia simbolo di equità e come un nume tutelare sovrasta l’Italia simbolo della urgenza di fare la riforma della giustizia avrà modo di correre e di comparire per le prossime competizione elettorale di settembre. La giustizia è di nuovo in corsa. Più forti di prima, si va oltre il sistema". Che la lista corra o meno, ciò sarà possibile per il deposito della dichiarazione di trasparenza, dell'atto di mandato al deposito autenticato al 14 agosto e "rettificato il 17/08/22" e della dichiarazione di consenso all'uso del cognome nel contrassegno": quelle integrazioni documentali, dunque, sono state sufficienti a riammettere l'emblema presentato domenica.
Non risultano modifiche nemmeno per il secondo e il quinto simbolo oggetto di riammissione. Il secondo, relativo al Partito federalista italiano, che non appare ritoccato in alcuna sua parte, è stato probabilmente riammesso in seguito alla sanatoria dei documenti presentati. Pur mancando maggiori informazioni in materia, si può pensare che le cose siano andate così: chi scrive, infatti, ha visto con i propri occhi che il depositante e capo della forza politica, Pierantonio Sabini, è rimasto a lungo impegnato insieme al suo collaboratore con la sottocommissione che si è occupata della pratica di ammissione, per cui è probabile che fossero rimaste in sospeso alcune questioni di documentazione incompleta, risolte dopo il primo verdetto di non ammissione.
Quanto al quinto e ultimo emblema riammesso, quello di L'Italia sé desta, anche qui l'immagine pubblicata non sembra modificata, nemmeno nel presunto errore ortografico relativo al nome (che pure potrebbe essere interpretato come "L'Italia desta se stessa", come l'azione dei soldati che infiggono la bandiera, stile 
Iwo Jima riflessa). La riammissione, che a questo punto sembra dovuta all'integrazione della documentazione (in particolare della dichiarazione di trasparenza), permette tra l'altro di smentire materialmente l'idea - che pure era circolata o qualcuno aveva auspicato - che l'emblema fosse stato in un primo tempo "bocciato" proprio a causa dell'errore (nel 2013 fu ammessa senza problemi l'espressione "Aqua bene comune" nel simbolo Recupero maltolto di Enrico Andreoni, anche se in realtà il suo era un latinismo, infatti in seguito avrebbe scritto "Bonum commune aqua").
Altri soggetti esclusi hanno probabilmente fatto opposizione agli inviti del Viminale: si dovrà attendere il verdetto dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, atteso per la giornata di domani, per avere il quadro definitivo dei contrassegni ammessi, anche se è probabile che anche eventuali decisioni favorevoli ai presentatori non aumentino il numero di liste sulle schede (le firme, insieme al resto dei documenti, dovrebbero comunque essere consegnate presso le sedi delle corti d'appello entro lunedì sera).