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mercoledì 25 marzo 2020

Racconti d'autore: Sogno (elettorale) di una notte di quarantena (di Stefano Mentana)

Oggi niente notizie o episodi passati da riportare alla luce. In questi giorni di quarantena da Covid-19 l'attività dei partiti è congelata; le news politiche lasciano spazio all'informazione sulla pandemia e sull'emergenza umana prima che pubblica ed economica. Giusto così. Eppure perfino l'inconscio dei drogati di politica non smette di lavorare per i suoi titolari: nel modo suo proprio, il sogno, rende noto il disagio per la mancanza di materiale su cui esercitarsi. Quello che segue è il racconto di quanto è capitato in questi giorni a Stefano Mentana, tra i fondatori di The Post Internazionale e storico follower di questo sito. Lo ringraziamo per aver messo quella notte per iscritto e averla offerta a tutti noi. Buona lettura!

Roma, marzo 2020. Quarantena. La maggior parte delle attività è sospesa per arginare la diffusione del famigerato coronavirus; le stesse istituzioni hanno rivisto completamente il loro modo di lavorare e persino le elezioni, baluardo della vita democratica, sono sospese sine die per contenere l'emergenza coronavirus. Sarà la strana situazione, sarà l'astinenza da Politica o, molto banalmente, l'essere un malato di Politica che mi ha portato a imbattermi in un sogno altamente simbolico, ove con simbolico non intendo che abbia chissà che significato recondito, ma che ha i simboli, o meglio i contrassegni elettorali, come assoluti protagonisti.
Fu così che nel cuore della notte mi ritrovai in un ufficio per il deposito dei contrassegni elettorali, in vista di una non meglio identificata tornata elettorale. Nell'ufficio - che, più che i grigi corridoi di marmo e cemento del Viminale, ricordava una severa aula magna universitaria prestata alla nobile mansione di far funzionare la democrazia - a prepararsi al deposito del simbolo c'erano i Verdi, che per l'occasione avevano - ah, l'imprevedibilità dei sogni! - il contrassegno con l'arcobaleno della pace utilizzato per le Europee del 2004. Ma, colpo di scena onirico, per una non meglio identificata legge quel simbolo non poteva essere depositato, almeno non in quel modo e non quel giorno.
Per fortuna, un aiuto inatteso arrivava ben presto per l'oscuro leader ambientalista - e chissà chi era, quella volta - da parte di uno che di simboli se ne intendeva parecchio. Ecco che, dalla fila di leader e funzionari, arrivava niente meno che Renzo Rabellino, venuto lì per depositare non uno dei suoi contrassegni già visti, ma un altro emblema altrettanto enigmatico, "Alleanza Repubblicana-Verdi": sfondo celeste, tranne che per una lunetta verde nella parte superiore con tanto di riferimento ambientalista; sotto al resto del nome, scritto in verde, c'era uno scudo dello stesso colore, con al centro un leone rampante. Purtroppo, al di là dei riferimenti repubblicani e ambientalisti e all'illustre presentatore della lista, il sogno non forniva ulteriori chiarimenti su questa formazione politica.
I sogni, come sappiamo, sono una realtà parallela: succedono cose impossibili in natura e distanti dalla realtà, e le leggi in materia elettorale nei sogni sono quindi molto diverse da quelle del mondo reale. In questo caso, una misteriosa legge onirica permetteva a Rabellino di formulare una generosa proposta: i Verdi avrebbero potuto presentare i propri candidati con il simbolo "Alleanza Repubblicana-Verdi", mentre lui in cambio avrebbe avuto il simbolo del Sole che ride per contrassegnare le sue candidature, riuscendo in qualche modo a sanare i vizi del deposito che non era riuscito ai Verdi. Una sorta di scambio simboli, dunque, che - sempre per i misteri della legge onirica - avrebbe consentito di risolvere il problema dei Verdi e presentare regolarmente la propria lista addirittura il giorno stesso.
La proposta di Rabellino veniva dunque accettata dal misterioso leader verde, senza nemmeno consultare gli altri dirigenti o i propri militanti: il partito si apprestava così a una campagna sotto le inedite insegne di "Alleanza Repubblicana-Verdi", lasciando il celebre sole che ride a un gigante del mondo dei contrassegni elettorali come Renzo Rabellino. 
Tutto è bene quel che finisce bene, ma nel frattempo era finito anche il sogno: resta l'amaro in bocca per non aver saputo l'esito elettorale di quei due simboli.

N.B. Il sogno non era così nitido da mostrare come fosse davvero quel leone rampante. Ma al malato di politica piace pensare che fosse qualcosa di particolare, magari come il leone reale di Scozia, ma con la testa girata e riprodotto "a specchio": i romantici possono vedere lo sguardo verso il passato senza deporre la grinta, i pratici concluderanno che l'immagine è stata ribaltata per evitare grane nell'accettazione del simbolo. Un professionista come Rabellino, in fondo, ci avrebbe pensato di certo...

giovedì 2 gennaio 2020

1987, l'anno dei due Piemont sulle schede

Vita non semplice, quella degli autonomisti che negli anni '80 cercavano di avere spazio e visibilità politica per le loro battaglie: qualche risultato era arrivato, ma la strada rimaneva in salita e con fronti sempre nuovi. Dopo aver ottenuto il primo eletto nel 1985 alle elezioni provinciali di Torino, l'Union Piemontèisa guidata da Roberto Gremmo proseguì di fatto un'alleanza a tre, con la Lega Lombarda di Umberto Bossi e la Liga Veneta di Franco Rocchetta, il partito nella posizione di maggior forza grazie alla presenza nelle aule parlamentari: grazie a quella condizione, infatti, le altre forze politiche autonomiste avevano potuto presentarsi a livello locale senza raccogliere le firme, semplicemente inserendo nel loro contrassegno la "pulce" con il leone di San Marco
In questo modo Gremmo era riuscito a presentare le candidature che gli avevano permesso di diventare consigliere provinciale grazie al voto "di 35.500 piemontèis"; in quella stessa tornata elettorale, la Liga Veneta era entrata in consiglio regionale con due eletti (Rocchetta ed Ettore Beggiato), ottenendo varie presenze nelle amministrazioni provinciali e comunali. Quanto alla Lega Lombarda, riuscì a eleggere un consigliere a Varese (Giuseppe Leoni), uno a Gallarate (Pierangelo Brivio, cognato di Bossi) e un consigliere provinciale a Varese (Giacomo Bianchi); non uscì invece alcun consigliere regionale, anche perché il simbolo con Alberto da Giussano - graficamente prevalente, anche se formalmente le liste risultavano presentate come Liga Veneta - non era arrivato sulle schede delle province di Como e, soprattutto, di Milano
Nel suo libro Contro Roma del 1992, Gremmo attribuì quelle assenze pesanti della Lega Lombarda a un "incidente tecnico", dovuto innanzitutto ai ricorsi intentati da Achille Tramarin, uno dei due eletti alla Camera con la Liga Veneta e già segretario del partito, che non ci stava a essere stato esautorato e contestava a Rocchetta il titolo a rappresentare la Liga. "I nostri alleati - racconta Gremmo - avevano potuto solo con grande ritardo metterci a disposizione il simbolo che ci esentava dalla raccolta delle firme per la presentazione. Ma mentre noi eravamo comunque riusciti a presentare per tempo le liste, in Lombardia era successo un disastro. Brivio ricorda ancora oggi l'enorme confusione di quei giorni con un Bossi preso dal panico, sommerso dalle carte, le accettazioni, le deleghe. Il futuro grande organizzatore lumabrd non riuscì a presentare la lista per la Regione a Milano, spedendo il povero [Roberto] Ronchi a depositare le candidature proprio all'ultimo momento. E Ronchi giunse in ritardo".   
In ogni caso, quel 1985 era stato un banco di prova, una sperimentazione per future sortite. Così, mentre Gremmo fece scalpore con i suoi interventi in consiglio provinciale in idioma piemontese (duramente criticati dall'allora consigliere provinciale e deputato missino Lodovico Boetti Villanis Audifredi, che il 10 ottobre 1985 presentò alla Camera un'interrogazione a risposta orale - leggibile qui, a pagina 32162 - assieme al collega di partito Ugo Martinat, anch'egli piemontese), l'attività aumentava e anche l'interesse per quelle iniziative. Tra coloro che si interessarono alle battaglie dell'Union Piemontèisa, c'era anche un rappresentante di prodotti alimentari che sulla Gazzetta di Torino e provincia diede un po' di spazio al progetto di Gremmo: si tratta della prima apparizione di Renzo Rabellino, un nome che in questo sito non ha bisogno di presentazioni.
All'inizio di febbraio del 1987 si tennero le elezioni comunali anticipate a Santhià, nel vercellese: si presentò anche l'Union Piemontèisa - sempre con la "pulce" della Liga Veneta - pur non avendo alcun radicamento locale, volendo misurarsi sul territorio in vista delle probabili elezioni politiche altrettanto anticipate (che puntualmente sarebbero arrivate). L'attività svolta nell'ultimo anno e mezzo e la visibilità conquistata nella confinante provincia di Torino da Gremmo (il mandato da consigliere provinciale gli aveva permesso di essere assai più presente di un tempo in varie manifestazioni) consentì a una lista composta quasi interamente da torinesi di ottenere circa il 5% e un eletto, vale a dire lo stesso Gremmo (che poi si sarebbe dimesso in polemica con la richiesta di un altro consigliere eletto col Psi che rivendicava il diritto di parlare in calabrese; gli sarebbe subentrata la moglie Anna Sartoris, in effetti l'unica nata in provincia di Vercelli). 
Al di là dell'elezione di un consigliere, che comunque consentiva visibilità, a Gremmo interessava la percentuale ottenuta: il 5% raccolto dall'Union Piemontèisa a Santhià senza radicamento territoriale e senza troppe attività svolte in quella zona sarebbe tornato utilissimo alle elezioni politiche, visto che in quella circoscrizione - Torino-Novara-Vercelli - nel 1983 era bastato ottenere poco più del 3% per far scattare con certezza l'elezione di un deputato; alla Lega Lombarda, per dire, era andata peggio alle elezioni anticipate contemporanee a Caronno Pertusella (Va), perché il 3% ottenuto era bastato a eleggere un consigliere, ma l'elezione di un parlamentare sarebbe stata assai più a rischio (per Gremmo in quella zona sarebbe stato necessario ottenere addirittura l'8% per avere la sicurezza dell'eletto).
Il voto politico del 2 e 3 giugno 1987, insomma, avrebbe potuto essere decisivo per l'autonomismo piemontese, facendolo entrare in Parlamento. Lo stesso Gremmo fu invitato un paio di volte in un programma televisivo locale, La Trattoria dei Ricordi, allora molto seguito anche perché a condurlo su Telecupole era Gipo Farassino, cantautore in lingua italiana e piemontese, arrivato in passato alla notorietà nazionale e in quel periodo seguito soprattutto nella sua regione. Farassino si mostro interessato alla causa degli autonomisti e, parlando con Gremmo dopo la seconda trasmissione, disse che si sarebbe voluto schierare pubblicamente a loro favore: Gremmo ne fu lieto, suggerendo soltanto di attendere le ormai prossime elezioni politiche per massimizzare il risultato per l'unica forza autonomista che in quel periodo esisteva nella regione, cioè l'Union Piemontèisa. Le cose, tuttavia, non andarono come il suo leader aveva immaginato. 
Nelle settimane successive, infatti, si consumò uno scontro politico tra Gremmo e Rabellino: tra i molti motivi della frizione, anche il fatto che l'Union Piemontèisa fosse stata ufficialmente costituita poche settimane prima con atto notarile dai soli Gremmo e Sartoris. In Contro Roma, Gremmo spiegò di aver agito così perché l'atto costitutivo, come segno di una struttura giuridica stabile, era stata la condizione posta dalla Liga Veneta perché questa concedesse un prestito consistente - 50 milioni - all'Union Piemontèisa e alla Lega Lombarda per poter affrontare le elezioni politiche; nel contempo, non furono coinvolte altre persone perché i firmatari dell'atto avrebbero dovuto impegnarsi personalmente a restituire quanto prestato. Quell'atto fu interpretato come segno di scarsa democrazia interna e provocò l'abbandono di Rabellino e alcune altre persone. 
Le Camere nel frattempo erano state sciolte e si era stabilito che si sarebbe votato il 14 e il 15 giugno 1987: in base alle norme allora vigenti, le liste non esenti dalla raccolta delle firme avrebbero dovuto completare il tutto e consegnare la documentazione agli uffici elettorali circoscrizionali entro le ore 20 del 13 maggio; ancor prima, però, i contrassegni per le elezioni avrebbero dovuto essere depositati presso il Ministero dell'interno tra il 1° e il 3 maggio. Si può immaginare la sorpresa di molti quando, venerdì 17 aprile, La Stampa diede notizia di una conferenza stampa che si era tenuta il giorno prima per annunciare la nascita di un nuovo movimento culturale, Piemont autonomista: il volto principale era quello di Farassino, ma c'era anche Massimo Scaglione, regista e saggista che in passato aveva militato nel Pci; tra i fondatori, peraltro, c'erano anche Renzo Rabellino e l'attore e conduttore radiofonico piemontese Piero Molino. Quel movimento culturale nato per recuperare i "valori della piemontesità" aveva dichiarate "implicazioni politiche, che non significa tuttavia partitiche"; la nascita a ridosso delle elezioni, tuttavia, faceva pensare che quel movimento avesse anche velleità immediate elettorali, anche se questo avrebbe voluto dire avere meno di un mese per raccogliere le firme.
Inutile dire che la notizia non rallegrò affatto Roberto Gremmo, che qualche tempo prima aveva parlato proprio con Rabellino dell'interesse di Farassino per l'autonomia piemontese, naturalmente prima che il gruppo dell'Union Piemontèisa si spaccasse. Nel giro di alcune settimane, il cantautore piemontese aveva abbandonato i panni del potenziale valore aggiunto dell'Union per rivestire quelli dell'aspirante leader: qualcuno dei suoi compagni di avventura evidentemente lo aveva convinto di avere il carisma necessario per guidare la battaglia piemontesista (anche se su quello stesso terreno altre persone avevano iniziato a lavorare da una decina di anni) e il contatto con il pubblico doveva aver rafforzato quella convinzione. A nulla erano valse le proposte di Gremmo per candidature sotto lo stesso simbolo dell'Union, dando rilievo tanto a Farassino quanto al fondatore dell'Union.
Non era questo, tra l'altro, l'unico problema di Gremmo. Come si è ricordato, tra il 1985 e il 1987, l'Union Piemontèisa e la Lega Lombarda avevano potuto correre senza firme grazie alla "pulce" della Liga Veneta, ma alle politiche certamente il partito di Franco Rocchetta e Marilena Marin avrebbe voluto utilizzare per sé l'esenzione. Rocchetta convocò Gremmo e Bossi per illustrare loro il suo progetto: presentare liste unitarie cui avrebbero partecipato Union, Lega e Liga sotto le sole insegne del Leone, nonché varie formazioni di pensionati, la cui visibilità sarebbe stata garantita dalla dicitura "Pensionati uniti". La soluzione non poteva stare bene a Gremmo e Bossi: ora che i loro gruppi si erano fatti conoscere e avevano simboli ben identificabili, candidarsi sotto un altro emblema senza un minimo di visibilità sarebbe stato deleterio sul piano dei risultati (il ricordo della batosta alle politiche precedenti, del 1983, era ancora nitido). A quel punto, il dialogo con la Liga Veneta si interruppe e i leader del Piemonte e della Lombardia dovettero pensare a soluzioni autonome, che comunque avrebbero previsto la raccolta firme (almeno 350 in ogni circoscrizione).
Gremmo e Bossi, dunque, si misero a caccia di sottoscrittori e altrettanto facevano Farassino e i suoi compagni di avventura, ormai con la certezza che il movimento culturale avrebbe voluto partecipare alle elezioni politiche: "Raccoglievamo le firme per le liste agli spettacoli della compagnia di Farassino", racconta Rabellino, che aveva seguito i vari aspetti organizzativi nel cammino verso il voto. Era stato divulgato il nome del gruppo, ma non il simbolo, mantenuto segreto fino all'ultimo per evitare scopiazzature: c'era il riferimento alla bandiera piemontese in alto e il nome al di sotto, con la parola "Piemont" in grande evidenza. La stessa parola, per giunta, che si poteva leggere nel simbolo di Gremmo, anche se il nome ufficiale del partito era Union Piemontèisa.
A dispetto della segretezza, però, Gremmo era riuscito a sapere quale simbolo il gruppo di Farassino avrebbe voluto depositare al Viminale un paio di giorni prima del deposito: a quel punto, decise di mettere in atto un piano per tutelare la propria storia politica e, contemporaneamente, non darla vinta facilmente a un'iniziativa elettorale nata in contrapposizione al suo progetto ma in grado di sfruttare un terreno già coltivato per un decennio. Gremmo, insieme alla moglie Anna Sartoris, studiò un emblema quasi identico a quello di Farassino, con il drapò e "Piemont" scritto grande, mettendo al di sotto l'espressione "Autonomia regionale" giusto per non fare un plagio rotondo. L'immagine fu poi passata a un grafico milanese, lo stesso che aveva disegnato il simbolo per la Lega Lombarda: far fare il disegno all'esterno era un modo per evitare che si sapesse che cosa bolliva in pentola in casa Gremmo.
La sera del 30 aprile Roberto Gremmo e Anna Sartoris partirono da Biella in automobile, per poi congiungersi a un'altra vettura su cui viaggiava Umberto Bossi con altre persone. L'idea era di arrivare all'alba in piazza del Viminale, in modo da essere i primi ai cancelli e battere sul tempo potenziali concorrenti: Gremmo voleva arrivare prima di Farassino, Bossi temeva tiri mancini di potenziali disturbatori, così si accordarono e arrivarono alle 5 del mattino in una piazza ancora deserta. Bossi chiese e ottenne di mettersi in fila per primo; Gremmo si mise subito dietro di lui, seguito dalla moglie.
Nell'attesa che si aprissero i cancelli, peraltro, a Gremmo sorse un dubbio sul simbolo da presentare per primo, sapendo che quello sarebbe stato destinato a finire sulle schede elettorali. Sarebbe stato più logico optare per il simbolo dell'Union Piemonteisa già collaudato negli ultimi cinque anni, ma quello era pur sempre il primo deposito presso il ministero, quindi non c'era alcun obbligo di conformarsi alle grafiche impiegate a livello locale. Il fatto era che il simbolo elaborato all'ultimo minuto per proteggersi da Farassino agli occhi di Gremmo era sembrato più efficace del precedente: anche durante il viaggio verso Roma la questione era emersa nei discorsi con la moglie e lei era dello stesso avviso. "A quel punto, già che eravamo lì, poco prima di entrare chiesi un parere a Bossi - racconta Gremmo - e lui mi disse che non avrei dovuto cambiare emblema perché la gente ormai si era abituata al simbolo che avevamo usato negli ultimi anni su manifesti e schede, quindi sostituirlo sarebbe stato un errore. Mi parve un ragionamento sensato e così feci".
Dopo l'apertura dei cancelli alle ore 8 del 1° maggio, entrò per primo Bossi, che fece finire Alberto da Giussano - all'epoca ancora con il piede destro poggiato su un masso - per la prima volta nelle bacheche del Viminale; subito dopo di lui entrò Gremmo per depositare l'emblema della sua Union Piemontèisa, mentre al numero 3 si presentò Sartoris depositando il simbolo con la dicitura "Piemont Autonomia regionale", anche se formalmente la forza politica cui si riferiva - con regolare atto costitutivo distinto da quello dell'Union, anche qui per evitare che il simbolo fosse escluso dal principio come "deposito multiplo" - era denominata "Movimento Piemont". Espletate tutte le formalità di rito, Bossi, Gremmo e la moglie ripresero le auto e tornarono verso casa; a metà mattina, quando arrivarono per il deposito i rappresentanti di Piemont autonomista non poterono che essere sorpresi nel vedere che in bacheca c'era già un simbolo quasi identico al loro.
Tra il 4 e il 5 maggio a Bossi e Gremmo fu notificata l'ammissione del contrassegno, mentre il ministero invitò tanto Anna Sartoris quanto il rappresentante di Piemont autonomista a sostituire il loro emblema, perché ritenuto confondibile con quelli - parimenti nuovi, almeno per il Viminale - presentati in precedenza. In effetti non era automatico che anche il Movimento Piemont di Sartoris fosse considerato troppo simile a quello "collaudato" dell'Union Piemontèisa: la parola "Piemont" non poteva essere di uso esclusivo di alcuno e la grafica in fondo non era così simile. In ogni caso, Gremmo si riteneva soddisfatto: facendo presentare alla moglie un simbolo quasi uguale a quello di Farassino e degli altri, aveva ottenuto che questi non potessero usare un emblema che riteneva - quello sì - confondibile con il proprio.
Gremmo non tornò a Roma per seguire la situazione e Anna Sartoris non pensò di sostituire il proprio simbolo che le era stato bocciato. Ci pensò eccome, invece, il gruppo di Farassino, che doveva trovare in fretta una soluzione per non disperdere gli sforzi fatti per raccogliere le firme e i candidati: qualcuno propose di rimuovere l'unica somiglianza grafica, sostituendo il lambello con la sagoma della regione Piemonte - che per qualcuno somigliava piuttosto a una bistecca o, nella dimensione ridotta sulle schede, a una pera - e lasciando invece la parola "Piemont" enorme al centro, mentre il nome ufficiale della lista era stato trasformato in "Piemonte autonomista" (ma si lasciò credere ai giornali che il nome della lista fosse "Piemont"); già che ci si era, si tentò il colpo, inserendo nel simbolo la dicitura "autonomia regionale", identica a quella presente nel simbolo bocciato di Anna Sartoris, che però non era venuta a sostituirlo. 
Morale della favola: il gruppo di Farassino aveva dovuto rinunciare al suo simbolo originale, quello sostitutivo non era effettivamente simile a quello di Gremmo, ma la parola "Piemont" si leggeva molto meglio - e, anzi, sembrava ancora più evidente rispetto al contrassegno bocciato - e in più il messaggio dell'autonomia regionale era scodellato in modo nitido agli elettori. "In effetti - ricorda ora Gremmo - il loro simbolo spiccava più del nostro, lo aveva notato anche mia moglie, ma cercavo di non pensarci. Non ci aiutò nemmeno la posizione sulla scheda, che allora era determinata dall'ordine di presentazione delle liste: noi finimmo al terzo posto, ma il simbolo di Farassino riuscì a finire in alto nella seconda colonna della scheda, assai più evidente rispetto alla collocazione ottenuta dall'Union Piemontèisa".
Si arrivò ai giorni del voto e allo scrutinio e i numeri furono impietosi: nella circoscrizione Torino-Novara-Vercelli il Piemont(e) autonomista di Farassino e Rabellino ottenne 54.624 voti, l'Union Piemontèisa di Gremmo si fermò a 52.146; nella circoscrizione Cuneo-Alessandria-Asti il gruppo di Farassino raccolse 17.440 voti, mentre l'Union coi suoi 9.555 consensi fu superata di poco persino dal cartello Liga Veneta - Pensionati uniti. In quest'ultimo collegio probabilmente non sarebbe arrivato alcun eletto, ma nell'altro - quello di cui faceva parte Santhià, in cui si era raccolto il 5% pochi mesi prima - una lista autonomista con il 4,8% avrebbe potuto ottenere tranquillamente due deputati, quanti ne ebbe il Partito radicale: in quel modo, invece, nessuno conquistò eletti
A nulla valse il successo personale di Gremmo, con le 13.190 preferenze ottenute in quella circoscrizione (Farassino si era fermato a 6.856, mentre il ministro del Pli Valerio Zanone ne aveva raccolte 14.005; questo senza considerare i non pochi voti di preferenza dati a Gremmo ma considerati nulli perché espressi accanto al simbolo del Piemont autonomista). Il fondatore dell'Union Piemontèisa è tuttora convinto che la spaccatura all'interno del suo gruppo sia stata in qualche modo fomentata o assecondata dai partiti tradizionali che, dopo la performance di Santhià pochi mesi prima delle elezioni politiche anticipate, si erano spaventati del fatto che una formazione come quella di Gremmo potesse approdare in Parlamento e, da lì, avere ancora più visibilità.
In ogni caso, da quel momento in poi (anche se non proprio subito), Farassino e Rabellino si posero come gli autonomisti piemontesi con cui rapportarsi, visto che alle elezioni erano andati meglio della consolidata Union Piemontèisa nonostante il gruppo fosse nato poche settimane prima del voto e avesse avuto meno mezzi; per giunta, all'opinione pubblica erano apparsi come più moderati rispetto al gruppo di Gremmo, spesso al centro di discussioni per le proprie iniziative e da alcuni tacciato di razzismo. Non a caso, Farassino sarebbe stato nel 1989 tra i fondatori prima dell'Alleanza Nord (cartello elettorale voluto da Umberto Bossi in vista delle elezioni europee) e poi della Lega Nord, sempre in rappresentanza del Piemont autonomista.
In entrambe queste formazioni, il ruolo trainante sarebbe stato della Lega Lombarda, forte dell'essere riuscita nel 1987 a eleggere un deputato (Giuseppe Leoni) e un Senatùr (Umberto Bossi). Quel risultato, dopo quelle elezioni politiche, consentì al Carroccio di potersi presentare senza dover più raccogliere le firme e di decidere se esentare altri soggetti da quell'onere: la stessa condizione privilegiata in cui si era trovata la Liga Veneta dopo il voto del 1983, ma che non si era ripetuta all'appuntamento successivo. Nel 1987, infatti, a dispetto dei voti apportati dai Pensionati grazie all'alleanza concertata da Stefano Menicacci, la Liga Veneta dovette affrontare la concorrenza della lista del Movimento Veneto regione autonoma, contraddistinta da un altro leone marciano - quasi in posizione frontale - abbinato al profilo del veneto e a un'enorme "V", presentata da Flaminio De Poli e Giampaolo Stimamiglio (già membro di Ordine Nuovo) nella sola circoscrizione Verona-Padova-Vicenza-Rovigo alla Camera: lì racimolò un 1% che, sommato ai voti della Liga, avrebbe permesso a quest'ultima di ottenere almeno un deputato. 
Con i "se", con i "ma" e con i condizionali non si fa la storia, men che meno quella politica ed elettorale, ma è davvero probabile che le vicende politiche del Piemonte sarebbero state diverse - anche se non si può prevedere in quale modo - se nel 1987 ci fosse stata una sola lista autonomista. In quel caso, probabilmente, lo stesso Roberto Gremmo avrebbe avuto un destino diverso e meno complesso: di questo, però, converrà parlare più in là.

mercoledì 24 aprile 2019

#RomanzoViminale: i simboli che non abbiamo visto al Ministero

Smaltita dopo un paio di settimane la "sbornia" da deposito di contrassegni al Viminale, restano i ricordi di quella manciata di ore, le impressioni generate da ciò che volta per volta (e, quasi sempre, con molta, molta calma) è finito esposto nel corridoio del piano terra e, in fondo, anche un po' di rammarico. Rammarico per i simboli che ci si aspettava di veder arrivare - o, molto più spesso, tornare - sul fondo nero delle bacheche e sotto le loro coperture di plexiglas. Già, perché quegli emblemi in questi giorni non li ha raccontati nessuno, non hanno avuto l'attenzione di un flash, di una telecamera, di un taccuino - ce ne sono ancora! - o di un dito pigiato su un tablet. 
L'anno scorso, proprio per restituire un po' di visibilità almeno ad alcuni di coloro che non avevano trovato la strada del Viminale, questo sito aveva inventato una finta bacheca in cui inserire una decina di simboli: invece che un Salon des Refusés (sullo stile di quello voluto da Napoleone III), un ancor più ardito Salon des jamais arrivés. Quest'anno, dopo l'ulteriore calo degli arrivi al ministero, sembra giusto fare lo stesso, con qualche conferma (di simbolo o di persona) e vari ingressi, vecchi, nuovi o nuovissimi: la bacheca è stata riempita a piena discrezione dell'amministratore della pagina e di alcuni suoi collaboratori, rigorosamente #drogatidipolitica. Nella speranza che prima o poi a qualcuno degli assenti qui celebrati venga voglia di tornare o varcare per la prima volta i cancelli di piazza del Viminale.

* * *

1) La Luce del Sud

In apertura di questa carrellata, una domanda sorge spontanea e, volendo, quasi urgente: ma tra i simboli apparsi per la prima volta in bacheca prima delle elezioni politiche del 2018, che fine ha fatto La Luce del Sud, il manifesto simbolico del Lucentismo di Giusy Papale? Come ha potuto il Viminale sopravvivere senza ospitare di nuovo il passaggio e l'affissione dell'emblema il cui programma si riassume nella massima "Fare, sempre fare, eternamente fare e dire, sempre dire, eternamente dire agli altri quello che vuoi sia fatto e detto a te stesso"? Quale spazio ci sarà per le Isole della Felicità concepite da Giusy Papale? Ma soprattutto, che ne è dell'offerta di 5mila euro sul quadro del simbolo fatta da Makkox a Propaganda Live a nome di Marco Damilano? Che il simbolo non sia arrivato al Ministero perché se l'è comprato lui?


2) Lista civica nazionale "Io non voto"

Da un'assenza fresca fresca a un habitué della fila viminalizia, che anche quest'anno ha "marcato visita". Nemmeno questa volta, infatti, tra i primi a depositare il proprio simbolo si è visto Carlo Gustavo Giuliana, con la sua mitica lista civica nazionale "Io non voto", che invece cinque anni fa, assieme ad altri due compari di fila, ha tenuto salde le posizioni della sua proposta politica. Lui, interrogato appositamente pochi giorni prima della due giorni romana, ha preannunciato la sua assenza, assicurando di voler tenere in caldo il suo simbolo pervinca-nero (molto palermitano) per le elezioni politiche, che potrebbero non tardare più di tanto. Nella sempre maggiore consapevolezza che il partito del non-voto è sempre più imbattibile in quest'Italia del Terzo Millennio (e se arriveranno le liste, sarà divertente l'esperienza situazionista di sapere che qualcuno voterà "Io non voto").


3) No Euro

Proprio come l'anno scorso, i veri #drogatidipolitica hanno sentito la mancanza al Viminale di uno qualunque della lunga sequela di emblemi prodotti da Renzo Rabellino e dalla sua "banda": cinque anni fa, in effetti, al mattino in fila c'era lui con il suo gruppo (compreso l'inesauribile Gianluca Noccetti), pronto a portare la Lista dei Grilli parlanti, Lega Padana, Pensionati e invalidi (per conto di Luigina Staunovo Polacco) e - soprattutto - Chiamiamolo per il Piemonte, anticipazione di ciò che non sarebbe stato alle regionali (non per loro volontà). Questa volta, trattandosi di elezioni europee, è giusto rappresentare Rabellino & co. con l'emblema più semplice, diretto e attinente: No Euro, contro la moneta privata della Bce e il signoraggio.


4) Liberaldemocratici

Altro soggetto perfettamente a suo agio in ambito politico che diserta da troppo tempo i corridoi del Viminale (l'ultimo suo avvistamento risale al 2013) è Marco Manuel Marsili. Questa volta, tuttavia, non lo si vuole rappresentare e richiamare con la sua ultima creatura politica, ossia i Pirati (peraltro già ammessi nel 2013 pur in presenza del Partito pirata), bensì con la sua creatura politica più raffinata e interessante, i Liberaldemocratici. Non solo l'emblema si sarebbe ben prestato a una competizione di rango europeo, ma quel bird of liberty che rimanda tanto ai LibDem britannici avrebbe addirittura potuto - visto l'andazzo delle ultime settimane - correre senza firme (e figurarsi se il Pirata liberaldemocratico avrebbe avuto problemi a dare prova di un'affiliazione...)


5) Partito delle buone maniere

Altra assenza molto sentita quest'anno, dopo la presenza vulcanica del 2018, è stata quella di Giuseppe Cirillo, alias Dr. Seduction: stavolta dunque niente strisce pedonali portatili, niente pastarelle, niente caciocavalli per ravvivare l'atmosfera dell'austero - e più regolamentato del solito - corridoio viminalizio. E pensare che il simbolo pronto c'era già: nessuna riedizione di Preservativi gratis o del Partito degli impotenti esistenziali, ma una nuova variazione del Partito delle buone maniere, con due volti che si guardano con educazione (si vede che ce n'è molto bisogno) al posto della mano guantata che porge un fiore. Un simbolo, tra l'altro, che dovrebbe partecipare a una delle prossime regionali e alle amministrative (per lo meno di Caserta): quell'appuntamento il dottor Cirillo non lo mancherà.


6) M.E.T. - Movimento per l'economia e il territorio

Ormai da cinque anni i funzionari dei servizi elettorali del Ministero dell'interno non vedono Marco Di Nunzio, cioè da quando alle scorse europee non gli venne in mente di depositare il simbolo di Forza Juve - Bunga Bunga - Usei (prima che al quarto piano del Viminale piombasse una diffida grande così della Juventus e, dopo aver riammesso con difficoltà il contrassegno modificato chissà da chi, si decidesse di aggiungere a tutte le successive Istruzioni sulla presentazione delle candidature il "comma Di Nunzio" che vietava l'inserimento di marchi di società "anche calcistiche"). Eppure stavolta Di Nunzio, l'Eroe simbolico dei Due Mondi, aveva a disposizione il simbolo più sobrio della sua carriera, quello del Movimento per l'economia e il territorio: talmente sobrio che, alle ultime comunali in cui è stato presentato, non lo ha votato quasi nessuno. Ma nelle bacheche ministeriali non avrebbe certo sfigurato...


7) Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo

Questo simbolo, diciamo la verità, è stato il più vicino in assoluto, tra quelli ospitati in questa bacheca des jamais arrivés, ad arrivare nel posto in cui tutti si sarebbero fermati a guardarlo. Già, perché Mauro Fortini, uno dei recordman di passaggi televisivi all'interno dei telegiornali e non solo, alle 8 dell'8 aprile era sulla piazza del Viminale pronto al deposito: aveva fatto stampare una copia del suo simbolo - concepito da lui e realizzato, anche qui, chissà da chi - denominato Sempre in piazza - Il presenzialista televisivo, che in un cerchio riassumeva tutta la sua filosofia, con tanto di penna arancione, ferma ma pronta a essere mossa con perizia. Pare che il simbolo e il suo protagonista siano arrivati fino al cancello del Ministero e poi siano stati allontanati dallo spettro della burocrazia; in ogni caso, c'è da giurarci, l'ingresso dell'anticamera elettorale è solo rimandato. Magari alle prossime politiche (e con le telecamere che stavolta cercheranno proprio lui).


8) Movimento sociale Fiamma tricolore

Nel 2018 il simbolo era in qualche modo presente all'interno del cartello Italia agli italiani (assieme a Forza Nuova); questa volta, invece, come nel 2014, il simbolo del Movimento sociale Fiamma tricolore non è proprio arrivato in bacheca. Non si è visto né il segretario nazionale Attilio Carelli, né alcuna persona delegata da lui. Così la goccia tricolore seghettata è rimasta fuori e l'area di estrema destra è rimasta rappresentata solo dal cartello Destre unite - CasaPound e da Forza Nuova; tra il 1996 e il 2013, invece, l'emblema non era mai mancato, anche quando le liste non erano in progetto. Chissà se, prima o poi, qualcuno deciderà di farlo tornare...


9) Federazione nazionale dei Verdi-Verdi

Tra i leoni d'Italia, venetisti o valdostani, la testuggine ottagonale, le colombe, le aquile fiammesche e i cavalli in volo, qualcuno non riesce proprio a farsi una ragione dell'assenza ormai decisamente prolungata dell'orsetto che sorride e saluta della Federazione nazionale dei Verdi-Verdi. Il partito ideato e guidato dal piemontese Maurizio Lupi, in effetti, è comparso l'ultima volta nel 2006, anche se il fondo era blu e il nome era diventato Ecologisti democratici - L'ambienta-Lista (per la bocciatura da parte dell'Ufficio elettorale centrale nazionale, che aveva rilevato la somiglianza con i Verdi). Dal 2014 il soggetto politico non è più nemmeno nel consiglio regionale del Piemonte: possibile che nessuno abbia voglia di vederlo di nuovo su bacheche, manifesti e schede?


10) Italia dei valori

Nel 2014 il simbolo era tornato nelle bacheche viminalizie perché, forte dei parlamentari europei eletti nel 2009, le sue liste avrebbero potuto correre senza raccogliere firme a quelle elezioni europee. Già nel 2018, invece, l'Italia dei valori, guidata da Ignazio Messina e senza più la presenza - anche solo nel simbolo - del suo fondatore Antonio Di Pietro, aveva scelto di non comparire nemmeno tra gli emblemi depositati a mero scopo cautelativo. Evidentemente nessuno ha sentito il bisogno di dare nuova visibilità al gabbiano arcobaleno che fin dall'inizio ha caratterizzato la vita del soggetto politico. Non è dato sapere se si tratti di un arrivederci o se il volo sia definitivo: da queste parti, ovviamente, si spera di no.


11) Democrazia cristiana

Non si può ovviamente dire che a queste elezioni fosse assente una Democrazia cristiana, come ben sa chi ha seguito la storia delle impugnazioni e delle decisioni dell'Ufficio elettorale nazionale e dei giudici amministrativi. A mancare questa volta è la Dc con lo scudo crociato arcuato, di gusto più risalente e a fondo bianco, il simbolo che nel 2014 fu depositato tanto da Pellegrino Leo (in quanto iscritto alla Dc mai sciolta), quanto soprattutto da Angelo Sandri, che da Cervignano del Friuli scese cinque anni fa con tanto di cravatta scudocrociata, pronto a difendere le proprie ragioni di segretario politico. Entrambi hanno "marcato visita" nel 2018 e questa volta hanno fatto lo stesso: che stiano preparando qualche colpo ad effetto per le prossime politiche?


12) W la Fisica

Non si avverte solo l'assenza di Giusy Papale, ovviamente: tra le new entry del 2018, accanto ai Free Flights to Italy, ai 10 volte meglio, al Partito Valore umano e al Rinascimento sgarbiano, spicca l'assenza di W la Fisica. Il simbolo presentato da Mattia Butta, perfetto esemplare della corrente del bianconerismo (spruzzato di essenzialismo e geometrianaliticismo), l'emblema che più di tutti colpì Roberto Calderoli e deluse una cospicua parte di italiani che non lo trovarono sulle schede (si presentò solo all'estero), questa volta non è comparso nemmeno nei dintorni del Viminale. Un vero peccato, perché il bisogno di una cultura scientifica più diffusa e vissuta non è affatto calato, anzi, se possibile è raddoppiato. Forza Butta, l'Italia ha bisogno di te e gli appassionati di politica pure...


13) Nuovo Psi

I frequentatori di questo blog, già alla sera del 7 aprile, lo avevano notato subito: quest'anno in bacheca non c'è nemmeno un garofanino piccolo così. A mancare, soprattutto, è stato il simbolo del Nuovo Psi di Stefano Caldoro, l'unico che - pur avendo decisamente ridotto la presenza elettorale - manteneva con continuità l'uso del fiore dei socialisti craxiani e post-craxiani (non con particolare gioia del Psi). Si tratta della prima assenza del garofano caldoriano, sempre presente al Viminale dal 2006 (mancò solo sulle schede nel 2009, per l'estromissone da parte dell'Ufficio elettorale nazionale): mancanza di tempo, di interesse o semplicemente ci si prepara per appuntamenti di maggior interesse nazionale?


14) Sì Tav - Lavoro - Grandi opere - Maie

Questo simbolo rappresenta, se si vuole, una piccola eccezione. Non è stato finora usato e probabilmente non lo sarà mai, ma qualcuno lo aveva seriamente concepito con l'idea di partecipare alle elezioni regionali piemontesi e, magari, di correre anche a quelle europee. Bartolomeo Giachino, tra i fondatori dell'associazione Sì lavoro, ne avrebbe approfittato per dare risonanza anche al suo messaggio Sì Tav e al sostegno alle Grandi opere. Certo, per correre alle europee sarebbe stato necessario raccogliere le firme oppure ospitare nel contrassegno il simbolo di una forza esente. Come il Maie, che nel 2009 aveva esonerato i Liberal Democratici e nel 2014 aveva fatto lo stesso con Io cambio. Quest'anno, per la prima volta, né il Maie né l'Usei sono finiti su alcun emblema per attribuire l'esenzione: se questo da una parte si spiega con la strada dei partiti europei (di cui si è ampiamente parlato), varrebbe la pena chiedersi come mai nessuno stavolta abbia scelto la via latinoamericana.


15) Democratici di sinistra

La nostra fantabacheca si chiude con un partito che non opera più, ma esiste ancora: sulle schede non finisce più dal 2008 (compreso), ma per anni ha continuato a comparire nei corridoi del Ministero dell'interno. Sì, perché prima - nel 2008 e nel 2009 - il simbolo dei Democratici di sinistra veniva portato da Barletta dal gruppo di Antonio Corvasce che voleva continuare a essere diessino senza essere del Pd (ma Viminale e magistrati di cassazione sbarravano la strada a quell'emblema); nel 2013 e nel 2014 è stato fatto depositare per sicurezza da Ugo Sposetti, tuttora legale rappresentante di ciò che resta dei Ds, proprio per evitare sorprese. L'anno scorso e quest'anno, invece, nessuno ha portato la Quercia (e stavolta neanche la Margherita si è vista, forse perché non c'era un Dellai che avrebbe voluto usarla e da cui qualcuno voleva cautelarsi). Eppure è bene ricordarsi, ogni tanto, che in Italia sciogliere un partito è un procedimento maledettamente difficile e, soprattutto, lunghissimo: le querce, del resto, alla longevità sono abituate.

domenica 4 febbraio 2018

#RomanzoViminale: dieci simboli mai arrivati in bacheca


I media nei giorni scorsi si sono prodigati in folkloristiche cronache e narrazioni dal Viminale, descrivendo al volo o più nel dettaglio i vari simboli depositati e i loro presentatori. Più di qualcuno, nel tirare le somme, ha riconosciuto un vistoso calo nel numero dei depositanti e delle loro "creature", cercando di interrogarsi sui motivi alla base della "ritirata". Nessuno però ha seriamente dedicato attenzione ai simboli che, per una ragione o per l'altra, quest'anno non si sono visti nelle bacheche del Ministero dell'interno o avrebbero potuto starci benissimo se qualcuno li avesse preparati in tempo. Chi gestisce questo sito e molti dei suoi frequentatori, tuttavia, credono sia giusto rendere loro l'onore delle armi: per questo, ecco qui dieci simboli - con relativi presentatori - che avremmo potuto e voluto vedere nelle bacheche del Viminale, ma almeno sono finiti nella nostra "fantabacheca". Per sorridere un po', per sentirci meno soli come #drogatidipolitica, per sentirci rassicurati da un simbolo strano che si aggiunge o che anche stavolta non manca all'appello. E invece, purtroppo, non c'era.

1) Lista Gabriele Paolini

Di tutti i simboli elencati, questo è il solo che abbia varcato in qualche modo la soglia del Ministero dell'interno. Come si è detto nei giorni scorsi, infatti, tra gli ultimi a presentarsi ai tavoli dl Viminale nella prima giornata di deposito, il 19 gennaio, c'è stato Gabriele Paolini, già noto come inquinatore e decostruttore televisivo (oltre che come "profeta del condom", ma quest'anno tra i depositanti c'era pure Giuseppe Cirillo): con sé, a quanto pare, aveva solo un foglio con il possibile emblema della sua lista, difforme rispetto alle prescrizioni di legge e ministeriali. Nelle bacheche non è mai arrivato, ma sul profilo Facebook di Paolini lo si è visto: si trattava della semplice dicitura "Lista Paolini" scritta a penna, nel tentativo di rendere le lettere più spesse. Al centro, il nome "Felis" con tanto di occhio stilizzato: chi è Felis? Andate sul profilo Fb o sui siti curati da Paolini per scoprirlo...


2) Lista civica nazionale "Io non voto"

Di solito è sempre stato tra i primi a presentarsi in fila davanti al Ministero dell'interno; quest'anno, invece, problemi di salute hanno tenuto lontano da Roma Carlo Gustavo Giuliana, così fotografi e telecamere non hanno potuto immortalare il suo ormai immortale "Io non voto", con tanto di virgolette perché è la citazione di una presa di posizione, di una scelta netta che si fa progetto e nome, appunto, di una "lista civica nazionale". Ci è mancato questa volta il colore pervinca del simbolo, ci è mancato il buonumore pronto a non venir meno e a scattare a dispetto della fredda attesa viminalizia. Si spera che torni presto a mettersi in fila e, magari, riesca anche a presentare le liste, così da concedere a tutti il brivido ossimorico di votare "Io non voto".


3) No Euro - Lista dei grilli parlanti

Altro grande assente, che non può non avere un posto d'onore nella lista delle persone che ci si aspettava di veder arrivare sulla piazza del Viminale per depositare una delle sue creature è Renzo Rabellino. Tra il 1993 e il 2016 ci ha deliziati a livello locale e nazionale con le sue iniziative simboliche audaci (a volte con un vago sentore di zolfo), che hanno fatto sommamente irritare alcuni, mentre hanno dato sempre linfa ai veri #drogatidipolitica. Purtroppo stavolta Renzo non si è visto: è probabile che c'entri la condanna (diventata definitiva ad agosto dopo la sentenza della Cassazione) legata alla raccolta delle firme per le regionali piemontesi del 2010. Noi speriamo di rivederlo presto, magari con Gianluca Noccetti, nel 2014 elemento fondamentale della banda. Vi aspettiamo! 


4) Partito pirata

Dopo l'invasione (o arrembaggio, fate un po' voi) del 2013, quest'anno nemmeno un simbolo si è riferito al fenomeno Pirata. Ma soprattutto quest'anno non si è visto nemmeno Marco Marsili, che nel 2013 aveva portato il "suo" Partito pirata, anche se aveva dovuto modificare il simbolo perché gli era stato chiesto di cambiare nome e togliere la vela nera, ma il jolly roger era rimasto al suo posto. Ci sono mancate le scorribande (ad arrembaggio) notturne e antelucane di Marco, quasi sempre preludio alla presentazione di simboli che hanno messo sotto stress le norme elettorali, per capire fino a che punto si poteva osare: quest'anno la terra portoghese l'ha trattenuto, ma siamo certi che prima o poi tornerà, oh se tornerà... 


5) Partito internettiano

Il primo a mettere la "chiocciolina" del web su un simbolo elettorale? Francesco Miglino, segretario del Partito internettano, apparso per la prima volta nelle bacheche ministeriali nel 2001 (anche se allora il fondo era tutto azzurro e le scritte erano nere). Presente alle politiche del 2013 e alle europee del 2014, pareva che anche quest'anno il titolare del simbolo si presentasse almeno nell'ultimo dei tre giorni dedicati al deposito degli emblemi, ma purtroppo non è arrivato. Peccato, perché nell'anno delle campagne elettorali più social in assoluto, vedere al suo posto l'emblema del primo partito ad aver creduto che "solo tramite internet, il più rivoluzionario strumento di partecipazione diretta, sarà possibile intervenire nelle nuove sfide, contrapporsi da subito ai minacciosi piani di accaparramento delle risorse del pianeta da parte di oscuri centri di potere che, in nome del profitto ed in forza di immense disponibilità finanziarie, pensano di determinare e dominare il destino della società senza che nessuno si opponga" sarebbe stato rassicurante.


6) INRI - Lista Jesus Messi - Movimento Bunga Bunga

Lui in effetti in questi giorni è rimasto in Colombia a preparare altre liste e altre battaglie, per cui al Viminale non lo si è proprio visto. Ma lui, Marco Di Nunzio, il simbolo per correre nella circoscrizione Estero - America meridionale l'aveva già preparato e, al di là di ogni considerazione estetica, era davvero imperdibile. In primo piano c'era una spada (mi raccomando, non una croce), giusto in mezzo alla sigla Inri (che ovviamente significa Indigenti nativi rivoluzionari italiani... cosa pensavate, eh??); subito sotto c'era un riferimento a "Jesus" (vai a capire se si tratta di Gabriel Jesus del Manchester City o di Jorge Jesus allenatore dello Sporting Lisboa) e a Messi, con tanto di stemma del Barcellona; in basso, la pulce dell'immancabile Movimento Bunga Bunga (col simbolo del 2013). Il contrassegno sarebbe stato bocciato di sicuro, ma quante emozioni avrebbe portato... 


7) Sempre in piazza - Il presenzialista dei Tg

Prima o poi avrebbe dovuto pensare seriamente a fare una propria lista: Mauro Fortini in Italia lo conoscono tutti, anche se magari ne ignorano il nome. E' lui il più assiduo presenzialista dei telegiornali, che appare sempre con la sua inseparabile penna arancione, usata per vergare un taccuino mentre il politico di turno dichiara qualcosa, oppure portata alla bocca o alla fronte, mossa con sapiente e ipnotica lentezza, in grado di distrarre il telespettatore. Da qualche giorno Fortini, che dal 1999 ha totalizzato oltre 18mila apparizioni televisive, ha concepito un suo simbolo da presentare alle prossime elezioni: c'è lui, il suo motto "Sempre in piazza" (e lui c'è davvero), il suo biglietto da visita di "presenzialista dei Tg" e, soprattutto, la sua penna arancione, proprio quella. La prossima volta, ne siamo certi, si metterà in fila anche lui.


8) Partì Demücratéc Padan

Anche in questo caso il contrassegno scelto per la bacheca dei non depositati, più che un partito, sta a rappresentare una persona: Massimiliano Loda, detto Max. Il Partì Demücratéc Padan, volendo, è la creatura politica che lo rappresenta di più, anche se negli anni lo si è visto depositare anche altro (compreso il simbolo di Rivoluzione civile senza Ingroia nel 2013 e, prima ancora, Immigrati basta). Quest'anno il Loda da Lodi non si è visto, né lo si sarebbe potuto vedere: da una lettera che lui ad agosto ha inviato a Roberto Bernardelli di Grande Nord (e pubblicata da L'Indipendenza nuova), si apprende che lui si trova in carcere per il cumulo di pene legate ad accuse di firme false. "In uno stato di diritto è indegno che il meccanismo di presentazione alle elezioni comporti rischi per la libertà personale; è ora che la politica affronti il problema", scrive nella sua lettera. Per il momento, nel rispetto di tutti quanti e della legge, i #drogatidipolitica si augurano che Loda possa tornare quanto prima in condizione di politicare: anche la sua assenza si fa sentire.


9) Federazione nazionale dei Verdi-Verdi

A livello locale in Piemonte l'attività è continuata e la pagina Facebook è sempre aggiornata, ma a livello nazionale l'orsetto dei Verdi-Verdi, legati fin dall'inizio a Maurizio Lupi (non quello lombardo, ovviamente), manca davvero da troppo tempo nelle bacheche del Viminale. Non lo si vede, per intendersi, dal 2006, anno in cui comunque la dicitura "Verdi Verdi" fu cassata dall'Ufficio elettorale nazionale e si dovette ricorrere alla dicitura "L'Ambienta-Lista Ecologisti democratici". Da allora, niente più orsetto che sorride e saluta, né sulle schede né nei corridoi del Ministero. Una mancanza cui coloro che seguono con passione le cronache politiche non si sono rassegnati, nemmeno quest'anno.


10) Lista Marco Pannella

Negli ultimi giorni l'ho ricordato spesso: queste elezioni sono le prime a svolgersi senza Marco Pannella. E sarà anche la prima volta che la lista che porta il suo nome, ora guidata da Maurizio Turco, non si presenterà o non contribuirà ad altre liste (come avvenne nel 2006 con la Rosa nel Pugno o nel 2013 con Amnistia giustizia libertà). "La non democraticità delle elezioni - si legge in una nota - ha raggiunto in questa tornata elettorale vette mai raggiunte prima e qualsiasi tentativo di partecipare al gioco elettorale significherebbe legittimarle. Il regime erede della partitocrazia, attraverso la stampa e la tv totalmente asservite alle ragioni del potere, impedisce quotidianamente ai cittadini, di conoscere altro e altri da ciò che, funzionale alla sua stessa conservazione, deve essere conosciuto". 
Sui media non si parla di temi "essenziali quali lo Stato di diritto, la giustizia, l'Europa", cari al Partito radicale nonviolento transnazionale e transpartito, oltre che alla Lista Pannella: Turco e gli altri parlano di censura sempre più violenta nei loro confronti, di una legge elettorale "per la terza volta [...] adottata in prossimità della scadenza elettorale stravolgendo il precedente sistema", rendendo difficile ad alcune forze politiche la partecipazione alle elezioni "mentre si dilata a dismisura, per via interpretativa, la possibilità di presentare liste senza l'onere della raccolta delle firme a qualsiasi microinsediamento istituzionale" (non senza riferimenti poco criptici all'esenzione a favore anche di +Europa). Per questo la Lista Pannella continua la sua opera di denuncia della "sempre più sottile, quasi impalpabile quanto pervasiva, violenza del regime", invita alla "resistenza nonviolenta" e, oltre a non partecipare al voto, non ha presentato nemmeno il simbolo. Almeno nella bacheca dei nostri desiderata, dunque, doveva finirci.