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domenica 18 dicembre 2016

Sel chiude bottega: analisi di un emblema al capolinea

Le storie umane nascono per durare il più a lungo possibile; a volte terminano troppo presto, a volte troppo tardi, ma la fine è scritta nel loro Dna fin dall'inizio. L'atto conclusivo (o ciò che direttamente lo precede) è arrivato ieri anche per Sel. Una sigla che, all'inizio della storia - databile al 16 marzo 2009, giorno della conferenza stampa di presentazione - significava Sinistra e libertà, ma già qualche mese dopo - in particolare dall'assemblea fondativa del 19 e 20 dicembre 2009 - aveva il significato completo di Sinistra ecologia libertà. Sette anni di vita con lo stesso nome, che si sono di fatto chiusi ieri alla Domus Australia di via Cernaia a Roma: il penultimo passo, annunciato da tempo, verso la nuova avventura di Sinistra italiana destinata a prendere ufficialmente il via tra qualche mese.
Ho detto penultimo passo perché, per quello che si è potuto capire, l'ultimo atto - ossia la decisione definitiva di scioglimento - spetterà alla segreteria, una volta completate le assemblee locali svoltesi nei giorni scorsi. Niente congresso nazionale dunque, cosa che a qualcuno non è piaciuta, così come una parte degli iscritti non condivide l'approdo - previsto dal 17 al 19 febbraio 2017 - all'interno di Sinistra italiana, per cui alcuni (come Luciano Uras) sono già approdati al Pd o si sono avvicinati, aggiungendosi a coloro che hanno percorso la stessa strada nei mesi scorsi (tra loro, ad esempio, Gennaro Migliore). 
Non spetta a questo sito dire se Sel è stata davvero - come si leggeva nel sito alcuni giorni fa - "un'esperienza di straordinaria ricchezza, che [...] ha dato molto in termini di riflessione, di legami umani e patrimonio politico"; certamente di fatto ieri si è conclusa una storia, vissuta quasi sempre ai margini. Prima della politica parlamentare (nel 2009 il cartello Sinistra e libertà mancò l'obiettivo dello sbarramento al 4% e non riuscì a entrare a Strasburgo), poi della politica che conta: nel 2013 fece parte della coalizione Italia bene comune di Pierluigi Bersani e, permettendo al centrosinistra di ottenere il premio di maggioranza alla Camera, ottenne un discreto numero di seggi, ma con la nascita del governo Letta si collocò subito all'opposizione e lì è rimasta per tutta la legislatura. 
Negli iscritti  c'è la consapevolezza di dover puntare a far introdurre nell'agenda del paese la lotta alla crisi economica e alla diseguaglianza viva nel paese, l'impegno per le politiche ambientali, l’innovazione e la ricerca, per i diritti di cittadinanza e per la conversione dell'economia verso sistemi "più solidali e intelligenti". Tutto ciò, peraltro, non sarà (più) fatto o tentato sotto il simbolo di Sel, uno dei primi emblemi essenzialmente "letterali" degli ultimi dieci anni: l'area del contrassegno colorata di rosso - che contenesse o meno il riferimento a Nichi Vendola - non aveva una funzione grafica precisa, se non quella estetica, risultando molto più importante il contenuto testuale dell'emblema. 
Certo, anche il simbolo - provvisorio? - di Sinistra italiana è fondamentalmente letterale, anche se la sigla è stata scritta in un modo riconoscibile e minimamente studiato. Non basta però rilevare questo per assicurare che anche nel nuovo soggetto politico si potrà "provare a costruire una memoria condivisa, [...] riflettere su ciò che siamo stati e su ciò che sarà". Di certo Sinistra italiana non potrà, non vorrà essere una riedizione della Sinistra - l'Arcobaleno del 2008 o (peggio) della Rivoluzione civile di Ingroia (2013), con cui si era cercato di tenere insieme i pezzi della sinistra radicale (e non solo quella), rimanendo però regolarmente fuori dalle aule parlamentari. Proprio all'interno della Camera e del Senato, invece, è nato il nucleo di Sinistra italiana e lì vorrà rimanere e tornare, per incidere sulle scelte politiche in modo più significativo di quanto non sia stato fatto finora. Certo gli affezionati al rosso, anche solo per ragioni storiche, con l'ultima versione emblema avranno di che essere contenti, vista l'abbondanza del colore. 

sabato 11 luglio 2015

A ottobre nuovo simbolo per Vendola?

La notizia volendo c'è: a ottobre a sinistra dovrebbe nascere un nuovo simbolo, che parta dall'esperienza maturata fin qui da Sinistra ecologia libertà ma risulti effettivamente nuovo e potenzialmente stabile, non improvvisato. Pare in sostanza questo il contenuto del discorso di Nichi Vendola all'assemblea nazionale di Sel, tenutasi oggi a Roma. 
Vietato parlare di scioglimento (anche perché, come ormai si sa, i partiti che si sciolgono in Italia sono pochissimi, al più vengono abbandonati e lasciati dormire, nell'attesa di un risveglio che non sempre arriva); al massimo si può configurare un'evoluzione. "Sel - parole di Vendola - non torna indietro, ma va avanti, non si scioglie ma muta, si mette in gioco". Lo scopo? Cercare "di contribuire alla riscossa della gente che soffre nel nostro paese e in Europa", in "una sfida che ci può restituire felicità".
Lasciate stare i discorsi - pure importanti - di origine greca, contro l'Europa che ammutolisce il popolo, ridotto a "soggetto da sondare, a soggetto per il televoto". Prendete la parte in cui l'ex presidente della Puglia riconosce la necessità di mettere da parte i risentimenti del passato (ma non del tutto, qualche sassolino se l'è tolto pure oggi) e di guardare a una nuova stagione: "Noi oggi abbiamo la necessità non di scioglierci, non di dissipare il nostro patrimonio di storie, cultura, esperienze e anche errori ma abbiamo bisogno di investirlo, di usarlo come capitale sociale da investire nell'obiettivo fondamentale alla base della nostra sfida: rimettere la politica nelle mani di un protagonista diffuso". Il problema, però, resta il come: per Vendola serve "una ricerca unitaria, con una tempistica attenta", sapendo che "sono stati fatti molti errori, qualcuno non si può più replicare: non possiamo più presentarci neppure alle amministrative con un improvvisato cartello elettorale" che dia l'impressione "dell'accrocchio di ceti politici per la sopravvivenza elettorale". Si dovrebbe quindi creare, sempre per Vendola, "una cosa che non abbia natura pattizia".
Quella "cosa" di cui parla il leader di Sel dovrebbe passare attraverso "la costruzione di una piattaforma digitale, la nascita di una web tv e a ottobre un grande evento nazionale e di popolo": risultato, "un progetto [...] che almeno alle prossime elezioni politiche ci possa portare con un nuovo simbolo, con un nome nuovo a fare un'impresa per cui la sinistra può tornare a essere utile per la società". Nuovi segni distintivi, dunque, ma chi dovrebbe starci dietro o sotto, oltre a Vendola e compagni? Probabilmente si dovrebbe partire da coloro che erano presenti all'evento di oggi, come Paolo Ferrero (segretario di Rifondazione comunista), Francesco Campanella (Italia lavori in corso, ex M5S) e Stefano Fassina, per allargarsi poi "ai compagni collocati alla nostra sinistra, a quelli usciti dal Pd". La sfida pare ambiziosa, ma obiettivamente costruire qualcosa di realmente nuovo, che non sembri raccogliticcio o instabile, con pezzi di sinistra (o parasinistra) così diversi tra loro, si presenta come un compito maledettamente difficile. 

domenica 30 novembre 2014

La Puglia e il suo laboratorio simbolico (di Mauro Bondì)

E' passata giusto una settimana dal voto-shock di domenica scorsa in Emilia Romagna e Calabria e già i partiti sono alle prese con candidature da individuare e strategie da attuare, in vista del ben più impegnativo appuntamento elettorale della prossima primavera, quando si voterà per rinnovare l'amministrazione di 7 regioni (Liguria, Veneto, Toscana, Marche, Umbria, Campania, Puglia). Questa tornata elettorale, in effetti, sarà assai meno "pesante" rispetto a quella di cinque anni fa (allora si votò per 13 regioni, comprese le realtà più popolose come Lombardia, Lazio e Piemonte, tutte rinnovate in anticipo rispetto alla scadenza, per dimissioni della giunta o per intervento della magistratura); le trattative, in ogni caso, in varie zone risultano essere più che avviate. 
Si pensi, ad esempio, al Veneto e alla Puglia, in cui proprio quest'oggi il centrosinistra sta celebrando le primarie per la scelta dei candidati presidente. Ed è proprio dalla Puglia che emerge una situazione politica alquanto bizzarra: la regione guidata ora dal leader di Sel Nichi Vendola è da sempre territorio di iniziative politiche-laboratorio che in più di un caso si è cercato di replicare su scala nazionale o comunque altrove. Viene subito in mente come, nel 2010, per mesi si pontificò sulla possibilità di creare un modello - che qualcuno avrebbe voluto in fotocopia al Parlamento nazionale - basato sull'alleanza Pd-Udc (quando il partito di Casini aveva ancora un peso specifico rilevante), con convergenza su un candidato moderato. Fu in quell'ottica che il Pd ripropose il nome di Francesco Boccia, ma l'accordo saltò dopo la seconda sonora sconfitta del candidato nel confronto con Vendola. 
Oggi un subbuglio simile sembra regnare nel centrodestra pugliese (che pure non godeva di ottima salute quattro anni fa): una realtà dilaniata tra pessimi risultati recenti e leader autoreferenziali, ma anche forte della voglia di riprendersi una regione che rossa in fondo non è mai stata (dimostrandosi anzi una roccaforte berlusconiana al voto parlamentare). In pole position per una coalizione ampia, al di là delle posizioni nazionali (comprenderebbe Fi, Ncd, Fratelli d'Italia e Udc), come candidato presidente ci sarebbe Francesco Schittulli, chirurgo, già presidente della provincia di Bari: vicino a Forza italia ma ben visto da tutta la coalizione, egli ha fondato un suo movimento autonomo che si è presentato alle amministrative di questi ultimi cinque anni nel centrodestra, riuscendo a portare in dote una percentuale di voti spesso determinante. 
In principio, il simbolo di Schittulli somigliava più ad una qualsiasi lista civica a sostegno del presidente: fondo blu, scritta bianca, striscia tricolore, la classica solfa filoberlusconiana, insomma. Con l'avvento di altre partecipazioni elettorali, il simbolo è diventato sempre più quello di un vero partito territoriale (inserendo addirittura la dicitura "Movimento Politico"). Ci sarebbe giusto lo spazio per reinserire l'appellativo di "presidente", nella speranza per i sostenitori di Schittulli che gli porti fortuna verso la conquista della poltrona più ambita in Regione. 
Non si tratterebbe comunque del primo caso di candidato presidente pugliese che costruisce qualcosa di più di una lista a suo sostegno. Il pensiero va subito al noto ribelle forzista Raffaele Fitto, che molti vedrebbero come pronto ad espatriare dalla casa berlusconiana, ma che in realtà un partito suo ce l'aveva prima di entrare in Forza Italia (i Cristiani democratici per la libertà) e probabilmente ora ne ha già un altro. 
Perché "La Puglia Prima di tutto" non sembra un semplice cartello elettorale, è un vero e proprio movimento autonomo presente da oltre un decennio nelle varie compagini politiche pugliesi: ha corso a quasi tutte le amministrative, riscuotendo un'ottima affermazione elettorale (mediamente si attesta intorno al 10%). Fitto, insomma, ha dimostrato che "i voti li ha" e non è da escludere una sorpresa futura, che estenda il modello del "...prima di tutto" anche su una scala sovrapugliese, se si concludesse l'esperienza del politico in Forza Italia.
Ma se queste esperienze risultano essere lanciate in prospettive future, un'altra realtà politica sembra avviata a concludersi, o comunque a un energico rinnovo: si tratta della "Puglia per Vendola". Il cartello che nel 2010 raccolse circa il 5% (anche in questo caso una percentuale più che necessaria per vincere) è guidato da Dario Stefàno, luogotenente vendoliano, già assessore regionale all'agricoltura, presidente della giunta delle elezioni e delle autorizzazioni del Senato e candidato alle primarie del centrosinistra. 
Strutturatosi come un partitino con cariche varie, il suo simbolo potrebbe ricomparire sulle schede elettorali con una veste grafica nuova; se fosse Stefàno a prevalere come candidato del centrosinistra, sarebbe proprio il suo nome a entrare nell'emblema. L'attuale governatore oggi ha altre mete, cosciente di non poter più contare di quella spinta che gli ha procurato due elezioni: osannato come futuro leader della sinistra, per un periodo è stato di fatto relegato a portatore d'acqua del Pd, mentre ora sconta una certa impopolarità (tanto da togliere il suo nome dall'emblema di Sel), mentre il partito ha perso pezzi. Guarda caso, a favore dei democratici.

domenica 26 gennaio 2014

Sel, Vendola cancella il suo nome

Vuoi vedere che, a ventidue anni dalla prima apparizione di un cognome all'interno di un simbolo - quello di Marco Pannella sull'emblema della lista nata per candidare gli esponenti radicali - la parabola grafica dei partiti personali è ormai in fase discendente? Sembra di poterlo dire, a guardare la cronaca: dopo che l'Idv ha tolto il nome di Antonio Di Pietro, anche Sel vedrà forse sparire il nome di Nichi Vendola.
La decisione è stata presa dall'assemblea del secondo congresso di Riccione, che si è concluso proprio oggi, ma a chiedere la cancellazione è stato proprio Vendola, il cui nome è stato tirato più volte in ballo in vicende giudiziarie nei mesi scorsi. Nel suo primo intervento ha lamentato di aver visto "rovesciato il senso medesimo della mia vita", di essersi sentito "spellato e lapidato dall'uso strumentale e sensazionalistico di fatti giudiziari". Precisando di aver ricordato questo "solo perché il mio cognome compare nel simbolo del nostro partito. E io spero che vogliate accogliere la mia richiesta di restituzione di quel cognome". 
L'applauso, partito dai delegati presenti, ha solo parzialmente coperto la spiegazione fornita al suo gesto: "Non sono il proprietario del partito, io sono una persona e non ho sempre voglia di sventolare come una bandiera". Niente bandiera, dunque, e nemmeno arredo o accessorio di richiarmo di un contrassegno, per sperare di acchiappare qualche consenso in più.
La scelta di Vendola, in fondo, guarda al passato, per l'esattezza alla fine del 2009, quando i Verdi avevano lasciato il cartello delle elezioni europee Sinistra e libertà (erano rimasti solo gli ecologisti di Loredana De Petris) e poco dopo se n'erano andati anche i socialisti del Psi. In quella fase (mentre tutto il testo del contrassegno era in maiuscolo), il segmento rosso non ospitava nessun nome ed era disomogeneo, quasi fosse riempito a frottage con un pastello. A prescindere dalla grafica, la scommessa di Vendola va oltre lo sguardo all'indietro: togliere il suo nome dal simbolo significa in qualche modo dire che Sel può (e deve) esistere anche senza il governatore pugliese. Cosa su cui pochi giornalisti e analisti sarebbero disposti a scommettere volentieri (e forse anche qualche iscritto).