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venerdì 20 marzo 2026

Addio a Umberto Bossi, un Senatur a spada sguainata per la sua Lega

Sono passati quasi 39 anni - politicamente un'enormità: lo era già nella "Prima Repubblica", figurarsi ora nell'era della Turbopolitica, secondo le categorie di Edoardo Novelli - dal 15 giugno 1987: quel giorno, un lunedì, fu certo che sarebbe entrato per la prima volta al Parlamento, precisamente in Senato, Umberto Bossi, morto ieri a 84 anni. Da quel 15 giugno quel soprannome in dialetto lombardo, Senatùr, gli è rimasto cucito addosso per il resto della sua vita - a nessun altro è successo - anche se in effetti di legislature a Palazzo Madama ne ha trascorse solo due (la prima e la penultima, cioè la scorsa), mentre ne aveva accumulate otto da deputato (inclusa quella terminata anzitempo - e non per uno scioglimento anticipato - quest'oggi e la XIV, non completata) e altre tre da europarlamentare (due delle quali contemporanee a quelle da parlamentare italiano).
Quella di Bossi non è stata la carriera politico-parlamentare più lunga (si pensi anche solo alla presenza ininterrotta tra Montecitorio e Palazzo Madama dalla Costituente al 2013 di Giulio Andreotti o, per stare all'attualità, le 11 legislature tra Camera e Senato di Pierferdinando Casini), ma senza alcun dubbio è stata una delle più iconiche e del tutto imprescindibili, anche per chi scientemente non ha mai seguito (o mai sopportato) il Senatùr, catalogandolo tra gli esempi deteriori della politica. Comunque, a dispetto del tempo lunghissimo nei palazzi di rilievo - inclusi gli anni trascorsi da ministro, prima delle riforme istituzionali e della devoluzione (2001-2004) e poi per le riforme per il federalismo (2008-2011) - i #drogatidipolitica di qualunque colore non possono non guardare all'indietro, per non perdere le tracce delle origini del Bossi pre-politico e proto-politico. Imperdibile soprattutto il Bossi in versione Donato, lo pseudonimo da cantante, debitamente riportato da Filippo Ceccarelli nel suo Teatrone della politica: lo spettacolo aveva già preso il potere, quando la politica era ancora lontana, se non inimmaginabile.
La storia di Umberto Bossi ha piena cittadinanza su questo sito come storia di simboli, incluso egli stesso e alcune immagini legate a lui. E se più di 40 anni del suo percorso sono stati compiuti all'ombra della sagoma di un guerriero a spada sguainata con lo scudo nell'altra mano, non si può tralasciare la preistoria bossiana, esistita (per quanto fugace), ammessa (con ritardo) e sviluppatasi nei pressi di altri simboli, con rapidi passaggi tra il gruppo del manifesto, il Pdup e il Pci. Eppure, se di un "-ismo" ha senso parlare per Bossi, piuttosto che il comunismo è facilissimo e inevitabile evocare l'autonomismo, il federalismo e - in certe fasi - l'indipendentismo e il separatismo. L'autonomismo fu innanzitutto quello dell'Unolpa, cioè dell'Unione Nord Occidentale Lombarda per l'Autonomia, il primo partito cofondato da Bossi nel 1980 dopo essersi accostato alle esperienze dell'Union Valdôtaine (e alla sua figura di spicco di allora, Bruno Salvadori) e dell'Unione ossolana per l'autonomia. Il simbolo, allora, era dominato da una barca lariana, messa sull'acqua per iniziare la sua navigazione. 
Già solo due anni più tardi, nel 1982, sarebbe però comparso Alberto da Giussano, anzi, il "guerriero di Legnano" identificato spesso con quella figura, l'immagine della statua che campeggia nella "Piazza del Monumento" di quella città. Non lo si vide, in realtà, nel simbolo di un partito, ma come parte grafica della testata di Lombardia autonomista, giornale uscito giusto 44 anni fa, come supplemento di un'altra pubblicazione periodica, Arnàssita Piemontèisa, fondata e diretta da Roberto Gremmo, figura irrinunciabile dell'autonomismo in Italia. Il carattere della testata era l'Optima (impiegato nei simboli leghisti dal 1992), ma soprattutto la statua del guerriero era quasi identica a quella che Bossi non avrebbe più lasciato e di cui lui stesso raccontò - nel libro Vento dal Nord, scritto a quattro mani con Daniele Vimercati - la genesi simbolica, a detta sua: 
Il simbolo fu una mia invenzione, ci pensai a lungo e mi convinsi che bisognava trovare qualcosa di radicalmente nuovo, rispetto ai marchi dei movimenti autonomisti 'classici', basati su leoni veneziani, aquile asburgiche, stemmi di antiche dinastie. [...] Un giorno finalmente arrivò l'idea giusta: il 'mito' più adatto era senza dubbio la lega dei venti Comuni lombardi, ma anche piemontesi, veneti ed emiliani, che si allearono, nel dodicesimo secolo, per cacciare l'imperatore Federico Barbarossa, portabandiera del centralismo medievale. Quale simbolo più adatto, allora, dell'Albertùn, la grande statua di Alberto da Giussano che campeggia nella piazza centrale di Legnano? Corsi a fotografarla; nell'occasione mi tornò utile la passione per la fotografia che avevo coltivato da ragazzo. Purtroppo la statua, vista così, a venti metri di distanza, era un po' tozza e pesante, non si prestava a essere riprodotta su uno stemma di partito. Passai mezza giornata a fare le inquadrature più diverse, finché trovai, quella giusta: ripresa da sotto, con un grandangolo, l'immagine acquistava tutt'altro vigore, si faceva più slanciata. La spada era molto più evidente, la forza plastica del gesto risultava moltiplicata. Quella era la sagoma che mi serviva! Riportai la foto su un foglio, ricalcai il profilo all'interno di un cerchio entro il quale disegnai anche i confini della Lombardia. Il tutto, stilizzato, divenne il simbolo della Lega.
Cos'è questa, se non epica, epopea, a prescindere da ogni condivisione o gradimento? Un'epica/epopea così forte da far passare in secondo piano le voci di chi - come lo stesso Roberto Gremmo - ricorda che proprio Bossi si sarebbe ispirato al marchio delle biciclette Legnano, cercando di evitare grane riproducendo anche la pietra sotto al piede destro, ben visibile nel monumento ma non nel marchio. Il 12 aprile 1984 il simbolo del guerriero circondato dalla sagoma della Lombardia sarebbe diventato ufficialmente l'emblema - descritto, non allegato - della Lega Autonomista Lombarda, nota semplicemente come Lega Lombarda, fondata da Bossi (di professione "editore"), dalla futura moglie Manuela Marrone, dal cognato Pierangelo Brivio, da Marino Moroni, da Emilio Sogliaghi e da Giuseppe Leoni. L'anno successivo la Lega Lombarda esordì alle elezioni amministrative (ottenendo alcuni consiglieri) e soprattutto regionali, grazie all'esenzione dalla raccolta firme concessa dalla Liga Veneta, entrata in parlamento nel 1983 ma in quel momento non in ottime acque (la querelle tra Achille Tramarin e Franco Rocchetta, a favore del secondo, aveva lasciato strascichi), ma la mancata partecipazione nelle province di Milano e Como impedì di ottenere un consigliere (eppure a Varese, in quel 1985, la lista aveva ottenuto più voti dei Verdi, del Pli e di Democrazia proletaria).
Tempo due anni e, alle elezioni politiche del 1987, Bossi fu proprio il primo a depositare il contrassegno della Lega Lombarda (subito prima di Gremmo e della moglie Anna Sartoris) la situazione si ribaltò: la Liga Veneta non ebbe eletti, mentre la Lega Lombarda riuscì a portare Bossi in Senato (grazie al 7% sfiorato nel collegio di Varese che fece scattare lì il seggio ottenuto in regione; in quello stesso collegio, per dire, il 31,95% ottenuto da Maria Paola Colombo in Svevo non fu sufficiente ad assicurarle uno  nonostante il suo 31,95%) e il cofondatore Giuseppe Leoni alla Camera (dopo la rinuncia dello stesso Bossi al seggio ottenuto nella circoscrizione di Como-Sondrio-Varese). Nel 1989 fu proprio la Lega Lombarda a divenire capofila della lista Alleanza Nord alle elezioni europee, unendo parte delle forze di lombardi, veneti, piemontesi e di altri territori e, col 5,63%, ottenne altre due seggi (incluso uno per Bossi). Nel frattempo un'ampia parte dell'elettorato aveva imparato a conoscere i modi di Bossi (inclusi quelli verso coloro che avevano litigato con lui, a partire dal cognato e cofondatore della Lega, Pierangelo Brivio, e da Franco Castellazzi, protagonista della prima scissione rilevante), il suo linguaggio, i suoi slogan (da "Roma Ladrona" a "La Lega ce l'ha duro") le sue immagini verbali, i suoi gesti (incluso l'arcinoto gesto dell'ombrello con pugno roteante rivolto a un'assente Margherita Boniver, "Cara Bona, Bonassa nostra, la Lega non ha bisogno di armarsi: noi siamo sempre armati, o Bona, di manico!") in grado di scaldare non poche persone e di indignarne almeno altrettante.
Alla fine di quello stesso 1989 venne ufficialmente costituita la Lega Nord, di cui Umberto Bossi divenne segretario federale, un ruolo mantenuto fino al 2012, oltre vent'anni consecutivi, sostanzialmente un record: nemmeno Silvio Berlusconi - entrato tra l'altro in politica più tardi di Bossi e scomparso prima di lui - poteva vantare un primato simile (soprattutto considerando lo spezzettamento del suo cammino tra Forza Italia e Popolo della libertà). Se nel 1987 gli eletti in Parlamento della Lega Lombarda erano stati due, nel 1992 quelli della Lega Nord - che nel simbolo conteneva la "pulce" della Lega Lombarda e sullo scudo del guerriero ospitò per la prima volta il leone di San Marco venuto dalla Liga Veneta - divennero 80: all'8,65% nazionale concorsero il 19,99% ottenuto tra Milano e Pavia, il 28,55% raccolto tra Como, Sondrio e Varese e il 25,22% tra Brescia e Bergamo (unica circoscrizione della Camera in cui lo scudo crociato della Dc, anche grazie alle preferenze date a Gianni Prandini, riuscì ancora a superare Alberto da Giussano). 
Due anni dopo, nel 1994, un imprevedibile e "spericolato" patto con Berlusconi (impegnato in un'alleanza a geometria variabile, con l'accordo al Centro-Sud con Alleanza nazionale, quella che Bossi chiamò almeno in un'occasione "porcilaia fascista") permise alla Lega Nord di arrivare per la prima volta al governo nel 1994 con propri ministri, i fedelissimi Roberto Maroni - che ottenne il Viminale, primo non democristiano a sedervi - e Giancarlo Pagliarini (e i colleghi senza portafoglio Francesco Speroni e Domenico Comino), senza contare la presidenza della Camera andata a Irene Pivetti. Quel governo durò poco, mentre durarono molto più a lungo le parole forti e ad effetto di Bossi, che non risparmiarono gli avversari conclamati e quelli inattesi, incluso Gianfranco Miglio: uno degli scambi di battute politiche più cruente della neonata "Seconda Repubblica" registrato poco dopo la notizia della mancata partecipazione di Miglio al primo governo Berlusconi ("Per Umberto il federalismo è lo strumento per ottenere potere: del federalismo non gliene fotte proprio nulla. Bossi è come Craxi, quando si conquista il potere cresce l'arroganza e si commettono errori mortali" "Miglio al telefono me ne diceva di tutti i colori [...]. Urlava: io sono il potente Miglio, io ti distruggerò. Io ridurrò in briciole la Lega. [...] Sono stato a sentirlo per un po', poi mi sono detto: ma va' a scopare il mare. [...] Una scoreggia nello spazio": gli increduli leggano il Giornale del 17 maggio 1994, pagine 2 e 3) seguì di poco tempo il secondo congresso della Lega Lombarda - tenutosi ad Assago l'11 e il 12 dicembre 1993 - quando proprio Miglio, ancora considerato "ideologo della Lega", espose il suo "decalogo" federalista che tracciava l'Unione italiana, "libera associazione della Repubblica Federale del Nord, della Repubblica Federale dell'Etruria e della Repubblica Federale del Sud". Miglio poi avrebbe dato vita all'Unione federalista e al Partito federalista: una storia breve, poco felice, ma non tralasciabile.
Grazie a Bossi e alla sua pattuglia - che includeva figure mitologiche per chi si occupa del colore e del costume politico, a partire da Francesco Speroni e dai suoi attentati alle norme interne del Senato a colpi di cravatte texane e giacche irriconoscibili - Alberto Da Giussano si era pressoché confermato all'8,36% (nella quota proporzionale): un risultato di tutto rispetto, che faceva pensare che quell'emblema potesse camminare da sé - anche se i risultati elettorali di qualche anno più tardi avrebbero detto altro - e che il tempo di altri simboli fosse ormai maturo. Simboli da indossare, non solo nella forma della spilletta con il guerriero a spada sguainata. Già nel 1993, al citato congresso di Assago (che si riascolta grazie al preziosissimo archivio di Radio Radicale), Bossi aveva percorso quella strada: "Solo con i voti dalla Lega, con l'apporto elettorale della Lega si può realizzare una forza politica liberaldemocratica [...] che possa fermare e battere elettoralmente il polo di sinistra. [...] Se la Lega ci sta, [...] l'Italia non finità mai nelle mani dei comunisti, di Rifondazione comunista o comunque di chi [...] non dà garanzie sulla libertà del Paese. È come se avessimo detto ieri: arrivano i nostri! Arrivano le Giubbe blu!! E le Giubbe blu sono la Lega!!!" Ecco, le "Giubbe blu", come quelle dei nordisti nella guerra civile americana, ma anche come l'unico colore rimasto in quel periodo nel simbolo della Lega.
Nel 1994 apparve la canottiera bianca: una "cosa" - per usare il linguaggio di Chiara Alessi - che mise tra Bossi e Berlusconi una distanza siderale, un indumento popolare nato per essere celato e divenuto improvvisamente simbolo di militanza e di molto altro (si legga soprattutto Marco Belpoliti, in particolare il suo libro La canottiera di Bossi). Qualche settimana dopo altre cose - stavolta mangerecce: sardine, pan carrè e lattine - sarebbero diventate brevemente il simbolo di un passaggio chiave (il "ribaltone"), ma più in là sarebbe arrivato il turno di un altro capo d'abbigliamento legato a un colore ben preciso: la camicia verde. Il verde che tingeva le "divise" del servizio d'ordine delle manifestazioni leghiste - e il "Sole delle Alpi" che nel 1997 sarebbe apparso sul simbolo ufficiale del partito - da allora divenne il colore ufficiale della Lega Nord, pur prevalendo sempre il blu nel suo emblema. Fu uno dei simboli più duraturi nella memoria dei militanti leghisti e dei loro osservatori: "Camisa Verda", per dire, era lo pseudonimo usato sulla Padania (il quotidiano nato all'inizio del 1997 per volontà dello stesso Bossi) da Massimo Gnocchi, autore di articoli accorati e - lo riconosce anche chi non ne poteva condividere una sola riga - immaginifici, come questo, pubblicato il 24 giugno 1997 in vista del raduno di Pontida di quell'anno: 
È necessario che d’ora in avanti Pontida diventi il luogo da dove non solo si scriverà la Storia della Lega, ma anche quella che i nostri figli leggeranno sui libri fra una ventina d’anni. Ciò significa che è giunto il momento di iniziare a fare politica sul serio, ad imparare per vincere. [...] Siamo parecchi, tantissimi, ma per costruire la Padania, per liberarci dall’odiato sistema, sevono ancora molte persone. Per convincerle, per traghettarle verso la strada giusta e spingerle all'abbandono di quest’Italia nella quale anche noi abbiamo sperato dovremo usare ogni risorsa. "Evangelizzare”, dice il grande Umberto. Dobbiamo farlo, per noi soprattutto, ed anche per il nostro interlocutore che non ha ancora capito, stordito com’è dal bombardamento dell’informazione. Quella stessa che ha permesso che l’Italia si riducesse a quella che è. Se ci riusciremo, se uniremo tutte le nostre forze all’unisono, forse il sogno di una patria nuova si avvererà. 
Lo stesso Bossi dovette vedere nella camicia verde, a distanza di tempo, il simbolo di un'epoca quasi "innocente" da recuperare. Per averne dimostrazione, torniamo a Filippo Ceccarelli e al suo monumentale libro Invano, il cui capitolo intitolato La barbarie eroicomica inizia così:
Solo, malato e a tratti anche un po’ fuori di sé, un giorno Bossi chiese di conoscere i nomi di quelli che si erano fatti seppellire in camicia verde, e dove. Non so a quali risultati portò l’indagine, né credo che quei nomi siano mai stati resi noti. Ma un caso del genere sicuramente c’è stato: nel 1993 un certo Lino Giuliani, detto “Barba”, un ex socialista divenuto acceso leghista nelle campagne dell’alto mantovano, chiese in effetti di essere calato nella tomba avvolto nella bandiera bianco-crociata della Lombardia su cui Bossi allora aveva apposto il suo autografo. Il Barba non poté essere inumato in quella tenuta per il semplice motivo che a quel tempo il verde Padania era di là da venire. Quanto alle camicie verdi ora paiono passate irrimediabilmente di moda, sostituite da felpe con denominazioni geografiche e poi da abiti appena più consoni all’attività di governo. Ma alla metà degli anni novanta furono anch’esse una straordinaria invenzione o meglio, dopo le camicie rosse dei garibaldini e le camicie nere della rivoluzione fascista, un astuto ritrovato tessile, in egual misura nazionale e antinazionale. 
Se l'antinazionale è facile da capire, la natura nazionale non può prescindere dall'invenzione della Padania. Già, perché fin dal 1995, lasciato da parte formalmente il disegno di Miglio, Umberto Bossi iniziò a costruire, o meglio a ricostruire "pezzetto pezzetto" (o, se si preferisce, zolla dopo zolla, pensando al "sacro" pratone di Pontida da acquistare nel 1998 grazie ai Btp - Buoni terreno Pontida) l'universo padano che inevitabilmente partiva dal progetto di Miglio e, volendo, dalla "folle campagna elettorale" del 1992 che - assai più che nelle consultazioni elettorali precedenti - aveva bisogno di conciliare le spinte autonomistiche piemontesi, lombarde e venete per massimizzare il risultato. In vista del voto politico anticipato del 1996, però, Bossi mise l'acceleratore: a giugno del 1995 inaugurò il "Parlamento del Nord" a Bagnolo San Vito nel mantovano (sotto lo sguardo perplesso del presidente del Consiglio Lamberto Dini, che però non poteva fare a meno della Lega per completare la sua - pur breve - esperienza di governo) e preparò la corsa solitaria della Lega Nord, al di fuori del centrodestra ma anche del centrosinistra, nella speranza - nemmeno troppo segreta - di poter essere determinante, magari grazie a qualche scherzo della legge elettorale di allora (che nel 1994 la Lega aveva sfruttato bene, imponendo i suoi candidati in molti collegi uninominali). La percentuale salì al 10,07% (al Senato arrivò addirittura qualcosa di più), ma i parlamentari passarono dai 177 del 1994 agli 86 del 1996, proprio perché la "legge Mattarella" penalizzava i non coalizzati. Vedendo dimezzata la sua pattuglia parlamentare, a Bossi non restò che cambiare strategia per avere più attenzione. Così, dopo averla fatta emergere già nel 1992, quattro anni dopo la parola d'ordine divenne "secessione", intesa come "diritto alla Padania" e come argomento da far valere in tutte le sedi (incluso il gruppo parlamentare alla Camera, chiamato "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" dopo che il presidente Luciano Violante non aveva accettato il nome "Lega Padania indipendente"). 
E se lo spettacolo in casa leghista non era mai mancato (e, in effetti, non sarebbe mancato nemmeno in seguito), nel 1996 iniziò una stagione imperdibile: le camicie verdi istituzionalizzate, ma soprattutto la Dichiarazione di indipendenza e sovranità della Padania solennemente proclamata il 15 settembre 1996 a Venezia diedero l'impressione a molti - sostenitori entusiasti e detrattori preoccupati - che si facesse veramente sul serio. Anzi, che con Bossi si facesse veramente sul serio. Non è un caso che nel 1997 siano usciti i primi libri che indagavano l'idea della Padania grazie al contributo di vari studiosi che si interessavano al fenomeno da diversi punti di vista (La Padania promessa di Roberto Biorcio e L'invenzione della Padania di Gilberto Oneto, volume che tra pochi mesi sarà di nuovo meritoriamente disponibile) e siano nati il quotidiano La Padania e Radio Padania Libera.  
In quello stesso anno, oltre all'occupazione di piazza San Marco a Venezia col tanko e la "presa" del campanile sospesa tra cronaca politica e giudiziaria, si celebrò il rito elettorale non ufficiale più significativo e strutturato mai visto nella storia della Repubblica: le elezioni del Parlamento della Padania, che il 26 ottobre 1997 videro molte persone - 6 milioni secondo la Lega, 600mila per il governo Prodi - mettersi in fila davanti a uno dei tanti gazebo montati nelle città del Nord (e non solo) per votare liste e candidati in vista della nascita di un organo presentato come autenticamente parlamentare. A quell'esperienza chi scrive nel 2023 ha dedicato un libro - Padani alle urne, pubblicato da Youcanprint con la prefazione graditissima di Luciano Ghelfi, testimone prima ancora che giornalista - che ha cercato di ricostruire la marcia di avvicinamento a quelle elezioni pericolossisime per alcuni ed entusiasmanti per altri. Un libro scritto da esterno, ma con rispetto, perché chi partecipò a quelle elezioni o militò in quel periodo senza dubbio lo fece in modo genuino, credendoci davvero (anche magari non condividendo tutte le parole, tutti i toni o tutte le posizioni) e mettendo a disposizione, una volta di più, il proprio tempo, le proprie energie e non di rado le proprie risorse. Più difficile è dire, paradossalmente, quanto le intenzioni secessioniste, indipendentiste e perfino federaliste fossero realmente condivise dagli eletti e dai dirigenti della Lega Nord, almeno sul piano concreto; nemmeno su Umberto Bossi si può avere certezza - parlandone ugualmente con rispetto - visto che, a dispetto delle provocazioni sue e di alcuni dei suoi, scelse consapevolmente di non andare mai troppo oltre, limitandosi a sfiorare un limite - non visibile, ma certamente presente - oltre il quale probabilmente certe reazioni dello Stato sarebbero state percettibili. Alle parole dette e ai gesti compiuti da Bossi e dagli altri, tuttavia, non poca gente ha creduto (ritenendolo evidentemente credibili) e di questo occorre tenere conto.
Anche dei numeri, però, occorre tenere sempre conto: di fatto, dopo il picco del 1996, per la Lega Nord iniziò una fase calante, che portò al 4,48% delle elezioni europee del 1999 e al 3,94% - sotto la soglia di sbarramento - alle politiche del 2001, anno in cui il partito si schierò di nuovo con Silvio Berlusconi nella Casa delle libertà e grazie ai collegi uninominali riuscì comunque a ottenere 47 parlamentari. Nel simbolo era entrato il riferimento alla Padania (sotto al "Sole delle Alpi"), come orizzonte a cui tendere, ma di secessione non si parlava più; al governo tornò Bobo Maroni (ma al Lavoro), arrivò Roberto Castelli (alla giustizia) e ci arrivò lo stesso Bossi, che ottenne il ministero senza portafoglio per "le riforme istituzionali e la devoluzione". Già, la devoluzione - o devolution, per chi preferiva la versione anglofona, nota dalla fine degli anni '90 grazie all'esempio della Scozia - era diventata la nuova parola d'ordine in quel periodo, anche se il trasferimento in periferia di tutte le materie non espressamente riservate al centro era qualcosa di molto più soft rispetto alle battaglie del passato. Anche per questo si era iniziato a parlare di una Lega Nord diversa e anche di un Bossi diverso, più ragionevole o più arrendevole a seconda delle letture; vi fu chi ricondusse il nuovo atteggiamento - e la stessa scelta di allearsi con Forza Italia - ad accordi con Silvio Berlusconi per ridare ossigeno ai conti della galassia leghista (partito, media, imprese di vario tipo spesso malriuscite), si parlò anche con insistenza di una contropartita rilevante, quale la cessione del simbolo della Lega Nord allo stesso Berlusconi, con tanto di atto notarile (fatti sempre smentiti da Bossi e da chi era vicino a lui, ma chi ne aveva parlato non risulta - salvo errore - che sia stato querelato). Quali effetti poi quella cessione, vera o inesistente che fosse, avrebbe potuto avere sull'uso elettorale di Alberto da Giussano non è dato sapere. 
Dal suo ruolo di ministro, pur senza portafoglio, Umberto Bossi cercò di ottenere la devolution di cui aveva parlato in campagna elettorale, arrivando anche a riformare la Costituzione. C'era anche la sua firma sul disegno di legge costituzionale presentato il 17 ottobre 2003, volto a modificare vari articoli della Parte II della Costituzione: il testo compì il percorso parlamentare stabilito dall'art. 138 della Carta, ma fu respinto dal corpo elettorale nel 2006. Per Umberto Bossi e per la sua storia personale, oltre che politica, le cose erano cambiate e non poco nella notte tra il 10 e l'11 marzo 2004, la notte dell'ictus che avrebbe lasciato conseguenze indelebili sullo stesso Bossi (e forse anche questo, insieme alle prime vicende finanziarie gravi legate alla Lega Nord, concorse a un esito indesiderato della riforma costituzionale).
La salute compromessa non impedì a Bossi di essere rieletto alle elezioni europee del 2004 (ottenendo il seggio con 182.823 voti nella circoscrizione Nord-Ovest) e alle elezioni politiche del 2008, dopo le quali divenne nuovamente ministro "per le riforme per il federalismo". Vale la pena segnalare che in quell'occasione anche il suo cognome finì per la prima volta sul simbolo destinato alle schede elettorali: Bossi, subito dopo l'odiato Bettino Craxi, era stato di gran lunga il primo leader nazionale a personalizzare il consenso in una logica carismatica, eppure la Lega Nord nel 2006 era stato l'unico dei partiti maggiori del centrodestra a non schierare il nome del segretario o del presidente all'interno del simbolo (anche perché allora il riferimento al Movimento per l'autonomia non lasciava spazio per farlo).
La fine del quarto e ultimo governo Berlusconi fu anche la fine dell'esperienza ministeriale per Umberto Bossi: più che la fine di quel centrodestra e le sue condizioni di salute, poté lo scandalo legato ai finanziamenti pubblici concessi alla Lega Nord e utilizzati in modo indebito. La vicenda pose fine agli oltre vent'anni di segreteria federale targata Bossi; dopo di lui arrivò il fido Maroni e dopo ancora Matteo Salvini. Da quel 2012 l'art. 14 dello statuto della Lega Nord recita, con qualche modififca qua e là: "Umberto Bossi è il padre fondatore della Lega Nord e viene nominato Presidente Federale a vita, salvo rinuncia": sarebbe toccato a lui garantire l'unità del partito (anche se poi sarebbero scomparsi i riferimenti all'identità padana). Se Silvio Berlusconi è rimasto tuttora nello statuto di Forza Italia, oltre che nel simbolo, sarà interessante conoscere il destino di questa disposizione statutaria, anche se la Lega Nord ormai non opera quasi più da anni, in particolare da quando - di nuovo con particolare attenzione ad altre vicende finanziarie e debitorie - si è scelto di "congelarla" per far agire il diverso progetto della Lega per Salvini premier. 
L'ultimo intervento davvero rilevante di Bossi, in fondo, risale proprio al congresso straordinario della Lega Nord del 21 dicembre 2019, l'ultimo per ora: "La Lega non era, non è un partito come gli altri, basato sulle differenze sociali; è una forza identitaria, ha puntato sull'identità e quindi sull'appartenenza, due concetti che saranno indispensabili per l'uomo almeno per i prossimi mille anni". Per lui le ultime modifiche statutarie della Lega significavano "nella sostanza [...] solo una cosa, la possibilità di avere il doppio tesseramento, tutto lì, essere iscritti alla Lega Nord e alla Lega per Salvini, questo glielo possiamo concedere. Oh, siamo noi che concediamo, non è Salvini che ci impone: lui non può imporci un cazzo, diciamolo con franchezza, e non penso che voglia imporci qualcosa, le cose imposte non funzionano". Meglio, forse meglio ricordare queste parole, rispetto all'ultima candidatura a segretario federale - quella del congresso federale 2013 - stravinto da Salvini su Bossi (che si fermò all'18,34% dei voti). 
Quale che sia il giudizio che ognuno legittimamente ha su Umberto Bossi, è impossibile negare che la sua azione abbia lasciato il segno nella vita politica italiana e nel corpo elettorale, oltre che nel linguaggio e nella comunicazione: di certo ha intercettato per anni istanze presenti tra gli elettori e le ha rappresentate, in qualche modo incanalandole e impedendo che esplodessero in altri modi. A più di qualcuno mancherà: sicuramente a chi - come si è vociferato spesso dello stesso Bossi - ha apprezzato poco il corso leghista degli ultimi anni (pur rimanendo malvolentieri nel partito o abbandonandolo), ma magari mancherà anche a chi si è sentito - a torto o a ragione - tradito dalla mancata realizzazione di certi progetti. Altri certamente non rimpiangeranno Bossi, le sue parole e i suoi gesti. Difficile, quasi impossibile restare indifferente, anche per chi sceglie - rispettosamente - di rimanere in silenzio. In Padania o al di fuori.

domenica 6 aprile 2025

Lega per Salvini premier, lo statuto dopo il congresso

Si è concluso oggi il primo congresso della Lega per Salvini Premier (anche se, in base alle disposizioni transitorie dello statuto, questo si sarebbe dovuto tenere entro 12 mesi dall'approvazione del primo documento statutario, che risale all'incirca - in mancanza di documenti disponibili - a novembre del 2017), con la conferma di Matteo Salvini alla carica di segretario federale del partito. 
Se il dato politico è certamente rilevante, in questa sede interessa sicuramente di più considerare le modifiche allo statuto del partito che il congresso (nella giornata di ieri) ha approvato, considerando le proposte avanzate da una commissione apposita - guidata da Roberto Calderoli e cui hanno partecipato anche Aldo Morniroli, Maurizio Bosatra, Alessandro Panza, Andrea Paganella, Alberto Di Rubba e i vicesegretari federali Claudio Durigon, Alberto Stefani e Andrea Crippa - per attualizzare il testo precedente, la cui prima versione risale appunto al 2017, leggermente modificata nel 2018. "È stata necessaria una manutenzione dello statuto - ha spiegato Calderoli nel suo intervento illustrativo - perché nasce nel 2018, quando la struttura non aveva nulla in termini di delegazioni territoriali: queste si sono sviluppate e oggi dobbiamo regolarle". Di seguito si passano in rassegna le modifiche allo statuto in ordine di "apparizione" (seguendo la numerazione degli articoli), cercando di raggrupparle per tema.

Il simbolo e la denominazione

L'analisi non poteva che iniziare dal simbolo, anche perché la disposizione statutaria che ne tratta - l'art. 3 - è la prima a essere interessata dalla riforma: le modifiche, peraltro, non riguardano il simbolo ufficiale, che resta quello definito in origine e descritto nello statuto come "un rettangolo di colore blu in cui campeggia la scritta 'Lega per Salvini Premier' in bianco, circondata da una sottile cornice sempre di colore bianco". Ovviamente quel simbolo, così com'è, non è mai finito sulle schede elettorali (non fosse altro che per l'incompatibilità della forma rettangolare con le disposizioni legislative e operative vigenti in materia di elezioni): anche per questo, forse, nello statuto non si precisa più che il simbolo "è anche, in tutto o in parte, contrassegno elettorale per le elezioni politiche ed europee", così come non si prevede più la possibilità per le articolazioni regionali di proporre la modifica del contrassegno a livello regionale e locale (col parere preventivo vincolante del Consiglio federale). 
Proprio il Consiglio federale continua a poter "apportare al simbolo e al contrassegno le modifiche ritenute più opportune": nell'ipotesi di presentazione di "contrassegni elettorali, sia con la denominazione "Lega per Salvini Premier", sia con l'aggiunta di tutte le sue varianti regionali nel caso di elezioni regionali e amministrative", evidentemente, deve ritenersi inclusa la possibilità di abbinare il simbolo previsto dallo statuto - anche solo in modo parziale, magari con il riferimento "Salvini" o "Salvini premier" su fondo blu - al simbolo della Lega Nord concesso ufficialmente dopo il congresso straordinario di fine 2019 (anche se, di fatto, l'uso era iniziato prima), potendo esserne usata anche in questo caso una sua parte (come la figura di Alberto da Giussano e al nome "Lega" scritto in carattere Optima). 
Da ultimo, è stata riformulata la norma relativa alla modifica delle disposizioni statutarie sul simbolo e sul nome del partito (nel vecchio testo prevista all’art. 19, ora all’art. 20): prima la modifica era di competenza solo del Consiglio federale (con l’approvazione a maggioranza assoluta dei presenti), mentre ora possono provvedere sia il Congresso federale (sempre a maggioranza assoluta dei presenti, come per le altre modifiche statutarie) sia il Consiglio federale.
Lasciando per un attimo da parte lo statuto, vale la pena segnalare che alcuni interventi del primo giorno di lavori del congresso hanno evocato l'emblema leghista. Così, il capogruppo alla Camera Riccardo Molinari ha rivendicato come la Lega sia il partito presente "in Parlamento da più tempo senza aver mai cambiato nome ed essendo sempre fieri con quel simbolo, l'Alberto da Giussano col leone di San Marco e con lo spadone sguainato in difesa della libertà" (evidentemente saldando la storia della Lega Nord e quella della Lega per Salvini premier). Per il vicesegretario federale Alberto Stefani "essere della Lega significa significa preferire il coraggioso cammino più difficile di chi difende un'idea rispetto a chi invece sceglie di adeguarsi sempre; essere leghista significa mettere da parte le paure. Significa ricordarsi che noi abbiamo un simbolo che non è una bandiera al vento: è un guerriero e rappresenta il simbolo di questo movimento e noi non dobbiamo mai dimenticarlo. Allora dobbiamo riscoprire il guerriero che c'è in ciascuno di noi: dobbiamo riscoprire tutto questo non come guerrieri di fantomatici eserciti europei, non come guerrieri che imbracciano armi da fuoco, ma guerrieri valorosi che utilizzano gli strumenti che la democrazia ci mette a disposizione per garantire più libertà, più sicurezza, più identità ai nostri cittadini". 
Non passa però inosservato anche uno stralcio del primo intervento di Roberto Calderoli che lamentava le resistenze "burocratiche" sull'attuazione dell'autonomia: "Quel leone di San Marco sullo scudo, qui - ha detto indicando la scenografia del congresso con la raffigurazione del guerriero di Legnano - ha la spada alzata, il libro chiuso e la coda alzata: è quando va in battaglia oppure, quando c'è la pace, sparisce la spada e il libro è aperto. Volete mandarci con la spada e il libro chiuso oppure con il libro aperto?" In origine, in effetto, il simbolo della Liga Veneta comprendeva il leone con libro aperto e senza spada, la stessa figura portata sullo scudo leghista; il 15 febbraio 1997, al terzo congresso federale della Lega Nord, si scelse di sostituire quell'immagine con quella del leon da guera.

La scelta delle candidature per le assemblee rappresentative

Il testo dell'art. 6, dedicato alla scelta delle candidature, ha subito una piccola modifica. Le sezioni comunali, infatti, non propongono più le cariche elettive riferite ai consiglieri provinciali; più in generale, il livello superiore (provinciale per le elezioni comunali, regionale per le elezioni provinciali e dei capoluoghi di provincia, nazionale/federale per le elezioni regionali e dei capoluoghi di regione) prima "ratificava" le proposte del livello inferiore, mentre ora le “approva” (una scelta lessicale che lascia dedurre un che il potere di scelta stia più verso il vertice che verso le articolazioni inferiori).

Gli organi della Lega per Salvini premier

Nell'art. 7, dedicato agli organi del partito, oltre alle modifiche relative all'amministrazione della Lega per Salvini premier (se ne parlerà meglio dopo) sono stati introdotti due responsabili federali: uno per il tesseramento (che non è più di competenza della Commissione statuto e regolamenti, così com'è stato rinominato quel collegio; le competenze della nuova carica sono indicate dall'art. 17) e uno per gli Enti locali (l'art. 18 attribuisce anche il dovere di aggiornare l'anagrafe degli eletti). 
Non è invece più previsto come figura autonoma il responsabile del trattamento dei dati personali (ex art. 21, ora il titolare è l'amministratore federale che può nominare uno o più responsabili), così come non è più previsto l'Ufficio di coordinamento territoriale e legislativo federale: del resto, come rilevato da Calderoli, "di fatto non c'è mai stato".

Il congresso federale

Delle modifiche all'art. 8, che regola il congresso federale, più che la scomparsa - tra le competenze - della valutazione delle "attività svolte dalle articolazioni territoriali regionali", rileva soprattutto l'allungamento della cadenza dei congressi, previsti non più ogni tre anni, ma ogni quattro anni.  Ciò significa che la prossima assise congressuale – salvo congressi straordinari – si svolgerà nel 2029, anno delle elezioni europee e di un turno consistente di elezioni amministrative; soprattutto, però, l'appuntamento cadrà almeno due anni dopo le prossime elezioni politiche (sempre che arrivino a scadenza naturale), senza che dunque il risultato possa avere ricadute immediate sulla guida del partito. Lo stesso Calderoli sembra confermare la prognosi, sostenendo che l'allungamento a 4 anni delle cariche è stato pensato "anche perché, in vista dei prossimi appuntamenti elettorali, io credo che il movimento abbia bisogno della massima tranquillità e stabilità".
Nell'art. 9 spariscono i requisiti temporali di militanza per essere eletti dal congresso segretario federale o membro del Consiglio federale (ma sono indicati dalla disposizione finale). Il nuovo art. 10, che individua i delegati al congresso federale, rende membri di diritto del congresso e votanti tutti i segretari provinciali del partito (mentre prima si richiedeva che la Regione di riferimento avesse almeno 50 soci ordinari militanti), i membri del Governo nazionale (ma non si precisa se si tratta solo dei ministri, o, in una lettura estensiva che lo stesso Calderoli ha in effetti seguito nel suo intervento, devono essere ricompresi anche i sottosegretari) e delle giunte regionali.

Il Consiglio federale

Con riferimento al Consiglio federale - la cui durata è stata allungata a quattro anni - in base al nuovo art. 11 ottengono diritto di parola e di voto i vicesegretari federali, il coordinatore federale del movimento giovanile e i segretari regionali di Regioni che non hanno almeno 50 soci ordinari militanti: di queste cariche, prima solo con diritto di intervento, se le ultime sono maggiormente espressione del territorio, i vicesegretari e il coordinatore del giovanile possono dirsi assai vicini al segretario,  che dunque si rafforza. Curiosamente il nuovo testo non prevede più il riferimento alla tutela delle minoranze mediante formule proporzionali: questo, in teoria, potrebbe far sorgere qualche criticità in sede di esame da parte della Commissione che valuta la conformità degli statuti ai requisiti fissati dal decreto-legge n. 149/2013 e in effetti richiede anche di precisare "i criteri con i quali è promossa la presenza delle minoranze, ove presenti, negli organi collegiali non esecutivi" (anche se, in effetti, il Consiglio federale può essere considerato un organo esecutivo, dunque non toccato da questa previsione). 
Aumentano anche le figure con diritto d’intervento (ma non di voto): sono tali i soci fondatori del partito, i responsabili federali del tesseramento e degli enti locali, gli ex amministratori (per 5 anni), il coordinatore dei dipartimenti e coloro che sono invitati dal Consiglio a partecipare. Il segretario verbalizzante ora è nominato dal Consiglio, non essendo più il delegato della Commissione Statuto e regolamenti. L'articolo, da ultimo, regola anche la possibilità di partecipare alle riunioni del Consiglio federale da remoto, ammettendola "purché prevista nella convocazione": lo stesso organo, dunque può anche escludere quella forma di partecipazione, ammettendo solo la presenza.
Quanto alle competenze del Consiglio federale (previste dall'art. 12), l'organo acquisisce - oltre all'approvazione delle proposte di candidatura formulate a livello regionale - il compito di "definire la veste grafica delle tessere" e i termini pe rinnovare la militanza. Non è più previsto un "comitato esecutivo" nominato tra e dai membri del consiglio federale cui il collegio possa delegare i propri poteri e attribuzioni.

Il Segretario federale

Nell'art. 13, che si occupa della carica di Segretario federale, è innanzitutto riformulata la disposizione sulla rappresentanza politica del partito: questa è disgiunta dalla rappresentanza elettorale (affidata all'amministratore), si precisa che il segretario  "presiede l’organizzazione e l'attività" del partito e che la sua espressione codificata di pareri sulle candidature riguarda le cariche elettive "esterne" (quindi non quelle interne alla Lega).
Anche la durata del mandato del segretario passa da 3 a 4 anni (valgono le considerazioni fatte prima, parlando del congresso), ma passano da 3 a 4 anche i vicesegretari, precisando che – come in passato – devono appartenere tutti ad articolazioni regionali diverse: per questi viene cancellato il requisito di militanza ordinaria ultradecennale (ma, anche qui, si parlerà più tardi dell'applicabilità di un limite più breve). Perché si è aggiunto un vicesegretario? "Oggi abbiamo coperto completamente tutto il territorio nazionale - ha spiegato ieri Calderoli - e ovviamente quello che prima era fattibile dal segretario o da qualche [vice]segretario oggi necessita di qualcuno in più".

L’amministratore federale e la gestione contabile

All'art. 14 non c’è più la scelta tra nominare un comitato amministrativo federale di una persona o di tre (tra cui indicare un amministratore federale): ora è possibile solo nominare un amministratore federale, la cui anzianità di militanza sembra dover essere di almeno tre anni. La nomina, la revoca e la sostituzione dell'amministratore sono di competenza esclusiva del Segretario federale (com'era prima per il comitato amministrativo). Si conferma che l’amministratore è rappresentante legale del partito, ma ora gli spetta anche la firma degli atti relativi alle procedure elettorali: in particolare spetta all'amministratore firmare anche gli atti "relativi alle dichiarazioni ed attestazioni da rendere in sede elettorale per la presentazione delle liste di candidati e/o per la presentazione del contrassegno".
Si precisa che il partito risponde in solido con l’amministratore sul piano civile e amministrativo. L'amministratore può nominare due delegati (del cui operato risponde) per svolgere le sue funzioni. Sparisce invece l'Organo federale di controllo sull’amministrazione: "ormai per legge bisogna rivolgersi a una società di revisione esterna", come ha spiegato Calderoli, e ora - a norma dell'art. 27 - non è più il segretario federale a sceglierla, ma l'amministratore. Ora, infine, l’amministratore federale è anche titolare del trattamento dei dati personali e può nominare uno o più responsabili (prima era il Consiglio federale a nominare il responsabile).
Quanto alla redazione del rendiconto del partito richiesta dalla legge, all'art. 26 non è più prevista la relazione dell’Organo federale di controllo sull’amministrazione (soppresso, come si è detto).

Il responsabile federale organizzativo, i dipartimenti, l'organizzazione giovanile

All'art. 16 ora si precisa che il responsabile federale organizzativo può essere anche revocato (oltre che nominato) dal Segretario federale; il responsabile organizzativo presiede, oltre che il Comitato disciplinare e di garanzia, anche la Commissione statuto e regolamenti.
L'art. 19 precede invece la possibilità di creare dipartimenti, cioè articolazioni interne al movimento, con un ruolo essenzialmente politico-programmatico; il loro coordinatore è nominato dal Segretario federale e nomina (sentito il segretario) i capi dipartimento nazionali (che nominano i referenti regionali di concerto coi segretari regionali).
Quanto all'art. 22, rubricato "Il coordinamento federale del movimento giovanile", l'unica novità è la precisazione per cui, superati i 30 anni, i titolari delle cariche del giovanile completeranno comunque il loro mandato.

Modifiche dello statuto

Sulla base dell'art. 20, per modificare lo statuto serve ancora la maggioranza assoluta dei presenti al Congresso federale; come anticipato, invece, per modificare simbolo, nome e regolamenti può intervenire sia il Congresso federale, sia il Consiglio federale (sempre a maggioranza assoluta dei presenti). Le proposte di modifica dello statuto, sempre formulate dalla Commissione statuto e regolamenti, passano prima dal Consiglio federale e poi dal Congresso federale (unica istanza prima prevista).

Organizzazione territoriale

Nell'art. 28 non è più previsto a livello regionale un Organo di controllo sull’amministrazione; sono previste anche le sezioni di circoscrizione (sovracomunali). Per Calderoli si tratta di "un ritorno" di  "un organo di coordinamento [...] di cui si è sentito una certa mancanza": ha aggiunto che "ci sarà un regolamento che normerà la circoscrizione: se le regioni dovessero volerlo includere nel loro statuto lo faranno al prossimo congresso regionale".

Iscrizioni, qualità di socio, incompatibilità e decadenza

Varie modifiche riguardano l'iscrizione, l'acquisto e la perdita della qualità di socio. All'art. 29 si conferma che la quota associativa è fissata dal Consiglio federale, ma sparisce "annualmente" (quindi non occorre rinnovare ogni volta una deliberazione apposita se il prezzo non cambia); si richiede al socio di comunicare ogni variazione del suo domicilio (registrato negli elenchi) per le notifiche previste dallo statuto.
Quanto alla qualità di socio, una delle modifiche più evidenti riguarda le incompatibilità: ora si precisa che l'adesione a soggetti collettivi preclusi (tra i quali spariscono gli enti no profit e si parla genericamente di associazioni) è incompatibile solo se "manifestata" e "pubblica", dunque non ci sarebbe incompatibilità in caso di adesione "privata" o non divulgata. Una volta emersa l’incompatibilità, si prevede anche la possibilità di "superamento della stessa": qualora ciò non si verifichi, si genera la "cancellazione d’ufficio", di fatto una decadenza (e non più l’espulsione, intesa come provvedimento disciplinare). L'art. 32 chiarisce che la cancellazione d'ufficio per incompatibilità è un'ipotesi di decadenza e si precisa che gli aspetti applicativi sono normati dal regolamento.
Com'è noto, la Lega per Salvini premier, com'era stato per la Lega Nord, prevede due categorie di soci: i soci sostenitori (dopo la prima iscrizione) e i soci ordinari militanti (status necessario per accedere a determinate cariche, che si acquisisce a norma del regolamento del partito, che oggi richiede che un socio sostenitore abbia svolto "un periodo di attività volontaria della durata di non meno di 12 mesi" a livello territoriale). L'art. 31, che regola la perdita della qualifica di socio ordinario militante (Som), ora prevede che il direttivo della sezione comunale chieda al consiglio direttivo provinciale la perdita della qualifica di Som per un iscritto entro il 30 novembre (indicando la sua "inattività") e il provinciale esprime parere entro il 31 dicembre; in caso di parere positivo, è inviata comunicazione scritta all’ex Som "declassato" a sostenitore che può ricorrere al direttivo regionale entro 30 giorni ("Se uno non milita, è impossibile che resti a fare il militante" ha chiosato Calderoli). 
L'art. 30 citato prima, peraltro, ora prevede che i soci sostenitori non abbiano diritto di voto, tranne che "per le sole elezioni della Sezione Comunale, con anzianità di tesseramento normata da apposito regolamento". Lo stesso Roberto Calderoli ha riconosciuto che il punto è stato oggetto di varie discussioni, ma ha invitato a riflettere a partire dai numeri: "Se io mi rendo conto che il 42% delle sezioni ha più soci ordinari militanti che soci sostenitori, è evidente che quei militanti non portano neanche una tessera di sostenitore; aggiungo, se il 96% delle sezioni negli ultimi anni ha fatto zero sostenitori mi chiedo che cosa ci stiano a fare. [...] Io credo che non sia nei numeri corretti e per il futuro sarà necessario definire un rapporto che ciascuno sarà tenuto a rispettare perché alcune sezioni, e siamo andati proprio a farcele passare una per una, da dieci anni contano cinque militanti, sono sempre gli stessi e non fanno una tessera da sostenitore... Io non dico che sia giusto o sbagliato, ma se in una sezione non si fanno nuove militanti e non si fanno nuovi sostenitori mi chiedo che cosa ci sta a fare". Onde evitare o contenere il rischio di "pacchetti di tessere" in momenti delicati - magari in corrispondenza delle elezioni - si è dunque scelto di definire con un regolamento federale la definizione di un minimo di anzianità ("Io oggi l'ho pensata nei termini di prevedere a livello federale un minimo e un massimo - ha aggiunto Calderoli - e poi demandare a livello delle singole Regioni di definire qual è l'anzianità minima richiesta, perché credo che sia completamente diversa oggi l'esigenza della Lombardia rispetto a quella della Basilicata, hanno la necessità di strumenti flessibili e che comunque portino a un'apertura del movimento".

I procedimenti disciplinari

Con riferimento al controllo sugli organi interni, l'art. 33 ora precisa che l’organo superiore che controlla quello inferiore “può avocare a sé i poteri dell’organo inerte”; non si prevede più il contraddittorio con la parte in caso di revoca di un segretario o di scioglimento del direttivo. 
Sono più consistenti le modifiche in materia di procedimenti disciplinari sui soci: "I provvedimenti disciplinari - ha spiegato Calderoli - vengono semplificati nei termini che le sanzioni restano sempre le stesse, ma viene tutto semplificato e avvicinato al territorio". L'art. 34, ora, prevede che l'organo giudicante di prima istanza sia il consiglio direttivo regionale, su proposta del direttivo provinciale questo deve informare con raccomandata AR la persona interessata, che può difendersi), ma può agire anche da solo (se avvisa direttamente la persona). Organo d’appello diventa il Comitato disciplinare e di garanzia, che invece è organo di primo grado per le cariche istituzionali sovraprovinciali e per i componenti degli organi federali (in quel caso la richiesta parte dal consiglio direttivo regionale): in questo caso l’organo d’appello è il Consiglio federale (che non può più attivarsi direttamente). Tutti i provvedimenti sono direttamente esecutivi, quindi producono subito effetti. Visto che il segretario federale fa parte del Consiglio federale, peraltro, il nuovo art. 15 lo esclude dal Comitato disciplinare e di garanzia: la presidenza spetta al responsabile federale organizzativo (che cura l’istruttoria e la verbalizzazione e non voterà nell’eventuale giudizio d’appello in Consiglio federale) e i membri di nomina da parte del Consiglio federale passano da 3 a 5 (il testo ora precisa che non devono avere diritto di voto in consiglio federale, per evitare la commistione degli organi e dei ruoli).
Rientra tra le previsioni in materia di procedimenti disciplinari un'aggiunta all'art. 35, in cui si precisa per gli eletti che il mancato rispetto dei loro doveri (inclusi quelli di mettere a disposizione il proprio tempo per le attività del partito e di concorrere al finanziamento, immaginando che questo valga soprattutto per gli eletti in Parlamento e nei consigli regionali) comporta l’attivazione di una procedura disciplinare. Questi obblighi, secondo quanto detto da Calderoli, non tutti gli eletti li rispettano, "né a livello morale, né a livello sostanziale e siccome non è giusto che solo alcuni concorrano, è prevista anche la possibilità per questo motivo di attivare un procedimento disciplinare e credo che una cosa così giusta non avessimo mai prevista" (e l'applauso scattato, in un'assemblea che forse comprendeva anche le persone evocate, non è passato inosservato).

Le disposizioni finali su modifiche statutarie e requisiti di militanza

Nelle disposizioni finali, a seguito della riforma statutaria, si precisa innanzitutto che eventuali modifiche allo statuto richieste dalla Commissione di garanzia per gli statuti per rendere conforme il nuovo testo al d.l. n. 149/2013 non dovranno passare per un nuovo congresso (più complesso e oneroso da convocare), ma saranno apportate direttamente dal Consiglio federale che ne informerà il congresso alla prima occasione. 
L'intervento più significativo sulle disposizioni finali riguarda i requisiti di militanza per l'accesso alle cariche, prima previsti nei vari articoli dello statuto e tuttavia "sospesi" dalla IV disposizione transitoria dello statuto (e a norma della deliberazione del Consiglio federale del 7 gennaio 2021 richiamata dal regolamento del partito annotato). Lo stesso Calderoli ha segnalato come i requisiti originari fossero "assolutamente inapplicabili", essendo stata costituita l'associazione nel 2017. Ora occorrono almeno 7 anni di anzianità per essere Segretario federale (attualmente sembrerebbero avere quest'anzianità essenzialmente i fondatori del partito, che - in base al primo intervento di Roberto Calderoli al congresso - dovrebbero essere stati Salvini, Lorenzo Fontana, lo stesso Calderoli, Giancarlo Giorgetti e Giulio Centemero; in seguito, ovviamente, le persone con questo requisito aumenteranno); servono poi almeno 5 anni per essere membro del Comitato disciplinare e di garanzia e almeno 3 anni per tutte le altre cariche elettive federali (in cui probabilmente si devono ricomprendere anche l’amministratore e forse anche il vicesegretario). anche se in effetti Calderoli ha riferito il requisito triennale solo ai "membri elettivi del Consiglio federale".
Un'ultima osservazione potrebbe riguardare un caso "pratico" appena sorto e comunque previsto. I media hanno dato ampia risonanza alla consegna della tessera di socio a Roberto Vannacci, eletto lo scorso anno europarlamentare nelle liste della Lega per Salvini premier. Chi aveva letto il nuovo testo dello statuto senza guardare le disposizioni finali aveva pensato che i requisiti di militanza venissero semplicemente meno e questo permettesse a Vannacci di diventare vicesegretario con la semplice iscrizione al partito. Qualora, tuttavia, si ritenesse di dover applicare anche alla carica di vicesegretario federale (che è fiduciaria, non strettamente elettiva) il requisito di militanza triennale, occorre non dimenticare che il regolamento della Lega per Salvini premier prevede attualmente che ai soci sostenitori possa essere riconosciuta la qualifica di socio ordinario militante e anche un’anzianità di militanza per attività svolte in organismi o movimenti non preclusi dalla Lega per Salvini Premier; in più, i parlamentari italiani e - si suppone - anche europei possono diventare soci ordinari militanti anche senza trascorrere il primo periodo da sostenitori. Per sapere come andrà, basterà aspettare un po' di tempo. 

mercoledì 15 gennaio 2025

Il simbolo della Lega, i marchi di Salvini e le nuove norme in materia

Si era quasi persa la memoria delle domande che Matteo Salvini aveva presentato nel 2018 per registrare come marchio tre versioni del simbolo della Lega, tutte accomunate dalla presenza dell'immagine del monumento al guerriero di Legnano (identificato nella figura di Alberto da Giussano): una era identica al contrassegno utilizzato per la prima volta alle elezioni politiche del 2018 (per tenere graficamente insieme la Lega Nord - senza la seconda parola - e la Lega per Salvini premier), un'altra era costituita dalla stessa grafica privata del segmento inferiore con la dicitura "Salvini premier" e la terza vedeva solo la statua all'interno della circonferenza, senza nemmeno la parola "Lega".
Due giorni fa un lancio di Adnkronos, puntualmente firmato da Antonio Atte, ha fatto sapere che lo scorso 9 gennaio l'Ufficio italiano brevetti e marchi ha accolto le tre domande di marchio depositate a metà di giugno del 2018 da Salvini (quando, oltre che leader delle due Leghe, era anche vicepresidente del Consiglio e ministro dell'interno da un paio di settimane). In quel lancio di agenzia ci sono alcune brevi dichiarazioni di Andrea Valente Cioncoloni, avvocato (dello Studio Consulenza Brevetti Cioncoloni Srl) che ha supportato Salvini nella pratica di deposito e registrazione dei segni distintivi. Secondo l'avvocato, in particolare, sarebbe "a tutti gli effetti il titolare del logo di Alberto da Giussano", mentre la lunghezza notevole - e non consueta - del procedimento di registrazione sarebbe dovuta "alle tempistiche d'ufficio. Ad ogni modo, i rilievi sono stati superati e siamo riusciti ad arrivare a dama".
Non è dato sapere formalmente quali siano stati i rilievi che l'Ufficio italiano brevetti e marchi ha mosso alle tre domande e cui il 31 luglio del 2023 il rappresentante di Salvini ha risposto. In mancanza di documenti originali (che potrebbero ovviamente smentire la tesi qui riportata), tuttavia, non è da escludere che quei rilievi riguardassero la nota e già trattata questione dei "segni con significazione politica" alla cui registrazione come marchio il Ministero dell'interno - quando è stato richiesto di un parere - si è sempre opposto, principalmente per non consentire o facilitare aggiramenti delle norme sul procedimento elettorale (come ha ricordato il recente caso del MoVimento 5 Stelle). In ogni caso, è probabile che alla fine il simbolo sia stato registrato come segno notorio (in base all'art. 8, comma 3 del codice della proprietà industriale), superando la previsione in materia di segni con significazione politica (contenuta all'art. 10, comma 2 della stessa fonte).  
Una volta appresa la notizia della registrazione dei marchi, viene spontaneo domandarsi quali effetti questa novità possa produrre. Innanzitutto si può rilevare che è più raro che sia il leader di un partito a chiedere personalmente la registrazione del simbolo del suo partito come marchio, essendo più frequente che a ciò provveda l'associazione stessa, in modo che in caso di cambio al vertice della forza politica non ci siano dubbi sulla titolarità dei diritti. Secondariamente, Matteo Salvini è titolare del marchio (anzi, di quei tre marchi, nonché di "Salvini premier", di "Prima gli Italiani" e del simbolo che fu di Noi con Salvini) e - si presume - dei diritti di sfruttamento economico dello stesso (o almeno è nella posizione di doverlo autorizzare), ma non del simbolo della Lega come segno politico o come elemento di identificazione: quello non può che restare nel patrimonio della Lega Nord e della Lega per Salvini premier. 
In terzo luogo, è ormai ben chiaro che la titolarità del marchio non comporta in automatico una titolarità del contrassegno elettorale, anche se uno dei tre marchi è identico al fregio utilizzato dalla Lega a partire dal 2018. Ciò vale a maggior ragione dopo che, lo scorso anno, in sede di conversione del decreto-legge n. 7/2024 ("decreto elezioni 2024"), è stata inserita con un emendamento di Fratelli d'Italia la disposizione - art. 2-bis - in base alla quale "La registrazione come marchio d'impresa di simboli o emblemi usati in campo politico o di marchi comunque contenenti parole, figure o segni con significazione politica non rileva ai fini della disciplina elettorale e, in particolare, delle norme in materia di deposito dei contrassegni, di liste dei candidati e di propaganda elettorale". La stessa norma che non garantirebbe alla Fiamma tricolore l'uso pacifico del suo simbolo ove la sua domanda di marchio venisse accolta (a causa dell'uso parlamentare della fiamma da parte di Fdi) non renderebbe automaticamente "più forte" la posizione salviniana sul piano elettorale; la forza, casomai, verrebbe anche qui dalla presenza del partito in Parlamento, che tutela di riflesso la Lega per Salvini premier attraverso la tutela [dell'affidamento] del suo elettorato dalla presentazione di eventuali simboli simili. Non è dato sapere perché Salvini allora avesse provveduto al deposito: erano ancora di là da venire le iniziative guidate da Gianni Fava e Gianluca Pini circa la possibilità di impiegare il simbolo della Lega Nord alle elezioni o il tentativo (non riuscito) di far riconvocare il congresso di quello stesso partito. In ogni caso, si vedrà se la registrazione come marchio dei simboli leghisti sarà invocata in qualche occasione e a quale scopo.

venerdì 19 aprile 2024

Europee, Lega per Salvini premier conferma simbolo, Udc solo in lista?

Avanti tutta senza cambiare nulla. Sembra di poter dire questo con riguardo alle scelte "simboliche" della Lega per Salvini premier con riguardo alle elezioni europee. Ieri le agenzie hanno dato notizia di una nota diffusa dal partito in cui si diceva che il consiglio federale aveva "approvato all'unanimità" il simbolo da utilizzare e che sarebbe stato "lo stesso delle ultime politiche, con il nome di Salvini sotto lo storico Alberto da Giussano". Lo stesso comunicato fa sapere che sarebbero in fase di chiusura le liste, il cui deposito presso gli uffici elettorali circoscrizionali è previsto per il 30 aprile (dunque nel primo dei due giorni a disposizione): le liste includerebbero, tra coloro che hanno dato la disponibilità a presentarsi (in numero "ben superiore al massimo previsto") "diversi aspiranti europarlamentari civici e la collaborazione con l'Udc dell'amico Lorenzo Cesa in tutti i collegi".
Dal tenore di queste righe, si deve dunque immaginare che per la quarta volta consecutiva nelle bacheche del Viminale il partito guidato da Matteo Salvini farà arrivare lo stesso contrassegno, senza alcuna modifica. Il simbolo delle ultime elezioni politiche (2022), infatti, è lo stesso utilizzato a partire dal voto politico precedente (2018) e mantenuto anche alle europee del 2019. Diverso fu il discorso nel 2014 - le prime elezioni di livello nazionale gestite da Salvini come segretario, ovviamente della Lega Nord - quando nel contrassegno trovarono posto un riferimento alle autonomie, l'emblema in miniatura di Die Freiheitlichen e, nel segmento prima occupato dalla Padania o dal riferimento ai leader, la dicitura "Basta €uro" (e, a destra del guerriero di Legnano, si poteva ancora vedere il "Sole delle Alpi", sia pure molto più piccolo rispetto al passato
L'unica modifica che potrebbe esserci riguarderebbe eventualmente il colore del cognome di Salvini: alcune grafiche diffuse sia online sia sui manifesti, infatti, sembrano utilizzare un giallo più scuro, tendente piuttosto all'arancione. Sembra difficile che il colore usato nel simbolo sia stato adeguato a quello delle grafiche: si attende dunque di conoscere la tinta corretta del nome. In teoria il comunicato fa supporre che l'Udc non inserirà un riferimento grafico all'interno del contrassegno, così come non si parla della possibilità di citarvi Identità e Democrazia, il partito europeo cui aderisce la Lega (anzi, le Leghe: il sito riporta sia la Lega Nord, sia la Lega per Salvini premier): per verificare tutto questo, però, occorre aspettare domenica 21 aprile, nella quasi granitica certezza che prima dell'apertura dei cancelli del Viminale - prevista alle 8 del mattino - Roberto Calderoli raggiungerà i colleghi del partito che avevano preso il posto per la fila e curerà le operazioni di deposito.
La conferma del simbolo precedente lascia da parte, almeno per un po', gli inviti a togliere il riferimento a Salvini nel simbolo e anche nel nome (li ripete da tempo, per esempio, Paolo Grimoldi, tra i promotori del Comitato Nord) o i casi in cui si è effettivamente scelto - alle elezioni locali o in alcune iniziative del partito, specie in occasione del quarantesimo anniversario della fondazione della Lega (autonomista) Lombarda - di non inserire il cognome del segretario nel simbolo. 

domenica 10 luglio 2022

Lega Nord, convocato il Consiglio federale per discutere del congresso

Il "diritto dei partiti" per qualcuno può sembrare qualcosa di impalpabile, formale, per "azzeccagarbugli", eppure merita di essere preso sul serio. Sembra dimostrarlo, in qualche modo, la vicenda della Lega Nord e di coloro che non si accontentano di una sua mera "sopravvivenza" quale soggetto "prestasimbolo" con un debito pesantissimo da onorare. Si è dato conto, poco meno di un mese fa, del ricorso presentato a nome di Gianluca Pini, già segretario della Lega Nord Romagna e deputato per tre volte (fino al voto del 2018), con cui si chiedeva la convocazione d'urgenza del congresso federale per ridare al partito organi elettivi e consentigli di essere operativo secondo le decisioni dei suoi iscritti. Ieri sera, lo stesso Pini ha pubblicato sul proprio profilo Facebook la convocazione del Consiglio federale che poche ore prima era stata firmata dal commissario federale del partito, Igor Iezzi: all'ordine del giorno per la riunione del 20 settembre, oltre alla nomina dell'Organo federale di controllo sull'amministrazione, c'è il punto "Congresso Federale".
 
 
Il Tribunale civile di Milano, presso il quale il ricorso era stato depositato dall'avvocato di Pini, Massimo Beleffi, aveva già provveduto a fissare l'udienza di prima comparizione per giovedì 14 luglio. Prima di quel momento, tuttavia, è subentrato un potenziale fatto nuovo, vale a dire la citata convocazione del Consiglio federale, uno degli organi che può convocare il Congresso federale in via straordinaria, deliberando a maggioranza dei suoi membri (quindi a maggioranza assoluta), in base all'art. 9, comma 3 dello statuto vigente della Lega Nord, sulla base delle modifiche approvate alla fine del 2019. La stessa disposizione prevede che il segretario federale possa assumere in qualsiasi momento l'iniziativa di convocare il Congresso; poiché l'art. 15, comma 4 dello stesso statuto prevede che il Commissario federale nominato dal Consiglio federale in caso di dimissioni del Segretario federale abbia "pieni poteri", si deve presumere che il potere di convocare il congresso in ogni momento spetti anche al citato Iezzi, quale commissario.
Ora, la convocazione del Consiglio federale - documento in cui, curiosamente, il simbolo della Lega Nord non coincide del tutto con quello statutario, visto che il "Sole delle Alpi" è molto più piccolo, sullo stile dei contrassegni elettorali del 2013 e del 2014 - può essere interpretata in vari modi, senza alcuna pretesa che questi siano fondati. L'ultimo Congresso federale della Lega Nord, com'è noto, risale al 21 dicembre 2019 e da allora, nonostante lo statuto prevedesse tempi relativamente ristretti per lo svolgimento della nuova assise in caso di dimissioni del segretario federale, non si è più parlato di riunione dell'organo più importante del partito (pur tenendo conto, ovviamente, degli impedimenti legati alla situazione sanitaria in Italia nel 2020 e in parte anche in seguito); il fatto che da poche ore il tema risulti all'ordine del giorno di un'importante riunione di un organo rilevante del partito autorizza a pensare che tanto il commissario Iezzi, quanto probabilmente lo stesso Salvini abbiano ritenuto opportuno almeno porre la questione del congresso all'attenzione del Consiglio federale, tenuto conto anche del ricorso presentato per conto di Pini. Premesso questo, è altrettanto vero che il Consiglio federale - il cui svolgimento è previsto in via telematica - è convocato per il 20 settembre, due giorni dopo il raduno previsto a Pontida, ma soprattutto oltre due mesi dopo l'udienza di prima comparizione delle parti a Milano: il 14 luglio, dunque, se la Lega decidesse di comparire, potrebbe tentare di sostenere che è subentrato un fatto nuovo e dunque occorrerebbe almeno un rinvio del procedimento. 
Si vedrà cosa accadrà nei prossimi giorni. Di certo, occorre notare che il punto all'ordine del giorno del Consiglio federale del 20 settembre è "Congresso Federale", non "Convocazione del Congresso Federale", una differenza non lieve. Anche in tale seconda ipotesi, a dire il vero, l'organo potrebbe discutere e non approvare a maggioranza assoluta la decisione di convocare il congresso; il fatto che però all'ordine del giorno si parli semplicemente di "Congresso Federale" (mentre il primo punto si riferisce espressamente alla nomina di un organo interno, dunque a un'azione precisa) autorizza a pensare che nella mente di chi ha convocato la riunione ci sia soprattutto una discussione sul punto, senza che per forza si arrivi a un voto sulla convocazione (che pure potrebbe esserci).
Risulta chiaro, in ogni caso, che il ricorso di Pini non perde di attualità anche dopo la convocazione di ieri. Questa di certo rappresenta un fatto nuovo sul piano politico; sul piano giuridico, invece, è molto più difficile dirlo, rendendo al più opportuno un rinvio a una nuova udienza. Anche qualora il Consiglio federale dovesse ritenere opportuno non deliberare la celebrazione del Congresso federale, peraltro, la convocazione dell'assise resterebbe nel potere del Commissario federale; qualora questi ritenesse a sua volta di non convocare il congresso - magari per rispettare l'eventuale orientamento negativo del Consiglio federale - sarebbe allora palese la violazione dello statuto da parte degli organi interni della Lega Nord, per il (deliberato) mancato rispetto dei termini previsti per la convocazione congressuale in caso di dimissioni del Segretario federale. Tutt'al più, il Consiglio federale potrebbe sfruttare il già citato art. 15, comma 4 dello statuto in base al quale il congresso straordinario "deve tenersi entro 120 (centoventi) giorni dalla cessazione dalla carica del Segretario Federale oppure entro un termine diverso definito dal Consiglio Federale stesso", provvedendo dunque a indicare quel termine: si tratterebbe però di un passo decisamente azzardato, perché una decisione simile sarebbe stato logico attendersela all'atto della nomina del Commissario federale (e non è dato sapere se sia stato deliberato qualcosa in quell'occasione) e certamente non per praticare di fatto un termine lungo anche nove volte quello previsto dallo statuto stesso.
Si vedrà, in ogni caso, se il Congresso federale della Lega Nord sarà convocato (dal Consiglio federale, dal commissario Iezzi o per intervento del Tribunale di Milano) e se ci saranno le condizioni perché la Lega Nord, oltre che nel pagamento rateale di quanto dovuto in base ai provvedimenti del Tribunale di Genova, si impegni in una nuova attività politica voluta dai soci attraverso il congresso. Un'attività che potrebbe comprendere anche la presentazione del simbolo alle elezioni e che porrebbe inevitabilmente un problema di convivenza con l'emblema elettorale usato dalla Lega per Salvini Premier (diverso da quello ufficiale allegato al suo statuto, privo di Alberto da Giussano). Ma, appunto, è presto per capire come andrà a finire: di certo il confronto, norme statutarie e di legge alla mano, si presenta particolarmente interessante.

domenica 19 giugno 2022

"Convocate il congresso!": la Lega Nord alle prese col "diritto dei partiti"

Mai, davvero mai pensare che scontri politici e giuridici sul "diritto dei partiti" si verifichino solo in certe forze politiche: possono avvenire ovunque, magari restare silenti o sotto traccia per un certo tempo, salvo poi riemergere al tempo ritenuto più opportuno. Nelle scorse settimane l'attenzione dei media è stata attirata dalle azioni di alcuni iscritti al MoVimento 5 Stelle che lo scorso febbraio avevano ottenuto dal tribunale di Napoli la sospensione delle deliberazioni dell'agosto 2021 e in seguito hanno chiesto di invalidare anche le nuove votazioni svoltesi a marzo (il 14 giugno scorso la nuova richiesta di sospensione è stata respinta, ma è probabile che venga proposto reclamo); in questo stesso sito si è parlato con una certa ampiezza della sospensione delle delibere dell'assemblea nazionale di +Europa che hanno preceduto il secondo congresso del partito, celebrato lo scorso anno. Oggi Il Fatto Quotidiano ha dedicato un articolo - a firma di Stefano Vergine - a un ricorso presentato lo scorso 16 giugno al tribunale civile di Milano a nome di Gianluca Pini, romagnolo, dal 1999 al 2015 segretario nazionale della Lega Nord Romagna e deputato per tre legislature consecutive (fino ai primi mesi del 2018). 
Pini, che è tuttora socio ordinario militante della Lega Nord, ha chiesto con urgenza che sia disposta la convocazione del congresso federale del partito perché siano eletti consiglio e segretario federali, chiedendo che della procedura si occupi "un soggetto terzo garante della democrazia interna del partito" e comunque che in queste operazioni siano pienamente rispettati i principi di "più ampia partecipazione democratica".
Per chi frequenta con costanza questo sito, il nome di Pini non dovrebbe suonare nuovo. Nel 2020, infatti, lui e Gianni Fava (anch'egli ex deputato per tre legislature, nonché sfidante di Matteo Salvini al congresso del 2017) avevano chiesto di poter utilizzare alle elezioni amministrative il simbolo della Lega Nord (quello con il nome integrale, Alberto da Giussano, il "Sole delle Alpi" e il riferimento alla Padania), in modo che il partito potesse continuare a esistere sul territorio (e non solo sul piano giuridico-contabile); i commissari "nazionali" della Lega Nord avevano però negato l'uso del simbolo ufficiale e le liste con quelle insegne non erano state presentate. Anche l'anno scorso il tema era emerso nelle cronache politiche e Pini aveva sollevato la concreta possibilità che fosse presentato un ricorso per reagire alla situazione di un partito che lui e altri ritenevano "in ostaggio [...]. Ci sono dei signori che stanno negando la possibilità a chi ancora aderisce alla Lega Nord di fare attività politica e presentarsi alle elezioni". Quel ricorso allora non fu presentato, mentre questa volta si è passati dalle parole ai fatti: evidentemente si è ritenuto che quello attuale - dopo il primo turno delle amministrative e il mancato raggiungimento del quorum dei referendum promossi dal Carroccio - fosse il tempo più opportuno.
Il ricorso ex art. 700 del codice di procedura civile, presentato per Pini dal suo avvocato 
Massimo Beleffi, si apre con la rivendicazione da parte dell'ex deputato della qualità di socio ordinario militante della "Lega Nord per l'indipendenza della Padania" (e della richiesta di rinnovo dell'adesione - con contestuale pagamento delle quote - entro il 31 marzo di ogni anno, come previsto dal regolamento federale all'art. 4, comma 3 vigente fino al marzo 2022; il regolamento ora vigente ha spostato il termine alla fine di ogni anno). Si ricorda poi l'ultimo congresso federale del 21 dicembre 2019, in occasione del quale vennero approvate modifiche allo statuto per semplificare il più possibile la struttura del partito e per concedere l'uso del simbolo ad altri movimenti dagli obiettivi affini (ma per Pini si è trattato di modifiche "funzionali ad impedire lo svolgimento dell'attività politica da parte del movimento"); in quell'occasione si sono registrate anche le dimissioni di Salvini dalla segreteria federale, con la successiva nomina di Igor Iezzi quale commissario federale ad opera del consiglio federale del partito. Stante quella situazione si lamenta come siano ampiamente trascorsi i termini previsti dallo statuto del partito per convocare un nuovo congresso al fine di ricostituire gli organi elettivi (180 giorni dall'affidamento dei poteri al rappresentante legale, qualora si dimettano allo stesso tempo oltre la metà dei membri del consiglio federale e il segretario federale, secondo l'art. 13, ultimo comma dello statuto) o almeno di eleggere un nuovo segretario (120 giorni "dalla cessazione dalla carica del Segretario Federale oppure entro un termine diverso definito dal Consiglio Federale": ultimo comma dell'art. 15). Il commissario federale Iezzi, invece, non avrebbe risposto all'intimazione che lo stesso Pini gli avrebbe rivolto alla fine di settembre dello scorso anno.
Sulla base di questo, Pini avrebbe chiesto al tribunale di disporre d'urgenza la convocazione del congresso, sulla base dell'art. 20 del codice civile - lo stesso, per intendersi, che venne usato nel 2016 dai sedicenti confermati soci della Democrazia cristiana per ottenere dal Tribunale di Roma la convocazione dell'assemblea degli iscritti - che consentirebbe di ottenere la convocazione dell'assemblea dei soci (di un'associazione riconosciuta, ma anche di una non riconosciuta, dunque anche di un partito) anche qualora gli amministratori non vi provvedano. In questo caso, ovviamente, l'assemblea verrebbe identificata nell'organo deliberativo di massima istanzia, cioè congresso federale, quale "organo rappresentativo di tutti i soci della Lega Nord", che "stabilisce la linea politica e programmatica della Lega Nord e valuta le attività svolte dalle nazioni" (art. 9 dello statuto).
Secondo il ricorrente, si è di fronte a un'indubbia violazione dello statuto, perché dalla fine del 2019 non risulta che il congresso federale sia mai stato convocato, men che meno entro i termini statutari ricordati sopra (incluso quello, previsto dall'art. 13, penultimo comma, in base al quale il congresso federale va convocato entro 18 mesi qualora i membri del consiglio federale si dimettano per più di metà e il segretario debba assumere i poteri di quell'organo). Oltre a una violazione statutaria, la mancata convocazione rappresenterebbe "un vulnus nel corretto svolgimento della dialettica politica", perché in questo modo i soci ordinari militanti non potrebbero esercitare - oltre che il dovere di partecipare alla vita del partito - il "diritto di intervento, di voto e di elettorato attivo e passivo, secondo le norme previste dallo Statuto e dai relativi regolamenti": Pini ha visto il suo diritto/dovere negato nell'episodio che ha negato a lui (e a Fava) l'uso del simbolo della Lega Nord alle elezioni amministrative. 
Oltre al fumus boni iuris preso in esame sin qui, per il ricorrente ci sarebbe anche un "pregiudizio grave ed irreparabile derivante dal perdurare di questa situazione": nel ricorso, infatti, si legge che "[a] fronte del commissariamento degli organi federali è venuta meno la democrazia interna del Movimento, tanto che gli iscritti sono completamente esclusi, ma, soprattutto, situazione ancor più grave, v'è stato l'azzeramento di qualsiasi sua attività politica, quindi il rischio concreto ed imminente è proprio quello che la Lega Nord per l'indipendenza della Padania sia definitivamente esclusa dall'attività politica". Una situazione simile si potrebbe evitare solo convocando e svolgendo il congresso, rimediando al "danno democratico creato dallo scellerato immobilismo" (così, ancora, nel ricorso, sine iniuria) del commissario federale.
Per Pini, però, non sarebbe sufficiente la mera convocazione dell'assise congressuale federale: alla convocazione dovrebbe infatti provvedere "un soggetto terzo garante della democrazia interna del partito". Anche ove della convocazione fosse incaricato Iezzi (nella qualità di commissario federale), è stato chiesto che il congresso si tenga entro 30 giorni dall'emissione del provvedimento del giudice (evidentemente per non perdere altro tempo) e che la convocazione segua "i principi [di] più ampia partecipazione democratica avendo accortezza, visti i trascorsi, di nominare soggetti terzi di provata imparzialità quali componenti della commissione verifica poteri al fine di accertare il rispetto di ogni adempimento, con particolare riferimento alla condizione di cui all’articolo 16 del vigente regolamento, comma 4, in merito alla effettiva continuità di militanza". Posto che nel regolamento vigente, in effetti, rileva non più l'art. 16, ma l'art. 15 (per il resto uguale nel testo), in effetti è probabile che l'atto si riferisca al comma 3: si chiede dunque di verificare che i periodi di militanza richiesti dal comma 2 per la candidatura alle cariche interne (tra questi, cinque anni per le cariche a livello federale, aumentati a dieci per i ruoli di segretario federale o membro del comitato amministrativo federale e a venti per chi sarà scelto come presidente federale dopo la morte o la rinuncia di Umberto Bossi) siano "raggiunti con una militanza consecutiva e ininterrotta". Quest'ultimo riferimento sarebbe legato alla già vista questione del rinnovo dell'adesione alla Lega Nord, per cui Pini, Fava e altri avrebbero continuato a pagare la quota, mentre nel 2020 si era appreso che l'iscrizione era diventata di fatto - per scelta del consiglio federale - "automatica" e gratuita per chi era iscritto negli anni precedenti, quando in effetti l'iscrizione a un partito o un'associazione dovrebbe pur sempre essere un atto volontario.
L'articolo del Fatto Quotidiano solleva la questione dei 49 milioni di euro di finanziamenti pubblici indebitamente percepiti che la Lega Nord sta rifondendo a rate: per Pini "se la Lega tornerà ad essere un soggetto politico attivo, non una scatola vuota come è ora, sarà possibile anche ripagare il debito". Al momento, in realtà, la questione più urgente e delicata sembra essere un'altra. Si è ricordato prima come si sia fatto ricorso all'art. 20 del codice civile nell'ultimo tentativo di ridestare dal letargo la Democrazia cristiana (con l'assemblea che in effetti si tenne alla fine di febbraio del 2017): in quell'occasione, peraltro, fu necessario raccogliere poco meno di 200 firme degli iscritti (o ritenuti tali), perché proprio l'art. 20 prevede, al comma 2, che si convochi l'assemblea di un'associazione quando sia stata "fatta richiesta motivata da almeno un decimo degli associati". Ora, il ricorso presentato al tribunale di Milano - ex art. 700 del codice di procedura civile, ma per un atto di volontaria giurisdizione da richiedere al presidente del tribunale - è chiaramente presentato solo in nome di Gianluca Pini e all'interno si dice che agisce quale socio ordinario militante della Lega Nord, non anche in rappresentanza di altri associati. Pini ha considerato questo aspetto della questione? "Vediamo come rispondono - spiega a I simboli della discordia -. Quando ci replicano, abbiamo 200 firmatari"
Si vedrà dunque se il commissario federale della Lega Iezzi riterrà opportuno rispondere in qualche modo al ricorso di Pini e come il tribunale di Milano procederà di fronte a quello stesso atto. Sicuramente, come si diceva prima, si è di fronte a una nuova questione di "diritto dei partiti", già in passato emersa e oggetto di dibattito, ma che per la prima volta prende le forme di un atto del processo civile: il giudice civile, dunque, potrebbe essere chiamato - salvo errore, per la prima volta - a occuparsi della vita di un partito ancora vivo ma "congelato", non per una formale sospensione dell'attività politica in seguito a confluenza, ma per la scelta dei suoi organi di vertice di far vivere parte del proprio simbolo e della propria storia in un'altra formazione politica, pur mantenendo l'efficacia delle iscrizioni.