venerdì 14 agosto 2020

Il simbolo della Lega Nord alle amministrative: come finirà?

Aggiornamento: Oggi Gianluca Pini ha ricevuto una comunicazione dal commissario della Lega Nord Romagna Andrea Liverani, datata 7 agosto, dunque contemporanea alla risposta data dal commissario federale sull'iscrizione gratuita e sul congresso: egli risponde negativamente alla sua richiesta di concedere il simbolo per l'uso in Romagna. "Non rivestendo la S.V. alcun incarico all'interno del Movimento Lega Nord e non avendo ricevuto specifica autorizzazione da parte del Commissario Federale di Lega Nord per l'indipendenza della Padania, La informo che questa Segreteria Nazionale non potrà concederLe l'uso del simbolo di Lega Nord in occasione delle imminenti elezioni amministrative". La lettera si conclude con l'invito ad astenersi dall'utilizzo dell'emblema leghista "in qualsiasi sua forma o variante, ivi comprese quelle impiegate in precedenti tornate elettorali, o in tutte le altre forme che comunque possano ingenerare un'indebita confusione nell'elettorato".
La risposta di Pini non si è fatta attendere: contesta che gli si sia contestata l'assenza di un incarico ("un commissariamento azzera ogni incarico esistente": tra l'altro il congresso di dicembre 2019 aveva eliminato i riferimenti alle sezioni nello statuto, per cui - a meno di un'espressa decisione in tal senso della singola Nazione e del Consiglio federale - di fatto non esistono più, venendo a mancare così una figura locale di vertice che possa chiedere l'uso del simbolo) e chiede nel contempo di avere prova "con data certa" del rinnovo di tesseramento come soci ordinari militanti dello stesso Liverani e del commissario federale Igor Iezzi prima della data del 31 marzo di quest'anno (data prevista dal regolamento federale, che formalmente - e salvo errore - non risulta abrogato, superato o modificato). In mancanza di quella prova, per Pini, Liverani e Iezzi starebbero "abusivamente occupando un ruolo che non vi appartiene" e la vicenda potrebbe avere risvolti penali: per questo, l'ex parlamentare annuncia di volersi rivolgere all'autorità giudiziaria e anche di voler iniziare, ove fosse confermata la mancata concessione del simbolo, un'azione civile volta a ottenere il "risarcimento del danno a favore dei Soci Ordinari Militanti regolarmente iscritti ai quali Voi intendete [...] precludere la partecipazione ad un'elezione democratica al solo fine di favorire un soggetto terzo". 
Vista però l'urgenza di presentare ufficialmente le candidature, Pini rileva che è necessario ottenere entro domani la dichiarazione di presentazione di lista in nome e per conto del partito, con relativa autorizzazione all'uso del simbolo: ove non arrivasse entro le ore 12, l'ex deputato annuncia che si rivolgerà già ora ai giudici "per tutelare i nostri diritti di soci ordinari militanti". Si immagina che l'eventuale ricorso d'urgenza - ex art. 700 del codice di procedura civile - sarebbe presentato dai militanti per ottenere un provvedimento volto a essere messi nelle condizioni di esercitare il proprio "diritto alla candidatura" con il simbolo del proprio partito. Un diritto oggettivamente difficile da tutelare nelle aule di tribunale (secondo alcuni studiosi nemmeno esiste), ma di certo il problema della partecipazione si pone in modo rilevante e sarà interessante vedere come sarà risolto.
 
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Mancano otto giorni alla scadenza del termine per presentare le liste alle elezioni amministrative (e regionali) che si terranno il 20 e 21 settembre e, a quanto pare, coloro che non vogliono rassegnarsi a una Lega Nord relegata nel ruolo di "bad company che presta il simbolo alla Lega per Salvini Premier" sono pronti a dare battaglia. O almeno a non lasciare nulla di intentato. 
Questo è quanto emerge da una dichiarazione che ieri Gianluca Pini, deputato per il Carroccio nelle tre precedenti legislature, a rilasciato a LaPresse"Sabato prossimo ho tutta l'intenzione di consegnare le liste e il simbolo a Faenza, se dalla Lega di Salvini hanno qualcosa da dire o si opporranno, ne risponderanno davanti ai giudici", precisando anche che finora - come previsto da questo sito - non è arrivata alcuna risposta alla comunicazione che lui e l'altro ex parlamentare leghista, Gianni Fava, avevano inviato al commissario federale della Lega Nord Igor Iezzi per chiedere che il simbolo del partito fosse "concesso" alle sezioni leghiste tuttora esistenti per presentare liste alle elezioni amministrative. 
Non si tratta dell'unico intervento che in questi giorni va verso il recupero dello "spirito originario" della Lega Nord. Giusto oggi, per dire, Giuseppe Leoni (primo deputato della Lega Nord eletto nel 1987, le stesse elezioni in cui Umberto Bossi era riuscito a entrare in Senato) ha dichiarato a Carmelo Lopapa della Repubblica che per lui la Lega "a propulsione nazionale" di Salvini non abbia nulla a che fare con la tradizione leghista: "Hanno cambiato nome, hanno stravolto le cose. Qui a Varese, dove vivo, la tensione è molto alta. Più del 50 per cento dei tesserati ha rinunciato a rinnovare l’iscrizione al partito di Salvini. Non sono interessati a quella roba lì. E vogliono adesso tornare a fare politica sotto i vecchi simboli. Non coi traditori. [...] hanno soffocato lo spirito autonomista che soffiava dentro la Lega Nord. Noi avevamo un progetto federalista. Matteo Salvini ha scambiato il concetto di federalismo con quello di federale fascista. Penso che si accorgeranno presto dell’errore compiuto". Nel dolersi di non avere notizia di lamentele da parte di "coloro che hanno portato avanti il progetto di Bossi e che ora sono vicini al leader", come Giancarlo Giorgetti e Roberto Calderoli, Leoni arriva a formulare una previsione: "alle elezioni amministrative del prossimo anno a Varese ci sarà un candidato della Lega Nord. E come qui anche in tanti altri posti".

Cosa dice la legge

Prima che arrivi del 2021, però, c'è il 2020 e, come si diceva, le liste devono essere presentate entro mezzogiorno di sabato 22 agosto. Chi si prepara a varcare la soglia del municipio (o, comunque, del luogo indicato dal comune per presentare le candidature) per presentare una lista deve avere con sé vari documenti: i più laboriosi - per il tempo che richiedono - sono gli atti di presentazione delle liste con le firme dei sottoscrittori debitamente autenticate, le accettazioni di candidatura e dichiarazioni di assenza di motivi di incandidabilità per chi aspira a essere eletto sindaco o consigliere, i certificati di iscrizione nelle liste elettorali per sottoscrittori e candidati e il programma elettorale (nei comuni sopra i 15mila abitanti ci sono anche altre formalità: occorre indicare il collegamento con il candidato sindaco e le persone delegate a dichiararlo, nonché il mandatario elettorale per ciascun candidato che intenda raccogliere fondi e, per i comuni sopra i 50mila abitanti, il bilancio preventivo di spesa elettorale per la lista). Occorre però avere con sé anche tre copie del contrassegno della lista (nelle due misure di 3 e 10 centimetri di diametro) e, se il simbolo è chiaramente riconducibile a un partito presente in Parlamento, occorre anche l'autorizzazione a usarlo.
Gli articoli 30 e 33 (comma 1, lettera b per entrambi) del d.P.R. n. 570/1960 - cioè il testo unico sulla composizione ed elezione degli organi delle amministrazioni comunali - prevede infatti tra i compiti della (sotto)commissione elettorale circondariale la ricusazione dei contrassegni "riproducenti simboli o elementi caratterizzanti simboli che, per essere usati tradizionalmente da partiti presenti in Parlamento, possono trarre in errore l’elettore" (questa parte del testo è stata introdotta nel 1975). Ciò ovviamente non significa che è impossibile utilizzare quegli emblemi, ma solo che chi vuole farlo deve essere autorizzato da chi, all'interno del partito, abbia quella competenza in base allo statuto: l'art. 2 del d.P.R. n. 132/1993 (cioè il regolamento di attuazione della legge che aveva introdotto, tra l'altro, l'elezione diretta del sindaco) prevede che "le candidature e le liste possono essere contraddistinte con la denominazione ed il simbolo di un partito o di un gruppo politico che abbia avuto eletto un proprio rappresentante anche in una sola delle due Camere o nel Parlamento europeo o che sia costituito in gruppo parlamentare anche in una sola delle due Camere nella legislatura in corso alla data di indizione dei comizi elettorali [...], a condizione che, all'atto di presentazione della candidatura, o della lista sia allegata, oltre alla restante documentazione, una dichiarazione sottoscritta dal presidente o dal segretario del partito o gruppo politico o dai presidenti o segretari regionali o provinciali di essi, che tali risultino per attestazione dei rispettivi presidenti o segretari nazionali ovvero da rappresentanti all'uopo da loro incaricati con mandato autenticato da notaio, attestante che le liste o le candidature sono presentate in nome e per conto del partito o gruppo politico stesso". Ciò vale appunto come autorizzazione all'uso del contrassegno e l'autenticazione della dichiarazione da parte del notaio serve a fare piena prova della provenienza della dichiarazione.
Qualcuno potrebbe notare che, tanto alla Camera quanto al Senato, tra i gruppi parlamentari si ritrova solo la dicitura "Lega - Salvini Premier", come a dire che la Lega Nord non è più presente in Parlamento e dunque la norma sulle elezioni comunali che ne tutela i simboli tradizionalmente usati non dovrebbe applicarsi. In effetti, però, non è così. Posto che la dicitura "Lega - Salvini Premier", con il trattino, sembra volutamente segnalare che il gruppo è composto da due parti e che entrambe hanno rinunciato a parte del loro nome, occorre ricordare che a presentare il contrassegno e le candidature, nel 2018, è stata proprio la Lega Nord - così risulta già dal simbolo depositato - e dunque quel partito ha eletto rappresentanti: la disposizione del d.P.R. n. 132/1993 richiede appunto la dichiarazione del segretario di un partito che abbia eletto almeno un parlamentare. Anche a voler rimarcare che la norma introdotta nel 1993 si riferisce espressamente alla legislatura in corso e questo non richiederebbe più la dichiarazione del vertice del partito per un partito non più presente in Parlamento, occorre notare che nella disposizione del 1975 (tuttora in vigore) non c'è un limite espresso alla legislatura in corso e, in effetti, in passato si è vietato l'uso non autorizzato di contrassegni contenenti simboli rappresentati alle Camere in anni recenti ma non al momento delle elezioni "contestate": questo perché, in effetti, la norma che impedisce l'uso di simboli presenti in Parlamento a chi non ne ha titolo non tutela tanto i partiti, ma l'affidamento dell'elettore che, vedendo un contrassegno sulla scheda, deve poter capire a quale partito si riferisce, senza rischiare di essere tratto in errore. Questo potrebbe accadere con due simboli contenenti Alberto da Giussano, ma - seguendo lo spirito della norma - anche con uno solo, ove il vertice del partito non condivida la presentazione della lista.

Cosa dice lo statuto

Ora, all'art. 3, comma 7 del vigente statuto della Lega Nord - dopo le modifiche del congresso del dicembre 2019 - si legge che "In ogni caso l’utilizzo del simbolo da parte delle nazioni per ogni singola elezione (politiche, europee, regionali e amministrative) deve essere oggetto di specifica autorizzazione del Segretario Federale". E, dal momento che Matteo Salvini si era dimesso dalla segreteria federale dopo quel congresso per incompatibilità con il ruolo rivestito nella Lega per Salvini Premier, si è applicato l'art. 15, comma 5 dello statuto, in base al quale "il Consiglio Federale nomina un Commissario Federale con pieni poteri. Il Congresso Federale straordinario deve tenersi entro 120 (centoventi) giorni dalla cessazione dalla carica del Segretario Federale oppure entro un termine diverso definito dal Consiglio Federale stesso". Chi scrive non può sapere se il Consiglio federale ha dettato quel termine diverso, ma viene da pensare di sì: la lettera che il commissario Igor Iezzi ha inviato a Pini per dirgli che il Consiglio federale aveva deliberato la gratuità dell'iscrizione alla Lega Nord per il 2020 e che "il Congresso Federale sarà convocato con le tempistiche e le modalità stabilite dallo statuto del Movimento" era datata 7 agosto, certamente ben oltre la nomina di Iezzi come commissario federale, che in base a quanto si apprende dai media risale al 31 gennaio 2020. 
Autorizzare l'uso del simbolo della Lega Nord tocca dunque al commissario federale Igor Iezzi. Il d.P.R. n. 132/1993 consente anche che sia il "segretario regionale" a dichiarare che la lista è presentata in nome e per conto del partito, cui certamente può assimilarsi il segretario o commissario "nazionale", secondo il lessico leghista; poiché però lo statuto prescriva un'autorizzazione espressa da parte del segretario federale (o di chi ne fa le veci, come in questo caso), sembra impossibile prescindere, in ultima analisi, dal consenso di Iezzi; in particolare, la commissione potrebbe anche ritenere valida la presentazione di lista fatta allegando una dichiarazione del commissario nazionale, ma se ricevesse un diniego all'uso del simbolo da parte del commissario federale dovrebbe tenerne conto. 

Come potrebbe andare a finire

Se dunque saranno presentate liste con il simbolo della Lega Nord, è quasi certo che le (sotto)commissioni elettorali circondariali chiedano la sostituzione del contrassegno entro 48 ore, anche se in ipotesi il commissario federale o nazionale non comunicherà a quegli organi la sua opposizione all'uso dell'emblema. Entro quelle 48 ore dunque dovrebbe essere presentato un simbolo nuovo e chiaramente distinto da quello della Lega Nord o - in alternativa - potrebbe essere accettata anche una delega "tardiva" da parte dei vertici del partito: in mancanza di una di queste eventualità, la lista sarà ricusata. L'eventuale simbolo, sostitutivo, peraltro, dovrebbe poter contenere una tra le parole "Lega" e "Nord", viste le precedenti decisioni in materia di simboli (per le innumerevoli Leghe ammesse e, più di recente, per l'ammissione id Grande Nord): certamente non potranno essere usate insieme e non potrà essere abbinata la stessa raffigurazione di Alberto da Giussano, mentre si potrebbe discutere su una statua diversa o, al limite (ma sarebbe rischioso), su un'altra posizione della medesima. 
La sostituzione del simbolo, però, non sembra essere nell'intenzione di Gianluca Pini: lo dimostra la sua frase "se dalla Lega di Salvini hanno qualcosa da dire o si opporranno, ne risponderanno davanti ai giudici". Perché, comunque, il problema che lui pone è un altro: se una parte non irrilevante di iscritti a un partito vuole che questo, dal momento che continua a esistere, si presenti alle elezioni, perché non dovrebbe poterlo fare semplicemente per il diniego di un vertice che non ha eletto? Posto che l'iscrizione a un partito è e deve rimanere un atto volontario, al limite gratuito ma volontario (per cui occorre chiedere tanto l'iscrizione quanto il suo rinnovo), c'è da attendersi che chi vuole restare iscritto a un partito voglia anche poterlo votare o presentarsi agli elettori con il suo simbolo. L'atto annunciato da Pini mira chiaramente a mettere alla prova il Commissario federale, per saggiarne la reazione: potrà delegare alla presentazione della lista, negare l'uso del simbolo o non dire nulla, il che sarà come dire "no". 
Difficile dire se gli iscritti possano "forzare" i vertici del partito perché consentano l'uso del simbolo, anche attraverso i tribunali: la responsabilità del commissario federale che Gianluca Pini e altri vogliono far valere, infatti, è più politica che giuridica, ma c'è. Il fatto stesso che Pini e altri militanti dichiarino "Siamo pronti a ripagare noi i 49 milioni, non esiste cifra che ci spaventi di fronte alla necessità di riportare la questione settentrionale al centro dell'agenda politica" è un chiaro segno di questo: è giusto che il commissario o il segretario neghino la possibilità di candidarsi con il simbolo del proprio partito a soci ordinari militanti che si dichiarano disposti a contribuire perché la Lega Nord abbia le risorse per restituire più in fretta i "famosi" 49 milioni di euro? (Questi soldi, va ricordato, non devono essere cercati perché qualcuno li ha "fatti sparire": erano semplicemente "rimborsi elettorali" che il partito non avrebbe dovuto ricevere, perché erano stati erogati sulla base di rendiconti falsificati nei contenuti, ma che ovviamente nel frattempo erano stati spesi per l'attività del partito). C'è da giurarlo: se anche da Via Bellerio non dovessero arrivare notizie, nei prossimi giorni del simbolo della Lega Nord si parlerà ancora.

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