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domenica 26 luglio 2026

L'ultima domenica del Pci (in attesa del nuovo simbolo) rivive con Dondi

Chiunque abbia lavorato per un quotidiano italiano, piccolo o grande, locale, regionale o nazionale, sa che la domenica, se non ci si deve occupare di sport (specialmente di calcio), è una giornata di norma più fiacca delle altre: le pagine a disposizione il giorno dopo per la cronaca di solito sono di meno, in qualche caso il giornale - o il suo "dorso" locale - il lunedì nemmeno esce, quindi le notizie non di primo piano devono attendere i giorni successivi per emergere. Eppure accadde proprio di domenica e si fece largo tra le pagine del giorno dopo una notizia che ha rappresentato "un passaggio cruciale, impossibile da rimuovere. [...] una vera e propria cesura nella vita nazionale, che cambia radicalmente la storia del comunismo italiano e dell'intera sinistra. E non solo". Perché era domenica il 12 novembre 1989, giorno in cui Achille Occhetto, allora segretario del Partito comunista italiano, nella sala del quartiere Navile di Bologna, fece capire che il Pci avrebbe potuto cambiare nome e, di conseguenza, anche il simbolo. In qualche modo, anche se il partito avrebbe continuato ad agire per oltre un anno con quelle insegne, quella fu L'ultima domenica del Pci. Ed è proprio questo il titolo di un libro pubblicato ad agosto dello scorso anno dall'editrice romana Bibliotheka e scritto da Walter Dondi, che quel giorno nella sala di via Pellegrino Tibaldi 17 c'era: era uno dei due giornalisti presenti, anzi, proprio quello che riuscì a fare a Occhetto la domanda giusta per ottenere come risposta tre parole - "Tutto è possibile" - pronte a trasformarsi in una notizia da pubblicare sull'Unità e poi in una svolta, quella della "Bolognina".
Perché è verissimo - come ha scritto nella sua prefazione Luca Bottura - che in Italia la Storia può presentarsi "una domenica mattina, col cielo grigio, in una sala di quartiere, mentre tutti pensano che 'tanto oggi non succede niente'. Poi succede tutto. E ce ne accorgiamo tardi". E merita di essere raccontata la storia "di un giorno preciso - ha annotato ancora Bottura -. Di una frase detta, forse con cautela. Di un titolo scelto con equilibrio. Di un fax che parte e di un direttore che, quella volta, non risponde", in cui ha un ruolo fondamentale proprio Dondi, che oltre a esserci stato, "fortunatamente per noi, ha preso appunti", buoni per ricostruire cos'è accaduto, per capire meglio cos'è successo dopo, a Botteghe Oscure, alla Fiera di Rimini (sede all'inizio di febbraio del 1991 del XX congresso del Pci, quello del cambio di nome) e in tutto il Paese. 
Non è retorico dire che la mattina del 12 novembre 1989, tre giorni dopo la caduta del muro di Berlino, la storia dell'Italia politica è passata da Bologna, anzi, dalla Bolognina. Per quella personale e professionale di Dondi è stato fondamentale un viaggio, con cui il libro inizia: meno di quattro chilometri, percorsi in taxi con la compagnia di una copia dell'Unità e di un taccuino, da via Barberia 4 (il palazzo Marescotti Brazzetti, oggi sede universitaria, allora sede della federazione del Pci e, in mansarda, della redazione bolognese del quotidiano) alla citata sala di quartiere di via Tibaldi 17, dov'era prevista la celebrazione comunitaria del 45° anniversario della battaglia partigiana della Bolognina. E dove Achille Occhetto, dopo una visita a Mantova, aveva deciso improvvisamente di andare: Dondi era andato là proprio perché il suo caporedattore, Giancarlo Perciaccante, l'aveva avvertito della presenza del segretario Pci. 
 
I giornalisti presenti a quell'evento erano due: Giampaolo Balestrini, giovane cronista dell'Ansa arrivato in tempo (a dispetto del brevissimo preavviso) perché abitava piuttosto vicino al luogo della celebrazione, e appunto Dondi, redattore locale dell'Unità; oltre alla principale agenzia giornalistica nazionale e all'organo del Pci, non c'era nessun'altra testata, cartacea, radiofonica o televisiva, nazionale o locale; anzi, c'erano le telecamere del Tg Regione della Rai, ma senza alcun giornalista al seguito. Nessuno, del resto, si attendeva l'arrivo di Occhetto, da lui stesso qualificato come "improvvisata", compiuta "perché ritengo giusto andare tra la gente che si riunisce per ricordare le grandi battaglie democratiche e di libertà". Il libro ricostruisce l'incedere del discorso del segretario, prima legato alla resistenza, ma presto ricollegato all'attualità, ai "giorni decisivi per l'Europa", dopo il crollo del Muro che per Occhetto rappresentava la vera fine della Seconda guerra mondiale: il suo non era "un intervento di circostanza - spiega ora Dondi -. Bisogna aprire bene le orecchie e scrivere velocemente le sue parole sul taccuino". Una frase che, riletta oggi, dà immediatamente la misura di quanto il mondo sia cambiato: oggi, probabilmente, anche un semplice blogger avrebbe avuto il suo laptop (o almeno un tablet) per prendere appunti, oppure avrebbe usato un registratore insieme a un programma di riconoscimento vocale per ottenere più in fretta il testo grezzo del parlato su cui lavorare; allora, quando lo strumento "portatile" più diffuso era la macchina da scrivere e c'erano i registratori ma mancava il tempo per riascoltare e "sbobinare", occorreva affidarsi interamente alle orecchie, al cervello e alle dita che stringevano la penna/biro/matita e la facevano scorrere sul taccuino.  
l'Unità, 13 novembre 1989, prima pagina
Quelle parole rivolte ai partigiani impiegando un discorso di Mihail Gorbacëv ("Avete vinto la Seconda Guerra mondiale, ma se ora non volete che essa venga nuovamente perduta, non bisogna limitarsi a conservare l'esistente, ma impegnarsi in grandi trasformazioni") già non erano irrilevanti, ma quelle successive - "Da tutto questo traggo l’incitamento a non continuare su vecchie strade, ma ad inventarne di nuove per unificare le forze di progresso. [...] Dal momento che la fantasia politica in questo fine '89 sta galoppando è necessario, nei fatti, andare avanti con lo stesso coraggio che allora fu dimostrato nella Resistenza" - sembravano non lasciare dubbi sul fatto che qualcosa di grande e, volendo, di grave stesse per avvenire. E non certo riferito alla celenbrazione in cui Occhetto aveva scelto improvvisamente di intervenire.
L'importanza del momento richiede che sia rivissuto, nella sua dinamica, esattamente con le parole di Dondi, anche per assaporare l'atmosfera del dialogo tra colleghi (che si prendono reciprocamente un po' di rischio, non sapendo davvero cosa farà l'altro e come agiranno le rispettive redazioni):   
È necessario capire cosa c'è dietro quelle parole: 'coraggio', 'strade nuove', 'unificare le forze di progresso'Guardo Balestrini e gli dico che dobbiamo parlare con Occhetto prima che se ne vada, chiedergli cosa ha voluto dire con quel discorso. "Secondo me - spiego - c'è l'idea di un cambio del nome al Pci". Ci facciamo largo tra i partigiani che si affollano vicino ad Occhetto per salutarlo e stringergli la mano. Riusciamo a fermarlo per qualche minuto. Nel frattempo, ho concordato con il collega che sia lui a fargli la prima domanda, riservandomi di intervenire successivamente. 
Segretario, cosa lasciano presagire le sue parole?  
"Lasciano presagire tutto, stiamo realizzando grandi cambiamenti e innovazioni in tutte le direzioni".  
Si è aperta una breccia e bisogna insistere, perciò intervengo.  
Sono Dondi dell'Unità: se le tue parole lasciano presagire tutto, vuol dire anche un cambio del nome del Pci?
Occhetto sembra sorpreso. Mi guarda e dice: "Tutto, lasciano presagire tutto".
Non sono pienamente soddisfatto e ripeto la domanda: Quindi il Pci cambierà nome?  
Occhetto pare non volere replicare, poi si blocca e risponde: «Tutto è possibile». Sta per allontanarsi, ma ho bisogno di una ulteriore conferma, il tema è troppo importante e la sua è una dichiarazione molto forte, inedita. Perciò rifaccio la domanda: Segretario, davvero il Pci cambierà nome?  
Si volta un'ultima volta e dice: «Tutto è possibile. Scrivete che tutto è possibile». A quel punto se ne va davvero. [...]. 
La notizia c'è, mi dico, eccome se c'è. Mentre la sala si svuota, Balestrini e io ci appartiamo e concordiamo il testo virgolettato delle risposte che Occhetto ha dato alle nostre domande. Non c'è dubbio, del resto, che il segretario abbia aperto alla possibilità, concreta, che il Pci cambi nome. La cosa ha del clamoroso; fino a quel momento il tema non era mai stato reso così esplicito. E dal segretario in persona, non da parte di qualche dirigente di livello più o meno elevato. È davvero il caso di chiamare il giornale a Roma. E subito. Voglio parlare con un redattore capo prima che esca il lancio dell'Ansa. Saluto il collega e mi precipito in via Barberia.  
Rinascita, n. 29/1989, p. 35
A Roma Dondi riuscì a parlare con Marco Demarco, allora vicecaporedattore capo centrale (poi divenuto vicedirettore; di recente è stato a lungo direttore del Corriere del Mezzogiorno): convenne che la notizia "c'era tutta" e dovesse andare sul nazionale, raccontata a dovere per come era emersa. Non che la questione del nome da cambiare fosse una novità: nella campagna per le europee si era fatta strada l'espressione "nuovo Pci" (impiegata anche nella campagna del tesseramento del 1989); a fine luglio, poi, su Rinascita era apparso un lungo intervento di Michele Salvati e Salvatore Veca intitolato Cambiare nome. E se non ora, quando?, anticipando in modo autorevole la questione di oltre tre mesi (e addirittura di più di un anno la scelta del nome "Partito democratico della sinistra", indicato come "modesta proposta" in quell'articolo e accolto 
da Fabio Mussi - in un testo pubblicato nelle stesse pagine - come un "buon nome a occhio e croce", ma proposto nel momento sbagliato e senza che ci sia una vera urgenza di cambiare insegne): proprio Salvati, come ricorda Dondi, il 30 novembre 1989 sempre sull'Unità avrebbe confermato la sua posizione, pienamente in linea con la svolta impressa da Occhetto e manifestata quel giorno alla Bolognina.  
"La questione del cambiamento del nome è all'ordine del giorno del Pci", battè subito Dondi sulla sua macchina da scrivere "Olivetti d'ordinanza", poi - dopo aver impiegato parecchio tempo a scrivere, leggere e correggere - inviò il pezzo via fax alla redazione centrale romana. Intanto alle 15.44 era uscito il lancio di Balestrini per l'Ansa - riportato nel libro - ma il titolo era sulle "nuove strade" invocate da Occhetto, parole che a qualcuno saranno suonate simili a quelle che Robin Williams pronunciava nei panni di John Keating nel film L'attimo fuggente (uscito in Italia solo un mese e mezzo prima, quindi verosimilmente ancora in programmazione): la questione del cambio di nome era relegata all'interno del pezzo, peraltro un po' depauperata ("Alla domanda di un giornalista se queste sue frasi lascino presagire un cambio del nome del Pci, ha risposto 'Lasciano presagire tutto'."). Dondi dà perfettamente conto del travaglio vissuto (come giornalista, più che come militante comunista), nell'attesa di sapere se e come i suoi superiori - Piero Sansonetti redattore capo centrale, Renzo Foa condirettore, Massimo D'Alema direttore - avrebbero fatto uscire il pezzo. Il giorno dopo, all'alba, la scoperta: in prima pagina il richiamo alle parole di Occhetto alla Bolognina era in taglio medio, con un titolo simile a quello dell'Ansa (Occhetto ai veterani della Resistenza: "Dobbiamo inventare strade nuove") ma con l'occhiello che non rinunciava a evidenziare la notizia seminascosta dall'agenzia (A chi chiede se il Pci cambierà nome risponde: "Tutto è possibile"); l'articolo di Dondi finì - senza alcun taglio - alla pagina 8 e questa volta il titolo era inequivocabile (Il Pci cambierà nome? "Tutto è possibile"). Rievocando nel libro quel passaggio, l'autore parla di "un'operazione di compromesso e di equilibrismo tra esigenza giornalistica, per non mancare la notizia, e intervento politico che ha teso a ridurre l'impatto delle dichiarazioni di Occhetto". Occhetto che, tra l'altro, proprio il 13 novembre aveva in animo di parlare del suo progetto alla segreteria del partito e il giorno dopo alla direzione.
l'Unità e la Repubblica, prime pagine del 14 novembre 1989
Per chi ama immergersi nelle pagine di allora, per cogliere il più possibile la visione del tempo (ancor più che il suo spirito), non può passare inosservato come quasi tutti i giornali pubblicati il 13 novembre 1989 - esclusi quelli che in quel giorno post-sportivo non uscivano, a partire dalla Repubblica - abbiano dato un rilievo piuttosto ridotto alla notizia bomba del giorno prima, quasi sempre limitandosi a rielaborare il lancio dell'Ansa; tutt'altro trattamento avrebbe avuto la questione del nome del Pci il giorno dopo - dunque il 14 novembre, come spiò vedersi dalle pagine qui riportate - dopo che proprio l'Unità aveva sostanzialmente confermato la notizia che la stessa agenzia nazionale aveva in qualche modo attenuato.
Il Messaggero, pagine 1 e 2 del 13 novembre, prima pagina del 14 novembre
Appare molto interessante la ricerca di Dondi, che nota come solo dalla lettura del Messaggero - in particolare da un articolo firmato da Mario Stanganelli - emerga come le parole di Occhetto, riprese dall'Ansa, siano state "premurosamente chiosate dal portavoce di Botteghe Oscure, per non lasciare dubbi che di almeno un principio di svolta si trattasse". Qualcuno, evidentemente, dal Bottegone doveva essere intervenuto in qualche modo con le varie testate. Dondi, formalmente in pensione ma non certo dalla passione e dal rigore giornalistico, di fatto ha condotto un'inchiesta su quelle ore tra il pomeriggio e la notte del 12 novembre 1989 per capire come possano essere andate le cose.  
Corriere della Sera, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Se Balestrini - anch'egli ormai in pensione - conferma di avere scritto il pezzo riportando precisamente le risposte di Occhetto (fedelmente alla trascrizione fatta con Dondi), senza sapere cosa sia accaduto dopo che il lancio era stato consegnato al caporedattore Ansa a Bologna e poi trasmeesso a Roma, va indagato meglio cosa accadde all'Unità e nel Pci. Nel libro di Roberto Roscani L'Unità. Una storia, tante storie (uscito nel 2024) Claudio Petruccioli raccontava di essere stato contattato dalla redazione dell'Unità e di avere cercato "di smorzare i toni, di riportare tutto alle parole letterali pronunciate" (Petruccioli peraltro disse di aver incontrato Occhetto la sera prima, circostanza smentita dall'ex segretario in un colloquio con Dondi, su cui si tornerà); per parte sua, Federico Geremicca si era fatto dire da Massimo D'Alema che, dopo essere stato con lui quel giorno in barca, dunque non raggiungibile dalla redazione di via dei Taurini, "Una volta rientrato a Roma, il giornale mi trovò. Consigliai prudenza, perché eravamo di fronte, in fondo, soltanto ad una mezza battuta del segretario: facemmo il centropagina della prima…". 
La Stampa, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Dondi ha meritoriamente aggiunto al racconto la versione di Marco Demarco, il suo unico contatto con l'Unità di quel 12 novembre 1989: "Quella domenica, Sansonetti, il caporedattore, era di riposo. Foa, il vicedirettore, risultò irreperibile e D’Alema, come scoprii dopo, veleggiava al largo del Circeo. Inutile dire che allora non c’erano i telefonini. Nella redazione romana eravamo quattro gatti, e io reggevo il timone" (Demarco, per la precisione, ha smentito che D'Alema sia mai stato sentito). L'allora viceredattore capo centrale si assume la responsabilità della scelta dell'impaginazione e del titolo (vista l'irreperibilità dei superiori); ricorda di avere collocato la questione del nome del Pci in apertura della prima pagina, ma di averla spostata più in basso dopo una "telefonata di routine da Botteghe Oscure", in particolare del responsabile di turno Claudio Petruccioli ("Mi spiegò che il momento era delicato, fece appello al senso di responsabilità e alla prudenza, e infine – sempre con grande garbo – mi invitò a soprassedere. Gli dissi che non era possibile, che tutte le verifiche erano state fatte e che sarei stato attento nella titolazione. Ma non si tranquillizzò. Anche perché le agenzie non avevano 'battuto' nulla e questo lo insospettiva. Insistette e mi rimandò a una successiva telefonata") e dopo un consulto con Walter Veltroni, allora responsabile stampa e propaganda del Pci ("Mi ascoltò paziente e si rese conto che ero finito tra l'incudine e il martello, ma anche lui - ignaro della sortita di Occhetto - mi suggerì prudenza e, in ogni caso, di ascoltare Petruccioli").
il Resto del Carlino, prime pagine del 13 e del 14 novembre 1989
Il lancio dell'Ansa, sia pure nella forma attenuta vista sopra, consentì a Demarco di prendere una decisione: "Alla telefonata successiva da Botteghe Oscure, dissi a Petruccioli che avrei rinunciato all'apertura, ma non alla prima pagina. E che avrei riportato tutto distribuendo i carichi tra occhiello, titolo e sommario. E così feci". Demarco riconosce di avere "scritto titoli migliori" rispetto a quello della prima pagina del 13 novembre 1989, ritenendolo "graficamente sgrammaticato" e poco netto, potendo però spiegare facilmente quelle "contorsioni": "l'Unità era l’organo del Partito comunista; la questione in discussione era la fine stessa del Pci; quella Svolta non era affatto condivisa. Ed era inevitabile che tutte queste tensioni convergessero sulla prima pagina che io stavo chiudendo. Annunciare la Svolta avrebbe messo il partito di fronte al fatto compiuto. Ignorare il discorso di Occhetto o censurarlo avrebbe indebolito il segretario, probabilmente ritardando o compromettendo l'avvio del nuovo corso".
Non sono meno interessanti le pagine del libro in cui Dondi analizza le reazioni del giornale stesso alla notizia "bomba" che aveva dato quasi in solitaria. Colpisce leggere che, di fatto, non ci sia stata "una vera e propria discussione" in redazione (secondo Demarco "l'anticipazione fu bruciata dalla cronaca", visto che tutto sembrava accadere in modo accelerato in quei giorni); colpisce anche che "di quanto si scrisse sulla Bolognina nel giornale del 13 novembre, non si trovi praticamente traccia nei giorni seguenti", mentre la discussione nel partito prendeva sempre più corpo, con una larga parte dei dirigenti favorevole alla svolta promossa da Occhetto e una minoranza significativa che si espresse contro, con lacerazioni pesanti all'interno della base, di cui diede conto anche Nanni Moretti col docufilm La Cosa (anche se poi, alla conta del XIX congresso a Bologna, la mozione di Occhetto ottenne i due terzi dei voti). Il confronto nel e sul giornale, in compenso, arrivò poco dopo (e partì di fatto con il contributo di Michele Serra - Compagni, credetemi, è giusto così - riportato anche nel libro), nei lunghi mesi della transizione, periodo in cui emerge una sostanziale "tensione" tra l'impostazione "romanocentrica" dell'Unità (e forse anche del Pci stesso) e quella dell'Emilia-Romagna, una delle regioni in cui il Partito era più forte, politicamente, culturalmente - ed anche economicamente - ma che non riusciva a ottenere vera voce in capitolo sulle scelte e sulla guida del Pci. "Non c’è dubbio - scrive Dondi - che nel Pci c'era chi si occupava della Grande Politica, di teoria e strategia, che gli emiliano-romagnoli, si diceva in tanta parte del Partito, non erano in grado o non sapevano fare. Troppo impegnati com’erano a fare la politica, quella piccola, quella con la p minuscola: amministrare le città e i comuni, garantire servizi migliori ai loro cittadini; decisamente occupati a costruire asili e scuole per l’infanzia per promuovere l’occupazione femminile; a urbanizzare aree per le case popolari e le zone industriali da cedere a prezzi calmierati agli artigiani, ai piccoli imprenditori e alle cooperative, perché realizzassero botteghe, aziende e fabbriche, creando così le condizioni per dare ai loro cittadini e ai tanti che migravano dal Sud, un lavoro dignitoso e meglio retribuito". Di fatto, è importante notare - come fa anche Dondi - che "gli iscritti delle sezioni dell’Emilia Rossa ebbero un peso assai rilevante nel determinare l’esito congressuale; e in una misura che mai prima si era potuto osservare ed evidenziare in tutta la sua reale dimensione" (il che vale anche di più se si pensa che nelle prime ore - come l'autore non nasconde - i dirigenti dell'Emilia Rossa apparvero spiazzati di fronte all'idea che il nome del Pci potesse essere ammainato).
Il libro di Dondi contiene anche una rilevante intervista ad Achille Occhetto, realizzata dall'autore il 14 gennaio 2025. Tra i vari punti che destano interesse, Occhetto - oltre a ricordare come tutto il 1989 fosse "stato dominato dalla discussione sul nome del Partito" e che il passaggio del XVIII congresso a Roma, a marzo, già parlava di "nuovo Pci" - richiama un passaggio che non può non stare a cuore a chi scrive, oltre che a chi frequenta questo sito: la presentazione del simbolo del Partito democratico della sinistra, creato da Bruno Magno, avvenuta il 10 ottobre 1990. Quelle righe meritano di esssere riportate, insieme ad alcune riflessioni subito successive allo scoop dell'Unità di quel 12-13 novembre 1989:
Quando [...] in quei giorni i giornali cominciarono a titolare che il Pci cambiava nome, si determinò una situazione di grave difficoltà per me. A leggere quei titoli mi si raggelava il sangue. Capivo il dramma dei compagni che si alzavano al mattino e leggevano che il Pci stava per cambiare nome. [...] Nella segreteria avrei posto non la questione del nome, ma l'avvio di una costituente per una nuova formazione politica che, conseguentemente, avrebbe reso necessario porre la questione del nome, di darci un nome diverso. [...] Venne posto subito al centro il tormentone del nome. Ebbi a dire sempre [...] che prima del nome viene la cosa. Una frase che fu anche oggetto di scherno. [...] Naturalmente, il tormentone del nome fu sollevato soprattutto da chi si opponeva, Perché gli conveniva puntare sull'aspetto sentimentale, cui eravamo tutti sensibili. Quel nome lo teniamo tutti nel cuore. Ma nessuno volle tenerne conto e entrare nel merito. Quando, quasi un anno dopo, prima del secondo congresso, quello di Rimini, presentai il nuovo simbolo del Pds con la Quercia, l’accompagnai con una dichiarazione d’intenti che, letta oggi, fa capire chiaramente che il Pds si collocava nettamente a sinistra, molto più di tante forze che oggi si considerano di centro sinistra in Italia. Ma la discussione sulla dichiarazione d'intenti non ci fu, si concentrò tutta sul simbolo. Nel dire questo non do nessun torto al fatto che si sia discusso del nome, né tantomeno a te che mi hai fatto quella domanda…
Quando intervistai Bruno Magno mi parlò di un "limbo" di vari mesi (tra la Bolognina e l'incarico a lui di realizzare il simbolo, dato da Veltroni a giugno del 1990) in cui "non si sapeva bene cosa fare" e, nel grande dibattito all'interno del partito "non tutti i favorevoli avevano la stessa idea su come cambiare"; lo stesso Dondi identifica il percorso di cambiamento - iniziato con "l'ultima domenica del Pci" e segnato da due congressi, il XIX in marzo del 1990 a Bologna, il XX tra la fine di gennaio e l'inizio di febbraio del 1991 a Rimini - come "un tormento un po' troppo lungo"; Occhetto ammette la lunghezza, ma riconosce che fu "la più grande discussione democratica mai realizzata tra tutti i partiti. Un dibattito entrato in tutte le famiglie, nelle fabbriche, nelle scuole, nei quartieri e nei paesi. Che ha coinvolto la sinistra, ma non solo. È stata un grande evento corale, aldilà del pettegolezzo che all’inizio ha catturato la voracità dei media". Potrebbe dirsi che quell'ultima domenica si sia dilatata durando quasi un anno e mezzo (non senza incidenti di percorso, compresa la mancata elezione di Occhetto come primo segretario del Pds al primo scrutinio); senza il racconto dettagliato e la ricostruzione precisa di quell'ultima domenica, però, mancherebbe un tassello fondamentale.  

domenica 26 aprile 2020

Addio a Giulietto Chiesa, ecco tutti i suoi simboli


Si è appreso oggi, attraverso l'annuncio fatto da Vauro (Senesi), della morte di Giulietto Chiesa. In molti ne hanno già ricordato la lunga attività giornalistica, in particolare come corrispondente da Mosca, prima per l'Unità e poi per varie altre testate, di carta stampata o televisive; c'è chi ha posto maggiormente l'accento sulla sua vita più recente, legata soprattutto alla sua attività di blogger e di fondatore-coordinatore di Pandora Tv. Non è però il caso di trascurare l'attività politica di Chiesa, né di limitarla alla sua esperienza da parlamentare europeo, anche se - a suo modo - ne ha costituito il punto di svolta.
La militanza più lunga della vita del giornalista, in ogni caso, è probabilmente quella legata al Partito comunista italiano, per cui Giulietto Chiesa era stato dirigente e consigliere comunale (a Genova, dal 1975 al 1979, esercitando il ruolo di capogruppo). La sua militanza in quell'area sarebbe proseguita oltre la svolta di Rimini, con l'adesione o almeno la vicinanza al Partito democratico della sinistra e ai Democratici di sinistra (non se ne sono messi i simboli nella grafica solo perché non c'è certezza di quell'appartenenza); eppure l'esperienza elettiva più importante della sua vita è avvenuta sotto altre insegne, anche piuttosto distanti da quelle d'origine.
Nel 2004, infatti, Chiesa è stato eletto al Parlamento europeo nella circoscrizione Nord-Ovest, in rappresentanza della Lista Di Pietro-Occhetto - Società civile, con 13.664 preferenze: si classificò terzo, ma il seggio toccò a lui perché il più votato, Antonio Di Pietro, aveva optato per l'elezione nella circoscrizione Sud, mentre Achille Occhetto, secondo più votato (circa 200 preferenze in più di Chiesa), aveva preferito rimanere al Senato, dov'era stato eletto sotto il simbolo dell'Ulivo. Tanto Occhetto quanto Chiesa avevano partecipato alla lista Società civile da indipendenti, come rappresentanti dei "Riformatori per l'Ulivo", anzi, "Riformatori per il nuovo Ulivo", gruppo più o meno informale che avrebbe voluto diffondere il verbo e il disegno ulivista anche in liste diverse da Uniti nell'Ulivo (in cui Di Pietro non era stato fatto entrare soprattutto per opposizione dei socialisti dello Sdi). 
Non a caso, nella prima versione del simbolo della lista di Di Pietro e Occhetto era presente il riferimento "Per il nuovo Ulivo", ma dovette sparire quando l'avvocato degli ulivisti, Andrea Zoppini, lamentò l'uso del simbolo senza titolo e autorizzazione (con conseguente scambio di accuse) tra le parti. Una situazione imbarazzante, a poche settimane dal voto, che indusse, tra l'altro, Edmondo Berselli a domandarsi proprio in quei giorni sulla Repubblica: "Ma esiste l'Ulivo, ed esiste davvero un'entità chiamata centrosinistra? Oppure esiste soltanto un congegno politico 'celibe', un'articolazione di ex partiti che in realtà non sanno come rivolgersi all'opinione pubblica?"
A dispetto dell'inizio traballante, arrivò un risultato elettorale almeno decente, quello che portò Chiesa in Parlamento e che, dal 2006 - dopo che Di Pietro optò per il seggio parlamentare in Italia - ripescò proprio Occhetto come secondo eletto, con entrambi che finirono per aderire al gruppo del Partito socialista europeo e non a quello dell'Alde (cui invece si riferiva l'Idv). Entrambi, nel frattempo, avevano dato vita all'associazione Il Cantiere per il bene comune, con un'inedita C geometrica arcobaleno come simbolo (simile a certe geometrie proposte nel corso del tempo da Ettore Vitale): costituita con atto notarile datato 14 gennaio 2005, vide come fondatori anche Antonello Falomi, Diego Novelli, Elio Veltri e Paolo Sylos Labini e operò per un po' di tempo con l'intenzione di svolgere "un servizio democratico che fornisce i terreni di confronto, apre tavoli programmatici, suscita e coordina iniziative" tra classe politica e società civile (così si leggeva nella Carta d'intenti). Accanto a quell'impegno, peraltro, le cronache hanno dato conto di un contenzioso lungo e doloroso (oltre che, a quanto risulta, non ancora del tutto esaurito) dell'associazione Il Cantiere con Di Pietro a proposito dei "rimborsi" elettorali che l'associazione (come soggetto che aveva raccolto l'eredità politica dei Riformatori per il nuovo Ulivo) rivendicava come partner della lista, mentre per l'Italia dei valori nulla spettava perché, tra l'altro, all'atto della candidatura Chiesa e Occhetto avevano riconosciuto alla stessa Idv il diritto a richiedere e impiegare i finanziamenti pubblici.
Finita la legislatura del Parlamento europeo, Chiesa decise di ricandidarsi, ma non in Italia: nel 2009 fu infatti tra i candidati di PCTVL (Par cilvēka tiesībām vienotā Latvijā), formazione lettone legata alla minoranza russa, che come simbolo aveva un'ape con pungiglione. La lista ottenne un'eletta e Chiesa non tornò a Bruxelles; quel precedente, tuttavia, spinse qualcuno a fantasticare sulla possibilità che nel 2014 Silvio Berlusconi si sarebbe potuto candidare in un altro paese europeo, pur di aggirare l'incandidabilità che allora lo colpiva in Italia. 
Tornando a Chiesa, anche dopo la fine della sua esperienza da europarlamentare, continuò a guardare con interesse alla politica. Lo fece, ad esempio, quando all'inizio del 2010 fondò l'associazione politica "Alternativa - Laboratorio Politico-Culturale internazionale", soggetto che - lo si legge sullo statuto - "nasce dalla consapevolezza che l'umanità si trova di fronte a una svolta epocale, determinata dall'impossibilità di proseguire uno sviluppo distruttore delle relazioni umane e delle risorse del pianeta, quale è stato quello degli ultimi tre secoli. Ciò che si annuncia [...] è la fine della società umana come la conosciamo e l'avvio di una transizione verso una società radicalmente diversa, dove tutte le relazioni sociali saranno dettate dalla limitatezza delle risorse disponibili e dalla necessità di un loro uso in termini di sostenibilità, di solidarietà, di giustizia sociale e di democrazia effettiva. Alternativa si pone il compito di diffondere questi concetti e di contribuire a organizzare un movimento consapevole di comunità e popoli, capace di affrontare le difficili tappe di questa transizione inevitabile", imperniate sui concetti di sovranità popolare e di solidarietà umana, "che dovrà sostituire la concorrenza tra individui e popoli". Nessun vero simbolo per l'associazione: solo un logo, con la "A" verde di "Alternativa" abbinata a una stella rossa e a un'esile freccia puntante in alto a destra, su cui la lettera si poggiava.
Giulietto Chiesa sarebbe ricomparso alla fine del 2017, al fianco di Antonio Ingroia, quando insieme lanciarono la Lista del Popolo per la Costituzione in vista delle elezioni politiche del 2018. Nei giorni precedenti era stata annunciata come "la mossa del cavallo" (con gergo degli scacchi e caro ai lettori di Andrea Camilleri), cavallo che poi finì all'interno del simbolo; in compenso, a invocare una "mossa del cavallo capace di scompaginare i vecchi giochi, una mossa che saltando le pedine più vicine vada a coprire una casella vuota dalla quale sia possibile guardare a nuovi orizzonti" era stato Achille Occhetto all'inizio del 2005, in una lettera aperta ad Alberto Asor Rosa. Evidentemente quella suggestione doveva essere rimasta in testa anche a Chiesa, tanti anni dopo l'esperienza del Cantiere occhettiano. La lista arrivò sulle liste - con molta fatica a causa delle firme da raccogliere - e in effetti andò piuttosto male, dovendosi accontentare di poco meno di 10mila voti (0,03%). Quello fu l'ultimo impegno politico certo di Giulietto Chiesa. Non lo si giudica qui, come non se ne giudica nessun altro: si lascia a ogni lettore decidere l'importanza e l'opportunità di ogni pagina. Anche se, nella personalissima idea di chi scrive, difficilmente qualcosa prevale sul ritratto di "un uomo ancora capace di piangere per l'orrore della guerra", come ha scritto oggi Vauro. Anche per questo, sia lieve la terra a Chiesa. Comunque sia, ovunque sia o volesse essere.

sabato 1 ottobre 2016

Di Pietro - Occhetto, un simbolo che non ha pace

Certi simboli sembrano nascere con grandi progetti - e di solito è così, altrimenti non verrebbero nemmeno creati - ma in un secondo tempo possono trasformarsi in ricordi amari e, per giunta, diventare forieri di problemi e liti giudiziarie anche a distanza di molti, molti anni. Si prenda, per esempio, il simbolo dell'Italia dei valori, ma non quello attuale o di un anno qualunque della sua attività: quello con cui il partito scelse di correre alle elezioni europee del 2004. Spiccava nell'emblema, subito sotto al cognome del fondatore Antonio Di Pietro, quello di Achille Occhetto, colui che dieci anni prima aveva perso le politiche contro Silvio Berlusconi, dopo aver calato il sipario sul maggior partito comunista d'Europa.
Quella storia, in realtà, era iniziata maluccio: dopo vari tira e molla, la joint venture tra l'ex magistrato e l'ex segretario comunista era partita - col proporzionale senza sbarramento, l'impresa non era impossibile - ma col piede sbagliato. Nel simbolo dell'Idv, infatti, venne inserita la scritta "per il nuovo Ulivo": Occhetto aveva costituito poco prima i Riformatori per l'Ulivo, non voleva andare troppo lontano dal "triciclo" di centrosinistra (Ds, Margherita e Sdi, ma c'erano pure i Repubblicani europei) e riteneva comunque che il segno dell'Ulivo non potesse essere un'esclusiva di quella parte. Quelle forze, però, avevano costituito il cartello Uniti nell'Ulivo e non gradivano che qualcun altro usasse il riferimento alla coalizione del 1996 (in quell'anno, del resto, ne avrebbero fatto le spese anche i Verdi, che si sarebbero visti accettare dal Viminale il loro simbolo solo dopo aver tolto l'espressione "con l'Ulivo"). 
Di Pietro e Occhetto, così, si erano visti recapitare una letterina di diffida da Andrea Zoppini, legale dell'Ulivo, che lamentava come nome e simbolo della creatura prodiana fossero stati utilizzati "illegittimamente e senza alcuna autorizzazione": la lista Di Pietro - Occhetto non era parte della coalizione e mancava il consenso degli aventi diritto. Rispose piccata la strana coppia (trovarono "inconcepibile" che, nel mezzo della "politica guerrafondaia del centrodestra" in Iraq, i partiti del centrosinistra perdessero tempo ed energie "tramite avvocato e con minacce di azioni legali" in "tante inutili polemiche e distinzioni di lana caprina") e replicò ancora più piccato il gruppo di Uniti nell'Ulivo, infastidito perché quella lettera doveva restare privata e quella polemica sembrava fatta apposta per fare danni. 
Alle elezioni comunque ci si era arrivati e, almeno all'inizio, la strada era parsa in discesa. I primi exit poll erano stati molto favorevoli, al punto da far gongolare Occhetto: "se il dato che ci riguarda venisse confermato saremmo la seconda lista dell'Ulivo e potremmo liberare Prodi dalla gabbia in cui si è messo per dar vita tutti insieme al vero, grande Ulivo". Alla fine, però, arrivò solo il 2,14%, non malissimo, ma meno di Rifondazione comunista, Verdi e Comunisti italiani: abbastanza, comunque, per eleggere a Strasburgo Antonio Di Pietro e - al posto di Occhetto, che aveva rinunciato - il giornalista Giulietto Chiesa.
Qualcosa di buono c'era, eppure quella vicenda ha strascichi sgradevoli ancora oggi. Giusto quattro giorni fa Repubblica.it dava notizia di un decreto ingiuntivo emesso dal Tribunale di Roma su istanza proprio di Giulietto Chiesa: lì si chiederebbe ad Antonio Di Pietro di pagare 2 milioni e 694mila euro - se si è ben capito - all'associazione "Cantiere per il bene comune", fondata nel 2005 - tra gli altri - da Occhetto e Chiesa. Quel soggetto, a detta della difesa di Chiesa, sarebbe il "successore" giuridico dei "Riformatori per l'Ulivo", il gruppo costituito all'inizio del 2004 da Occhetto, Chiesa e altri e che, alleandosi con l’Idv, avrebbe permesso la presentazione delle liste della "Società civile" alle europee del 2004.
Proprio in ragione di quell'alleanza (e dell'elezione di uno dei due europarlamentari), già all'epoca sarebbe stata chiesta la metà dei rimborsi elettorali spettanti alla lista Di Pietro - Occhetto, soldi che l'ex pubblico ministero non ha mai ritenuto di dover versare, sostenendo tra l'altro che le spese della campagna elettorale fossero state sostenute interamente dall'Idv. Il decreto ingiuntivo di cui si diceva - cui certamente Di Pietro farà opposizione entro i 40 giorni di rito - è solo l'atto più recente (e non certo l'ultimo) di una vicenda lunga oltre un decennio: basta fare qualche ricerca in rete per scoprire che episodi simili si sono ripetuti più volte (soprattutto a partire dal 2010, ma anche prima), hanno interessato pure la magistratura penale e hanno visto chiamare in causa persino l'amministrazione della Camera dei Deputati. 
Già, perché Francesco Paola, avvocato di Chiesa, si è lamentato, tra l'altro, del fatto che i rimborsi elettorali spettanti al partito Italia dei Valori sarebbero stati in realtà incassati - a suo dire - da un'associazione omonima, ma distinta, di cui sarebbero stati soci Di Pietro, la moglie Susanna Mazzoleni e Silvana Mura come tesoriera: un'associazione che, sempre secondo la ricostruzione di Chiesa e Paola, non avrebbe avuto alcun titolo per ricevere quel denaro, che avrebbe invece permesso al gruppo di Chiesa di proseguire la propria attività politica con più risorse.
Per parte sua, in una notaDi Pietro ha categoricamente smentito tutte le pretese di Chiesa, così come in passato (soprattutto nel 2010 e nel 2014) aveva nettamente smentito che esistesse un'associazione "parallela" al partito Italia dei Valori. In più, oggi come allora, l'ex magistrato ha mostrato due documenti relativi alle elezioni europee del 2004: si tratta dei moduli firmati da Chiesa e Occhetto - con tanto di autenticazione notarile - all'atto dell'accettazione della candidatura, con cui costoro riconoscevano, tra l'altro, che "compete[va] all'Italia dei Valori il diritto a richiedere e usufruire dei rimborsi" elettorali. Come a dire che Di Pietro al gruppo di Occhetto e Chiesa non doveva proprio nulla.
Appare chiaro, già solo da qui, che la vicenda è tutt'altro che chiusa: tempo qualche mese e forse una sentenza arriverà. Nel frattempo, volendo trarre un insegnamento da questi fatti, l'occasione invita a guardare con la massima attenzione, una volta di più, alla regolazione dei partiti e delle loro vicende "interne". E' vero che, in prospettiva, non ci si porrà più il tema dei "rimborsi" elettorali, ma resterà quello della selezione dei candidati e della partecipazione di gruppi esterni alle liste e alla campagna di un partito. Nel 2010 Giulietto Chiesa ammise ad Alessandro Gilioli dell'Espresso che tra le carte firmate davanti al notaio, assieme all'accettazione della candidatura, c'era anche l'attribuzione dei rimborsi all'Idv, ma nessuno aveva letto quel foglio "se non altro per educazione", salvo poi scoprirlo dopo il voto, a cose fatte. In quel documento si riconosceva pure che era "facoltà dell'Italia dei Valori poter utilizzare il simbolo della lista 'Società civile - Di Pietro - Occhetto' anche in relazione ad altre elezioni". La storia, nemmeno a farlo apposta, inizia con una lite su un simbolo e si chiude nel segno di un altro simbolo, in attesa del prossimo scontro in tribunale.

martedì 12 marzo 2013

Comunisti vietati. Anzi, no

Nel 1992 finiscono le batterie della X legislatura, il voto è fissato per il 5 e il 6 aprile. Per i cronisti sono soprattutto le prime elezioni senza il Pci, con la curiosità di vedere che strade avrebbero preso gli oltre 10 milioni di voti andati cinque anni prima al partito di Natta. Nella seconda metà di febbraio si svolge il rito del deposito dei simboli, il primo a colori della storia italiana: le bacheche traboccano di segni, tra immagini nuove e simboli vecchi ridisegnati per adattarli alla stampa cromatica.
Vale anche per i segni tradizionali del comunismo, già a colori da anni sulle scenografie e sui manifesti del Pci e ancora visibili nel logo alla base della nuova quercia. Ma gli stessi colori e oggetti tornano anche nell'emblema sfoggiato dal Partito della rifondazione comunista: si tratta precisamente di «falce, martello e stella di colore giallo su bandiera rossa, inastata, distesa, inclinata a sinistra»; niente bandiera italiana sotto a quella rossa, niente vento a incresparla, in compenso al di sotto c’è un arco di cerchio a bande tricolori e in alto, sempre ad arco, la scritta maiuscola «Partito comunista».
Il 21 febbraio i simboli iniziano ad arrivare in bacheca, il 24 per i funzionari del Viminale i simboli vanno bene così. Garavini e Cossutta sembrano contenti, ma il giorno dopo la doccia è gelida. Un fax del ministero fa marcia indietro: «l’uso del nome Partito comunista si pone in contrasto con i principi dell’uso esclusivo del nome già appartenente a partito tuttora presente in Parlamento». In parole povere, il Pci ha cambiato nome, ma gli elettori l’hanno sempre chiamato “comunista” e l’aggettivo spetta a quel gruppo: i nuovi usino pure la falce e il martello (non si può impedire a chi professa l’idea di adottare quei segni), si sentano pure comunisti, ma cambino parola.
Nel quartier generale dei rifondatori circolano espressioni come «atto illiberale», «atto di intimidazione», «inammissibile violazione dei diritti di libertà» (parole del segretario Garavini). Se la prendono con i funzionari del ministro Vincenzo Scotti, ma soprattutto con il Pds: sempre secondo Garavini, dalle Botteghe oscure sarebbe arrivato un esposto per «difendere l’immagine del “vecchio” Pci». Nega il pidiessino Ugo Pecchioli, nega Scotti, sostenendo che al Viminale hanno deciso per conto loro.
Armando Cossutta non ci crede nemmeno per sbaglio: per lui «Il Pds ha perduto la testa, ha paura, e con ignobile arroganza […] pretende di impedire ad altri, a chi è comunista e vuole continuare ad essere comunista, di usare il nome di Partito comunista». Dal Bottegone non la prendono bene e persino Occhetto dice la sua: a chi gli dice che secondo Cossutta le vicende del simbolo rientrano in un accordo tra lui e il diccì Antonio Gava: risponde duro che «è un’affermazione ridicola». Alla fine, in qualche modo, l’atmosfera si calma, ma di sostituire il simbolo non si pensa proprio: tocca dunque all’Ufficio elettorale centrale presso la Cassazione decidere. E in Cassazione il giudizio si ribalta.
«In Italia – si legge nella decisione – sono esistiti il Partito comunista d’Italia, il Partito comunista italiano e il Partito comunista marxista-leninista», nessuno di essi è ora in Parlamento, quindi «il nome Partito comunista non può ingenerare confusione alcuna né trarre in inganno»; l’unico a potersi opporre era il Pds ma all’Ufficio non risulta niente di simile, quindi il nome incriminato può tornare al suo posto. Quelli di Rifondazione comunista, manco a dirlo, brindano: «È una vittoria non solo di Rifondazione ma di tutti gli antifascisti italiani» assicura Luciana Castellina e Garavini è finalmente soddisfatto. Al Bottegone non commentano la riammissione, anche se Massimo D’Alema tiene a precisare che «Sono loro che si sono cacciati nei guai perché sono degli imbroglioni»: il motivo per cui, dopo aver scelto di chiamarsi «Rifondazione comunista», abbiano scelto di rifarsi al nome storico del Pds sembra sfuggirgli del tutto.
Come che sia, sulle schede gli elettori trovano la vecchia bandiera con gli arnesi alla base della quercia del Pds e nella nuova versione stilizzata scelta da Rifondazione: alla Camera il partito di Occhetto ottiene oltre 6 milioni di voti, Garavini e Cossutta si limitano a superare i 2. La somma dei consensi è piuttosto lontana dal risultato del Pci del 1987, ma all’ombra della quercia si mastica amaro perché in tanti hanno segnato le loro preferenze accanto al simbolo di Rifondazione, come se avessero confuso i due partiti o per lo meno i loro simboli: per Veltroni – lo scrive Stefano Marroni su Repubblica – lo scherzetto è costato almeno un punto percentuale. Per i rifondatori, ovvio, sono sciocchezze: «Se uno degli elettori di Occhetto non ha capito che non è più del Pci – conclude lapidario Lucio Magri – vuol dire che è un cretino». A conti fatti, non sembrano nemmeno pochi.

giovedì 14 febbraio 2013

Falce e martello alle radici della Quercia

Quando Achille Occhetto, il 31 gennaio 1991, apre a Rimini il XX congresso del Partito comunista italiano, militanti e giornalisti lo sanno già con certezza: sarà anche l’ultimo con quel nome. Il leader del partito, del resto, l’aveva già fatto sapere il 9 ottobre dell’anno precedente, nella direzione nazionale più delicata del suo mandato: se gli iscritti avessero seguito lui, il “nome della Cosa” sarebbe stato «Partito democratico della sinistra» e il simbolo sarebbe stato una quercia. Così, per lo meno, il segretario aveva interpretato il disegno cui Bruno Magno, grafico del Pci fin dal 1972, aveva iniziato a lavorare dall’inizio di luglio, quando un giovane Walter Veltroni gli aveva chiesto di produrre l’emblema della “nuova” formazione politica.
«È l’albero, non un albero. Volevo rappresentarne l’idea, l’immagine che viene in mente a tutti» spiega Magno a una giovanissima (e non ancora glam) Concita De Gregorio, mentre nelle settimane precedenti si era favoleggiato di uomini, fiori, colombe. Per Veltroni, il nuovo simbolo deve rappresentare «forza, sviluppo, rinnovamento, crescita e rispetto delle tradizioni»: ai primi quattro punti provvede la quercia, l’ultimo è presidiato dalla falce e dal martello. Già, perché l’emblema tradizionale, con tanto di sigla «P.C.I.» incorporata, sta alla base dell’albero: è rimpicciolito, ma si vede ancora bene e nessuno dei dirigenti sembra volersene liberare del tutto.
Tempo tre giorni e la storia del Pci finisce: il cammino iniziato un anno prima all’indomani della caduta del muro di Berlino, lo sforzo di Occhetto per trasformare il più forte partito comunista dell’Europa occidentale in una formazione di sinistra ma riformatrice, trova in qualche modo un sigillo anche formale. Indolore, però, non lo è affatto. Già, perché alla sola idea di cambiare nome e simbolo, una porzione rilevantissima del partito è colta da malesseri di ogni natura, se non da un autentico orrore. Armando Cossutta, del resto, lo ha dichiarato fin da settembre del 1990, prima ancora che uscissero i nuovi segni distintivi: «Nome e simbolo contano e parecchio – rimarca in un suo intervento a Perugia – cambiarli comporta un rifiuto, una negazione, rompere in maniera definitiva con il comunismo». 
E quindi? «Se il congresso del Pci deciderà di cambiare nome e simbolo per dare forma a un partito non più comunista, sarà inevitabile che nasca un organismo davvero neo-comunista e per questo nuovo, forte, popolare». La parola «scissione» nel discorso del compagno Armando non c’è, ma è come se fosse stampata a caratteri cubitali. Quando poi il nuovo emblema viene svelato, a Cossutta per fare a pezzi la quercia bastano tre parole, più affilate di un’accetta: «Sembra un garofano». Con lui ci sono nomi di tutto rispetto: Lucio Magri, Luciana Castellina, Aldo Tortorella, Alessandro Natta, Pietro Ingrao, perfino il mitico Giancarlo Pajetta. Per loro gli arnesi, la falce e il martello con la stella, devono restare dove sono.
Eppure, si diceva, a Rimini la storia del Pci finisce. Ci si conta, in un rito quasi drammatico – i congressi e i cambi di nome, in quel periodo, sono cose dannatamente serie – e la linea Occhetto conta su 807 voti. Tanti, per carità, compresi alcuni riconquistati ai contrari (a partire da Ingrao) ma è la prima volta che si registrano 75 voti contrari, cui aggiungere 49 astenuti e i 328 che non hanno proprio partecipato al voto. Una mazzata, per chi ha creduto fino a quel momento al partito di Gramsci, Togliatti e Berlinguer.

Logo del 1° congresso
di Rifondazione comunista
Il fronte del «no», in ogni caso, non perde tempo. Sempre il 3 febbraio, mentre si chiude il congresso del Pci, un gruppo degli scissionisti (formato soprattutto da chi aveva sostenuto la mozione "Rifondazione comunista") va dal notaio e costituisce una nuova associazione, che si dà il nome – guarda caso – di «Partito comunista italiano». Per Cossutta, Sergio Garavini – la scissione, in fondo, l’aveva certificata lui a Rimini – Lucio Libertini e altri, la priorità è soprattutto una: mettere al sicuro nome e simbolo. Dal Pds, certo, ma anche da altre formazioni comuniste. 
Garavini da una parte cerca di far registrare l’emblema come marchio, dall’altra fa un timido passo di disponibilità verso il Pds: «Se il problema formale del nome e del simbolo si porrà solo fra noi e il Pds, non credo che saranno i tribunali a decidere. Sono convinto che finiremo per metterci d’accordo». Forse è una frase convenzionale, forse lo pensa davvero; sta di fatto che, in tribunale, la falce e il martello ci andranno eccome e faranno persino scuola, da lì in avanti, per tanti altri casi di scissione.

giovedì 1 novembre 2012

L'Italia dei valori, senza (più) nome



Lo ricorda spesso Pierluigi Castagnetti: «Il primo a mettere il suo nome nel simbolo di un partito politico, destando molta impressione perché allora non usava proprio così, fu Marco Pannella». È probabile che abbia ragione, ma sicuramente dopo il buon Giacinto ne sono venuti molti e molti altri. E non si parla solo di quelli che, soprattutto dagli anni Duemila in poi, hanno piazzato il loro nome nell’emblema (Berlusconi certo, «ma anche» Veltroni, Casini, Fini, Boselli, Bossi, Pionati, per citare solo alcuni che non hanno saputo resistere, per non parlare ovviamente di tutta la pletora di candidati alle elezioni regionali e amministrative): per qualcuno, il cognome del leader sembra essere parte integrante dell’emblema, ben difficile da rimuovere.

Proprio ieri, Antonio Di Pietro ha ripetuto di nuovo una cosa ben precisa: «Alle elezioni toglierò il mio nome dal simbolo». Già nel 2010 però, a un congresso dell’Italia dei valori – lo ha ricordato Il Post – disse esattamente questo: «È inimmaginabile che negli anni a venire si possa continuare a fare politica sotto la coperta di un partito che porta nel proprio simbolo il nome di una persona sola, anche se quel nome è il mio che ne sono stato il fondatore. [...] Dobbiamo togliere appena possibile dal simbolo il mio nome». Ora, lasciamo stare – ma non troppo – l’effetto Report (che non è affatto detto che possa far morire l’Idv, a differenza di quanto dichiarato dal suo fondatore): le elezioni ormai sono vicine e se quel nome deve sparire, sparirà.

Ancora più che con Bossi, questa è proprio la fine di un’epoca. Già, perché quel nome, «Di Pietro», sul contrassegno c’è dal 1998, quando l’Idv nacque come movimento e si presentò qua e là alle elezioni amministrative (prima di dare vita all’esperienza dei Democratici). Nel 2001 ricomparve e finì sulle schede elettorali delle elezioni politiche: da allora non si è mai schiodato da lì, mantenendo sempre lo stesso font, accanto al gabbiano color arcobaleno.

Qualche manovra, a dire il vero, era stata fatta, ad esempio nel 2004, quando alle europee a Di Pietro si aggiunse Occhetto e si volle marcare la presenza della «società civile», oppure nel 2005, quando alle regionali si cercò di dare più rilievo al nome del progetto politico, facendo scivolare il riferimento al leader in basso: non dovette sembrare una grande trovata, infatti dall’anno dopo le scritte sul simbolo erano tornate come prima. Che succederà al gabbiano ora, senza più quel riferimento rimasto fermo per quasi quindici anni? Si accettano pronostici su dove potrebbe planare.

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P.S. Dal momento che occorre essere precisi, faccio ammenda rispetto all'immagine precedente. Quello con la dicitura "1998" in realtà è il simbolo presentato dall'Idv alle politiche del 2001. Ho appena scovato il simbolo che alla fine del 1998 fu utilizzato dal movimento politico per presentarsi ad alcune elezioni amministrative. Non sposterà granchè, ma per la precisione, errori non se ne possono lasciare (soprattutto se uno se ne accorge...)